Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/09/2017

Casa, proprietà privata e legge. Magistratura nel pallone

Per una singolare coincidenza temporale, il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, nonché – quattro anni fa – magistrato che richiese il sequestro preventivo dello stabile di Piazza Indipendenza, a Roma, teatro della violenta azione poliziesca arrivata sui media di tutto il mondo, è stato intervistato dal Corriere della Sera sullo scottante rapporto tra diritti e legalità.

Nella stessa giornata, noi ben più poveri giornalisti di Contropiano, pubblicavamo l’intervento del vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena, sullo stesso tema. In particolare proprio sulla questione del diritto ad avere un’abitazione in cui raccogliere la propria famiglia, in qualche misura indipendentemente dall’entità dal reddito.

Il titolo del Corriere è decisamente classista: Albamonte: «Dobbiamo tutelare il diritto alla proprietà. Noi non siamo toghe con l’eskimo». Dobbiamo dire che il discorso svolto dal giudice Albamonte è meno volgare e tranchant del titolo, ma il problema è squadernato in modo molto netto, e crediamo sia corretto riportarlo per intero, senza le inutili forzature tipiche delle citazioni:
«Il diritto alla casa non è rivendicabile davanti a un giudice, a differenza del diritto di proprietà, e noi da questo non possiamo prescindere. Anche perché c’è il rischio di una ulteriore deresponsabilizzazione della politica e della pubblica amministrazione, che invece sono chiamati a farsi carico, ad esempio, del diritto alla casa. La sicurezza sociale non può essere ridotta a un problema di ordine pubblico in capo alle forze dell’ordine, come dice il capo della polizia; allo stesso modo non si possono caricare sulla magistratura scelte che spettano alla pubblica amministrazione e agli enti locali».
In sostanza, Albamonte sposa l’impostazione istituzionale già esplicitata dal capo della Polizia, Franco Gabrielli, intervistato pochi giorni fa dallo stesso giornalista – Giovanni Bianconi, sicuramente una delle firme più lucide e indipendenti su temi scivolosi come questo. In buona sostanza: i problemi sociali debbono essere affrontati e risolti dalla classe politica (governo e amministrazioni locali), ai magistrati compete esclusivamente il controllo della legalità positiva (le leggi che esistono in questo momento), così come alla polizia spetta solo il compito di far rispettare le decisioni della politica e le sentenze della magistratura.

In questo non c’è nulla di reazionario, dobbiamo dire, si tratta della pedissequa riproposizione dello schema liberal-democratico astratto. Semmai, si evidenzia in entrambi i casi una esplicita insofferenza per una classe politica ignobile che – non sapendo o volendo affrontare i problemi sociali – li scarica addosso a polizia e magistratura. Obbligando la prima a prendere decisioni “politiche” in materia di ordine pubblico (e, se ci sta di mezzo il commissario “spezzabraccia”, succede un disastro), e la seconda a forzare l’interpretazione dei testi legislativi per non far esplodere il contenuto delle leggi – questo sì, molto spesso socialmente reazionario e classista – di fronte a sofferenze sociali che solo una bestia può far finta di non vedere.

Il titolista del Corriere – dovrebbe esser noto che nei giornali più grandi è un mestiere a parte, che spesso passa sopra il testo degli articoli – coglie però la contraddizione non detta di questa astratta “correttezza istituzionale” di Albamonte per piazzare la propria impostazione ideologico-padronale: “il diritto alla proprietà” è l’unico diritto garantito dalla legislazione esistente, dunque è anche l’unico che la magistratura (e la polizia) devono difendere.

E in effetti la legislazione esistente non prevede in nessun luogo un diritto alla casa. Un “legalitario” ottuso, o un reazionario conseguente (finiscono per coincidere, sapevatelo...), ne può trarre dunque la conclusione che le occupazioni di immobili, a qualunque fine (abitativo, sociale, culturale, ecc), sono “semplicemente dei reati che vanno perseguiti”. Un politico di media intelligenza, di qualsiasi orientamento ideologico, sa invece che è suo preciso compito comprendere il modificarsi o il venire alla luce di bisogni sociali irrisolti o di nuova formazione, predisponendo gli strumenti legislativi e amministrativi per affrontarli.

L’esempio delle occupazioni di case a fini abitativi, a Roma, torna davvero utile. Si tratta di una pratica sociale esistente di fatto dalla Liberazione in poi, sostenuta prima da Cgil e Pci, poi soprattutto dai gruppi extraparlamentari di sinistra (i fascisti hanno occupato degli immobili a loro volta, ma per tutt’altri scopi, molto più “privati”), infine da movimenti specifici. Stiamo parlando, attualmente, di circa 5.000 persone abitanti in stabili occupati. Una goccia nel mare dei 3 milioni di residenti nella capitale, specie a fronte dei 200.000 appartamenti vuoti censiti dagli specialisti. Sindaci come Petroselli, Argan, Vetere, ma anche qualcuno meno intelligente, risolvevano un problema di queste dimensioni una volta al mese, a dir poco. Qui, dopo quattro anni e tre amministrazioni, siamo magicamente al punto di partenza, con 800 persone buttate per strada.

