Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/12/2024

Il signor Diavolo (2019) di Pupi Avati - Minirece

Corea del Sud, il presidente dichiara la legge marziale

Con una mossa a sorpresa che infiamma ulteriormente una regione del globo già sottoposta a forti tensioni, il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol ha dichiarato oggi la legge marziale, assumendo poteri speciali e incaricando l’esercito di “riportare l’ordine”, promettendo di eliminare quelle che ha definito “forze anti-stato”.

Il presidente conservatore sembra così intenzionato a regolare i conti con l’opposizione, che controlla la maggioranza nel parlamento del paese e che Yoon accusa di simpatizzare con la Corea del Nord.

Questa sorprendente mossa, condannata ovviamente dalle forze di opposizione, riporta la Corea del Sud ad un clima autoritario e di caccia alle streghe che il paese non viveva più dagli anni ’80. È la prima volta che in Corea del Sud viene imposta la legge marziale dal processo di democratizzazione della Corea del Sud nel 1987.

Secondo l’agenzia di stampa Yonhap, in seguito all’annuncio di Yoon l’esercito ha affermato che il parlamento e l’attività dei partiti politici che potrebbero “causare confusione sociale” dovranno essere sospesi. I telegiornali hanno già mostrato agenti di polizia intenti a tentare di bloccare l’ingresso dell’Assemblea nazionale per impedire l’affluenza dei parlamentari mentre fuori dall’edificio si sono radunati centinaia di manifestanti che hanno tentato di forzare il blocco gridando slogan contro la legge marziale e “la dittatura”. Secondo varie fonti l’esercito avrebbe schierato anche carri armati e vari mezzi blindati nelle strade della capitale del paese e i media più importanti sarebbero stati avvisati della necessità di sottostare alla censura. La legge prevede che chi viola le prescrizioni militari possa essere arrestato senza mandato di un tribunale.

Le forze armate hanno anche imposto di tornare a lavoro entro 48 ore ai medici in sciopero da mesi contro i piani governativi diretti ad aumentare il numero di studenti nelle scuole di formazione di medicina.

Secondo la legislazione, la legge marziale può essere revocata in qualsiasi momento con un voto del parlamento, in cui come detto il Partito Democratico di opposizione detiene la maggioranza. Ed effettivamente, nonostante il blocco delle attività nel Parlamento imposto dal decreto presidenziale e la presenza in aula di un gran numero di membri delle forze speciali dell’esercito in assetto antisommossa, 190 deputati – di entrambi gli schieramenti – sui 300 totali sono comunque riusciti a votare una mozione che chiede la revoca della legge marziale.

Non è per ora chiaro se Yoon si piegherà alla volontà della maggioranza del parlamento o continuerà per la sua strada esautorando del tutto l’Assemblea Nazionale. Per ora gli alti comandi dell’esercito sudcoreano hanno dichiarato che faranno rispettare la legge marziale fino a quando non sarà revocata dal presidente Yoon Suk Yeol.

Subito dopo l’annuncio del presidente Han Dong-hoon, il leader del conservatore Partito del Potere Popolare, di cui Yoon è membro, ha definito “sbagliata” la decisione di imporre la legge marziale e ha giurato di “fermarla insieme al popolo”. Il leader dell’opposizione Lee Jae-myung, sconfitto di misura da Yoon alle elezioni presidenziali del 2022, ha definito l’annuncio di Yoon “illegale e incostituzionale”.

Nel corso di un intervento televisivo Yoon ha affermato che la legge marziale permetterà di “ricostruire e proteggere” il paese impedendogli di “cadere nelle profondità della rovina nazionale”, ed ha promesso di “sradicare” le forze schierate con la Repubblica Popolare di Corea e di proteggere “l’ordine democratico costituzionale”.

“Eliminerò le forze anti-stato il più rapidamente possibile e normalizzerò il Paese”, ha affermato Yoon, chiedendo al popolo di credere in lui e di tollerare “alcuni inconvenienti”.

Yoon ha deciso di imporre quello che è a tutti gli effetti un “autogolpe” dopo che il suo indice di gradimento è fortemente calato. Da quanto ha assunto le funzioni di capo dello stato non è mai riuscito a far valere il suo programma contro un parlamento controllato dall’opposizione liberaldemocratica.

La maggioranza parlamentare ha anche tentato di approvare mozioni per mettere sotto accusa tre procuratori di alto livello, tra cui il capo dell’ufficio del procuratore distrettuale centrale di Seoul, in quella che i conservatori hanno definito una vendetta contro le loro indagini penali su Lee, considerato favorito per la vittoria delle prossime elezioni presidenziali del 2027.

Yoon ha anche respinto le richieste di indagini indipendenti sugli scandali per corruzione che coinvolgono sua moglie e alti funzionari.

L’Amministrazione Biden ha affermato di non essere stata avvertita in anticipo sull’imposizione della legge marziale da parte del presidente sudcoreano Yoon, che Washington ha invitato a rispettare le decisioni del parlamento. Gli Stati Uniti mantengono attualmente in Corea del Sud un contingente militare di quasi 30 mila uomini.

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Dopo la manifestazione del 30 novembre, nuovi appuntamenti per la Palestina

Il giorno successivo alla riuscita manifestazione nazionale per la Palestina di sabato, si è tenuta una riunione nazionale di lavoro che ha fatto il punto del percorso con l’assemblea del 9 novembre ed ha messo in campo i passaggi per consolidare una prospettiva comune e convergente nella solidarietà con il popolo palestinese, sul ruolo di Israele e il rischio di una guerra generalizzata in Medio Oriente e non solo. “L’improvvisa” riaccensione del conflitto in Siria è lì a confermarlo.

La riunione del 1 dicembre ha prodotto un comunicato che riproduciamo qui di seguito e che fissa alcuni primi appuntamenti e il percorso di lavoro per i prossimi mesi.

Sulla manifestazione del 30 novembre, nonostante alcune criticità viste in piazza, le valutazioni espresse nella riunione sono state positive, sia da parte delle associazioni palestinesi che delle realtà solidali italiane. Sullo sfondo restano alcuni commenti critici post-manifestazione in circolazione sui social (pessima abitudine che stenta a morire, ndr) ma che per molti aspetti somigliano più a “falli da frustrazione” che a valutazioni politiche utili per il futuro.

La precipitazione degli eventi in Medio Oriente – sulla Palestina e anche nel “nostro mondo” – richiederebbero maggiore lungimiranza e aderenza alla realtà.

Per questo c’era bisogno di un salto di qualità, che da troppo tempo stentava a venire, nella discussione, nell’analisi e nelle caratteristiche della mobilitazione da mettere in campo nel nostro paese.

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Verso una rete nazionale antisionista e anticolonialista per la Palestina. Il comunicato della riunione nazionale del 1 dicembre a Roma

Come “Assemblea 9 Novembre” esprimiamo la più profonda soddisfazione per il corteo del 30 novembre che ha portato in piazza più di 30mila persone in una manifestazione nazionale in sostegno alla Palestina e al Libano.

Abbiamo urlato contro il genocidio, a fianco delle resistenze, contro il sionismo e il pericolo che Israele rappresenta per tutto il mondo. Nonostante le difficoltà si è arrivati, tramite importanti passaggi assembleari, a costruire un grande corteo unitario, capace di rappresentare le diversità ma convergente verso l’obiettivo comune della solidarietà alla Palestina e al Libano e di denuncia del ruolo di Israele e delle complicità e del sostegno dell’imperialismo occidentale, italiano ed europeo, alla sua politica coloniale.

È fondamentale ora strutturarsi a livello nazionale per proseguire nella mobilitazione, moltiplicare le iniziative di lotta e allargare la solidarietà.

Se la manifestazione è stata una grande prova di forza del movimento, la riunione del 1 dicembre, a cui hanno partecipato decine di realtà palestinesi e organizzazioni italiane, è stata uno straordinario passo in avanti verso la costruzione di una rete nazionale antisionista, per la Palestina e per lottare in Italia contro il governo italiano e tutte le istituzioni guerrafondaie occidentali, come la Nato, che sostengono e usano Israele e l’ideologia sionista per garantire il loro controllo nel Medio Oriente e per inasprire il clima di guerra globale.

