Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

27/01/2026

Rumori fuori scena (1992) di Peter Bogdanovich - Mini

1976, la politica di Moro e le aperture della Cia all’ingresso del Pci nell’area di governo

Nuovi documenti recentemente desecretati confermano che già ai tempi dell’amministrazione Ford, con Henry Kissinger segretario di Stato, gli analisti della Cia delineavano, senza particolare ostilità, la possibilità di un coinvolgimento del partito comunista italiano nella maggioranza di governo

All’indomani delle elezioni politiche del 20 e 21 giugno 1976, nelle quali l’Italia era stata chiamata a rinnovare le assemblee parlamentari della camera e del senato, nel bollettino sulla situazione internazionale che ogni mattina l’agenzia di intelligence faceva trovare sulla scrivania del presidente degli Stati Uniti (ne ha scritto Maurizio Caprara sul settimanale del Corriere della Sera, “Sette”), Gerald Ford potè leggere una sintesi (due brevi pagine) sul risultato elettorale che fotografava il balzo in avanti di sei punti percentuale del partito guidato da Enrico Berlinguer e la sostanziale situazione di stallo che si era venuta a creare con la Democrazia cristiana, referente storico degli interessi americani nella penisola. Risultato che – scrivevano gli analisti di Langeley sulla scia di quella che appariva una convinzione largamente diffusa tra gli osservatori politici – rendeva impossibile qualunque azione di governo senza un coinvolgimento della maggiore forza politica d’opposizione.

«Mentre è troppo presto per trarre conclusioni definitive – riferivano gli analisti della Cia – è probabile sia molto difficile, se non impossibile, isolare completamente i comunisti dal processo di governo nazionale. Con la loro posizione notevolmente rafforzata in parlamento, la loro cooperazione sarà più che mai necessaria per approvare e attuare qualsiasi progetto importante proposto da un governo nel quale non siano presenti».

Il rapporto Boies

Le considerazioni espresse nelle breve sintesi esposta nel Daily brief del 22 giugno 1976 non erano una novità. Già l’anno precedente, in una relazione nota come Rapporto Boies, dal nome del primo segretario dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, Robert Boies, estensore del testo e funzionario della Cia sotto copertura, si ipotizzava l’arrivo al potere nel breve periodo del Pci. Alla luce di questa prospettiva si suggeriva la necessità di avviare rapporti con il Pci, selezionando gli interlocutori più adatti: uno di questi era sicuramente Giorgio Napolitano, ritenuto una delle figure più affidabili dell’allora segretario di Stato, Henry Kissinger, perché aveva «confessato le proprie perplessità su come sviluppare il socialismo all’interno di uno stato democratico, tenuto conto della specificità dell’esperimento sovietico»[1].

Tuttavia l’opinione positiva e l’esortazione espressa nel documento redatto dall’antenna Cia in Italia era in netto contrasto con le convinzioni di Kissinger e per queste ragioni non produsse effetti nell’immediato.

Cia contro Dipartimento di Stato

Questa «divergenza» tra l’intelligence, che operava sul territorio italiano, e il personale del dipartimento di Stato trovava origine nella presenza di una diversa impostazione culturale, prima ancora che politica. Attraverso il contato diretto, la penetrazione degli apparati, gli analisti della Cia avevano sviluppato una conoscenza esperenziale che permetteva loro di cogliere le tante sfumature della realtà politica e culturale dei «comunisti italiani». Bagaglio che mancava ai funzionari del dipartimento di Stato, formati alla scuola dell’anticomunismo tradizionale che percepiva le singole formazioni o movimenti nazionali marxisti come una emanazione diretta degli interessi sovietici.

Gli uomini della Cia avevano avviato fin dal 1974 contatti con esponenti del Pci: Sergio Segre, responsabile della sezione esteri del partito comunista, aveva riferito al segretario generale Berlinguer di un contatto avuto con lo stesso Boies, il quale gli aveva successivamente presentato il suo successore, Martin Arthur Weenick. Nel 1975 questi incontri vennero estesi anche a Luciano Barca e presto si allargarono a Giancarlo Pajetta, membro della segreteria del Pci e «ministro degli esteri» ombra di via delle Botteghe oscure (la sede nazionale storica del Pci).

L’intensità dei contatti raggiunse nel giro di pochi anni livelli impensati, soprattutto in materia di antiterrorismo: in un cablo del 2 maggio 1978 inviato dalla sede diplomatica romana al dipartimento di Stato si riporta il risultato di una delle conversazioni periodiche che Luciano Barca teneva con i funzionari dell’ambasciata, svoltasi il 20 aprile precedente. Vi si può leggere che «l’alto esponente del Pci ci ha detto che il suo partito resta fermamente contrario a negoziati che portino a concessioni ai rapitori di Aldo Moro» e ha «fornito al governo delle informazioni su ex membri del Pci che adesso si ritiene stiano cooperando con i terroristi dell’estrema sinistra».

