Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

18/02/2026

Belgio - Operai della FN Herstal in sciopero contro la visita di un alto ufficiale israeliano

Gli operai della fabbrica del più grande produttore di armi del Belgio, la FN Herstal, giovedì della scorsa settimana hanno dato vita ad uno sciopero spontaneo, su iniziativa della sezione locale del sindacato FGTB (Federazione Generale dei Lavoratori) per protestare contro la presenza di un alto ufficiale dell’esercito israeliano in una delegazione di visitatori. Lo ha riferito la direzione dell’azienda.

La visita alla fabbrica FN Herstal, era stata organizzata dal ministero della difesa belga, era destinata agli addetti militari di stanza a Bruxelles e includeva il rappresentante israeliano, il colonnello Moshe Tetro.

Alla notizia che l’ufficiale israeliano stava visitando i locali, alcuni dipendenti della fabbrica hanno dichiarato uno sciopero spontaneo fermando la linea di produzione. Molti hanno manifestato fuori dalla fabbrica e i suoi cancelli sono rimasti chiusi fino a venerdì sera come parte dell’azione.

La FN Herstal impiega circa 2.800 persone nella regione di Liegi e nel mondo. Per più di un secolo, ha prodotto principalmente armi leggere (pistole, mitragliette, mitragliatrici, ecc.)

“È inaccettabile che i locali della fabbrica vengano utilizzati come luogo di incontro per il ministero della difesa al fine di promuovere obiettivi diplomatico-di sicurezza, quando tra i presenti c’è il rappresentante di un paese che viola palesemente il diritto internazionale”, ha affermato il sindacato.

Nel giro di poche ore, la direzione della fabbrica ha rilasciato una dichiarazione affermando di non aver ricevuto alcuna delegazione dall’IDF e di aver invece ospitato un gruppo di addetti militari su esplicita richiesta del ministero della difesa belga. La fabbrica ha inoltre osservato di non aver venduto armi o altri equipaggiamenti militari a Israele per diversi decenni.

Dyab Abou Jahjah, presidente della Hind Rajab Foundation con sede in Belgio, un gruppo legale che persegue i soldati delle IDF accusati di crimini di guerra durante i loro viaggi all’estero, ha elogiato lo sciopero e ha denunciato il colonnello Moshe Tetro come un “criminale di guerra”.

“È stato inviato un messaggio chiaro: nessuna complicità da parte di una fabbrica di armi mentre Gaza viene devastata”, ha scritto Abou Jahjah su X. “Se è confermato che l’ufficiale presente era l’addetto militare israeliano in Belgio, allora stiamo parlando di Moshe Tetro – implicato in attacchi agli ospedali e nella gestione della politica di fame imposta a Gaza”

La Hind Rajab Foundation ha chiesto al governo belga di espellere Tetro e ha presentato varie denunce nel dicembre 2024 contro l’ufficiale presso la Corte Penale Internazionale (CPI) per il suo ruolo nella supervisione del flusso di aiuti umanitari a Gaza durante la guerra.

La fondazione ha affermato che Moshe Tetro, nella sua precedente posizione di capo dell’Amministrazione di Coordinamento e Collegamento di COGAT con Gaza, fosse responsabile dell’attuazione di una politica di carestia nella Striscia.

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17/02/2026

Ultimatum alla Terra (1951) di Robert Wise - Minirece

Se la pace è una minaccia

À la guerre comme à la guerre! A Monaco, ancora una volta, l’Occidente ha calato la maschera affermando che la guerra è il suo modo di contrastare – o almeno provarci – un declino evidente, riscontrabile già dai dati economici e demografici.

Il problema ora è: la guerra a chi, insieme a chi, il come e il quando.

Una volta saltata la ferrea alleanza euro-atlantica tutte le variabili hanno assunto un peso diverso. Gli Stati Uniti trumpiani hanno rotto gli indugi e ragionano per conto proprio, l’Unione Europea si scopre inadatta ad agire in tempo reale in virtù di un assetto istituzionale tra il barocco e l’assembleare, dove ogni formichina può fermare ogni decisione. Ma la guerra non ammette esitazioni... 

Il resto del mondo guarda, registra la rinascita senza veli dell’antico spirito guerrafondaio e colonialista occidentale, si prepara a reagire contando su un assai diverso rapporto di forza rispetto al passato, ma anche consapevole che ogni contrasto frontale è un rischio. L’attacco al Venezuela, la boiata genocida e palazzinara del “Board of peace”, la preparazione dell’assalto all’Iran, l’agognato ritorno in Africa da parte di una Francia a pezzi... Ce n’è abbastanza per sciogliere eventuali dubbi sulle vere intenzioni dell’Occidente.

Se anche le dichiarazioni dei vari primi ministri fossero state un po’ più ambigue, ci ha pensato comunque il meno sveglio di tutti – il britannico Keir Starmer – a sintetizzare il “programma”. Parlando della possibile soluzione del conflitto in Ucraina, per ora voluta soltanto dagli Stati Uniti, interessati ad altri scenari, se n’è uscito affermando che “la pace non ridurrebbe il pericolo, ma lo aumenterebbe”

Ma se la pace è una “minaccia” allora la guerra diventa una “necessità vitale”. Non ancora la “sola igiene del mondo” – come nelle follie futuriste del protofascismo italico – ma l’unica prospettiva a breve termine.

Il problema è, ripetiamo: la guerra a chi, insieme a chi, il come e il quando.

Avevamo notato subito che se si passa “da un mondo basato sui valori ad un mondo basato sugli interessi” le soluzioni proposte o imposte con la forza non saranno più “tendenzialmente universali” ma esplicitamente particolari. Gli interessi di un paese o di un’area del mondo saranno differenti o addirittura contrapposti quando si tratterà – come sta già avvenendo – di competere per risorse scarse o di cui si è privi. Dal petrolio alle terre rare, a quel che volete... 

Non che prima fosse molto diverso, ma il tutto avveniva sotto le apparenze di una “legalità internazionale” astratta, coincidente con la “comunità internazionale” di fatto identificata con l’area euro-atlantica e qualche paese periferico (Giappone, Australia, ecc.).

Gli occidentali – di ogni classe sociale – potevano insomma dormire tranquilli, godersi in prima serata lo spettacolo della guerra ridotta a war game, e accettare lo statu quo. Meglio servi – ma vivi – qui, che finire come i bombardati altrove... 

Il nuovo quadro strategico è ancora poco metabolizzato ma già sconvolgente. Per averne la dimensione basta guardare le prime reazioni del “baricentro mediatico” dell’establishment italiano: il Corriere della Sera.

Nell’arco di appena 24 ore due “approfondimenti” autorevoli (di Milena Gabanelli e del tuttologo Federico Fubini) hanno improvvisamente identificato due nuovi potenziali nemici che fino al giorno prima erano “alleati” senza se e senza ma: Stati Uniti e Germania (col Giappone di rincorsa).

La prima ha “scoperto” che il sistema dei pagamenti Swift, controllato da Washington, permette agli Usa di bloccare improvvisamente l’operatività su conti correnti e carte di credito di chiunque nel mondo. Era così da ottant’anni, ma meglio tardi che mai... 

L’occasione è stata offerta dalle “sanzioni individuali” che hanno colpito cinque giudici della Corte Penale Internazionale e la “reproba” Francesca Albanese, tutti “rei” di denunciare il genocidio dei palestinesi.

Al Corriere nessuno aveva avuto nulla da eccepire quando Trump aveva monarchicamente disposto quelle “sanzioni”, trovandole magari persino “motivate”, salvo poi accorgersi – magari a cavallo dell’offensiva sulla Groenlandia – che quella stessa paralisi può colpire anche... un giornalista del Corriere.

Da qui al desiderio di avere un “sistema alternativo”, europeo, è un attimo. La frammentazione dei canali di pagamento corrisponde così alla frammentazione degli interessi e del mercato mondiale. Non a caso russi e cinesi avevano provveduto già da tempo, nonostante i lazzi e le maledizioni di via Solferino.

Idem per Fubini, che vede ora con molta preoccupazione – e giustamente! – l’autonomizzazione della Germania rispetto alla stessa Unione Europea e secondo la ben nota logica trumpiana (“se ci state dietro, bene, altrimenti facciamo anche da soli”).

Il che, parlando di armamenti nucleari, non è esattamente tranquillizzante, specie calcolando che i neonazisti dell’AfD – peraltro benedetti dai trumpiani – saranno probabilmente in posizioni di governo nei prossimi anni.

Al dunque. Se “la pace è una minaccia” e “la guerra può essere con chiunque” (anche se al Corriere preferirebbero ancora che fosse contro la Russia, naturalmente), ragione imporrebbe che ci si fermasse prima di finire al di là delle colonne d’Ercole.

Ma il freno non c’è. Il terrore di perdere “la nostra posizione sul mondo” – di supremazia e diritto di rapina – impedisce persino di vedere che “la banda” di rapinatori ha perso coesione, unità di intenti e di interessi, accettazione dei ruoli. “Il capo” si autonomizza, i sottoposti europei restano a metà del guado, incerti tra il compattare i resti o cambiare la formazione.

Un gioco a occhi chiusi, alla spera-in-dio... Ma con l’atomica sul tavolo.

L’unica variabile che il Corriere e ogni establishment non può prendere in considerazione è che le classi e i popoli fin qui silenti, in Occidente, si risveglino dal coma farmacologico riscoprendo che i propri interessi non coincidono affatto – anzi! – con quelli della classe dirigente.

Lavorare a questo e fermare i folli è l’unica possibilità di evitare il disastro generale. Perché l’unica vera minaccia è naturalmente la guerra...

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Il Niger si prepara “alla guerra contro la Francia”. La posta in gioco sull’uranio nigerino

Venerdì scorso, il leader della giunta al potere in Niger, il generale Abdourahamane Tiani, ha rinnovato le accuse secondo cui la Francia sarebbe dietro l’attacco del 29 gennaio all’aeroporto di Niamey, un attacco rivendicato dagli jihadisti dello Stato Islamico nel Sahel.

Ha descritto l’incidente come parte di una “malata agenda di destabilizzazione”, sostenendo che il suo apparente obiettivo di paralizzare il trasporto aereo del Niger fosse infine fallito. Ma ha anche accusato direttamente quelli che ha definito “gli sponsor di questi mercenari” facendo i nomi di Macron e dei presidenti della Costa d’Avorio Quattara e del Benin Patrice Talon. “Li abbiamo sentiti abbaiare abbastanza, ora si preparino a sentirci ruggire” ha dichiarato Tiani in un discorso tenuto durante un raduno allo stadio di Njamey,

Parigi ha ripetutamente negato qualsiasi coinvolgimento attraverso il portavoce delle forze armate francesi, colonnello Guillaume Vernet, il quale ha definito le accuse come parte di una “guerra informativa”.

Il Financial Times titola che in Niger ci sono “Mille tonnellate di uranio nel mirino dell’Isis”. Il riferimento è alla spedizione di circa 1.000 tonnellate di “yellow cake” (concentrato di uranio) bloccato all’aeroporto di Niamey da diverse settimane e oggetto, appunto, delle tensioni tra Francia e Niger.

“Ci troviamo di fronte a persone che, a causa dei nostri beni, della nostra ricchezza, vogliono a tutti i costi riportarci alla situazione che li ha resi prosperi”, ha affermato un altro membro della giunta nigerina, il generale Amadouu Ibro, l’11 febbraio scorso.

Lo stesso Ibro, membro della giunta al potere in Niger dal 2023, ha invitato la popolazione “a prepararsi a una guerra con la Francia”.

Il Niger accusa regolarmente Parigi di voler destabilizzare il paese e il capo della giunta, il generale Aboudrahamane Tiani, ha designato direttamente il presidente francese Emmanuel Macron come “lo sponsor” dei jihadisti dello Stato Islamico che hanno attaccato l’aeroporto internazionale di Niamey alla fine di gennaio.

Gli ultimi soldati francesi della missione Barkhane, hanno lasciato il Niger alla fine del 2023. E la Francia da allora non ha mai smesso di pensare a come rimettere sotto controllo l'ex colonia africana.

Secondo Jeune Afrique, Niamey rivendica una politica di sovranità, in particolare sulle materie prime, ed ha nazionalizzato Somaïr, una sussidiaria del colosso francese Orano (la ex Areva, ndr), che a sua volta ha avviato diverse azioni legali contro il governo. Il Niger ha annunciato alla fine del 2025 la sua intenzione di mettere l’uranio prodotto sul mercato internazionale.

