di Chiara Cruciati
La battaglia per Ramadi
sarà decisiva, non solo perché capoluogo della provincia di Anbar o
perché primo passo verso la controffensiva su Mosul. È decisiva per il
futuro dell’Iraq: la città sunnita, centro di un governatorato
considerato da sempre caldo, è il luogo da cui la sollevazione anti-Usa è
partita e da cui le proteste sunnite contro il governo sciita di
Baghdad sono cominciate.
Ramadi potrebbe dare il polso del destino dell’unità
irachena. Ieri le forze governative irachene, che stanno avanzando
insieme alle milizie sciite controllate dall’Iran, hanno ripreso altri
quartieri in città, costringendo l’Isis alla ritirata. In particolare è
stato rioccupato il quartiere Tamim, al centro di Ramadi, insieme ad un
centro militare. Da qui, ieri il maggiore Ismail al-Mahlawi,
capo delle unità impegnate ad Anbar, ha fatto sapere che la bandiera
nera dell’Isis è stata rimossa e sostituita con il vessillo iracheno.
“Molto presto, finiremo Ramadi”, ha promesso il premier al-Abadi in un
intervento televisivo.
Lo Stato Islamico entrò a Ramadi a maggio, dopo il diktat Usa contro i
miliziani sciiti: fondamentali per la ripresa di Tikrit ma accusati di
violenze contro i civili sunniti e soprattutto di ricevere ordini
direttamente da Teheran, le milizie furono costrette a ritirarsi dalla
prima linea. La conseguenza immediata fu la caduta repentina della città
nelle mani del “califfato”. Ora a sostenere la controffensiva irachena
ci sono i jet russi e statunitensi, apparentemente senza coordinamento
ma chiaramente in contatto visto il traffico che caratterizza da oltre
un anno i cieli del paese.
Ma Ramadi continua a vivere un duro assedio: lo Stato Islamico non molla la presa.
Nei giorni scorsi, dopo i volantini che annunciavano la prossima
controffensiva governativa contro la città e consigliavano ai civili di
andarsene, gli islamisti hanno inasprito i controlli e bloccato le
famiglie in fuga. La città è stata riempita di mine, esplosivi e trappole.
“Stiamo provando ad andarcene – racconta un uomo al Washington Post
– ma i miliziani di Daesh sono qua davanti alle case e annunciano dai
megafoni delle moschee che chi fuggirà sarà considerato un apostata”. E
le punizioni per gli apostati sono ben note a chi vive sotto occupazione
islamista: flagellazioni in pubblico, crocifissioni,
decapitazioni, demolizioni di case. Al terrore per le brutalità di Daesh
si aggiunge la paura per le bombe che piovono dal cielo: la gente di Ramadi è in trappola e i miliziani la usano come scudo umano.
Sono in migliaia bloccati nel centro della città, ormai circondato da
Baghdad: “I miliziani hanno diviso Ramadi in piccoli segmenti e non
permettono il passaggio dei civili da un’area ad un’altra perché
sospettano tutti di essere informatori delle forze di sicurezza”,
raccontano dei residenti alla Reuters. Pattugliano la città
giorno e notte a bordo di motociclette, sequestrano i telefoni, occupano
edifici per controllare le strade.
Alla paura si aggiunge la fame: il cibo non entra quasi più
dopo che le forze governative irachene hanno circondato la città e
ripreso il ponte Palestina, principale ingresso a Ramadi. Gli islamisti
distribuiscono un po’ di farina e di verdure, ma il cibo non basta: la
gente è costretta a mangiare i gatti per sopravvivere. E a bruciare legna per scaldarsi, perché il carburante non si trova e i generatori non possono funzionare.
Ramadi è in trappola, una trappola che ritiene doppia. Da una
parte c’è lo Stato Islamico, inizialmente accolto da alcune comunità
dell’Anbar e da ex baathisti che lo consideravano lo strumento per
scardinare il governo centrale sciita e superare le discriminazioni
imposte nel post-Saddam. Dall’altra le forze governative e le milizie
sciite, macchiatesi di crimini contro civili sunniti. Per lungo
tempo la popolazione di Ramadi ha chiesto a Baghdad armi per difendere
la città e aiuto per formare unità di difesa locali, sunnite, senza
ricevere un sostegno adeguato: l’ennesima prova, secondo i sunniti, dei
settarismi che stanno distruggendo il paese.
Per smorzare le tensioni il premier al-Abadi ha ridotto il ruolo
delle milizie sciite impegnate a Ramadi e chiamato accanto all’esercito
miliziani sunniti. Ma i combattenti sciiti ci sono, in tutta la
provincia di Anbar a partire da Fallujah.
Ramadi potrebbe essere liberata tra pochi giorni, ma la sfida
vera comincerà un minuto dopo la cacciata dello Stato Islamico: la
città va ricostruita, gli sfollati devono rientrare, i servizi base
devono tornare. Se Baghdad lo farà collaborando con la comunità sunnita,
uno spiraglio potrebbe aprirsi nel nero futuro della divisione
dell’Iraq.
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