Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/10/2016

La Brexit parte a marzo, per terre incognite

La Brexit reale – dopo il referendum di giugno – ha ora una data d'inizio: marzo 2017. L'ha fissata il nuovo premier britannico, Theresa May, conservatrice come il predecessore David Cameron, ma che aveva fiutato in anticipo l'animo popolare favorevole al leave, ossia all'uscita dall'Unione Europea.

Si tratta solo dell'inizio di un percorso negoziale molto complicato. Innanzitutto perché è la prima volta che un paese se ne va. E anche se non si tratta di un paese dell'eurozona (la sterlina è rimasta la moneta nazionale), stiamo parlando comunque della seconda economia e della prima piazza finanziaria europea.

Il punto centrale del negoziato è già sommariamente definito: mantenere alla Gran Bretagna tutti i benefici economici derivanti dal mercato unico (libertà di movimento per capitali, beni e servizi) riacquistando però piena “sovranità” sulla libertà di movimento delle persone e sui flussi migratori verso Londra. Botte piena e marito ubriaco, insomma, come al solito quando una trattativa sta per iniziare.

Theresa May ha provato a sgomberare il campo dalle ipotesi più laceranti, assicurando che i lavoratori comunitari (cittadini dei paesi Ue) già inseriti nella vita produttiva britannica manterranno lo status che hanno avuto finora (la loro esclusione dai sistemi di welfare era del resto già stata decisa da Cameron).

Ma è chiaro che la “libertà delle persone” è solo una carta di scambio sul tavolo della trattativa.

L'altro pilastro della ritrovata “sovranità” è il disconoscimento dell'autorità della Corte di giustizia europea, passaggio del resto indispensabile per recuperare il massimo di autonomia legislativa. Il compromesso di partenza, su questo terreno, è già fissato: «L'acquis comunitario (l'insieme delle norme varate con l'Ue e adottate da Londra, ndr) sarà legge anche per la Gran Bretagna. In altre parole nulla cambierà […] fino a quando io sarò premier».

Poi si vedrà, anche in base ai risultati della trattativa. Già questo è un notevole elemento di incertezza, ma senz'altro minore rispetto a quel che agita la “controparte” europea. Parigi, Berlino e Amsterdam vanno ad elezioni politiche (e non è detto, referendum permettendo, che non succeda anche in Italia), dunque Londra si troverà davanti negoziatori poco inclini a fare concessioni e con l'incubo di vederli sostituiti da altri ancor meno concilianti. Il che significa “bruciare” tutto il 2017 in balletti diplomatici privi di costrutto, mentre il tempo residuo – per norma di trattato, il percorso di uscita deve avvenire entro due anni – porta invece la stessa May pericolosamente vicina alla scadenza di legislatura.

Ma i problemi arrivano anche dall'Unione Europea (che è una ferrea struttura politico-economica sovranazionale, non uno “spazio abitabile” dalle regole vaghe). Il belga Guy Verhofstadt, ex primo ministro belga e leader del gruppo liberale al Parlamento Ue, ha rilasciato un'intervista al Financial Times in cui dice chiaramente che a Londra non verranno fatti sconti, visto anche se sarà lo stesso parlamento di Starsburgo – istituzione complessivamente inutile, visto che non detiene il potere legislativo (detto altrimenti: si chiama così, ma non è un Parlamento) – a dover decidere sul merito degli accordi che verranno elaborati dalla Commissione (il “governo” europeo), dalla Gran Bretagna e da singoli stati membri. Anche ponendo il veto.

Ovvio che all'establishment e al mondo degli affari britannico sarebbe gradita una “Brexit soft” (del resto erano terroristicamente contrari...), mentre nel Vecchio Continente non mancano davvero i fautori di una uscita “hard”.

Non si tratta di ideologia, ma di business. Londra è la principale piazza finanziaria per gli scambi in euro. Difficile che possa restare tale una volta che la Gran Bretagna avrà abolito una serie – per quanto piccola – delle regole comuni con la Ue. Si chiama concorrenza, o “competizione”.

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Colombia: il referendum affonda la pace con le Farc

"Sostieni l'accordo finale per terminare il conflitto e per la costruzione di una pace stabile e permanente?": una domanda alla quale sembrava scontato che si dovesse rispondere ‘si’ in maniera massiccia ed entusiasta.

Eppure gli analisti sono stati smentiti, i sondaggi sconfessati, e ieri è finita 50.3 contro 49.7%. Con un tasso di astensione altissimo – il 63% – ed un vantaggio di soli 57 mila voti, la maggioranza degli elettori colombiani che si sono recati alle urne hanno votato contro gli accordi di pace negoziati all’Avana dal governo di Bogotà e dalle Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, la più consistente e longeva guerriglia marxista del continente americano.