Il giornale francese La Tribune riferisce che il presidente nigerino Abdourahamane Tiani ha riaffermato la posizione di Niamey riguardo all’uranio prodotto ad Arlit prima della nazionalizzazione. “Niamey non torna indietro sulla nazionalizzazione, ma distingue tra l’uranio prodotto prima dell’acquisizione della miniera, che considera rimborsabile in proporzione alla precedente partecipazione di Orano, e quello estratto successivamente, che sostiene essere esclusivamente nigerino”.

Si tratta del 63,4% di 156.231 tonnellate di uranio prodotte prima della nazionalizzazione della francese Orano. Per la nuova giunta nigerino tutto quello prodotto successivamente è di proprietà del Niger.

È bene rammentare che se la Francia ha dovuto ritirare il suo contingente militare dal Niger, l’Italia è ancora presente su quel territorio.

L’Italia infatti dal 2018 ha circa 250 soldati nel paese africano ingaggiati nella cosiddetta Missione bilaterale di supporto in Niger (Misin), una presenza militare ufficialmente finalizzata “all’addestramento e alla formazione delle forze di sicurezza locali, al supporto logistico e alla cooperazione con le autorità nigerine nel contrasto al terrorismo, al traffico illecito e ai flussi migratori”.

È altrettanto utile rammentare che il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio – il secondo in Africa, dopo la Namibia – con circa il 5% della produzione mineraria globale nel 2022, pari a circa 2.020 tonnellate di uranio. L’uranio nigerino, tra l’altro, è anche quello di qualità più alta del continente africano. Basta questo per capire quale sia veramente la posta in gioco in questo paese africano.

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Board of Peace. La creatura di Trump per demolire l’Onu e liquidare i palestinesi

La prima riunione del Board of Peace, l’ircocervo affaristico/politico creato da Trump, si terrà a Washington il prossimo giovedì 19 febbraio. Da qualsiasi punto di vista lo si guardi è fin troppo evidente che si tratta di un passaggio di quella “demolizione” dell’ordine internazionale perseguita dall’amministrazione statunitense.

Sul piatto verranno messi i primi 5 miliardi raccolti tra gli Stati-soci per essere investiti nel business immobiliare della riviera di Gaza. Ma prima dovranno gettare a mare milioni di tonnellate di macerie (e i resti umani in esse rimasti intrappolati) e mandare via tutta o gran parte della popolazione palestinese della Striscia. Tra le ipotesi c’è quella di ammucchiarla e confinarla in un’area recintata e controllata, condannandola ad una vita da profughi in un carcere a cielo aperto. Robert Inlakesh scrive su The Cradle che in questo progetto Israele potrebbe contare sulla complicità degli Emirati Arabi Uniti.

Al fondo finanziario mancano però ancora parecchi dei soldi annunciati. Se ogni stato aderente al Board of Peace deve versare almeno un miliardo di dollari per essere ammesso con un seggio permanente al club, fanno difetto ancora diversi pagatori. In compenso vari paesi si sono impegnati a fornire migliaia di soldati per la Forza internazionale di stabilizzazione e la polizia locale, “per mantenere sicurezza e pace per la popolazione di Gaza”. Ma al momento Israele non vorrebbe tra le scatole a Gaza né truppe turche, né indonesiane.

A questa struttura, che Trump annuncia avere “un potenziale illimitato” e di voler e poter essere utilizzata non solo a Gaza ma anche altrove, hanno finora aderito Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar, Barhein, Giordania, Marocco, Pakistan, Indonesia, Armenia, Azerbaijan, Uzbekistan, Kosovo, Argentina, Vietnam. Israele si è unito all’iniziativa “Board of Peace”, secondo quanto dichiarato mercoledì da Netanyahu, solo durante la sua visita a Washington, dove ha incontrato Trump e il Segretario di Stato Marco Rubio.

Per l’Europa al momento ci sono solo Ungheria e Albania, forse la Bielorussia, mentre l’Italia di Giorgia Meloni sta infilando come di consueto i piedi in due scarpe, tenendosene fuori formalmente ma cercando di rientrarvi come osservatore.

Insomma il governo Meloni vuole tenersi stretto Trump ma deve fare i conti con i vincoli dell’art.11 della Costituzione in materia di adesione a organizzazioni internazionali, vincoli ai quali fanno riferimento i partiti dell’opposizione per sbarrare il passo al governo nell’adesione all’organismo.

La ripetitiva e inefficace richiesta delle opposizioni di “venire a riferire in Parlamento” è stata però subito accolta e neutralizzata, se ne discuterà infatti oggi alla Camera con delle comunicazioni del ministro degli esteri Tajani e, pare, con un voto finale sulle risoluzioni che verranno presentate.

Ma la Meloni ha anche un problema di soldi. Se vuole stare dentro al Board deve “cacciare” almeno un miliardo di dollari. A meno che non intenda distoglierlo dai 5,5 miliardi di euro stanziati per il fatidico Piano Mattei (di cui spesi in tre anni e mezzo solo 1,3 miliardi, ndr) dovrebbe tirare per la giacca di brutto il ministro dell’Economia e non sarebbe una passeggiata, per di più senza grandi convinzioni e consensi intorno ad una scelta che mette in sollecitazione sia i rapporti con il resto della UE e con la stessa Onu.

Il varo del Board of Peace, come noto è stato ufficialmente annunciato lo scorso gennaio da Jared Koushner al World Economic Forum di Davos e viene descritto come un nuovo organismo internazionale che, almeno nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe occuparsi della gestione e della risoluzione dei conflitti globali, insomma una sorta di Onu alternativa e in formato Trump.

Nella bozza dello Statuto del Board of Peace paradossalmente non c’è nessun riferimento esplicito a Gaza ma si evoca un mandato molto più ampio per la “promozione di stabilità, pace e governance” nelle aree colpite o minacciate da conflitti. Alcune dichiarazioni dello stesso Trump lasciano intendere che il Board of Peace “potrebbe” arrivare a sostituire le Nazioni Unite e avrebbe nel presidente USA un “presidente a tempo indeterminato”.

Intervenendo alla recente Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha dichiarato che l’ONU “non poteva risolvere la guerra a Gaza” e “praticamente non ha avuto alcun ruolo nella risoluzione dei conflitti globali”.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu intervenendo ad una sessione speciale della Knesset, riferendosi alla Fase 2 per Gaza, ha già chiarito che “la prossima fase non è la ricostruzione ma il disarmo di Hamas”. Tel Aviv ha aderito al Board of Peace solo dopo la recentissima visita di Netanyahu negli USA e dopo molti tentennamenti. Gli interessi di Israele al momento non sembrano coincidere esattamente con quelli della Casa Bianca.

L’ANP è stata esclusa dal Board, ma il piano statunitense prevede un’amministrazione di Gaza affidata a un comitato tecnocratico palestinese separato, chiamato “Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza” (NCAG). Questo comitato di 15 membri è guidato da Ali Shaath, un ex funzionario dell’ANP originario di Gaza, e opererà sotto la supervisione del Board of Peace.

I palestinesi appaiono molto divisi tra i pochi favorevoli e i molti contrari nel dare adesione e credibilità al Board of Peace. Mustafa Barghouti, segretario generale dell’Iniziativa Nazionale Palestinese, ha avvertito i leader che stavano vivendo in una “bolla di illusione”. “Mentre parliamo, il governo israeliano ha dichiarato che tutta la Cisgiordania è disponibile per gli insediamenti”, ha detto Barghouti. “Hanno praticamente dato il colpo di grazia all’accordo di Oslo davanti a tutto il mondo”.

Che l’Italia della Meloni voglia sentirsi parte di tale progetto è l’ennesimo orrore che questo governo vorrebbe farci ingoiare sul piano della collocazione internazionale del nostro paese. Del resto la normalità con cui si è reso complice con il genocidio dei palestinesi e l’accanimento contro la relatrice dell’Onu Francesca Albanese hanno già detto molto. Ma qui siamo ben dentro una insanabile passione per il lavoro sporco.

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Starmer, per conto di chi è “premier”?

Il traballante Primo Ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato: “Dopo un accordo di pace sull’Ucraina, dovremo essere pronti a combattere la Russia”.

Starmer è spacciato. Ma le forze oscure che lo hanno portato al potere sono più forti che mai.

Le classi politiche e mediatiche che un tempo veneravano Mandelson e ora lo stanno abbandonando sono le stesse che hanno trascorso cinque anni a distruggere Corbyn.

Circa 30 anni fa, la politica britannica è diventata, per sua natura, una scatola nera: un’arena in cui i potenti ricchi esercitano la loro influenza politica, ermeticamente isolata dalla vista degli elettori.

Solo ora, con la pubblicazione di una parte dei file Epstein, una fioca luce sta illuminando i suoi recessi, a indicare quanto completamente la classe dei miliardari abbia preso il controllo della vita politica in Gran Bretagna.

Il processo ebbe inizio negli anni Novanta, quando l’allora primo ministro Tony Blair reinventò il Partito Laburista, un tempo socialista e democratico, chiamandolo “New Labour”, accettando i presupposti neoliberisti del suo predecessore conservatore, Margaret Thatcher.

Blair abbandonò progressivamente il tradizionale sostegno ai sindacati e trasformò il partito laburista in un partito manageriale al servizio del capitale, promettendo di servire gli interessi delle più grandi aziende del mondo [questo processo è assolutamente contemporaneo dell’analoga trasformazione dell’ex Pci in Pd, ndr].

La figura che personificava questa tendenza fu Peter Mandelson, uno degli artefici del New Labour. Nel 1998, durante un viaggio nella Silicon Valley in qualità di segretario al Commercio per incontrare i miliardari emergenti del settore tecnologico, dichiarò la famosa frase: “Siamo estremamente tranquilli riguardo al fatto che la gente diventi ricca sfondata”.

Gli piace sottolineare di aver aggiunto “purché paghino le tasse”. Ma Blair e Mandelson hanno contribuito a progettare condizioni preferenziali che hanno garantito che i giganti della tecnologia non pagassero praticamente alcuna tassa nel Regno Unito, il tutto, ovviamente, nell’interesse di “attrarre investimenti”.

Il problema non era semplicemente che le priorità del New Labour erano diventate simili a quelle dei Conservatori.

E non è stato solo il fatto che il partito laburista si sia avvicinato ai super-ricchi a spingere i conservatori sempre più a destra nel tentativo di distinguersi, un processo che ha portato infine all’implosione del Partito Conservatore e all’emergere di un nuovo pretendente al trono della destra, il partito “riformista” di Nigel Farage.

No, il problema più grave era che, mentre il New Labour e i Tories gareggiavano equamente per ottenere il favore dei super-ricchi e dei media di loro proprietà nella speranza di essere introdotti alla carica, nessuno dei due osava invertire i guadagni economici inaspettati accumulati dai miliardari.

Né entrambi i partiti avevano alcun incentivo a denunciare la crescente presa di potere e corruzione della politica britannica da parte della classe dei miliardari, perché quella presa di potere era diventata il vero scopo del gioco politico.

Così nacque la scatola nera della politica britannica, finché i file Epstein, resi pubblici da un’amministrazione Trump più preoccupata di proteggere i propri segreti che quelli dei politici britannici, non ne hanno sollevato il coperchio quel tanto che bastava per rivelare cosa stava succedendo al suo interno. 

Il Primo Ministro coltivato in laboratorio

La polizia britannica sta ora indagando su Mandelson per “cattiva condotta nell’esercizio della sua carica pubblica”, in base alle accuse secondo cui avrebbe fatto trapelare informazioni governative riservate a Jeffrey Epstein nel 2009 e nel 2010, informazioni che Epstein avrebbe potuto utilizzare per arricchirsi.

Andrew Mountbatten-Windsor, un membro meno formale del sistema politico, sembra aver fatto più o meno la stessa cosa nella sua veste di inviato commerciale della Gran Bretagna.

Nello stesso periodo, Mandelson è noto per aver fatto pressioni sul Tesoro, su suggerimento di Epstein, affinché attenuasse la prevista tassa sui bonus dei banchieri. Incoraggiò l’amministratore delegato della banca d’investimento JP Morgan a “minacciare moderatamente” l’allora cancelliere per dissuaderlo dal sostenere la tassa.

