Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/08/2026

Deng Xiaoping /1

Cile - “Il principale nemico della causa mapuche sono gli investimenti capitalisti”

Questa intervista è stata rilasciata alla Reuters da Héctor Llaitul Carrillanca – figura di spicco della CAM e prigioniero politico mapuche – per la realizzazione di un reportage. Dato il suo valore analitico e contestuale, viene qui pubblicata integralmente per fare luce sulla realtà attuale nel Wallmapu.

Sotto il governo di José Antonio Kast, la strategia statale è passata a una logica di “interdizione offensiva”, che prevede incursioni a sorpresa, blocchi territoriali e minacce di interrompere le forniture a comunità come quella di Temucuicui. In che modo la CAM interpreta tali misure e come si sta adattando la strategia di recupero territoriale “metro dopo metro”?

Héctor Llaitul: Le misure attuate dall’attuale governo rappresentano una continuazione delle politiche passate. Di fatto, le condizioni sociopolitiche sono state create e imposte decenni fa – a livello sovrastrutturale – contro il Popolo Nazione Mapuche, gettando così le basi per la modernizzazione delle strategie repressive, mirate principalmente contro il movimento autonomista Mapuche. Nell’ambito della nota politica del “bastone”, lo Stato cileno ha instaurato logiche e misure di criminalizzazione e militarizzazione del Wallmapu.

Agisce attraverso incursioni – tattiche da sempre utilizzate, ma ora eseguite con maggiore sofisticatezza – privilegiando l’effetto sorpresa e l’occupazione territoriale rispetto ai semplici blocchi in sè.

Si tratta di una nuova modalità impiegata da questo governo; la novità, questa volta, risiede nell’interruzione delle forniture di beni essenziali alle comunità, nel tentativo di strangolarne i mezzi di sussistenza. È una politica d’assedio: nulla di nuovo nel contesto del dominio e dell’imperialismo. È la logica utilizzate dagli USA contro Venezuela e Cuba, e da Israele contro Gaza e il Libano.

In Cile, questi metodi riflettono una logica repressiva e una strategia statale di continuità. Al contempo, sono le politiche di modernizzazione dell’apparato repressivo dello Stato, un processo che si è notevolmente intensificato sotto il governo pseudo-progressista di Boric.

Tuttavia, tali azioni si scontrano con la nostra strategia di Resistenza e di recupero territoriale, che effettivamente a un certo punto è stata definita come un avanzamento “metro dopo metro” e che comporta il raggiungimento di un’autonomia de facto – che per noi è un radicale cambio di logica – attraverso lo sviluppo di una nostra visione e di nostri progetti, mantenendo al contempo un atteggiamento di scontro contro l’espansione del grande capitale che sta distruggendo il Wallmapu.

Parliamo della ricerca della ricomposizione del mondo Mapuche. Questa proposta richiede un lavoro arduo, fatto di sacrifici da parte dei militanti Mapuche e delle comunità impegnate nella lotta concreta attraverso il controllo del territorio: un percorso che si inserisce nella nostra linea storica di resistenza e di ricostruzione della Nazione Mapuche.

Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato le vessazioni subite dalle ‘machi’, dai prigionieri politici mapuche e dalle comunità in resistenza, mentre leggi come la Naín-Retamal ampliano le tutele legali per l’uso della forza letale da parte dei Carabineros. Ritiene che lo Stato stia utilizzando gli apparati di polizia, giudiziario e carcerario come strumenti di persecuzione politica e di “rieducazione”, anziché per garantire giustizia?

Riguardo a questa realtà, sono già state formalizzate denunce. Lo scontro ingaggiato dal nostro Popolo Nazione Mapuche contro lo Stato e il sistema di dominazione – una lotta per la restituzione territoriale e la ricostruzione del mondo Mapuche – ha acuito le contraddizioni con il sistema stesso.

È proprio in questo contesto che lo Stato cileno ha rafforzato in modo capillare e totale il proprio sistema di dominazione. Fattori economici strutturali sono alla base di un ordine giuridico, politico e istituzionale apertamente repressivo, concepito per perseguitare e frammentare la resistenza.

Ne è prova il recente ricorso a forme brutali di persecuzione politica contro il movimento in lotta nell’ambito giudiziario, di polizia e, più di recente, nel sistema carcerario, con l’incarcerazione di leader e weichafe (guerrieri) divenuti ormai prigionieri politici.

In questo quadro, la criminalizzazione è diventata un ulteriore strumento di persecuzione politica, assumendo misure di carattere punitivo e di castigo – anziché riabilitativo – volto a soggiogare e annientare le resistenze.

Sono noti casi di violazioni dei diritti umani che hanno come obiettivo principale spezzare il morale e la determinazione politica dei militanti sottoposti a repressione nelle carceri dello Stato cileno.

A tal proposito, abbiamo criticato con forza questa logica – derivante da politiche stabilite da precedenti governi che sono state apertamente razziste – in particolare il governo Boric, che ha introdotto nuove leggi volte a potenziare l’apparato repressivo.

Un esempio emblematico è la Legge Naín-Retamal, che conferisce poteri e prerogative estesi ai Carabineros e garantisce inoltre sostegno incondizionato alle Forze Armate e alla Gendarmeria, consentendo loro di adottare una linea dura contro le mobilitazioni promosse dalle nostre comunità.

Le nuove leggi contro l’usurpazione prevedono pene più severe per il recupero delle terre, mentre il governo promette di catturare i fuggitivi “senza preavviso”. Alla luce di questo scenario, qual è la sua opinione su queste iniziative e la CAM continuerà a utilizzare la difesa legale come ulteriore fronte nella sua lotta?

Si tratta indubbiamente di nuove leggi, ma erano state proposte da tempo dalle forze di destra. Tuttavia, è nel contesto del governo presuntamente democratico e di sinistra di Boric che si sono concretizzate e hanno iniziato ad essere attuate. Con il governo precedente si ottiene il consenso tra l’oligarchia, i settori politici legati al mondo degli affari – coloro che mantengono il sistema – e i gruppi “progressisti”, compresi i “comunisti”. Grazie a questo consenso, è stato possibile promulgare questa nuova legislazione repressiva.

Di fatto, si sono spinti persino a inquadrare la questione della proprietà terriera su una nuova e fallace base storica, che distorce l’usurpazione storica di Wallmapu da parte dello Stato cileno. Hanno imposto come discorso ufficiale l’idea che oggi siano i Mapuche a perpetrare usurpazioni sulle proprie terre ancestrali.

L’obiettivo è distorcere i fatti a tutti i costi e costruire così un nuovo ordine giuridico e politico con nuovi strumenti repressivi che consentano la persecuzione dei legittimi processi di rivendicazione territoriale ancestrale.