La riunione, che ha visto la partecipazione di più di 80 tra organizzazioni, associazioni, reti studentesche, sindacati e partiti, ha voluto rilanciare fin da subito la mobilitazione e un percorso concreto per la strutturazione nazionale.

Si sono assunte le campagne di sostegno a Tiziano, arrestato nel corso degli scontri del 5 ottobre, conseguenza del divieto governativo contro la piazza, e la campagna dei giuristi contro Israele e le complicità occidentali che stanno organizzando una importante assemblea pubblica il 12 dicembre a Roma.

Con il mandato di cattura internazionale per il criminale Netanyahu la questione giuridica assume un peso estremamente importante che va trasformata, oltre che in passaggi di approfondimento tecnico, anche in una campagna politica generale.

Dalla riunione sono stati poi indetti due momenti di mobilitazione nazionale specifici, da costruire nei territori con tutte le realtà disponibili:

a) il 20/21 dicembre con azioni di boicottaggio per lo stop al genocidio e contro Israele nei centri commerciali e vie commerciali,

b) il 17/18 gennaio contro fabbriche di armi, basi militari o istituzioni militari per denunciare le complicità occidentali e per denunciare il riarmo e la corsa agli armamenti, voluta e sostenuta dalla Nato e da tutti i governi euro-atlantici.

Sulla base della piattaforma uscita dal 9 novembre e su quella di indizione della manifestazione nazionale si invitano le realtà aderenti a lavorare collettivamente nei territori per costruire le due giornate di iniziativa e far convergere tutte le forze palestinesi, libanesi e italiane disponibili a costruire la rete nazionale in una nuova riunione in presenza da tenersi a Milano o Bologna, la settimana successiva al 18 gennaio per costituire e definire denominazione e piattaforma della stessa.

Nelle prossime settimane saranno organizzate altre riunioni online e territoriali per continuare nel percorso di avvicinamento alle mobilitazioni e agli appuntamenti di strutturazione nazionale.

La riunione ha poi rilanciato tutti gli scioperi e le azioni concrete che sostengono la causa della resistenza arabo palestinese.

Assemblea 9 novembre

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Trump alla guerra dei dazi contro i Brics. Ma è un suicidio...

L’abisso che si è aperto davanti agli Stati Uniti (ossia al principale imperialismo, quello occidentale) è di dimensioni tali da annebbiare la mente. Deve essere per questo che nell’ultimo decennio i gruppi dominanti in quel paese hanno selezionato personaggi davvero improbabili come “presidenti”.

Il declino di Biden è stato lento ma inarrestabile. Ha aperto almeno due guerre e se ne va senza uno straccio di soluzione. Anzi, dopo esser stato escluso dalla corsa e aver visto perdere la sua vice alle elezioni, non ha trovato di meglio che autorizzare l‘uso contro la Russia di quei missili Usa che possono funzionare solo se mossi da tecnici e personale Nato. Ossia dando fuoco alle polveri che portano al conflitto nucleare.

Non contento, si è preso anche lo sfizio di “graziare” il figlio Hunter – che era riuscito a sommare tossicodipendenza, possesso illegale di armi e affari sporchi in Ucraina – usando toni e argomenti berlusconian-salviniani: “era sottoposto a una persecuzione giudiziaria per danneggiare me”.

E lo ha fatto negli stessi giorni in cui il suo successore, Trump, sta nominando per la sua squadra di governo una pletora di servi e di parenti stretti (ultimo Charles Kushner – fondatore di un impero immobiliare e padre di Jared Kushner, il marito della figlia Ivanka, a sua volta consigliere per il Medio Oriente nella scorsa presidenza – designato ambasciatore a Parigi).

Con il “perdono” al figlio scapestrato Biden ha insomma tolto un’arma ai critici del successore, gettando nella disperazione i tanti “Rambini” incaricati di decantare la grandezza “etica” della democrazia americana.

Bisogna però dire che The Donald promette di far fare piuttosto velocemente agli Usa quel fatale “balzo in avanti”... nel precipizio, insomma.

L’intenzione sarebbe quella della campagna ideologica creata intorno a sé (“make America great again”), ma gli strumenti di cui dispone e soprattutto la “visione” che dovrebbe orientarli son piuttosto datati: armi, minacce e dollaro.

Non bisogna sottovalutare la pazzia militarista degli States (mai un anno senza guerre da tempo immemore...), ma è pur vero che Trump è arrivato di nuovo alla Casa Bianca anche promettendo “pace” e meno soldi buttati in guerre e aiuti per alleati sfigati (Israele a parte).

Promette però di essere una follia anche la sua – per così dire – politica economica internazionale.

Il post pubblicato sul suo social personale, ieri, è tragicomico quanto tonitruante:
“L’idea che i Paesi BRICS stiano cercando di allontanarsi dal dollaro mentre noi restiamo a guardare è FINITA. Chiediamo a questi Paesi un impegno sul fatto che non creeranno una nuova valuta BRICS, né sosterranno alcuna altra valuta per sostituire il potente dollaro statunitense, altrimenti dovranno affrontare tariffe del 100% e dovranno aspettarsi di dire addio alle vendite nella meravigliosa economia statunitense”.
La convinzione che supporta questo pseudo ragionamento è che “l’America” possa “ordinare” cosa fare a Cina-Russia-Brasile-India-Sudafrica-Emirati Arabi-Iran-Egitto-Etiopia-Arabia Saudita (con Turchia, Cuba e tanti altri ormai sulla porta).

Paesi che nell’insieme possono vantare un Pil molto superiore a quello Usa, interessi comuni per mercati aperti e senza dazi, una popolazione di diversi miliardi di persone e – almeno in tre – arsenali nucleari e missili per usarli. Non proprio dei nanerottoli senza strumenti...

La minaccia di imporre dazi “del 100%”, usando come leva il fatto di essere il più grande Paese importatore, nei confronti di chi non vuole più usare il dollaro e quindi sta studiando una “unità di conto” e sistemi di pagamento alternativi allo Swift, semplicemente non può funzionare.

La capacità Usa di essere il miglior compratore al mondo si regge infatti su basi ormai fragili:
a) un debito siderale, sia pubblico che privato;
b) un dollaro il cui reale valore è vago, ma regge sulla forza militare e sul fatto di essere l’unica moneta di scambio internazionale (stampabile a volontà per obiettivi unilaterali);
c) il sistema Swift, che consente agli Usa di guadagnare su ogni transazione finanziaria, controllando al contempo compratori e venditori, determinando così anche l’effettività delle “sanzioni” decise dalla Casa Bianca.

Per il resto, esporta quasi soltanto prodotti agricoli e idrocarburi tirati fuori con il fracking (le riserve liquide sono esaurite o in via di), nonché armamenti per alleati estremamente fedeli.

In queste condizioni imporre dazi alle importazioni praticamente da tutto il mondo (la minaccia riguarda anche Canada, Messico, Unione Europea) significa, in teoria ma anche in pratica privarsi (in qualche misura) delle merci indispensabili per il funzionamento dell’economia Usa e per la sopravvivenza della propria popolazione (stipendi bassi e povertà assoluta sono in crescita anche da quelle parti...).

Non pago, Trump ieri ha annunciato anche che impedirà l’acquisizione di Us Steel da parte di Nippon Steel, così strepitando «Attraverso incentivi fiscali e tariffe, riporteremo l’acciaio americano alla grandezza e alla forza. Come presidente, bloccherò questo accordo». Pure i giapponesi non sono più “amici” di cui fidarsi...

Se l’idea è sostituire questa massa di merci con la “produzione autarchica”, beh, il problema diventa serio. Trenta e più anni di delocalizzazioni produttive hanno privato gli Usa – e in gran parte anche l’Europa – delle capacità necessarie a realizzare seriamente questa inversione.