Mandelson e il suo attuale marito, Reinaldo Avila da Silva, avevano già ricevuto ingenti pagamenti da Epstein.

Dopo le rivelazioni, i politici laburisti hanno fatto a gara per prendere le distanze da Mandelson, anche quelli, come il ministro della Salute Wes Streeting, che erano noti per essere suoi vicini.

Ma in realtà è difficile immaginare che Mandelson, esperto esponente del partito laburista e mentore della cerchia di funzionari che ha portato Keir Starmer al potere, fosse una specie di caso isolato.

Fermatevi un attimo per analizzare gli ultimi quattro primi ministri della Gran Bretagna: tre conservatori (Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak), seguiti dal laburista Starmer.

Sono la prova lampante di come la classe dei miliardari sia riuscita a svuotare le strutture politiche britanniche al punto che non riescono più a produrre leader seri.

Johnson non era solo un bugiardo seriale, ma riuscì persino nell’impresa sbalorditiva di trasformare una vita da pagliaccio in una qualifica di leadership. Era il politico panem et circenses per eccellenza.

Truss arrivò in carica così inebriata dalle fantasie alimentate dai miliardari sui mercati non regolamentati che prontamente fece crollare proprio il sistema che credeva di aver liberato.

Con Sunak, i miliardari avevano uno dei loro al comando, nel suo caso un quasi miliardario, con un patrimonio pari a quello di Re Carlo. Come cancelliere, Sunak era così fuori dal mondo reale che non sapeva come usare una carta di credito contactless.

E ora, in Starmer, i miliardari hanno trovato il loro “uomo del popolo” sintetico, creato in laboratorio: uno così inesperto di politica e potere che i suoi più stretti consiglieri, nascosti alla vista, hanno detto ai giornalisti che era un contenitore vuoto attraverso cui gestivano il governo.

Oppure, come dicono loro, usando una metafora che risuona soprattutto con le élite bancarie e mediatiche londinesi: “Keir non guida il treno. Pensa di guidarlo, ma lo abbiamo messo davanti alla DLR”, un riferimento alla Docklands Light Railway, la linea ferroviaria leggera automatizzata e senza conducente che collega il centro commerciale, bancario e mediatico di Canary Wharf al resto di Londra. 

“Nessun altro posto dove andare”

Starmer, il primo ministro più impopolare di sempre, si aggrappa alla carica con le unghie e con i denti.

Ci riesce in gran parte perché Mandelson e i suoi protetti, tra cui Morgan McSweeney, capo dello staff di Starmer, costretto a dimettersi lo scorso fine settimana nel tentativo di salvare il suo capo, hanno da tempo svuotato il Partito Laburista di chiunque avesse talento o indipendenza di pensiero.

Perché? Perché il partito laburista di Mandelson rifiutava politiche sostanziali che richiedessero il confronto con i ricchi. Non si considerava più un rappresentante degli interessi dei lavoratori in opposizione allo sfruttamento da parte di un’élite aziendale.

Il suo unico obiettivo era rassicurare i miliardari che proteggere i loro profitti era fondamentale. Tutto il resto era secondario.

Jon Trickett, che in passato è stato segretario privato di Mandelson, osserva che il New Labour dava per scontato che “gli elettori della classe operaia non avessero nessun altro posto dove andare. Secondo questa logica, il governo non aveva bisogno di usare il potere di governo per assicurarsi i loro voti”.

Conclude: “In definitiva, il New Labour avrebbe dovuto essere meno un movimento di rinnovamento e più un riorientamento verso le reti d’élite del capitale globale”.

L’ex attivista laburista James Schneider osserva su Mandelson: “Ha lavorato per modernizzare il linguaggio del partito e riorganizzarne le lealtà, per rendere il partito sicuro per i consigli di amministrazione, malleabile nei confronti dei lobbisti e ostile a qualsiasi ripresa dei suoi vecchi impegni nei confronti dei sindacati o della proprietà pubblica”.

Fu questa intimità con la classe dei miliardari a far sì che Mandelson continuasse a tornare al governo come un soldo rotto, nonostante venisse spesso licenziato in disgrazia. 

Tiro al bersaglio

La lente più adatta per valutare l’attuale crisi del partito laburista, e lo scandalo Mandelson, è quella del predecessore di Starmer alla guida del partito, Jeremy Corbyn.

La classe politica e mediatica che un tempo venerava Mandelson e ora si affretta a rinnegarlo è la stessa classe che ha trascorso cinque anni a distruggere Corbyn.

Di fatto, Mandelson e Corbyn sono stati i due assi attorno ai quali si sono fuse le diverse visioni del futuro della Gran Bretagna nel partito laburista.

Sotto la guida di Blair, Mandelson si impegnò a rimodellare i parlamentari e la burocrazia del partito laburista a sua immagine: come partito manageriale per la classe emergente dei signori della tecnologia.

Ma non è riuscito a portare con sé il terzo centro di potere del partito laburista, ovvero i suoi membri, ed è per questo che Corbyn è sfuggito alle garanzie istituzionali nel 2015 e si è ritrovato eletto leader.

A quel tempo, il partito laburista era da tempo un partito tecnocratico e senz’anima, in competizione con i conservatori per soddisfare le esigenze dei ricchi, pur nutrendo la fragile speranza che, per miracolosa osmosi, un po’ della loro ricchezza sarebbe arrivata anche a noi.

Le priorità politiche di Corbyn erano l’antitesi di tutto ciò che Mandelson rappresentava e l’opposto di ciò che volevano i miliardari a cui per decenni è stato permesso di saccheggiare i servizi pubblici britannici.

Chiedeva la ricostruzione di un’economia redistributiva più equa, basata sui principi del socialismo democratico. Voleva riprendere il controllo dei servizi pubblici nazionali ed espandere i servizi pubblici. Il suo obiettivo era costruire solidarietà comunitaria e di classe: “Per i molti, non per i pochi”.

Nel 2017, Mandelson rivelò che sbarazzarsi di Corbyn come leader del partito laburista era la sua missione politica: “Lavoro ogni singolo giorno, in qualche piccolo modo, per anticipare la fine del suo mandato. Qualsiasi cosa, per quanto piccola possa essere – un’e-mail, una telefonata o una riunione che convoco – ogni giorno cerco di fare qualcosa per salvare il Partito Laburista dalla sua leadership”.

I media di proprietà dei miliardari, ovviamente, erano più che disposti ad aiutarlo.

Corbyn era considerato troppo “trasandato” per essere primo ministro. Era sessista. O non era abbastanza patriottico o rappresentava una minaccia per la sicurezza nazionale. O era troppo ottuso per guidare il Paese o era una spia russa.

E infine, naturalmente, lui e le centinaia di migliaia di nuovi membri attratti dal partito laburista dal suo messaggio di cambiamento e speranza erano antisemiti perché criticavano l’occupazione permanente e illegale dei palestinesi da parte di Israele.

Nell’ombra, venivano preparati piani di emergenza in caso di vittoria di Corbyn. Un generale dell’esercito ha dichiarato al Sunday Times che la classe dirigente si sarebbe ammutinata per rovesciare qualsiasi governo guidato da Corbyn. Immagini trapelate mostravano soldati in Afghanistan che usavano il suo volto come bersaglio. 

‘Corri il guanto di sfida’

Dietro tutto questo si cela la potenza degli Stati Uniti, il nucleo imperiale la cui politica è ancora più profondamente radicata nella classe dei miliardari.

In una registrazione trapelata nel 2019, il Segretario di Stato americano ed ex direttore della CIA, Mike Pompeo, avvertì che era fondamentale impedire al leader laburista di arrivare al potere, suggerendo che fosse già in corso una campagna organizzata per screditare Corbyn.

“Potrebbe darsi che Corbyn riesca a superare la sfida e farsi eleggere. È possibile”, ha detto Pompeo. “Sappiate che non aspetteremo che faccia queste cose per iniziare a reagire. È troppo rischioso, troppo importante e troppo difficile una volta che è già successo”.

Perché le istituzioni statunitensi e britanniche erano così determinate a fermare l’avanzata di Corbyn, anche se ciò significava sabotare apertamente il processo politico democratico del Regno Unito?

Proprio perché Corbyn era l’unico importante politico britannico a non essere stato catturato.

Durante il suo mandato come leader laburista, le elezioni britanniche hanno smesso di essere puro teatro politico. Il voto contava. La politica, per una volta, era una questione di sostanza. È emerso un leader che non equiparava gli interessi degli elettori comuni alla ricchezza dei miliardari.

Se Corbyn fosse riuscito a superare la sfida di Pompeo ed entrare al numero 10 di Downing Street, sarebbe stato in grado di sradicare la cricca di Mandelson che controlla il partito laburista e di restituire voce alla gente comune.

Corbyn intendeva porre fine al regime di austerità bipartisan in vigore nel Regno Unito, ormai durato 16 anni, ovvero la politica economica che giustificava le continue razzie delle casse pubbliche da parte dei miliardari.

Le imposte sul patrimonio, i limiti alle retribuzioni eccessive, la comproprietà dei lavoratori nelle grandi aziende, la nazionalizzazione e le imposte sugli utili straordinari avrebbero tutti colpito duramente le tasche dei miliardari. 

Le linee rosse di Corbyn

È altrettanto difficile immaginare che la politica estera britannica avrebbe seguito lo stesso corso bipartisan degli ultimi anni sotto la guida di Corbyn.

Egli non avrebbe mai dato priorità ai profitti dei produttori di armi rispetto alla vita di decine di migliaia di bambini palestinesi a Gaza.

Non avrebbe mai accettato di utilizzare aerei britannici per trasportare bombe statunitensi da 2.000 libbre in Israele per radere al suolo Gaza, né di effettuare voli spia della RAF sull’enclave per fornire a Israele le informazioni di intelligence utilizzate per colpire i palestinesi.

Inutile dire che non avrebbe mai accettato, come ha fatto Starmer, che Israele avesse il “diritto” di privare la popolazione di Gaza di cibo, acqua e carburante.

E avrebbe respinto la serie di restrizioni alla libertà di parola e di protesta in patria, volte a proteggere Israele dagli oppositori del suo documentato genocidio – ora riclassificati come “terroristi” – che stanno gradualmente spianando la strada a uno stato di polizia.

Più in generale, si sarebbe opposto al continuo sostegno britannico alle “guerre eterne”, linfa vitale di una classe miliardaria che ha bisogno di controllare le risorse globali per sé e che ingrassa sempre di più grazie ai profitti delle industrie belliche.

Non avrebbe mai accettato, come ha fatto Starmer, di più che raddoppiare la spesa del Regno Unito per la macchina da guerra della NATO, una bella piccola entrata per i miliardari su cui insiste il miliardario Donald Trump.

Sotto Corbyn, la Gran Bretagna avrebbe ceduto il controllo del suo enorme database NHS, ovvero i dati su di te e su di me, a un gigante della tecnologia di spionaggio statunitense come Palantir, che è già fondamentale nel genocidio di Israele a Gaza e nella neonata milizia fascista di Trump, l’ICE?

Sappiamo la risposta, perché Corbyn ce l’ha detta.

Uno dei ministri di Corbyn chiederebbe, come il ministro degli Interni Shabana Mahmood, di usare l’intelligenza artificiale per reinventare un’idea di sorveglianza del XVIII secolo, il Panopticon, che garantirà, per usare le sue parole, che “gli occhi dello Stato possano essere puntati su di te in ogni momento”

Legami poco chiari con i miliardari

C’è un motivo per cui ora è aperta la caccia a Mandelson. Perché i miliardari – e i loro media – preferirebbero che il tuo odio fosse rivolto alla loro arci-creatura piuttosto che a loro direttamente.

La teoria della “mela marcia” (o due, se si conta Mountbatten-Windsor) distoglie utilmente la nostra attenzione da chi e cosa veniva servito.

L’attenzione si concentra sul rapporto personale di Mandelson con Epstein. Ma la sua rete di legami commerciali si estendeva ben oltre un singolo predatore sessuale.

Fino a questo mese, quando è stato costretto a disinvestire sotto l’attento controllo in seguito alla pubblicazione dei file Epstein, Mandelson era fondatore e socio senior della società di lobbying Global Counsel. I suoi clienti sono alcune delle aziende più potenti del pianeta.