Le responsabilità della politica – nazionale e locale – sono evidenti. A sentire le varie dichiarazioni: a) non si possono costruire nuove case popolari perché le regole europee lo impedirebbero (Francia e Germania vantano una quota di edilizia residenziale pubblica vicina al 40%, l’Italia è scesa sotto il 2); b) non si possono requisire immobili invenduti dei palazzinari perché “bisogna rispettare la proprietà privata”; c) per lo stesso motivo, non si possono consentire le occupazioni. Messa così, non solo non esiste una soluzione possibile per un’”emergenza abitativa” di piccolissime dimensioni, ma nessuno ha il compito di risolvere il problema. “Devono sparire”, riassumeva il sempre sbrigativo “commissario Spezzabraccia”.

Albamonte (e prima di lui Gabrielli) provano a rompere il giochino, rifiutando il carico che la classe politica getta loro addosso ogni giorno in tutto il paese.

Ma lo fanno in un quadro concettuale e politico che di fatto li porta – volenti o nolenti (e Albamonte risulta addirittura un esponente di Magistratura democratica) – nel campo della reazione.

Perché al di sopra della legge esistente (l’insieme delle leggi approvate) c’è la Costituzione nata dalla Resistenza. La quale, come ricorda Paolo Maddalena, a differenza dello Statuto albertino, che tutelava i poteri del proprietario privato, tutela innanzitutto e soprattutto la “dignità della persona umana”, e, quindi, “i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia come membro delle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2 Cost. che, si badi bene, parla di “uomo” e quindi non solo di “cittadino”)”.

Scrivere, come fa l’anonimo titolista del Corriere, in parte avallato da Albamonte, che l’unico diritto da difendere sia quello della “proprietà privata”, ci riporta appunto indietro di un secolo (alla faccia della “modernità”...), ossia a quel “modello sabaudo” che vien fuori da ogni decisione politica e poliziesca di questi tempi.

In pratica, ricorda Maddalena, questa classe politica opera come se fosse stato cancellato l’art. 41 della Costituzione, secondo il quale: “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

In punta di diritto, dunque (ed è paradossale che tocchi a dei militanti comunisti doverlo ricordare al presidente dell’Anm), se è vero che “Il diritto alla casa non è rivendicabile davanti a un giudice”, quello stesso magistrato ha tutta l’autorità e gli strumenti per interrogare la Corte Costituzionale sulla assurda situazione in cui si è venuto a trovare: quella di dover “tutelare un diritto” – costituzionalmente garantito, ma purché non rechi danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana – calpestandone però molti altri che sono pure garantiti dalla Costituzione, ma non dalle leggi esistenti.

La posizione di Albamonte e Gabrielli, al dunque, diventa quella di Ponzio Pilato. Ne sono comprensibili le ragioni (chiamare “la politica” alle proprie responsabilità), ma sicuramente non le modalità e le conseguenze.

Su questo lasciamo volentieri la parola al costituzionalista Maddalena:
l’art. 2 Cost. oltre a “riconoscere e garantire” i “diritti inviolabili dell’uomo” (tra i quali c’è il diritto all’abitazione: vedi l’art. 47 Cost., letto secondo l’interpretazione da tempo data dalla giurisprudenza costituzionale), impone anche “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, per cui, nel caso in esame, l’Autorità competente si trova a dover stabilire se far prevalere l’interesse economico della multinazionale che vuole sempre maggiori guadagni, oppure la “dignità di persone” economicamente debolissime, senza la minima possibilità di procurarsi un alloggio e in uno stato di necessità, assolutamente inconfutabile. La risposta, ovviamente, è insita nella stessa proposizione del problema.
Ogni organo dello Stato, insomma, dovrebbe esser consapevole di questa perenne tensione tra norme costituzionali e leggi esistenti. Limitarsi a dire “il mio compito è solo questo” (rispettando dunque solo il dettato formale della legge) è già un muoversi su un terreno anti-costituzionale. Per essere più chiari: “a termine della vigente Costituzione repubblicana, non è giuridicamente possibile gettare intere famiglie sulla strada, per tutelare un presunto diritto di una multinazionale a compiere attività puramente lucrative”. Milena Gabanelli può non saperlo, Albamonte deve.


Non si tratta dunque di indossare l’eskimo o la grisaglia, ma di mantenere in vita la dignità morale dell’essere che ci cammina dentro. Infondo, ricordiamo sempre, anche le leggi razziali fasciste e i campi di concentramento nazisti erano “perfettamente legali”. Ma non per questo chi li gestiva venne perdonato dalla Storia e dagli uomini.