Nota Emanuel Todd, nel suo La sconfitta dell’Occidente, che per esempio “le persone con un’istruzione superiore che [in Russia, ndr] scelgono di studiare Ingegneria intorno al 2020 erano il 23,4% rispetto al 7,2% negli Stati Uniti”. Ma anche in numeri assoluti (gli Usa hanno una popolazione più che doppia) ci sono meno ingegneri americani che russi.

E se mancano le persone con il giusto know how significa che sono scomparse anche istituzioni, stabilimenti, e quant’altro fa una civiltà avanzata nel comparto industriale. E non si ricostruiscono in quattro anni o quattro mesi (quanto ci vuole e formare un ingegnere con esperienza?).

Senza calcolare che una politica dei dazi è possibile anche da parte dei paesi-target dell’offensiva trumpiana, con grossi rischi di rilanciare un’inflazione incontrollabile (specie se, come si vede dalle nomine che sta facendo, il suo obiettivo è demolire l’amministrazione dello Stato federale, ad ogni livello).

L’ipotesi più probabile, attacchi militare a parte (o persino compresi) è che i paesi Brics+ più i candidati sulla porta accelerino le procedure per arrivare a creare una “unità di conto” (non una “moneta unica”, vista l’esperienza catastrofica dell’euro per la crescita europea) e soprattutto un sistema di pagamenti alternativo.

Senza dollaro e quindi senza “percentuali” da grattare su ogni transazione denominata in quella moneta.

Questo, quando avverrà, sarà un passaggio epocale davvero di grandi dimensioni, quasi inconcepibile per chi è nato dopo la Seconda guerra mondiale.

L’America ridisegnata da Trump rischia di accelerare l'arrivo a questo appuntamento con la Storia. Senza difese reali, sul piano economico, ma con un arsenale nucleare che potrebbe diventare l’ultima arma dell’imbecille.

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Via da Israele, avanti verso l’Iran: che cosa cerca l’Arabia Saudita di Bin Salman

Le lezioni di moralità da parte di Mohammad bin Salman hanno un sapore che sfiora il paradosso. Tuttavia, nel gioco delle parti in Medio Oriente, ogni singola parola, ogni singolo gesto, ha una valenza che va ben oltre il suo significato letterale.

Il principe ereditario saudita, non più tardi di due settimane fa, ha pubblicamente condannato l’offensiva di Israele a Gaza, definendola un genocidio, chiedendo la creazione urgente di uno Stato palestinese. Una scelta condivisibile, umanamente e politicamente, se Bin Salman non fosse ciò che è.

Inutile, in queste sede, ribadire il curriculum del sovrano de facto dell’Arabia Saudita: ciò che conta è cercare di comprendere perché questa condanna e perché proprio ora. Riad, infatti, non lascia mai nulla al caso.

L’Arabia Saudita ha profuso sforzi diplomatici significativi per porre fine al conflitto che ha contagiato l’intera regione. Il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, il mese scorso ha dichiarato che i colloqui di normalizzazione con Israele sarebbero stati “fuori discussione” finché non fossero stati ripristinati i diritti dei palestinesi e non fosse stata raggiunta una soluzione a due Stati.

Dichiarazioni che hanno anticipato di qualche settimana l’annuncio del Qatar del 9 novembre di voler porre fine al suo ruolo di mediatore tra Hamas e Israele.

Agli inizi di novembre, in occasione del vertice di Riad, inoltre, Bin Salman aveva invitato Israele a rispettare la sovranità dell’Iran e ad astenersi dall’attaccare il suolo iraniano, intensificando nel contempo le critiche nei confronti di Tel Aviv. Un atteggiamento così sfrontatamente filo-Teheran da non lasciare più alcun residuo di quel tentativo di normalizzazione con Israele auspicato fino a poco prima del 7 ottobre 2023.

Ma che non deve sorprendere: Riad si è al contempo mossa per ricucire i rapporti con l’Iran dopo un accordo di riavvicinamento del marzo 2023 mediato da Pechino.

I rapporti ripristinati hanno ridisegnato il panorama diplomatico con cui Donald Trump dovrà fare i conti quando tornerà in carica l’anno prossimo, in un ambiente regionale molto diverso rispetto all’ultima volta che era stato in carica. Ripristinare gli Accordi di Abramo non è roba da bacchetta magica, né per The Donald tantomeno per suo genero Jared Kushner, qualora decidesse di ripescarlo dal cilindro.

Un recente monito da parte di Riad a Israele, esortandolo a non intraprendere operazioni militari contro l’Iran, segna una svolta significativa rispetto alla linea adottata in primavera. Ad aprile, infatti, l’Arabia Saudita aveva autorizzato l’impiego del proprio spazio aereo per contrastare una massiccia offensiva di droni e missili lanciati da Teheran verso il territorio israeliano.

La situazione si complica ulteriormente a causa del sostegno iraniano a gruppi come Hamas ed Hezbollah, entrambi precedentemente inseriti nella lista dei gruppi “terroristici” stilata dalle autorità saudite. Hezbollah, nello specifico, è da mesi al centro delle operazioni di contrasto da parte di Israele, dopo un’escalation di attacchi missilistici provenienti dal Libano.

Un segnale inequivocabile del mutamento di strategia saudita si è registrato lo scorso ottobre, quando Riad ha deciso di revocare la licenza all’emittente televisiva MBC. La mossa è giunta in seguito alla definizione di Yahya Sinwar, leader di Hamas ucciso in un attacco, come un “terrorista” da parte dell’emittente stessa.

L’Arabia Saudita e l’Iran hanno ribadito il loro impegno per tutte le disposizioni dell’Accordo di Pechino e i loro continui sforzi per consolidare relazioni amichevoli e di buon vicinato tra i due Paesi. Hanno accolto con favore il ruolo positivo continuo della Cina e hanno sostenuto che il supporto e il follow-up della Cina all’attuazione dell’Accordo sono di grande importanza.

Il secondo incontro del China-Saudi Arabia-Iran Trilateral Joint Committee dello scorso 19 novembre non solo ha cercato di consolidare i progressi compiuti nel miglioramento delle relazioni tra Iran e Arabia Saudita, ma mira anche a garantire che i legami tra le due nazioni possano evitare conflitti in Medio Oriente.

L’Iran e l’Arabia Saudita appaiono ora fortemente intenzionate a continuare il loro cauto percorso di riavvicinamento. La visita del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi alla capitale saudita Riad all’inizio di ottobre indica che le relazioni si stanno sviluppando ulteriormente. Ha anche incontrato il principe bin Salman, il che è un segnale fondamentale.

Tuttavia, l’attuale riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita presenti diversi vantaggi dal punto di vista di quest’ultima. Dopo che l’Iran ha attaccato gli impianti petroliferi sauditi nel 2019, Riad si è resa conto che non poteva fare affidamento completamente sugli Stati Uniti e avrebbe dovuto risolvere i problemi con il suo vicino iraniano.

Ma non solo: Riad ambisce a porre fine in modo definitivo al conflitto in Yemen, e a questo proposito, spera che l’Iran possa esercitare la sua influenza sugli Houthi una volta per tutte.

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Stellantis - Via Tavares, il manager che ha preso 100mila euro al giorno per distruggere il futuro dell’automotive in Italia

Di Carlo Tavares non sentiremo sicuramente la mancanza. L’amministratore delegato da 36 milioni di euro all’anno; 100mila euro al giorno di stipendio per un manager che ha saputo soltanto depauperare ulteriormente l’industria dell’auto e il nostro paese in favore della Francia.

Per l’Italia infatti l’unico “piano industriale” era quello della rapida dismissione degli stabilimenti, l’utilizzo massiccio di ammortizzatori sociali a carico della collettività, la richiesta continua di incentivi ed i regolari ricatti nei confronti del Governo e dei lavoratori Italiani.