Secondo questa logica, la militarizzazione è oggi una realtà, unita alla legge contro l’occupazione delle terre, o “legge anti-occupazione”, il cui obiettivo principale è reprimere le comunità che storicamente hanno rivendicato e si sono mobilitate per recuperare ciò che apparteneva ai loro antenati, al fine di ripristinare i loro stili di vita ancestrali.

Sono quindi emerse altre leggi che consentono agli agenti statali di agire con maggiore forza e impunità contro il movimento Mapuche. Tra queste, la legge Nain-Retamal, di cui abbiamo già parlato, che apre la strada ad abusi e violazioni dei diritti umani, come ai tempi della dittatura di Pinochet.

Una normativa che, insieme alla militarizzazione del Wallmapu storico, concede maggiori poteri e prerogative alle forze militari nel loro insieme, e che già erano state incaricate dall’oligarchia di realizzare la sottomissione delle comunità in lotta.

In questo scenario è prevedibile ogni sorta di azione contro il movimento Mapuche. Non solo nella cattura e nella persecuzione politica dei “fuggitivi” Mapuche, ma anche nelle incursioni volte a ribaltare il legittimo recupero delle terre ottenute dal movimento autonomista.

Come CAM, continueremo a usare ogni forma di lotta per mantenere le nostre terre recuperate. Sebbene la nostra lotta sia principalmente territoriale, i nostri sforzi comprendono anche la difesa legale nei processi. Dato che lo Stato cileno sta conducendo incursioni politiche e giudiziarie per smantellare la nostra organizzazione, promuoviamo azioni che denunciano le sue tattiche punitive e le misure disciplinari attuate nelle carceri.

Ci assumiamo la difesa politica e giudiziaria ogni volta che vengono giudicati dei militanti Mapuche. Gli attuali processi contro i nostri weichafe (guerrieri) ne sono un chiaro esempio. Stiamo lottando in ambito legale per garantire il giusto processo, soprattutto contro l’uso di testimoni “senza volto”, che violano i diritti procedurali.

Questo è il caso di Lautaro, dove mio figlio Pelentaro, insieme ad altri giovani Mapuche, è sotto processo e rischia una pena detentiva potenzialmente severa.

Kast ha proposto di consentire ai singoli Mapuche di vendere o ipotecare le proprie terre, introducendo una logica di mercato all’interno delle riserve. Alcuni proprietari terrieri Mapuche scelgono di vendere, ipotecare o privatizzare le proprie terre. Qual è la tua opinione su questa proposta?

Innanzitutto, questa proposta è legata all’ingerenza della Legge Indigena, nel contesto di un’offensiva di destra contro ogni espressione della causa Mapuche. Tuttavia, questo non ci riguarda, in quanto parte del movimento autonomista Mapuche, perché non abbiamo mai rivendicato, né tantomeno lottato in base alle leggi proposte e sostenute dallo Stato coloniale.

Questa legislazione ha un fondamento profondamente genocida e razzista, basato sull’espropriazione, che legittima l’occupazione militare del Wallmapu e una legislazione che riconosce le concessioni di terre solo dopo che il nostro popolo è stato decimato e militarmente occupato. Nega l’usurpazione territoriale.

Noi non riconosciamo questa legislazione per il recupero del territorio ancestrale. Consideriamo questa modifica come un intervento con una logica mercantile e capitalista volto a disarmare culturalmente e ideologicamente le comunità impoverite a causa della mancanza di terre.

Bisogna riconoscere che ci sono ancora Mapuche che perseguono il recupero delle terre basandosi su qualche forma di tale legislazione indigena. Questo approccio legalistico non fa altro che legittimare una proposta da parte dello Stato oppressore, legittimando così l’occupazione e l’espropriazione dei nostri territori ancestrali.

Riteniamo che concedere la possibilità di vendita, ipoteca e privatizzazione sia una strategia per colpire questi settori legalisti e allo stesso tempo costituisca un vero attentato alla visione del mondo mapuche, del vivere in comunità, perché in termini culturali, il significato profondo che il territorio ha nell’essere mapuche è essenziale.

Per i Mapuche in generale, il Territorio è l’elemento vitale di tutta l’esistenza. Costituisce la base di ogni proposta di ricostruzione della Nazione Mapuche.

Del resto, per la rivendicazione territoriale più avanzata – che ideologicamente e politicamente lotta per la ricostruzione del territorio ancestrale a partire da un progetto di decolonizzazione e liberazione – un simile intervento costituisce un affronto nel senso politico comunitario, perché mira a creare divisione e gruppi filocapitalisti nelle comunità, il che rafforzerebbe una soluzione a favore dei potenti che tentano ancora una volta l’occupazione politico-militare nel nostro territorio ancestrale.

Per tutte queste ragioni, noi della CAM ribadiamo che la ricostruzione nazionale Mapuche si fonda sulla resistenza e sulla ricostituzione del mondo Mapuche in ogni ambito. E per questo, la rivendicazione di tutti i territori storici è fondamentale.

Oggi, alcuni settori si preoccupano di modificare la Legge Indigena, gli stessi settori che fallirono con la loro proposta di multiculturalismo nella Costituente. Settori che tacciono sulla militarizzazione che mira a colpire il controllo territoriale di centinaia di comunità che si sono sollevate contro il colonialismo, l’estrattivismo e il capitalismo globalizzato.

Questi settori traditori persistono, oggi allineati con lo pseudo-progressismo e la “sinistra” corrotta, e si oppongono quindi alla nostra proposta di ricostruzione basata sulla resistenza.

Oggi, la destra fascista al potere mira a focalizzare l’attenzione di questi settori traditori sulla modifica di una legge che consentirebbe ad alcuni Mapuche di vendere o affittare le proprie terre, principalmente a società forestali, al fine di rendere invisibile e soffocare qualsiasi reazione quando i militari lanciano incursioni contro le comunità che esercitano un autentico controllo territoriale, che per noi rappresenta la lotta principale.

Il conflitto sembra estendersi dalle aziende forestali a quello che viene definito “colonialismo verde”: progetti idroelettrici, eolici, minerari e di estrazione del litio, nonché investimenti stranieri provenienti da Cina, Stati Uniti e altri paesi. L’obiettivo principale del CAM è ancora quello di espellere le aziende forestali dal Wallmapu, oppure la lotta si è trasformata in una resistenza più ampia contro il capitale globale e i progetti di energia “pulita” nel territorio Mapuche?

La nostra analisi in proposito indica che il principale nemico della causa Mapuche è rappresentato dagli investimenti capitalistici nel Wallmapu. In primo luogo, le imprese forestali costituiscono la minaccia principale, in quanto rappresentano il più grande sistema di usurpazione dei diritti di proprietà ai danni delle comunità, soprattutto di quelle con il potenziale per sviluppare progetti volti a riorganizzare le proprie comunità (lof) e ad espandere i propri spazi territoriali per realizzare la ricomposizione del Popolo Nazione Mapuche.