Si tratta di un vero e proprio schiaffo non solo nei confronti della guerriglia, ma anche del governo del liberale Juan Manuel Santos, esponente di un’ala dell’oligarchia intenzionata a normalizzare il conflitto con le Farc (e in prospettiva con l’altro gruppo guerrigliero minore, l’Eln) per aumentare il grado d’integrazione del paese nelle varie alleanze economiche e politiche continentali, riducendo – non annullando – al tempo stesso la tradizionale subalternità di Bogotà ai diktat della Casa Bianca.

Una strategia che è stata però violentemente boicottata da un suo ex compagno di partito ed ex presidente negli anni più duri del conflitto con la guerriglia, Alvaro Uribe, che ha lanciato una capillare campagna di boicottaggio prima nei confronti dei colloqui che si tenevano nella capitale cubana e poi mirando a far fallire il referendum. Gli ‘uribisti’, rappresentanti dell’ala più feroce dell’oligarchia colombiana e a capo di una vasta rete di influenze all’interno delle forze armate, dei servizi segreti, della polizia, della magistratura, della stampa e dell’imprenditoria – quella che non vuole rinunciare ai privilegi costruiti anche attraverso la feroce repressione non solo dell’insorgenza armata ma anche dei movimenti popolari, sindacali e di sinistra – alla fine l’hanno spuntata.

Anche a causa della scarsa cautela di Santos e dei suoi, che davano per scontato un ampio sostegno popolare alla scelta di disinnescare un conflitto armato con le guerriglie che ha causato negli ultimi cinquanta anni più di duecentecinquantamila morti, decine di migliaia di desaparecidos, milioni di sfollati. Ma non è stato così. Il fronte del ‘no’ ha giocato la carta della paura, prospettando, in caso di vittoria del ‘si’, la consegna del paese al ‘castro-chavismo’, una sorta di invasione guerrigliera dei posti chiave della società, “l’impunità totale per i responsabili di efferati crimini”, la consegna ai capi guerriglieri di centinaia di migliaia di ettari di terreni da tempo nelle mani dei latifondisti e delle autorità.

La verità è che alla fine dei tre anni di colloqui tra i rappresentanti del governo Santos e delle Farc la road map concordata non aveva alcunché di rivoluzionario e lasciava con l'amaro in bocca anche alcuni settori della sinistra. Il testo dell’accordo firmato lunedì scorso a Cartagena dal presidente e del leader guerrigliero Timoleón Jiménez “Timochenko”, alla presenza del Segretario Generale dell’Onu Ban-ki-Moon, comprendeva per lo più misure tendenti a garantire nel paese quei diritti civili ed economici minimi da sempre conculcati dall’oligarchia grazie all’impunità concessa agli apparati repressivi e agli squadroni della morte. Una serie di dispositivi e di principi, tutti da realizzare, che avrebbero avvicinato il paese alla democrazia liberale e non certo al socialismo: una timida riforma agraria, la distribuzione ai contadini e alle comunità delle terre sequestrate con la violenza dai possidenti, la reintegrazione nella vita civile dei circa 7 mila combattenti, la liberazione di una parte consistente dei quasi 10 mila prigionieri politici, la possibilità per i guerriglieri di dar vita ad un partito politico legale e di partecipare alle prossime elezioni legislative, la formazione di speciali Tribunali ai quali demandare la punizione di chi ha commesso crimini di sangue e di guerra supervisionati da esperti e garanti internazionali. Nessuna "impunità", anzi...

Ora però la vittoria del ‘no’ al referendum di ieri mette tutto in discussione, a partire dalla smobilitazione di migliaia di guerriglieri (una delle parti più delicate dell’accordo), sui quali incombe lo spettro dello sterminio, come avvenne con i militanti dell’Unione Patriottica, partito politico della sinistra radicale formato negli anni ’80 da alcune organizzazioni guerrigliere in seguito alla smobilitazione e che venne letteralmente decimato: circa 4000 suoi dirigenti e membri vennero assassinati dagli apparati dello stato, dalle formazioni paramilitari di estrema destra e dai pistoleros al soldo degli oligarchi.

Una volta reso noto l’inatteso risultato del referendum, ieri il comandante Timochenko ha riaffermato che la guerriglia non tornerà indietro rispetto alle sue scelte.

"Malgrado questa sconfitta, proseguiremo nel dialogo, useremo le parole abbandonando le armi, per continuare a costruire il futuro del paese in pace" ha detto da Cuba il comandante guerrigliero esprimendo il "profondo dispiacere delle Farc sul fatto che il potere distruttivo di chi semina odio e rancore abbia influito sull'opinione pubblica colombiana". A seguito del risultato del voto, le Farc affrontano ora "come movimento politico una sfida" ancora più grande per poter "costruire una pace stabile e durevole", ha aggiunto Timochenko, il quale, rivolgendosi al popolo colombiano, si è detto sicuro che "la pace trionferà".