Molti di loro si stanno ora salvando per evitare di essere associati a Mandelson. Ma tra i clienti esistenti o recentemente usciti ci sono colossi della tecnologia come Palantir, TikTok e OpenAI; aziende di combustibili fossili come Shell, Anglo American e Glencore; servizi finanziari come JP Morgan, Standard Chartered, Barclays e Bank of America; e aziende di beni di consumo come Nestlé, Shein, BMW e la Premier League inglese.

Non è che queste aziende abbiano commesso qualcosa di illegale nell’essere rappresentate da Global Counsel, o che Global Counsel stessa abbia commesso qualcosa di illegale. È che l’interfaccia in gran parte invisibile tra il mondo della politica e le aziende più potenti della storia umana ha plasmato ciò che è considerato legale.

L’oscurità di questo sistema è proprio il suo punto.

Nel 2010, Mandelson disse a Epstein che la Global Counsel, che stava allora fondando, avrebbe fornito “consulenti sulla politica degli accordi che si desidera negoziare e sulle questioni che si desidera risolvere o sulle modifiche normative necessarie per la protezione/il successo commerciale”.

Almeno ora, sotto pressione, la nostra classe politica prigioniera sta iniziando a porsi domande molto limitate su cosa stia realmente accadendo.

Ad esempio, come ha fatto il cliente di Mandelson, Palantir, ad aggiudicarsi un contratto da 241 milioni di sterline (329 milioni di dollari) con il Ministero della Difesa del Regno Unito senza una gara d’appalto aperta? E perché un incontro ufficiale a Washington DC tra Mandelson, Starmer e l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, non è stato verbalizzato?

Un altro cliente di Global Counsel, OpenAI, che ha recentemente firmato un accordo con il Regno Unito per valutare l’integrazione della sua intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari, di sicurezza e di istruzione, ha recentemente nominato George Osborne, ex cancelliere britannico, come suo rappresentante principale. Sarà responsabile della collaborazione con i governi di tutto il mondo per la definizione delle loro politiche in materia di intelligenza artificiale . 

Diffamazione

È impossibile immaginare che Corbyn si sia inserito volontariamente in questo mondo di controllo aziendale, ora requisito minimo per qualsiasi politico che aspiri a un ruolo nel governo, ed è per questo che non solo i miliardari e i loro media, ma anche la burocrazia del Partito Laburista, hanno lavorato instancabilmente alla diffamazione di Corbyn.

L’ascesa e la caduta di Morgan McSweeney, fino allo scorso fine settimana capo dello staff di Starmer, esemplificano questa oscura impresa congiunta delle élite politiche e imprenditoriali.

McSweeney ha mosso i primi passi in politica nei primi anni 2000, sviluppando per Mandelson un database politico noto come “Excalibur” per perfezionare i messaggi della campagna elettorale laburista e raccogliere informazioni da utilizzare contro gli oppositori politici, tra cui i parlamentari laburisti, spesso divulgandole a giornalisti favorevoli.

McSweeney non solo ha avuto un ruolo fondamentale nella creazione del primo ministro di plastica per eccellenza, Starmer, ma è stato anche determinante nella precedente campagna autolesionista del partito laburista per far cadere Corbyn, come spiega il giornalista investigativo Paul Holden nel suo recente libro The Fraud.

Subito dopo l’elezione di Corbyn a leader del partito laburista nel 2015, McSweeney prese le redini di un gruppo di fazioni che formò un think tank chiamato Labour Together, la cui missione segreta era quella di distruggere il nuovo leader e promuovere un sostituto visto più favorevolmente dai donatori aziendali.

Di fatto, Labour Together è diventato un fondo segreto destinato principalmente a ricchi donatori, uno dei quali era profondamente interessato a riciclare l’immagine di Israele, l’altro aveva fatto ingenti investimenti nell’assistenza sanitaria privata, per sostenere la causa.

Al momento delle elezioni del 2020 per sostituire Corbyn alla guida del partito laburista, Labour Together aveva accumulato una piccola fortuna.

Per legge, circa 730.000 sterline (996.000 dollari) avrebbero dovuto essere dichiarate alla Commissione Elettorale. Ma McSweeney non lo ha fatto e nel 2021 la Commissione Elettorale ha ritenuto il gruppo colpevole di oltre 20 diverse violazioni della legge. In seguito è stato multato.

Holden sostiene che l’evasività di McSweeney avesse uno scopo politico: impedire il controllo delle attività di Labour Together.

Il think tank ha utilizzato i fondi non dichiarati per fondare clandestinamente gruppi di “astro-turf” – finti movimenti di base finanziati da aziende – che hanno promosso una campagna diffamatoria contro Corbyn e i suoi sostenitori, bollandoli come antisemiti. Allo stesso tempo, Starmer è stato promosso, soprattutto tra i membri del partito laburista, come un uomo pulito che avrebbe ampiamente seguito le orme di Corbyn.

Una volta diventato leader, Starmer aveva tutte le carte in regola per epurare gli esponenti della sinistra dal partito e smembrare la base dei suoi iscritti, in modo che il controllo potesse essere restituito ai donatori aziendali.

Holden conclude: “Il progetto politico che ci ha portato al governo Starmer è stato un’impresa sconsiderata e probabilmente illegale, la cui cattiva condotta minaccia la salute della democrazia britannica”

Merce danneggiata

In particolare, Holden e un piccolo gruppo di giornalisti che hanno cercato di scrutare la scatola nera della politica britannica sotto Starmer hanno scoperto questo mese di essere stati loro stessi presi di mira da un’indagine segreta da parte di un alleato di Starmer.

Nel 2023, Josh Simons, ora ministro del governo laburista, pagò 30.000 sterline (41.000 dollari) a un’agenzia di pubbliche relazioni per la gestione delle crisi, affinché identificasse i giornalisti, tra cui Holden, che avevano indagato sulle attività di Labour Together, nonché le loro fonti.

All’epoca, Simons era il direttore di Labour Together, come successore di McSweeney.

Sembra che l’obiettivo fosse quello di spaventare i giornalisti o di diffamarli con storie inventate sui media.

Holden apre The Fraud con un resoconto del Guardian, in seguito all’operazione di sorveglianza di Simons, che lo avverte che stavano per pubblicare affermazioni secondo cui sarebbe stato indagato per un attacco informatico illegale alla Commissione elettorale nel 2021.

Quando Holden ha minacciato di intentare una causa per diffamazione, il Guardian ha fatto marcia indietro.

La verità è che gli scandali che hanno coinvolto Mandelson, McSweeney e Starmer sono stati fin troppo evidenti per i giornalisti di Westminster per anni.

Questi giornalisti hanno scelto di rimanere in silenzio, proteggendo la scatola nera, in parte per paura di tradire direttamente queste potenti figure politiche e in parte per paura di tradire i potenti proprietari delle piattaforme mediatiche che li impiegano.

Mandelson e McSweeney sono già fuori, e Starmer non è certo lontano da loro. Ora sono merce danneggiata e irreparabile. Ma il sistema che li ha creati è ancora forte come sempre. E presto troverà una nuova serie di avatar per eseguire i suoi ordini.

*****

La minaccia è la pace

Starmer si è presentato a Monaco e ha affermato che la Russia ha commesso un “errore strategico”.

Poi, nello stesso momento, ha ammesso che la Russia sta espandendo il suo esercito e la sua base industriale a una velocità vertiginosa, nel bel mezzo di una guerra.

Cos’è, Keir? Un errore... o una macchina che non riesci a fermare?

La verità è più sgradevole di entrambe le risposte. L’errore strategico non è stato il fatto che Mosca abbia frainteso l’Europa. Ma che è stata l’Europa a fraintendere Mosca.

L’Europa ha reciso la propria spina dorsale energetica. Ha svuotato la sua industria a comando e solo ora, all’ultimo minuto, cerca di riavviare un complesso militare-industriale in rovina. L’Europa si è convinta che le conferenze stampa teatrali potessero sostituire le linee di produzione e l’acciaio.

E ora Merz, con faccia seria, afferma che l’economia dell’UE è “dieci volte” quella della Russia, eppure l’Europa non è dieci volte più forte. Io lo interpreto più come una confessione dell’umiliazione dell’Europa.

Inoltre... non fingiamo che il numero 10x significhi quello che vogliono che significhi. La guerra industriale non si combatte con il PIL nominale. Si combatte con il potere d’acquisto, i costi energetici, la capacità produttiva e la capacità di mobilitazione dello Stato. Persino i burocrati della difesa a livello UE usano esplicitamente le conversioni in PPA quando confrontano i bilanci, perché chiunque sia serio sa che il prezzo di listino non equivale alla produzione reale.

E vogliono applausi per questo?

Poi Starmer fa la vera rivelazione... la pace non ridurrebbe il pericolo, ma lo aumenterebbe.

Leggetelo con calma. La minaccia è la pace. Non la guerra. Non l’escalation. Non un errore di calcolo.

Pace!

Quando la pace diventa una minaccia, non stai difendendo l’Europa: la stai preparando al sacrificio finale.

Quindi, quando Starmer afferma che un accordo di pace farebbe sì che la Russia “si riarmi più velocemente”, sta dicendo a voce alta la parte nascosta: in realtà non vogliono la pace a meno che non preservi il racket della mobilitazione. La pace diventa la “minaccia” perché pone fine al canale della paura che giustifica un decennio di spese, truffe Ponzi sugli appalti e politiche di emergenza.

Ed è qui che si passa dall’ipocrisia a qualcosa di più oscuro: Starmer sta di fatto offrendo volontariamente all’Europa una posizione di escalation “fino alla fine del decennio”, fingendo che questa sia “stabilità”. Questa retorica è come camminare nel sonno verso l’abisso. Non è necessario desiderare la catastrofe per orientarsi verso di essa, basta normalizzare il linguaggio dell’inevitabilità: “essere pronti a combattere, accelerare i preparativi, risposta completa”.

E chiariamo la scala di crescita a cui si sta avvicinando.

L’Europa è indietro di generazioni nell’adozione di sistemi missilistici e d’attacco di fascia alta, che oggi definiscono la deterrenza russa. La segnalazione russa con sistemi come l’Oreshnik, un missile balistico a medio raggio utilizzato almeno due volte dal 2024, con velocità fino a Mach 11 in fase terminale e dispersione del carico utile di tipo MIRV, è un messaggio cinetico: i gradini dell’escalation esistono e sono controllati dalla Russia.

Quindi risparmiateci il cosplay morale. L’Europa non ci è inciampata. L’ha scelto, con l’autolesionismo economico, la deindustrializzazione, il sabotaggio energetico, e poi il gran finale... vendere all’opinione pubblica un futuro in cui la pace è pericolosa e la mobilitazione perpetua è “responsabile”. Questo è l’errore strategico su scala darwiniana.

Questa asimmetria non è retorica. È fisica. E alla fisica non importa niente dei discorsi di Monaco.

Quindi, quando Starmer parla di “risposte complete” e “preparazione accelerata”, non sta offrendo sicurezza agli europei. Sta offrendo un futuro in cui gli errori di calcolo diventano statisticamente inevitabili.

E questa è la parte imperdonabile. L’escalation mascherata da prudenza è un’incoscienza criminale.

E la storia è spietata con i leader che scambiano la retorica delirante per potere.

Il video.

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Ciao Federico, ci mancherai

Non è per niente facile scrivere queste righe per ricordare Federico Frusciante e davvero non avremmo mai voluto scriverle; invece, così, di punto in bianco, ci è arrivata questa mattonata sulla testa, come è arrivata a tutta Livorno ma non solo, a tutti gli amici, i fan, i followers che Federico aveva in tutta Italia. Da ieri siamo più poveri e più soli: ci mancheranno il suo rigore morale e intellettuale, la sua bravura, la sua pazzesca competenza cinematografica, la sua capacità di intrattenere e divertire, il suo antifascismo militante sempre e comunque che lui metteva in ogni azione quotidiana e che difendeva sempre a testa alta. Perché Federico, quando parlava di un qualsiasi film, non parlava solo di cinema ma di società, di cultura, di politica mirando a scovare qualsiasi subdola particella di fascismo insita nel film che recensiva. Fascismo che, subdolamente, cambia faccia, e allora lo chiamiamo patriarcato, maschilismo, prevaricazione, arroganza che lui era straordinariamente capace di intravedere nelle opere cinematografiche di cui con competenza parlava.

