Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/10/2018

Iraq - Fine dell'empasse politica con l'elezione del presidente?

di Roberto Prinzi

Il parlamento iracheno ha votato come nuovo presidente del Paese il curdo Barham Salih del partito dell’Unione patriottica del Kurdistan (Puk). Salih ha sconfitto nettamente al secondo turno (219 voti a favore contro 22) il rivale 72enne Fouad Hussein sostenuto dall’ex presidente del Kurdistan iracheno Massoud Barzani, architetto del fallito referendum sull’indipendenza della regione autonoma curda nel 2017. Proprio il partito di Barzani aveva ritirato il suo candidato Hussein dopo che alla prima votazione Salih aveva ottenuto una netta maggioranza (ma non i due terzi come richiesti per essere eletto direttamente). Salih succede a Fuad Masum, anche quest’ultimo del Puk.

Salih viene descritto dalla stampa internazionale come un “moderato”, un aggettivo spesso abusato dai media e politici in Occidente per definire partner mediorientali (capi o combattenti che siano) che possono soddisfare al meglio i loro interessi piuttosto che per descrivere pratiche e politiche effettivamente equilibrate. Tuttavia, la prima mossa politica di Saleh sembra dare loro ragione: il neo capo dello stato, il cui ruolo per costituzione è per lo più cerimoniale, ha infatti immediatamente dato l’incarico allo sciita Adel Abdul Mahdi (76 anni) di formare un governo sbloccando così forse l’impasse politico che durava dalle elezioni di maggio.

Eppure Salih, un ingegnere 58enne che ha studiato in Inghilterra e che ha ricoperto ruoli istituzionali sia nei governi iracheni che in quelli del Kurdistan iracheno, aveva per legge 15 giorni di tempo per nominare il primo ministro. Lui l’ha fatto dopo soltanto due ore e la sua scelta è andata verso un candidato sostenuto dalle principali forze politiche del Paese. In Iraq, un po’ come sul modello libanese, da quando è stato deposto nel 2003 Saddam Hussein con l’invasione americana, le principali cariche politiche nazionali vengono suddivise in base alle 3 principali confessioni religiose: l’incarico più importante, quella del primo ministro, è normalmente affidato ad uno sciita; il presidente del parlamento è un sunnita arabo e la presidenza è affidata ad un curdo.

Scelto il capo dello stato, spetta ora al neo premier Abdul Mahdi il compito più difficile: in 30 giorni deve mettere su una squadra di governo e presentarla in parlamento per ottenere la sua approvazione. Facile a dirsi, molto più difficile a fare visto la divisione politica interna e soprattutto le sfide complesse che deve affrontare l’Iraq: la ricostruzione di gran parte del Paese devastato dai 4 anni di guerra contro l’autoproclamato Stato Islamico; le tensioni etniche e settarie mai sopite; la difficile questione meridionale con la situazione incandescente di Bassora; bilanciare le relazioni diplomatiche nazionali tra l’Iran e gli Usa.

Qualificato economista che ha a lungo studiato in esilio in Francia, Abdul Mahdi rappresenta, almeno sulla carta, un punto di rottura con il passato: è infatti il primo premier iracheno post-Saddam a non provenire dalle file del partito islamico Da’wa. Una novità che, tuttavia, non dovrebbe rappresentare un ostacolo per la formazione di un esecutivo. A nominarlo sono stati infatti i due blocchi rivali, quello rappresentato dal religioso sciita Moqtada al-Sadr e l’uscente primo ministro Haider al-Abadi, e l’altro sostenuto dalle milizie del leader Hadi al-Amiri e l’ex premier Nuri al-Maliki.

Questi due schieramenti, che da mesi litigano su chi ha la maggioranza governativa, hanno messo da parte questa volta le ostilità nello scegliere Abdul Mahdi. Una “tregua” che è evidente anche nelle loro dichiarazioni. Ahmed al-Asadi, portavoce del blocco Binaa guidato da Amiri e Maliki, lo spiega chiaramente: “La nomina di Abdul Mahdi nasce per consenso da un accordo tra il blocco Binaa e quello Islah nel tentativo di superare la questione relativa a chi rappresenta il blocco di maggioranza”. Distensivo è stato anche il commento del blocco opposto guidato da Sadr. Proprio il religioso ha twittato che “l’Iraq è più grande del maggior blocco”, sottolineando poi il compromesso raggiunto tra gli opposti schieramenti. “La nomina di Abdul Mahdi – sottolinea l’analista Ahmed Yunis – è la migliore scelta e accontenta tutte le componenti sciite che stavano arrivando ad un punto di scontro senza ritorno”. “Tutti i blocchi sciiti hanno compreso che le loro divisioni avrebbero potuto generare un conflitto interno sciita che avrebbe indebolito la loro posizione in Iraq – aggiunge Yunis – ma ora con Abdul Mahdi non ci sono né vincitori, né perdenti. Tutti sono felici”.

Se la scelta del premier calma gli animi, a creare tensioni nel mondo curdo è però l’elezione di Salih alla presidenza, frutto di un pugno di ferro tra i due principali partiti del Kurdistan iracheno: il Puk (che ha nominato Salih) e il suo rivale tradizione, il Kdp di Barzani. A differenza di quanto accaduto in passato, infatti, i due partiti curdi non sono riusciti a concordare su un candidato comune. Non solo: a peggiorare il quadro c’è anche il fatto che due giorni fa nella regione autonoma curda ci sono state le elezioni (vinte dal Kdp e dall’astensionismo) in cui sono stati denunciati numerosi casi di brogli.