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Californication

Occupazione: tutte le nuove assunzioni sono precarie, la ripresa è una fake news

Renzi e Gentiloni vantano il loro milione di posti di lavoro e lo dicono merito del Jobsact. A questa propaganda di regime, che usa le stesse cifre storiche di Berlusconi, si contrappongono tre semplici verità:

1) In tutto il mondo c’è una ripresa economica, molto fragile secondo tanti economisti, ma reale. Negli USA il PIL è cresciuto del 3% , in GB di oltre il 2, così Germania e Francia. La crescita dell’1,3% del PIL dell’Italia è quindi una delle più basse e comunque segue un’onda generale, quindi il Jobsact non c’entra nulla, altrimenti saremmo cresciuti più degli altri e non meno. In ogni caso dopo una lunga recessione e stagnazione questa ripresa né in Italia né nel resto del mondo è solida, anche perché non una delle cause economiche e finanziarie che hanno provocato la crisi è stata rimossa.

2) Se è vero che si è raggiunto il numero di occupati del 2008, come qualità questa occupazione è molto diversa. TUTTE le nuove assunzioni sono precarie, non solo i contratti a termine, ma anche quelli formalmente a tempo indeterminato. Non bisogna mai dimenticare infatti che con il Jobsact è stato abolito l’articolo 18 per tutte le nuove assunzioni, quindi chi entra al lavoro con contratto a tempo indeterminato può essere licenziato in qualsiasi momento, senza possibilità di reintegra. Quindi i 23 milioni di oggi sono composti da una percentuale molto più alta di precari reali di quelli del 2008. E inoltre una parte di essi è formata da chi È COSTRETTO a restare al lavoro dalla legge Fornero. Se poi dovessimo misurare le ore lavorate, scopriremmo che molti dei nuovi assunti fanno orari ridotti di super sfruttamento, cioè fanno lavori di poche ore settimanali pagati ancora meno, sono poveri che lavorano, al di sotto della dignità costituzionale del lavoro. Gli occupati poveri, precari, anziani di oggi stanno assieme al doppio di disoccupati ufficiali rispetto a ieri. Nel 2008 il tasso di disoccupazione ruotava attorno al 6%, oggi sta tra l’11 e il 12%. Un esercito salariale di riserva enorme, che inevitabilmente porta ad un drastico abbassamento dei salari, soprattutto nel mondo dei servizi, delle cooperative, nell’agricoltura, nelle esternalizzazioni. In sintesi i 23 milioni di occupati di oggi sono la fotografia del massacro sociale che ha colpito i 23 milioni di lavoratori del 2008.

3) Per realizzare questo obiettivo il governo Renzi ha speso dai 15 ai 20 miliardi di incentivi alle imprese e quello Gentiloni vuole aggiungere la sua nuova quota. Qui bisogna affermare una verità che stranamente i governanti cultori del mercato dimenticano. Nessuna impresa assume lavoratori di cui non abbia bisogno, neppure se il governo dà un bel premio per ognuno di essi. Così i miliardi del Jobsact sono andati ad imprese che in gran parte quelle assunzioni le avrebbero fatte COMUNQUE. Sono stati un regalo ai profitti aziendali e non alla occupazione.

Nessuno dei soldi pubblici spesi ha creato nuovo lavoro, in ossequio alla ideologia liberista per cui lo stato non deve investire in proprio, ma finanziare il mercato. Tutto questo ha drogato il mercato del lavoro che si è abituato agli incentivi, per cui se ci fosse una nuova fermata produttiva la catastrofe sarebbe enorme, anche perché, come si è detto, tutti i nuovi assunti sono precari o licenziabili in qualsiasi momento.

In sintesi la ripresa della occupazione, l’uscita dalla crisi sociale, sono una gigantesca fakenews, che come tutte le altre che il pensiero unico ci impone, servono ad ingannare milioni di persone povere e sfruttate, facendo loro credere che la crisi è vicina alla sua fine e che se c’è qualche intoppo è solo colpa dei migranti e magari anche dei furbetti del cartellino.

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Roma. L'”aggressione ai bambini” era falsa, quella ai rifugiati è vera



I fascisti pescano nel torbido, si sa. E quando il torbido non c’è, se lo inventano. Con quattro soldi, pescando nel lumpenproletariat metropolitano, nella disperazione che nasce da povertà, disoccupazione, tossicodipendenze, esistenze al margine.

La storia della “madre inferocita con i migranti” ospitati nel centro d’accoglienza di Tiburtino Terzo, a Roma, che avrebbero lanciato sassi verso i suoi figli, aggredendo lei stessa, è una completa invenzione. Era avvenuto lo stesso un paio di anni fa, a Lunghezza, con una autista d’autobus notoriamente di destra che si era inventata un’aggressione di “extracomunitari” alla fermata.

I fasciorazzisti alla testa dell’assalto a centro della Croce Rossa

Nicht, non c’è mai stata, una bufala in piena vita reale, non online. “Leggende metropolitane”, voci incontrollabili, testimonianze inattendibili... la storia è piena di eventi reali – anche di grande rilevanza – condizionati da informazioni false, fraintendimenti, fake news costruite dal potere o da mestatori di professione.

