È scandalosa ma significativa la reazione di tutto il palazzo della politica alla timidissima proposta, di parlamentari LeU e PD, di una piccola tassa di 1.000 euro per chi, in aggiunta alla prima casa, abbia un patrimonio di 500.000 euro.
Una cifra irraggiungibile se non con il binocolo da oltre l’80% della popolazione. Una cifra che un operaio metalmeccanico raggiungerebbe con 20 anni di salari e un precario mai.
Questa proposta è insufficiente a redistribuire davvero la ricchezza e soprattutto non colpisce adeguatamente i super miliardari, che solo nel lockdown hanno visto aumentare del 31% il proprio patrimonio.
Ma il 97% del Parlamento, da Zingaretti a Renzi a Di Maio a Salvini a Meloni, e ovviamente al miliardario Berlusconi, è insorto sdegnato contro questa proposta: far pagare più tasse ai ricchi? MAI.
Tagliare gli stipendi, le pensioni, i servizi pubblici, questo sì, non certo colpire chi accumula ricchezza, che “lo fa sempre per il bene di tutti”!
Questa reazione è una ulteriore prova che TUTTI i partiti italiani in Parlamento, di governo e opposizione, rispettano davvero solo una legge, quella dei soldi, e che la loro idea di governo corrisponde a ciò che Marx ed Engels nel 1848 definivano “comitato d’affari della borghesia”.
Tutti i partiti italiani, quando devono scegliere con chi stare davvero, alle fine si schierano con Briatore.
E state pure sicuri che anche quel 3% che ha proposto una piccola tassa sui più alti patrimoni finirà per adeguarsi al resto del palazzo, dopo essersi fatta un poco di pubblicità progresso.
In Italia solo il 3% della popolazione ha più di 500.000 euro e quindi pagherebbe la tassa di 1.000 euro, sicuramente senza rovinarsi per questo. Ma il 97% del Parlamento fa propri e direttamente sostiene gli interessi e gli affari di questo 3% di ricchi. Era così la Duma dello Zar nel 1917.
PS: per Fusaro e C., anch’essi fieramente avversi alle tasse sui ricchi, vale oggi ciò che Marx ed Engels scrissero nel 1848 sui “socialisti” reazionari, finti amici del popolo: “Per trascinare il popolo dalla loro parte, gli aristocratici sventolavano fra le mani, come una bandiera, il fagotto del mendicante. Ma ogni volta che la folla li seguiva, essa scorgeva sul loro deretano gli antichi stemmi feudali e si disperdeva con fragorose e irriverenti risate”.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/12/2020
Iran, tre nodi per mesi caldissimi
Sull’onorevole salma di Mohsen Fakhrizadeh, fino al giorno dell’attentato letale guida suprema del nucleare iraniano, pendono almeno tre nodi irrisolti del presente geopolitico della Repubblica Islamica. Quello internazionale, che ha già riguardato offese feroci subìte con l’assassinio del generale Soleimani. Al suo omicidio eccellente il regime degli ayatollah decise di non rispondere, le scaramucce su ambasciata e obiettivi minimi statunitensi in terra irachena risultarono appunto schermaglie. Il secondo nodo si lega proprio alla linea da tenere di fronte ai nemici e al mondo. Moderati e pragmatici ribadiscono la posizione d’una dignitosa lontananza dall’escalation provocatoria degli assassini, riassunta in queste ore dalla dichiarazione del presidente Rohani: “I nostri nemici dovrebbero sapere che il grande popolo iraniano è coraggioso e onorevole e non risponde a simili atti criminali”. Di contro i falchi meditano vendette non solo da proclamare, come le uscite dell’ex sindaco di Teheran, ora speaker del Parlamento, Qalibaf che reclama una “reazione forte” dello Stato. E ancor più la tempestosa “Piomberemo come tuoni sulla testa dei responsabili dell’omicidio di questo martire” annunciata da Hossein Dehghan, consigliere della Guida Suprema, sembrano più utili a propagandare le loro candidature alle elezioni presidenziali di primavera, che minacce organizzate da poter eseguire. Contro chi? Questa è l’unica certezza: Israele, che da più parti è indicato come il regista e l’esecutore, tramite il suo super braccio armato del Mossad, dell’assassinio dell’illustre professore.
Qui subentra il terzo nodo, di cui discutono gli analisti, ma anche la cittadinanza iraniana che, laica o clericale, riformista o ultraconservatrice, non ama ingerenze esterne, e soffrendo della scarsa sicurezza si chiede com’è stata possibile quest’ulteriore operazione paramilitare sul suolo patrio. Una prima versione dell’assalto indicava un commando d’una dozzina di elementi dispiegati fra far detonare l’autobomba, sparare sull’auto condotta dallo stesso Fakhrizadeh e sulle due di scorta, alcuni cecchini erano in auto, altri su moto. Poi è stata diffusa anche una tesi funambolica: i colpi sarebbero partiti da un mitra robotico piazzato sull’auto civetta e azionato da chissà dove, un apparecchio che ha realizzato da terra la funzione dei droni nell’aria. Ipotesi avvincente, ma tutt’altro che provata e diffusa da un’agenzia prossima ai Pasdaran. La struttura nata dalla Rivoluzione Islamica e cresciuta con la cosiddetta “gioventù del fronte” che ha salvato la patria dalle mire espansionistiche di Saddam Hussein. La milizia dei martiri sacrificatisi per la nazione islamica di Khomeini che nei decenni ha costituito l’asse portante del potere degli ayatollah sul versante della forza, venendone ripagata con lo strapotere di molte bonyad, fondazioni poste sotto il suo controllo, insomma una lobby divenuta partito politico. Eppure quest’apparato militarmente potente nella regione, col sostegno dato a nazioni e raggruppamenti alleati in Libano, Siria, Yemen, influente sul versante socio-economico interno, non riesce a offrire garanzie di copertura del proprio territorio.
La forza militare iraniana è indubbiamente cresciuta grazie alla tecnologia balistica di missili e droni, però il gap tecnico degli apparati d’Intelligence riguardo a cyber e software, alla preparazione degli agenti sotto molteplici punti di vista, alle reti d’infiltrazione che possono vantare i Servizi statunitense e israeliano, resta ancora ampio e soprattutto favorevole a quest’ultimi. Che a un’esperienza di lunga data aggiungono risorse considerevoli, ad esempio quando occorre finanziare operazioni in territorio nemico. Anni fa un libro, scritto da cronisti che avevano prossimità con agenti del Mossad, rivelava come quest’agenzia per le proprie azioni armate non si fidava di ‘esterni’, però ne utilizzava pagando e finanziando delatori, acquisiva case sicure dove vivere per settimane o mesi mentre venivano preparati i colpi da portare a termine. Proprio in Iran ai tempi della dinastia Pahlavi l’Intelligence israeliana godeva di coperture con la Savak, successivamente i referenti interni al Mossad possono essere diventati i Mujaheddin del popolo, un gruppo che condusse azioni terroristiche contro gli ayatollah. In epoca più recente i residuati di quest’organizzazione, sempre più distante dall’iniziale programma politico laico, sono diventati un raggruppamento finanziato dalla Cia nei suoi uffici sparsi all’estero, iniziando dal presidio parigino della propria ispiratrice: Maryam Rajavi. Proprio gli Stati Uniti, protettori d’una loro storica base in Iraq (camp Ashraf), hanno direzionato alcune migliaia di membri nell’Albania americanizzata. Coinvolgendo l’Unhcr, i miliziani sono finiti in una struttura vicina a Durazzo, Manëz. Mujaheddin o meno, certo chi aiuta i colpi d’Israele sa muoversi in terra iraniana e svergogna la “sicurezza” di Teheran. E fra i tre nodi presenti nell’irrisolto geopolitico e strategico iraniano, quest’ultimo risulta il più inquietante.
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Qui subentra il terzo nodo, di cui discutono gli analisti, ma anche la cittadinanza iraniana che, laica o clericale, riformista o ultraconservatrice, non ama ingerenze esterne, e soffrendo della scarsa sicurezza si chiede com’è stata possibile quest’ulteriore operazione paramilitare sul suolo patrio. Una prima versione dell’assalto indicava un commando d’una dozzina di elementi dispiegati fra far detonare l’autobomba, sparare sull’auto condotta dallo stesso Fakhrizadeh e sulle due di scorta, alcuni cecchini erano in auto, altri su moto. Poi è stata diffusa anche una tesi funambolica: i colpi sarebbero partiti da un mitra robotico piazzato sull’auto civetta e azionato da chissà dove, un apparecchio che ha realizzato da terra la funzione dei droni nell’aria. Ipotesi avvincente, ma tutt’altro che provata e diffusa da un’agenzia prossima ai Pasdaran. La struttura nata dalla Rivoluzione Islamica e cresciuta con la cosiddetta “gioventù del fronte” che ha salvato la patria dalle mire espansionistiche di Saddam Hussein. La milizia dei martiri sacrificatisi per la nazione islamica di Khomeini che nei decenni ha costituito l’asse portante del potere degli ayatollah sul versante della forza, venendone ripagata con lo strapotere di molte bonyad, fondazioni poste sotto il suo controllo, insomma una lobby divenuta partito politico. Eppure quest’apparato militarmente potente nella regione, col sostegno dato a nazioni e raggruppamenti alleati in Libano, Siria, Yemen, influente sul versante socio-economico interno, non riesce a offrire garanzie di copertura del proprio territorio.