Il problema di queste dimissioni però è che queste non produrranno alcun cambiamento, anzi. Serviranno da ulteriore cortina fumogena agli Elkann, che è praticamente dai tempi di Marchionne che non investono più un euro nel settore dell’auto in Italia. E mentre qualcuno già si affanna a chiedere al prossimo amministratore delegato di essere più “umano” e di avere a cuore le sorti di Stellantis, negli stabilimenti italiani si continua a dismettere pezzi di produzione, a delocalizzare in assenza di alcuna alternativa credibile.

In tutto questo ci si mette pure il nostro Governo, che in pieno ossequio all’economia di guerra europea toglie i fondi speciali di settore (4,6 miliardi di fondo automotive cancellato) e non offre alcuna risposta in merito a come si riporta nel nostro Paese una produzione dell’auto a numeri ridicoli, da dopoguerra.

La nostra organizzazione sta denunciando e continuerà a denunciare il disastro italiano del settore auto. Dal polo produttivo di Torino, passando per Termoli fino ad Atessa. Non c’è un solo stabilimento che non stia subendo le conseguenze dirette di anni di politiche sbagliate e scelte aziendali di un padronato arraffone e senza scrupoli.

Per USB bisogna determinare subito garanzie per tutti i lavoratori in un ottica di intervento pubblico largo di tipo straordinario, utile a consolidare le produzioni e a stabilire un piano strategico capace di guardare oltre i vari plant, per tutelare al massimo i posti di lavoro dentro le transizioni elettrica e digitale.

Riteniamo che il ruolo pubblico sia centrale nello stabilire le politiche industriali, il fabbisogno di investimenti a lungo termine, le infrastrutture necessarie, un piano di riconversione delle competenze di lavoratrici e lavoratori. Anche all’ultimo tavolo ministeriale abbiamo posto con forza la necessità di reggere questo processo anche con un intervento sulle politiche del lavoro a partire dalla necessità di rivedere gli ammortizzatori sociali (dove va prevista l’integrazione salariale al 100%) fino all’introduzione della riduzione di orario di lavoro a parità di salario come ulteriore modalità per sostenere l’occupazione.

Serve infine aumentare i salari per spingere i consumi. Oggi un operaio non riesce a comprarsi l’auto che produce e le conseguenze sono davanti gli occhi di tutti, con un mercato dell’elettrico orientato ad una fascia di reddito ridotta ad una nicchia.

Per sostenere queste rivendicazioni invitiamo tutti i lavoratori e le lavoratrici del settore auto ad aderire allo SCIOPERO GENERALE 13 DICEMBRE proclamato dall’Unione Sindacale di Base.

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Le critiche d’un filosofo sovietico alle sinistre radicali occidentali. Un dibattito del '73 che aiuta a capire perché il Capitale ha vinto

Alcune settimane fa Alessandro Visalli, il quale era giunto a conoscenza della sua esistenza da un post su Internet, mi ha segnalato un libro del 1973: Filosofia della rivolta. Critica della sinistra radicale, del filosofo sovietico Eduard Jakovlevič Batalov. Il libro, uscito in edizione italiana qualche anno fa per i tipi della Anteo Edizioni, benché infarcito di refusi e tradotto malissimo (solo chi disponga di una buona conoscenza degli argomenti è in grado di afferrare il senso di certi passaggi al limite della incomprensibilità) è di indiscutibile interesse storico da vari punti di vista.

In primo luogo, perché questa analisi di un intellettuale russo dell’era brezneviana sulle sinistre radicali degli anni Sessanta in Occidente, permette di comprendere meglio con quali occhiali teorici e ideologici la cultura sovietica di allora osservasse la società tardo capitalista e i suoi conflitti di classe, le lotte del Terzo Mondo, le prospettive del movimento comunista e della rivoluzione mondiale, il tutto non molto prima di andare incontro alla propria dissoluzione. Poi perché, a mezzo secolo di distanza dalla sua stesura, il bilancio che Batalov traccia dei limiti della cosiddetta Nuova Sinistra e delle ragioni del suo fallimento (estendibile al fallimento dei “nuovi movimenti” che ne hanno raccolto l’eredità culturale e politica) anticipa una riflessione critica che, alle nostre latitudini, è maturata solo a partire dai primi del Duemila. Infine, perché è una lettura che aiuta a capire come i punti di vista dei soggetti criticati e il punto di vista di chi li critica, per quanto apparentemente opposti, condividessero una serie di elementi che hanno impedito a entrambi di prevedere e contrastare la controrivoluzione liberale che di lì a poco li avrebbe duramente sconfitti.

I bersagli critici di Batalov

Sul piano ideologico e filosofico, le critiche di Batalov puntano il dito in particolare contro il sociologo americano Wright Mills; contro i membri della scuola di Francoforte e il loro concetto di “dialettica negativa” (1), Adorno ma sopratutto Marcuse, citato così spesso da occupare pagine e pagine del libro; contro Sartre e l’esistenzialismo; contro Frantz Fanon e i teorici “terzomondisti”; contro il pensiero di Mao e la Rivoluzione Culturale. All’ampiezza di questa schiera di presunti inspiratori della Nuova Sinistra fa riscontro l’area geografica relativamente ristretta alla quale dedica la sua analisi: si concentra soprattutto sui movimenti di Stati Uniti e Francia (il che spiega lo spazio privilegiato accordato ad autori come Mills, Marcuse e Sartre) mentre a Paesi che pure hanno avuto un ruolo importante in quella stagione di lotte, come l’Italia e la Germania, dedica scarsa attenzione. Veniamo ora alle accuse rivolte alla cultura e alla prassi politica dei movimenti in questione.

La prima si riferisce al fatto che si auto definivano come una forza rivoluzionaria in grado di rimpiazzare il proletariato, in quanto – al pari di Mills e Marcuse – ritenevano quest’ultimo del tutto integrato nella società dei consumi e compartecipe dei valori borghesi.

La seconda riguarda il riemergere di uno spirito anarcoide di sapore ottocentesco: l’ideologia dei movimenti occidentali, scrive Batalov, era radicalmente anti partitica e antistatalista in base all’idea che ogni organizzazione è un’incarnazione materiale del principio burocratico, o meglio che la burocrazia è una caratteristica inalienabile dell’organizzazione in quanto tale e, di conseguenza, associavano le loro aspirazioni non tanto al socialismo quanto con un concetto astratto di società libera.

La terza chiama in causa l’esaltazione dello spontaneismo, associata all’assenza di qualsiasi chiara definizione del futuro da costruire: il movimento è tutto mentre l’obiettivo non conta nulla, nella misura in cui si pensa che la società futura è il movimento stesso e le nuove forme di socialità cui dà vita.

La quarta è in un certo senso un corollario della terza, in quanto coincide con l’estetizzazione delle forme e dei metodi di lotta: si prediligono comportamenti studiati deliberatamente per scioccare conformisti e benpensanti (épater les bourgeois); si esprime il bisogno di una creatività libera e disalienata, si cerca la bellezza nelle relazioni; “l’immaginazione al potere, siate realisti chiedete l’impossibile”, recitavano gli slogan del Maggio francese, e qui Batalov richiama in causa Marcuse e il suo invito a travalicare i limiti delle pseudo trasgressioni ispirate dal consumismo (vedi il concetto di “tolleranza repressiva” (2)).

La quinta è l’apologia della violenza considerata uno strumento di per sé rivoluzionario e liberatorio. La confusione di mezzi e fini, e l’assenza di un’analisi ponderata della necessità o meno di ricorrere alla violenza in base alle condizioni concrete di tempo e luogo, chiosa Batalov, è una minaccia per una negazione davvero rivoluzionaria, mentre la negazione e il rifiuto assoluti di tutti gli aspetti della cultura precedente tendono a degenerare in rifiuto della cultura in sé e quindi nel nichilismo.