Nel suo giuramento Salih ha provato a unire l’Iraq: “Prometto di rispettare l’unità e la sicurezza del Paese”. Una dichiarazione che spiega da sola il perché il suo nome poteva essere di maggior gradimento al mondo politico iracheno: a distanza di un anno dal fallito referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno fortemente voluto dall’allora presidente curdo Barzani, il neo capo di stato ha voluto allontanare qualunque spettro di divisione del Paese, strizzando così l’occhio a Baghdad piuttosto che a Irbil.

L’elezione di Saleh porta con sé sicuramente una novità: per la prima volta nella storia moderna irachena i blocchi parlamentari hanno raggiunto un’intesa su uno dei tre posti chiave del mondo politico locale attraverso il voto, senza accordi dietro le quinte. Renad Mansour, membro del think tank britannico Chatham House, riassume così la questione: “I parlamentari hanno votato per il candidato che hanno ritenuto più qualificato e più adatto a mantenere unito l’Iraq”. Una ovvietà, si potrebbe commentare. Ma non nell’Iraq devastato da 15 anni di guerra e violenze, dilaniato da attentati terroristici e su cui agiscono con forza le pressioni delle influenze straniere.

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Mimmo, il metodo, la determinazione

Qualche mese fa ho letto questo bel libro di Tiziana Barillà che racconta la storia di Riace e del suo sindaco Mimmo Lucano.

Una storia che – lo ammetto – non conoscevo bene, almeno quanto avrei dovuto: sì, avevo letto qualcosa sui giornali, c’erano i racconti dei compagni, c’era stato durante la campagna elettorale un incontro fra Viola e Mimmo, da cui Viola era uscita impressionata (e vi assicuro che impressionare Viola non è facile)…

Ma non ero riuscito a capire fino in fondo il senso di questa esperienza, come Mimmo e il suo gruppo erano riusciti a “inventarsi” un diverso modo di amministrare una città e di fare accoglienza, non conoscevo la loro storia di vita, quella del loro territorio.

Oddio, non dico di averlo capito ora, perché leggere un libro non basta mai, le cose bisogna vederle, viverle, passarci attraverso... Però un libro ben fatto può aiutare molto.

E quello di Tiziana non è solo un libro scritto con sapiente mano di giornalista, quindi agile, pieno di informazioni. E’ un libro che riesce a individuare – grazie al racconto che Mimmo fa in prima persona e alla chiarezza di pensiero che ha maturato – gli assi di sviluppo di una pratica vittoriosa.

Ecco, mi piacerebbe citare tanti passaggi del libro, ricordare i nomi di compagni sconosciuti che hanno pagato con la vita il loro impegno contro la 'ndrangheta, e che Tiziana ha il merito di far rivivere, ma voglio fermarmi su quest’unico punto: come si sviluppa una pratica vittoriosa?

Mimmo Lucano non nasce infatti già così, non riceve una rivelazione da qualche testo sacro. Seguendo la sua storia, capisci come Mimmo sia arrivato a certe riflessioni e a certe pratiche attraverso un percorso lungo. Fatto anche di bastonate e sconfitte, a cui però ha saputo reagire con il cambiamento e l’innovazione.

Per capirci: Mimmo è un compagno strutturato, di lungo corso. Uno di quelli formati negli anni ’70 con Marx e Lenin, militante di Democrazia Proletaria. Ma, pur essendo “rimasto lì”, come rivendica fieramente, è riuscito a riadattare quell’impianto teorico e quelle istanze a un contesto totalmente diverso.

Questo non è successo subito: è dovuto passare per prove ed errori. Ad esempio quando si candidò la prima volta, nel 1995: “un disastro, non ottengono nemmeno un consigliere di minoranza”, scrive Tiziana. Il motivo? Mimmo era stato fuori da Riace per più di dieci anni, la popolazione di un territorio depresso non capiva quelli di “sinistra”... e forse lui non capiva i suoi cittadini.

Cosa fa Mimmo? Si deprime anche lui? Torna di nuovo al Nord? Si sposta a destra e inizia a parlare il linguaggio che parlano gli altri, perché “così fan tutti”?

No. Come Fidel dopo il fallito assalto alla caserma Moncada cerca di capire dove si era sbagliato. Cosa mancava. E’ il legame con le masse popolari, è l’inchiesta e la conoscenza del proprio soggetto, è l’andare a scuola dal popolo.

“E’ stata una sconfitta”, dice Mimmo, “ma ci ha dato la possibilità di capire meglio il territorio [...] Fu allora che capimmo che dovevamo investire di più, metterci di più in gioco. Ci tuffammo nella scoperta e nella cura della nostra cultura”.

Mimmo e i suoi di fronte a una sconfitta non danno la colpa ad altri, né insistono sulla stessa fallimentare strada, anzi scartano e “vanno alla scoperta di soprannomi e proverbi, dell’arte e delle tradizioni locali, che adesso utilizzano come istanza politica”.

Mettersi in gioco qui vuol dire sapersi mettere in discussione senza però abbandonare quello che sei. Individuare i perni del cambiamento dentro quel particolare contesto senza però abbandonare il quadro generale.