La forza militare iraniana è indubbiamente cresciuta grazie alla tecnologia balistica di missili e droni, però il gap tecnico degli apparati d’Intelligence riguardo a cyber e software, alla preparazione degli agenti sotto molteplici punti di vista, alle reti d’infiltrazione che possono vantare i Servizi statunitense e israeliano, resta ancora ampio e soprattutto favorevole a quest’ultimi. Che a un’esperienza di lunga data aggiungono risorse considerevoli, ad esempio quando occorre finanziare operazioni in territorio nemico. Anni fa un libro, scritto da cronisti che avevano prossimità con agenti del Mossad, rivelava come quest’agenzia per le proprie azioni armate non si fidava di ‘esterni’, però ne utilizzava pagando e finanziando delatori, acquisiva case sicure dove vivere per settimane o mesi mentre venivano preparati i colpi da portare a termine. Proprio in Iran ai tempi della dinastia Pahlavi l’Intelligence israeliana godeva di coperture con la Savak, successivamente i referenti interni al Mossad possono essere diventati i Mujaheddin del popolo, un gruppo che condusse azioni terroristiche contro gli ayatollah. In epoca più recente i residuati di quest’organizzazione, sempre più distante dall’iniziale programma politico laico, sono diventati un raggruppamento finanziato dalla Cia nei suoi uffici sparsi all’estero, iniziando dal presidio parigino della propria ispiratrice: Maryam Rajavi. Proprio gli Stati Uniti, protettori d’una loro storica base in Iraq (camp Ashraf), hanno direzionato alcune migliaia di membri nell’Albania americanizzata. Coinvolgendo l’Unhcr, i miliziani sono finiti in una struttura vicina a Durazzo, Manëz. Mujaheddin o meno, certo chi aiuta i colpi d’Israele sa muoversi in terra iraniana e svergogna la “sicurezza” di Teheran. E fra i tre nodi presenti nell’irrisolto geopolitico e strategico iraniano, quest’ultimo risulta il più inquietante.
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USA-Iran, lo scoglio di Israele
Se l’assassinio in stile mafioso del più importante fisico nucleare iraniano venerdì scorso vicino a Teheran doveva servire a boicottare il possibile rilancio del dialogo tra Stati Uniti e Repubblica Islamica, è molto probabile che l’obiettivo sarà alla fine raggiunto. L’operazione, i cui responsabili sono da ricercare con ogni probabilità a Washington e soprattutto a Tel Aviv, ha infatti aggiunto altri ostacoli alla strada della diplomazia che potrebbe intraprendere il presidente entrante Joe Biden. In attesa del passaggio di consegne alla Casa Bianca, l’assassinio ha scosso profondamente la classe dirigente dell’Iran, da dove sono giunti per ora messaggi contrastanti sull’ipotesi di un cambio di rotta nei rapporti con gli USA dopo il 20 gennaio.
A Teheran e tra gli alleati della Repubblica Islamica ci sono pochi dubbi circa gli autori o, meglio, i mandanti dell’uccisione di Mohsen Fakhrizadeh. Il governo e le forze di sicurezza di Israele non hanno come al solito confermato né smentito l’ennesimo crimine commesso sul territorio di un paese nemico. Trump, da parte sua, aveva dato quanto meno l’approvazione indiretta dei fatti di venerdì scorso, re-twittando un’opinione di un giornalista israeliano che definitiva la morte dello scienziato un “colpo psicologico e professionale pesantissimo per l’Iran”.
Le modalità dell’assassinio ricordano altri episodi simili in passato pressoché universalmente attribuiti a Israele e, inoltre, anche in questo caso gli esecutori materiali dovrebbero essere soggetti reclutati all’interno della Repubblica Islamica o comunque non israeliani. Visto anche che Fakhrizadeh era stato nominato apertamente nel 2018 da Netanyahu nel corso di un ridicolo intervento pubblico per accusare l’Iran di essere ancora impegnato a costruire un’arma nucleare, sono non poche le perplessità sul livello di protezione garantito a quello che era considerato una vera e propria istituzione negli ambienti scientifici della Repubblica Islamica.
In ogni caso, la conseguenza immediata di quanto accaduto venerdì è l’irrigidimento degli ambienti di potere iraniani e il rafforzamento delle posizioni della fazione conservatrice, ovvero i promotori della “linea dura” per quanto riguarda i rapporti con l’Occidente. Ciò minaccia di togliere ulteriori spazi di manovra al presidente Rouhani e al suo ministro degli Esteri Zarif, sostenitori invece della linea “moderata” e già messi alle strette dalla politica della “massima pressione” di Trump e dalla prospettiva di dover lasciare il potere dopo le elezioni presidenziali del giugno prossimo.
Il clima che Biden si troverà di fronte, al di là delle sue reali intenzioni in merito all’Iran, sarà così ancora più ostile e potrebbe addirittura peggiorare se nelle settimane che mancano alla fine del mandato di Trump dovessero accadere altri eventi in grado di aggravare lo scontro. I segnali già arrivati da Teheran non sono infatti incoraggianti. Il parlamento iraniano, dove i conservatori detengono la maggioranza, domenica ha chiesto al governo una risposta immediata all’assassinio di Fakhrizadeh, iniziando con la sospensione delle ispezioni internazionali nei siti nucleari della Repubblica Islamica.
Queste visite sono il risultato dell’accettazione volontaria da parte di Teheran del cosiddetto “Protocollo Aggiuntivo” collegato all’accordo sul nucleare di Vienna del 2015 (JCPOA). Proprio l’ultimo rapporto degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) di qualche settimana fa era stato utilizzato dal presidente americano Trump come giustificazione per un possibile attacco militare mirato contro l’Iran. Il New York Times aveva rivelato come Trump avesse chiesto un parere in proposito al Pentagono, ma l’operazione era stata poi annullata su consiglio dei vertici militari e del dipartimento di Stato. Una delle giustificazione per un eventuale attacco doveva essere appunto il rapporto dell’AIEA che spiegava come l’Iran avesse superato di molto, peraltro legittimamente e in conseguenza delle decisioni americane, i limiti imposti dal JCPOA all’arricchimento dell’uranio.
Gli ambienti conservatori iraniani hanno inoltre denunciato proprio le aperture del governo Rouhani verso l’Occidente, nell’illusione di far diventare la Repubblica Islamica un paese “normale” agli occhi dei suoi rivali attraverso il rispetto di un accordo poi naufragato a causa delle scelte di uno dei firmatari. La dichiarazione approvata dal Parlamento domenica non ha forza di legge, ma è già in discussione una proposta vincolante che includerebbe, tra l’altro, il riavvio a tutti gli effetti del programma nucleare civile, inclusa la riattivazione del controverso impianto di Fordow.
Rouhani e Zarif sembrano al contrario voler tenere aperta la porta della diplomazia in vista dell’insediamento di Biden alla Casa Bianca, nonostante la provocazione dell’assassinio di Fakhrizadeh. Il portavoce del governo di Teheran, Ali Rabiei, ha assicurato che il suo paese “non cadrà nella trappola” tesa da Trump e Netanyahu. L’ipotesi del dialogo con la nuova amministrazione americana resterà aperta, anche se “l’assassinio non rimarrà senza risposta”.
Se, come appare scontato, a pianificare la morte di Fakhrizadeh è stato il governo di Netanyahu, la decisione, oltre a rappresentare un crimine, conferma ancora una volta tutta la vigliaccheria di Israele. L’operazione, come tutte le consuete provocazioni dello stato ebraico, è stata condotta innanzitutto grazie alla copertura garantita dagli Stati Uniti e in considerazione del fatto che l’Iran aveva manifestato da qualche tempo l’intenzione di non reagire alle provocazioni che avrebbero potuto innescare un conflitto su vasta scala.
A questo proposito, a convincere Israele ad agire può avere contribuito anche la recente notizia dell’invito fatto dall’Iran alle milizie sciite in Iraq ad astenersi da attacchi o ritorsioni contro le forze americane di stanza in questo paese. Israele, dunque, non ha agito tanto per provocare una risposta iraniana, né tantomeno per ostacolare il programma nucleare iraniano, quanto per far saltare preventivamente qualsiasi piano di disgelo tra Washington e Teheran, ben sapendo che, viste le circostanze, molto probabilmente non ci sarebbe stata una risposta immediata da parte della Repubblica Islamica.
