Infine, anche il “corrierone” se ne è accorto scoprendo (?) una “vera chicca” (Corriere della Sera del 2 aprile 2016).
La notizia è che in questo pianeta, e in alcune nazioni guidate da
governi di “fiducia”, è presente una “élite selezionata” che forma
governi in modo tale da essere definiti “democrazie”!
Ebbene in queste “democrazie” sono presenti e convivono, con un peso
tutt’altro che trascurabile, associazioni “civili”, raggruppamenti
elettorali o di cartello, corporazioni di mestiere o parasindacali, cioè
tutto un continuo aggregarsi attorno a interessi, obiettivi, strategie
economiche e politiche, di settori sociali rilevanti di quella che viene
da tutti definita: “società civile” in parole povere: le lobby!
E proprio alla vigilia di una tornata elettorale d’importanza globale
e strategica (l’elezione del futuro presidente degli Stati Uniti!), si
riscopre il peso che associazioni e lobby di vario titolo e genere hanno
sulla scena elettorale statunitense orientando le possibilità nella
scelta dell’uno o dell’altro, scegliendo il candidato che corrisponde
agli interessi, siano essi industriali che politico-militari, in grado
di “risollevare” le sorti di una stagnante (sotto tutti i punti di
vista) condizione attuale.
Tale vicenda non è soltanto riferibile a quanto da tempo è presente
nella realtà politico-sociale statunitense; bensì esse (cioè il sistema
“lobbystico”) sono ben attive e presenti anche nella, cosiddetta, “culla”
della democrazia, cioè in Europa e nelle nazioni che attualmente
compongono la “neonata” aggregazione neo-imperialista dell’Unione
Europea.
Nel dettaglio possiamo notare, grazie anche all’ottimo articolo di Massimo Gaggi sul C.d.S. del 2 aprile 2016,
come sono intervenute alcune delle maggiori e potenti lobby
statunitensi. Lobby che spaziano dal settore
politico-militare-industriale, a quello comunicativo e mass-mediatico;
intere filiere produttive, bancarie, finanziarie; fino all’industria
cinematografica hollywoodiana.
Lobby che in alcuni casi hanno un carattere “progressista”; altre
invece – forse le più potenti – hanno caratteristiche reazionarie se non
addirittura oscurantiste e medievali. In questo servizio si nota come
il fenomeno delle Lobby, limitato fino a 40 anni fa sia esploso e a partire dagli anni settanta è cresciuto fino a ottenere un potere sterminato durante la presidenza Bush.
Il “corrierone” ci svela che: …Le corporation non possono pagare i parlamentari ma finanziano le loro campagne: una spesa di 2,6 miliardi di dollari l’anno.
Un episodio dimostra meglio di altri quale potere politico è stato raggiunto da queste “corporation”
Nel 2011 durante un’accesa discussione in merito a una riforma
finanziaria resasi necessaria dopo il collasso nel 2008 di Wall Street,
si precipitò “urlando” nell’aula del Congresso Steve Bartlett ex sindaco di Dallas, il quale calzando stivali da «cow boy» di pelle di struzzo dava disposizioni sulle norme attuative della riforma per attenuarne o rinviarne l’impatto. Costui è uno dei massimi esponenti dell’industria «lobbying» (quella dei servizi finanziari), il quale con Thomas Donohue (lobby dei produttori e presidente dell’«American Chamber of Commerce» l’arciconservatore nemico giurato di Obama), unitamente a Wayne LaPierre capo della NRA (National Rifle Association,
armi), e tanti altri si intromisero nei lavori parlamentari. Costoro
dopo avere così pesantemente interrotto i lavori del Congresso, non
saranno incriminati poiché utilizzando le normative costituzionali
previste dal primo emendamento della Costituzione statunitense, che
garantisce e tutela la libertà d’espressione nelle quali è prevista
l’attività delle «lobby», anche quelle brutali (campagne avverse) o
penetranti (proposte di legge già confezionate), esse dunque sono da
considerarsi lecite, purché tutto si svolga alla luce del sole, e
permette e garantisce simili “performance”.
L’unico reato perseguibile consisterebbe nel possibile “pagamento in denaro o altre regalie”, per ottenere un favore di un politico o un funzionario del Congresso, in tal caso scatta automaticamente il reato di “corruzione”
e l’arresto con pene detentive in genere severissime. Comunque le
società “lobbystiche” hanno anche altri metodi per raggiungere i loro
scopi consistenti nel favorire normative fiscali o legislative di tutela
e vantaggio, finanziando i raggruppamenti politici e i loro candidati
elettorali: danno soldi (entro certi limiti) per le campagne dei
candidati, organizzano raccolte di fondi, chiedono donazioni ai loro
clienti, organizzano SuperPAC (una specie di organizzazioni politiche
«fiancheggiatrici» di un candidato, queste normative sono state
autorizzate qualche anno fa dalla Corte Suprema).
Una considerazione è d’obbligo, essendo i deputati della Camera
costretti ad essere rieletti ogni due anni (tale è la scadenza della
nomina elettorale) vivono in una campagna elettorale permanente.