Nel nostro piccolo, all’Ex OPG abbiamo fatto la stessa esperienza con il mutualismo, quando abbiamo iniziato a uscire da una nicchia soffocante e a lavorare quotidianamente a contatto con segmenti di massa...

Attraverso questo metodo, Mimmo e i suoi riescono a intercettare alcuni bisogni locali, riprendere alcune pratiche spontanee di accoglienza messe in atto dalla popolazione, a sistematizzarle, a fare diventare una pratica ormai conosciuta in tutto il mondo. E persino ad elaborare una visione etico-profetica in grado di competere con le grandi narrazioni del liberismo, del razzismo etc.

Certo, immagino che non sia tutto rose e fiori, che ci siano stati abbandoni, litigi, momenti in cui era tutto da ricominciare. Ma alla fine qualcosa di grande s’è fatto.

E questa piccola grande storia ci dimostra ancora un volta che il metodo e la determinazione sono tutto. Quando si hanno queste due cose, i risultati non tardano ad arrivare.

Una forza politica che non ha metodo e non ha determinazione è destinata a morire. Questo è quello che è successo alla sinistra in Italia, questo è quello che non consentiremo accada ancora.

Per fortuna possiamo andare a scuola da Mimmo e da tante persone come lui che in giro per l’Italia non solo resistono, ma individuano pratiche di controffensiva, e mettono i tasselli di quell’altro modo di vivere e stare insieme che noi dobbiamo sintetizzare.

Leggete il libro, ma soprattutto sostenete Riace, la cui meravigliosa esperienza di “accoglienza” – ma meglio si dovrebbe dire: di giustizia sociale e di riscatto – è sotto attacco anche di questo governo.

Qui trovate più info sulla campagna di solidarietà con Riace

https://www.facebook.com/Riacepatrimonioumanita/

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03/10/2018

Decreto Sicurezza: testo modificato prima del passaggio al Quirinale. Il Ministero dell’Interno nega

E’ passata poco più di una settimana dall’approvazione del Decreto Sicurezza, varato da Consiglio dei Ministri non senza polemiche e sopratutto dubbi di incostituzionalità. Questi ultimi, probabilmente, sono alla base della decisione di cambiare in modo forte un articolo in particolare, quello relativo alla sospensione del procedimento di riconoscimento della protezione internazionale in caso di condanna del richiedente asilo.

Troppo forte il timore che il Presidente della Repubblica rimandi indietro la proposta, trovandola magari incostituzionale: per un governo che fa della sicurezza e della lotta all’immigrazione due elementi centrali, potrebbe essere un problema.

La modifica riguarda in particolare l’articolo 10, che nella “prima stesura” prevedeva un intervento sospensivo della Commissione Territoriale “quando il richiedente abbia in corso un procedimento penale per uno dei reati che in caso di condanna definitiva comporterebbero diniego della protezione internazionale e ricorrono i presupposti di pericolosità che legittimano il ricorso alla misura del trattenimento, ovvero quando il richiedente ha già ricevuto una condanna anche non definitiva per gli stessi reati. In tal caso, il richiedente ha l’obbligo di lasciare il territorio nazionale”.

Nel testo “corretto”, invece, in caso di condanna anche non definitiva del richiedente o in caso di procedimento penale, “il questore ne dà tempestiva comunicazione alla Commissione territoriale competente, che provvede nell’immediatezza all’audizione dell’interessato e adotta contestuale decisione”.

E’ evidente l’attenuazione inserita: sparisce l’automaticità dell’espulsione, e viene contestualmente inserita una garanzia in più (o qualcosa che assomiglia in qualche modo ad una garanzia, ndr).

Nonostante l’evidenza del cambiamento inserito, il Ministero dell’Interno nega che sia stato modificato il testo, affermando che il decreto attualmente in circolazione è quello approvato in CdM. Eppure il cambiamento c’è, ed è pure evidente: ma comprendiamo come non sia mediaticamente conveniente per la maggioranza di governo, in particolare nella sua componente salviniana, ammettere passi indietro in tema di immigrazione.

Ma le bugie hanno le gambe corte, anche perchè il motivo di non essere sinceri è tanto chiaro quanto lo è l’oggetto della bugia: troppo alte le possibilità che il Quirinale, dove è arrivata la proposta, individuasse sopratutto in quell’articolo profili di incostituzionalità.

Vedremo, e sarà evidente in pochi giorni, se sarà bastato cambiare un articolo per rendere costituzionalmente accettabile il Decreto Sicurezza.

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Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Dopo Chavez - Geraldina Colotti