Ciò non toglie che l’Iran metterà prima o poi in atto una qualche rappresaglia contro Israele e forse i suoi alleati, come era accaduto dopo l’assassinio da parte americana del numero uno delle forze Quds dei Guardiani della Rivoluzione, generale Qassem Soleimani, nel gennaio scorso a Baghdad. Le opzioni iraniane sono molteplici e la ritorsione potrebbe arrivare anche da uno dei gruppi sostenuti da Teheran in Medio Oriente. Salvo provocazioni sempre più gravi, è comunque improbabile che l’Iran prenda iniziative in questo senso prima dell’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca.
La decisione di procedere con l’assassinio di Fakhrizadeh da parte di Netanyahu ha ad ogni modo inserito un certo elemento di scontro con l’Arabia Saudita proprio mentre i due paesi stanno lavorando a una normalizzazione anche formale delle relazioni bilaterali. Secondo quanto riportato in esclusiva dalla testata on-line Middle East Eye, dell’operazione in territorio iraniano avrebbero parlato Netanyahu, l’erede al trono saudita Mohammed bin Salman (MBS) e il segretario di Stato Pompeo durante la recente visita segreta del premier israeliano in Arabia Saudita.
Netanyahu aveva insistito per portare a termine il blitz, mentre Pompeo non aveva dato garanzie né si era impegnato per far desistere l’alleato israliano. MBS, invece, si era mostrato “molto nervoso” all’idea di una simile provocazione contro l’Iran. Le perplessità saudite erano legate al ricordo dell’attacco devastante condotto nel settembre del 2019 dai “ribelli” Houthis in Yemen, verosimilmente in collaborazione con Teheran, contro alcune importanti installazioni petrolifere saudite.
Quell’operazione aveva mostrato tutta la vulnerabilità del regno wahhabita e MBS teme di andare incontro a un nuovo attacco in risposta all’assassinio di Fakhrizadeh. Il problema ulteriore per Riyadh è determinato poi dal fatto che potrebbe venir meno anche la copertura americana, visto che l’amministrazione democratica entrante sarà forse meno disposta ad assecondare la leadership saudita rispetto a Trump. In questa prospettiva, il regime saudita non può che avallare il comportamento israeliano, così da offrire al prossimo presidente americano la nuova inedita partnership con Tel Aviv per ottenere in cambio una linea morbida sui nodi dei diritti umani e, tra l’altro, il brutale assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi.
Le manovre del presidente americano uscente e del governo israeliano per avvelenare ancora di più i rapporti con l’Iran proseguiranno comunque anche nei prossimi giorni. Questa settimana, il consigliere e genero di Trump, Jared Kushner, e il suo staff visiteranno ad esempio l’Arabia Saudita, prima di recarsi in Qatar. Ufficialmente, al centro della trasferta mediorientale dovrebbe esserci il tentativo di sanare la spaccatura creatasi da qualche anno tra il Qatar da una parte e alcune delle monarchie assolute del Golfo Persico dall’altra, ma la questione iraniana e il complotto contro Teheran non potranno che occupare anch’esse un posto importante nell’agenda delle discussioni.
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A Teheran e tra gli alleati della Repubblica Islamica ci sono pochi dubbi circa gli autori o, meglio, i mandanti dell’uccisione di Mohsen Fakhrizadeh. Il governo e le forze di sicurezza di Israele non hanno come al solito confermato né smentito l’ennesimo crimine commesso sul territorio di un paese nemico. Trump, da parte sua, aveva dato quanto meno l’approvazione indiretta dei fatti di venerdì scorso, re-twittando un’opinione di un giornalista israeliano che definitiva la morte dello scienziato un “colpo psicologico e professionale pesantissimo per l’Iran”.
Le modalità dell’assassinio ricordano altri episodi simili in passato pressoché universalmente attribuiti a Israele e, inoltre, anche in questo caso gli esecutori materiali dovrebbero essere soggetti reclutati all’interno della Repubblica Islamica o comunque non israeliani. Visto anche che Fakhrizadeh era stato nominato apertamente nel 2018 da Netanyahu nel corso di un ridicolo intervento pubblico per accusare l’Iran di essere ancora impegnato a costruire un’arma nucleare, sono non poche le perplessità sul livello di protezione garantito a quello che era considerato una vera e propria istituzione negli ambienti scientifici della Repubblica Islamica.
In ogni caso, la conseguenza immediata di quanto accaduto venerdì è l’irrigidimento degli ambienti di potere iraniani e il rafforzamento delle posizioni della fazione conservatrice, ovvero i promotori della “linea dura” per quanto riguarda i rapporti con l’Occidente. Ciò minaccia di togliere ulteriori spazi di manovra al presidente Rouhani e al suo ministro degli Esteri Zarif, sostenitori invece della linea “moderata” e già messi alle strette dalla politica della “massima pressione” di Trump e dalla prospettiva di dover lasciare il potere dopo le elezioni presidenziali del giugno prossimo.
Il clima che Biden si troverà di fronte, al di là delle sue reali intenzioni in merito all’Iran, sarà così ancora più ostile e potrebbe addirittura peggiorare se nelle settimane che mancano alla fine del mandato di Trump dovessero accadere altri eventi in grado di aggravare lo scontro. I segnali già arrivati da Teheran non sono infatti incoraggianti. Il parlamento iraniano, dove i conservatori detengono la maggioranza, domenica ha chiesto al governo una risposta immediata all’assassinio di Fakhrizadeh, iniziando con la sospensione delle ispezioni internazionali nei siti nucleari della Repubblica Islamica.
Queste visite sono il risultato dell’accettazione volontaria da parte di Teheran del cosiddetto “Protocollo Aggiuntivo” collegato all’accordo sul nucleare di Vienna del 2015 (JCPOA). Proprio l’ultimo rapporto degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) di qualche settimana fa era stato utilizzato dal presidente americano Trump come giustificazione per un possibile attacco militare mirato contro l’Iran. Il New York Times aveva rivelato come Trump avesse chiesto un parere in proposito al Pentagono, ma l’operazione era stata poi annullata su consiglio dei vertici militari e del dipartimento di Stato. Una delle giustificazione per un eventuale attacco doveva essere appunto il rapporto dell’AIEA che spiegava come l’Iran avesse superato di molto, peraltro legittimamente e in conseguenza delle decisioni americane, i limiti imposti dal JCPOA all’arricchimento dell’uranio.
Gli ambienti conservatori iraniani hanno inoltre denunciato proprio le aperture del governo Rouhani verso l’Occidente, nell’illusione di far diventare la Repubblica Islamica un paese “normale” agli occhi dei suoi rivali attraverso il rispetto di un accordo poi naufragato a causa delle scelte di uno dei firmatari. La dichiarazione approvata dal Parlamento domenica non ha forza di legge, ma è già in discussione una proposta vincolante che includerebbe, tra l’altro, il riavvio a tutti gli effetti del programma nucleare civile, inclusa la riattivazione del controverso impianto di Fordow.
Rouhani e Zarif sembrano al contrario voler tenere aperta la porta della diplomazia in vista dell’insediamento di Biden alla Casa Bianca, nonostante la provocazione dell’assassinio di Fakhrizadeh. Il portavoce del governo di Teheran, Ali Rabiei, ha assicurato che il suo paese “non cadrà nella trappola” tesa da Trump e Netanyahu. L’ipotesi del dialogo con la nuova amministrazione americana resterà aperta, anche se “l’assassinio non rimarrà senza risposta”.
Se, come appare scontato, a pianificare la morte di Fakhrizadeh è stato il governo di Netanyahu, la decisione, oltre a rappresentare un crimine, conferma ancora una volta tutta la vigliaccheria di Israele. L’operazione, come tutte le consuete provocazioni dello stato ebraico, è stata condotta innanzitutto grazie alla copertura garantita dagli Stati Uniti e in considerazione del fatto che l’Iran aveva manifestato da qualche tempo l’intenzione di non reagire alle provocazioni che avrebbero potuto innescare un conflitto su vasta scala.
A questo proposito, a convincere Israele ad agire può avere contribuito anche la recente notizia dell’invito fatto dall’Iran alle milizie sciite in Iraq ad astenersi da attacchi o ritorsioni contro le forze americane di stanza in questo paese. Israele, dunque, non ha agito tanto per provocare una risposta iraniana, né tantomeno per ostacolare il programma nucleare iraniano, quanto per far saltare preventivamente qualsiasi piano di disgelo tra Washington e Teheran, ben sapendo che, viste le circostanze, molto probabilmente non ci sarebbe stata una risposta immediata da parte della Repubblica Islamica.