Ma è chiaro che lo stop impresso dal voto al processo negoziale imprime una svolta quanto mai negativa alla questione, legittimando quelle correnti dell’elite che hanno remato contro la pace. Alcuni analisti prevedono ora un sostanziale rallentamento della restituzione delle terre ai legittimi proprietari ai quali erano state sottratte dai latifondisti o dalle autorità e un ulteriore aumento degli omicidi politici ai danni degli attivisti sindacali e sociali, che a dir la verità non si sono mai arrestati in questi ultimi anni (quasi 55 solo dall’inizio del 2016).

Analizzando il risultato del referendum su base territoriale, si nota chiaramente come le regioni in cui il conflitto armato ha prodotto le maggiori conseguenze – come Cauca, Nariño e Putumayo – la popolazione abbia partecipato con più entusiasmo all’appuntamento votando in massa per il ‘si’. Sono state invece le grandi città ad affondare il processo di pace, decidendo quindi anche per gli abitanti delle regioni rurali e della selva.

Dal punto di vista legale gli accordi di pace entrano in una sorta di limbo indefinito che saranno i rapporti di forza politici interni ed internazionali a orientare ora in un senso o nell’altro. Secondo la legge che regola il referendum, gli accordi firmati a Cartagena il 26 settembre non possono essere immediatamente implementati perché non hanno di per sé validità giuridica fin quando non saranno tramutati in legge. Ora Uribe e i suoi pretendono una rinegoziazione dei vari capitoli chiusi all’Avana poche settimane fa, con la cancellazione delle parti più invise all’oligarchia e all’estrema destra. Ad esempio la contestatissima Magistratura Speciale di Pace, che prevede tra le altre cose che gli imprenditori che hanno finanziato il paramilitarismo e gli squadroni della morte, e che i dirigenti e funzionari degli apparati statali responsabili di crimini di guerra, confessino le proprie responsabilità davanti alla Corte e "facciano ammenda".

Difficile dire cosa accadrà ora. Una provocazione contro i guerriglieri o magari un ‘attentato’ contro l’esercito, la polizia o qualche autorità da attribuire alle Farc potrebbe precipitare di nuovo il paese nello scontro armato frontale, spazzando via in pochi minuti tre anni di negoziati. Comunque vada il referendum, nonostante non fosse previsto alcun quorum, ha valore vincolante e il governo dello screditato presidente Juan Manuel Santos dovrà tenere conto del risultato, anche se frutto della volontà di una piccola minoranza degli elettori (appena il 37% di partecipazione…). Il che vuol dire che il governo dovrà sospendere, in vista di nuovi passi, tutte le procedure istituzionali e legislative connesse all’implementazione degli accordi, e lo stesso avverrà anche sul fronte internazionale.

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L’Afghanistan delle stelle Ue

Nuovo Afghanistan sempre uguale - La due giorni dell’Unione Europea sull’Afghanistan – il 4 e 5 ottobre a Bruxelles – si presenta come una nuova tappa di quanto s’era già visto a Londra nel 2014 e a Tokio due anni prima. Si continua a parlare del nuovo Afghanistan, quello che non c’è, poiché nel Paese continua a regnare il caos. Come nel 2001, quando George W. Bush avviò il liberatorio Enduring Freedom o nel decennio precedente col conflitto fratricida fra i signori della guerra e successivamente col governo talebano. Warlords, Taliban sono soggetti presenti più che mai nel panorama interno tantoché il presidente Ghani, che molto s’è speso per quest’ennesima vetrina con la Comunità Internazionale, si porta al fianco un ministro degli Esteri dal nome celebre: Salahuddin Rabbani, che altri non è che il figlio di Burhanuddin, leader del gruppo islamista Jamaat-e Islami, signore della guerra ed ex presidente, morto in un attentato nel 2011. Non è questione di nemesi storica, fra padri e figli ciascuno risponde del proprio operato, ma quel cognome è legato a un clan e i clan tribali sono un tutt’uno coi mai morti signori della guerra. Tant’è che l’illusionista Ghani alla vigilia della conferenza di Bruxelles ha fatto annunciare dal suo staff una cordiale intesa con un altro temutissimo warlord di rango, Galbuddin Hekmatyar. Anche lui è in predicato ad avvicinarsi al governo afghano, che un altro signore delle armi lo sbandiera da tempo nel ruolo di vicepresidente: Rachid Dostum. Il fondamentalista Hekmatyar, noto come il macellaio di Kabul, dovrebbe fungere da ambasciatore verso i talebani cui Ghani guarda. Tenta anch’egli d’imboccare la scorciatoia già provata dai generali del Pentagono nel 2010-2011, quando non riuscendo a battere i Talib sul terreno, pensavano di sedurli al tavolino delle trattative.