«Non interferenza, non indifferenza», la politica della nuova amministrazione Carter

Nel marzo del 1977, la nuova amministrazione democratica guidata da Jimmy Carter avviò una stagione diplomatica, che faceva della «non interferenza, non indifferenza» la linea di condotta da tenere verso le scelte che il governo di Roma avrebbe effettuato nel caso di un coinvolgimento del comunisti nell’esecutivo. Una strategia che modificava l’interventismo praticato da Kissinger durante le presidenze Nixon e Ford. Un nuovo clima che favorì ed estese l’approfondimento delle relazioni, non solo con esponenti del Pci ma anche con il suo apparato, attraverso la «diplomazia delle conferenze» ma anche con l’incremento dei contatti diretti con i quadri intermedi, gli amministratori locali, fino all’apertura della residenza dell’ambasciatore anche a dirigenti del Pci.

Il viaggio di Napolitano e la rinuncia di Berlinguer

Il fatto più significativo fu il viaggio intrapreso da Giorgio Napolitano negli Stati Uniti nei giorni del sequestro Moro, dal 3 al 19 aprile. Pionieristica missione politico-diplomatica che gli valse la successiva importante carriera personale, fino al Quirinale, nella quale incontrò esponenti dell’establishment, del mondo della informazione, decisori e manager, oltre a vedersi per la prima volta, in forma strettamente riservata, con il presidente della Fiat Giovanni Agnelli nel suo appartamento newyorkese. Relazione che divenne stabile negli anni successivi e si estese alla frequentazione di Henry Kissinger.

Meno noto è invece l’invito rivolto allo stesso segretario del Pci Enrico Berlinguer a tenere, come fu per Santiago Carrillo, delle conferenze negli Usa sull’eurocomunismo. Per un certo periodo le due ipotesi si fronteggiarono in maniera concorrenziale. Alla fine Berlinguer rinunciò in favore di Napolitano a causa della delicata situazione politica, dovuta al sequestro dello statista democristiano, che richiedeva di presidiare personalmente la situazione per sorvegliare e impedire aperture in favore di trattative con le Brigate rosse per la liberazione dell’ostaggio.

Una ricostruzione dettagliata degli inviti rivolti a Napolitano e Berlinguer, del viaggio intrapreso dal primo e della rete riservata di contatti e della loro evoluzione nel tempo tra funzionari dell’ambasciata Usa a Roma ed esponenti del Pci, è presente nel volume uscito nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017, pp. 417-435 (La posizione del Pci durante il sequestro Moro e gli amici americani).

Il «viaggio» del console Usa nel ventre del Pci

L’estensione e l’approfondimento della politica dei contatti fu tale che, scrisse l’ambasciatore Richard Gardner nelle sue memorie, in un bilancio tirato dai suoi funzionari nel 1979, «risultò che in quel momento l’ambasciata era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale»[2]. A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci. Un rapporto della sezione politica dell’ambasciata riassumeva in questo modo la situazione: «Riteniamo un successo il programma di contatti. Ampliarli ci ha consentito di avere una più approfondita comprensione del partito e di formulare su di esso giudizi più accurati. Abbiamo avuto abbastanza successo nell’anticipare le sue mosse». Una ulteriore conferma di questa ramificazione e della profondità dei contatti tra diplomatici dell’ambasciata e apparato del Pci viene da una nota del 1 aprile 1978 nella quale il segretario della federazione provinciale di Piacenza, Romano Repetti, riferiva sull’incontro avuto con il console americano di Milano, Thomas Fina. Nella stessa occasione il console aveva visto anche responsabili della Cgil. Obiettivo del console era sondare le opinioni dei gruppi dirigenti provinciali, capire quanto la linea del gruppo dirigente centrale trovasse adesione nei vertici periferici. Tra i temi affrontati, al primo posto ci fu il sequestro Moro.

«Il Console ha osservato – scriveva Repetti – che esso avrebbe in qualche modo avvantaggiato il Pci perché aveva fatto superare alla base comunista lo scontento per la composizione del governo e perché qualificava il nostro partito nella pronta e concorde approvazione delle misure di rafforzamento dell’azione delle forze dell’Ordine e della Magistratura contro la criminalità. Ha manifestato la sua sorpresa per la grande risposta unitaria dei lavoratori nella giornata del rapimento, rilevato che per la prima volta nelle manifestazioni le bandiere rosse erano mescolate con quelle della Dc. Ha chiesto se il nostro partito aveva ordinato agli operai di uscire dalle fabbriche. Ha espresso interesse e meraviglia per quello che gli ho spiegato essere il naturale comportamento dei sindaci in circostanze come queste, cioè di convocare immediatamente riunioni con i dirigenti dei partiti e dei sindacati per concordare e promuovere iniziative unitarie»[3].