Ciò non toglie che l’Iran metterà prima o poi in atto una qualche rappresaglia contro Israele e forse i suoi alleati, come era accaduto dopo l’assassinio da parte americana del numero uno delle forze Quds dei Guardiani della Rivoluzione, generale Qassem Soleimani, nel gennaio scorso a Baghdad. Le opzioni iraniane sono molteplici e la ritorsione potrebbe arrivare anche da uno dei gruppi sostenuti da Teheran in Medio Oriente. Salvo provocazioni sempre più gravi, è comunque improbabile che l’Iran prenda iniziative in questo senso prima dell’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca.
La decisione di procedere con l’assassinio di Fakhrizadeh da parte di Netanyahu ha ad ogni modo inserito un certo elemento di scontro con l’Arabia Saudita proprio mentre i due paesi stanno lavorando a una normalizzazione anche formale delle relazioni bilaterali. Secondo quanto riportato in esclusiva dalla testata on-line Middle East Eye, dell’operazione in territorio iraniano avrebbero parlato Netanyahu, l’erede al trono saudita Mohammed bin Salman (MBS) e il segretario di Stato Pompeo durante la recente visita segreta del premier israeliano in Arabia Saudita.
Netanyahu aveva insistito per portare a termine il blitz, mentre Pompeo non aveva dato garanzie né si era impegnato per far desistere l’alleato israliano. MBS, invece, si era mostrato “molto nervoso” all’idea di una simile provocazione contro l’Iran. Le perplessità saudite erano legate al ricordo dell’attacco devastante condotto nel settembre del 2019 dai “ribelli” Houthis in Yemen, verosimilmente in collaborazione con Teheran, contro alcune importanti installazioni petrolifere saudite.
Quell’operazione aveva mostrato tutta la vulnerabilità del regno wahhabita e MBS teme di andare incontro a un nuovo attacco in risposta all’assassinio di Fakhrizadeh. Il problema ulteriore per Riyadh è determinato poi dal fatto che potrebbe venir meno anche la copertura americana, visto che l’amministrazione democratica entrante sarà forse meno disposta ad assecondare la leadership saudita rispetto a Trump. In questa prospettiva, il regime saudita non può che avallare il comportamento israeliano, così da offrire al prossimo presidente americano la nuova inedita partnership con Tel Aviv per ottenere in cambio una linea morbida sui nodi dei diritti umani e, tra l’altro, il brutale assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi.
Le manovre del presidente americano uscente e del governo israeliano per avvelenare ancora di più i rapporti con l’Iran proseguiranno comunque anche nei prossimi giorni. Questa settimana, il consigliere e genero di Trump, Jared Kushner, e il suo staff visiteranno ad esempio l’Arabia Saudita, prima di recarsi in Qatar. Ufficialmente, al centro della trasferta mediorientale dovrebbe esserci il tentativo di sanare la spaccatura creatasi da qualche anno tra il Qatar da una parte e alcune delle monarchie assolute del Golfo Persico dall’altra, ma la questione iraniana e il complotto contro Teheran non potranno che occupare anch’esse un posto importante nell’agenda delle discussioni.
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Competizione per sopravvivere, il nero destino della UE
Sepolta sotto la coltre mediatica delle notizie sulla pandemia, la crisi economica marcia trionfale. Esaltata dalla stessa architettura dell’Unione Europea, fissata in trattati pensati in un’epoca di “vacche grasse”, quando la parola crisi era immediatamente associata alla “colpa” di qualcuno.
Perché si viveva “nel migliore dei mondi possibili”, e dunque se qualcosa andava storto doveva esserci per forza qualcuno che aveva “vissuto al di sopra delle proprie possibilità”, accumulando debiti invece che produrre ricchezza.
Quel mondo perfetto, del capitalismo neoliberista, non è mai esistito, se non nella retorica (qualcuno lo spieghi ai Giannini e ai Mario Monti, che non continuino ignari di tutto!). Ma adesso è la realtà a prendere a martellate in testa chiunque provi a immaginare “misure correttive” per un sistema che non sta in piedi.
L’Unione Europea, dopo dieci mesi di pandemia, non è ancora riuscita a prendere alcuna decisione sensata o comunque pratica. L’unica mezza cosetta è il fondo Sure, garantito dalla Ue, per finanziare – molto parzialmente – la cassa integrazione straordinaria decisa da tutti gli Stati membri.
Per il resto, ognun per sé, come vuole la logica mercantilista dei trattati. Tranne che per quanto riguarda la politica di bilancio, ovviamente improntata all’austerità.
Anche questa è stata presa a martellate dalla pandemia, visto che tutti i Paesi membri hanno dovuto ingigantire i rispettivi debiti pubblici per far fronte all’emergenza. Ma la “sospensione” del Patto di Stabilità non significa affatto revisione delle strategie adottate fin qui.
Lo ha spiegato con la massima chiarezza Paolo Gentiloni, commissario agli affari economici: “La clausola generale di salvaguardia rimarrà in vigore per tutto il 2021. Ma questo non significa che dal gennaio del 2022 sarà interrotta”.
Quel meccanismo idiota resta intatto, ma il “ritorno alla normalità” verrà rinviato “finché necessario”. È in qualche modo straordinario che neanche la mezza catastrofe in cui stiamo vivendo da un anno sia stata sufficiente a smuovere i neuroni bruciati della tecnoburocrazia europea; o forse è solo impossibile smuovere la stratificazione degli interessi delle economie più forti – quelle del Nord Europa – che hanno tradotto quegli interessi in trattati modificabili solo all’unanimità.
Ma la Storia si vendica sempre. Quello stesso meccanismo (l’unanimità, ossia il diritto di veto dei singoli Stati) sta ora facendo rinviare il cosiddetto Recovery Fund. Che sembrava una “grande iniziativa comune” ma si sta rivelando il solito pasticcio, con Ungheria e Polonia – retti da regimi semifascisti misteriosamente classificati come “democratici” – che bloccano l’intero bilancio comunitario per i prossimi anni (da cui dipende anche il Recovery Fund).
Il percorso Ue resta insomma solidamente inchiodato sul piano inclinato della “competizione infra-comunitaria”. Che non solo nega in radice qualsiasi spinta “solidaristica”, ma presuppone un mors tua vita mea (il caso della Grecia sta lì a dimostrarlo).
L’analisi di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza, coglie tutti questi limiti e li inquadra nella successione di crisi economiche vissuto dal capitalismo occidentale negli ultimi 50 anni.
Ma evoca anche le conseguenze tipiche, storicamente provate, di ogni competizione mercantilistica: la guerra. All’interno o contro un nemico esterno. Di chi contro chi, è tutto da vedere. Ma certo sarà guerra per la sopravvivenza, non per vincere.
Perché si viveva “nel migliore dei mondi possibili”, e dunque se qualcosa andava storto doveva esserci per forza qualcuno che aveva “vissuto al di sopra delle proprie possibilità”, accumulando debiti invece che produrre ricchezza.
Quel mondo perfetto, del capitalismo neoliberista, non è mai esistito, se non nella retorica (qualcuno lo spieghi ai Giannini e ai Mario Monti, che non continuino ignari di tutto!). Ma adesso è la realtà a prendere a martellate in testa chiunque provi a immaginare “misure correttive” per un sistema che non sta in piedi.
L’Unione Europea, dopo dieci mesi di pandemia, non è ancora riuscita a prendere alcuna decisione sensata o comunque pratica. L’unica mezza cosetta è il fondo Sure, garantito dalla Ue, per finanziare – molto parzialmente – la cassa integrazione straordinaria decisa da tutti gli Stati membri.
Per il resto, ognun per sé, come vuole la logica mercantilista dei trattati. Tranne che per quanto riguarda la politica di bilancio, ovviamente improntata all’austerità.
Anche questa è stata presa a martellate dalla pandemia, visto che tutti i Paesi membri hanno dovuto ingigantire i rispettivi debiti pubblici per far fronte all’emergenza. Ma la “sospensione” del Patto di Stabilità non significa affatto revisione delle strategie adottate fin qui.
Lo ha spiegato con la massima chiarezza Paolo Gentiloni, commissario agli affari economici: “La clausola generale di salvaguardia rimarrà in vigore per tutto il 2021. Ma questo non significa che dal gennaio del 2022 sarà interrotta”.
Quel meccanismo idiota resta intatto, ma il “ritorno alla normalità” verrà rinviato “finché necessario”. È in qualche modo straordinario che neanche la mezza catastrofe in cui stiamo vivendo da un anno sia stata sufficiente a smuovere i neuroni bruciati della tecnoburocrazia europea; o forse è solo impossibile smuovere la stratificazione degli interessi delle economie più forti – quelle del Nord Europa – che hanno tradotto quegli interessi in trattati modificabili solo all’unanimità.