Potete crederci: Federico non era solo un appassionato di film cosiddetti di genere, come l’horror da lui molto amato, ma un appassionato di tutto il cinema e sapeva parlare di qualsiasi film con competenza, dall’epoca del muto ai giorni d’oggi, dal cinema di genere ai più grandi registi. In anni e anni di gestione della sua videoteca “Videodrome” (nome che aveva ricavato dal capolavoro di Cronenberg), a Livorno, ha fatto conoscere e amare il cinema a generazioni di livornesi con i suoi consigli, le sue battute, la sua competenza. “Videodrome” non era solo un videonoleggio ma un luogo di aggregazione per ritrovarsi e improvvisare discussioni e chiacchierate sui più svariati argomenti, prima che imperversassero le piattaforme digitali di streaming. E, una volta chiuso il videonoleggio, ha intensificato la sua attività di youtuber instradando al cinema migliaia di giovani in tutta Italia, aprendo loro la mente, facendoli appassionare. Dietro un’apparenza ruvida era la persona più dolce del mondo, un grande gigante buono: anche per questo ci mancherà tantissimo.

Ma, banalmente possiamo dire che Federico non morirà mai perché ci sono le sue idee, i suoi video, le sue parole che ancora risuonano forti del suo indistruttibile antifascismo pieno di vita contro la morte che quotidianamente ci circonda, giorno dopo giorno. Continuiamo a guardare il cinema e la società come ci ha insegnato, con tanta critica costruttiva ma anche con tanto amore e passione. Lui, così refrattario a qualsiasi banalizzazione istituzionale, aveva un sogno: realizzare una “Casa del cinema” a Livorno, uno spazio pubblico dove proiettare film gratuitamente per tutti, dove discutere di cinema e dare l’opportunità a molti giovani cineasti in difficoltà di poter proiettare il loro film. Un sogno di cui le istituzioni cittadine si dovrebbero ricordare, almeno ora, per sconfiggere il devastante piattume culturale che ci circonda, adesso ancora di più.

La Redazione di Codice Rosso

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Il capitalismo e la cultura della banalità: un’analisi critica

Il capitalismo, in quanto sistema economico e sociale dominante in gran parte del mondo, ha lasciato un’impronta profonda nel modo in cui le società contemporanee percepiscono e valutano la realtà. Al di là del suo impatto sulla distribuzione della ricchezza e sullo sfruttamento delle risorse, questo sistema ha plasmato una cultura che privilegia il superficiale, l’effimero e lo spettacolare, relegando all’oblio la profondità del pensiero critico e la riflessione collettiva.

Negli ultimi decenni, siamo stati testimoni di come il capitalismo abbia configurato nelle grandi masse un senso della banalità. La pubblicità, i mass media e i social network sono stati strumenti chiave in questo processo, promuovendo un culto dell’immagine, del consumo smodato e della soddisfazione immediata dei desideri individuali.

Questo fenomeno non è casuale; risponde a una logica che mira a disattivare la capacità delle persone di analizzare e mettere in discussione le strutture di potere che sostengono il sistema.

L’ascesa al potere di figure che dominano l’arte della superficialità è una conseguenza diretta di questa cultura dell’egoismo. Leader che si presentano come prodotti di consumo, che fanno appello alle emozioni primarie e che evitano qualsiasi discussione seria sui problemi strutturali della società, trovano terreno fertile in una popolazione sempre più disconnessa dalla realtà.

Questi leader non solo riflettono, ma rafforzano anche la banalizzazione della politica e della vita pubblica, trasformando il dibattito in uno spettacolo e il processo decisionale in un esercizio di marketing.

Ma cosa si cela dietro questa cultura della banalità? In sostanza, è una strategia per mantenere lo status quo. Promuovendo l’individualismo e il disinteresse per il collettivo, il capitalismo fa sì che le grandi maggioranze non mettano in discussione le disuguaglianze e le ingiustizie che caratterizzano il suo funzionamento. La capacità di pensare criticamente, di analizzare la realtà e di proporre alternative, viene così neutralizzata, sostituita da una passività comoda e conformista.

Di fronte a questo panorama, è imperativo recuperare il valore del pensiero critico e dell’azione collettiva. La lotta contro la banalità non è solo una questione culturale, ma anche politica. Si tratta di costruire una società in cui la conoscenza, la riflessione e l’impegno per il bene comune siano pilastri fondamentali. Solo così potremo affrontare le sfide del nostro tempo e avanzare verso un futuro più giusto ed equo.

Come disse José Martí, «essere colti è l’unico modo per essere liberi». Oggi, più che mai, questa massima acquista validità.

La vera liberazione passa attraverso lo smantellamento delle strutture che ci hanno portato alla superficialità e il recupero della capacità di pensare, analizzare e trasformare la realtà. Il capitalismo ha cercato di rubarci questa capacità, sta a noi recuperarla.

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La “corda molle” e il partito unico degli affari

La storia della “corda molle”

La costruzione dell’infrastruttura autostradale “Corda Molle” (A21 racc) a Brescia è stata definita un’“opera strategica”. È lunga circa 30 km. Il progetto aveva l’obiettivo di riordinare la viabilità e alleggerire il traffico nel nodo urbano e provinciale, caratterizzato da un forte congestionamento. Il nome “Corda Molle” deriva dalla forma semicircolare del tracciato, simile a una corda fissata ai due capi ma “allentata”, che unisce i vari comuni della periferia bresciana.

Essa – secondo le intenzioni dei realizzatori – mira a separare la circolazione di attraversamento da quella locale, riducendo l’intensità veicolare sulla tangenziale sud e sulla viabilità ordinaria. Si faciliterebbero così il trasporto merci e la mobilità dei lavoratori.

Dovrebbe costituire infatti un raccordo fondamentale tra le principali autostrade che attraversano la provincia di Brescia (A4 Milano-Venezia, A21 Piacenza-Cremona-Brescia) e la strada statale 45bis Gardesana, migliorando l’accessibilità all’aeroporto di Montichiari, smistando il traffico dalla Valtrompia al Garda, dalla Valcamonica alla Bassa, agevolando insomma tutta la viabilità provinciale. 

La “corda molle” e la piramide di Cheope

La “Corda Molle” è stata pubblicizzata perciò come “vitale” per il territorio. Il progetto ha avuto inizio negli anni Novanta del secolo scorso. Dopo circa un trentennio tra progettazione e lavori, l’opera è stata completata. Insomma, c’è voluto più tempo di quello occorso per edificare la piramide di Cheope, perché nel corso degli anni, l’opera ha vissuto lunghe fasi di stallo con cantieri bloccati, specialmente nel tratto tra Azzano Mella e Ospitaletto.

Controversie vecchie e nuove

Perciò la “Corda Molle” è stata oggetto di lunghe controversie. L’ ultima in ordine di tempo, fresca di pochi giorni, ruota attorno all’introduzione di un pedaggio per transitarvi (prevista da marzo 2026). La decisione ha trasformato una strada di scorrimento gratuita, in sostanza un raccordo autostradale, in una arteria a pagamento.

Il sistema prevede un balzello automatico senza caselli (Free Flow), con telecamere che rilevano la targa, al costo di circa 12 centesimi al chilometro per le auto e 31 per i mezzi pesanti.

La polemica principale riguarda il fatto che si fa pagare una originaria strada provinciale riqualificata, con critiche sulla disparità di trattamento rispetto ad altre zone d’Italia. Per attenuare le polemiche, sono state previste esenzioni per i residenti di alcuni comuni (circa 20) e sconti del 50% per i Bresciani, ma questo non ha placato i malumori.

Le associazioni di categoria dei camionisti hanno criticato fortemente l’introduzione del pedaggio, definendolo una violazione del principio di equità.

Nonostante il tentativo del Ministero delle Infrastrutture di limitare l’impatto economico, la questione ha suscitato intensi dibattiti politici e tra la cittadinanza. Sul piano politico l’articolazione di centrosinistra del Partito Unico degli Affari è partita all’attacco di quella di destra.

Ma da che pulpito viene la predica!

La costruzione e il completamento della “Corda Molle” hanno visto infatti, nel corso dei lunghi anni di lavori, l’appoggio di entrambi gli schieramenti politici con un forte impulso – più recentemente – da parte del centrodestra. I principali attori politici e istituzionali che hanno sostenuto l’infrastruttura sono stati negli ultimi tempi la Lega e Fratelli d’Italia. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), guidato da Matteo Salvini, ha spinto per giungere al termine dei lavori e per l’accordo sul pedaggio con esenzioni, considerati “un traguardo fondamentale per il territorio”.

Storicamente tutte le giunte di centrodestra che dominano in Regione Lombardia ormai da più di un trentennio hanno sostenuto la “Corda Molle” come “opera strategica”.

La Provincia di Brescia, ultimamente governata dalla destra ma per lungo tempo amministrata da una sorta di sistema bipartisan, ha giocato un ruolo chiave nel portare avanti le trattative per lo sblocco dei cantieri e l’accordo con Autovia Padana per la gestione dell’opera.

Ma il centrosinistra locale nel Bresciano ha sempre riconosciuto l’utilità dell’opera, non ha mostrato contrarietà alla sua costruzione. Ha portato avanti una opposizione alla conduzione del suo completamento e, soprattutto, all’introduzione del pedaggio, sostenendo che il Governo e il ministero non abbiano mantenuto le promesse di gratuità. In questo senso il centrosinistra ha presentato mozioni in Provincia per respingere il balzello.

Esso, d’ altra parte, è stato inserito per ottemperare agli accordi convenzionali presi con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e per finanziare la manutenzione, la sicurezza e la conclusione delle opere gestite da Autovia Padana. Il pedaggio infatti serve a coprire i costi futuri di gestione dell’infrastruttura nonché quelli dei lavori di completamento del raccordo. Tali costi, infatti, sono cresciuti significativamente nel corso degli anni. Un classico nella storia delle “grandi opere”. Anzi, la costruzione di un’infrastruttura simile nella zona bresciana ha raggiunto cifre così alte, da essere citate talvolta come tra le più costose in Italia per chilometro realizzato.

Insomma, la vicenda della “Corda Molle” è un plastico esempio di quale sia il tipo di contrapposizione esistente in Lombardia all’interno del Partito Unico degli Affari. Entrambe le consorterie che lo costituiscono (destra e centrosinistra) sono d’accordo sulle scelte fondamentali a favore del business, ammantate da motivazioni di “efficientamento ed efficacia”. Il centrosinistra imposta quindi la sua “opposizione” sul concetto che le stesse cose che fa la destra, esso le farebbe meglio se andasse al potere in Regione. È dal 1995 che va avanti così ed è dal 1995 che la destra governa vincendo sempre tutte le tornate elettorali. 

La vera opposizione

Tornando alla questione della “Corda Molle”, l’unica opposizione netta, coerente e continua a questa presunta “opera di importanza vitale” l’hanno portata avanti, dalle lontane origini della storia, le associazioni ambientaliste, in particolare Legambiente Brescia.

Esse hanno infatti fin dall’inizio espresso forte contrarietà al progetto. Sono arrivate a presentare ricorsi al TAR per l’annullamento del collegamento autostradale. Hanno definito l’opera stessa come parte di un contesto infrastrutturale impattante, contraddistinto da elementi pesantemente negativi. Ne ricordiamo alcuni: cementificazione di vaste aree agricole nella pianura bresciana, creazione di squilibri con ecosistemi locali, sovradimensionamento rispetto alle reali esigenze di mobilità, modalità di costruzione per lotti funzionali poco trasparente e spesso avviata prima di una reale necessità, pedaggio come tassa ingiustificata.

Le associazioni hanno individuato nella “Corda Molle” l’ennesimo caso di “investimento inefficace e opaco”, sottolineando che non ha decongestionato il traffico dell’A4 e del nodo di Brescia come previsto. Si è trattato più che altro di uno spreco di denaro.

Anche “Potere al Popolo” di Brescia e Provincia, sulla base della impostazione politica generale dell’organizzazione, si pone in antitesi rispetto alle politiche di privatizzazione e pedaggiamento delle infrastrutture pubbliche, che sono attualmente – come abbiamo visto – al centro del dibattito sulla “Corda Molle”.

L’ area in cui ci collochiamo si oppone alla logica dei pedaggi sulle arterie viarie che collegano il territorio, considerando queste ultime beni comuni o infrastrutture che dovrebbero essere gestite dal pubblico senza gravare sui cittadini.