Note

1) S. Maurizi, «Espressonline», 8 aprile 2015. Vedi http://espresso.repubblica.it/palazzo/2013/04/08/news/quel-comunista-non-deve-entrare-1.52900.

2) R.N. Gardner, Mission Italy, cit., p. 125.

3) FG, APC, Segreteria, Microfilm 7804, «Nota per Berlinguer, Pajetta, Segreteria», prot. 5 aprile 1978, Riservato, ff. 20-21.

Fonte

Guappo ‘e cartone

I governi parafascisti hanno tutti molti tratti in comune. Sono violentissimi con i deboli, ossequiosi con i forti, falsi e bugiardi sempre, pronti a magnificarsi oltre il ridicolo – Trump è l’esempio più attuale, i fondali di cartone di Mussolini uno più antico – e a negare anche l’evidenza davanti ai problemi.

Negli ultimi giorni il governo Meloni ha inanellato una serie di spropositi che coprono quasi l’intero arco delle possibilità.

La sagra del celodurismo

La strage di Crans-Montana è una tragedia che nessuno dovrebbe provare a strumentalizzare, ma la tentazione è stata irresistibile. Il fatto che lì siano morti sei ragazzi italiani, ed altri siano ricoverati in ospedale con ustioni che ne condizioneranno la vita, è stato preso come l’occasione giusta per una campagna di celodurismo law and order a costo quasi zero (il teatro è un altro paese, in concreto non bisogna fare quasi nulla).

L’innesco “drammatizzante” è stato offerto dalla scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti, il titolare del locale. Un imprenditore carogna indistinguibile dalle migliaia che in Italia e altrove “risparmiano” sulle misure di sicurezza producendo un migliaio di morti l’anno sul lavoro, oppure che sofisticano gli alimenti o sversano i loro residui industriali nelle acque avvelenandoci. Dipendesse da noi, nessuna pietà...

Il problema è che non dipende da noi e neanche dal governo italiano. La regola base delle relazioni internazionali è che ogni paese decide le proprie regole, sia sul piano delle procedure penali sia su quello del sistema sanzionatorio. Nessun paese, infatti, pretende di venire a decidere come in Italia si debbano fare le indagini o quantificare le pene (soltanto gli Usa godono di questo trattamento speciale, come si è visto per la strage del Cermis).

Per questa scarcerazione, invece, il governo Meloni ha ritirato l’ambasciatore in Svizzera fin quando non verrà avviata una «effettiva collaborazione» tra le autorità giudiziarie di Italia e Svizzera e creata una «squadra investigativa comune» per le indagini sull’incendio del locale Le Constellation di Crans-Montana.

Come se quella strage fosse “cosa nostra” e si temesse un “trattamento di favore” per gli imputati casalinghi+... Lì, bisogna ricordare, sono morti anche nove ragazzi francesi (che non hanno però chiesto altro che “indagini rapide e severe”) e soprattutto ventuno giovani elvetici, com’era peraltro logico visto il teatro della tragedia.

Aprire un incidente diplomatico serio su queste basi ha un senso solo se tutto interno al nostro paese: mostrare che abbiamo un governo “duro”, giustificare le continue strette “sull’ordine pubblico”, il parossistico aumento delle fattispecie di reato (avevano cominciato con i rave party, del resto) e l’aggravamento delle pene.

Neanche hanno avuto un attimo di riflessione sul fatto che la “lassista” o “furbetta” Svizzera presenta dati sulla criminalità interna infinitamente inferiori a quelli di qualsiasi regione italiana, anche se il massimo della pena – cioè l’equivalente del nostrano ergastolo – è fissato in... dieci anni.

Neanche un sospetto di star realizzando un autogol quando si costringe il presidente della Repubblica del primo paese in Europa a darsi regole democratico-liberali e confederali a ricordarci che lì c’è “la divisione dei poteri e il governo non può interferire con il lavoro della magistratura”.

Chiaro insomma che la levata di scudi contro Berna è stata pensata come momento della campagna referendaria sulla “riforma della giustizia” e come accompagnamento delle strette securitarie in atto.