Aiuti e mega affari - La premessa non è polemica, ma questo è l’attuale Afghanistan geopolitico. Risulterà utile per comprendere come più d’un presupposto discusso a Bruxelles dall’Unione Europea e da altri colossi mondiali presenti quali donatori-sostenitori e in qualità d’imprenditori per l’Afghanistan del futuro, viva stridenti contraddizioni. Soprattutto quando verranno trattati i temi del rafforzamento della democrazia, potenziamento delle norme di legge, protezione dei diritti umani e delle donne. Settanta sono i cosiddetti ‘donors’, molti di loro si propongono anche di fare impresa, altri vestono solo i panni industriali per progetti prestigiosi. Nella lista gli Usa tengono saldamente la testa; finora hanno versato, e probabilmente continueranno a versare, dollari tramite Casa Bianca, Pentagono e Ong. Seguono Giappone, Germania, Gran Bretagna, India, Canada, Olanda, Australia, Norvegia, Italia, poi altre nazioni europee. Cina e Russia non contribuiscono a fondo perduto, soprattutto la prima in quella terra sviluppa affari. E parlando di affaroni, nei progetti che coinvolgono un’ampia fetta del continente asiatico, l’Afghanistan si ritrova coinvolto nei piani del Carec (Central Asia Regional Economic Cooperation) un progetto per infrastrutture e trasporti finanziato dall’Asia Development Bank che s’estende a: Azerbaijan, Cina, Mongolia, Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistran, Tajikistan, Uzbekistan e Pakistan. Kabul è partner anche del discusso gasdotto Tapi (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) iniziato da dieci mesi che prevede di trasportare negli oltre 1.800 km di condutture 33 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Cinque miliardi riguarderanno l’Afghanistan e nell’indotto previsto c’è pure un’autostrada per collegare Herat a Kandahar.

Cieco sguardo dei Grandi - Il quadro che Ghani tenderà a definire con le personalità presenti - fra cui spiccano l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri e la sicurezza Federica Mogherini e il Commissario internazionale per la cooperazione e lo sviluppo Neven Mimica - ruota attorno a: effettivi sostegni e finanziamenti; sviluppo d’un piano di riforme (economiche, normative, di anticorruzione, di servizi pubblici); processo di pace. Tutto ciò deve fare i conti con un presupposto oggi assente nel Paese: appunto la sicurezza e il controllo del territorio. Non sono riusciti a garantirli l’invasione statunitense del 2001, la successiva Mission Isaf, conclusa nel dicembre 2014, né quella in corso Resolute Support. L’attuale governo di Kabul non governa in più della metà delle 34 province, con un timore crescente nelle attività d’impresa presenti, ad esempio nel settore estrattivo dove le aziende cinesi impegnate propagano ampie lamentele, e in quelle future di cui abbiamo citato due progetti ciclopici. Dopo circa un quindicennio di spese folli per gli “aiuti internazionali” che hanno raggiunto i 4.500 miliardi di dollari, investiti in gran parte per l’intervento militare (solo 357 miliardi hanno riguardato i servizi), si rilanciano interventi di sostegno lì dove i fallimenti sono già parsi cronici. Il documento diffuso alla vigilia di Bruxelles cita, ad esempio, strategie per la reintegrazione dei rifugiati. Proprio a seguito dell’insicurezza interna e d’una rinnovata crescita di vittime civili (nel 2015 oltre 3.400 con più di 7.000 feriti), sappiamo che gli afghani hanno ripreso a fuggire e costituiscono attualmente la seconda comunità mondiale di profughi (2.7 milioni).