A questo punto – circa a metà della lettura – confesso di essermi domandato se Boltanski e Chiapello, nello scrivere la loro splendida analisi del “nuovo spirito del capitalismo” (3), si siano almeno in parte ispirati a Batalov, laddove parlano della separazione fra critica sociale (retaggio del movimento operaio tradizionale) e critica artistica (espressione dei nuovi movimenti degli anni '60 e '70). Senonché fra i due punti di vista c’è una differenza di fondo: i due sociologi francesi scrivono a posteriori, avendo cioè potuto assistere all’evoluzione politico-culturale delle generazioni che erano state protagoniste dei movimenti degli anni '60 , per cui ne descrivono l’integrazione nei nuovi meccanismi di gestione delle imprese e delle istituzioni postfordiste, così come hanno potuto assistere al deragliamento dei nuovi movimenti (femministe, lgbtq, ambientalisti, ecc.) verso la cultura woke del politicamente corretto, concentrata sui diritti civili e sui valori individualisti del neoliberalismo. Viceversa Batalov non poteva conoscere questa evoluzione che sarebbe maturata nei decenni successivi al momento in cui scriveva. La sua è stata un’intuizione profetica? Sì, se si accetta l’idea secondo cui tale evoluzione era inevitabile e necessaria, se invece si pensa che quella complessa e convulsa stagione avrebbe potuto avere esiti differenti, è il caso di evidenziare come l’analisi di Batalov peccasse di semplicismo e si basasse su una serie di indebite generalizzazioni. Vediamo quali.

Uno. Dopo una prima ondata spontaneista (tipica dei movimenti studenteschi), settori consistenti delle sinistre radicali avevano tentato di dare vita a embrionali formazioni neo comuniste di tipo partitico, mentre accusavano i partiti comunisti ufficiali di opportunismo e revisionismo, quindi erano tutto meno che anarchici ed estetizzanti. Ciò vale in particolare per l’Italia, dove alla rivolta studentesca aveva fatto seguito una formidabile mobilitazione operaia duramente critica nei confronti delle organizzazioni partitiche e sindacali tradizionali.

Due. Batalov paragona le sollevazioni studentesche in Occidente al movimento cinese delle Guardie Rosse, ma questo significa rimuovere le radicali differenze storiche, culturali, politiche ed economiche fra i due contesti, identificando i fenomeni sull’unica base del peso maggioritario della componente giovanile-studentesca. Qui gioca ovviamente l’intento propagandistico anti-cinese, frutto della rottura fra le due grandi nazioni socialiste. Nè il povero Batalov poteva immaginare che, di lì a poco, la Cina “eretica”, chiusa l'infelice parentesi della Rivoluzione Culturale, avrebbe imboccato la via delle riforme, che l’avrebbe portata agli attuali vertici di potenza economica e politica globale, mentre l’ortodossa Unione Sovietica si sarebbe afflosciata sotto il peso dei propri errori e dell’offensiva imperialista.

Tre. I giudizi liquidatori nei confronti di Frantz Fanon e di altri teorici della rivoluzione coloniale (accusati, al pari di Marcuse e Sartre, di essere i “cattivi maestri” della Nuova Sinistra occidentale) sono in palese contrasto con il giudizio di Lenin in merito al ruolo strategico (e non di mero supporto tattico agli interessi del socialismo reale) delle lotte di liberazione nazionale per l’attuazione della rivoluzione socialista mondiale. Così Batalov squalifica sia l’idea secondo cui la lotta contro l’imperialismo può inizialmente prescindere dalle divisioni di classe fra gli oppressi (4), sia le tesi di coloro che “vorrebbero farci credere che nei paesi coloniali solo i contadini sono rivoluzionari”. Purtroppo per lui, le rivoluzioni antimperialiste in America Latina (da quella cubana a quelle bolivariane) hanno confermato che questa credenza è fondata, almeno in determinati contesti geografici, mentre i partiti comunisti ortodossi hanno dovuto accontentarsi dei nuovi spazi politici creati da leader come Chavez e Morales (5).

Le cause socioeconomiche dell’emergere della Nuova Sinistra

Batalov si concentra su alcuni aspetti associati all’impatto delle innovazioni tecnologiche, sempre più rapide, sull’organizzazione del processo produttivo, sulle trasformazioni culturali e sul peso crescente dell’industria culturale.

In primo luogo, sottolinea come la rivoluzione tecnologica tenda ad erigere una barriera cognitiva fra le diverse generazioni. I giovani d’oggi, scrive – e fa riflettere il fatto che lo dica nei primi anni Settanta, nei quali l’accelerazione temporale era assai inferiore ai livelli raggiunti dopo la rivoluzione digitale – crescono in un mondo che muta tanto rapidamente da indurli a creare delle proprie sottoculture o controculture per differenziarsi dalle idee, dai principi e dai valori della cultura mainstream.

Più importanti del conflitto generazionale, tuttavia, sono a suo avviso i conflitti di interesse creati dalle trasformazioni del ruolo socioeconomico della classe intellettuale. A causa dell’enorme sviluppo dell’industria culturale (media, pubblicità, trattamento delle informazioni, ecc.), dell’automatizzazione dei processi industriali e della terziarizzazione produttiva, l’intellettuale si trasforma in “operaio” di questi nuovi processi produttivi, un “lavoratore parziale” impiegato in questo o quel settore specifico, cui sfuggono la comprensione e il controllo del processo complessivo. Lo scrittore si trasforma in “tecnico letterario” (copywriter, sceneggiatore, redattore, ecc.) e qualcosa di simile avviene per l’ingegnere, l’architetto, ecc. Il divario fra competenze acquisite e mansioni svolte, e fra aspettative e realtà in termini di carriera retribuzione ecc. aumenta progressivamente, alimentando l'insoddisfazione e lo spirito di rivolta, a partire dalle masse studentesche, cresciute numericamente perché l’aumento della domanda di lavoro qualificato favorisce l’accesso di nuovi strati sociali al processo formativo.

È da questi strati sociali, scrive Batalov, che le sinistre radicali attingono i propri militanti, i quali non appartengono più alla borghesia ma non appartengono ancora pienamente al proletariato: “un nuovo tipo di rivoluzionari utopisti non proletari”, li definisce il filosofo sovietico, “nato dalle contraddizioni della società capitalista avanzata”.

Il tema appena esposto contiene, al tempo stesso, un elemento comune e una differenza fra l’approccio di Batalov e le analisi di una parte significativa delle sinistre radicali. Il concetto di proletarizzazione dei lavoratori intellettuali viene dato infatti per acquisito da entrambe le parti. La differenza è che, per Batalov, come abbiamo appena visto, si tratta di un processo in corso ma ancora incompiuto. Inoltre il filosofo russo rimprovera alle sinistre radicali occidentali di voler sostituire al proletariato tradizionale, dato per ormai imborghesito e integrato, questi strati emergenti nel ruolo di avanguardie rivoluzionarie. In realtà, perlomeno se ci riferiamo alle sinistre “operaiste” (italiane ma non solo), la questione è più complessa. Per queste ultime, infatti, a essere integrata era l’aristocrazia degli operai professionali, inquadrata nei partiti e nei sindacati tradizionali, mentre gli operai addetti a mansioni meramente esecutive, stressanti e mal retribuite (operaio-massa) erano il nerbo di un nuovo soggetto antagonista, del quale gli strati del lavoro intellettuale proletarizzato erano parte integrante.

Queste differenze nell’analisi della composizione di classe nella società tardo capitalista producono una divaricazione in merito alle prospettive temporali del processo rivoluzionario. Da un lato, le sinistre radicali considerano il nuovo contesto socioeconomico come condizione necessaria e sufficiente per il rovesciamento del potere del capitale, e accusano di opportunismo le organizzazioni tradizionali della classe operaia, le quali coltivano l’illusione di sfruttare una democrazia borghese ormai morta e sepolta per attuare una transizione pacifica al socialismo. Dall’altro, Batalov ribatte che gli obiettivi utopistici sono praticabili solo quando esiste già la base materiale per la loro attuazione (visione in palese contrasto con la teoria leninista dell’anello debole secondo la quale la rivoluzione è possibile se, quando e dove le élite borghesi non riescono più a esercitare la propria egemonia); nega poi che la democrazia borghese, malgrado i suoi difetti e la crisi che sta attraversando, possa essere data per morta e sostiene che dev’essere difesa in quanto esito di secolari lotte popolari.

