di Alessandro Barile
Antonino Infranca (a cura di), Lukács parla (interviste 1963-1971), Edizioni Punto Rosso, Milano, 2019, pp. 200, € 18,00.
In questa serie di interviste pubblicate a cura di Antonino Infranca
(alcune note, altre mai tradotte, a cominciare dalla «intervista
sconosciuta» del 1968 rivolta ai membri del partito ungherese), viene
alla luce l’ultima parte del percorso politico-filosofico di Lukács, le
sue idee conclusive sulla politica e la cultura, il socialismo reale e
il marxismo. Si tratta dunque di un libro veloce ma utile, a patto che
si abbia una qualche dimestichezza con il pensiero e la vita del
filosofo ungherese. Il rischio è quello di equivocare molte delle sue
riflessioni messe nell’inevitabile forma tranchant dell’intervista. Il
primo e più evidente fraintendimento è sullo «stalinismo»: Infranca si
premura, nella sua introduzione e nella disposizione delle interviste,
di presentarci un Lukács ferventemente anti-stalinista, ma la questione è
meno banale di come la si presenta, toccando invece uno dei punti
decisivi alla base della crisi del marxismo della seconda metà del
Novecento.
Il «problema Stalin», per Lukács, non risiede nella sua azione
politica, e anzi il filosofo a più riprese ricorda l’importante
contributo di Stalin e dell’Urss nella difesa dell’unico (allora)
esperimento socialista. Il testo, d’altronde, è disseminato di
riconoscimenti in tal senso, in particolare evocando continuamente il
contesto entro cui trova senso l’operato del gruppo dirigente sovietico
degli anni Trenta: «Stalin ha visto chiaramente che il grande flusso
rivoluzionario europeo si era ormai esaurito. Perciò, un compito
preminente si imponeva: salvare la rivoluzione russa da aggressioni
esterne. Da questo momento in poi, ciò che è stato definito il
militarismo di Stalin deve essere compreso da questa prospettiva; Stalin
si è reso chiaramente conto che le speranze del 1917, le speranze di
una grande rivoluzione europea, non avevano più ragione di essere, e che
bisognava creare degli organismi che consentissero alla Russia di
sopravvivere, in quanto sovietica, in un mondo contro-rivoluzionario».
Da questa altezza, Lukács fa discendere una serie di riconoscimenti
sulla tattica socialista per “mantenersi in vita”, un esempio su tutti
il patto Ribbentropp-Molotov: «Da parte mia come mossa politica ritengo
abile il patto di Stalin con Hitler e Ribbentropp, perché, se non fosse
avvenuto, Hitler avrebbe iniziato la guerra ad oriente e avrebbe
attirato le simpatie di Inghilterra e Francia che lo avrebbero sostenuto
materialmente. […] Stalin riuscì a scongiurare, con l’abile mossa e la
sapienza tattica, la preparazione di un fronte unico, così Hitler
scatenò, in un primo momento, la guerra verso occidente e con ciò creò
le condizioni di una coalizione mondiale, che condusse alla caduta del
nazismo». Come dunque evidente, si faticherebbe a capire Lukács
confinandolo nell’antistalinismo di matrice libertaria – e ancor meno
troskista – di moda in Occidente nella seconda metà dello scorso secolo.
L’antistalinismo, che pure è presente, in Lukács assume valore più
profondo e, in un certo senso, trascende lo stesso Stalin per farsi
discorso generale sulle difficoltà del socialismo realizzato di
rinnovare se stesso alla luce dei cambiamenti della realtà globale.
L’errore dominante di Stalin e dello «stalinismo», che costantemente
viene evocato nelle parole di Lukács, è quello di aver sovrapposto le
scelte tattiche contingenti con la linea teorica del socialismo,
confondendo il piano della politica con quello della teoria, la prassi
immediata con la riflessione scientifica, producendo di conseguenza una
teoria che giustificasse l’azione del partito, del suo gruppo dirigente,
infine del suo capo. Il risultato di questo equivoco non si è limitato a
garantire ideologicamente e filosoficamente determinate scelte
politiche contestuali (giuste e sbagliate che fossero), che venivano
così escluse dal dibattito marxista per farsi principi inviolabili e
insindacabili; alla radice, una teoria che non avesse altra funzione che
quella di legittimare l’azione del partito ha impoverito l’analisi
marxista della società e dei caratteri del “nuovo” capitalismo emerso
dal secondo dopoguerra: «A causa dell’era staliniana, abbiamo trascorso
dormendo circa quarant’anni di sviluppo capitalistico, quando sarebbe
stato necessario analizzare con tenacia le sue contraddizioni sulla base
del metodo marxista-leninista». Un ritardo che ha limitato le capacità
del marxismo di capire davvero le società occidentali, di conseguenza di
sviluppare una linea che tenesse in conto tanto le ragioni della
realpolitik imposta dalla Guerra fredda dagli scenari cristallizzati –
dunque sostenesse una politica inevitabilmente riformista – quanto le esigenze rivoluzionarie su cui pure continuava a fondarsi il comunismo internazionale.