Piani ripetuti - Fra gli sforzi per incrementare qualità e sostenibilità della vita si progettano investimenti per il ministero dell’Interno e la polizia. Sappiamo pure che su polizia ed esercito locali s’è consumato il più grosso flop degli investimenti internazionali. Ma si fa finta di nulla. Altri obiettivi riguardano la riduzione del crimine tutt’uno con la produzione e il traffico di oppio e derivati. Un settore controllato dai signori della guerra e degli affari cui il governo afghano è legato, e che rifornisce il 90% del mercato mondiale. Medesimo discorso per la corruzione che prosegue sotto gli occhi e con la partecipazione di faccendieri mascherati da manager, come nel caso di mister Ferozi, ladro di Stato nello scandalo della Kabul Bank, condannato ma nuovamente in pista per ulteriori speculazioni, stavolta in campo edilizio. Si riparla di diritti civili e di difesa delle donne da violenza e soprusi, per cui è stata varata da anni un’ottima legge (Elimination violence against woman), però quasi sempre inapplicata perché non si giunge mai al processo e nei rari casi di accusa i giudici cedono alle minacce sollevate da clan, padrini, signori delle armi che difendono gli imputati. Quindi il passato diventa presente: il ministero per gli Affari femminili ha registrato oltre 4.000 casi di violenza sulle donne nei primi nove mesi dello scorso anno. E allora qual è lo scopo della conferenza? Perorare affari, più o meno leciti. Poi buone intenzioni infarcite di promesse, e denari stanziati inutilmente, visto che realtà create dalla società civile locale che lavorano, ad esempio, su molti orfani, donne abusate, familiari delle vittime civili non ricevono sovvenzioni per creare strutture-rifugio. E’ un refrain già noto dall’epoca dei due mandati offerti all’uomo del nuovo corso post talebano: Hamid Karzai. Un presidente voluto dalla Casa Bianca che ha arricchito se stesso e i fratelli rimasti in vita, perché qualcuno l’ha perduto nelle faide sorte con compari diventati nemici.

Nazione assistita - Scuole e ospedali, di cui i sepolcri imbiancati della Comunità internazionale parleranno in Belgio facendo finta che le cifre stratosferiche impegnate finora non siano mai giunte in quelle lande, sono pure visioni. I centri sanitari esistenti li hanno creati Emergency e Medécins sans Frontières, sopravvivono da sé se non vengono bombardati dall’Us Air Forces, com’è accaduto a Kunduz. Allora i capitoli dell’attuale programma che citano sanità, formazione, sviluppo umano, fra gli obiettivi su cui stanziare altro denaro, hanno il sapore di trita e consumata demagogia. Si sa che buona parte della cooperazione mondiale è costituita da multinazionali ideologiche con chiari intenti politici (Usaid, creatura di JFK, è un esemplare quasi sessantennale) oppure autofinanzia la sua macchina lavorativa con scopi autoreferenziali. C’è poi il tratto, tutto italiano, d’un Parlamento che lega i fondi per la cooperazione a quelli per le missioni militari. Nella migliore delle ipotesi la cooperazione si trova a non poter controllare la catena degli aiuti che viene saccheggiata dalla corruzione amministrativa, politica, criminale. I soldi si disperdono nei cento rivoli di politici legati a gruppi di potere tribale, tutti inevitabilmente armati e motivati a far pesare questa forza. E’ un cerchio chiuso su di sé: i mega affari li fanno le multinazionali mondiali, l’imprenditoria locale è minuta e corrotta, non riesce a sviluppare nessuna economia autoctona degna di questo nome. Nazioni vicine, come il Pakistan, cannibalizzano tutto, anche l’agricoltura che costituisce tuttora il 59% della produzione interna (l’11% proviene dal commercio, l’8% dall’attività estrattiva). La tendenza internazionale è volta a tenere il Paese in ginocchio e la popolazione in povertà, lo riconosce la stessa Banca Mondiale affermando che un terzo degli afghani vive sotto la soglia minima di sostentamento. Conservare questo status, significa serbare un potere di controllo superiore alle stesse nove super basi aeree Nato che consentono a Ghani di volare da Kabul a Bruxelles per l’ennesima parata della conservazione oppressiva. Anche per questo i taliban sorridono.

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Ghost


#Breastaurant: della vittimizzazione moralista delle cameriere “spogliate”

Corinna mi segnala questo articolo e mi chiede cosa ne penso. Ci sono degli “studi” che farebbero concludere a – non so – ricercatori e ricercatrici il fatto che il Breastaurant fa male alla salute delle donne che lavorano con divise scollate nella ristorazione, in pub, bar, e non so che altro. Si generalizza, basandosi su non so che inchiesta, non so su che numero di persone intervistate, non so su quali basi, saperi, sulla tesi iniziale che si desiderava avvalorare e sulla cultura che si voleva legittimare. Già il fatto che si parli di conseguenze psicologiche sulle donne che lavorano in quei contesti, giudicando la depressione fattore che coinvolge una percentuale altissima di donne, cameriere, che espongono il corpo, mi fa comprendere che l’analisi è parecchio lontana da me.