Latrano, ancora, gli sciacalli del Venezuela. Latrano a Caracas, nei quartieri residenziali, nelle stanterie delle lobby filoamericane, nelle ambasciate che producono intrighi e golpe, nelle redazioni dei numerosissimi network televisivi privati – tutti legati alle oligarchie e “resilienti” alla Rivoluzione – nelle armi e nelle maschere antigas dei giovani (appartenenti alle classi privilegiati, pagati da queste ultime oppure semplicemente confusi) che ancora cercano di replicare una Piazza Maidan a queste latitudini, gli stessi che Valerio Evangelisti quasi nobilita quando li definisce, in un bell’articolo di un anno fa (ri-postato da questo blog) “termidoriani”, mentre sono semplicemente i protagonisti di un movimento contro-rivoluzionario che conferma come in Latino America la lotta di classe non soffra di infingimenti né di compromessi: il popolo venezuelano era con Chávez, adesso è con Maduro, è comunque con il Psuv perché si riconosce in una coalizione che ha assicurato diritti, cittadinanza politica e dignità. L’oligarchia, la classe imprenditoriale, i lacchè delle multinazionali, quindi gli affamatori dei poveri e dei subalterni, sono per il cambio di regime: a chi attribuisce, con sufficienza, la loro attuale pervicace insistenza al minor carisma che Maduro avrebbe, rispetto a Chávez, ci basta ricordare come i suddetti escuálidos arrivarono a organizzare un violento colpo di Stato, nel 2002, in pieno periodo chavista. Già all’epoca le anime belle della sinistra riformista e i soliti giornalisti prezzolati si affrettarono a leggere gli eventi esattamente al contrario, attribuendo al Presidente in carica la responsabilità della sommossa. Solo una inoppugnabile contro-informazione reindirizzò il corso della verità, ma non risolse definitivamente la malevola sorte a cui la sinistra occidentale sembra destinare il bolivarismo venezuelano e tutte quelle correnti politiche che non rispecchiano totalmente i suoi parametri e, soprattutto, che hanno l’ardire di vincere.

Ammettiamo che sia difficile, in fondo, parlare del Venezuela, prima di Chávez, poi di Maduro: è fuori, di fatto, dagli itinerari degli zapaturisti, è un Paese complesso, che non ha mai fatto mistero delle sue contraddizioni, ma ha cercato di usarle – negli ultimi venti anni – come piedistallo per una rivoluzione che cambiasse le sorti di milioni di diseredati che nessuna elezione liberal-democratica avrebbe mai riscattato. Anche perché non avevano accesso alle urne, tra l’altro. Neanche per il militante di sinistra è automatico andare in Venezuela: non lo era quando il bolivarismo era in espansione, contagiava l’intero sub-continente e pareva fornire un modello di socialismo esportabile a ogni latitudine, lo è ancora meno adesso, quando i media mainstream dipingono un Paese stremato economicamente, socialmente e soprattutto politicamente. Per dire, persino un Renzi qualsiasi – quindi un vero “impresentabile” della politica attuale – commenta l’inutile manifestazione del PD del 30 settembre come necessaria a evitare la “deriva venezuelana” del Paese. Eppure Renzi di derive dovrebbe essere esperto, avendo portato il PD sull’orlo della sparizione, come il dodo (e di questo lo ringraziamo). In mezzo a tanta melma, a volte esplicita, altre volte mascherata nell’ambiguità delle formule “Chávez sì, però...” un intervento diretto e continuato in Venezuela è prezioso, tanto per le sorti bolivariane, quanto per quelle della sinistra di classe italiana che vive un momento – è sempre bene ricordarlo – rispetto al quale il Presidente Maduro potrebbe dormire tra quattro guanciali.

Eppure c’è chi ci riesce a intervenire politicamente, chi lo fa: solo la combinazione tra la disciplina rivoluzionaria e la curiosità scientifica possono produrre un lavoro come Dopo Chávez. Come nascono le bandiere, con cui Geraldina Colotti aggiunge un altro tassello ai suoi lavori sulla Rivoluzione bolivariana. Un “processo”, si dice a proposito di quest’ultima, utilizzando un termine che, negli ultimi anni, viene associato invariabilmente a una pluralità di progetti politici, ovviamente assai più vacui di quello chavista: in Italia si preferisce usare, spesso in maniera inopportuna, termini che evocano liquidità, precarietà, mutamento, essenzialmente perché si teme la solidità del potere, la determinazione del dominio di classe, l’essenzialità della produzione. In Venezuela, invece, il termine “processo” è corretto perché “contiene il senso di un cammino orientato verso una direzione precisa” (p.10) e ben si adegua a un rivolgimento sociale che non ha potuto travolgere completamente le facoltà e le indennità dei nemici di classe, scegliendo di smussare “gli angoli più acuti e gli spigoli più taglienti”. Non sta a noi dire se tale scelta sia la causa delle attuali difficoltà oppure la chiave per la riuscita di una ferita, che dopo venti anni continua comunque a durare, inferta a una delle periferie produttive del polo imperialista statunitense (e non solo). In Venezuela il termine “processo” è tecnicamente esatto perché corrisponde all’eterogeneità della sinistra venezuelana – al netto della parte che ha tradito – e alla sua capacità di unire teorie e pratiche diverse trovando un punto di equilibrio nella figura e nella biografia dello stesso Chávez, che prese il potere dopo le elezioni del 1998, ma solo perché – come ricorda l’Autrice – poteva vantare il credito sociale e politico dell’insurrezione armata di sei anni prima. Come nel caso di Fidel. Per questo motivo l’utilizzo del termine “processo”, in Venezuela, è razionale e opportuno, contrariamente agli abusi lessicali della sinistra occidentale, in cerca di scorciatoie e di disimpegno. “Quando perciò i venezuelani si sentono rimproverare dalle sinistre europee l’uso moderatissimo della forza nel contenimento delle violenze di strada organizzate sfacciatamente dalla borghesia, quando si vedono ingiungere le dimissioni anticipate di Maduro per soddisfare il temporaneo cambiamento di proporzioni rappresentative intervenuto nelle elezioni parlamentari del 2015, non riescono a reprimere un moto di autentica e persino ingenua costernazione. Questo ci consigliano gli eredi di Gramsci e di Rosa Luxemburg? Questo è il modo di aiutare un esperimento di trasformazione sociale che cerca di mettere a tema la democrazia integrale e la partecipazione politica delle masse? Come si fa a storcere il naso davanti al progetto della nuova Assemblea Nazionale Costituente? Come sono possibili gli altri mondi possibili con cui un po’ tutti si sono bagnati la bocca dopo la sconfitta delle rivoluzioni del XX secolo?” (p.217).