Ma la Storia si vendica sempre. Quello stesso meccanismo (l’unanimità, ossia il diritto di veto dei singoli Stati) sta ora facendo rinviare il cosiddetto Recovery Fund. Che sembrava una “grande iniziativa comune” ma si sta rivelando il solito pasticcio, con Ungheria e Polonia – retti da regimi semifascisti misteriosamente classificati come “democratici” – che bloccano l’intero bilancio comunitario per i prossimi anni (da cui dipende anche il Recovery Fund).
Il percorso Ue resta insomma solidamente inchiodato sul piano inclinato della “competizione infra-comunitaria”. Che non solo nega in radice qualsiasi spinta “solidaristica”, ma presuppone un mors tua vita mea (il caso della Grecia sta lì a dimostrarlo).
L’analisi di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza, coglie tutti questi limiti e li inquadra nella successione di crisi economiche vissuto dal capitalismo occidentale negli ultimi 50 anni.
Ma evoca anche le conseguenze tipiche, storicamente provate, di ogni competizione mercantilistica: la guerra. All’interno o contro un nemico esterno. Di chi contro chi, è tutto da vedere. Ma certo sarà guerra per la sopravvivenza, non per vincere.
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L’inflazione? Riparliamone tra 20 anni
L’inflazione? Riparliamone tra 20 anni
Guido Salerno Aletta
Se ne parla tra vent’anni, se va bene: tanto ci vorrà, secondo il Ministro delle finanze francese Bruno Le Maire, per riassorbire l’extra debito pubblico dovuto alla crisi economica determinata dal Covid-19.
Significa che saranno solo i fattori esogeni e non la politica fiscale o quella monetaria a sospingere la crescita, visto che in Europa, con i tassi già negativi, non c’è spazio di manovra.
Sono previsioni davvero ottimistiche, quasi da rito divinatorio, se si guarda alle crisi che si sono susseguite negli ultimi decenni, ad un ritmo sempre più serrato, nonostante le discipline di bilancio adottate sin dal Trattato di Maastricht e lo scudo dell’euro.
Mettendole in fila, solo quelle che ricordiamo per averle in qualche modo vissute sono davvero tante, troppe: dallo shock petrolifero del 1973 a quello del 1980 che fu accompagnato da una devastante stretta monetaria americana, per non parlare della guerra portata allo Sme nel 1992 al fine di azzoppare il disegno della nascente moneta unica europea e dei condizionamenti pesantissimi che ci erano già derivati a partire dal 1985 dall’Accordo del Plaza, volto a dare sollievo all’economia americana boccheggiante per i deficit gemelli del bilancio federale e dei conti con l’estero.
A distanza di tempo, anche la bolla del Nasdaq sembra essere stata poca cosa, anche se da quest’ultima il settore delle telecomunicazioni non si è mai più ripreso: il troppo debito accumulato in una concorrenza al massacro ha messo fuori gioco la gran parte della manifattura tradizionale e degli operatori appena entrati sul mercato appena liberalizzato.
Nel nuovo secolo, lo stesso allargamento ad est dell’Unione europea, cui si è aggiunto l’ingresso della Cina nel Wto, sono state sfide devastanti, culminate nello grande crisi finanziaria americana del 2008, cui è seguito il collasso europeo determinato dagli squilibri di Grecia, Spagna, Portogallo ed Irlanda che si erano accumulati negli anni.
A farne le spese è stata l’Italia, nonostante fosse riuscita a rientrare dalla grande parte dal debito pubblico eccessivo con vent’anni di avanzi primari e conseguente bassa crescita.
Alla sfida inaudita della pandemia, l’Europa è giunta stremata dopo anni di politiche fiscali restrittive, vincolate ai parametri del Fiscal Compact. La sostenibilità dei debiti, pubblici e privati, ora deve fare i conti non solo con il precipitare del pil e con una ripresa che si preannuncia sempre più fiacca, ma soprattutto con la deflazione dei prezzi. Ed è già la quarta volta che accade, in poco più di dieci anni.
Dopo la crisi del 2008, la Bce non riesce più a perseguire l’obiettivo della stabilità monetaria, che consiste nel mantenere il livello di crescita dei prezzi ad un tasso vicino, ma non superiore al 2% annuo: mentre la caduta dei prezzi si manifesta repentina e profonda, la risalita si manifesta lenta ed instabile.
A settembre scorso, nell’Eurozona è stato rilevato un valore medio dell’inflazione del -0,3% annuo, in brusco peggioramento rispetto al +1,4% rilevato a gennaio mentre anche in Italia l’indice dei prezzi è andato sotto zero.
La crisi determinata dalla pandemia non ha fatto altro che assecondare, accelerandola, una caduta che era già iniziata in precedenza, considerando il calo dal +2,3% al +0,7% che era stato già registrato tra l’ottobre del 2018 e lo stesso mese del 2019 e che aveva suggerito la ripresa del Qe, con un nuovo PSPP (Public Sector Purchase Program).
In questo periodo di dodici mesi, non caratterizzato da alcuna recessione economica, l’inflazione era già caduta di ben 1,6 punti percentuali. Quest’anno, ed in appena nove mesi, il calo è già stato di 1,1 punti.
Va rilevato, e con ancora maggiore preoccupazione, che la prosecuzione del calo dei prezzi si è accentuata nel terzo trimestre dell’anno, nonostante il rimbalzo registrato nell’andamento del prodotto: quest’ultimo, infatti, a fronte di un – 3,3% tendenziale nel primo trimestre e poi di un catastrofico – 14,8%, nel secondo, aveva segnato nel terzo un -4,4% rispetto all’anno precedente. L’inflazione, invece, è continuata ad andare giù di peso, passando dal +0,4% di luglio al -0,4% di settembre.
Negli Usa, per fare un confronto, l’inflazione ha assunto valori negativi solo nei mesi di aprile, maggio e giugno (rispettivamente con -0,4%, -0,8% e -0,1%), per poi riportarsi a valori positivi già a partire da luglio ed agosto con un +0,6%, pur ridottosi al +0,4% di settembre ed al +0,2% ad ottobre. Merito dapprima di interventi tempestivi e massicci, sia fiscali che monetari, e poi colpa dei contrasti tra l’Amministrazione Trump e la Camera dei Rappresentanti che hanno portato allo stallo decisionale.
In Europa, è accaduto lo stesso: nonostante la maggiore prontezza manifestata stavolta dalla Bce, i vincoli strutturalmente costrittivi che sono posti a fondamento della politica fiscale dell’Unione, sulla base del Fiscal Compact, non sono velocemente rimovibili quando viene deciso di sospenderne temporaneamente la operatività per via di una congiuntura negativa.
I ritardi cui si assiste nell’adozione del programma straordinario Next Generation Ue, cui si è delegato il compito di definire le nuove strategie di crescita basate sulla green e sulla smart economy, hanno paradossalmente schiacciato gli interventi congiunturali sull’assistenzialismo emergenziale anziché sull’accelerazione degli investimenti privati e nelle infrastrutture pubbliche. L’economia europea è rimasta bloccata e senza prospettive.
La deflazione indotta dalla crisi non è stata contrastata neppure dalla politica monetaria accomodante della Bce, nonostante la ripresa del Qe sin dalla fine del 2019, la attivazione del PEPP che pur è stato incrementato nelle dimensioni ed esteso nel tempo, le numerose aste per rifinanziamenti bancari a più lungo termine e l’accelerazione della base monetaria misurata come M3.
La liquidità che è stata immessa dalla Bce non è arrivata all’economia reale. Fra marzo ed ottobre, nell’ambito del PEPP, sono stati comprati titoli sul mercato (Covered, Corporate, Commercial, Public Sector) per 629 miliardi di euro, rispetto ad un volume complessivo autorizzato di 1350 miliardi con orizzonte a giugno 2021. Nell’ambito dell’APP, che ha riattivato il QE, tra dicembre 2019 ed ottobre scorso le detenzioni nette sono aumentate di 226 miliardi, arrivando a 2.424 miliardi.
Ci sono forti ristagni nella circolazione monetaria: gli Stati dell’Eurozona hanno pressoché raddoppiato i loro depositi presso il settore bancario, arrivati a 864 miliardi: al maggior deficit di bilancio non ha corrisposto una altrettanto maggiore spesa. Hanno messo fieno in cascina approfittando della grande liquidità immessa dalla Bce e dalla avversità al rischio mostrata dagli investitori.
Questa tendenza è confermata dall’aumento degli impieghi bancari in titoli di Stato, che tra agosto e settembre sono aumentati in media tra il 21% ed il 25% rispetto all’anno precedente, mentre la crescita del credito al settore privato non ha superato il 5%. Ancora più ridotto, dell’1% circa, è stato l’aumento degli attivi bancari in equity e quote di fondi di investimento.
Nel giro di pochi mesi, il cambio dollaro/euro è passato da 1,08 a 1,18. Anche il versante valutario ha dunque contribuito alla caduta dei prezzi interni per via del rafforzamento dell’euro sul complesso di tutte le altre valute pesate in termini commerciali.