Trovo che psicanalizzare le cameriere astraendo la questione dal contesto economico e sociale sia quanto di più banale e stereotipato ci possa essere. Alla ricerca di vittime da salvare o di donne da ricoprire (nel senso di “copriti donna”), con una morale che non tiene conto di fattori intersezionali e che rimuove la differenza di classe, con un prurito paternalista e moralista che scava sulle malefatte dei clienti, come a voler esplorare il numero di molestie subite prima ancora delle condizioni contrattuali nelle quali queste donne operano, regalando argomenti ad un femminismo moralista e abolizionista che va sempre alla ricerca di mestieri da abolire, includendo il sex working o il porno, volendo possiamo includere anche il balletto classico, con quelle divise aderenti e i tutù che non lasciano spazio all’immaginazione, perché andando di verifica in verifica dei centimetri di corpo scoperto le donne possono sempre essere considerate “oggetti sessuali” e mai “soggetti”, lavoratrici che hanno rivendicazioni che tutte quante noi abbiamo l’obbligo, il dovere, di ascoltare, prima di attaccare sulla loro pelle lo stigma della povera fanciulla indifesa da patologizzare perché indossa una minigonna e una canotta scollata.

Ho conosciuto tante cameriere e io stessa per un certo periodo di tempo, come secondo lavoro, ho fatto la cameriera e la mia divisa era una minigonna e una roba aderente o scollata sopra. In un ristorante potevo anche indossare i jeans aderenti e la canotta che lasciava scoperte un po’ di cose. Al pub eravamo tutte cameriere con la stessa divisa e il nostro lavoro richiedeva simpatia, capacità di tenere una buona conversazione e di rispondere con spirito alle battutacce. Mance e contesto erano ok. Cosa non andava? Il fatto che spesso era lavoro nero e che la paga non era fantastica e se avessi dovuto rispondere a un questionario di ricercatori o ricercatrici alla ricerca di dettagli sulla professione avrei parlato di quello, ricordando loro che pagare l’affitto e le bollette è qualcosa di prioritario e che solo chi non ha mai avuto necessità di lavorare nella vita può adoperare moralismo per analizzare quel contesto.

Quel lavoro non induceva alla depressione. Casomai è la precarietà che la istiga. Nessun trauma, nessun cliente violento, salvo qualche idiota ubriaco che poggiava le mani che immediatamente venivano rimesse al loro posto. Non ci sentivamo, parlo di me e delle colleghe, studentesse che si mantenevano mentre studiavano all’università, “oggetti” ma alla fine di una dura giornata o serata di lavoro ci sentivamo orgogliose di noi stesse, fiere di aver concluso un lavoro, di esserci guadagnate la pagnotta e di averlo fatto senza pietire nulla, senza chiedere elemosine, senza dipendere economicamente da qualcun@, a parte le nostre gambe, le nostre braccia, tutto quel che viene messo in gioco con il lavoro, prescindendo dal fatto che tu scopra il corpo o meno. Ogni lavoro richiede, se proprio vogliamo, l’oggettificazione del corpo, perché una operaia usa il corpo per lavorare ed è il corpo che diventa strumento di guadagno, a meno che non distinguiamo parti del corpo precise che riteniamo più degne di attenzione di altre. In quel caso tutto quel che ne consegue diventa moralismo, nulla più di questo.

E’ frustrante lavorare senza ottenere riconoscimenti, con contratti in scadenza, con datori di lavoro molesti, che possono essere tali anche quando vai a lavorare in giacca e pantalone classico – a me è capitato – in luoghi di “prestigio”. Non serve di certo lavorare come cameriere per essere viste come “oggetti” e non serve di certo “scoprirsi” per essere viste come tali, perché altrimenti diamo ragione ai maschilisti che ritengono dubbia la moralità della fanciulla in minigonna al cui stupro reagiscono con un "se l’è cercata", e non si capisce neppure come le donne copertissime, incluso quelle con un burka, siano vittime di molestie e stupri. Non è l’abito che ci rende “oggetti” ma la continua attribuzione di valore o disvalore a gonne, shorts, canotte, reggiseni, burkini o bikini, tenendo conto del fatto che tantissime sono le donne che quel valore e disvalore lo attribuiscono tanto quanto. Io sono soggetto se scelgo di essere tale e non c’è nessun ricercatore o nessuna ricercatrice che può dire il contrario. Neppure per guadagnare un contributo dall’università che paga il suo stipendio, perché casomai è in quel caso che, come dire, io mi sentirei oggetto di chi sulla mia pelle realizza conclusioni, tesi, classificazioni, stigmi, stereotipi, generalizzazioni, con pretesa di scientificità. Ecco, allora, spero di aver risposto alla domanda sul “cosa ne pensi”. Io penso questo.

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Carlo Freccero spiega la pericolosità del dibattito fra Renzi e Zagrebelsky

Carlo Freccero – tratto da http://ilmanifesto.info/la-post-democrazia-di-diritto/

Sino ad oggi il dibattito sul referendum si è mosso tra questi due poli: le precisazioni dei costituzionalisti contrapposte e l’odio per la casta e la politica della gente.