Infine, Batalov ribadisce quella che a suo avviso è la concezione corretta (in base ai dogmi del “diamat” di staliniana memoria) del processo rivoluzionario. Il primo dogma consiste in una visione rigorosamente “continuista” del processo storico: rovesciamento dialettico dell’esistente senza rotture (6). Ecco alcune citazioni paradigmatiche: “un sistema storico concreto nasce da un altro”; la rivoluzione è “proiezione nel futuro delle tendenze presenti nello sviluppo sociale contemporaneo”; “questi processi (cioè le trasformazioni in atto nella società tardo capitalista) allo stesso tempo promuovono oggettivamente la creazione delle precondizioni materiali per il socialismo che a sua volta completa il lavoro storico iniziato dal capitalismo”; il socialismo è “sublimazione rivoluzionaria della democrazia borghese” (tutte le sottolineature, al pari di quelle che seguiranno, sono mie).

Il secondo dogma riguarda il principio di immanenza – di necessità interna – che sovradetermina rigidamente i comportamenti e i ruoli dei soggetti sociali. La tesi di chi parla di integrazione della classe operaia occidentale è insostenibile perché sono “i fattori oggettivi che determinano la posizione del proletariato nella società capitalista come classe rivoluzionaria”, quindi chi ha un atteggiamento pessimista su questo tema “può indicare l’opportunità ma in nessun caso la necessità storica di cambiamenti rivoluzionari”; chi pretende di contestare il sistema dall’esterno dimentica che essere qualitativamente fuori dal sistema esistente significa “non avere possibilità di svilupparsi al suo interno”; “la rivoluzione costituisce una transizione da una necessità a un’altra”. Per concludere Batalov concede ai movimenti che mette sotto la sua lente critica l'unica chance di fungere da catalizzatori della storia che possono sgombrare il terreno alla possibilità di mettere in atto “la vera necessità storica”.

Siamo insomma di fronte al catalogo di un marxismo ridotto a una elencazione “scientifica” delle leggi di movimento che governano il processo storico, e questo pochi anni dopo che il più grande filosofo marxista del Novecento, Gyorgy Lukacs, aveva consegnato alle stampe il suo capolavoro (7) in cui faceva piazza pulita di questa paccottiglia determinista. Se aggiungiamo il sintomatico silenzio sui drammatici conflitti interni al blocco socialista (da Budapest a Praga) e sulle non esaltati performance dei partiti comunisti di osservanza sovietica in Europa e in America Latina; l’omaggio a Cuba senza dedicare un cenno a Che Guevara; l’infelice citazione di una frase di Lenin in cui si celebrano le lodi del taylorismo per ribadire l’importanza dello sviluppo delle forze produttive ai fini della realizzazione del socialismo; la celebrazione della coesistenza pacifica come strategia vincente nei confronti del capitalismo (si è visto come è andata finire). Se aggiungiamo tutto questo, si sarebbe tentati di schierarsi dalla parte delle sinistre radicali contro la requisitoria di questo loro censore. Ma sarebbe un errore. In primo luogo perché le cinque accuse che ho citato in apertura di questo articolo (vedi sopra) sono a mio avviso giustificate. Ma soprattutto perché anche le esperienze più orientate alla costruzione di un’alternativa comunista all’ortodossia sovietica scontavano, come cercherò di dimostrare fra poco, non pochi dei limiti teorici che ho appena attribuito a Batalov.

Perché le sinistre (vecchie e nuove) sono state asfaltate dalla controrivoluzione neoliberista

Parto da un appunto di Batalov alle tesi di Marcuse e degli altri teorici dell'integrazione della classe operaia: la sinistra radicale e i suoi cattivi maestri, scrive, hanno esagerato la capacità della borghesia di realizzare i propri obiettivi. Io direi che, al contrario, la sinistra radicale ha drammaticamente sottovalutato la capacità di resilienza del sistema capitalista, mentre Batalov e le élite del socialismo reale l‘hanno ignorata del tutto.

La prima causa di tale cecità è stata l’incomprensione dell’evoluzione dell’imperialismo nella transizione dal colonialismo al neocolonialismo. A parte le infelici battute di Batalov sui leader e sui teorici (a partire da Fanon) delle lotte di liberazione nazionale, è sintomatico che il filosofo russo sprechi fiumi di inchiostro su Marcuse e Sartre mentre tace sulle analisi marxiste (da Baran e Sweezy al quartetto Samir Amin, Arrighi, Frank e Wallerstein) sul concetto di dipendenza (8) e sul rapporto sviluppo/sottosviluppo. Idem dicasi delle sinistre radicali occidentali, le quali, esauriti gli effimeri entusiasmi per le vittorie vietnamite, la Rivoluzione Culturale e altri eventi “periferici”, hanno liquidato come “terzomondismo” l’interesse per il Sud del mondo (mentre condividevano con Batalov il disprezzo per le masse contadine, “arretrate” e dunque incapaci di svolgere un vero ruolo rivoluzionario). Questa ignoranza condivisa ha impedito di capire che la questione della integrazione delle aristocrazie operaie del Nord rinviava a un fattore strutturale (la possibilità da parte delle metropoli di elargire alle proprie classi subalterne parte del bottino sottratto alle periferie) piuttosto che psicologico-culturale.

Un secondo elemento condiviso da vecchi e nuovi dogmatismi di (presunta) origine marxista consiste nella costellazione determinismo – oggettivismo – economicismo. Di Batalov si è detto. Quanto alle sinistre radicali: il nuovo soggetto antagonista – variamente denominato come lavoratori cognitivi, operaio sociale, ecc. – è investito della stessa funzione “oggettivamente rivoluzionaria”, in ragione della sua collocazione nel processo produttivo, attribuita in precedenza alla “vecchia” classe operaia; la crisi capitalistica degli anni Settanta viene analizzata come una tendenza irreversibile, governata da “leggi” scientifiche; la rivoluzione tecnologica è infine descritta come il punto di non ritorno della contraddizione oggettiva fra forze produttive e rapporti di produzione (questa narrazione assumerà toni deliranti a partire dagli anni Novanta (9), con l’esaltazione della rivoluzione digitale come strumento di democratizzazione di economia, politica e società).

Detto che a negare uno sbocco rivoluzionario al breve e intenso ciclo di lotte dell’operaio fordista fra la fine dei '60 e l’inizio dei '70 non è stata la carenza di fattori materiali, “oggettivi” bensì, da un lato, l’assenza di organizzazioni e programmi politici in grado di saldare un ampio fronte popolare per la conquista del potere politico, dall’altro, il fatto che l’egemonia delle élite dominanti non stava affatto attraversando una crisi terminale (in barba ai sogni dei teorici della lotta armata); detto ciò tutte le presunte “leggi” e i fattori oggettivi sopra descritti si sono rivelati altrettante leve nelle mani del capitale: decentramento produttivo (oggi l’83% del lavoro industriale si trova nei Paesi in via di sviluppo o di recente sviluppo); ristrutturazione tecnologica selvaggia (drastica riduzione del proletariato tradizionale, terziarizzazione, femminilizzazione e precarizzazione del lavoro); finanziarizzazione dell’economia; cooptazione degli strati superiori del lavoro cognitivo nelle stanze di controllo e comando del sistema; disinnesco della carica antagonista dei nuovi movimenti sociali, ridotti a impegnarsi per obiettivi compatibili con i principi e i valori neoliberali.