La lotta è infatti principalmente contro l’industria del legname, non solo per i gravi danni che infligge alla nostra Madre Terra (Ñuke Mapu) e all’ecosistema in generale, ma anche perché riflette le politiche estrattiviste che stanno devastando il nostro mondo.

Oltre alla lotta contro le imprese forestali, esiste una lotta più ampia contro i vari progetti di investimento capitalistici che invadono le comunità, definendo questa realtà di occupazione come “accumulazione per espropriazione”.

Parliamo di megaprogetti di ogni tipo che invadono e saccheggiano i nostri territori ancestrali, tra cui centrali idroelettriche, parchi eolici, complessi immobiliari, attività minerarie, autostrade e così via. Grandi corporazioni, il grande capitale, si appropriano delle risorse, delle terre e dei diritti delle comunità per generare profitti.

Anche i cosiddetti progetti di energia pulita sono anch’essi una chimera, quando vengono realizzati in spazi usurpati. Analisi precedenti hanno già sollevato la questione del riallineamento del grande capitale nei territori ancestrali, persino con proposte di progetti agroforestali più “etici”, che però hanno anch’essi uno scopo estrattivo che danneggia e denigra la cultura Mapuche. Non solo per la trasformazione del territorio al servizio del capitalismo, ma anche per l’imposizione di una logica coloniale occidentale che ha un impatto profondo sul tessuto sociale, politico, ideologico e culturale Mapuche.

In questo contesto, proponiamo una lotta basata sulla resistenza e sulla ricostruzione del nostro popolo contro ogni espressione del capitalismo globalizzato. I nostri principi cardine sono contrastare l’imperialismo globale e l’espropriazione colonialista locale da parte dei latifondisti e dei gruppi economici. Riaffermiamo il movimento autonomista Mapuche come rivoluzionario, anticapitalista e antimperialista.

Molti ci hanno detto che i giovani Mapuche si sono allontanati dalla cultura e dalla lotta Mapuche. Qual è la vostra opinione al riguardo e cosa significa per la vostra lotta?

Pur consapevoli che la domanda è un’affermazione, a nostro avviso è relativa. Nel processo di reinterpretazione che le nuove generazioni Mapuche stanno vivendo, sono stati proprio i giovani a svolgere un ruolo fondamentale nella rinascita e nella ripresa della causa autonomista, soprattutto nel sostenere la proposta di liberazione del nostro popolo.

Questo perché nei weche (giovani) sta la forza, la vitalità, l’energia rinnovata da cui sono emersi i weichafe, pu lamngen, pu peñi, che rivendicano non solo aspetti culturali e identitari, ma anche una maggiore consapevolezza politica del significato dell’espropriazione, dell’occupazione e della sottomissione del nostro popolo.

Infatti, diversi militanti hanno perso la vita e centinaia sono incarcerati come prigionieri politici, il che dimostra l’impegno dei giovani Mapuche.

Dobbiamo tuttavia riconoscere che la diversità di espressioni tra i nostri giovani riguardo al modo di combattere, di vivere, al recupero dell’identità e al legame con la terra potrebbe aver generato pregiudizi sull’abbandono dei principi identitari e dei valori culturali.

L’autocritica che possiamo offrire nei confronti dei nostri giovani passa per una riflessione su alcune deviazioni nelle forme di lotta, piuttosto che sulle linee guida programmatiche o strategico-tattiche della lotta in generale.

Come CAM, abbiamo definito come abbracciare la nostra cultura basandoci su una lotta concreta. Consideriamo il recupero della cultura come l’essenza che alimenta la lotta di liberazione. Inizia con la consapevolezza della necessità di rivitalizzare gli elementi della nostra visione del mondo, il che a sua volta è una lotta per denunciare l’oppressione e la negazione della nostra identità e cultura da parte dello stato coloniale.

Questo diventa un’ulteriore componente della lotta; mettendola in pratica, si crea una correlazione di forze a favore di un percorso anticoloniale di ribellione e insubordinazione.

La proposta è di rafforzare la nostra cultura a partire da ciò che ancora sopravvive nei nostri territori e dai margini (la condizione di una sottocultura), affinché diventi una risorsa nella lotta reale contro il neocolonialismo. L’elemento più importante, vitale, è l’eredità dei nostri antenati che hanno combattuto.

Attualmente, ci sono diversi contributi, tutti di pari passo con la ricostituzione del weichan (la lotta Mapuche). Si tratta di una lotta su più fronti che si propone come obiettivo di instaurare il grande processo di ricostruzione nazionale, in cui le nuove generazioni sono fondamentali.

Oggi, con i weche (gli anziani Mapuche) e con tutto il popolo, le cerimonie e l’eredità dei nostri futakeche kuifi (antenati), come Mapuche kimun ka mapuche rakiduam (conoscenza e saggezza Mapuche), dobbiamo riaffermare con grande NEWEN (forza) che il Popolo Nazione Mapuche sta avanzando verso la sua liberazione.

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I magnifici risultati della UE che crolla

Sul Corriere di ieri è comparso un editoriale del vicedirettore Federico Fubini, che denuncia il pericolo della fine dell’Unione Europea. Le cause sono individuate in Trump, Putin e nell’opposizione interna. In difesa dell’UE Fubini elenca tutta una serie di cifre che, a suo dire, dimostrano la validità del progetto europeo. Evidenzia i suoi primati, la sua forza economica e descrive le sue potenzialità.

Che l’UE abbia dei nemici esterni mi pare indubbio. Lo stesso attacco venuto dal Marocco, via Trump, ne è una prova. Diverso è il caso di Putin, ma non voglio addentrarmi su una questione molto complessa. Di fatto l’UE è in guerra con la Russia. Ha votato non so più quanti pacchetti di sanzioni, fornito armi all’Ucraina... difficile immaginare che la Russia non ci sia nemica.

Il resto dell’articolo presenta una lunga serie di allusioni più o meno esplicite ai nemici interni dell’UE che evidentemente non si accontentano delle belle cifre di Fubini, che proprio per questo afferma: “Mi chiedo a volte se non siamo semplicemente viziati. Diamo talmente per acquisite le conquiste degli ultimi 70 anni, che non pensiamo davvero di poterle perdere”.

“Viziati”, i critici dell’UE sono dei “viziati”. L’UE va benissimo, macina numeri grandiosi, ma ci sono dei viziati che non si accontentano e che evidentemente scaricano le loro frustrazioni sul bellissimo progetto europeo. Il sottotesto del passaggio finale (le “conquiste” degli anni Settanta) è che tutto quel benessere evidentemente fa male...

Ora, la principale ragione del fallimento dell’UE è proprio il fubinismo. È cioè il disprezzo verso ogni forma di critica. È la cecità di fronte al declino epocale del benessere. È la mistificazione degli effetti nefasti prodotti dalle privatizzazioni e dalla supremazia del capitale sul lavoro e sui lavoratori.

