Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/05/2021

Iran-Arabia, dialogo a ostacoli

Secondo alcune recenti rivelazioni giornalistiche, i governi di Iran e Arabia Saudita starebbero discutendo una possibile de-escalation delle tensioni e, nella migliore delle ipotesi, la creazione di un meccanismo regionale per gestire i conflitti tra i soggetti che fanno capo alle sfere di influenza dei due paesi. Il percorso verso il disgelo resta lungo e con molti ostacoli, ma che ci si trovi di fronte almeno a un abbassamento dei toni e sia in atto il tentativo di intavolare un dialogo serio appare ormai evidente. Le mutate priorità strategiche dell’amministrazione Biden, con la revisione delle politiche mediorientali americane, potrebbero essere il motore di una clamorosa, anche se relativa, riconciliazione tra Teheran e Riyadh.

Il Financial Times aveva dato notizia per primo di un vertice tenuto a Baghdad tra esponenti di spicco dell’apparato della sicurezza nazionale dell’Iran e dell’Arabia Saudita. Il vertice si sarebbe svolto all’inizio di aprile e tra i presenti vi erano il numero uno dell’intelligence saudita, Khalid al-Humaidan, e il vice-segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale della Repubblica Islamica, Ameer Saeed Iravani. Pubblicamente, entrambi i governi avevano smentito l’incontro, ma fonti irachene e iraniane lo avevano invece confermato. Un comunicato ufficiale emesso da Riyadh aveva inoltre lasciato intendere le cambiate intenzioni della monarchia wahhabita, dal momento che affermava il proposito di “perseguire qualsiasi opportunità per promuovere pace e stabilità nella regione”, a patto che Teheran mostri “buona volontà” e interrompa le proprie “attività maligne”.

Le stesse fonti irachene citate dal Financial Times avevano assicurato che i rappresentanti dei due paesi si vedranno nuovamente a Baghdad nel mese di maggio e i protagonisti potrebbero essere addirittura i rispettivi ambasciatori in Iraq. A fare da mediatore è il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, che ha tutto l’interesse a favorire una distensione e impedire che sul territorio del suo paese si consumi la rivalità e la competizione per l’influenza regionale tra Teheran e Riyadh.

Gli interessi dei due paesi si scontrano com’è noto in svariati altri teatri di crisi in Medio Oriente e una qualche intesa bilaterale sarebbe teoricamente in grado di mostrare la strada per la risoluzione di accesissimi conflitti, dallo Yemen alla Siria fino al Libano. Iran e Arabia Saudita avevano rotto formalmente i rapporti diplomatici nel 2016, quando il regime di Riyadh aveva condannato a morte un importante leader religioso sciita. Dopo l’esecuzione era esplosa la protesta contro Riyadh, culminata nell’assalto a due rappresentanze diplomatiche saudite in Iran.

Visto il livello molto basso di fiducia reciproca, il dialogo potrebbe avere un primo obiettivo minimo. La ricercatrice del Carnegie Endowment for International Peace di Washington, Yasmine Farouk, ha spiegato in un’intervista al New York Times come ci si possa attendere che la priorità immediata sia “il raggiungimento di una sorta di accomodamento sulla sicurezza regionale”, simile a quello che caratterizzava i rapporti tra i due paesi negli anni precedenti la rottura.

La rovinosa guerra in Yemen, scatenata dall’aggressione saudita nel 2015, sembra avere un rilievo speciale nelle discussioni in corso. Il regime del principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) sta cercando chiaramente una via d’uscita e punta a un accordo con i “ribelli” Houthi yemeniti attraverso quello che ritiene lo sponsor principale di questi ultimi, cioè il governo iraniano.

La questione dello Yemen esemplifica alla perfezione il dilemma saudita esploso dopo l’arrivo di Biden alla Casa Bianca. L’approccio della nuova amministrazione democratica è apparso da subito ben diverso da quello di Trump, disposto ad appoggiare in tutto e per tutto i regimi sunniti del Golfo Persico. Biden, al contrario, aveva manifestato la propria contrarietà alla prosecuzione di una guerra come quella nello Yemen che, come minimo, continua a creare gravissimi problemi di immagine e non aiuta il processo diplomatico per la riesumazione dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA).

Più in generale, Biden aveva annunciato una revisione dei rapporti tra USA e Arabia Saudita, ma le frustrazioni nei confronti degli eccessi del regime guidato di fatto da MBS erano già palesi almeno dalla sospensione di alcune forniture militari destinate al regno e dalle critiche, sia pure non seguite da provvedimenti concreti, per la situazione dei diritti umani. Biden aveva anche reso pubblico il rapporto dell’intelligence americana sull’assassinio del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi, il cui mandante era stato individuato nello stesso principe bin Salman.

Il mutato atteggiamento saudita nei confronti dell’Iran ha dunque una ragione di opportunismo, da collegare appunto ai problemi che deriverebbero dall’insistenza nel mantenere una linea dura verso il nemico sciita proprio mentre l’alleato americano intende modificare, almeno dal punto di vista tattico, la linea dura di Trump. Le aperture di Riyadh sono state confermate dallo stesso MBS in un’intervista rilasciata settimana scorsa a una rete saudita. Il principe insisteva nell’identificare “alcuni comportamenti negativi” di Teheran, ma esprimeva la speranza di “costruire una partnership positiva in grado di beneficiare tutte le parti” coinvolte negli scenari mediorientali.

Il realismo mostrato dal leader saudita potrebbe addirittura essere inquadrato in una prospettiva più ampia se un’altra rivelazione, questa volta del sito di informazioni con sede in Gran Bretagna Amwaj.media, dovesse corrispondere a realtà. Il fermento diplomatico potrebbe essere cioè in atto dal mese di gennaio e includerebbe non solo Iran e Arabia Saudita, ma anche Emirati Arabi, Giordania ed Egitto. Secondo il sito, almeno cinque incontri tra i rappresentanti di questi paesi sono stati organizzati dall’inizio dell’anno.

Se così fosse, è facile ipotizzare che gli argomenti trattati sono molteplici e, come ha spiegato l’accademico iraniano Trita Parsi in un’analisi per il magazine Foreign Policy, il coinvolgimento di “altre potenze mediorientali, oltre a Iran e Arabia Saudita, suggerisce l’esistenza di un dialogo regionale e non solo di un negoziato bilaterale per ridurre le tensioni”. Per lo stesso autore, un altro aspetto positivo sarebbe l’autonomia con cui questi paesi mediorientali starebbero impostando il dialogo in corso, senza cioè imposizioni da parte degli Stati Uniti o di altri attori esterni.

È comunque innegabile che Washington abbia giocato un ruolo determinante, lanciando un messaggio inequivocabile a Riyadh per attenuare alcune delle posizioni più radicali del regime nel quadro del riassetto delle priorità americane nella regione. Un consigliere di Biden ha riassunto alla testata on-line Politico le intenzioni della Casa Bianca, da cui deriva la necessità di favorire una de-escalation tra Teheran e Riyadh. L’amministrazione Biden, cioè, “è estremamente determinata a non farsi trascinare [in altri conflitti] in Medio Oriente”.

Come per l’annunciato ritiro delle forze di occupazione dall’Afghanistan entro l’11 settembre prossimo, il passo indietro americano in Medio Oriente risponde al nuovo imperativo strategico degli Stati Uniti, rappresentato dai preparativi per un confronto con le grandi potenze che insidiano il primato planetario di Washington. Questo riassetto strategico si traduce in uno spostamento dell’attenzione e delle risorse USA verso oriente per contrastare in primo luogo la “minaccia” cinese.