In questo senso, balzelli come quello inventato per la “Corda Molle” possono essere considerati una violazione al principio di democrazia. E questo al netto del fatto che anche per “Potere al Popolo” di Brescia e Provincia la “Corda Molle” rappresenta un monumentale esempio di “grande opera” che sacrifica risorse naturali e paesaggistiche in nome della mobilità inquinante su gomma, in un contesto territoriale già fortemente provato dal punto di vista ambientale.

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16/02/2026

Ciao Federico

Frusciante è arrivato – per nostra fortuna – su queste pagine esattamente 13 anni fa. Un'era geologica, letteralmente. Rispetto al 2013 è cambiato tutto, il più in peggio.

L'arte cinematografica non fa eccezione, anzi, e Frusciante lo ha sempre raccontato con doti da critico non convenzionali. Quindi, fuori la mise da intellettuale post-tutto col mignolino alzato e il vocabolario forbito per trovare infiniti modi di inculcare nella mente del pubblico che gli ultimi 30 anni hanno visto realizzarsi il migliore dei mondi possibili, e dentro una concezione dell'arte come linguaggio politico e sociale con cui decifrare il Mondo e la Vita.

Insomma, materialismo, in un universo, quello dell'arte, talmente ripiegato sulla propria autoreferenzialità da divenire, parafrasando Hobsbawm, avanguardia della crisi borghese, che di questo passo ci esploderà in faccia come un petardo, forse atomico...

Federico è morto troppo presto, ma ha lasciato tantissimo. Lo si evince dai commenti sparsi in rete da persone comuni – come chi scrive – rimaste segnate e influenzate indelebilmente dall'intensità della sua passione per cinema e musica.

Per merito suo, sono convinto, in molti avranno anche speso una riflessione sullo sviluppo contraddittorio dell'industria dell'intrattenimento, solcata da anime progressiste, a tratti rivoluzionare, ed oggi approdata alla conservazione monopolistica della concentrazione dei capitali operata dalle grandi piattaforme, che proliferano in modo parassitario sulla nostalgia per un el dorado che appare tale perchè non è stato vissuto da chi lo rimpiange.

Federico avrebbe potuto dire ancora molto. Certamente, quello che ha detto ha prodotto una crescita in quanti lo hanno incrociato.

Grazie Federico, ci mancherai.

PS: continueremo a caricare i video di Frusciante fino a quando non li esauriremo, ma pure fino a quando ci garberà farlo.

Come i Talk Talk usarono "It's My Life" come una protesta contro la Emi

I Talk Talk sono un classico esempio di band che visse due volte. Pochi gruppi, come quello di Mark Hollis, hanno saputo portare a termine una trasformazione sonora così radicale e spiazzante come quella messa in atto a partire dall’album spartiacque “Spirit Of Eden” del 1988. Pochissimi artisti, o band, sono passati in maniera così radicale da una completa aderenza alle mode musicali, nella prima parte della carriera, a una completa autonomia da queste, cosa avvenuta gradualmente nella seconda fase della loro vita artistica. Il passaggio dal suono relativamente lineare del 1982 all’astrazione quasi cameristica di “Laughing Stock” resta infatti uno degli scarti evolutivi più radicali compiuti da una band nell’arco di cinque dischi, nonché uno dei più influenti, con la creazione di quelle tessiture rarefatte destinate a influenzare la nuova generazione post-rock degli anni Novanta, dai Tortoise ai Godspeed You! Black Emperor.

Ma chi conosce i Talk Talk fin dall’inizio, forse, sarà rimasto meno sorpreso. È nota, infatti, sin dai primi passi discografici, la loro ricerca di un’autonomia creativa, che si traduceva nella sistematica riluttanza ad assecondare le aspettative. Ogni volta che l’industria sembrava averli incasellati, Hollis e soci cambiavano direzione. E se alcune hit ne hanno fatto dei campioni del pop degli anni '80, non è detto che il loro messaggio sia stato compreso appieno...

È il caso proprio della memorabile title track del loro album di maggior successo, “It’s My Life” (1984). All’inizio degli anni Ottanta, come tanti protagonisti di quella stagione, i Talk Talk era stati inseriti nella variegata galassia del synth-pop. Un'etichetta potente come la Emi aveva scommesso su di loro pubblicando il debutto, “The Party's Over”, che si muoveva in un territorio affine a quello di altre formazioni elettroniche dell’epoca. Ma i primi contrasti erano emersi già in quell’occasione. Ad esempio per quanto concerne la travagliata collaborazione con il produttore Colin Thurston, che aveva appena fatto centro con il debutto dei Duran Duran. Contrasti che porteranno Thurston a lasciare la produzione in corso d'opera, spingendo così Mark Hollis, Paul Weeb e Lee Harris a cercare da soli una direzione artistica più soddisfacente affidandosi anche ai consigli di Tim Friese-Greene, che non rientra nella line-up ufficiale della band, ma si può considerare da questo momento in poi il "quarto uomo" dei Talk Talk: diventa infatti produttore, tastierista e compositore insieme a Hollis di quasi tutti i brani. E gli effetti di questo inserimento maturano nel secondo album della band londinese, che affonda le radici ancora nel campo del synth-pop, seppur rivisitato a modo loro, con un’eleganza e un’originalità non comuni, e qualche inserto acustico, che avrebbe poi progressivamente guadagnato sempre più terreno nella loro produzione.

In superficie, “It’s My Life”, scelta anche come primo singolo dell’Lp, appare come un brano synth-pop elegante, costruito su un impianto melodico accessibile. Il testo sembra raccontare una frattura sentimentale, un dialogo interrotto. In realtà, come ha ricordato il magazine Far Out, la genesi del pezzo è legata a un conflitto con la casa discografica. Dopo l’uscita del disco d’esordio, infatti, i Talk Talk furono inseriti in un circuito promozionale intensivo, culminato in un tour insieme ai Duran Duran. L’abbinamento rispondeva a una logica industriale elementare: due gruppi synth-pop nello stesso cartellone. Per Hollis, però, interviste, obblighi televisivi e tournée forzate rappresentavano una distrazione dal lavoro in studio, l’unico che gli interessava davvero. Così il ritornello “It’s my life, don’t you forget” assume un significato diverso e molto chiaro: non un messaggio rivolto all’amata, ma una fiera rivendicazione di autonomia artistica. Hollis, in sostanza, rivendica che la direzione creativa spetta solo alla band, non agli uffici marketing della Emi.

Non è insomma la consueta dichiarazione sentimentale travestita da singolo pop. Qui il baricentro si sposta altrove: dedizione, disciplina interiore, determinazione. Hollis lascia filtrare un’esigenza di autonomia, il desiderio di sottrarsi al rumore, di ritagliarsi uno spazio di silenzio e concentrazione, con versi come “Funny how I blind myself, I never knew/ If I was sometimes played upon, afraid to lose/ I’d tell myself, what good do you do/ Convince myself”. Un disagio non soltanto affettivo, dunque, che riguarda prima di tutto la sfera mentale, il conflitto tra esposizione pubblica ed esigenza di intimità e riflessione.

La tensione latente nel brano si renderà ancora più esplicita nel videoclip, diretto da Tim Pope, figura chiave dell’estetica pop britannica anni Ottanta (dai Cure agli Wham!). Il regista, infatti, costruisce un dispositivo apertamente polemico contro il lip-synching, prendendo le distanze da una delle convenzioni più consolidate dell’industria musicale. Al posto della performance canonica, il montaggio alterna sequenze naturalistiche – con varie riprese di fenicotteri, leopardi, zebre, antilopi, canguri e struzzi, tratte dal documentario della BBC “Life on Earth” – a inquadrature di Mark Hollis isolato, privo dei compagni, immobile e con le labbra serrate. Come a voler rimarcare la distanza tra la libertà degli animali, osservati nel loro habitat in una dimensione incontaminata, e il senso di costrizione del frontman, con alcuni inserti animati che si sovrappongono alla sua bocca, creando l’illusione che stia cantando. Il video amplifica così il senso di incomunicabilità già presente nel brano, mettendo in scena un protagonista che sembra scegliere l’isolamento, forse proprio come via d’uscita – forse suggerita dall’occhiolino finale. Hollis, spesso con le mani affondate nelle tasche del cappotto, mantiene un’espressione accigliata, interrotta solo da brevi accenni di leggerezza. Un’alternanza che rende palpabile la schizofrenia del brano, scisso tra la melodia luminosa del ritornello e il senso di profonda malinconia che lo pervade.

Lo spirito polemico del videoclip non sfuggirà alla Emi, che chiederà di realizzarne una nuova versione più “convenzionale”. La risposta della band sarà un secondo video in cui Hollis mima il brano dal vivo in modo volutamente goffo davanti a un green screen che proietta le immagini originali, con immutata critica al playback. Una vera e propria parodia del format promozionale per antonomasia, concepita, di fatto, per svuotarlo dall’interno.

Il risultato sarà paradossale. “It’s My Life” otterrà un notevole riscontro negli Stati Uniti, diventando il primo vero successo del gruppo nel mercato americano e raggiungendo persino la vetta della classifica dance di Billboard. Proprio quel formidabile riscontro commerciale costringerà la Emi a concedere maggiore libertà operativa a Hollis e compagni. Così con il terzo album, “The Colour Of Spring”, i Talk Talk inizieranno a scrollarsi di dosso definitivamente l’etichetta synth-pop che l’industria aveva cercato di affibbiargli. Proprio l’apice del successo commerciale della band inglese conteneva in nuce i semi della futura rivoluzione anti-sistema che l’avrebbe allontanata dalle classifiche mainstream, garantendole però il sempiterno affetto dei suoi fan.

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Palestina libera. Il grido dell’umanità che Israele e Meloni vorrebbero zittire con la forza

L’ultimo caso è quello di Ali Mohammed Hassan che lavorava in uno degli store ufficiali delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026.

Quando un gruppo di tifosi israeliani entrato nel negozio ostentando la loro bandiera si è avvicinato al bancone, lui ha detto: “Palestina libera”. Una tifosa israeliana che filmava lo ha sfidato: “Dillo di nuovo”. E lui l’ha detto di nuovo: “Palestina libera.” E ancora: “Palestina libera”.

Un altro israeliano vicino ha decretato: “Dovrebbe essere licenziato”. E così è stato. Ali Mohammed Hassan è stato licenziato.

Il video è finito su uno dei circuiti mediatici sionisti denominata StopAntisemitism, un’organizzazione che si definisce “watchdog contro l’antisemitismo” e che negli ultimi anni ha funzionato come braccio mediatico della campagna di delegittimazione contro chiunque nomini la Palestina in pubblico.

Quasi automaticamente sono arrivati migliaia di like, centinaia di commenti e la richiesta alla direzione di Milano Cortina 2026 di cacciarlo. E in giornata Milano Cortina 2026 ha subito obbedito. Ali è stato licenziato.

La dichiarazione ufficiale è che: “Non è appropriato che il personale dei Giochi esprima opinioni politiche personali durante lo svolgimento delle proprie mansioni”.

Un dipendente dice due parole segnanti “Palestina libera” e viene licenziato in giornata. Un paese che massacra decine di migliaia di civili sfila e concorre invece alle Olimpiadi (opportunità consentita però solo a Israele ma non alla Russia ad esempio).

La stessa sorte era toccata a maggio scorso ad una dipendente della Scala di Milano che, quando la premier Meloni era entrata nel teatro per un evento internazionale, aveva gridato anch’essa dalla sua postazione “Palestina libera!”

Anche lei venne prontamente licenziata, ma poi la direzione della Scala è stata costretta a pagare il risarcimento perché il licenziamento è stato ritenuto non legittimo dal tribunale.

Ci auguriamo che anche nel caso di Ali la giustizia faccia il suo dovere. Siamo sicuri che le realtà sindacali e solidali milanesi faranno tutto quello che sarà necessario sul piano economico, legale e politico per tutelarlo.

Palestina libera sono due parole potentissime che però i governi italiano e israeliano vorrebbero cancellare dal vocabolario politico.

Il secondo pretendendo ovunque – anche in Italia – il silenzio e l’impunità sul genocidio dei palestinesi a Gaza.

Il primo perseguitando i palestinesi in Italia su ordine di Israele e varando leggi come il Ddl Romeo-Scalfarotto in discussione al Senato e che vorrebbe, appunto, imbrigliare e sanzionare il vocabolario quando si parla di Israele e Palestina. A marzo il provvedimento verrà discusso in aula per essere approvato.