L’esempio più chiaro di questa contrapposizione è stato il dibattito di venerdì scorso tra Renzi e Zagrebesky. Si è trattato del classico dialogo tra sordi o meglio, tra due persone che parlano lingue diverse.

Zagrebesky faceva appello alla teoria, in particolare ai principi giuridici che una costituzione deve rispettare per essere accettabile.

Renzi conduceva il dibattito in nome del «fare». Ed usava la tecnica all’americana di abbattere, a qualsiasi costo, la credibilità dell’avversario con attacchi, neanche tanto velati a gufi, parrucconi, professori, che paralizzano il fare, trincerandosi nelle loro torri d’avorio da «pensionati d’oro».

Mentre Zagrebesky cercava di spiegare le ragioni del no, Renzi voleva solo demolire l’immagine del suo avversario agli occhi della gente comune.

Ma a parte questa impostazione all’americana, per cui sicuramente si era allenato con coach e spin doctor, anche il dialogo appariva privo di senso. Perché quando Zagrebesky illustrava un concetto, Renzi lo traduceva velocemente in un problema concreto a cui le sue leggi avrebbero da tempo trovato soluzione.

Come se di fronte a Socrate che parla del concetto di cavallinità, Renzi rispondesse: abbiamo disciplinato l’uso del cavallo su strada con numerose normative che riguardano l’uso del basto e la ferratura.

Probabilmente pur essendo in televisione il dibattito era seguito da un pubblico «alto» che ha seguito il discorso del professore Zagrebesky. Ma il grosso della campagna si giocherà in contesti più popolari ed oggi l’astrazione, la concettualizzazione, sembrano provenire da un passato «dipinto col pelo di cammello».

Secondo me il discorso dovrebbe invece partire da un punto di vista globale. In che modo una revisione della Costituzione, può avere conseguenze non solo sulla politica, ma anche sull’economia e perché banche e multinazionali sponsorizzano il SI con tanta aggressività da minacciare tutte le possibili disgrazie nel caso di vincita del NO?

E qui il discorso si fa difficile.

Il motivo è che le analisi globali vengono giudicate ideologiche quando non cospirazioniste. E si dice che bisogna giudicare le cose in modo semplice, a partire dal contenuto concreto della legge. Che prevede comunque meno indennità da pagare e rappresenta quindi un risparmio.

Sono figlio di una generazione che ha appreso a dubitare di ogni evidenza.

Con il crollo del muro di Berlino è venuto meno anche il concetto di lotta di classe. Se non esistono socialmente interessi in contrasto, perché dovrei diffidare?

Intanto la forbice sociale si è così divaricata da creare la crisi permanente dei consumi. Oggi ci insegnano che l’arricchimento di pochi genera benessere e lavoro per tutti. Peccato che questa redistribuzione dei redditi sul territorio tardi a realizzarsi. In realtà nella crisi proletariato e classe media si sono impoveriti, sino a cadere in miseria, ma i ricchi sono diventati infinitamente più ricchi di quanto non lo fossero prima della crisi stessa.

Io continuo a dubitare. Ci hanno convinto che la lotta di classe è pura ideologia per praticarla contro di noi e vincerla senza che ce ne rendessimo conto.

«La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi», ha dichiarato Buffet. Oggi le tutele sociali devono essere espulse dalla costituzione per rendere le masse prive di potere contrattuale ed assoggettabili.

L’attuale disegno di riforma costituzionale a firma Boschi, è stato steso sotto le direttive della banca J.P. Morgan, che ha definito le costituzioni dei paesi del Sud Europa «comuniste».

Se ormai il comunismo non c’è più, per le élites finanziarie anche il semplice testo costituzionale pecca di estremismo. Perché, a differenza che negli Stati Uniti, le nostre costituzioni partono da un concetto di democrazia che non esalta l’individuo e la sua lotta contro tutti, ma la società e la cooperazione in quanto connaturate alla natura umana. «L’uomo è un animale politico».

Non esiste democrazia senza bene comune. Una democrazia di individui in lotta per il bene personale è un ossimoro. Questo è tanto più valido in un’epoca in cui le élites sono multinazionali e depredano ogni territorio a cui hanno libero accesso.

Vorrei ricordare il precedente del referendum di dieci anni fa.

Allora fu respinta la riforma perché, in virtù dei suoi molteplici conflitti di interessi, gli italiani ritennero pericoloso dare tutto il potere a Berlusconi. Gli interessi di Berlusconi erano comunque dentro i confini del Paese. Il suo ulteriore arricchimento poteva aver ricadute di occupazione e fiscali qui. Anche Mussolini, a suo tempo, con la legge Acerbo, gemella dell’Italicum, concentrava il potere nelle sue mani per promuovere l’autarchia.