Da qui deriva la necessità non tanto di diminuire la presenza in Medio Oriente, che resta un’area cruciale, quanto di limitare al minimo i rischi di nuovi conflitti che potrebbero costringere gli Stati Uniti a intervenire proprio mentre la competizione globale si sta spostando verso l’Asia orientale. Da qui, ancora, ha origine l’input recepito dai leader sauditi per frenare la corsa verso lo scontro con la Repubblica Islamica, a sua volta al centro delle manovre americane, tramite i negoziati per la riattivazione del JCPOA, volti a ostacolare il cammino di Teheran verso l’integrazione euro-asiatica promossa dagli ambiziosi piani di Pechino.

Questi processi sono in ogni caso ancora in una fase embrionale ed è tutt’altro che scontato che possano trovare un esito positivo. Uno scoglio difficile da superare sarà ad esempio il riconoscimento dei legittimi interessi dell’Iran nella regione e come questi verranno inseriti in una trattativa che dovrà includere concessioni a tutte le parti in causa. Resta il fatto, tuttavia, che per la prima volta dopo almeno quattro anni sembra intravedersi in Medio Oriente un minuscolo spiraglio di luce in grado potenzialmente di invertire le tendenze distruttive che continuano ad alimentare le tragedie in paesi come Yemen, Siria, Libano e Iraq.

Fonte

03/05/2021

Ombre (1960) di John Cassavetes - Minirece

Dalla guerra a bassa intensità alla guerra civile (1947-1984)

Per conflitto a bassa intensità (LIC/low intensity conflict) s’intende l’uso di forza militare applicata selettivamente e in modo limitato. Si attribuisce questa definizione, risalente al 1971, al generale dell’esercito britannico in pensione e scrittore di argomenti militari, in particolare proprio di operazioni a bassa intensità, sir Frank Kitson . Con questa espressione si indica il dispiegamento e l’uso di truppe e/o risorse in situazioni diverse dalla guerra vera e propria.

Secondo Noam Chomsky il ricorso a tali pratiche sarebbe assimilabile, in tutto e per tutto, al terrorismo. Si tratta di operazioni contro “non-stati”, ovvero, contro entità diverse dallo stato, o non riconosciute come tali, classificate come controinsurrezionali, antisovversive e, più recentemente, di peacekeeping [1].

Nello US Army Field Manual, documento ufficiale USA [2] è contenuta la seguente definizione: «… un confronto politico-militare tra stati o gruppi contendenti, al di sotto della guerra convenzionale e oltre l’ordinaria, pacifica competizione tra stati. Spesso implica prolungate lotte di principi ed ideologie concorrenti fra loro. Il LIC spazia dalla sovversione all’uso delle forze armate. Si sostanzia di una combinazione di mezzi, adopera strumenti politici, economici, informativi e militari. I LIC sono spesso circoscritti a certe aree, generalmente nel Terzo Mondo, ma implicano questioni di sicurezza regionale e globale.».

Il LIC richiede soprattutto metodi di HUMINT [3] in cui l’intervento umano (spionaggio tradizionale) postula un elevato dispendio di risorse operative. Nelle prime fasi dell’insurrezione, buona parte dell’azione militare è “morbida” — lavorando in sinergia con le autorità civili nelle operazioni psicologiche, propaganda, contro-organizzazione, cosiddetto “cuori e menti” [4].

Se il conflitto procede, eventualmente arrivando allo scontro armato, il ruolo si aggiorna comprendendo identificazione e rimozione dei gruppi armati, ma ancora, a basso livello: comunità piuttosto che intere città.

In tutta l’estensione fenomenologica del LIC, si riscontra una necessità generale che le forze armate agiscano in modo a loro non congeniale, a cui non sono ben addestrate — poiché lavoro di polizia, omicidi mirati, arresti, interrogatori e violazioni dei diritti umani non sono oggetto di particolare addestramento delle forze armate ordinarie e perciò spesso si accompagnano a torture violente, errori ed uccisioni non necessarie.

Le stragi nazifasciste in Italia nell’intervallo di tempo che va dal luglio 1943 al maggio 1945 causarono la morte violenta di 23.669 persone, tra cui donne, anziani e bambini. Eppure, il 22 giugno del 1946, entrò in vigore la cosiddetta “amnistia di Togliatti” che portò alla cancellazione di tutti i reati commessi fino al 18 giugno di quell’anno tranne quelli connotati da particolare efferatezza. Migliaia di ex membri del partito fascista e loro collaboratori furono liberati dalle carceri o furono esonerati dai loro processi.

L’amnistia prese il nome dal leader del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti, all’epoca ministro della Giustizia. Si stima che più 10 mila fascisti furono liberati. Al netto di ogni altra considerazione, quell’amnistia aveva come obiettivo la chiusura di un ciclo drammatico della storia del paese e l’apertura di una nuova fase. Le cose andarono, poi, in senso decisamente opposto.

Il 18 aprile 1948, le prime elezioni politiche della storia della Repubblica sancirono la vittoria fraudolenta(come dimostrato dai documenti riservati desecretati recentemente dagli USA) della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati e la sconfitta del fronte delle sinistre (Partito Comunista e Partito Socialista), dopo una campagna elettorale molto combattuta ma condizionata in modo determinante dagli USA e dal Vaticano.

Secondo un recente studio di Dov H. Levin, tra il 1946 e il 2000 Washington avrebbe provato a influenzare i risultati di ben 81 competizioni elettorali nel mondo. Nel complesso l’esito di queste ingerenze è stato alterno. Però, secondo i dati di Levin, gli Stati uniti sarebbero riusciti a far vincere le forze politiche che sostenevano in quasi il 60% dei casi.

Gli Stati uniti destinarono all’Italia 227 milioni di dollari di aiuti economici nel primo trimestre del 1948 e sfruttarono politicamente i finanziamenti del Piano Marshall per orientare l’elettorato verso i partiti filoamericani. Inoltre, sobillata dal governo De Gasperi che aveva tutto l’interesse a drammatizzare il rischio di una vittoria comunista alle urne, la Cia destinò alcuni milioni di dollari al finanziamento della campagna elettorale della DC e dei suoi alleati.

In tale occasione, il governo di Washington fu coadiuvato nella sua iniziativa dalle comunità italiane in America a scoraggiare il voto per i candidati del Fronte Democratico Popolare. Tali condizionamenti non sono stati limitati al periodo della guerra fredda, in nome della lotta al comunismo, ma sono proseguiti anche negli anni successivi per insediare o portare al potere governi disposti a cooperare con Washington.

Il 1° maggio del 1947 era stata compiuta la strage di Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, da parte della banda criminale di Salvatore Giuliano che sparò contro la folla di contadini riuniti per celebrare la festa dei lavoratori facendo 14 morti e decine di feriti. Salvatore Giuliano venne ucciso con diversi colpi di pistola da Gaspare Pisciotta il quale, poi, a sua volta, fu avvelenato mentre era in carcere con un caffè alla stricnina onde evitare che riferisse i nomi dei veri mandanti della strage.

Alle 11:30 del 14 luglio 1948 Togliatti subì un attentato: fu colpito da tre colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata mentre usciva da Montecitorio. In tutta Italia, soprattutto nel Nord e nel Centro ci furono manifestazioni e scontri sanguinosi. Secondo il ministro dell’Interno Mario Scelba i due giorni di mobilitazione generale successivi all’attentato a Togliatti provocarono 16 morti (9 tra gli agenti e 7 tra i civili) e un numero imprecisato di feriti.