E’ in questo periodo che entrano in scena le “lobby” per
condizionarne gli aspetti sia rielettivi, sia gli sviluppi normativi.
Solo nell’ultimo anno sono stati spesi (ufficialmente) 2,6 miliardi di
dollari per attività lobbistiche da parte di imprese. Sono più di 12 mila
i “lobbysti” ufficialmente registrati a Washington: ritenendo però la
crescita di «aree grigie» di vario tipo (personale di vario genere per
svolgere questa attività) il numero di costoro, in un modo o nell’altro,
si ritiene arrivi ormai a circa 100 mila consulenti variamente
impegnati! Di fatto un’industria il cui fatturato, compresa la parte
sommersa, si presume valga circa nove miliardi di dollari!
Decisioni che cambiano l’economia
Le dimensioni che ha raggiunto questo fenomeno con la crescita di figure da considerare “ibride” (cioè attive ma non completamente riconoscibili),
poiché alcuni in prossimità delle elezioni si trasformano in “campaign
manager” (procacciatori di voti e preferenze) per il candidato prescelto
per poi tornare, dopo il voto, al mestiere originale.
Ciò gli riesce facilmente perché il lobbista spesso è un avvocato con un’esperienza giuridica che il politico non ha.
La pressione delle “lobby”, fino a qualche anno fa, era opera quasi
esclusiva o soprattutto messa in atto dalle associazioni sindacali,
oppure da parte di altre associazioni di pubblico interesse come la Lega
per i diritti civili (Aclu) o anche la stessa NRA (che appoggia la campagna di chi vuole una illimitata libertà di armarsi).
Dalla seconda metà degli anni ottanta in poi, in piena era Bush (dopo aver sostituito Reagan alla presidenza USA), le «corporation»
– che si tenevano il più lontano possibile dalla politica, temendone i
condizionamenti – sfruttando le “libertà” concesse dalla nuova
presidenza, hanno compreso il potere a loro disposizione per modificare a proprio
favore il corso dell’attività normativa.
Hanno prima bloccato una riforma del mercato del lavoro e poi, avendo
l’era Reagan favorito queste “aziende”, riuscirono ad ottenere
sostanziali riduzioni nel prelievo fiscale.
Ciò sarebbe all’origine della macroscopica “distorsione” come una
tassazione di favore per i ricchi; le protezioni per l’industria
farmaceutica; l’impossibilità di varare una riforma sanitaria davvero
efficace.
Alcuni personaggi di rilievo in queste operazioni sono: Jack Abramoff:
superlobbista corrotto che, dopo 43 mesi di galera, si è pentito
scrivendo, grazie alla sua esperienza in merito, un “onesto” manuale su
come riformare il sistema; Chris Dodd: senatore per 30
anni, rispettato presidente della commissione parlamentare sulle banche,
che ha dato il suo nome alla riforma dei mercati finanziari
(«Dodd-Frank Act»). Nel 2011 ha lasciato il Congresso, tornandoci come superlobbista essendo a capo della «Motion Pictures Association of America», motore politico di Hollywood.
E’ quindi il caso di poter spiegare: cos’è una lobby?
Lobby è un termine anglosassone il cui significato letterale (anticamera, vestibolo, atrio)
suggerisce il luogo dove un “lobbysta” è solito attendere la sua
“preda” (in senso figurativo del termine; ma sempre di “preda” si
tratta), infatti, lo puoi trovare facilmente in questi posti in
prossimità dell’ufficio di qualche politico.
In Italia sono presenti anche come “lobby” grandi imprese private,
tipo Fiat; oppure aziende di carattere pubblico del tipo Eni o Enel; le
maggiori associazioni sindacali; la Confindustria, i consumatori e gli
ambientalisti, i notai e i tassisti, i costruttori e i commercianti, le
banche e le compagnie assicurative, finanche la Chiesa!
Le nuove e post-moderne percezioni e comportamenti sociali hanno
subito, negli ultimi anni, un repentino scadimento rappresentato da una
caduta verticale dei partiti come intermediatori degli interessi sociali
e popolari, caratterizzando con rallentamenti e opacità i processi
decisionali favorendo così la necessità di rivolgersi alle lobby, da
parte dei vari gruppi aventi forti interessi economici o politici.
In questo consiste l’attività di un lobbysta, cioè quello di portare
avanti gli interessi di un’azienda o di un ente istituzionale,
influenzandone le decisioni politiche e i processi formativi legislativi
o normativi. Per anni giornalisti ed ex parlamentari risultano essere i
migliori e meglio preparati e disposti ad esercitare questo ruolo!
Un esempio su tutti può consistere nel sapere, ad esempio, come le
lobby sull’energia fanno pressioni sul governo affinché si realizzino
impianti come gli inceneritori o le centrali nucleari; cioè progetti da
considerare “dannosi” per la salute pubblica in quanto costruirebbe
impianti insalubri, incompatibili con l’ambiente e la vita; sempre altre
lobby economiche esercitano pressioni per la privatizzazione dell’acqua
(vedi ultimo referendum del 17 aprile 2016 sulle “trivelle” e altro).
prima parte: l’inchiesta prosegue
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