Sul campo il genocidio israeliano a Gaza prosegue impunemente con il bilancio dei palestinesi uccisi che aumenta ogni giorno nonostante il cessate il fuoco. E prosegue anche in Cisgiordania, con una operazione di pulizia etnica davanti agli occhi del mondo che sta portando all’annessione di fatto dei Territori Palestinesi da parte di Israele, e non solo di quelli “contesi” ma anche di quelli assegnati internazionalmente alle autorità palestinesi.

Palestina Libera è dunque il grido di una intera umanità, quella che è scesa a milioni nelle strade per fare quello che i governi non hanno voluto né vogliono fare contro uno stato genocida.

Se i turisti israeliani pensano di poter tornare a sventolare tranquillamente in giro per il mondo una bandiera che questo mondo ha ormai individuato come simbolo di oppressione e morte, si sbagliano di grosso.

I governi possono essere complici ma la gente non dimentica tanto facilmente. Di questo discuteremo pubblicamente giovedì prossimo all’università La Sapienza di Roma.

Palestina Libera!!!

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La Monaco del Terzo Millennio, atomico

Dare un giudizio sintetico delle tendenze e delle intenzioni spiattellate alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, è relativamente semplice: l’Occidente capitalistico dichiara guerra a tutto il mondo.

Stabilito questo, che è anche l’unico punto in comune tra le due sponde dell’Atlantico, si tratta di vedere se ci andrà unito come era stato in passato oppure se gli Stati Uniti andranno per la loro strada lasciando gli europei a vedersela da soli o quasi.

Le complicazioni e le ipotesi subordinate sono pressoché infinite, naturalmente, perché bisognerà vedere se il mondo Maga riuscirà nell’obiettivo di trasformare gli Usa nella “Svastica sotto il sole” – un sistema suprematista fondato sull’estremizzazione della retorica wasp (white-anglo-saxon-protestant) – oppure se il conflitto interno esploderà paralizzando, forse, in proporzione l’ex superpotenza egemone e comunque militarmente ancora dominante.

E bisognerà anche vedere se l’intento di parte dei paesi europei – diventare una superpotenza “competitiva”, dotandosi di arsenale atomico ed eserciti più numerosi e meglio armati – riuscirà a superare ostacoli che appaiono alquanto alti. Sull’armamento atomico, per esempio, solo Francia e Gran Bretagna hanno una base di partenza, per quanto imparagonabile per dimensioni ed efficacia con i corrispettivi statunitensi, russi e cinesi.

Le premesse non sembrano ottime, visto che ancora ieri – proprio a Monaco – a fronte delle richieste di alcuni paesi perché la Francia aderisca al processo ufficiale di pianificazione nucleare della NATO (ne è rimasta sempre fuori) in modo da legare più strettamente l’arsenale francese alla sicurezza europea – la viceministra della Difesa transalpina, Alice Rufo, ha dichiarato che Parigi non ha alcuna intenzione di farlo.

Parigi potrebbe al massimo prendere in considerazione l’aumento del suo arsenale nucleare, se sovvenzionato da altri paesi. Fare la grandeur napoleonica con i soldi altrui, insomma. Bisogna essere del tutto scemi solo per pensarlo possibile... 

Come per tutti i temi “europei”, insomma, si ripropone sempre l’alternativa secca tra “processo federativo” (che mette in comune tutto, “sovranamente”, creando un centro decisionale sottratto alla contrattazione quotidiana tra titolari con diritto di veto) e “comunità di Stati” che lavorano insieme con regole collettive magari stringenti (sulle politiche di bilancio, la politica monetaria, ecc), ma senza dismettere la propria sovranità.

Ma se non si riesce neanche a mettere in comune il debito pubblico appare molto onirico pensare che lo si possa fare con un arsenale atomico. Magari in mano ai nazisti tedeschi, quando o se torneranno di nuovo al Reichstag (e l’AfD a questo punta) e dunque al vertice della UE... 

Comunque sia, il messaggio consegnato da “Narco” Rubio per conto di Trump è stato identico a quello giù trasmesso un anno fa dal più insultante JD Vance; giusto un po’ più morbido nei toni, secondo funzionari ammessi alle riunioni riservate: “Ha espresso la volontà di lavorare insieme, ma con un messaggio chiaro: l’Europa deve fare di più, e che siamo passati da un ‘mondo basato sui valori’ a un mondo ‘basato sugli interessi’”.

E quindi gli Stati Uniti di Trump stanno costruendo un altro “ordine internazionale” cui l’Europa può partecipare, se vuole, ma in posizione totalmente subordinata e senza garanzie certe di “tutela militare”. Altrimenti Washington farà da sola.

Gli interessi di America ed Europa sono insomma qualitativamente simili (controllo delle risorse naturali del pianeta, in continuità col vecchio colonialismo dei secoli passati, che ha garantito la “ricchezza” dei paesi occidentali), ma rispondenti a soggetti diversi. Quindi in competizione. Dunque va sciolto subito l’interrogativo su quale sia l’interesse dominante e quelli subordinati.

Si può insomma partecipare all’ipotetico banchetto a spese del resto del mondo, ma deve essere chiaro che le porzioni verranno tagliate da Washington.

“Ipotetico banchetto”, diciamo, perché quel resto del mondo (Russia, Cina, Iran, India, ecc.) non è più da tempo una pianura attraversabile e recintabile in pressoché totale tranquillità, sia dal punto di vista economico che militare.

Lo stesso attacco alla sola Russia – condotto negli ultimi venti anni tramite un’Ucraina “nazificata” con il golpe di Majdan – si è rivelato molto meno efficace del previsto. Checché ne dica ancora quella poveretta di Kaja Kallas, l’economia di Mosca non è “finita in pezzi” (quella europea sì, anche grazie alle “sanzioni” suicide), la società non si è frammentata, il sistema politico è solido, l’esercito anche (i numeri sulle perdite altrui sono esercizi di propaganda, da entrambe le parti) e l’armamento molto modernizzato dalle nuove forme della guerra (droni, missili ipersonici, ecc.).

L’esplicita intenzione “europea” di far continuare la guerra anche se le trattative tra Trump e Putin dovessero arrivare ad un accordo di pace sembra un caso clinico davvero originale, più che una strategia dotata di senso. Nelle attuali condizioni – industriali, militari, di sviluppo tecnologico dedicato, ecc. – che la UE possa “competere” da sola con la Russia è fuori questione. Che possa arrivare ad avere un arsenale atomico senza che questa minaccia solleciti una “risposta preventiva” russa, anche.

Ma gli attuali vertici europei sono fatti di scappati di casa reclutati col manuale Cencelli, che ignorano l’abc dei rapporti di forza internazionali e parlano come se la loro volontà di stamattina fosse un “piano” per il futuro. Senza gli Stati Uniti a protezione, alla Ue serviranno anni di “sacrifici” e risorse colossali dirottate verso gli armamenti.

Ma a sottolineare che le priorità statunitensi sono ora cambiate, lo stesso Rubio ha disertato l’incontro preparato dalla UE con Zelenskij per andare invece in visita dai “dissidenti” ungheresi e slovacchi, contrari al proseguimento della guerra e quindi degli aiuti a Kiev.

Riassumendo (perché la materia è oggettivamente sterminata e non mancheranno motivi per tornarci sopra): la guerra è per l’Occidente capitalistico l’unica strada per uscire da un crisi che si prolunga ormai da quasi venti anni e che vede crescere a velocità almeno tripla le “economie emergenti” perché orientate da una progettualità politica (magari brutalmente “nazionalistica”) anziché dalla prevalenza degli interessi privati, ricche di risorse, popolazione in età da lavoro, “senso di sé e della propria storia”, intelligenza e competenze.

Il fatto che la guerra sia l’unica strada significa che questa parte del mondo si prepara a percorrerla, distruggendo quel che resta di istituzioni internazionali, diritti e valori umani, popolazioni intere (il genocidio è nel dna del suprematismo bianco coloniale).

Che sia una strada facile non è però affatto detto. Che Europa e Stati Uniti riescano di nuovo a camminare insieme, neanche. Che l’Unione Europea possa reggere la tensione interna tra interessi nazionali contraddittori, nemmeno.

Il tutto, per giunta, non per “far avanzare la civiltà” – la veste angelicante adottata dal colonialismo dei secoli passati – ma per “mantenere il nostro sistema di vita”. Ossia i profitti di sempre meno multinazionali (finanziarie, industriali, “piattaforme”) sottratte a qualsiasi obbligo e responsabilità.

Un obiettivo veramente miserabile, degno della “corte di Epstein”. Destinato a fallire, certo. Il problema è il prezzo che l’umanità sarà costretta a pagare per espellerlo dalla Storia.

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Epstein: oltre lo scandalo, entrare nella logistica del sistema

Premessa. La censura su Meta sta diventando piuttosto pesante, ce ne siamo accorti tutti/e, tra sciami di bot, post spostati, post segnalati, fino a condizionare ciò che scriviamo o mostriamo. Come molti mi sto guardando intorno. Substack sembra essere una buona piattaforma. Al momento i miei articoli più lunghi proverò a metterli anche lì. Poi vedremo.

Quindi questo articolo lo trovate anche lì.

Cosa ho capito dell’archivio

Dopo più di dieci giorni passati a immergermi nel mare magnum delle mail e dei documenti che compongono l’archivio Epstein, ho capito che un solo individuo, salvo rari casi di coinvolgimenti palesi e documentati senza censure, non è in grado di comprendere la totalità del mosaico.

Ci troviamo di fronte a un sistema così stratificato e iper-connesso che lo sguardo umano, solitamente abituato a cercare una narrazione lineare di colpa e castigo, naufraga inevitabilmente nel gorgo del sensazionalismo. La reazione istintiva è la ricerca della cosa più “schifosa”, dello shock pornografico o del dettaglio che possa scuotere un’opinione pubblica ormai assuefatta a ogni forma di aberrazione.

I giornalisti, salvo pochissimi, non stanno facendo il loro lavoro, dovrebbe essere infatti una priorità mondiale, ma siamo fortunati se troviamo dei trafiletti sotto a notizie insignificanti.

Dobbiamo anche denunciare che l’operazione di rilascio di questi tre milioni di file, funestata da pesanti omissis che troppo spesso sembrano proteggere i nomi chiave degli abusatori piuttosto che la dignità delle vittime, non è un caos casuale, ma un atto deliberato. La mancanza di un filo logico e la frammentarietà cronologica dei dati sono strategie tese a livellare ogni informazione, mettendo tutto sullo stesso piano affinché il disegno d’insieme scompaia nel rumore di fondo.

Questa compulsione alla visione del mostruoso non è che l’ennesima trappola di un potere che si protegge attraverso l’eccesso di visibilità, una “febbre d’archivio” che, mentre promette trasparenza, seppellisce la verità strutturale sotto una massa informe di dati privi di contesto. 

L’arkheion digitale

Per decifrare l’archivio Epstein, occorre innanzitutto comprendere cosa sia, filosoficamente, un archivio. Jacques Derrida, nel suo saggio “Mal d’Archive”, ci ricorda che l’etimologia del termine risale al greco arkheion, la residenza dei magistrati superiori, gli arconti. L’arconte non era solo il custode dei documenti, ma colui che deteneva il potere di “cominciamento” e di “comando“. Egli aveva il diritto di fare e rappresentare la legge, custodendo i documenti ufficiali nella propria dimora privata, che diventava così, paradossalmente, il luogo di nascita dello spazio pubblico.

L’archivio Epstein rappresenta un’inversione traumatica di questo processo. Ciò che per decenni è stato custodito nella dimora privata del potere, intesa sia come spazio fisico (le ville, le isole) sia come spazio digitale (server criptati, sistemi Jmail), viene improvvisamente gettato nella sfera pubblica. Ma questa pubblicità non garantisce la comprensione.

Derrida parla di una “pulsione archiviolitica”, una forza intrinseca all’archivio che spinge verso la distruzione e l’oblio proprio nel momento in cui si cerca di preservare tutto. La “febbre d’archivio” che colpisce l’osservatore oggi è una forma di dipendenza dal dato che, invece di illuminare, acceca.