Sta di fatto che per questa bufala c’è un essere umano, un migrante ospitato nel centro sotto assalto, all’ospedale per una coltellata.

Sta di fatto che per questa bufala un pezzo degli abitanti di un quartiere si è fatto trascinare da qualche pezzo di merda fascista – perfettamente consapevole di star lavorando sul falso – in una protesta che poteva essere anche più pericolosa.

Sta di fatto che per questa bufala la malapianta del conflitto razziale è stata alimentata proprio nel contesto preferito dal potere, in modo da fomentare la più suicida delle “guerre tra poveri”.

Va perciò pubblicizzata al massimo, in ogni settore di movimento e soprattutto nei quartieri popolari, questa ricostruzione definitiva della vicenda. E’ tutta un’invenzione.

Ce ne saranno altre, più numerose ogni volta che si riuscirà a dimostrare che i migranti sono un pezzo essenziale del “nostro mondo”, tanto quanto lavoratori, disoccupati, studenti, precari, pensionati, ecc. Ogni divisione è un regalo al nemico. Per questo usa i fascisti, le spie, gli infiltrati, i corrotti: per moltiplicarle.

p.s. Nonostante tutto, infatti, i fascisti insistono nel cercare lo scontro su quel territorio: http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/17_settembre_02/croce-rossa-migranti-bloccati-chiesa-fuori-gruppi-estrema-destra-1a93cd00-900b-11e7-90ab-5e72a21f32c7.shtml.

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Migrante ferito, indagata la zia del 12enne: «Si è inventata tutto». Blitz di destra, migranti bloccati in chiesa

Pamela Pistis aveva raccontato di un presunto lancio di pietre contro il nipote 12enne e di essere stata sequestrata e picchiata dai profughi dopo averlo difeso, scatenando la rabbia del quartiere. Ora è accusata di lesioni aggravate. Denuncia della Croce rossa

di Fulvio Fiano – Corriere della Sera

La recita della “madre” a beneficio dei giornalisti.
Tutta un’altra storia. Pamela Pistis la 36enne che ha innescato l’assedio al centro della croce rossa al Tiburtino sostenendo di essere stata rapita da un eritreo dopo essere intervenuta a difesa di suo nipote, si è inventata tutto. E ora è iscritta nel registro degli indagati della procura di Roma con l’accusa di lesioni aggravate dall’uso di arma. Nello specifico,si tratta di un tondino, un pezzo di ferro di quelli usati nell’edilizia, con il quale ha ferito il 40enne eritreo Yacob, in via del Frantoio. L’iscrizione è avvenuta sulla base di una informativa dei carabinieri consegnata sabato al pm Alberto Galanti, nella quale si spiega che non c’è stato il presunto rapimento e che anche le ferite lamentate dalla donna sarebbero antecedenti ai fatti. Anzi, l’unico colpo da lei ricevuto è uno schiaffo del compagno arrivato in un secondo momento per allontanarla dal luogo della lite. La donna ha precedenti, recenti, per furto.

Gli accertamenti scientifici

Il quadro ormai chiaro manca di un’ultima conferma sull’arma che la donna avrebbe raccattato da terra. Per questo il pm ha conferito un doppio incarico: al medico legale per accertare la compatibilità col tondino delle ferite riportate da Yacob, e ai carabinieri del ris per i rilievi sull’oggetto. Yacob, 40 anni con disturbi mentali, è stato ferito alla schiena, ed è stato ricoverato in ospedale con una iniziale prognosi di 30 giorni. Ascoltato dai carabinieri, ha negato di aver lanciato sassi contro i bambini che erano in strada, figli e nipoti della donna ora indagata. Il ferimento, secondo quanto finora emerso, tra testimonianze discordanti, sarebbe nato dopo la richiesta di una sigaretta fatta da Pamela all’eritreo e davanti alla risposta negativa di Yacob, la donna avrebbe reagito colpendolo (in un’altra testimonianza a ferire l’eritreo sarebbe stato il nipote 12enne di Pamela ndr.). In realtà l’uomo avrebbe solo simulato il lancio di un oggetto per allontanare i ragazzini che lo prendevano in giro.

Il malumore del quartiere

Poi il parapiglia tra un gruppo di migranti e un gruppo di residenti giunti a sostegno della donna che lamentava di essere stata «sequestrata» dagli immigrati. Circostanza, questa, smentita dalla Croce rossa e da diversi testimoni. Ne è nato comunque un assedio dei residenti alla struttura del quartiere Tiburtino III, alla periferia est della Capitale. Il presidio umanitario di via del Frantoio, gestito dalla Cri è da tempo al centro di proteste da parte dei residenti che mal sopportano la presenza dei richiedenti asilo.

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A forza di “morire prima”, l’aspettativa di vita cala...