Per quanto riguarda l’Italia, mentre per l’area euro l’indice dei prezzi all’import (base 2015=100) è diminuito di poco, passando da 101,6 di gennaio a 100,3 di settembre, quello riferito ai paesi esterni all’area è precipitato, passando nello stesso torno di tempo da 100,5 a 91.
Si cumulano dunque al ribasso gli effetti negativi della recessione globale con quelli derivanti della rivalutazione dell’euro. Perdendo competitività di prezzo, si innesca così una nuova pericolosa spirale deflattiva con la compressione dei costi e dei salari.
Il cerchio si chiude: gli eccezionali debiti pubblici già accumulati in pochissimi mesi per fronteggiare le conseguenze della pandemia ed i margini ormai inconsistenti sotto il profilo della riduzione dei tassi di interesse sono segnali di eccezionale gravità sotto il profilo della agibilità della politica fiscale e di quella monetaria di sostenere la crescita e di contrastare nuove possibili crisi.
In queste condizioni, la sola competizione mercantilistica, fondata sulla conquista dei mercati esteri, comporta conseguenze distruttive in termini di deflazione globale, innescando conflitti per la sola sopravvivenza come già avvenne negli ultimi decenni dell’Ottocento.
Chi deve intendere, intenda.
Fonte
Il mito popolare di Matteotti
Giacomo Matteotti nasce a Fratta Polesine nel 1885, da una famiglia benestante che gli consente di laurearsi in giurisprudenza. Tuttavia, abbraccia ben presto la causa dei contadini, sostenendo lo sviluppo di leghe e cooperative.
Diventato sindaco e assessore in diversi comuni del Polesine e poi consigliere provinciale, proprio in questa qualità pronuncia due discorsi contro la guerra, nel marzo e nel giugno del 1916 che, considerati “disfattisti” lo portano all’arresto e in seguito alla destinazione, come militare, in Sicilia e, per qualche mese, come internato a Messina.
In parlamento viene eletto per la prima volta nel 1919 e assume subito un atteggiamento di intransigente denuncia dello squadrismo fascista, sino all’ultimo famoso discorso del 30 maggio 1924. In tale discorso alla camera Matteotti denuncia i brogli, le intimidazioni e le violenze che hanno caratterizzato le elezioni appena svolte.
Dieci giorni dopo è sequestrato e ucciso per ordine di Mussolini da una squadraccia fascista. La figura e l’omicidio di Matteotti resteranno per sempre nella memoria popolare che celebrerà questo martire dell’antifascismo con una serie sterminata di canti e canzoni non solo in Italia, ma anche in diversi paesi europei e negli Stati Uniti.
Proprio alla memoria cantata di Matteotti è dedicato un bel libro recentemente uscito, a firma di Enzo Bellettato, per iniziativa dell’Istituto Ernesto De Martino per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario e dell’Associazione Minelliana (Matteotti nella memoria cantata, Associazione Minelliana-Istituto De Martino, Rovigo-Sesto Fiorentino, 2020, pag. 240+77 e un CD allegato).
Si tratta di un libro pregevole, che, con un bel rivolto grafico, ha due copertine poiché oltre al testo di Bellettato contiene i materiali di ricerca e il libretto che accompagnarono il disco Povero Matteotti pubblicato dai Dischi del Sole in occasione del cinquantennale dell’uccisione del dirigente socialista, a cura di Maria Luisa Betri, Anna Maria Ciniselli e Cesare Bermani. Il vinile, ormai introvabile, è riproposto in CD e allegato al libro.
Matteotti nella memoria cantata mette a disposizione degli studiosi, dei musicisti popolari e degli appassionati di storia del movimento operaio l’intero corpus di canti su Matteotti sinora disponibili attraverso le ricerche effettuate nel corso di decenni da storici, etnomusicologi e militanti quali Sergio Liberovici, Emilio Jona, Alan Lomax, Ernesto De Martino, Diego Carpitella e Roberto Leydi.
Il libro ha anche un suo indubbio significato politico, sociale e soprattutto demologico, poiché è incentrato non sulla vita e la storia di Matteotti, quanto piuttosto sul mito popolare attraverso cui la sua memoria si è tramandata tra le classi popolari.
Sono diverse le ragioni che hanno causato la costruzione di tale mito. Anzitutto il tema della morte violenta dell’uomo che, pur avendo una famiglia felice, non esita a mettere in gioco la sua vita per la giustizia diventando un “martire”. Non si dimentichi, tra l’altro, che Matteotti era di estrazione borghese, ma aveva abbracciato la causa dei lavoratori.
Inoltre, il mito popolare s’intreccia con la realtà a proposito dei documenti che Matteotti avrebbe avuto in borsa, il giorno dell’omicidio, che riguardavano la corruzione del governo fascista (e personale di Arnaldo, fratello di Benito Mussolini) nella stipula della concessione all’americana Sinclair Oil per lo sfruttamento dei giacimenti siti in Emilia e in Sicilia.
Un fatto che, seppure indagato da storici importanti, quali per primo Renzo De Felice, non si è mai dimostrato con certezza, ma che sembra essere stato una delle cause dell’assassinio, poiché si ritiene che Matteotti avesse intenzione di denunciare l’affare nella seduta parlamentare dell’11 giugno, giorno successivo alla sua uccisione. La memoria di tali documenti (mai ritrovati) ricorre in più di un canto popolare dedicato a Matteotti, visto come fustigatore dei fascisti corrotti.
Infine, non si deve dimenticare il momento in cui avvenne l’omicidio Matteotti. Il regime non aveva ancora il controllo completo sull’informazione e non poté farlo passare sotto silenzio, come avvenne più tardi con l’omicidio dei fratelli Rosselli o la morte di Gramsci.
Tali elementi hanno contribuito, quindi, al formarsi e al diffondersi del mito di Matteotti sul quale Enzo Bellettato ha raccolto una quantità molto importante di documenti.
Anzitutto il dossier di Sergio Liberovici ed Emilio Jona riguardante le Cante di Matteotti contenuto nel Contemporaneo del marzo 1960, poi l’Himno del Batallòn Matteotti nella guerra di Spagna, ma anche quello creato da un gruppo di partigiani italiani in Bosnia che dedicarono la loro formazione al dirigente socialista ucciso.
Il mito popolare di Matteotti, come accade in questi casi, non tiene veramente conto delle reali idee del personaggio. Spesso, nei canti popolari a lui dedicati, s’invoca la violenza vendicatrice che colpisca i suoi assassini, i fascisti e Mussolini.
Matteotti, in realtà, era un politico non violento, che arrivò persino a consigliare ai contadini di chiudersi in casa di fronte alle squadracce fasciste, non reagendo alla loro violenza. Solo in un caso egli approvò l’idea di un’insurrezione popolare, per fermare il massacro della prima guerra mondiale. Ma tutto questo fa parte del divario tra il personaggio e il mito costruito attorno a lui.
Nell’estesa raccolta di canti popolari su Matteotti occupano un posto significativo le parodie e i contraffatti, vale a dire il riuso di melodie popolari usate con parole diverse dalle originali. È cosi che, nel libro di Belletato, sì incontrano canzoni sull’aria della Leggenda del Piave (La leggenda di Matteotti), di Santa Lucia, della canzone Fox-trot della nostalgia che in origine parlava dell’emigrazione italiana in America sino a Sorge un grido d’orrore sull’aria dell’Inno dei Lavoratori le cui parole originali sono, come è noto, di Filippo Turati.
Quella del contraffatto o della parodia è una pratica molto presente nel mondo popolare, che arrivò nei primi anni venti anche all’appropriazione di canti di parti politiche opposte. Fu il caso di Bandiera Rossa, riscritta dai fascisti con Bandiera nera sarà più forte, o Avanti ardito sarai più forte/ai comunisti rompiam le ossa; ma anche Giovinezza cantata dagli antifascisti con l’incipit Bolscevismo, Bolscevismo...
Una pratica che giunge sino a giorni più vicini a noi, se si considera che il canto Povero Matteotti è stato in seguito ripreso da Giovanna Marini e da Sandro Portelli rispettivamente con Povero Pinelli e Povero Calabresi.
Il volume non ha diffusione commerciale, ma può essere richiesto all’Istituto Ernesto De Martino, iedm@iedm.it., con un contributo di 30€ (15 per i soci dell’istituto).
Fonte
Diventato sindaco e assessore in diversi comuni del Polesine e poi consigliere provinciale, proprio in questa qualità pronuncia due discorsi contro la guerra, nel marzo e nel giugno del 1916 che, considerati “disfattisti” lo portano all’arresto e in seguito alla destinazione, come militare, in Sicilia e, per qualche mese, come internato a Messina.