L’analisi forense dei file rivela che l’élite non si limitava a comunicare, ma utilizzava l’archivio come uno strumento di “house arrest” della verità. L’uso di cartelle di bozze condivise per scambiarsi messaggi senza mai “inviarli” è una metafora perfetta della comunicazione del potere: un dialogo interno, invisibile dall’esterno, che non lascia metadati tradizionali di invio e ricezione. Questo è il vero “mal d’archivio”: una memoria che è già strutturata per essere inaccessibile, anche quando diventa pubblica. 

Eterotopie del privilegio, l’isola e altri luoghi di sospensione del diritto

Michel Foucault ha introdotto il concetto di “eterotopia”, che, detta in estrema sintesi, significa un “contro-spazio”, un luogo reale che si trova al di fuori di tutti i luoghi, pur essendo localizzabile. A differenza delle utopie (che sono spazi ideali e inesistenti), le eterotopie sono “effettivamente realizzate” e servono per descrivere spazi che hanno la funzione di contestare, invertire o sospendere gli altri spazi della società.

Little Saint James e lo Zorro Ranch, lette in questa accezione non erano semplici proprietà immobiliari, ma erano (sono?) eterotopie di deviazione e di compensazione, mondi paralleli dove le norme morali e legali della società civile venivano annullate per far posto alla volontà sovrana dell’arconte.

Foucault spiega questo concetto attraverso la metafora del miracolo dello specchio: nello specchio io mi vedo là dove non sono, in uno spazio irreale che si apre dietro la superficie, ma lo specchio esiste realmente e rimanda una “contro-azione” sulla posizione che occupo.

L’universo Epstein è lo specchio deformante dell’élite: un reticolo di 55 luoghi chiave che funzionano come un sistema di vasi comunicanti, progettato per sospendere le norme del contratto sociale e instaurare quella che Giorgio Agamben definisce la Giurisdizione dell’Eccezione. 

L’isola come stato di eccezione permanente

Little Saint James non era la classica residenza di lusso un po’ appartata, era la materializzazione di quello che Schmitt definiva lo Stato di Eccezione. In questo spazio, il diritto non è assente, ma sospeso per lasciare spazio alla pura forza del sovrano (l’élite). L’infrastruttura dell’isola, che già nel 1997 comprendeva un sistema di desalinizzazione privato, un eliporto e un molo, andava ben al di là dell’estetica del lusso, obbediva a una logica di autonomia giurisdizionale.

Creando una propria rete di approvvigionamento idrico e logistico, l’élite recideva ogni legame con la “terraferma” dello Stato e del contratto sociale. L’indipendenza infrastrutturale garantisce che:

• Non servano controlli. La desalinizzazione e la produzione di energia proprie rendono il feudo invisibile ai registri delle utenze pubbliche.

• L’isolamento sia la prigione. Come notato da Deleuze, l’isola deserta attira per la sua capacità di essere un “cominciamento assoluto”. Allontanarsi da Little Saint James o dallo Zorro Ranch significa perdersi nell’oceano o nel deserto; lo spazio stesso diventa lo strumento di controllo, rendendo superflue le serrature.

I sei principi eterotopici nel sistema epstein

L’universo Epstein opera attraverso meccanismi che riflettono i sei principi di Foucault, trasformando il privilegio in una zona di anomia (assenza di legge):

1. Eterotopia di deviazione. Luoghi come lo Zorro Ranch diventano spazi dove l’anormalità (la predazione, l’eugenetica) è la norma interna per l’élite.

2. Mutamento di funzione. La Villa di Palm Beach o l’appartamento di Manhattan fungono da “macchine di normalizzazione” esterna (la facciata dell’alta borghesia) mentre internamente operano come spazi di disciplinamento e cattività.

3. “Juxtaposision” di incompatibili. La presenza di una sedia da dentista o di un “tempio” decorativo in contesti di abuso crea un microcosmo dove il rito e la violenza convivono, destabilizzando la vittima.

4. Eterocronia (rottura del tempo). Nelle isole, il tempo della legge è sospeso. Vige un’eternità artificiale garantita dalla logistica privata (jet, elicotteri) che recide i legami con le reti di soccorso.

5. Sistema di apertura e chiusura. L’accesso è regolato da riti di ingresso (inviti, voli privati) e guardiani legali (NDA), che creano una barriera impenetrabile tra la giurisdizione del privilegio e quella del cittadino comune.

6. Funzione di illusione e compensazione. La Townhouse di New York è un’eterotopia di illusione che nasconde l’orrore dietro la rispettabilità; lo Zorro Ranch è l’eterotopia di compensazione definitiva, un feudo di 10.000 acri dove l’ordine del privilegio è superiore alla democrazia.

Il ricco non abita lo spazio, ma lo secerne, creando un sistema di impunità dove le regole collettive evaporano di fronte alla potenza del capitale.
 
La banalità del male nell’era tecno-finanziaria

Hannah Arendt, nel suo resoconto sul processo Eichmann, ha decostruito la figura del criminale totalitario come un funzionario spaventosamente ordinario e non come il classico “mostro”.

Nel sistema Epstein, questa diagnosi trova una nuova, agghiacciante, conferma nell’esercito di professionisti di cui aveva bisogno una simile ed estesa rete come quella di Epstein. Pensate a quante persone orbitavano nell’ingranaggio “Epstein”: banchieri, avvocati, piloti e contabili, che hanno garantito la stabilità dell’infrastruttura e che si ritrovano anche nelle mail dell’archivio.

Arendt scriveva: «Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” – come Riccardo Terzo – per fredda determinazione». Allo stesso modo, i dirigenti di JPMorgan Chase che hanno gestito 1,3 miliardi di dollari in transazioni sospette legate a Epstein non si consideravano complici di un predatore, ma protettori di un asset finanziario. Essi incarnano quella disumanizzazione per cui il sistema «tende a trasformare gli uomini in funzionari e in semplici rotelle dell’apparato amministrativo, e cioè tende a disumanizzarli».

Il sistema Epstein ha operato attraverso una codificazione linguistica che Arendt avrebbe riconosciuto immediatamente. Come Eichmann dichiarava che «il linguaggio burocratico (“Amtsprache”) è la mia unica lingua», così la macchina Epstein ha utilizzato eufemismi tecnici per neutralizzare la violenza:

• Le vittime erano mappate come «Studentesse», «Trainees» o, in termini puramente logistici, «Assets».

• I pagamenti per il silenzio delle sopravvissute venivano registrati come «Administrative Matters» (questioni amministrative).

• Il trasferimento di enormi capitali per finanziare la logistica del traffico veniva etichettato come «Project Management».

Arendt osserva che il criminale burocratico «non capì mai che cosa stava facendo» proprio a causa di questa «spaventosa mancanza di pensiero». Questa assenza di pensiero non è stupidità, ma l’incapacità di uscire dal proprio mansionario. È il «governo di nessuno che è in realtà la forma politica nota col nome di burocrazia», dove ogni individuo può dichiararsi neutro rispetto alla macchina complessiva.

Il memorandum del Senato degli Stati Uniti (2025) ha rivelato che dirigenti di alto livello, come Mary Erdoes, erano in costante contatto con Epstein, e che l’ex CEO del Private Banking, John Duffy, consigliava attivamente Epstein su come eseguire prelievi massicci di contante per evitare i controlli antiriciclaggio. Questa è la “banalità del male” in versione 2.0: non più l’ufficiale delle SS che organizza treni, ma il banchiere che costruisce una “parete di contanti” per proteggere un cliente d’élite, normalizzando l’orrore attraverso la routine professionale. 

Il peso dell’osservare e il crollo del “senso”

Al termine di questo viaggio nel cuore di tenebra dell’archivio Epstein, ciò che resta trascende il disgusto, configurandosi come un profondo senso di eclissi dell’io. Dopo dieci giorni di immersione, la domanda si è spostata dall’identificazione del colpevole all’interrogazione su cosa io sia diventata mentre guardavo.

Veniamo sopraffatti perché l’archivio è progettato come un’arma di saturazione. La strategia del potere consiste nell’annegare il segreto in una “trasparenza tossica” dove 3,5 milioni di pagine agiscono come una tempesta di sabbia.

Perché veniamo sopraffatti?

Siamo sopraffatti a causa della ricerca di categorie che il potere ha già neutralizzato. L’indagine del “mostro”, volta a esorcizzare la nostra normalità, conduce esclusivamente a una rete di “buoni padri di famiglia” che firmano contabili bancarie e piani di volo.

Siamo sopraffatti poiché l’archivio opera una violenza epistemica: la concessione dei nomi delle vittime avviene in parallelo alla negazione di quelli degli abusatori attraverso omissis selettivi, configurandosi come atti di comando arcontico. Questo “Panopticon rovesciato” obbliga a guardare la vittima, lasciando l’abusatore nell’ombra del potere sovrano.

Quali categorie usare?

È necessario smettere di guardare l’archivio come una “zona voyeristica” dello scandalo, leggendolo invece come una cartografia dell’infrastruttura. L’Etica dello Sguardo individua la regolarità del sistema piuttosto che l’evento eccezionale. Le categorie da usare appartengono alla logistica e alla biopolitica:

• L’efficienza dei contratti NDA che agiscono come barriere giurisdizionali prevale sulla perversione del singolo.

• L’analisi delle transazioni offshore e della complicità bancaria (la “Parete di Cash”) sostituisce il voyeurismo sul corpo violato.

• La decrittazione dei codici linguistici (“Administrative Matters”, “Project Management”) che servono a de-eticizzare l’orrore assume priorità rispetto alla ricerca del dettaglio scabroso. 

Il senso dell’Etica dello Sguardo

Guardare l’archivio Epstein oggi costituisce un atto politico estremo che mette a nudo l’inutilità del rituale democratico in un mondo governato da questa élite transumanista e oligarchica. Il voto, in questo contesto, rappresenta un’illusione di sovranità concessa a spettatori di un dramma la cui sceneggiatura è scritta in eterotopie inaccessibili.

La nostra unica resistenza risiede nel rifiuto del voyeurismo che trasforma l’osservatore in manovalanza gratuita per l’algoritmo del sensazionalismo. Occorre il coraggio della noia, la forza di indietreggiare dal pettegolezzo virale per fissare fermamente l’occhio sull’architettura del potere.

L’Etica dello Sguardo è la pretesa di un piano d’insieme opposto alla frammentazione deliberata. Rappresenta la scelta di ergersi a testimoni di una giustizia strutturale che, rifiutando il singolo capro espiatorio, pretende la demolizione delle macchine di normalizzazione responsabili dell’orrore.

In definitiva, l’archivio Epstein rivela che il mostro è lo spazio che abitiamo se accettiamo di guardarlo senza vederne i cardini. La sfida consiste nel restare umani sotto il peso di questa memoria cibernetica, ricordando che l’archivio è una responsabilità per il domani. Uno sguardo capace di de-spettacolarizzare il male permette di sperare, un giorno, nella restituzione della dignità a chi in quell’archivio è stato ridotto a semplice “asset” del potere sovrano. 

Bibliografia minima

• Agamben, Giorgio, Stato di eccezione. Homo sacer, II, 1, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

• Arendt, Hannah, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Nuova ediz., Feltrinelli, Milano 2023.

• Brown, Julie K., Perversion of Justice: The Jeffrey Epstein Story and the Betrayal of the Victims, HarperCollins, New York 2021.

• Crouch, Colin, Postdemocrazia, trad. it. di C. Paternò, Laterza, Roma-Bari 2003.

• Derrida, Jacques, Mal d’archivio. Un’impressione freudiana, trad. it. di G. Pozzi, Filema, Napoli 1996.

• FiscalNote, Epstein Unboxed: AI-Enhanced Database for Investigation Records, 2026.

• Foucault, Michel, Utopie. Eterotopie, a cura di A. Moscati, Cronopio, Napoli 2006.

• Hilberg, Raul, La distruzione degli Ebrei d’Europa, a cura di F. Sessi, trad. it. di G. Guastalla, Einaudi, Torino 2017.

• Mair, Peter, Ruling the Void: The Hollowing of Western Democracy, Verso, London 2013.

• PDF Association, A Case Study in PDF Forensics: The Epstein PDFs, Case Study 2025-2026.

• U.S. Department of Justice, Epstein Library: Investigative Files and Correspondence, rilasciati ai sensi dell’Epstein Files Transparency Act, 2025-2026.

• U.S. Senate Committee on Finance, Staff Memorandum: Analysis of JPMorgan Chase’s Relationship with Jeffrey Epstein, 20 novembre 2025.

Fonte