Il termine “processo”, inoltre, si addice anche al libro di Geraldina Colotti, che narra la resistenza di una rivoluzione attraverso un diario quotidiano scritto da una testimone diretta degli eventi, anzi da una rivoluzionaria che agisce un’altra rivoluzione. Come un John Reed, spostato però ai tempi della guerra civile e del “comunismo di guerra”, quando scrivere, scavare e procedere dal particolare al generale è ancora più difficile. È un “processo”, infine, la storicità della stessa Geraldina nelle rivoluzioni del XX e del XXI secolo, quelle tentate, quelle fallite, quelle riuscite, quelle difese. Lo aveva scritto la stessa Autrice, per altre pagine: “La lotta di classe non si processa/ non si friggono polpette nel greto del fiume/ dice il matto che parla agli stormi/ e beve l’acqua da una finta sorgente/ state attenti, compagni,/ grida il matto che parla agli stormi/ triangolo scaleno! Ipotenusa!/ non portate alle ascisse le ordinate”.

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Solidarietà a Mimmo Lucano dall’Italia intera


Da moltissime città d’Italia, tra ieri e oggi, è arrivata la solidarietà al sindaco di Riace, ai domiciliari dal 3 ottobre per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, o per meglio dire, di favoreggiamento all’integrazione. Una sentenza che ha dell’incredibile in un Paese che ha sempre più dell’incredibile, quando si parla di solidarietà e democrazia.

Centinaia di manifestanti, dai movimenti alle associazioni politiche e sociali, si sono trovate in presidio ieri davanti alle prefetture delle principali città italiane, da Padova a Torino, da Milano a Napoli passando per Bologna e Roma, e molte, molte altre realtà dove la notizia dell’arresto di Mimmo Lucano ha destato sdegno, inquietudine, vergogna e rabbia.

Mimmo Lucano, che ha guidato Riace per tre mandati, è diventato sindaco per la prima volta nel 2004. Da allora e fino ad oggi, il suo modello accogliente, chiamato “modello Riace”, si basa su un’inversione di prospettiva. Mimmo Lucano è riuscito a coniugare la sfida dell’ospitalità con la rinascita del paese. Grazie ai migranti, il paese ha lottato contro lo spopolamento recuperando case abbandonate e salvando vecchi mestieri e unendo italiani e stranieri attraverso il lavoro e lo scambio di conoscenze e maestranze.

Il modello di integrazione messo in atto dal sindaco di Riace è diventato un ostacolo per Salvini e per la sua propaganda che di giorno in giorno alimenta la paura tra la popolazione italiana, e alimenta lo scontro tra italiani e stranieri. È per questo che Mimmo Lucano è stato arrestato.

“Non abbiamo paura del ministro della paura Matteo Salvini, resisteremo con determinazione perché difendere l’esperienza di Riace significa difendere la solidarietà in tutti gli ambiti della vita sociale”. In tutte le piazze, la voce dei manifestanti non si è indebolita e si è potuto vedere un popolo solidale fatto di tanti e tante, italiani e rifugiati, organizzati o non, sindacati di base, partiti politici e movimenti.

A turno di fronte alle prefetture, gli interventi hanno ripercorso l’ascesa del razzismo dall’avvento del nuovo governo, l’abuso di potere di Salvini, il maltrattamento dei richiedenti asilo da parte di operatori di centri come l’ex base militare di Cona mentre denunciano ad alta voce la forte complicità e il coinvolgimento delle autorità.

Questo sabato, a Riace, ci sarà una nuova potente dimostrazione di forza da parte di quell’Italia solidale con il sindaco di Riace, convinta ancora che il sistema di accoglienza debba e possa essere cambiato, che la soluzione non sia quella di chiudere i confini ma fermare le invasioni barbariche fuori e dentro l’Unione Europea, e che la solidarietà umana e sociale possa e debba ancora essere alla base dello sviluppo di un paese come il nostro.

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Londra. Lo spettro delle elezioni anticipate e la partita geo-politica della Brexit

Questo mercoledì si conclude a Birmingham il congresso dei Tories, i conservatori britannici.

Tutti i commentatori politici hanno rivelato il clima da “guerra civile” consumato in questi giorni attorno al tema della Brexit, che vede opposti i sostenitori dell’ipotesi d’accordo proposto dalla Premier Theresa May, sottoposta a Salisburgo ai 27 Paesi europei che l’hanno bocciata all’unanimità, e l’ala degli hard brexiters alla testa della quale vi è il caustico ex sindaco di Londra Boris Johnson, che a luglio si è dimesso dal suo incarico di Ministro degli Esteri.

Come da tradizione Shakespeariana, Johnson aspira al “Golden Round” fino ad ora sulla testa della sua “collega” di partito.