I numeri di Fubini sono in realtà numeri vuoti. Sono snocciolati come perle di verità per nascondere la crisi dei salari, l’involuzione della scuola, le continue frane nel sistema previdenziale e sanitario.

Occultano una crisi che non è poi solo economica ma è anche di senso, relativa cioè alle forme simboliche di condivisione dello spazio pubblico e collettivo. Le società europee sono sempre più disgregate, attraversate da impulsi e da egoismi che il principio della competizione capitalistica favorisce e alimenta.

Il neoliberismo dell’UE ha fallito in tutto. Ha fallito sul piano economico perché ha generato diseguaglianze allucinanti, di cui la stessa città del Corriere della Sera, cioè Milano, è uno dei suoi simboli.

Ha fallito sul piano culturale, perché ha promosso un’idea del mondo fondata su un tecnonichilismo individualista che produce frustrazione e violenza. E ha fallito anche sul piano politico perché con la sua ideologia della governance ha promosso la distruzione della mediazione politica, lo svuotamento dei parlamenti, la messa al bando di ogni pensiero non conforme.

Quella di Fubini è dunque solo propaganda stracarica di classismo, anzi di razzismo verso i larghi strati della popolazione che vedono ogni giorno eroso il loro benessere con la minaccia di gravi contraccolpi per le scellerate politiche militari che ci vedono contro la Russia e collusi con le guerre americane in medio oriente.

Ho creduto nel progetto europeo. Ricordo il dibattito in Rifondazione Comunista alla fine degli anni Novanta e devo dire che all’epoca mi schierai con gli europeisti. Mi sono sbagliato. Avevano ragione i critici che in Rifondazione prevedevano il disastro economico e ideologico che stiamo vivendo. Non so come se ne possa venire fuori.

Credo che l’unico punto di partenza sia un’operazione verità contro le distorsioni ideologiche dei vari Fubini e di tutti gli apprendisti stregoni che hanno propiziato il fallimento europeo. La propaganda non funziona più e il ricatto morale contro i “viziati” è oramai solo il segno dello squallore classista di chi vive fuori dal mondo.

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Italicus, 52 anni dopo: un’altra strage che resta senza colpevoli

Nella notte tra il 3 e il 4 agosto l’espresso Italicus, diretto da Roma a Monaco di Baviera, risale l’Appennino tosco-emiliano. Poco prima di Bologna, all’uscita della grande galleria di San Benedetto Val di Sambro, la carrozza numero 5 si trasforma in un inferno. Una bomba squarcia il treno. Dodici persone muoiono, decine restano ferite.

L’Italia del 1974 conosce già il linguaggio delle bombe. Due mesi prima c’è stata piazza della Loggia, a Brescia. Gli investigatori seguono la pista dell’eversione neofascista. I riflettori si accendono su Ordine Nero e sugli ambienti del Fronte Nazionale Rivoluzionario di Mario Tuti, gruppi convinti che il terrore contro cittadini inermi possa trascinare il Paese nel caos, spingere le Forze Armate a intervenire e aprire la strada a una svolta autoritaria.

La rivendicazione attribuita a Ordine Nero ha il tono di una dichiarazione di guerra: le bombe possono esplodere ovunque, in qualunque momento; la democrazia dovrà essere sepolta sotto una montagna di morti.

Nel corso degli anni emergeranno anche ipotesi di collegamenti con apparati dello Stato e, in alcune ricostruzioni, con la loggia P2. Le indagini avanzano a fatica. Depistaggi, omissioni, piste che si interrompono quando sembrano promettere una risposta.

Gli imputati vengono assolti in primo grado, condannati in appello, poi definitivamente assolti dalla Cassazione nel 1993. Per la giustizia italiana la strage dell’Italicus non ha colpevoli.

Attorno alla vicenda continuano a sedimentarsi racconti e retroscena. Uno dei più noti sostiene che Aldo Moro avrebbe dovuto salire su quel treno e che ne sarebbe stato dissuaso all’ultimo momento per esigenze d’ufficio. È una ricostruzione rilanciata negli anni da alcune testimonianze, tra cui quella di Maria Fida Moro.

L’Italicus occupa un posto preciso nella storia della cosiddetta strategia della tensione: la stagione in cui il terrorismo nero cercò di destabilizzare il Paese per favorire un approdo autoritario. Nel 1974 il clima è tale che il ministro della Difesa Mario Tanassi deve rispondere in Parlamento alle interrogazioni sugli allarmi riguardanti possibili tentativi di colpo di Stato, compreso il cosiddetto “golpe bianco” di Sogno e Pacciardi, rimasto allo stadio di progetto.

È questa la fotografia dell’Italia di quegli anni: un Paese attraversato dalla paura, dove ogni treno, ogni piazza, ogni stazione può trasformarsi nel teatro di una strage.

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L’imbroglio con cui l’Italia sta entrando in guerra contro l’Iran

Secondo quanto abbiamo già denunciato pochi giorni fa, è stata affidata a poche righe leggibili sul sito del Ministero della Difesa, la comunicazione del fatto che a partire da marzo 2026, l’Italia ha schierato un contingente militare in Arabia Saudita “a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein”.

Si tratta nel dettaglio della missione Task Force Air – Arabia, composta da centinaia di militari dell’Aeronautica Militare schierati tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. La Task Force “concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”.

Secondo il poco che c’è di leggibile sul sito del Ministero della Difesa, il dispositivo integra capacità di “allarme precoce, comando e controllo, difesa aerea, trasporto tattico, sorveglianza radar e contrasto ai sistemi aerei senza equipaggio”.

Stando a quanto riporta la pubblicazione specializzata Rivista Italiana Difesa, la missione militare in Arabia Saudita è stata resa possibile dalla facoltà che, con la nuova normativa, il Governo ha di spostare forze e assetti nella stessa aerea geografica dove esistono già una o più missioni autorizzate dal Parlamento.

Il riferimento a questo cavillo è relativo alla possibilità di “dispiegare un dispositivo multidominio nazionale in Medio Oriente al fine di contribuire alla realizzazione di un ambiente sicuro e alla stabilità regionale”.

La cornice è quella della missione in Iraq e Medio Oriente già approvata quasi in automatico dal Parlamento, dove sono elencati tanti Stati (Kuwait, Giordania, Siria, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain). Nell’area geografica di intervento di questa missione non compare l’Arabia Saudita: c’è però un’altra dicitura molto generica, quella di “Golfo Arabico”.

In pratica è bastata una piccola deroga su quanto già approvato dal Parlamento – piuttosto distrattamente in un caso, in modo complice nell’altro – per ritrovarci di nuovo coinvolti con armi e bagagli in una guerra di cui il paese non sa nulla, e magari neanche è d’accordo.

Il ministro Crosetto su questo è stato sferzante: “Sostenere che il Parlamento fosse all’oscuro non è una critica al Governo ma o la confessione di non aver seguito le audizioni e non aver letto gli atti o non aver compreso ciò che si è votato”.