Nel frattempo l’Unione Sovietica e il socialismo reale affondavano sotto il peso della mancata riforma di un sistema economico penalizzato dalle rigidità di una pianificazione eccessivamente centralizzata, e incapace di esaudire la domanda popolare di beni di consumo; dall’enorme spreco di risorse imposto dalla gara agli armamenti con il blocco occidentale (problema esacerbato dalla disastrosa avventura afgana); da decenni di scarsa attenzione nei confronti dei problemi di tecnici, professionisti e intellettuali (una classe media che si vendicherà mettendosi alla testa della controrivoluzione). E, al momento del crollo del Muro di Berlino, i figli e i nipoti delle sinistre radicali criticate da Batalov accorreranno a celebrare la rinnovata unificazione della “democrazia” mondiale, ignari che la presunta “fine della storia” associata a quell’evento avrebbe innescato uno spietato progetto di espansione globale del dominio imperialistico. Finché il formidabile sviluppo della Cina socialista, il ritorno in campo di una Russia uscita dagli anni terribili dell’adesione alle ricette del Washington Consensus, e l’emergenza di un fronte di resistenza al dominio imperiale degli Stati Uniti guidato dai Brics hanno riaperto i giochi. Ma questa è un’altra storia.

Note

(1) Cfr. T. W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, Torino 1970.

(2) Cfr. H. Marcuse, “Tolleranza repressiva” in E. P. Wolff, Barrington Moore Jr, H. Marcuse, Critica della tolleranza, Einaudi, Torino 1968.

(3) L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

(4) A formulare la tesi opposta è stato, fra gli altri, il leader della guerra di liberazione della Guinea Bissau, Amilcare Cabral (vedi il post che gli ho dedicato su questo blog: https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/11/i-popoli-africani-contro-limperialismo-3.html

(5) Sul rapporto fra rivoluzioni bolivariane e partiti comunisti “ortodossi” vedi quanto ho scritto in Magia bianca magia nera, Jaka Book, Milano 2013 e nel terzo capitolo del secondo volume (“Elogio dei socialismi imperfetti”) di Guerra e liberazione, Meltemi, Miano 2023.

(6) La critica più radicale di questa concezione continuista che concepisce la rivoluzione socialista come la prosecuzione e il compimento delle promesse non mantenute della rivoluzione borghese è uno dei pochi esponenti della Scuola di Francoforte che Batalov evita – non a caso – di citare, vale a dire quel Walter Benjamin che descrive la rivoluzione come un “balzo di tigre” che segna una discontinuità assoluta nel flusso del temporale della storia (Cfr. Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962).

(7) Fu lo stesso Marx a smentire l’idea secondo cui l’obiettivo della sua ricerca teorica fosse stato quello di descrivere le leggi generali che governano il processo storico e la transizione fra diversi modi di produzione (vedi la sua lettera a un recensore dell’edizione russa del Capitale in India Cina Russia, il Saggiatore, Milano 1960). Ma a formulare la critica più spietata di una interpretazione teleologica della concezione marxiana della storia (cioè dell’idea che il processo storico sia “direzionato” da leggi immanenti) è appunto G. Lukacs in Ontologia dell’essere sociale, 4 voll. Meltemi, Milano 2023.

(8) Cfr. A Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.

(9) Cfr. le mie critiche agli apologeti “di sinistra” della rivoluzione digitale in Cybersoviet (2008), Felici e sfruttati (2011) e Utopie letali (2013).

Fonte

La cura del linguaggio/4. “Non si può equiparare Israele ad Hamas”

Ogni tanto è indispensabile fermarsi e ragionare. Viviamo in tempi di guerra, non esiste più alcuna informazione “neutrale”, l’“obiettività” latita, la professionalità – tranne rare eccezioni cui proviamo a dar riconoscimento – è un lontano ricordo o un alibi.

La propaganda di guerra è una macchina potente, articolata, internazionale. Non è “geniale” – quelli che, “a sinistra”, piangono sulla presunta “scarsa capacità di comunicazione” dicono sciocchezze – ma è la potenza di fuoco a decidere, non la finezza dell’eloquio o dell’argomentazione. Se si controllano tutti i media principali (tv, quotidiani, ecc.) il vantaggio strategico è evidente.

Consapevoli che anche queste nostre considerazioni saranno facilmente sommerse dal mare di merda che i media mainstream vomitano h24, proviamo comunque a fornire un piccolo contributo di chiarificazione che può essere utile a chi, nel discutere in mezzo alla classe, deve districarsi tra parole che sembrano aver un significato universale, ma in realtà sono sempre il contrassegno di un’ideologia posta a difesa di interessi e di un rapporto di forza che ha il terrore di esser rovesciato.

Non è la prima volta che lo facciamo, e i risultati in qualche misura ci confortano...

L’innovazione linguistica più usata in questi giorni è stata elaborata per minimizzare – se non rovesciare – l’impatto politico-mediatico dei mandati di cattura emessi dalla Corte Penale Internazionale contro Netanyahu, Gallant e uno dei pochi capi militari di Hamas forse ancora in vita.

È fin troppo evidente che il dover considerare due “buoni” per definizione come “ricercati in tutto il mondo” costringe tutti i governanti e i gazzettieri occidentali a giri di parole molto simili alla lotta nel fango. Anche perché viene a crollare tutto l’edificio narrativo eretto a garanzia della “superiorità morale” delle “democrazie occidentali”.

E quindi analizziamo la frase di moda, con le sue pochissime varianti.

Il componente fisso è “Non possiamo equiparare” o “mettere sullo stesso piano”.

Quello variabile è “Israele ed Hamas” oppure “un premier eletto e un capo terrorista”.

Chi pronuncia la prima variabile o è ignorante oppure ciurla intenzionalmente nel manico. La Corte Penale Internazionale, infatti, giudica l’operato di singoli individui, non di Stati. Di conseguenza non incide minimamente la natura dell’organizzazione di cui fa parte o che presiede – Stato democratico, dittatura militare o fascista, esercito, gruppo terroristico – e il grado ricoperto (sorvolando sul fatto, notorio, che risulta ancora impossibile avere una definizione di “terrorismo” che sia accettabile per tutti).

O meglio: incide come conseguenze, perché la disponibilità di mezzi tra uno Stato moderno, tecnologicamente avanzato, dotato di armi nucleari, sostenuto da tutto l’Occidente, sono immensamente superiori a quelli di un’organizzazione che riassume in sé le caratteristiche del gruppo religioso, della charity che si occupa del “sociale”, del partito politico e della milizia combattente. Sostenuta da una parte del mondo musulmano, contrastata da altre, e che vive sostanzialmente da decenni in una prigione a cielo aperto.

Questa condizione di minorità strutturale non impedisce di portare colpi devastanti al nemico, ma con cadenza evidentemente episodica – il 7 ottobre è durato un giorno – e su scala quasi incommensurabile rispetto a quella di Israele (circa 1.200 morti e 200 ostaggi, a fronte di oltre 44.000 uccisi censiti dagli ospedali di Gaza, anche se la rivista inglese Lancet stima in 180.000 le vittime totali, comprese quelle scomparse sotto macerie che saranno rimosse solo alla fine del massacro).

Ma, ripetiamo, l’azione della Corte Penale Internazionale è costitutivamente diretta ad indagare sugli individui, non sugli Stati. E dunque deve mettere a confronto fatti accertati (massacri, crimini di guerra, affamamento, distruzione di ospedali, ecc.) di cui si hanno prove concrete e responsabili di quei fatti.

Un crimine di guerra è un crimine di guerra. Ossia è una “fattispecie di reato” definita con caratteristiche oggettive e universali. Non importa e non deve importare se l’“autore del crimine” sia bianco o nero, cristiano o ebreo o musulmano o buddista, eletto con procedure simili alle “nostre” (occidentali) o con infinite altre possibili (anche Hamas aveva vinto le elezioni a Gaza...).

Quanti fanno seguire al sintagma “non si può mettere sullo stesso piano” l’opposizione “un premier eletto a un capo terrorista” – per esempio Antonio Tajani, Crosetto, Meloni, Fassino, ecc. – si muovono quindi consapevolmente entro i confini istituzionali della Corte Penale, ma ne distruggono le basi.

Tutta gente che, per salvare la faccia, riconosce a parole l’autorità della corte penale ma poi sminuisce l’importanza del mandato di cattura per Netanyahu e Gallant parlando di “sentenza politica”. Salvo, immediatamente dopo, dichiararla “d’ostacolo al raggiungimento di un cessate il fuoco” e quindi ammettere che sono proprio loro a pretendere che la legge obbedisca a considerazioni politiche del momento.