La sagra della complicità

A Ramallah, capoluogo formale dello Stato palestinese in Cisgiordania ma occupato da Israele, un colono – ossia un civile, un “privato cittadino” senza nessuna autorità – ha costretto due carabinieri italiani in missione diplomatica per conto della UE nella zona di competenza dell’autorità palestinese (sopralluogo di preparazione per una visita di parlamentari) a inginocchiarsi davanti a lui e rispondere a domande ad libitum. L’argomento usato era un fucile mitragliatore puntato in faccia, non gentile ma convincente...

Stringendo molto. Quel colono è un occupante illegale, che Israele dovrebbe teoricamente tener lontano da quei luoghi e quindi anche dal personale diplomatico-militare in visita. Che abbia potuto tranquillamente aggredire due militari “nostri” senza essere neanche arrestato successivamente... questo sì che è un episodio di gravità tale da richiedere il richiamo dell’ambasciatore da Tel Aviv.

E invece il ministero degli esteri – il prode Tajani – si è limitato a convocare l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, noto per le sue continue interferenza nella politica interna e nella legislazione italiana, per “esprimere il forte disappunto e la dura protesta dell’Italia per quanto accaduto”.

Peled, come ovvio, ha “espresso rincrescimento per l’incidente e ha indicato che il suo Governo provvederà a effettuare le opportune indagini su quanto accaduto”. Finirà come per tutte le altre “indagini” ufficialmente aperte dal governo Netanyahu su singoli episodi del genocidio ancora in corso a Gaza. Sepolte con le ruspe nella sabbia del deserto o nelle fosse comuni.

Qui nessuna fanfara, dunque. Solo la sommessa raccomandazione dei complici: “se proprio devi sfogarti, non farlo anche con noi, dài...”

P.s. Si è saputo solo dopo che non si trattava di un colono, ma direttamente dell’esercito israeliano. Il che è ovviamente molto peggio, per il governo di casa nostra...

La sagra del servilismo

La comica finale, per ora, arriva però da Milano che si appresta ad aprire le Olimpiadi invernali. Qui il quasi mai brillante presidente regionale, il leghista Attilio Fontana, ha confermato quella voce che circolava da giorni e che il ministro Piantedosi aveva “fermamente smentito”. Sì, i killer dell’ICE statunitense saranno presenti in città, “ma soltanto per controllare il vicepresidente americano Vance e il segretario di Stato Rubio, quindi sarà soltanto in misura difensiva”.

Il Viminale ha cercato di smentire nuovamente, ma con effetti suicidi: “non risulta, al momento, che agenti di Ice Usa vengano al seguito della delegazione americana al fine di scortarla” poiché “la composizione della scorta Usa, infatti, non è stata ancora comunicata dalle loro autorità”.

Non ne sappiamo nulla, in pratica, perché gli americani da noi fanno come gli pare e non hanno neanche bisogno di darci per tempo le liste degli uomini armati che seguiranno personalità ed atleti...

Diciamo la verità: la preoccupazione in fondo è minima, perché appare davvero lunare che le bestie dell’ICE, appena decapitate con “l’esonero” di Greg Bovino, possano apparire nelle strade di Milano applicando il loro “stile Minneapolis”. C’è però da ricordare che l’ICE da anni è già presente in Italia, con un ufficio accreditato, e collabora con l’europea Frontex nel “contrasto all’immigrazione clandestina”, ma nessuno se ne era accorto.

Però il fatto un consistente gruppo dell’“agenzia” venga direttamente qui a protezione del vice-presidente e del ministro degli esteri Usa dimostra che l’ICE è effettivamente una “milizia personale” dell’amministrazione, più fedele e “sicura” persino della Cia e dell’Fbi. Una milizia con metodi da Gestapo – dicono negli States – che il nostro governo accoglie preoccupandosi di sminuirne la presenza. Fino ad arrampicarsi sugli specchi più fragili... 

Le tre diverse figure di Meloni & co. qui accennate sono organicamente complementari. Non avendo alcun ruolo “sovrano” nel mondo, devono inventarsene uno cambiando sceneggiatura e narrativa ogni giorno, piegandosi davanti a chi comanda, imbruttendo a chi viene ritenuto più debole (ma se la Svizzera minacciasse di rivelare quanti e quali conti sono stati aperte nelle sue banche da personalità del centrodestra probabilmente si abbasserebbero le penne anche in questo caso).

Scimmiottando la postura militaresca mussoliniana, ma in tempi assai meno favorevoli per i “nazionalisti minori”, è inevitabile finire per somigliare a un “guappo” – sì – ma della stessa materia dei fondali dipinti alzati per impressionare gli ospiti. Cartone, insomma... 