Molte fabbriche del Nord, a Sesto San Giovanni come a Torino, vennero immediatamente occupate, a Genova, i militanti sequestrarono cinque autoblindo della polizia, a Piombino gli operai delle acciaierie si mobilitarono in modo compatto e invasero la città, a Roma si svolse il più imponente sciopero generale mai visto.

Il 29 ottobre del 1949 vi fu la strage di Melissa, in Calabria, nota anche come eccidio di Fragalà, quando tre giovani contadini, due uomini e una donna, furono uccisi dalla polizia in seguito all’occupazione delle terre incolte del latifondo del barone Berlingieri.

Gli anni cinquanta furono si gli anni della ricostruzione ma furono anche gli anni della Fiat di Valletta e del suo fido collaboratore Vittorio Cavallo accusato di organizzare squadre di provocatori da utilizzare in occasione dei comizi sindacali.

In quegli anni fondava il «Sida», il cosiddetto sindacato giallo sostenuto dall’ azienda: nell’ aprile del ‘ 58 il Sida vinse le elezioni per le commissioni interne. Il sindacato, quello vero, era totalmente marginalizzato, i ritmi di lavoro durissimi e la linea del comando saldamente in mano al padrone.

A Genova, il 30 giugno 1960, si verificano scontri seguiti al corteo indetto dalla Camera del Lavoro e appoggiato dall’opposizione di sinistra per protestare contro la convocazione a in quella città del sesto congresso del Movimento Sociale Italiano.

L’allora presidente del consiglio e capo del governo, Fernando Tambroni, decise di usare le maniere forti dando l’ordine a Polizia e carabinieri di reprimere con ogni mezzo qualsiasi focolaio di protesta. E le proteste furono tante e ovunque, rivelando in particolare le eccezionali dimensioni del malessere che serpeggiava soprattutto tra i giovani – le “magliette a strisce”, come si chiamarono dal diffusissimo uso, allora, di una t-shirt bicolore – diventati subito il simbolo delle lotte di quel 2 luglio1960.

Quel giorno, sull’onda dello sciopero genovese, c’è la prima vittoria: il congresso è annullato, i delegati dell’Msi appena arrivati lasciano Genova in fretta e soprattutto in incognito, alla spicciolata.

A Reggio Emilia, il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale , cinque operai reggiani, i cosiddetti morti di Reggio Emilia, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalla polizia.

Il 7 luglio del 1962 esplode la rivolta operaia di piazza Statuto a Torino. La Fiom e la Fim cittadine proclamano uno sciopero di tutti i metalmeccanici torinesi, a sostegno della lotta alla Fiat, iniziata a giugno.

Lo sciopero riesce in pieno. All’esterno di Mirafiori e di altre fabbriche vi furono violenti scontri dopo che i picchetti, bloccate le entrate, rovesciarono delle macchine e picchiarono alcuni dirigenti senza che la polizia riuscisse a controllare la situazione. Nel corso della mattinata si sparse la voce che la Uil e la Sida, il sindacato “giallo” padronale, avevano raggiunto un accordo separato con la direzione Fiat: in seguito a ciò 6-7.000 operai, esasperati da questa notizia, si riunirono nel pomeriggio in piazza Statuto di fronte alla sede della Uil.

Per due giorni la piazza fu teatro di una straordinaria serie di scontri tra dimostranti e polizia: i primi, armati di fionde, bastoni, e catene, ruppero vetrine e finestre, eressero rudimentali barricate, caricarono più volte i cordoni della polizia; la seconda rispose caricando le folle con le jeep, soffocando la piazza con i gas lacrimogeni, e picchiando i dimostranti con i calci dei fucili.

Gli scontri si protrassero fino a tarda sera, sia sabato 7 che lunedì 9 luglio 1962. Dirigenti del Pci e della Cgil, tra i quali Pajetta e Garavini, cercarono di convincere i manifestanti a disperdersi, ma senza successo. Mille dimostranti furono arrestati e parecchi denunciati. La maggior parte erano giovani operai, per lo più meridionali.

Il PCI è colto di sorpresa da questa radicalità che non riesce a controllare, e l’Unità del 9 luglio definirà la rivolta “tentativi teppistici e provocatori”, ed i manifestanti “elementi incontrollati ed esasperati”, “piccoli gruppi di irresponsabili”, “giovani scalmanati”, “anarchici, internazionalisti”.

I Quaderni Rossi (Panzieri, Tronti, Negri), dal canto loro, giudicano gli scontri di piazza una “squallida degenerazione” di una manifestazione di protesta operaia, ma si guardano bene dal tacciare i manifestanti come “provocatori e fascisti”, così come li aveva presentati la sinistra ufficiale.

La rivolta di piazza Statuto segnò, per la prima volta l’emergere nella lotta di classe dell’operaio massa, come risulterà al processo dove due terzi degli imputati per le violenze di strada saranno giovani immigrati meridionali.

La figura dell’operaio-massa emerge in modo più netto e preciso che durante la rivolta di Genova del ‘60, della quale era stata protagonista un soggetto più genericamente giovanile, “i giovani dalle magliette a strisce”, e il nuovo soggetto operaio nato in questi primi anni ’60 sarà una delle figure sociali protagoniste delle lotte degli anni ‘70.

A livello politico, la rivolta di piazza Statuto segna sia il distacco definitivo tra i Quaderni Rossi e la Fiom e il Pci, sia una divergenza all’interno dello stesso gruppo dei Quaderni Rossi: da una parte chi vuole continuare il lavoro di analisi e lo considera predominante rispetto al lavoro direttamente politico (Panzieri), dall’altra chi (Tronti, Negri, Asor Rosa) vuole arrivare immediatamente a soluzioni politiche e organizzative. Questi ultimi daranno vita alla rivista Classe Operaia. [5]

Il 1964 è l’anno del “Piano Solo”, ovvero, della prima messa in scena di un colpo di stato militare fatto predisporre nel 1964 da Giovanni de Lorenzo durante il suo incarico di comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, con il benestare del Presidente della Repubblica Antonio Segni.

In Grecia, il 21 aprile 1967, i carri armati dell’esercito invasero le strade di Atene. Il colpo di stato era arrivato a sorpresa, nonostante la profonda crisi politico-istituzionale del paese si protraesse, mai sanata, dagli anni del dopoguerra. Il golpe militare era l’esito di 30 anni di lacerazione politica iniziata con la guerra civile tra i comunisti ellenici che avevano partecipato alla resistenza e il governo di Atene, terminata nel 1948 con la sconfitta dei primi.

La crescita dell’influenza americana sulla Grecia negli anni della Guerra Fredda aveva creato una fortissima struttura anticomunista nei servizi segreti militari che operavano secondo i dettami dell’operazione internazionale coperta Stay Behind diretta dalla CIA attiva anche in Italia.

Il 2 dicembre 1968 si compì il tragico eccidio di Avola che portò alla morte di due persone, Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona e ad alcuni feriti, al culmine di una protesta contadina che aveva portato a uno scontro tra i manifestanti e le forze dell’ordine.

Con la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 nel centro di Milano presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura che causò 17 morti e 88 feriti, inizia una lunga serie di stragi che, sia nella fase preparatoria che in quella successiva di depistaggio, furono il prodotto delle attività coordinate di fascisti e di personaggi di altissimo livello dello Stato e dei dei servizi segreti.

Nel solo anno 1969 vi furono in Italia 145 attentati dinamitardi (di cui 96 sicuramente attribuibili ai fascisti). Fu la reazione violenta e massiccia al sessantotto studentesco ed all’autunno caldo operaio del 1969 che aveva avuto il suo culmine con il grande sciopero generale del 19 novembre 1969.