Formalmente non avrebbe neanche tutti i torti, ma certamente è stato praticato per l’ennesima volta il “vizietto” di inserire dettagli importanti nascosti come “passaggi incidentali” nei provvedimenti che il governo presenta al Parlamento.

Così come abbiamo denunciato qualche giorno fa, dunque, anche il Fatto Quotidiano rileva che in questi mesi – da marzo a oggi, ndr – nessuno dei parlamentari (di maggioranza o opposizione) ha chiesto delucidazioni e dettagli sulle forze italiane schierate nell’area.

E c’era chi pensava che le menzogne del governo si limitassero ai voli USA partiti dalle basi di Aviano e Sigonella, o ai convogli da Camp Darby per andare a fare la guerra contro l’Iran.

Dunque proprio nel momento in cui l’Arabia Saudita ha scelto una strada per così dire “assertiva” (contro gli Houthi yemeniti e le milizie irachene), andando a bombardare forze alleate dell’Iran, i contingenti militari italiani si trovano sul campo con una esplicita funzione anti-iraniana, difensiva sulla carta ma pienamente operativa nei fatti. Visto dall’Iran, e anche dal defunto diritto internazionale, è un posizionamento dell’Italia come soggetto apertamente belligerante.

Del resto nella storia degli imbrogli di guerra con cui i governi italiani hanno ingannato i propri cittadini sul coinvolgimento dell’Italia nei conflitti, ricordiamo anche la definizione dalemiana di “difesa preventiva” in base alla quale gli aerei militari italiani sono andati a bombardare in Serbia e Kosovo nel 1999; dunque in proiezione offensiva e niente affatto difensiva.

L’avventurismo delle classi dirigenti in Italia e l’indolenza – o complicità – politica delle cosiddette opposizioni in materia di coinvolgimento del paese in guerra, appaiono estremamente pericolosi per il presente e il futuro. Costoro mentono, occultano, confondono e alla fine ci troviamo dentro al baratro.

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Dal Golfo Persico al Mar Caspio: il fronte marittimo della guerra imperialista

Un filo rosso unico collega ormai le acque del Mar Caspio, le rotte del Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz. Gli sviluppi militari hanno definitivamente infranto la separazione tra il conflitto russo-ucraino e l’aggressione all’Iran. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio, il Servizio di Sicurezza Ucraino (SBU) ha condotto un attacco con droni a lungo raggio nel Mar Caspio, colpendo una nave commerciale iraniana.

L’accusa era quella di trasportare equipaggiamenti e componenti destinati a Mosca che sarebbero proibiti secondo le sanzioni imposte alla Russia. Imposte in maniera unilaterale dai paesi occidentali, ovviamente. L’attacco è avvenuto in una più ampia operazione che ha portato a colpire anche una motovedetta e un impianto petrolifero russi.

L’Ucraina è da tempo che porta avanti una convergenza strategica e tecnologica con Israele (riguardante in particolare i droni e l’intelligence). Ma il colpo inflitto qualche giorno fa segna un salto di qualità significativo, in quanto svoltosi su di un piano direttamente militare. L’Iran ha denunciato la morte di un marinaio e ha convocato i diplomatici di Kiev, definendo l’azione un atto di aggressione.

Colpendo la Repubblica islamica, l’Ucraina vuole attirare i favori di Trump, mostrandosi come elemento capace e determinante nell’indebolimento di Teheran. Allo stesso tempo, però, è un messaggio chiaro sul fatto che il conflitto in Ucraina non riguarda le “mire” russe sul paese, ma ha una dimensione tutta internazionale.

Zelensky e compagnia hanno dimostrato come ci sia un’internazionale imperialista che unisce Washington, Kiev e Tel Aviv. Alla faccia di chi accusa chi lotta contro il piano inclinato della guerra imperialista di essere “campista”: la presenza di un “campo”, imperialista però, l’ha resa plasticamente – con le bombe – la giunta di Kiev.

Il problema è che un’azione del genere non solo salda due fronti che, più o meno, erano rimasti separati fino a oggi nella “guerra mondiale a pezzi” scatenata dall’imperialismo occidentale contro il multipolarismo. L’attacco ucraino provoca un sostanziale ampliamento dell’area del conflitto, incancrenendolo e amplificando i pericoli per i civili e, in generale, che la situazione sfugga di mano.

Basti prendere ad esempio la pesante campagna ucraina di attacchi ai mercantili e alle petroliere russe. Mosca, alla fine, ha deciso di rispondere con droni e missili sui porti nemici, in particolare quello di Odessa. Gli operatori portuali hanno dunque deciso di sospendere le rotte verso l’Ucraina, facendo naufragare il cosiddetto “corridoio del grano” per un’escalation bellica senza nessun fine strategico. Un grave danno alla sicurezza alimentare globale.

Anche in Asia Occidentale, le tensioni accumulatesi in virtù dell’aggressione israelo-statunitense sono esplose persino nel rapporto tra Arabia Saudita e Houthi. Il 13 luglio la capitale dello Yemen è stata bombardata da Riad. L’obiettivo era un aereo che trasportava funzionari di Ansar Allah, ma secondo quel che riporta Reuters a bordo c’erano anche consiglieri militari iraniani, componenti per missili e droni, e fondi per l’organizzazione yemenita.

Ancora una volta, i sauditi tentano di decidere il corso politico dello Yemen, dopo aver devastato il paese con una guerra durata anni, tra denunce di crimini terribili. Gli Houthi hanno risposto colpendo installazioni, porti e petroliere dell’Arabia lungo la costa del Mar Rosso, per poi minacciare direttamente il traffico attraverso lo Stretto di Bab El Mandeb. Il traffico marittimo è crollato, mentre la raffineria ARAMCO di Jizan è stata devastata da incendi che potrebbero metterla fuori uso per anni.

L’avventurismo bellico dell’Occidente e dei suoi alleati si è naturalmente trasformato in un nuovo allarme per i mercati, con impatti significativi sui prezzi delle materie prime e sui costi di trasporto, oltre che, ovviamente, sui beni energetici. Non solo, il petrolio Brent aveva nuovamente superato i 100 dollari al barile, per poi scendere all’inizio di questa settimana solo perché gli attacchi si sono fermati causa penuria di munizione nei magazzini statunitensi, ma si registrano rincari anche per il gas naturale. Prezzi che pagheremo tutti noi, nella spesa di tutti i giorni. Un altro salasso che va inserito tra quelli determinati dalla deriva bellicista delle nostre classi dirigenti.

Non c’è giustificazione della logica “occhio per occhio” da parte nostra, ci mancherebbe, ma pretendere di fare la guerra a paesi in posizioni strategiche colpendone il commercio, per poi lamentarsi di come le reazioni abbiano ripercussioni sulle rotte mercantili è la logica di chi pretendere di essere padrone del mondo, per sclerotismo suprematista.