In sintesi, l’obiettivo del governo May sarebbe quello di mantenere una unione doganale e mercato unico solo per i prodotti agricoli e industriali, escludendo capitali e servizi, nonché la libera circolazione delle persone. La premier vorrebbe rimandare la soluzione del problema irlandese, per non mettere a rischio l’unità della Gran Bretagna. L’Europa difende l’integrità del mercato unico, e rilancia per Londra due opzioni secche, scegliendo o un “modello norvegese”, cioè quello di un Paese che seppur restando fuori dalla UE rispetta tutte le regole del mercato unico e versa la sua quota nel bilancio UE, o quello canadese, un Paese terzo a tutti gli effetti che ha stipulato con Bruxelles un accordo di libero scambio.

Se l’UE ha fatto sapere che non si dà una terza opzione, Theresa May ripete che “nessun accordo è meglio di un pessimo accordo”.

La crisi del partito su questo argomento non sembra avere possibili mediazioni, se non un muro contro muro che, in caso di sfiducia della Premier in sede parlamentare riguardo al giudizio sull’esito del braccio di ferro con la UE, porterebbe a elezioni anticipate.

Le Snap election sarebbero una grande opportunità per i laburisti, nonostante la strada in salita, viste le caratteristiche del sistema elettorale della Gran Bretagna.

Se si confrontano i due Congressi, quello del Labour da poco concluso a Liverpool e quello dei Tories, salta agli occhi la capacità all’interno della formazione di Jeremy Corbyn di essere riusciti a formulare una posizione sulla Brexit in grado di accogliere le istanze della parte del Partito favorevole ad un secondo referendum, guidata dal collettivo People’s Vote. Questa porzione ha sostenuto con una ovazione l’intervento di Keri Starmer, ministro ombra della Brexit, che ha dichiarato: “Nessuno esclude la possibilità di restare”, senza però ipotecare alcuna decisione, evitando così lo scontro fratricida e l’ipotesi altrettanto pericolosa di andare contro la volontà popolare democraticamente espressa.

La questione è complessa. Una parte del partito ritiene poco opportuna una riedizione del referendum (tra cui Corbyn, il suo consigliere economico e importanti leader sindacali), un’altra propende invece per questa ipotesi, sebbene i tempi piuttosto stretti la rendano molto improbabile – la data programmata per la Brexit è il 29 marzo 2019 – e preferibile l’opzione delle elezioni anticipate a Novembre.

È comprensibile la posizione di chi all’interno del Labour vuole rimettere in discussione non tanto l’esito del voto popolare, quanto il risultato dei negoziati che sono stati condotti dai conservatori in maniera decisamente perdente, vista la loro litigiosità e inconcludenza, e tutti improntati ad una “uscita da destra” dalla UE, anche in termini di immigrazione.

Secondo un sondaggio l’86% dei membri dei Labour sono a favore di un nuovo voto popolare, mentre è certo che il 37% di coloro che hanno votato per il partito laburista alle precedenti edizioni, poco prima si erano espressi per il leave al referendum.

Intanto, proprio tra le file del Labour, sta prendendo piede una ala che alimenta una discussione su come l’uscita “a sinistra” dalla UE sia una ipotesi auspicabile, e trovano spazio tesi fin qui abbastanza marginalizzate: lo riporta Lerry Elliott in un recente articolo del “The Guardian” citando l’ultimo libro di Costas Lapavitas: The Left Case Against the UE.

Scrive Elliott: “L’Ue, sostiene Lapavitsas, non è uno stato-nazione per cui la sinistra possa combattere al fine di conquistarlo e quindi modellare il modo in cui viene gestito. Piuttosto, è un colosso transnazionale orientato verso il neoliberismo. L’attaccamento della sinistra europea alla UE, vista nel suo ipotetico sviluppo intrinsecamente progressivo, le impedisce di essere radicale, anzi la integra nelle strutture neoliberali del capitalismo europeo. In questo modo la sinistra è stata sempre più tagliata fuori dal suo storico blocco sociale, dagli operai e dai poveri d’Europa, che naturalmente hanno cercato una voce altrove“.

Il Labour raccoglie i frutti della fine della capacità attrattiva dell’ideologia liberista, della sua incapacità di essere in grado di costruire nuovamente una narrazione efficace attorno al “capitalismo del XXI Secolo”, che è l’idea-forza dei Tories così come è stata da loro definita al Congresso, e di rilanciare su un ambizioso progetto politico per “ricostruire” la Gran Bretagna su basi differenti, senza che a beneficiare della ricchezza sia solo uno strato sottile della società: “for the many” come recita il suo slogan.

Il suo programma, checché ne pensino i laburisti è “oggettivamente” incompatibile con il dispositivo della UE.

Ma veniamo a come l’UE vede la Brexit.

Con l’inasprirsi del confronto tra differenti attori e aree geo-politiche, l’Unione Europea teme “compattamente” quali possano essere per lei gli effetti negativi di un possibile cuneo che la minacci da vicino, e preferisce che la Gran Bretagna cerchi “le grande large”, per citare De Gaulle, piuttosto che il Continente.

In che senso?

Vediamolo nel dettaglio grazie alla lucida analisi di Adriana Cerretelli, sul Sole 24 Ore del 25 settembre.

L’articolo s’intitola “il muro contro muro fra Londra e Bruxelles”:

“L’Europa teme la nascita di una nuova Singapore sulle rive del Tamigi, a un passo dalle sue frontiere: non può impedirla, ma non intende favorirla con un atteggiamento accomodante sul rispetto delle regole del mercato unico. (…) Concedere alla May di far circolare le merci britanniche liberamente nel mercato unico, svincolandola però da tutti gli obblighi di contorno, cui invece devono attenersi le industrie concorrenti della UE, significherebbe di fatto regalare alla Gran Bretagna la possibilità di diventare un grande hub di produzione e/o assemblaggio per americani, cinesi o qualunque altro paese terzo, che avrebbe il vantaggio di far entrare i prodotti finiti sul mercato europeo senza barriere da superare né dazi da pagare. Non sarebbe un buon servizio all’industria né alla tenuta del mercato interno”.