Il 22 luglio del 1970, la strage di Gioia Tauro causata dal deragliamento del treno direttissimo Treno del Sole Siracusa – Torino Porta Nuova del 22 luglio del 1970, avvenuto a poche centinaia di metri dalla stazione di Gioia Tauro. Si trattò di un attentato messo in atto congiuntamente da fascisti ed elementi locali della ndrangheta nel contesto dei moti di Reggio Calabria per il capoluogo di regione.

Avevano capito tutto Gianni Aricò, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Annalise Borth, età media 22 anni. Erano cinque anarchici di Reggio Calabria che avevano condotto un’indagine indipendente. E così la sera del 26 settembre del 1970, poco più di due mesi dopo l’ attentato, mentre andavano a Roma con la Mini Minor carica di documenti, furono travolti da un camion che li uccise.

Durante la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 andò in scena un secondo tentativo di golpe militare organizzato da Junio Valerio Borghese, fondatore del Fronte Nazionale e in collaborazione con Avanguardia Nazionale. Dopo una prima condanna di numerosi congiurati, del 14 luglio 1978, la sentenza d’appello del 27 novembre 1984 mandò tutti assolti. Il 25 marzo 1986 la Cassazione confermò l’assoluzione di tutti gli imputati.

È in questo contesto che, nel 1970, nasce il primo nucleo delle Brigate rosse.

Fra il luglio 1970 e il maggio 1973 continuarono a verificarsi numerosissimi attentati dinamitardi, che causarono altre stragi tra i quali quello del 31 maggio 1972 a Peteano di Sagrado (GO) e quello del 17 maggio 1973 alla questura di Milano.

L’11 settembre 1973, in Cile, i militari guidati dal generale Pinochet misero in atto un golpe cruento con decina di migliaia di persone uccise per strada e nello stadio di Santiago. Il palazzo presidenziale della Moneda venne bombardato ed il presidente legittimo e leader di Unidad Popular, Salvador Allende, venne brutalmente assassinato.

A partire da quell’evento l’allora segretario del PCI, Enrico Berlinguer, cominciò a mandare i primi segnali di apertura alla Democrazia Cristiana avviando così la fase del cosiddetto “compromesso storico” ed aprendo, così, la strada, ai famigerati governi di unità nazionale che condussero, negli anni successivi, alla repressione feroce del più grande movimento di classe di tutto l’occidente.

Nel corso del 1974 fu elaborato l’ultimo piano per organizzare un eventuale colpo di stato in Italia: era il “golpe bianco” di Edgardo Sogno, preceduto dal piano “Solo” del 1964 e dal golpe Borghese del 1970. E proprio il 28 maggio 1974, durante una manifestazione sindacale, in Piazza della Loggia, a Brescia scoppiò una bomba posta in un cestino per i rifiuti sotto i portici: 8 morti e 103 feriti.

Meno di quattro mesi dopo il 4 agosto del 1974, alle 1.30 della notte, sul treno Italicus Roma-Monaco di Baviera, pieno di emigrati italiani, all’altezza della galleria della Direttissima, sulla linea ferroviaria tra Firenze e Bologna una bomba esplose nel secondo scompartimento della carrozza n. 5 causando la morte di 12 persone ed il ferimento di altre 44.

(Segue)

Note

[1] G. V. Brandolini (2002). Low intensity conflicts. CRF Press, Bergamo, 16 p.

[2] ^ US Field Manuals in public domain Archiviato il 12 ottobre 2007 in Internet Archive.

[3] HUMINT (acronimo di Human Intelligence), è l’attività di intelligence consistente nella raccolta di informazioni per mezzo di contatti interpersonali, e come tale si contrappone ad altri canali informativi più “tecnologici”. La NATO definisce la HUMINT come “una categoria di intelligence derivata da informazioni raccolte e fornite da fonti umane“. La HUMINT non è una fonte di sola intelligence diretta, ma anche di informazioni di tipo “controspionistico”

[4] Hearts and Minds di NICHOLAS D. KRISTOF (The New York Times)

[5] Dario Lanzardo, La rivolta di Piazza Statuto, 1979, Feltrinelli, Milano

Fonte

Giannuli - Pandemia: a che punto siamo?

Stimoli anticrisi: le differenze fra USA ed Eurozona

L'intervento che proponiamo di seguito è ormai datato, in particolare stante l'evoluzione dell'approccio statunitense alla crisi determinata dalla pandemia di Covid-19 resta comunque illuminante nel sottolineare la differenza di approccio tra le due sponde dell'altlantico, l'insufficenza delle risorse mobilitate dalla UE e il rilancio dell'egemonia imperialista degli USA che costituisce il baricentro dell'amministrazione Biden

*****

di Domenico Moro

La crisi del Covid-19 sta funzionando come un reset dell’intero sistema capitalistico mondiale. La crisi, che è la maggiore dal ’29, sta dando la possibilità di spendere denaro pubblico come mai era accaduto prima in assenza di guerre. A questo proposito si può dire che quella che viene definita una “guerra” al virus sta rivelandosi utile per il capitalismo, in affanno da molti anni e non in grado crescere a ritmi sufficienti, un po’ come se fosse una guerra vera. Del resto, è noto che l’uscita dalla crisi del ’29 avvenne solamente grazie alle enormi spese belliche e alla ricostruzione dovute alla Seconda guerra mondiale. L’espansione del debito pubblico ne è una conseguenza immediata. Tuttavia, non in tutti i centri del capitalismo mondiale si risponde nello stesso modo.

In particolare si sta evidenziando una differenza nell’entità della spesa statale per la ripresa dell’economia tra la Ue e gli Usa, che può scavare un solco ancora più profondo tra la ripresa degli Usa e quella dei paesi Ue, in particolare quelli dell’eurozona. Recentemente l’Ocse ha rivisto al rialzo la crescita prevista per il 2021 negli Usa dal 3,2% al 6,5%, mentre la crescita dell’eurozona sarà solo del 3,9%. La ragione sta nella diversa entità dei piani di stimolo economici delle due aree economiche. Gli Usa hanno appena varato un piano da 1.900 miliardi di dollari, che si aggiunge allo stimolo da 900 miliardi della fine del mandato presidenziale di Trump. In tutto i due stimoli fiscali ammontano al 12% del Pil statunitense. Inoltre, è in discussione un ulteriore finanziamento, tra i 2000 e i 3000 miliardi, per il rilancio delle infrastrutture statunitensi non solo digitali ma anche di trasporto fisico, che versano in cattive condizioni, a cominciare dalla rete stradale per un quinto dissestata.

Nel complesso gli Usa anticiperanno l’Europa di un anno nel ritorno ai livelli di produzione pre crisi. Del resto, al confronto con il maxi stimolo statunitense la cifra prevista dal Recovery Plan europeo, 750 miliardi di euro, appare poca cosa, senza contare che una parte dell’importo è rappresentato da prestiti e non da veri e propri sussidi a fondo perduto.

Lo stimolo fiscale complessivo delle varie economie dell’eurozona e del Recovery Plan ammonta al 6% del Pil, cioè la metà di quanto pesa lo stimolo degli Usa sul loro Pil. Gli Usa, quindi, sembrano aver imparato più della Ue la lezione della crisi del 2007-2008, quando le misure espansive anticrisi vennero ritirate troppo presto e ci fu una ricaduta nella crisi. È stata proprio la consapevolezza del ritardo europeo per quanto riguarda gli stimoli fiscali che ha portato Draghi, nel corso dell’ultimo Eurosummit sul ruolo internazionale dell’euro, a proporre la creazione di un titolo di debito europeo (eurobond), in modo tale da arrivare alla realizzazione di un vero e proprio debito pubblico europeo.