La demografia è una disciplina scientifica con pochi aficionados. Forse perché, mettendo insieme la somma delle conseguenze derivanti da scelte politiche, sistema economico, evoluzione antropologicica, dunque gli stili di vita e anche le scelte individuali, ci mette di fronte a un film che ci sbatte in faccia – tutte connesse tra loro – le follie che andiamo combinando.

Pochi hanno ripreso un articolo del prof. Gian Carlo Blangiardo, ordinario di demografia all’università Bicocca di Milano, apparso su L’Avvenire una ventina di giorni fa. Quell’articolo, infatti, dipinge un quadro horror del futuro prossimo di questo paese, con dinamiche negative cui nessuno – neanche il prof in questione o i vescovi italiani, editori di quel giornale – sa dare risposte efficaci.

Il quadro è così sintetizzabile: aumentano i morti e diminuiscono le nascite. Non ci vuole uno scienziato per dedurne che la popolazione “indigena” (compresi gli immigrati regolarizzati) cala.

Di quanto cala? I dati Istat relativi al primo trimestre 2017, su cui ha lavorato Blangiardo, sono devastanti: +15% i morti (rispetto al primo trimestre 2016), -2,6% le nascite. In termini assoluti è ancora più chiaro: 192.000 decessi in più a fronte di sole 112.000 nuovi nati. Sono 80.000 persone in meno, in appena tre mesi.

Peggio ancora. Il numero delle nascite è il più basso dall’unità d’Italia (1862), mentre il numero dei morti è quasi uguale a quello del 1944 (anno di guerra sul nostro territorio, con i tedeschi al nord e gli americani al centro-sud). Proprio il confronto aumenta la drammaticità di una situazione di cui nessuno si vuole occupare seriamente.

Non è la prima volta che accade: anche nel 2015 si era registrato un aumento dei decessi percentualmente simile (+14,9%), ma in molti lo avevano sbrigativamente derubricato ad “evento eccezionale”, praticamente irripetibile.

E infatti...

Si sa – ce lo dicono tutti i giorni – che la struttura demografica nazionale è da diversi decenni squilibrata, con un numero di anziani progressivamente maggiore delle generazioni più giovani, al contrario di quel che avveniva fino agli anni ‘60. E ce lo ripetono soprattutto per dirci che bisogna lavorare sempre di più, aumentando l’età lavorativa perché aumenta l’aspettativa di vita.

La sproporzione mostruosa tra morti e nascite ha però un effetto statistico inatteso: diminuisce l’aspettativa di vita. Dunque anche i meccanismi automatici inventati per rinviare indefinitamente l’età pensionabile vanno a farsi friggere. O almeno risultano assolutamente indifendibili. Non solo perché impediscono ai più giovani di trovare spazio nel mercato del lavoro, ma perché sono falsi. Con buona pace di Tito Boeri e di tutti gli altri professorini del taglio alle pensioni che, dal governo Dini in poi, si erano scatenati in schemini previsionali in cui le “aspettative di vita” crescevano indefinitamente nel tempo. Un po’ come nella finanza “creativa” o nelle proiezioni di borsa, in cui le controtendenze non esistono mai...

Ma questi schemini idioti sono falsi soprattutto perché l’alto numero di morti non riguarda soltanto – com’è fisiologico – i più anziani, ossia quelli già oltre la media delle “aspettative di vita” (83,49 anni, nel 2015), ma anche quelli al di sotto di quella soglia. Le ragioni dell’aumento dei decessi non sono quindi rintracciabili soltanto nell’invecchiamento della popolazione – se fosse così, spiega il prof. Blangiardo, avremmo avuto un aumento del 3%, invece che del 15 – ma vanno per forza cercate nelle peggiorate condizioni di vita. Che per gli anziani significa soprattutto maggiori difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari, livello infimo delle pensioni medie (la stragrande maggioranza è al di sotto dei 1.000 euro al mese).

Lo conferma lo stesso demografo, inperpellato dal Corriere della Sera: «Sì, credo che stia emergendo una debolezza del sistema sanitario, di cui fanno le spese i soggetti più deboli, a partire dagli anziani».

Le proiezioni demografiche sull’anno in corso, se si confermasse la tendenza dei primi tre mesi, descrivono un saldo negativo di 346.000 cittadini. Cifre da 1944, appunto.

E qui cause e rimedi andrebbero individuati con precisione, cosa che invece nessuno fa.

I cattolici (compreso il prof in questione) fanno grande o disperato affidamento sulle “politiche per la famiglia”, auspicando provvedimenti a favore della voglia di “genitorialità”. Il governo tace, il sistema delle imprese ovviamente se ne frega (l’identità etnica dei lavoratori è per loro indifferente, fino a quando non si innescano conflitti anche su questo piano, cui reagiscono in genere scappando da un’altra parte).

Ma anche i “singoli cittadini” astrattamente intesi se ne fregano ampiamente. Com’è giusto che sia, ognuno fa le proprie scelte di vita in modo (presuntamente) indipendente; ossia all’interno di un sistema economico che rende possibili certe cose e ne impedisce altre.