La Brexit quindi è un vero e proprio rompicapo politico per i Conservatori in lotta tra di loro, con un Labour in ascesa – non più solo competitor, come all’epoca di Tony Blair, ma risolutamente antagonista rispetto ai Tories – ed una UE che, conscia dell’esacerbarsi della competizione internazionale, si sta velocemente attrezzando a riguardo contro vecchi e nuovi nemici.

Impossibile stabilire quale sarà l’esito finale della lunga crisi della governance del neo-liberismo in Gran Bretagna, ma suona come una beffarda nemesi storica il fatto che le parole pronunciate da un minatore, durante la durissima lotta che i miners ingaggiarono con la Lady di Ferro a metà degli anni '80, ora potrebbero adattarsi fatalmente sulla bocca dell’attuale Premier: to the bitter end!

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Fuori legge


L’arresto del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, può rivelarsi una spada “che divide il bene dal male”, ovvero un episodio emblematico capace di segnare un confine sul piano della politica, dell’etica, della convivenza tra regole e valori generali di una società.

C’è un magistrato che ha ritenuto illegale l’operato di un sindaco teso a favorire l’integrazione degli immigrati arrivati nel nostro paese, in una comunità locale altrimenti condannata allo spopolamento, e di dare soluzioni concrete ai problemi che questo può come sempre creare.

Ma la la volontà di risolvere i problemi si è scontrata con un duplice apparato legislativo determinato da un sistema di governance multilivello, che parte dall’alto e arriva fino al più piccolo dei municipi.

Sul piano strettamente economico-finanziario, ci sono gli obblighi derivanti dal vincolo al pareggio di bilancio, ovvero dal “patto di stabilità” che ogni amministrazione – centrale o locale – è tenuta a rispettare. Ordini che vengono da Bruxelles, ma debbono essere applicati fino all’ultimo sperduto paese del Mezzogiorno. Dunque anche a Riace. E’ un dispositivo che, unito alla riduzione delle erogazioni dello Stato centrale agli enti locali, ha contribuito a mandare a gambe all’aria parecchie amministrazioni comunali (anche a prescindere dalle scelte politiche o dalla competenza tecnica degli eletti), costringendole a tagliare in primo luogo i servizi sociali (asili nido, mense, trasporti, assistenza sociale, ecc.)

Il secondo dispositivo coercitivo è rappresentato dalle leggi restrittive contro l’immigrazione, che puniscono non solo i migranti in arrivo con la definizione di “clandestino”, ma anche ogni forma di solidarietà attiva.

Si può trattare del “montanaro” che aiuta i migranti ad attraversare i valichi di confine o la barista di un paese di frontiera (accade a Ventimiglia); può essere il medico che cura anche chi è esterno al sistema sanitario nazionale o il sindaco che forza le regole per distribuire pasti e generi alimentari ai migranti senza permesso di soggiorno, o che, addirittura, facilita un “matrimonio di scopo” proprio per consentire un permesso di soggiorno.

L’attività di Mimmo Lucano come amministratore rientra in molte di queste tipologie. E’ una sintesi tra l’istinto alto della solidarietà umana e le inevitabili forzature o disobbedienza alle leggi esistenti, ostative rispetto alla ricerca di soluzioni compatibili con un bilancio ridotto a meno dell’osso.

L’aver fatto a sportellate con il leader della Lega Salvini, quando ancora non era “ministro e vicepremier”, ha reso Mimmo Lucano un bersaglio predestinato. Ma va sottolineato come le leggi che Mimmo Lucano avrebbe violato non sono neppure quelle emanate dal ministro degli Interni Salvini, ma le norme elaborate dai suoi predecessori “democratici e antirazzisti” (nelle dichiarazioni in tv...), e soprattutto da un altro “illustre” calabrese come Marco Minniti. La prima inchiesta contro Mimmo, ricordiamo risale a oltre un anno fa e Salvini ancora abbaiava in giro invece di sedere sugli scranni del governo.

L’ordinanza che ha portato all’arresto di Mimmo Lucano è una summa di burocrazia leguleia che trasforma in “fattispecie di reato” una serie di azioni dettate dal buonsenso e dalla volontà di chi, ai problemi che si presentano, deve e vuole dare soluzioni.

E non sottolineeremo mai con abbastanza forza che l’impianto accusatorio è stato praticamente demolito – 14 capi di imputazione su 15 – non appena è arrivato alla prima verifica con la legge.

Il giudice che valutato l’ordinanza di quasi mille pagine scrive di aver rilevato “vaghezza e genericità del capo di imputazione”, tale da “non essere idoneo a rappresentare contestazione provvisoria alla quale validamente agganciare un qualsivoglia provvedimento custodiale”. Traduciamo: i fatti contestati non consentono di riconoscere una condotta illecita e tantomeno di far arrestare qualcuno...