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Trump, il voto e il comunismo

Le elezioni di midterm non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale: darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi, agitando la sovversione e magari invocando l’Insurrection Act del 1807, come già più volte ventilato da Trump.

Da quando Donald Trump ha rimesso il comunismo al centro della politica americana, molti hanno collegato la nuova offensiva alle elezioni di metà mandato. Il ragionamento sembra semplice: spaventare i moderati e riportare alle urne una base repubblicana tentata dall’astensione.

È certamente uno degli obiettivi. Ma i primi dati suggeriscono che la nuova “red scare” – la paura rossa – potrebbe spostare poco. Funziona soprattutto dentro l’elettorato già trumpiano, molto meno tra indipendenti e giovani. Misurarne l’efficacia soltanto sul piano della comunicazione politica significa però immaginare elezioni normali: comizi, spot, social, poi milioni di cittadini che escono di casa e vanno serenamente a votare. Vinca il migliore.

È proprio quell’ultimo passaggio che oggi non può essere dato per scontato. Non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale. Darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi. Meglio dei campus universitari e delle marce di Minneapolis, il comunismo è il nome perfetto per indicare la sovversione e magari invocare l’Insurrection Act del 1807, cosa già da tempo ventilata da Trump senza molto successo.

Naturalmente ci vorrà il casus belli, e dovrà arrivare verso la fine di ottobre: si vota il 3 novembre. Fino ad allora è inutile perdersi in previsioni complottiste. Meglio osservare i segni.

Cambiare le condizioni del voto

Trump non cerca soltanto di cambiare per chi votano gli americani. Sta cambiando le condizioni nelle quali il voto sarà espresso, contato, contestato e infine certificato. Come ha dichiarato lui stesso il 4 luglio, quando questo lavoro sarà finito “i Repubblicani non perderanno più un’elezione per i prossimi cento anni”.

I collegi vengono ridisegnati in corso d’opera per favorire maggioranze repubblicane. La richiesta di fornire al seggio prove documentali della cittadinanza sarà un efficace deterrente per molti, soprattutto poveri, anziani e immigrati. Lo stesso per le restrizioni imposte al voto postale.

Il presidente, poi, ha rimosso due commissari democratici dall’Election Assistance Commission, un organismo in teoria bipartisan istituito dal Congresso. Il Dipartimento di Giustizia ha ingiunto agli Stati di consegnare i registri elettorali per purgarli dai supposti non cittadini, individuandoli con metodi inadeguati.

Il Department of Homeland Security ha minacciato di ritirare alle autorità locali che non collaborano alcuni finanziamenti federali, singolarmente quelli destinati alla prevenzione del terrorismo. Per il dopo voto, decine di studi legali incaricati dai Repubblicani sono già pronti a presentare centinaia di ricorsi per impedire o rallentare la certificazione dei risultati, contea per contea.

Dare un nome al nemico

La riscoperta del comunismo si inserisce in questa strategia più ampia e serve a dare un nome indifendibile ai disordini che potrebbero turbare il voto di novembre. Anche dopo, naturalmente. Ma qui concentriamoci sull’autunno caldo che si prospetta.

La categoria illustrata da Marco Rubio e Stephen Miller al vertice di Washington attraversa l’intero spazio del dissenso: dai collettivi antifascisti ai movimenti contro l’ICE, dalle occupazioni universitarie per Gaza ai democratic socialists. Finiscono nello stesso campo la sinistra del Partito Democratico, come il sindaco di New York Zohran Mamdani, e “Antifa” – poco più di un aggettivo, ma già da mesi designata ufficialmente come organizzazione terroristica. Poi black bloc, no global, Pro Pal, No Kings e tutta la galassia dei movimenti della sinistra transnazionale, qualunque cosa possa voler dire.

Che siano davvero “comunisti” è secondario: devono poter essere descritti come parti dello stesso ambiente sovversivo. Naturalmente collegato a Cuba, noto centro del comunismo mondiale, che è la prossima pedina da abbattere.

Così, se prima delle elezioni scoppiassero disordini, la cornice sarebbe pronta: non una protesta degenerata, ma una minaccia organizzata contro l’America.

Le piazze che cercano lo scontro

Le piazze americane contengono già gruppi che hanno fatto dello scontro una forma di identità.

Cominciamo dalla destra, che ha la maggior capacità di violenza politica, come indicano tutti gli studi disponibili. I più noti e meglio organizzati sono i Proud Boys (I ragazzi fieri). Nati come organizzazione nazionalista maschile, hanno costruito la propria presenza pubblica sull’aggressività e sulla ricerca del confronto con gli antifascisti.

Non sono una milizia tradizionale, ma sanno spostare uomini, occupare lo spazio e trasformare una manifestazione in combattimento di strada. Alcuni dirigenti ebbero un ruolo organizzativo nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e sono stati tutti graziati da Trump appena insediato nel gennaio 2025. Il messaggio era chiaro: chi aveva agito in suo nome non è stato abbandonato.

Furono graziati anche i leader degli Oath Keepers (I custodi del giuramento), che il 6 gennaio mostrarono una notevole capacità di pianificazione degli scontri. Reclutano soprattutto fra veterani e forze dell’ordine. Nati nell’era Obama, sostengono che chi ha giurato fedeltà alla Costituzione possa rifiutare gli ordini di un governo “tirannico”, soprattutto in materia di armi.

Un’altra organizzazione di rilievo nazionale è il Patriot Front (Il fronte patriottico), che lavora soprattutto sulla messinscena. Uniformi, volti coperti, scudi e marce brevi servono a mostrare ordine e forza numerica. La marcia del 4 luglio scorso a Washington, quando centinaia di uomini mascherati hanno sfilato nel cuore della capitale, ha dimostrato una reale capacità di mobilitazione e intimidazione simbolica.

A sinistra non esistono oggi formazioni paragonabili ai Proud Boys o al Patriot Front.

Non esiste neppure una struttura nazionale chiamata “Antifa”. Esistono gruppi locali, collettivi antifascisti e cellule anarchiche che talvolta usano questa etichetta. A volte sono identificati anche come black bloc, ma il termine indica una tattica, non un’organizzazione: abiti scuri, movimento compatto, volto coperto, spesso caschi da moto.

Alcune frange cercano lo scontro, lanciano bottiglie incendiarie, danneggiano proprietà o attaccano la polizia. Molte delle persone indicate come Antifa dall’amministrazione, però, non hanno alcun rapporto con queste pratiche. Le analisi descrivono soprattutto gruppi locali di contro-mobilitazione.

Tra questi il Rose City Antifa, attivo nell’identificazione pubblica dei neonazisti a Portland. Ci sono poi piccoli gruppi autonomi di autodifesa armata come i John Brown Gun Clubs, noti per fornire il servizio d’ordine a manifestazioni ed eventi antagonisti nell’area di Seattle-Tacoma. E sigle clandestine o intermittenti come Jane’s Revenge, comparsa nel 2022 dopo la revoca del diritto federale all’aborto e associata a incendi e vandalismi contro centri antiabortisti.