L’individualismo fomentato dalla cultura dominante ha un suo peso, ma tutto sommato relativo. Puoi decidere di far figli oppure no come libera scelta se hai un reddito oltre una certa soglia, altrimenti cadi sotto la mannaia di una condizione salariale ormai – proprio per i giovani, ossia quelli che i figli potrebbero anche farli – al di sotto del livello di riproduzione (tradotto: salari così bassi che non bastano a mantenere il lavoratore, figuriamoci una famiglia).

Con i 6-800 euro che si vedono offrire per la maggior parte dei lavori precari, che diavolo di progetti di vita possono fare?

Riassumiamo sinteticamente, scusandoci per la schematicità: i giovani non possono “riprodursi” (sono disoccupati, al 35,5%, hanno salari-mancia e discontinui, ecc), gli anziani sono spinti verso una morte anticipata e costretti a restare al lavoro sempre più a lungo (il programma che abbiamo da anni chiamato “dovete morire prima“, vedi qui, qui e qui), aumentano i residenti che emigrano e neanche gli immigrati ci vedono più come un approdo appetibile.


Come si vede, la demografia è una materia che “risulta” da molte altre, ma che ce le ripresenta senza scuse. Provate a chiedere a un governante o a un imprenditore una risposta concreta al problema. E li vedrete correre, in silenzio...

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Si prospettano scenari ucraini... 

02/09/2017

Le palle sull’occupazione. I tecnici smontano la propaganda Pd

I dati Istat, grazie ai “criteri europei”, da fonte di certezza sono diventati materia di interpretazione. Abbiamo già espresso la nostra analisi ieri, radicalmente opposta a quella governativa e renziana, ma anche più “nel merito” delle sciocchezze sparate dalla destra “di opposizione”.

Un paio di analisi indipendenti confermano in pieno il nostro giudizio e ve le sottoponiamo per aiutarvi a districare la materia (come fanno ad aumentare contemporaneamente gli occupati e i disoccupati?).

Il primo è un contributo di un analista della stessa Istat, che spiega come vengono fatti i calcoli.

Il secondo è addirittura di un economista neoliberista, che straccia la propaganda renziana rivelandola per quel che è: palle.

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Gli aggregati del mondo del lavoro sono 3:

– occupati (chi lavora);

– disoccupati (chi non lavora ma sta cercando lavoro ed è disponibile a cominciare, difatti come sinonimo si usa “persone in cerca di occupazione”);

– inattivi (chi non lavora e non sta cercando o non è subito disponibile).

Rispetto ai tassi:

– il tasso di occupazione è: occupati/(OCC+DIS+INA);

– il tasso di disoccupazione invece è: disoccupati/(OCC+DIS).

Rispetto al comunicato di ieri (30/8):

– fra giugno e luglio 2017 si stimano 59mila occupati in più (un +0.3%), ma anche 61mila disoccupati in più (+2%). Quindi gli inattivi diminuiscono (-115mila) perché ci sono tanto più occupati quanto più disoccupati; ma l’aumento dei disoccupati è relativamente più marcato.

– altro aspetto rilevante è che gli occupati in più non sono “nuovi posti di lavoro”: sono persone over 50 che non possono andare in pensione per via della riforma Fornero. Anche il comunicato Istat lo dice, ma le agenzie non lo hanno rilanciato: dice che “la crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,3%, +65mila)... si concentra esclusivamente tra gli over 50”.

Infine: aumenta il peso relativo dei tempo determinato fra gli occupati.

Quindi il lancio del PD sulla riuscita del Jobs Act è triplamente una bufala: tra i contratti di nuova stipula prevalgono i tempi determinato rispetto al tutele crescenti (perché le imprese aspettano i nuovi sgravi all’assunzione); parte preponderante degli occupati in più sono in realtà over 50 a cui non è consentito andare in pensione (sarebbero diventati inattivi, secondo la classificazione di prima); i disoccupati sono aumentati in maniera veramente significativa, ma solo in questo mese.

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Lavoro, la condizione bipolare degli over 50

Mario Seminerio – http://phastidio.net

Pubblicato da Istat il rapporto sul mercato italiano del lavoro in luglio. Non contiene informazioni sconvolgenti ma la conferma di alcune tendenze in atto, che andiamo a riepilogare rapidamente, anche per fare il punto sullo stato della congiuntura, oltre che della propaganda.

Per farvela assai breve, in punta di tweet: il tempo indeterminato ha smesso di crescere, peraltro non da oggi. Il tempo determinato è incontrastato padrone del campo della ripresa congiunturale:



Con una complessa inferenza, non è chiaro quindi dove stia esattamente il merito del Jobs Act, che pare sia stato introdotto per contrastare il ricorso a forme contrattuali precarie:



Sarebbe sciocco negare l’evidenza di una espansione congiunturale, che tuttavia in questo momento coinvolge robustamente l’intera Eurozona. Pare quindi che il nostro paese sia passato dal guardare nell’abisso a fissarsi l’ombelico. Un oggettivo progresso.