La proposta di Draghi è coerente con quanto da lui affermato più volte nell’ultimo anno sulla necessità di fare debito e si inquadra in un tentativo di riforma del funzionamento dell’Ue, orientato a renderla più flessibile nell’affrontare le crisi, sempre in un’ottica funzionale alla ripresa dell’accumulazione capitalistica e al rafforzamento della frazione europea del capitale internazionale.

C’è da dire, comunque, che lo stimolo alla domanda interna degli Usa avrà effetti anche sull’economia europea, attraverso l’aumento delle importazioni statunitensi dalla Ue. Secondo un report di Allianz, nel 2021-2022 ci sarà un aumento delle esportazioni mondiali verso gli Usa di 360 miliardi, dei quali la parte più consistente, 97 miliardi, spetterebbe alla Ue. In tutto lo stimolo Usa potrebbe portare nel 2021 a un aumento dello 0,5% del Pil europeo. Senza contare che i piani di sviluppo infrastrutturale rappresentano un mercato di investimento diretto estero potenziale anche per imprese di costruzione e di trasporto europee.

Gli stimoli hanno dato luogo a una impennata del debito pubblico non solo negli Usa, dove è arrivato al 137% sul Pil, ma anche a livello mondiale. Secondo un rapporto S&P Global Ratings, l’indebitamento statale a livello globale è arrivato a 61.300 miliardi di dollari che, si prevede, saliranno a 67.500 miliardi, cifra pari al 75% del Pil mondiale, nel 2021. Il ruolo delle banche centrali è, a questo proposito, molto importante, perché acquistano una parte consistente del debito pubblico dei rispettivi paesi e aree di appartenenza.

Anche se non si può parlare di cancellazione del debito, le Banche centrali non possono essere ritenute detentori qualsiasi del debito di Stato, specialmente se i titoli di Stato dovessero rimanere custoditi, e quindi in qualche modo “sterilizzati”, nei loro forzieri. È come se la mano destra del governo dovesse del denaro alla mano sinistra. Per quanto riguarda le aree economiche principali, Usa, Giappone, Eurozona e Regno Unito, circa il 24% del loro debito pubblico è custodito dalle rispettive banche centrali.

Però, questo tipo di intervento pubblico attraverso le Banche centrali non avviene dappertutto con la stessa intensità. Ad oggi la Banca centrale Usa (la Fed) ha titoli di Stato (e altri asset) nel suo bilancio per un importo pari ad appena il 35% del Pil Usa, mentre la Bce arriva al 61% e la Bank of Japan addirittura al 127%. Quindi, anche se gli Usa hanno spinto moltissimo sul piano dello stimolo fiscale, dal punto di vista dello stimolo monetario non hanno spinto con altrettanta incisività. Questo ha provocato un aumento dei rendimenti sui titoli di Stato Usa che sono passati dallo 0,91% di inizio anno all’1,74% recente. Al contrario di quanto avviene per lo stimolo fiscale è l’Eurozona a essere più attiva degli Usa. Infatti, il piano di acquisti di titoli di Stato (Pepp) è stato portato dai 750 miliardi di euro dell’inizio a 1850 miliardi, con acquisti previsti fino alla fine di marzo 2022. Recentemente la presidente della Bce, Christine Lagarde, ha annunciato che aumenterà gli acquisti nei prossimi mesi, anche a fronte dell’aumento dei tassi d’interesse sui titoli di Stato europei spinti dalla crescita di quelli statunitensi. Al contrario gli Usa, che, per finanziare la campagna di stimoli, dovranno emettere 2.500 miliardi di dollari in titoli di Stato, non hanno assistito a dichiarazioni di uguale segno da parte del presidente della Fed, Jerome Powell. Fra l’altro a fine marzo scadono gli allentamenti, decisi dalla Fed, delle regole contabili delle banche statunitensi che hanno permesso a queste ultime forti acquisti di titoli di Stato Usa. Infatti, in vista della scadenza le banche statunitensi negli ultimi due mesi hanno venduto titoli di Stato Usa, determinando un calo dei Treasury nei loro bilanci dai 206 ai 154 miliardi.

Gli Usa hanno, però, un asso nella manica, rappresentato dal loro ruolo imperialista ed egemonico a livello mondiale. Questo ruolo si rispecchia nel fatto che il dollaro è la valuta mondiale per eccellenza, dal momento che viene utilizzata come moneta di riserva e di transazione commerciale a livello internazionale. In questo modo, gli Usa sono sempre riusciti a farsi finanziare dall’estero, attraverso l’acquisto del proprio debito da parte delle banche centrali di altri Paesi.

I più grandi detentori di titoli di Stato in dollari sono il Giappone (1.276 miliardi) e la Cina (1.095 miliardi), che sono anche grandi esportatori di beni negli Usa. Tuttavia l’ammontare dei titoli di Stato Usa all’estero è diminuito negli ultimi mesi, scendendo dai 7.226 miliardi di dollari del febbraio 2020 ai 7.119 miliardi. Esiste, quindi, un forte legame tra le politiche espansive all’interno e le politiche aggressive all’esterno, necessarie per ribadire il ruolo del dollaro come valuta mondiale. Se gli Usa vogliono continuare a essere la potenza dominante devono, da una parte, spendere per sostenere la domanda interna e mantenere competitiva la propria economia e, dall’altra parte, devono mantenere il loro ruolo egemonico, specie sul piano tecnologico, diplomatico e militare. Si tratta in definitiva di oliare di nuovo quel meccanismo con cui gli Usa si sostengono da tempo: fare debito che viene acquistato dall’estero in cambio del ruolo di traino dell’economia mondiale che viene svolto mediante l’importazione di beni dall’estero. Si tratta di un meccanismo parassitario, tipico dell’imperialismo nella sua fase più matura, quella del capitale finanziario e della sovrapproduzione assoluta di capitale, che genera la caduta tendenziale del saggio di profitto. Ancora una volta un ruolo importante verrà svolto dal dollaro, l’”esorbitante privilegio” degli Usa, come lo definì negli anni ’60 il ministro delle finanze francese Valery Giscard D’Estaing.

Fonte

Cile - Uno sciopero generale boicottato dal sindacato…

Lo sciopero generale sanitario annunciato per il 30 aprile si è rivelato un flop clamoroso. C’è un responsabile di questo: la CUT. Questo sindacato, obtorto collo e trascinato a viva forza dalla potente lotta dei portuali, aveva dovuto proclamare lo sciopero generale, sapendo già che l’avrebbe fatto fallire.

Ha messo in atto una rappresentazione di conflitto facendo una convocazione allo sciopero solo formale e che si è guardata bene dall’organizzare dal basso, come invece hanno fatto altri sindacati, strutture e assemblee popolari che però purtroppo non hanno la sua stessa potenza numerica e peso politico.

Cos’è successo? Semplice: hanno venduto la lotta prima ancora di iniziarla. Hanno programmato un incontro con la presidente del senato (DC) per dare a Piñera una via d’uscita cavandosela con qualche concessione utile a “passa’ a nuttata”.

Questo con grande probabilità permetterà di terminare regolarmente il suo mandato al criminale presidente che ha dichiarato guerra al popolo cileno e di cui da tempo questo stesso popolo chiede le dimissioni.

Questa volta era davvero arrivato a un passo dal crollare, dopo le ultime prove di disprezzo verso la popolazione che a gran voce nelle piazze (malgrado le difficoltà dovute alla pandemia) chiedeva il diritto di riavere i propri soldi sottratti a viva forza dal machiavellico marchingegno delle AFP.