I precedenti più importanti sono l’Earth Liberation Front e l’Animal Liberation Front, autori tra gli anni Novanta e Duemila di incendi e sabotaggi contro aziende e impianti ritenuti responsabili di distruzione ambientale o sfruttamento animale.

A sinistra, dunque, la struttura è più dispersa, ma la capacità di scontro non manca. Proprio questa frammentazione rende più difficile prevenire il conflitto. Un gruppo di destra annuncia una marcia, gli antifascisti organizzano la risposta, entrambi arrivano pronti a difendere il proprio spazio.

Una provocazione, una carica, una vetrina infranta o un autobus bruciato producono in pochi minuti le immagini dell’insurrezione. A quel punto il problema non sarebbe soltanto l’effetto televisivo, ma ciò che lo scontro potrebbe autorizzare.

Dalla città militarizzata al seggio circondato

Trump ha già evocato la militarizzazione delle città governate dai democratici. Nel settembre 2025, davanti ai vertici militari convocati a Quantico, disse che alcune città avrebbero potuto diventare “training grounds” (campi di addestramento) per le forze armate e parlò di una “invasione” interna. Non era una metafora isolata. Guardia Nazionale e Marines erano già stati impiegati a Los Angeles. Poi è arrivata Minneapolis.

È in questo quadro che va letto il dibattito sull’ICE ai seggi. Dopo che Steve Bannon aveva annunciato agenti pronti a “circondare” i luoghi del voto, la Casa Bianca negò piani formali senza escluderli per il futuro. Il DHS ha poi assicurato che ICE non verrà dispiegata attorno ai seggi, a meno che concrete esigenze di sicurezza lo richiedano.

Quell’“a meno che” dice tutto. La decisione non deve essere presa oggi; può arrivare quando un’emergenza renderà pensabile ciò che oggi sarebbe illegale, controverso o troppo vistoso. Scontri, perimetri di sicurezza, strade chiuse, Guardia Nazionale, polizia e agenti federali potrebbero trasformare l’accesso materiale al voto.

Molti possono voler evitare un seggio circondato da agenti federali. Un immigrato può temere controlli prolungati, anche se è regolarmente naturalizzato. Chi vive con familiari senza documenti, può temere che un fermo coinvolga l’intero nucleo.

Eventuali disordini, inoltre, possono sospendere le procedure di voto anche solo in alcuni seggi, per qualche ora. Chi viene allontanato dovrà tornare, assentarsi di nuovo dal lavoro, riorganizzare la cura dei figli. Alcuni ritorneranno, altri rinunceranno. Nessuno sarà stato cancellato dalle liste o privato formalmente del voto. L’interruzione ne avrà aumentato il costo fino a espellerne una quota.

Se poi disordini più severi avvenissero in città democratiche, quartieri neri o ispanici, zone universitarie e comunità di immigrati, l’effetto sarebbe dirompente. Non servirebbe convertire milioni di elettori con la propaganda anticomunista. Basterebbe che gli scontri tra “comunisti”, “fascisti” e polizia rendessero più difficile votare in pochi luoghi decisivi. I voti che non si contano, non contano.

Osservare le condizioni mentre si costruiscono

Non sappiamo se andrà così, chi provocherà eventuali scontri o come reagirà il governo. Possiamo però osservare le condizioni mentre si costruiscono. A pochi mesi dalle midterm cambiano le regole del voto. Le città democratiche diventano terreno operativo per polizia e forze armate. La destra militante torna visibile dopo la riabilitazione di alcuni protagonisti del 6 gennaio 2021.

La galassia “antifascista” ha ripreso combattività dopo le grandi manifestazioni per Gaza, i No Kings Days e gli incidenti di Minneapolis. Intanto, una parte sempre più larga dell’opposizione viene ricondotta sotto l’etichetta di “comunista”.

La nuova paura rossa potrebbe spostare pochi voti. Potrebbe però dare un nome alle condizioni nelle quali il voto rischia di non svolgersi serenamente e liberamente. Potrebbe determinare chi e quanti usciranno di casa per andare alle urne e ciò che incontreranno sul loro percorso.

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Per le iniziative dell’amministrazione USA volte a trasformare le regole del voto rimandiamo agli altri articoli dello speciale America Watch.

Per alcune interessanti inchieste sull’universo dei gruppi organizzati di destra e di sinistra in America, vedi:

Shaila Dewan e Alan Feuer, “9 Accused of Antifa Ties After a Violent ICE Protest Begin Trial in Texas”, The New York Times 24 febbraio 2026.

“Proud Boy Enrique Tarrio: MAGA Has Figured Out How to ‘Play Dirty’”, The Atlantic, 18 settembre 2025.

Natalie Reneau, Stella Cooper, Alan Feuer e Aaron Byrd, “How the Proud Boys Breached the Capitol on Jan. 6: Rile Up the Normies”, The New York Times, 17 giugno 2022

Isaac Arnsdorf, “Oath Keepers in the State House: How a Militia Movement Took Root in the Republican Mainstream”, ProPublica, 20 ottobre 2021.

Luke Mogelson, “In the Streets with Antifa”, The New Yorker, 25 ottobre 2020.

Fonte

Venezuela - La “Dichiarazione di Maracay” denuncia il tradimento del chavismo

Una frattura senza precedenti attraversa il chavismo. Nel giorno del compleanno di Hugo Chávez, il 28 luglio, quasi trenta esponenti storici del movimento bolivariano hanno sottoscritto la “Dichiarazione di Maracay”, un documento che rappresenta una dura presa di posizione contro l’attuale direzione politica del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e, in particolare, contro la vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez.

L’iniziativa, riportata dal sito venezuelano Efecto Cocuyo, è guidata dall’ex vicepresidente della Repubblica Elías Jaua e da altri dirigenti che rivendicano l’eredità originaria della Rivoluzione bolivariana. Secondo i promotori, il governo avrebbe progressivamente abbandonato i principi fondanti del chavismo, accettando forme di subordinazione agli interessi degli Stati Uniti e dell’imperialismo economico internazionale.

Nel documento, sottoscritto a Maracay, città simbolo perché culla del Movimento Rivoluzionario Bolivariano 200 fondato da Chávez, i firmatari denunciano “l’imperativa necessità di difendere la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, la sovranità nazionale e l’indipendenza del Paese”.

Il testo respinge qualsiasi forma di “tutela” o di dominio straniero sul Venezuela e chiede il recupero del pieno controllo nazionale sulle risorse economiche prodotte dall’industria petrolifera.

