di Michele Giorgio – Il Manifesto
Tutti dovranno rispettare
l’accordo di Losanna sul nucleare e non solo l’Iran. Su questo punto
ieri il presidente Hassan Rohani e la Guida Suprema l’ayatollah
Khamenei, sono stati inflessibili. In gioco c’è la fine delle sanzioni,
il risultato più concreto che Tehran ritiene di avere portato a casa
dalla lunghissima trattativa sul suo programma atomico condotta con i
Paesi del 5+1. Trattativa che si è chiusa il 2 aprile con un accordo quadro che apre la strada a quello definitivo che le parti dovranno siglare entro il 30 giugno. «Non
firmeremo alcun accordo a meno che tutte le sanzioni non vengano
cancellate il primo giorno della sua applicazione», ha proclamato
perentorio Rohani. Tehran resta ferma sulle sue posizioni. D’altronde
nella dichiarazione congiunta di Losanna si parla di fine delle sanzioni
Usa e Ue «contemporaneamente all'applicazione, verificata dall’Aiea,
degli impegni presi da Tehran».
Invece nella scheda diffusa dagli Usa dopo l’intesa di Losanna si
parla di «sospensione» delle sanzioni solo quando l’Aiea avrà compiuto i
passi concordati e di possibile ripristino nel caso di inadempienza. Barack Obama parla di rimozione graduale e condizionata e dalla sua parte ha il presidente francese Holland.
Un atteggiamento che è frutto anche delle incessanti proteste e
pressioni di Benyamin Netanyahu. Il premier israeliano, deciso a
silurare la scadenza del 30 giugno, porta avanti quella che il
quotidiano Haaretz descrive come un’azione nei confronti del Congresso e
un’altra verso la Casa Bianca. Il governo Netanyahu farà di
tutto per persuadere i membri del Congresso a introdurre una clausola
che prevede che l’accordo firmato con l’Iran debba essere visto come un
“trattato internazionale”. In questo caso sarebbe necessario un
voto da parte del Senato Usa. A inizio settimana peraltro il ministro
degli affari strategici Yuval Steinitz aveva indicato 10 punti che
contengono le richieste di Israele. «Dall’inizio dell’accordo sul
nucleare, il tempo per Tehran di giungere alla bomba atomica sarà pari a
zero. Questo sarà l’inevitabile risultato dell’automatica rimozione
delle restrizioni», ha protestato da parte sua Netanyahu polemizzando a
distanza con Barack Obama. Secondo il presidente Usa invece l’accordo
prevede controlli che per diversi anni garantiranno che l’Iran non possa
costruire una bomba prima di 12 mesi neppure laddove violasse gli
impegni.
Gli iraniani sanno che le pressioni israeliane comunque
avranno il loro effetto sull’Amministrazione Usa, come indica il mezzo
passo indietro di Obama sulle sanzioni. Tehran, ha ribadito
ieri Rohani nella Giornata del Nucleare, non intende costruire l’arma
nucleare ma non intende fare altre concessioni e vuole la fine immediata
delle sanzioni che hanno paralizzato per anni la sua economia e il suo
sviluppo. In appoggio del presidente, Khamenei ha affermato, con
alcuni tweet lanciati ieri, che «Non è accettabile alcuna ispezione non
convenzionale che metta l’Iran sotto controllo speciale. Controlli
stranieri sulla sicurezza dell’Iran non sono permessi». «Tutto
sta nei dettagli – ha proseguito la Guida Suprema, mostrando parecchio
scetticismo verso le intese di Losanna – la parte sleale (gli Usa, ndr)
vuole accoltellare l’Iran alla schiena sui dettagli... Poche ore dopo i
negoziati, gli americani hanno diffuso una scheda i cui contenuti erano
per la maggior parte contrari a quanto era stato concordato. Loro
ingannano sempre e non mantengono le promesse... l’Islam e la ragione ci
vietano di acquisire armi nucleari, ma l’industria nucleare è una
necessità per il futuro del Paese nell’energia, nella medicina,
nell’agricoltura».
Khamenei è intervenuto anche sulla crisi nello Yemen e
l’attacco lanciato dai dalla coalizione a guida saudita contro i ribelli
sciiti Houthi che ha definito un «genocidio». «La forza
militare di Israele è più grande di quella dei sauditi e Gaza è un’area
piccola, ma loro hanno fallito. Lo Yemen invece è un vasto Paese e la
popolazione è di decine di milioni», ha detto, prevedendo una sconfitta
militare dei «nuovi governanti» sauditi. Intanto Russia e Venezuela
contestano un progetto di risoluzione delle Nazioni Unite che vieterebbe
la spedizione di armi ai leader dei ribelli Houthi. Mosca vuole che
embargo per tutte le parti in conflitto e che autorizzi pause umanitarie
negli attacchi aerei da parte della coalizione formata da Riyadh.
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