Ci voleva una dirigente del maggior sindacato dei lavoratori del paese, la CUT, una dirigente del PC, Barbara Figueroa, per tendere a Piñera la ciambella di salvataggio proprio nel momento in cui stava davvero finalmente e miseramente affogando nella sua stessa arroganza e incapacità.

Gli altri sindacati, ovviamente, non hanno apprezzato questa manipolazione e, malgrado fossero già in corso i colloqui della direzione centrale della CUT con la presidente del Senato Yasna Provoste (DC) per il salvataggio di Pinera (a questo link si possono “apprezzare” i colloqui in diretta. I primi minuti mancano dell’audio), ad Antofagasta, nel nord del paese, è stata convocata una conferenza stampa da Lester Calderón (del Sindacato Orica e candidato governatore alla regione di Antofagasta) nella quale chiarisce che: “Il cammino da seguire è quello dei Portuali, non i negoziati con questo Governo criminale“.

Ma, purtroppo, il peso in politica di un sindacato come la CUT supera di gran lunga una minoranza sindacale sia pur cosciente, conflittuale e responsabile. E questo carica ancora più di responsabilità negativa un sindacato così importante come la CUT, che ha utilizzato la convocazione allo sciopero generale come ponte per procurarsi i colloqui e gli accordi parlamentari con quegli stessi partiti che oramai da tempo non hanno alcun credito presso la popolazione, di qualsiasi colorazione politica vogliano ammantarsi.

È ancora pesantemente scottante la prima grossa fregatura, il primo “pasticcio cucinato” nella notte tra il 14 e il 15 novembre del 2019, in cui l’Accordo per la Pace (siglato dai vari rappresentanti di partiti tra cui spiccava la firma di Gabriel Boric, che era “la sinistra” della situazione...) ha legato mani e piedi alla possibilità di una vera Assemblea Costituente che possa riscrivere in maniera sovrana una nuova Costituzione. A onor del vero il PC quella volta non partecipò allo scempio ed è per questo che aveva conservato ancora un piccolissimo credito di dignità.

Tornando alla fine di aprile del 2021, si può senz’altro dire che alcuni risultati sembravano già raggiunti prima ancora che iniziasse la giornata di sciopero generale. La pressione popolare, e soprattutto il blocco portuale e le minacce di blocco generale, stavano già portando i primi risultati.

Infatti, era già uscita fuori la proposta di un progetto di legge per l’abolizione delle AFP e la creazione di un sistema pensionistico “normale”.

Questa proposta di legge prevede l’abolizione delle AFP; la contestuale creazione di un Istituto di Sicurezza Sociale, che sarebbe un organismo pubblico e decentrato che nazionalizzerebbe i fondi pensione; l’istituzione di più tipi di pensione: una Pensione Basica Universale equivalente al Salario Minimo Garantito, una Pensione di Vecchiaia, una pensione d’Invalidità e una Pensione di Sopravvivenza.

I senatori che hanno fatto questa proposta di legge sembrano aver accolto quasi integralmente le istanze del movimento NO+AFP, tanto che lo storico rappresentante di questo movimento, Luis Mesina, se ne dichiarava piuttosto soddisfatto. Chissà adesso (dopo gli accordi salva capre e cavoli) se il progetto di legge verrà più presentato e/o se lo sarà nella versione originale o riveduta e corretta alla luce del mutamento di clima politico.

Certo, l’identità dei promotori avrebbe potuto, maliziosamente, far pensare anche in quel caso a un tentativo estremo di impedire che la rivolta popolare avesse il sopravvento e si volesse prendere “tutto”, non solo le pensioni degne di questo nome, che sono tra le richieste più forti, oltre alla nuova Costituzione, espresse fin dal primo momento nell’”esplosione sociale” iniziata nell'ottobre 2019.

Si tratta infatti di esponenti di vari partiti che finora non hanno brillato per la loro verve rivoluzionaria, ma che, invece sono stati a pieno titolo nella Concertacion e Nueva Mayoria.

Per il 30 aprile la popolazione organizzata nelle Assemblee Territoriali e nei vari sindacati ha messo in atto manifestazioni legate allo sciopero generale sanitario, promosso dalle avanguardie operaie portuali e proclamato per quella data da tantissime sigle sindacali e territoriali.

Le esigenze espresse dalla popolazione, infatti, non sono di singoli aggiustamenti legislativi più o meno parziali. Non lo sono state fin dall’inizio, e meno che mai adesso. Il cambiamento richiesto è totale e complessivo del sistema economico e dell’intera classe politica. Era un momento molto favorevole per ottenere la testa del Presidente, chiesta a gran voce dalla popolazione.

Ma i giochi di potere della CUT e, purtroppo, anche del PC, che qualche speranza aveva fatto balenare con la candidatura di Daniel Jadue a Presidente della Repubblica, hanno evidenziato che la volontà di queste forze politico sindacali è quella di cambiare qualcosa perché nulla cambi di fondo, come ci insegna anche la politica nostrana immortalata da Tommasi di Lampedusa.

Qua di seguito un articolo pubblicato in Cile ieri stesso appena si è saputo della riunione tra la presidente della camera dei senatori Yasna Provoste (DC), il presidente della camera dei deputati Diego Paulsen (RN) e Piñera per discutere un accordo in materia di aiuti sociali e di governabilità, e, successivamente della riunione tra la dirigenza della CUT e la presidente del senato.

*****


Si tratta di un accordo tra i partiti del regime per mantenere gli abusi di 30 anni blindando Piñera con concessioni che permettano loro di calmare le acque, senza risolvere nessuno dei problemi fondamentali dei lavoratori.

Durante la mattinata di questo venerdì, mentre si svolge la chiamata per lo Sciopero Sanitario convocato dalla Centrale Unitaria dei Lavoratori [CUT], la presidente del Senato Yasna Provoste (DC) e il Presidente della Camera dei Deputati Diego Paulsen (RN), si sono incontrati con Piñera alla Moneda per discutere un accordo in materia di aiuti sociali e governabilità.

Questo, dopo la sconfitta del governo sul terzo ritiro e l’enorme crisi e debolezza della presidenza, dopo gli scioperi portuali, i cacerolazos e la minaccia di una sua estensione a sindacati e popolazioni, che hanno messo il governo alle corde.

Dopo di che, l’opposizione, a livello centrale la Concertación attraverso Yasna Provoste (DC) ha teso la mano a Piñera per un “grande accordo” di “governabilità”. La sua dottrina è che “non possiamo infliggere nuove sconfitte al governo”. Piñera ha accettato, più indebolito che mai, e li ha convocati all’incontro di oggi a La Moneda, per avviare un “grande accordo” tra Chile Vamos e l’opposizione.

Piñera e il suo governo criminale, in uno dei loro momenti peggiori, vengono salvati dalla mano della vecchia Concertación che cerca un nuovo “pasticcio cucinato” per ricomporre la “governabilità”. E lo fanno con un discorso mimetizzato dagli aiuti di cui le persone hanno bisogno, quando hanno approvato quasi tutte le misure di Piñera in cui i lavoratori continuano a pagare per la crisi.

Nell’incontro a La Moneda, tenutosi oggi in mattinata, si è concordato di implementare “aiuti sociali diretti per le famiglie e le PMI”. Il presidente della Camera dei Deputati, Diego Paulsen, ha sottolineato che “abbiamo fissato una scadenza di una settimana”.

Da parte sua, Yasna Provoste ha spiegato che Piñera ha promesso di lavorare su uno “strumento universale che raggiunga rapidamente le famiglie nel più breve tempo possibile”. “La risoluzione del tribunale Costituzionale apre una strada che deve essere compresa da tutti. Nessuno può negare un’agenda minima”, ha detto. Hanno concordato una commissione comune che vedrà queste misure.