In parlamento viene eletto per la prima volta nel 1919 e assume subito un atteggiamento di intransigente denuncia dello squadrismo fascista, sino all’ultimo famoso discorso del 30 maggio 1924. In tale discorso alla camera Matteotti denuncia i brogli, le intimidazioni e le violenze che hanno caratterizzato le elezioni appena svolte.
Dieci giorni dopo è sequestrato e ucciso per ordine di Mussolini da una squadraccia fascista. La figura e l’omicidio di Matteotti resteranno per sempre nella memoria popolare che celebrerà questo martire dell’antifascismo con una serie sterminata di canti e canzoni non solo in Italia, ma anche in diversi paesi europei e negli Stati Uniti.
Proprio alla memoria cantata di Matteotti è dedicato un bel libro recentemente uscito, a firma di Enzo Bellettato, per iniziativa dell’Istituto Ernesto De Martino per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario e dell’Associazione Minelliana (Matteotti nella memoria cantata, Associazione Minelliana-Istituto De Martino, Rovigo-Sesto Fiorentino, 2020, pag. 240+77 e un CD allegato).
Si tratta di un libro pregevole, che, con un bel rivolto grafico, ha due copertine poiché oltre al testo di Bellettato contiene i materiali di ricerca e il libretto che accompagnarono il disco Povero Matteotti pubblicato dai Dischi del Sole in occasione del cinquantennale dell’uccisione del dirigente socialista, a cura di Maria Luisa Betri, Anna Maria Ciniselli e Cesare Bermani. Il vinile, ormai introvabile, è riproposto in CD e allegato al libro.
Matteotti nella memoria cantata mette a disposizione degli studiosi, dei musicisti popolari e degli appassionati di storia del movimento operaio l’intero corpus di canti su Matteotti sinora disponibili attraverso le ricerche effettuate nel corso di decenni da storici, etnomusicologi e militanti quali Sergio Liberovici, Emilio Jona, Alan Lomax, Ernesto De Martino, Diego Carpitella e Roberto Leydi.
Il libro ha anche un suo indubbio significato politico, sociale e soprattutto demologico, poiché è incentrato non sulla vita e la storia di Matteotti, quanto piuttosto sul mito popolare attraverso cui la sua memoria si è tramandata tra le classi popolari.
Sono diverse le ragioni che hanno causato la costruzione di tale mito. Anzitutto il tema della morte violenta dell’uomo che, pur avendo una famiglia felice, non esita a mettere in gioco la sua vita per la giustizia diventando un “martire”. Non si dimentichi, tra l’altro, che Matteotti era di estrazione borghese, ma aveva abbracciato la causa dei lavoratori.
Inoltre, il mito popolare s’intreccia con la realtà a proposito dei documenti che Matteotti avrebbe avuto in borsa, il giorno dell’omicidio, che riguardavano la corruzione del governo fascista (e personale di Arnaldo, fratello di Benito Mussolini) nella stipula della concessione all’americana Sinclair Oil per lo sfruttamento dei giacimenti siti in Emilia e in Sicilia.
Un fatto che, seppure indagato da storici importanti, quali per primo Renzo De Felice, non si è mai dimostrato con certezza, ma che sembra essere stato una delle cause dell’assassinio, poiché si ritiene che Matteotti avesse intenzione di denunciare l’affare nella seduta parlamentare dell’11 giugno, giorno successivo alla sua uccisione. La memoria di tali documenti (mai ritrovati) ricorre in più di un canto popolare dedicato a Matteotti, visto come fustigatore dei fascisti corrotti.
Infine, non si deve dimenticare il momento in cui avvenne l’omicidio Matteotti. Il regime non aveva ancora il controllo completo sull’informazione e non poté farlo passare sotto silenzio, come avvenne più tardi con l’omicidio dei fratelli Rosselli o la morte di Gramsci.
Tali elementi hanno contribuito, quindi, al formarsi e al diffondersi del mito di Matteotti sul quale Enzo Bellettato ha raccolto una quantità molto importante di documenti.
Anzitutto il dossier di Sergio Liberovici ed Emilio Jona riguardante le Cante di Matteotti contenuto nel Contemporaneo del marzo 1960, poi l’Himno del Batallòn Matteotti nella guerra di Spagna, ma anche quello creato da un gruppo di partigiani italiani in Bosnia che dedicarono la loro formazione al dirigente socialista ucciso.
Il mito popolare di Matteotti, come accade in questi casi, non tiene veramente conto delle reali idee del personaggio. Spesso, nei canti popolari a lui dedicati, s’invoca la violenza vendicatrice che colpisca i suoi assassini, i fascisti e Mussolini.
Matteotti, in realtà, era un politico non violento, che arrivò persino a consigliare ai contadini di chiudersi in casa di fronte alle squadracce fasciste, non reagendo alla loro violenza. Solo in un caso egli approvò l’idea di un’insurrezione popolare, per fermare il massacro della prima guerra mondiale. Ma tutto questo fa parte del divario tra il personaggio e il mito costruito attorno a lui.
Nell’estesa raccolta di canti popolari su Matteotti occupano un posto significativo le parodie e i contraffatti, vale a dire il riuso di melodie popolari usate con parole diverse dalle originali. È cosi che, nel libro di Belletato, sì incontrano canzoni sull’aria della Leggenda del Piave (La leggenda di Matteotti), di Santa Lucia, della canzone Fox-trot della nostalgia che in origine parlava dell’emigrazione italiana in America sino a Sorge un grido d’orrore sull’aria dell’Inno dei Lavoratori le cui parole originali sono, come è noto, di Filippo Turati.
Quella del contraffatto o della parodia è una pratica molto presente nel mondo popolare, che arrivò nei primi anni venti anche all’appropriazione di canti di parti politiche opposte. Fu il caso di Bandiera Rossa, riscritta dai fascisti con Bandiera nera sarà più forte, o Avanti ardito sarai più forte/ai comunisti rompiam le ossa; ma anche Giovinezza cantata dagli antifascisti con l’incipit Bolscevismo, Bolscevismo...
Una pratica che giunge sino a giorni più vicini a noi, se si considera che il canto Povero Matteotti è stato in seguito ripreso da Giovanna Marini e da Sandro Portelli rispettivamente con Povero Pinelli e Povero Calabresi.
Il volume non ha diffusione commerciale, ma può essere richiesto all’Istituto Ernesto De Martino, iedm@iedm.it., con un contributo di 30€ (15 per i soci dell’istituto).
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Il Covid-19 e la non prevenzione
Ad ascoltare i telegiornali di questi giorni, non c’è dubbio che la strategia che si è deciso di scegliere contro questa pandemia da SARS-CoV-2, a livello mondiale, sia quella di scoprire il vaccino, o meglio i vaccini giusti.
Questa strategia non è esente da rischi, visto che si parla di studiare e sperimentare in pochi mesi, quello che di norma richiederebbe almeno alcuni anni.
Servirebbe un dibattito un po’ più serio, e fa pensare la posizione del prof. Andrea Crisanti che – non senza criterio scientifico, secondo me – afferma che prima di farsi iniettare un vaccino completamente diverso da tutti i precedenti (quello basato su RNA) e con una sperimentazione così breve, vorrebbe almeno leggerne la documentazione scientifica (che invece le case farmaceutiche possono decidere di secretare al pubblico per due anni).
Il punto su cui vorrei ragionare però non è il Covid-19, né questi nuovi miracolosi vaccini che promettono protezioni che, in una rapida escalation di coperture, presto toccheranno il 101%.
Vorrei andare oltre la siepe e pensare al futuro. Siamo così ottimisti da pensare davvero che il SARS-CoV-2 sarà l’ultima pandemia che affliggerà la nostra umanità? Io credo di no. Molti virologi in tempi non sospetti avevano ipotizzato l’arrivo di epidemie di vari tipi di virus da pipistrelli semplicemente perché di questi virus ne esistono moltissimi, capaci di fare il cosiddetto salto di specie.
E siccome di mammiferi selvatici sulla terra ormai ne restano pochissimi, ecco che i virus sono ormai obbligati a scegliere l’uomo o gli animali allevati (vedasi quanto accaduto alle migliaia di visoni abbattuti recentemente). E la scelta dell’uomo, per loro, è certamente la più semplice (mio post "Nei panni del virus").
In un mondo sempre più a rischio di epidemie e pandemie, quello che dovremmo tutti cercare di fare, dalla scienza alla politica all’uomo comune, è quello di farci trovare pronti, potenziando al massimo il nostro sistema immunitario e potenziando la medicina del territorio fino ad arrivare alla prevenzione personalizzata (già attuabile con le attuali conoscenze).
Invece, a quello che vedo, si punta solo sul vaccino!
Al nostro sistema immunitario per funzionare al massimo delle potenzialità servono certamente, in ordine di importanza, le vitamine D, C, B12, B9, B6 ed A. E servono anche i minerali ferro, zinco, rame e selenio.