Il solo riferimento a “collusioni ed altri mezzi fraudolenti che avrebbero condotto alla perpetrazione dell’illecito si risolve in formula vuota, ossia priva di un reale contenuto di tipicità”. Traduzione: chiacchiere. Il Gip è ancora più perentorio, parlando di “errore tanto grossolano da pregiudicare irrimediabilmente la validità dell’assunto accusatorio”. Diciamo noi, su questa base giuridica, che l’”intento persecutorio” contro Mimmo è stato molto deciso, ma incapace di trovare riscontri anche minimi. Vista la quantità di mezzi messi in campo – intercettazioni, ecc. – probabilmente si può concludere che non ci fossero proprio.

Qualcuno potrebbe obiettare che la disobbedienza alle leggi può essere la scelta individuale o collettiva dei cittadini, ma non l’azione consapevole di un amministratore pubblico. Ma è una distinzione molto ipocrita, oltre che di lana caprina. Un amministratore viene eletto “dal popolo” per realizzare un indirizzo politico e non per fare il passacarte, altrimenti quella rappresentativa sarebbe una funzione del tutto inutile e formale. Basterebbe lasciar fare tutto al segretario comunale e al ragioniere capo.

Se invece un amministratore pubblico – da Palazzo Chigi all’ultimo municipio – è una carica politica, quindi abilitata a fare qualche scelta, allora bisogna rendersi conto che attualmente le leggi esistenti impediscono la realizzazione dell’indirizzo politico su cui un amministratore ha ricevuto mandato.

E dunque ogni amministratore si trova davanti ad un bivio: forzare le regole o adattarvisi. Vale per i governi nazionali come per quelli locali.

Se poi le leggi esistenti contrastano con i valori minimi di giustizia sociale o solidarietà umana, il bivio si fa ancora più pregnante. Anche uno studente del primo anno dovrebbe aver chiaro che giustizia e legalità sono concetti molto differenti, al punto che ciò che è giusto può benissimo essere illegale e viceversa.

Come la legge che, ad esempio, dovrebbe tutelare di più la “proprietà privata” e quindi punire pesantemente le occupazioni di edifici da parte di famiglie senza casa. Ma di fronte all’emergenza oggettiva – migliaia di famiglie, soprattutto “itagliane”, senza possibilità di pagare gli affitti determinati dal “mercato” – come si può accettare una legge che punisce chi agisce in stato di necessità? Come si può rispettare una legge che, privilegiando la tutela della proprietà privata, disattende apertamente la Costituzione, che afferma invece la prevalenza dei diritti sociali collettivi rispetto al medesimo problema?

La Storia, però, ci consegna anche esempi più chiari. Ovviamente terribili. Anche le leggi razziali erano espressione della volontà dello Stato (all’epoca il regime fascista) e come tali richiedevano l’obbedienza da parte di tutti i cittadini. Oggi come allora, avremmo accettato quelle leggi, facendo magari i delatori o girando la testa, o avremmo aiutato una famiglia ebrea a mangiare, nascondersi, sopravvivere, fuggire?

L’idea che la legalità possa essere invocata come unica ratio, a prescindere dalla natura delle leggi (che sono sempre un’impalcatura assolutamente temporanea) è del tutto malsana, illogica, reazionaria. Paralizzante. Si capisce che sia il potere a farla propria. Ridicolo che siano “quelli del cambiamento” a sposarla.

Questa idea deve ormai deve essere radicalmente messa in discussione. Soprattutto perché finisce per confliggere con il più elementare senso di giustizia.

Come cantava il poeta, “c’hanno insegnato la meraviglia / verso la gente che ruba il pane / oggi sappiamo che è un delitto / il non rubare quando si ha fame”.

E Mimmo Lucano – lo dicono anche le carte – non ha nemmeno rubato nulla, al contrario del partito di cui è leader il ministro dell’Interno...

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Il business dei farmaci sotto inchiesta. Undici arresti tra medici e manager

La Procura di Parma ha indagato 36 persone – di cui per 11 è stata chiesta la custodia cautelare – rivelando un sistema corruttivo per la vendita di farmaci che coinvolgeva medici e aziende farmaceutiche. Tra gli indagati e gli arrestati figurano dirigenti, medici, universitari e rappresentanti del settore farmaceutico.

Le aziende coinvolte nelle attività illecite sono sette, al momento non sono stati resi noti i nomi. Nell’operazione sono stati sequestrati 335.000 euro ritenuti i proventi dei reato di corruzione e truffa. Nell’operazione, che i carabinieri hanno chiamato “Conquibus”, sono coinvolte persone residenti in Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Lazio.

L’ordinanza di misure cautelari è stata richiesta dalla Procura della Repubblica di Parma ed emessa dal Gip, che ha disposto l’arresto di un dirigente medico e di un imprenditore e l’applicazione di misure interdittive a carico di altri 9 indagati tra medici universitari e rappresentanti del settore farmaceutico. Sono in corso oltre 40 perquisizioni presso le abitazioni dei professionisti coinvolti e presso le sedi di società e di note aziende farmaceutiche. I reati contestati agli indagati sono corruzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, comparaggio farmaceutico, abuso d’ufficio, falso ideologico e truffa aggravata.

L’operazione di oggi sembra essere la prosecuzione di una analoga realizzata sempre a Parma, nel maggio dello scorso anno, dove c’era già stata una inchiesta sul medesimo settore – il connubio tra business, medici e aziende farmaceutiche – che aveva portato all’arresto di 19 persone tra cui luminari della sanità parmense e gli amministratori delegati di aziende come Spindial spa e della Appmed srl.

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