Ma il fatto del mese (o anche dell’anno) emerge dalla correzione per la demografia dei dati. In altri termini, si prende in considerazione l’evoluzione numerica delle coorti anagrafiche per derivare il tasso di occupazione. Si tratta di stime, a partire dal dato del censimento, quindi suscettibili di revisione anche tardiva, ma accettiamole.



Da esse si evince che il tasso di occupazione è in aumento per ogni coorte anagrafica, il che è positivo e confortante. Colpisce tuttavia il forte aumento del tasso di disoccupazione tendenziale per gli over 50, anch’esso corretto per la demografia. Come si legge questo +15,4% di disoccupati over 50 nell’ultimo anno, se da molto tempo si osserva un aumento del numero di occupati di questa coorte? In modo molto semplice: la crescita di occupati della coorte è frutto della permanenza al lavoro prodotta dalla legge Fornero. Ma gli over 50 perdono anche il lavoro, e sono costretti a tornare a cercarlo, visto che oggi sono venute meno molte vie d’uscita pensionistiche anticipate in caso di perdita di occupazione in “tarda” età lavorativa. Quanto al persistente calo degli inattivi, abbiamo detto.

Detto in parole povere: gli over 50 non sono assunti grazie al meraviglioso Jobs Act ma restano trattenuti sul lavoro, alzando gli stock degli occupati a tempo indeterminato. Non è difficile da capire, se solo ci si sforzasse di usare la logica.

Logica? What’s logica?

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Torino 1917: la rivolta del pane


E’ trascorso pressoché sotto silenzio il centenario della “rivolta del pane” di Torino svoltasi drammaticamente nei giorni di agosto 1917.

Si trattò, invece, di un episodio assolutamente da ricordare intendendolo quale espressione di una capacità di mobilitazione contro la guerra che era davvero difficile da esprimere in quel momento da parte del proletariato.

La “rivolta del pane” si può considerare anche quale primo effetto, in Occidente, della rivoluzione in quel momento in corso in Russia.

E’ allora il caso di esaminare, sia pure sommariamente, quell’avvenimento riassumendo il commento possibile nella sola antica frase “Ribellarsi è giusto” che, allora come oggi, non è mai apparsa così calzante rispetto alla situazione sociale e politica.

Che la memoria continui a insegnare! E’ questo il modesto messaggio che, personalmente, mi piacerebbe poter esprimere ricordando quelle giornate.

A Torino, nell’estate del 1917, i problemi economici e le difficili condizioni in cui si trovavano a lavorare la maggior parte dei proletari italiani sfociarono in una serie di rivolte che assumeranno anche un carattere antimilitarista contro la guerra in atto.

Il mancato rifornimento di farina del 22 agosto 1917 fu il varco attraverso il quale le dimostrazioni per il pane si tramutarono in moti antimilitaristi che durarono circa una settimana.

Il 23 agosto gli scontri si fecero più violenti. In vari punti della città, i rivoltosi si fronteggiarono con le forze di polizia e dell’esercito. I teatri degli scontri più aspri e violenti furono Borgo San Paolo, la Barriera di Nizza e la Barriera di Milano (quartiere in cui vi era una fortissima presenza di anarchici, tra cui Maurizio Garino, Italo Garinei e Pietro Ferrero).

Le rotaie dei tram vennero divelte, furono erette barricate in diversi punti della città e molti negozi vennero saccheggiati. In Barriera di Milano, un gruppo di anarchici costituì un centro organizzativo della sommossa. Alla fine della giornata si contarono 7 dimostranti uccisi dalle forze dell’ordine, 37 feriti e 200 arrestati.

Il giorno seguente, 24 agosto, gli scontri continuarono, ma questa volta l’esercito passò a una ancor più dura controffensiva. Alla fine della giornata si contarono 24 dirigenti del PSI arrestati insieme ad un migliaio di operai e dimostranti vari.

Da martedì 28 agosto furono sedate le rivolte e le autorità poterono annunciare che «l’ordine regnava a Torino».

Il bilancio finale fu di circa cinquanta morti fra i rivoltosi, circa dieci fra le forze dell’ordine e circa duecento feriti; vi furono un migliaio di arrestati; di essi, varie centinaia furono processati per direttissima e condannati alla reclusione in carcere.

Tra il giugno e l’agosto del 1918 ebbe luogo, avanti al Tribunale Militare di Torino, un ulteriore processo che vide imputati dodici dirigenti socialisti e un anarchico. Dalle risultanze processuali emerse che la rivolta era stata spontanea e non era frutto di nessun complotto. Ciononostante, sei degli imputati (fra i quali il leader socialista Giacinto Menotti Serrati, che si era recato a Torino durante la sommossa rimanendovi però un giorno solo) furono ritenuti dal Tribunale “autori morali della sommossa” e perciò condannati a pene detentive varianti fra i tre e i sei anni.