Tutti questi nutrienti, hanno dimostrato ampiamente la loro importanza, e per questo sono stati approvati da EFSA con una frase, che testualmente dice per ciascuno di essi: “Contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario.” Per questa ragione sulle scatole di qualunque integratore alimentare che contenga uno dei nutrienti approvati in quantità considerate significative, troverete questa scritta.
Questi nutrienti si trovano naturalmente in molti alimenti, e prima di pensare agli integratori occorre sempre mettere a posto la nostra dieta. Un concetto fondamentale che mio figlio mi ha spiegato, dai supereroi “Avengers”, è che nessuno di questi nutrienti lavora da solo, ma che se anche soltanto uno manca, il sistema immunitario si indebolisce moltissimo.
Quindi quello che dovremo cercare di fare per prevenire le forme più gravi di Covid-19 è quello di non finire in carenza di nessuno di questi. E gli studi fatti sulla vitamina D dimostrano chiaramente che la sua carenza si associa alle forme più gravi di Covid.
Poi serve moltissimo conservare un microbiota in salute, perché sappiamo bene che esso può modificare il funzionamento del sistema immunitario in meglio o in peggio (in caso di disbiosi). E per farlo, serve una dieta integrale, molto variata, con molti vegetali, molta fibra e poca carne (che in eccesso tende a dar luogo a disbiosi putrefattive). Anche le farine 0 e 00 in eccesso possono causare forti disbiosi.
La cosa più importante però, sempre per guardare al futuro, è quello di potenziare al massimo il sistema immunitario dei nostri bambini, che oggi fortunatamente sono quasi del tutto risparmiati dal Covid-19, ma potrebbero non esserlo dal prossimo virus che arriverà. E l’alimentazione (e l’ambiente in cui vivono) nei primi anni di vita è fondamentale per rendere forte il loro sistema immunitario.
Però, non vedo programmi di educazione alimentare nelle scuole né nei reparti di neonatologia, e vedo genitori che crescono bambini a pizza, hamburger, kebab, merendine e coca (ma rigorosamente senza caffeina!).
Infine è fondamentale mantenere un peso normale. Il sovrappeso o peggio l’obesità, soprattutto nei bambini ma anche negli adulti, rema contro al sistema immunitario. Il tessuto adiposo in eccesso, produce una infiammazione sistemica cronica che tiene occupato il sistema immunitario a combattere contro il nulla.
Infatti, l’obesità e le patologie concomitanti, come era facilmente prevedibile, si sono dimostrate un fattore di rischio molto importante per sviluppare le forme di Covid-19 più gravi. Tanto da portare ad ipotizzare un vero legame tra la cattiva nutrizione e le forme più gravi di questa malattia.
Quello che vedo è che in previsione di un futuro in cui attacchi di nuovi virus non mancheranno, si fa troppo poco per la prevenzione e si prega troppo, in modo quasi religioso, perché un buon vaccino arrivi presto.
Esattamente quello che si sta facendo in politica, investendo milioni di euro in decreti per ristori, ma evitando di investe denaro per recuperare una medicina del territorio che sia in grado di rafforzare la prevenzione.
Forse perché si continuano a considerare le persone innanzitutto come clienti, poi come pazienti e mai come soggetti attivi educabili ad una vera prevenzione personalizzata di moltissime patologie, Covid-19 inclusa.
Fonte
Questa strategia non è esente da rischi, visto che si parla di studiare e sperimentare in pochi mesi, quello che di norma richiederebbe almeno alcuni anni.
Servirebbe un dibattito un po’ più serio, e fa pensare la posizione del prof. Andrea Crisanti che – non senza criterio scientifico, secondo me – afferma che prima di farsi iniettare un vaccino completamente diverso da tutti i precedenti (quello basato su RNA) e con una sperimentazione così breve, vorrebbe almeno leggerne la documentazione scientifica (che invece le case farmaceutiche possono decidere di secretare al pubblico per due anni).
Il punto su cui vorrei ragionare però non è il Covid-19, né questi nuovi miracolosi vaccini che promettono protezioni che, in una rapida escalation di coperture, presto toccheranno il 101%.
Vorrei andare oltre la siepe e pensare al futuro. Siamo così ottimisti da pensare davvero che il SARS-CoV-2 sarà l’ultima pandemia che affliggerà la nostra umanità? Io credo di no. Molti virologi in tempi non sospetti avevano ipotizzato l’arrivo di epidemie di vari tipi di virus da pipistrelli semplicemente perché di questi virus ne esistono moltissimi, capaci di fare il cosiddetto salto di specie.
E siccome di mammiferi selvatici sulla terra ormai ne restano pochissimi, ecco che i virus sono ormai obbligati a scegliere l’uomo o gli animali allevati (vedasi quanto accaduto alle migliaia di visoni abbattuti recentemente). E la scelta dell’uomo, per loro, è certamente la più semplice (mio post "Nei panni del virus").
In un mondo sempre più a rischio di epidemie e pandemie, quello che dovremmo tutti cercare di fare, dalla scienza alla politica all’uomo comune, è quello di farci trovare pronti, potenziando al massimo il nostro sistema immunitario e potenziando la medicina del territorio fino ad arrivare alla prevenzione personalizzata (già attuabile con le attuali conoscenze).
Invece, a quello che vedo, si punta solo sul vaccino!
Al nostro sistema immunitario per funzionare al massimo delle potenzialità servono certamente, in ordine di importanza, le vitamine D, C, B12, B9, B6 ed A. E servono anche i minerali ferro, zinco, rame e selenio.
Tutti questi nutrienti, hanno dimostrato ampiamente la loro importanza, e per questo sono stati approvati da EFSA con una frase, che testualmente dice per ciascuno di essi: “Contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario.” Per questa ragione sulle scatole di qualunque integratore alimentare che contenga uno dei nutrienti approvati in quantità considerate significative, troverete questa scritta.
Questi nutrienti si trovano naturalmente in molti alimenti, e prima di pensare agli integratori occorre sempre mettere a posto la nostra dieta. Un concetto fondamentale che mio figlio mi ha spiegato, dai supereroi “Avengers”, è che nessuno di questi nutrienti lavora da solo, ma che se anche soltanto uno manca, il sistema immunitario si indebolisce moltissimo.
Quindi quello che dovremo cercare di fare per prevenire le forme più gravi di Covid-19 è quello di non finire in carenza di nessuno di questi. E gli studi fatti sulla vitamina D dimostrano chiaramente che la sua carenza si associa alle forme più gravi di Covid.
Poi serve moltissimo conservare un microbiota in salute, perché sappiamo bene che esso può modificare il funzionamento del sistema immunitario in meglio o in peggio (in caso di disbiosi). E per farlo, serve una dieta integrale, molto variata, con molti vegetali, molta fibra e poca carne (che in eccesso tende a dar luogo a disbiosi putrefattive). Anche le farine 0 e 00 in eccesso possono causare forti disbiosi.
La cosa più importante però, sempre per guardare al futuro, è quello di potenziare al massimo il sistema immunitario dei nostri bambini, che oggi fortunatamente sono quasi del tutto risparmiati dal Covid-19, ma potrebbero non esserlo dal prossimo virus che arriverà. E l’alimentazione (e l’ambiente in cui vivono) nei primi anni di vita è fondamentale per rendere forte il loro sistema immunitario.
Però, non vedo programmi di educazione alimentare nelle scuole né nei reparti di neonatologia, e vedo genitori che crescono bambini a pizza, hamburger, kebab, merendine e coca (ma rigorosamente senza caffeina!).
Infine è fondamentale mantenere un peso normale. Il sovrappeso o peggio l’obesità, soprattutto nei bambini ma anche negli adulti, rema contro al sistema immunitario. Il tessuto adiposo in eccesso, produce una infiammazione sistemica cronica che tiene occupato il sistema immunitario a combattere contro il nulla.
Infatti, l’obesità e le patologie concomitanti, come era facilmente prevedibile, si sono dimostrate un fattore di rischio molto importante per sviluppare le forme di Covid-19 più gravi. Tanto da portare ad ipotizzare un vero legame tra la cattiva nutrizione e le forme più gravi di questa malattia.
Quello che vedo è che in previsione di un futuro in cui attacchi di nuovi virus non mancheranno, si fa troppo poco per la prevenzione e si prega troppo, in modo quasi religioso, perché un buon vaccino arrivi presto.
Esattamente quello che si sta facendo in politica, investendo milioni di euro in decreti per ristori, ma evitando di investe denaro per recuperare una medicina del territorio che sia in grado di rafforzare la prevenzione.
Forse perché si continuano a considerare le persone innanzitutto come clienti, poi come pazienti e mai come soggetti attivi educabili ad una vera prevenzione personalizzata di moltissime patologie, Covid-19 inclusa.
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