Se quello inferto ieri dagli elettori olandesi all’Unione Europea non è proprio uno scacco – vista la bassa affluenza e il carattere consultivo della consultazione – certamente il ‘no’ vittorioso nel referendum sull’accordo di associazione tra Unione Europea e Ucraina rappresenta uno smacco nei confronti di una costruzione coercitiva, antidemocratica e arcigna che ogni volta che viene sottoposta al giudizio delle popolazioni del continente viene bocciata.
Fino all’ultimo l’establishment continentale e la classe politica locale – tranne poche eccezioni di destra e di sinistra – hanno sperato che l’affluenza rimanesse sotto il trenta per cento, in maniera da invalidare il risultato che a detta di tutti i sondaggi della vigilia sarebbe stato negativo. E invece un’ora dopo la chiusura dei seggi, alle 21, le agenzie di stampa hanno iniziato a battere la notizia del superamento del quorum. Referendum valido, Ue battuta. Alla fine a votare si sono recati il 32.2% dei 12.5 milioni di aventi diritto, e il ‘no’ all’accordo con Kiev ha prevalso con il 61.1%. Non proprio un plebiscito di massa, ma sicuramente un ennesimo stop da un paese che già in passato si è espresso contro la gabbia dell’Unione Europea. Nel 2005 infatti gli olandesi bocciarono la Costituzione Europea, poi naufragata.
Alla consultazione si è arrivati per effetto di una legge approvata nel 2015, che obbliga a indire referendum consultivi su misure legislative o trattati già ratificati dal Parlamento olandese quando a chiederlo siano almeno 300 mila cittadini. In questo caso le firme raccolte sono state ben 450 mila.
Certamente nel voto negativo hanno influito molti fattori, assai diversi: il montare nell’opinione pubblica di timori legati all’arrivo di un altro numero di rifugiati, la volontà di un ritorno alla sovranità nazionale piena per poter difendere meglio uno stato sociale attaccato anche in Nord Europa, spinte populiste che scaricano su Bruxelles responsabilità che in alcuni casi vanno attribuiti alla classe politica locale. Ma anche una critica da sinistra al carattere sempre più antidemocratico e autoritario che l’architettura continentale sta assumendo, la governance a suon di diktat, la corruzione.
A uscire con le ossa rotte è anche la strategia di allargamento dell’Unione Europea ad est. Bruxelles ha investito molto, in maniera spregiudicata, nel regime change in Ucraina per ottenere la destituzione di un governo e di un presidente che si opponevano all’ingresso di Kiev nello spazio economico e politico europeo, oltre che nella sfera militare della Nato; anche a costo di ricorrere, insieme agli Stati Uniti – in un rapporto di collaborazione-competizione – all’utilizzo di forze ultranazionaliste e apertamente neonaziste per destabilizzare il paese, provocando una situazione di caos e la dichiarazione da parte del nuovo governo golpista di una feroce guerra contro le popolazioni del Donbass che si opponevano. Il voto olandese delegittima la copertura ideologica del golpe sciovinista ucraino, giustificato con la necessità di portare l’Ucraina all’interno di un sistema di alleanze internazionali democratico e moderno. A due anni di distanza le immagini patinati dei manifestanti che occupavano il centro di Kiev – soprannominato ‘Euromaidan’ – sventolando la bandiera dell’Unione Europea insieme a quella gialla e azzurra e ai vessilli banderisti sembrano ormai seppellite sotto un consistente strato di macerie, sangue e sofferenze.
Il risultato del referendum di ieri – ripetiamo, per quanto consultivo – potrebbe ora avere ripercussioni interessanti sia all’interno che all’esterno del paese, e rappresentare un volano per la vittoria dei ‘no’ nel referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea che si svolgerà in Gran Bretagna il prossimo 23 giugno.
“L’accordo non può essere ratificato com’è attualmente” ha già fatto sapere il primo ministro dell’Aia, Mark Rutte.
“Dobbiamo aiutare l’Ucraina a costruire uno stato di diritto e una democrazia, a sostenere le minoranze ebree e gay. Perciò dico a tutta l’Olanda: vai a votare e vota sì” aveva chiesto il premier Mark Rutte votando in una scuola elementare dell’Aia in un ultimo appello agli elettori che però hanno fatto la scelta contraria.
“Gli olandesi hanno detto di no all’elite europea e non al trattato con l’Ucraina” e questo rappresenta “l’inizio della fine dell’Ue” ha tuonato invece Geert Wilders, il leader della locale destra populista, secondo il quale la vittoria dei ‘no’ rappresenta “una mozione di sfiducia del popolo contro le elite di Bruxelles e dell’Aia”.
Ogni volta che alle popolazioni dei paesi europei – dalla Francia alla Grecia, dalla Danimarca all’Olanda – viene consentito di esprimersi sul progetto di unificazione continentale in un voto popolare e democratico il ‘no’ sembra prevalere sistematicamente, nonostante il bombardamento mediatico trasversale europeista. Forse è per questo che in alcuni paesi, l’Italia tra questi, i governi impediscono da sempre di votare sui trattati e sulle politiche europee.
Finora ad avvantaggiarsi della crescente contrarietà popolare nei confronti dell’Ue, della sua architettura istituzionale, delle sue politiche economiche e della sua politica estera sono state forze di destra, in alcuni casi fortemente xenofobe e nazionaliste. Il voltafaccia di Tsipras dopo la vittoria netta del ‘no’ nel referendum estivo contro la Troika e il Terzo Memorandum non ha certo aiutato le forze di sinistra e progressiste che, a questo punto, è ora che entrino in campo senza indugio nella battaglia per una rottura dell’Ue solidale e internazionalista.
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