Durante i giorni della rivolta, la folla cantava un ritornello che poi divenne famoso:

«Prendi il fucile e gettalo (giù) per terra,
vogliam la pace, vogliam la pace, vogliam la pace, mai vogliam la guerra!»
A Torino l’opposizione alla guerra era stata vivissima fino dal 1914 sia per la presenza di un proletario operaio combattivo e radicale (il grande sciopero del maggio 1915 lo aveva dimostrato), sia perché la grande, media e piccola borghesia era stata nella grande maggioranza giolittiana e neutralista. Inoltre a Torino avevano avuto scarsa fortuna i piccoli borghesi dannunziani e nazionalisti.

La “rivolta del pane” fu occasione d’intervento e di riflessione per Antonio Gramsci che scriverà nel 1920:
“Invano avevamo sperato nell’appoggio dei soldati; i soldati si lasciarono trarre in inganno che la rivolta fosse stata provocata dai tedeschi... Le donne operaie e gli operai che insorsero nell’agosto a Torino, che presero le armi, combatterono e caddero come eroi, non soltanto erano contro la guerra, ma volevano che la guerra terminasse con la disfatta dell’esercito della borghesia italiana e con una vittoria di classe del proletariato”
Nel 1917 Gramsci lavorava come giornalista in un quotidiano socialista di Torino, Il Grido del Popolo, e collaborava con l’edizione piemontese dell’Avanti!

Il 5 agosto 1917 era arrivata a Torino una delegazione dei soviet russi, della quale facevano parte fra gli altri Josif Goldemberg e Aleksandr Smirnov. Il viaggio era stato autorizzato dal governo italiano, che sperava che il nuovo governo russo proseguisse l’impegno bellico contro la Germania. Dopo aver incontrato i delegati russi, i socialisti italiani espressero la propria perplessità rispetto alle idee ancora prevalenti all’interno dei soviet russi. L’11 agosto il redattore de Il Grido del Popolo s’interrogava:
«Quando sentiamo i delegati del Soviet russo parlare di continuare la guerra per la difesa della rivoluzione, ci domandiamo ansiosamente se invece essi non accettino – senza saperlo e senza volerlo – di continuare la guerra per la difesa degli interessi della sopravvenuta borghesia capitalistica Russa, contro l’assalto proletario per l’ennesima vittoria della coalizione capitalistica, contro il pericolo collettivista che si avanza».
Gramsci aveva ben intuito che, scoppiata la “rivoluzione contro il capitale”, soltanto il superamento della condizione di guerra, rispondendo all’aspirazione più profonda del popolo, avrebbe potuto far volgere gli eventi dalla parte dei bolscevichi.

Il Grido del Popolo non venne diffuso durante quelle giornate. Riprese in pieno le sue attività il 1° settembre, adesso sotto la direzione di Gramsci, che sostituì la dirigente socialista Maria Giudice, finita agli arresti. La censura statale non consentiva peraltro di pubblicare alcun riferimento all’insurrezione. Gramsci colse invece l’occasione per fare un breve cenno a Lenin: «forse Kerenski rappresenta la fatalità storica, certo Lenin rappresenta il divenire socialistico; e noi siamo con lui, con tutta l’anima». Il riferimento è alle giornate di luglio in Russia e alla persecuzione dei bolscevichi che ne seguì, costringendo tra l’altro Lenin a rifugiarsi in Finlandia.

La frazione intransigente rivoluzionaria del partito socialista si organizzò per affrontare la nuova situazione che la rivolta di Torino e le vicende russe avevano creato. A novembre, i dirigenti di questo raggruppamento convocarono un incontro segreto a Firenze per discutere «il futuro orientamento del nostro partito». Gramsci, che aveva iniziato ad assumere un ruolo importante nella sezione socialista torinese, partecipò alla riunione. In quell’incontro si allineò a chi, come Amadeo Bordiga, riteneva necessaria l’azione militante, laddove Serrati e altri si pronunciavano per il mantenimento della vecchia tattica neutralista. La riunione si concluse riaffermando i principi dell’internazionalismo rivoluzionario e dell’opposizione alla guerra, ma senza alcuna indicazione pratica sul da farsi.

Dalla rivolta di Torino e dalla sua successiva analisi posta in relazione con gli avvenimenti rivoluzionari in Russia si può dire che nacque – almeno in embrione – il nucleo dirigente e militante che poi avrebbe dato vita alla frazione comunista in seno al PSI e successivamente al PCd’I: una duplice matrice che poi avrebbe pesato nella storia, quella del “fare come in Russia” e quella dell’analisi della situazione italiana in relazione alle condizioni del proletariato.

L’esempio del sacrificio delle proletarie (in primissima fila le donne) e dei proletari torinesi fu quindi alla base dell’avvio di quel decisivo processo politico, inteso quale espressione non astratta di organizzazione della volontà popolare di battersi contro la guerra e le miserevoli condizioni di vita.

Un dato, questo, da sottolineare ancor oggi per la sua importanza.

La situazione italiana stava così scivolando verso Caporetto.

Fonte

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