La mancata comprensione di questa dialettica – mancata perché per
l’appunto sacrificata sull’altare della ragion di Stato sovietica – ha
determinato successivamente il mancato incontro tra il comunismo
“ufficiale” – quello legato a Mosca – e le esigenze anticapitaliste che
proprio negli anni in cui Lukács rilascia queste sue interviste
prorompevano nelle società occidentali (e non solo in queste). Un
mancato incontro che avrebbe spinto sempre più i partiti comunisti nelle
braccia dello Stato e delle sue ragioni di conservazione: nel glacis a
farsi macchine della burocrazia repressiva; a Occidente nel sostenere
un riformismo sempre più consociativo, sempre meno in grado di dialogare
con le forze vive della società e sempre più meccanismo di riproduzione
della classi dirigente vieppiù liberali. I risultati arrivano fino ad
oggi: l’afasia marxista non è dovuta solo alla reazione della cultura
egemone, quanto da sue proprie difficoltà intime nel cogliere i
caratteri delle evoluzioni sociali ed economiche dell’attualità. Si è
andata pietrificando attorno a dogmi e breviari un’analisi che, per
Lukács, era soprattutto metodo. Il «marxismo ortodosso», nella
famosa accezione lukacsiana ricordata anche in alcuni passaggi di questo
libro, non si configura come una serie di “leggi” sociali finalmente
disvelate (e una volta per tutte!), quanto nel criterio nel disvelarle:
quel materialismo dialettico che si presenta come costante
disvelamento-inveramento della realtà. Questo l’errore capitale dello
stalinismo, in quanto tale riprodotto non solo dal gruppo dirigente
sovietico dei tempi, e non solo dagli adepti di Stalin: viceversa,
attraversa tutta la storia del socialismo della seconda metà del
Novecento, impoverendone la capacità di “cattura” della realtà,
trasformando questa coscienza in politica.
La politica è però uno dei tanti temi che ricorrono nelle interviste
presentate nel volume. Difficile ripercorrerli criticamente tutti,
possiamo però fermarci velocemente sulle concezioni lukacsiane dell’arte
e della cultura. Lukács è d’altronde, prima ancora che un
rivoluzionario e un marxista, un filosofo dell’estetica, e le sue
posizioni, fin troppo note per essere qui accennate, hanno sviluppato
l’approccio all’arte del marxismo del Novecento. Anche nella parte
finale della sua vita, Lukács rimane fedele ai suoi convincimenti
filosofico-letterari: «Ogni grande arte – ripeto, da Omero in poi – è
realista, in quanto è un riflesso della realtà». Di conseguenza, l’arte
ha il dovere di parlare a tutti, non a una parte, fosse anche
la “nostra”: «Nel campo della scienza anche una conoscenza parziale può
portare a una grande scoperta. L’arte, per contro, o è universale e non
esiste affatto». Questo il motivo per cui non esiste – non può ancora
esistere – una vera arte socialista: «Un giorno si avrà il grande
romanzo socialista, ma ci vorrà ancora del tempo prima che gli scrittori
socialisti si liberino di tutti gli ostacoli e della loro censura
interna: per questo devono cercare alleati nella grande letteratura del
passato». La censura di cui parla il filosofo non è quella
superficialmente burocratica – per quanto anche la censura politica di
Stato ha il suo ruolo – ma la censura interna, dovuta per
l’appunto al processo di confusione tra cultura e politica, in cui la
prima giustificasse la seconda, riducendosi, anche nel migliore dei
casi, a propaganda: «sono contro ogni concezione della partiticità che
si riduce al fatto che l’arte deve occuparsi dell’illustrazione delle
ultime risoluzioni. […] Io non credo che il partito debba avere una sua
posizione estetica. I casi in cui i comitati centrali si sono espressi
in tema di musica, o di cinema, sono casi ridicoli».
Il tema è decisivo: come sviluppare una vera arte nel socialismo che non sia al servizio diretto
della legittimazione ideologica del potere? Un tema talmente complesso
che infatti non ha trovato soluzione nel Novecento, men che meno – va da
sé – nei nostri anni senza socialismo. L’alternativa non può limitarsi a
reintrodurre a-criticamente quella libertà artistica presente nei punti
alti dello sviluppo borghese capitalista. Anzitutto perché, secondo le
parole di Lukács, quella libertà è solamente fittizia, producendo
anch’essa una censura interna che, al fianco di pochi grandi capolavori,
riproduce le ragioni ideologiche del consenso capitalista. Il partito,
allora, dovrebbe unicamente – si fa per dire, visto l’obiettivo –
aiutare l’evoluzione di un’estetica marxista. Liberare la cultura dai
vincoli politici, lasciando quel margine espressivo in grado di
stimolare un dibattito interno all’espressività artistica ma,
al tempo stesso, modellarsi sui risultati di questa: «L’arte è un modo
di verificarsi della realtà e per questo a un partito giova sempre
prenderne coscienza. Lenin lo sapeva bene». Lo stesso Lenin, infatti,
che aveva sempre contrastato le tendenze “proletkultiste” in quanto
espressione di un’arte “proletaria” che riduceva per ciò stesso la
funzione dell’arte a superfetazione culturale di un’ideologia. Un
patrimonio di conoscenza e sensibilità oggi andato completamente
disperso. La lotta alla dispersione di questi temi, di questo linguaggio
obliterato dalla rassegnazione capitalistica “post-postmoderna” –
potremmo chiamarla – è il contributo maggiore di pubblicazioni come
queste, che nel momento stesso in cui “ricordano”, tengono desta la
propensione a riflettere che è poi il tratto distintivo del filosofo
forse più importante del XX secolo.
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