La ripresa dell’iniziativa popolare e la difesa del chavismo rivoluzionario

L’aspetto più interessante e politicamente rilevante della fase attuale in Venezuela è la ripresa del dibattito e dell’iniziativa di classe nei quartieri popolari, nelle roccaforti storiche del chavismo e nei luoghi di lavoro.

È proprio da questi spazi sociali che l’ossatura storica e militante del movimento bolivariano, quella rimasta fedele ai principi originari della Rivoluzione, sta cercando di riannodare le fila per rilanciare l’iniziativa politica.

Non si tratta soltanto di uno scontro interno al chavismo, ma della riaffermazione di un chavismo rivoluzionario che intende difendere l’autodeterminazione del Venezuela, la sovranità nazionale e i principi fondanti del progetto politico avviato da Hugo Chávez.

Una prospettiva che rivendica fino in fondo il carattere socialista della Rivoluzione bolivariana e il ruolo centrale delle classi popolari nella costruzione del futuro del Paese.

La Dichiarazione di Maracay assume quindi un valore che va oltre la dimensione istituzionale e partitica: rappresenta il tentativo di riaprire uno spazio di partecipazione dal basso, coinvolgendo comunità, lavoratori e militanti che vedono nella difesa della sovranità nazionale il presupposto indispensabile per qualsiasi progetto di trasformazione sociale.

In questo contesto, particolarmente significativa appare la comunicazione diffusa da Donald Trump e dall’apparato politico che lo circonda, letta come espressione di una strategia annessionista e di un imperialismo predatorio nei confronti del Venezuela.

L’immagine che rappresenta il Paese come un ipotetico “51° Stato” degli Stati Uniti viene interpretata come il simbolo di una concezione fondata sulla subordinazione e sulla negazione dell’indipendenza venezuelana.

È proprio questa logica che richiama una delle lezioni storiche più volte ribadite dalla Rivoluzione cubana e dai suoi principali protagonisti, Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara: all’imperialismo non si può concedere spazio, perché ogni arretramento viene trasformato in una nuova occasione di pressione e di dominio.

La vicenda venezuelana diventa così, nella lettura del chavismo rivoluzionario, un terreno decisivo di confronto tra due visioni opposte: da una parte la difesa della sovranità, dell’indipendenza politica ed economica e della partecipazione popolare; dall’altra il tentativo delle potenze esterne di condizionare il destino di un Paese ricco di risorse strategiche.

La sfida che si apre è quindi quella della ricostruzione di un progetto popolare capace di recuperare il protagonismo delle masse, rilanciare i principi originari della Rivoluzione bolivariana e riaffermare il diritto del Venezuela a scegliere autonomamente il proprio percorso storico.

Particolarmente dura è la denuncia relativa ai proventi del petrolio venezuelano che, secondo i firmatari, vengono destinati a un fondo gestito dal governo degli Stati Uniti, una situazione che, a loro giudizio, contribuisce ad aggravare la già difficile condizione economica e sociale della popolazione venezuelana.

La dichiarazione affronta anche il dialogo politico annunciato per il 1° agosto, chiedendo che esso sia realmente trasparente e fondato esclusivamente sugli interessi del popolo venezuelano. I promotori rivendicano un confronto nazionale “tra venezuelani, per i venezuelani e con i venezuelani”, libero da qualsiasi influenza straniera, affinché possa essere costruita una soluzione politica e democratica alla crisi che attraversa il Paese.

L’appello si conclude con la richiesta di costruire una vasta unità patriottica capace di difendere l’indipendenza nazionale, i diritti dei lavoratori e la sovranità economica, attraverso assemblee popolari e momenti di partecipazione diffusi in tutti gli Stati del Venezuela.

Tra i firmatari figurano, oltre a Elías Jaua, Jesús Álvarez, Karla Bolívar, Celso Márquez, Aurora Morales, Carmen Yasmira Saravia, Ildemaro Cobos, Cristian Medina, Fernando Rivero, Francisco Hernández, Estela Orraiz, Miguel Mora, Walter Galindo, Eliezer Mora, Tony Bozza, Luis Felipe del Moral, José Cabrera, Hedy Ramírez, Alfredo Berrueta e Juan Ramón Guzmán.

A rendere ancora più evidente il disagio interno al chavismo è intervenuto anche Mario Silva, storico volto televisivo del programma La Hojilla e figura di riferimento della militanza bolivariana.

In un video diffuso sui social network, Silva ha rivolto pesanti critiche all’attuale gruppo dirigente guidato da Delcy Rodríguez, sostenendo che esso avrebbe perso l’autorità morale per guidare il processo rivoluzionario. Ha inoltre invitato la base chavista a organizzarsi autonomamente e a dare vita a un proprio movimento politico, segnando una rottura pubblica senza precedenti all’interno del campo governativo.

Per i promotori della Dichiarazione di Maracay, la crisi attuale non rappresenta soltanto un conflitto interno al PSUV, ma il sintomo di quello che definiscono un vero e proprio tradimento dell’eredità politica di Hugo Chávez.

Secondo questa lettura, il progetto originario della Rivoluzione bolivariana, fondato sulla sovranità nazionale, sul controllo pubblico delle risorse strategiche e sulla resistenza all’imperialismo statunitense, sarebbe stato progressivamente sostituito da scelte considerate incompatibili con quei principi.

La Dichiarazione di Maracay si presenta così come un appello al recupero del chavismo delle origini e alla ricostruzione di un fronte popolare che rivendichi piena indipendenza politica, economica e istituzionale del Venezuela rispetto agli interessi di Washington.

Per i suoi estensori, soltanto il ritorno ai principi della Rivoluzione bolivariana potrà consentire al Paese di superare la crisi e restituire centralità ai diritti sociali, alla partecipazione popolare e alla sovranità nazionale.

Tra i temi più dolorosi evocati dai firmatari della Dichiarazione di Maracay vi è anche la vicenda di Nicolás Maduro e della first lady Cilia Flores, oggetto di una strategia di pressione giudiziaria e politica espressione di una crescente ingerenza di Washington negli affari interni del Paese.

I firmatari denunciano quello che definiscono un tentativo sistematico di condizionare le scelte della leadership venezuelana attraverso sanzioni, isolamento diplomatico e procedimenti giudiziari.

Nel dibattito politico venezuelano, alcuni settori del chavismo denunciano che l’azione statunitense nei confronti dei principali dirigenti della Rivoluzione bolivariana costituisce una violazione del diritto internazionale e della sovranità nazionale.

Per i promotori della Dichiarazione di Maracay, il confronto con gli Stati Uniti non può essere affrontato attraverso concessioni o accordi che compromettano l’indipendenza nazionale.

Al contrario, essi ritengono necessario recuperare lo spirito originario del progetto bolivariano di Hugo Chávez, riaffermando il controllo pubblico delle risorse strategiche, la piena sovranità dello Stato e l’autodeterminazione del popolo venezuelano, senza alcuna forma di tutela o di subordinazione agli interessi di potenze straniere.

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