L’incontro, per sostenere Piñera strappandogli alcune misure di base (come un reddito universale di emergenza che l’opposizione chiede, al di sotto del paniere familiare di base!), è un tentativo da parte dell'”opposizione” di dimostrare che stanno gestendo misure favorevoli al popolo, e aprire così una strada che permetta loro di uscire dalla crisi acuta. Ma a livello centrale, cerca di proteggere e blindare la figura presidenziale, perché la Concertación non vuole colare a picco se Piñera cade. Il Parlamento è una delle istituzioni più odiate dal popolo.

Con questo, cercano di chiudere e sviare il malcontento di milioni di persone di fronte alla crisi economica, sociale e politica acuita dalla pandemia, che la classe operaia si è caricata sulle spalle, mentre i padroni del Cile, i banchieri, le compagnie minerarie e le grandi imprese, hanno guadagnato come mai prima d’ora.

Si tratta di un accordo tra i partiti del regime per mantenere gli abusi di 30 anni blindando Piñera con concessioni che permettano loro di calmare le acque, senza risolvere nessuno dei problemi fondamentali del popolo lavoratore.

Parallelamente, oggi la CUT chiede uno “Sciopero Generale Sanitario”, in cui abbiamo assistito a proteste fuori dai luoghi di lavoro e alcune mobilitazioni che, uttavia, si sono rivelate deboli, soprattutto per la politica delle loro direzioni che ha deciso per uno sciopero solo testimoniale, nonostante il malcontento di ampi settori e nonostante il fatto che molti settori si siano organizzati indipendentemente dalle conduzioni, come all’ospedale Barros Luco.

Bárbara Figueroa, presidente della CUT e leader del Partito Comunista, ha dato un’intervista a Radio Cooperativa in cui propone di dialogare con la democristiana Yasna Provoste, attuale presidente del Senato: “Speriamo di incontrare più tardi il presidente del Senato per scoprire di cosa avrà discusso nel suo incontro con il presidente Piñera“, ha detto Figueroa. Ma mentre lei chiede accordi a chi fa incontri con Piñera per salvarlo dalla crisi, Piñera stesso ne approfitta e manda la polizia alla CUT per arrestarli.

Devono essere respinti questi accordi con Piñera, che saranno misure che non permetteranno di uscire dalla crisi e garantire un reddito di emergenza secondo il paniere familiare di base (e non sulla soglia di povertà), non proibiranno licenziamenti e sospensioni, stipendi e pensioni di 550mila pesos, fine alla precarietà sanitaria, fine delle AFP. Né verranno toccati i profitti delle compagnie minerarie, delle grandi fortune e delle multinazionali. Questa lotta è più attuale che mai, per una via d’uscita a vantaggio del popolo lavoratore.

L’unica cosa che il PC e il FA faranno è rafforzare le manovre del regime contro il popolo, i loro pasticci, ora rivestiti da concessioni per calmare le acque per un po’ e poi mantenere tutto uguale.

Dobbiamo fare affidamento sulle forze di mobilitazione dei lavoratori, dei giovani, delle donne e del popolo. Per rompere la tregua che le direzioni della CUT stanno portando avanti, è necessario promuovere assemblee e comitati di sciopero dalla base nei luoghi di lavoro e coordinare la lotta. Nessuno sciopero rappresentativo per sedersi al tavolo a negoziare le briciole con il governo criminale, o per riporre fiducia in una “opposizione” complice del governo, come è consuetudine di Bárbara Figueroa, dirigente del Partito Comunista.

La chiave è che noi lavoratori ci organizziamo in assemblee e stabiliamo coordinamenti permanenti, perché ci sono forze per vincere tutte le misure di emergenza di cui abbiamo bisogno. Allo stesso tempo, la lotta per la salute, l’istruzione, l’alloggio, le pensioni, non possiamo lasciarli per domani, perché i soldi ci sono! In questo momento, il rame è a 4,5 dollari per libbra, vicino al suo valore massimo nella storia del metallo rosso. Non possiamo continuare a pagare la crisi mentre le grandi imprese, i banchieri e i padroni del Cile stanno guadagnando come mai prima d’ora, a cominciare dalla famiglia Luksic e dallo stesso presidente Piñera.

Solo la forza della classe operaia e del popolo, la loro unità, organizzazione e mobilitazione indipendente, con un piano di lotta per preparare lo sciopero generale, potremo rovesciare Piñera e il suo governo. Come ha dimostrato ancora una volta la frode dell’accusa di incostituzionalità, non sarà con le manovre parlamentari che saremo in grado di sconfiggerlo.

Fonte

Quelli che “prima il Pil” hanno fatto strage e moltiplicato la crisi

Non siamo virologi o epidemiologi, diciamo spesso. Ma alcune cose si potevano capire fin dal primo momento, ascoltando gli scienziati più seri e ragionando su parametri logico-scientifici abbastanza semplici. E infatti fin da subito abbiamo detto e scritto che chi voleva difendere a tutti i costi il Pil, anche a prezzo di fare una strage nella popolazione, non sarebbe riuscito nel suo intento. Accumulando così due disastri in uno: oltre 120.000 morti (finora, ma andando avanti così si potrà certamente “far di meglio”...) e una caduta della ricchezza prodotta che ha sfiorato il 9%. Con la “ripresa” che tarda anche perché, ogni volta che la saturazione degli ospedali si avvicina al punto limite, i nuovi confinamenti parziali esercitano il loro peso.

Ora arriva anche uno studio scientifico vero e proprio che dimostra le differenze abissali tra i paesi che hanno scelto di “mitigare” gli effetti della pandemia (quella strategia qui nota come “convivere con il virus e lasciare aperti i luoghi di lavoro”) e quelli che invece hanno perseguito l’obbiettivo “zero covid”.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Lancet. Prende in considerazione soltanto i paesi Ocse “occidentali” in senso lato (quelli “normalmente capitalistici”) e non include Cina, Vietnam, Cuba, ecc, che avrebbero inevitabilmente mostrato una differenza ancora più abissale.

La presentazione che ne fa Alessandro Ferretti è comunque illuminante e dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo governati (in Italia, Unione Europea, Usa, Gran Bretagna, ecc.) da un branco di criminali decisamente idioti e autolesionisti.

Questa “strategia” ora è implementata, da veri criminali, con le riaperture semitotali anche in presenza di numeri (per contagiati, ricoverati, morti) tutt’altro che “sotto controllo”. Draghi ha parlato di “rischio calcolato”. Vorremmo sapere quanti morti sono previsti, nei suoi calcoli...

È un problema di “sistema”, come direbbero ai vertici della Rai, non di persone. E un “sistema” criminogeno va rovesciato il prima possibile. Ne va della vita di tutti e della vivibilità del pianeta (perché quello che hanno fatto sulla pandemia lo fanno ogni giorno anche e soprattutto sul piano ambientale).

Buona lettura.

*****

L’altro ieri su Lancet è apparso un confronto tra i risultati della strategia di mitigazione (interventi graduali di contenimento mirati a non sovraccaricare il sistema sanitario) e quelli conseguiti tramite la strategia #zerocovid di eliminazione radicale del contagio.