Oggi banche e multinazionali non hanno residenza se non in paradisi fiscali. Esse impongono trattati come il TTIP che avranno la conseguenza di avvelenarci senza neppure un ritorno in chiave di lavoro o di ricchezza. Trattati come questo vanno sottoscritti in fretta, prima che l’opinione pubblica si opponga e prima che si formi un’opposizione parlamentare.

L’eutanasia dell’opposizione perseguita da Renzi in vari modi ed oggi con la riforma elettorale, ha questo scopo. «Lasciatemi lavorare» significa: lasciatemi decidere senza controllo, affidando il paese a chi ritengo opportuno.

Questo sistema di governo in cui apparentemente il potere è affidato al popolo, ma il popolo è di fatto esautorato di ogni potere si chiama post-democrazia.

Ecco, con la riforma costituzionale, siamo chiamati a ratificare una post-democrazia di fatto per trasformarla in una post-democrazia di diritto.

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USA - La mattanza dei neri. Stavolta è accaduto a Los Angeles

Questa volta è stata la polizia di Los Angeles ad uccidere un 18enne afroamericano per non essersi fermato a un posto di controllo.

Il giovane nero, è stato identificato come Carnell Snell Jr., secondo la polizia era armato, ma i residenti non confermano, scrive il Los Angeles Times. I poliziotti hanno riferito di aver cercato di fermare un'auto perché poteva essere rubata, ma quando il guidatore non si è fermato hanno iniziato l'inseguimento. Il veicolo si è poi fermato qualche isolato più in là e sono usciti due passeggeri che si sono diretti in due diverse direzioni. Gli agenti hanno fermato uno dei due, Snell, che è poi morto per i colpi d'arma da fuoco esplosi contro di lui. La sorella di Carnell, la diciassettenne Trenell Snell, ha raccontato che si trovava fuori con amici quando ha visto il fratello maggiore scappare dalla polizia e poi di aver sentito tre spari. Dopo essersi buttata a terra e rialzata ha visto il fratello a terra senza vita. I parenti del ragazzo hanno spiegato che è stato ucciso proprio vicino la sua casa.

La polizia non ha ancora spiegato esattamente cosa sia successo al momento degli spari e un portavoce della polizia di Los Angeles ha parlato di una pistola trovata sulla scena. Il secondo uomo uscito dall'auto non è stato trovato. Quando la notizia della sparatoria si è diffusa decine di attivisti e abitanti della zona si sono riuniti in strada per protestare contro la polizia. La madre di Snell, Monique Morgan, e altri famigliari si sono riuniti vicino alla zona delimitata dalla polizia e hanno chiesto di poter vedere il corpo del 18enne.

Un nero ucciso dalla polizia a Los Angeles, quattordici anni dopo la rivolta per la mancata condanna dei poliziotti che massacrarono l'afroamericano Rodney King, può essere l'episodio scatenante di una nuova fase di escalation nelle città degli Stati Uniti.

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Ungheria. Il referendum anti-immigrati non raggiunge il quorum

Non è stato raggiunto il quorum nel referendum contro gli immigrati voluto dal governo di destra del premier Orban. Ma dai primi exit poll risulterebbe che la maggioranza di quelli che sono andati a votare ha sostenuto le posizioni del governo.

Il presidente dell'Ufficio elettorale nazionale ungherese (Nvi), Andras Patyi, ha detto in tv che il referendum in Ungheria sulla ripartizione dei migranti nell'Ue non ha raggiunto il quorum del 50%.

Parlando al telegiornale della sera, Patyi però non ha fornito cifre riservandosi di annunciarle più tardi. Nel frattempo un istituto demoscopico vicino al governo, Nezopot, ha pubblicato un exit-poll secondo il quale – con 3,2 milioni di preferenze – il 'no' ha ottenuto il 95% dei voti validi al referendum sui migranti in Ungheria mentre i si' sarebbero stati appena 170 mila (5%). "Non importa se il referendum risulterà valido o meno: conseguenze giuridiche ci saranno comunque.

"L'importante è che i no siano maggioranza" ha detto il premier ungherese Viktor Orban recandosi a votare al seggio nel suo quartiere a Budapest. Il referendum era stato voluto dal premier Viktor Orban che mal digerisce l'ingerenza dell'Unione Europea sia sulle quote di immigrati da accogliere sia in materia di competenza degli Stati e la violazione della sovranità nazionale.

Insomma con o senza legittimazione nel referendum il governo ungherese intende mantenere le sue posizioni contro l'ingresso degli immigrati nel paese.

Il fatto che i risultati delle elezioni o dei referendum stiano diventando irrilevanti è ormai una tendenza diffusa nei paesi europei.

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