Ma lasciamo alle loro contorsioni i politici italiani e torniamo all’analisi del mantra ripetuto in coro...

Cos’è che potrebbe rendere meno criminale un massacro nel caso di una decisione presa da un “premier eletto” rispetto alla stessa decisione presa da un “capo terrorista”? Un po’ di schede nell’urna annullano e asciugano il sangue di migliaia e migliaia di persone? Di migliaia e migliaia di bambini?

La legge è uguale per tutti oppure non c’è né una legge né un tribunale, ci è già capitato di scrivere. È un principio giuridico della modernità, fatto proprio sia da liberali che da socialisti o comunisti.

Se si esce da questa universalità della legge – e quindi anche dei mandati d’arresto, quando si è verificato il “reato” – si precipita nel baratro del “doppio regime” giuridico: una codice penale che vale “per noi”, molto permissivo e pieno di attenuanti, e uno “per gli altri”, “per il nemico”, che non prevede l’avvocato difensore ma sempre e soltanto la pena di morte.

Si entra cioè nella guerra come unico modo di far valere i propri interessi, camuffati da “ragioni”.

La conseguenza logica, non per caso, è tracciata innanzitutto dai sionisti più aggressivi, che stanno giocando con cinismo – e un bel po’ di disperazione – una partita tipo “o la va lo spacca”. O riescono a completare – insieme agli Usa – il ridisegno dei rapporti di forza a livello mondiale, oppure per loro è l’inizio della fine.

Avanguardia militare del colonialismo occidentale in Medio Oriente, i sionisti non possono accettare una “comunità internazionale” che non coincida in senso stretto con la Nato e i suoi pochi partner sul pianeta (Giappone, Canada, Australia, ora di nuovo l’Argentina e poco altro). Ne va della sopravvivenza del loro progetto storico.

Per i sionisti, infatti, il “diritto internazionale” coincide con la propria supremazia (da condividere con il resto dell’Occidente, bontà loro, se accetta di tutto). E quindi le attuali istituzioni internazionali – Onu, Corte Penale Internazionale, Corte di Giustizia (che si sta occupando di valutare se quello commesso a Gaza è genocidio, considerato “plausibile” in prima battuta) – devono essere “ristrutturate” o distrutte.

Come l’antica Società delle Nazioni tra la Prima e la Seconda guerra mondiale.

La sceneggiata di Netanyahu all’Onu – “siete solo una palude antisemita”, rivolto all’aula che si andava svuotando per protesta – ha anticipato molti altri atti concreti unilaterali: il segretario dell’Onu Guterres dichiarato “persona non grata” e a cui dunque è vietato l’ingresso in Israele, gli attacchi all’Unrwa, alla Croce Rossa, all’Unifil in Libano.

Non c’è più spazio per gli “arbitri” né per le istituzioni “neutrali”, tanto meno “imparziali”. A meno che non accettino di essere solo spettatori muti di quanto accade.

Lo ha detto chiaro e tondo Noemi Di Segni, presidente delle comunità ebraiche italiane – forse tra le più militarizzate d’Europa, al cui interno vivono gli aggressori di Chef Rubio, gli aspiranti mazzieri del 25 aprile e parecchi militari dell’Idf in azione tra Gaza e Libano – con un’intervista a Il Foglio (giornale così schierato da non ricordarsi neppure di quel che scriveva solo un anno fa).

“Ma come si fa a mettere assieme e a giudicare allo stesso modo Israele e Hamas? Questa è una pietra tombale sulla credibilità di quest’organo. E fa ancora più male perché la Cpi è un tribunale nato sul modello di quello sorto all’indomani della Shoah”.

Un modo molto diretto di dire quello doveva essere un tribunale per giudicare “gli altri”, non “noi” che abbiamo determinato la sua creazione.

Peggio ancora. “L’appello all’Italia è quello di ripensare completamente tutto l’assetto politico a livello internazionale”. Ovviamente insieme alla “comunità occidentale”, a cominciare dagli Stati Uniti. Prendendo possesso delle istituzioni internazionali oppure cancellandole.

“Abbiamo visto tutti le prese di posizione contro Israele dell’Onu negli ultimi mesi. Sono Nazioni Unite, si, ma da cosa? Per questo il tema è non tanto arrivare a smantellare l’Onu quanto riconoscere che non può più essere il forum politico, culturale e diplomatico all’interno del quale vengono prese decisioni vincolanti a livello internazionale, perché cosi è una farsa”.

“Nessuno ci può giudicare”, insomma. Anzi, nessuno può discutere “con noi” su una base di parità, che è poi il punto di partenza di qualsiasi “forum politico, culturale e diplomatico”. Né ieri, né ora, né mai.

Per “noi”, in definitiva, non vale alcuna legge che non sia la “nostra”. E nessun tribunale che “ci” possa mettere sul banco degli imputati.

Ma, se non c’è una legge uguale per tutti, c’è solo la guerra contro tutti.

Ed anche al proprio interno, per forza di cose. Sono tanti gli ebrei nel mondo che non riconoscono affatto il sionismo come “l’intero popolo ebraico”, e quindi criticano quel che Israele fa così come criticano qualsiasi altro Stato.

Anche dentro Israele ce ne sono, e di molto autorevoli. Persino intorno alla Corte Penale. Persino nei media, come proviamo spesso a riportare.

Rifiutare ogni legge e ogni tribunale comporta ben presto il non ammettere differenza di opinioni al proprio interno. Implica il militarizzare la vita pubblica, l’informazione. Significa trasformare la dialettica politica in guerra civile, non solo potenziale.

Basta guardare uno delle migliaia di esempi che si possono produrre, anche qui in Italia. Uno dei siti più estremisti del sionismo italico si chiama – senza alcun senso dell’autoironia – “Informazione corretta”, e va da sé che qualsiasi informazione dissonante sia considerata “antisemita”.

Ospita quasi soltanto “articoli” come quello di Deborah Fait, che fa di tutto per far sembrare Ben-Gvir un “moderato disponibile al dialogo”...

Un delirio suprematista che imbarazzerebbe anche gli estensori del “manifesto della razza” (con i cui eredi, peraltro, i sionisti di oggi vanno d’amore e d’accordo), con perle che vale la pena evidenziare:

“È sbagliato pensare che un ebreo o un ebreo israeliano non possa essere antisemita. Vi sono purtroppo persone che, magari con la scusa di essere contro i governi in carica, odiano il proprio paese”, e via sciorinando addirittura le più fantastiche storielle fasciste sui “titini di Trieste” – in realtà sugli scontri tra studenti italiani, ex “repubblichini” e polizia inglese – e la responsabilità dei morti del 1953. Ma giurando di essere stata testimone (all’epoca aveva 12 anni...), dunque pretendendo di essere “la verità”.

Ma è contro i giornalisti progressisti israeliani come Gideon Levy o Amira Haas che la signora riserva le più aspre frecce del rancore. “Giornali come Haaretz sono pericolosi perché diffondono odio e menzogne cui si abbeverano, in Italia, personaggi indegni come Alessandro Di Battista, Chef Rubio, Francesca Albanese. Il peggio del peggio, e migliaia di lettori che non sanno niente di Israele e lo giudicano secondo il metro infimo e infido di un giornale che non dovrebbe esistere”.

Siamo a un passo dal maledire la libertà che è stata loro fin qui consentita e chiedere di chiuder loro la bocca per sempre.

Siamo alla fine del viaggio analitico su “non si può equiparare Israele con Hamas”. Una frase che voleva avere l’apparenza del “buon senso” e della mediazione rivela la brutale pretesa di supremazia di Israele (e, per estensione, dell’Occidente neoliberista) rispetto al mondo intero.

E il suprematismo – non importa se fondato su fantasie relative al colore della pelle, la fede religiosa, la cultura di appartenenza, ecc. – è il fondamento di ogni differente versione del fascismo.

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