Dal confronto emergono tre dati:

– per quanto riguarda la salute pubblica, i decessi da COVID-19 per 1 milione di abitanti nei paesi OCSE che hanno optato per l’eliminazione (Australia, Islanda, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud) sono stati circa *25 volte inferiori* rispetto ai paesi OCSE che hanno preferito la mitigazione, tra cui l’Italia (prima immagine)


– per quanto riguarda l’economia, nei cinque paesi che hanno optato per l’eliminazione, la crescita del PIL è tornata ai livelli pre-pandemia all’inizio del 2021 mentre la crescita è ancora negativa per gli altri 32 paesi OCSE (seconda immagine)


– sorpresa sorpresa: per quanto riguarda le restrizioni, le libertà sono state più gravemente colpite nei paesi OCSE che hanno scelto la mitigazione. Infatti le misure di blocco rapide, adottate dai paesi che puntano all’eliminazione, sono state meno rigide e più brevi (terza immagine)


Alcuni credono che il dibattito tra mitigazione ed eliminazione sia ormai accademico, perchè presto il vaccino risolverà ogni problema. In realtà, la storia ci insegna che i vaccini da soli non sono risolutivi e richiedono comunque tempi lunghi. L’eradicazione del vaiolo ha richiesto sforzi concertati e decennali in cui la vaccinazione è stata accompagnata da campagne di comunicazione e impegno pubblico, oltre a testare, tracciare e isolare.

Le conclusioni del commento sono tanto cristalline quanto lapidarie: agire solo a livello nazionale è insufficiente ed è necessario un chiaro piano globale per uscire dalla pandemia. I paesi che scelgono di convivere con il virus rappresenteranno probabilmente una minaccia per altri paesi, in particolare quelli che hanno meno accesso ai vaccini COVID-19. L’incertezza dei tempi, della durata e della gravità del blocco soffocherà la crescita economica poiché le aziende sospenderanno gli investimenti e la fiducia dei consumatori si deteriorerà. Il commercio globale e i viaggi continueranno a risentire della situazione.

Nel frattempo, è probabile che i paesi che optano per l’eliminazione tornino quasi alla normalità.

In definitiva: oggi come ieri, accontentarsi di stabilizzare i contagi sugli elevati livelli attuali ci condanna a subire restrizioni in modo permanente con gravi conseguenze sul piano economico, sanitario e della libertà di movimento. Chi ancora oggi sostiene il contrario dimostra solo crassa incompetenza e/o poderosa malafede.

Fonte

Il PNRR di Draghi. Un piano o una pernacchia?

Curiosa la storia del Recovery Plan (o PNRR). Approvato quasi all’unanimità dal Parlamento (i “melonisti” si sono astenuti...), benedetto e incensato da tutti i media più importanti, non riesce però a convincere nessuno non appena ci si guardi dentro con un occhio appena allenato.

I nostri lettori hanno già potuto apprezzare diverse analisi, ultima quella del collettivo di economisti Coniare Rivolta, che mettono in evidenza il carattere di classe della manovra, le risorse inadeguate allo scopo dichiarato (quei quasi 200 miliardi sembrano tanti, ma “spalmati” su sei anni diventano un pannicello caldo), e persino l’assurdità di una spesa pubblica che non produce un “moltiplicatore” almeno pari alle risorse investite.

Ma a quanto pare il “piano Draghi” presenta parecchi profili di incongruenza. Intanto, come scrive Guido Salerno Aletta su Milano Finanza, non sarebbe stato redatto “secondo le regole della contabilità pubblica”. Al contrario il pool del presidente del consiglio si è “attestato esclusivamente sullo schema suggerito dalle Linee guida per gli Stati membri per la elaborazione degli Rrp, che ammette unicamente le azioni definibili come «investimenti» anche se non comportano spese come le riforme, ritenendo che si debba perseguire unicamente l’accrescimento del capitale: produttivo, umano o naturale che sia.”

Un’altra logica implica altri obbiettivi, che poco c’entrano con gli interessi di questo paese. Curiosamente, uno degli esempi più chiari viene dalla spesa prevista per il «Piano per gli asili nido e scuole dell’infanzia e servizi di educazione e cura per la prima infanzia» (cosa ovviamente, in astratto, più che desiderabile, vista la carenza di tali servizi esistente in Italia), ma redatta senza tenere conto della situazione concreta.

In cui “un’offerta privata c’è già, e altra potrebbe svilupparsi, ma le rette hanno livelli talmente alti da non essere abbordabili dalla gran parte delle famiglie e queste sono escluse dall’accesso alle strutture comunali solo per via di un Isee troppo alto: questo è il paradosso”. In pratica le famiglie “normali” (la stragrande maggioranza) risultano concretamente troppo povere per rivolgersi agli asili privati e formalmente “troppo ricche” per gli asili pubblici.

Passando al “moltiplicatore”, anche Salerno Aletta resta stupefatto davanti alle “conseguenze” previste per investimenti pubblici così massicci, con stime di crescita del Pil ampiamente al di sotto delle cifre che verranno spese: “La seconda grave lacuna del PNRR [...] risiede nello scarso impatto sulla crescita: è praticamente nullo.”


Anzi: “Questo piano non innesca […] una crescita duratura e sostenuta, ma si limita ad anticipare di pochi mesi, tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, il recupero della caduta del pil occorsa nel 2020”. Il che non è proprio un dettaglio minore, per un piano che dice di voler promuovere finalmente “la ripresa e la crescita”…

Ma la cosa peggiore è l’effetto sul sistema industriale, sulla qualità dell’occupazione e sulla bilancia commerciale (export/import).

Per prima cosa, “la domanda pubblica aggiuntiva che non riguarda la componente delle costruzioni e dell’immobiliare non verrà soddisfatta con risorse interne ma andrà a incrementare le importazioni”.

Per un paese che ha un disperato bisogno di produrre qualcosa, che vede sparire industrie di proprietà nazionale e multinazionale, è una notizia terribile, e non si capisce in base a cosa il presidente di Confindustria abbia dato un parere “positivo”.

Al contrario “è una catastrofe: accadrà su grande scala ciò che accadde con la decisione di agevolare, senza alcuna pianificazione, la produzione di energia elettrica di origine solare: i pannelli fotovoltaici furono tutti importati dalla Cina mentre gli investimenti finanziari dall’estero hanno beneficiato dell’impegno del Gestore della rete a ritirare per vent’anni l’energia prodotta a prezzi assolutamente fuori mercato”.

Ovvio: se il programma di spesa pubblica è quasi tutto rivolto a beni tecnologici che qui non vengono prodotti (in primo luogo nell’informatica, ma anche su molte tecnologie “ambientali”), quelle merci andranno acquistate altrove. Dunque senza alcun effetto sulla capacità produttiva “locale”.

Anche per quanto riguarda l’occupazione, di conseguenza, le prospettive non sono affatto rosee: “si assorbirà prevalentemente l’offerta di lavoro di manovali e carpentieri, mentre non si creano le condizioni per una migliore capacità produttiva di alto valore aggiunto e competitiva a livello internazionale”. E “questo è un errore esiziale, irrimediabile, che mette a repentaglio tutti gli sforzi fatti a partire dal 2012, con sacrifici sanguinosi, per recuperare competitività all’estero mortificando i salari e abbattendo la domanda interna per ridurre le importazioni”.

È finita qui, la critica? No, chiaro. Questo piano è uno spendificio di soldi pubblici, ma senza alcuna programmazione propria. Dunque senza una strategia che non sia l’asservimento alle indicazioni europee.

Ma “anche in termini quantitativi, il PNRR non dispiega alcuno sforzo erculeo nel sostegno del sistema produttivo: la spesa pubblica in conto capitale si impenna solo per due anni, nel 2021 e nel 2022 rispettivamente con il 5,5% e il 6,1% del pil, ma esclusivamente per finalità emergenziali che non hanno niente a che vedere con la promozione di un processo di sviluppo”.

Un bel quadro, per il prossimo futuro. Il PNRR, in quest’ottica, comincia ad assomigliare più a una pernacchia...

Fonte