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Minneapolis. Trump corre ai ripari. Salta Bovino, a rischio la segretaria alla Sicurezza

Il capo dell’operazione dell’ICE a Minneapolis, Gregory Bovino, è in procinto di lasciare la città e con lui anche altri agenti della agenzia federale che sta seminando morte e terrore nelle città statunitensi. Pare che Bovino si ritirerà nella sua California e verrà messo in pensione.

Al suo posto Trump ha annunciato l’invio a Minneapolis di Tom Homan, anche lui con la fama di essere “un duro” ma figura di spicco dell’amministrazione contro l’immigrazione illegale. Secondo alcune fonti già oggi le forze speciali dell’ICE potrebbero cominciare il ritiro dalla capitale del Minnesota attraversata ormai ogni giorno – e con ogni temperatura – da manifestazioni di protesta con migliaia di persone.

Ma a rischio c’è anche la poltrona della segretaria per la Sicurezza interna Kristi Noem, la quale ha sempre difeso per principio l’operato dell’ICE, definendo i due cittadini uccisi come “terroristi interni”. L’opposizione del Partito Democratico al Congresso si prepara ad aprire un’indagine su di lei spianando così la strada ad un suo possibile impeachment.

La senatrice democratica Elizabeth Warren ha affermato che il Congresso dovrebbe procedere all’impeachment del Segretario alla Sicurezza Nazionale Kristi Noem se lei non si dimette dall’incarico.

“Kristi Noem dovrebbe dimettersi, e se non lo fa, il Congresso dovrebbe metterla in stato d’accusa e rimuoverla dall’incarico. In America crediamo ancora nella responsabilità, non nelle bugie”, ha dichiarato Warren in un messaggio diffuso sui media. La senatrice ha accusato il Segretario alla Sicurezza interna di aver mentito al popolo americano sui dettagli dell’uccisione per colpi d’arma da fuoco di Alex Pretti.

Sul caso Minneapolis la svolta è arrivata nelle ultime ore, quando Donald Trump per cercare di limitare i danni ha parlato con il governatore del Minnesota e il sindaco di Minneapolis.

Nelle ultime 24 ore Trump ha parlato al telefono sia con il sindaco di Minneapolis Jacob Frey e con il governatore del Minnesota Tim Walz. “Ho apprezzato la conversazione col presidente, mi ha detto che l’operazione metro surge deve finire” ha annunciato Jacob Frey. Per la Casa Bianca è un primo dietrofront completo dalla linea di scontro frontale con le autorità della città e dello Stato cominciata il 7 gennaio dopo le uccisioni a freddo di Renee Good e Alex Pretti da parte degli agenti dell’ICE.

Donald Trump si vede costretto ad affrontare non solo le crescenti e diffuse proteste dei cittadini a Minneapolis e in altre città, ma anche i sondaggi secondo i quali la maggioranza degli americani ritiene che quella di Pretti è stata una esecuzione e che i brutali metodi dell’Ice non vanno bene. Posizioni critiche cominciano ad affiorare anche tra i Repubbicani. Il candidato conservatore alla carica di governatore del Minnesota Chris Madel, fiutando la brutta aria che tira, si è ritirato dalla corsa, definendo le operazioni dell’Ice un “disastro totale”. Mentre i democratici minacciano un nuovo ostruzionismo al Congresso per non votare il super-finanziamento dell’Ice.

L’immigrazione in generale, ha detto a Politico un senatore repubblicano veterano in condizione di anonimato, è per i Repubblicani ciò che la sanità è per i Democratici – cioè un “gioco di casa”. Eppure, con immagini virali di americani feriti in pieno giorno che sostituiscono quelle dei migranti che attraversano il confine del paese, questo vantaggio sta rapidamente svanendo.

Lo stesso Politico, riferendosi ai mal di pancia degli esponenti repubblicani, sottolinea che devi sapere come decifrare il loro linguaggio. Innanzitutto, c’è il metodo di affermare che: “Il presidente non può fallire”. Il che significa che i repubblicani incolpano i consiglieri di Trump invece di rischiare di far arrabbiare il presidente.

Fonte

Le reti di risposta rapida di Minneapolis

Come viene organizzata l’autodifesa popolare contro l’ICE: guida a un modello aggiornato

È uscito in inglese (CrimethInc) e in francese (Lundimatin) un articolo che ricostruisce le tattiche di autodifesa contro l’ICE messe in atto dalla popolazione delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul). Ho pensato di tradurlo in italiano e di metterlo a disposizione, perché credo sia necessario cominciare a porsi il problema di come sia possibile esercitare forme di autodifesa popolare anche nelle nostre, di città, di fronte al graduale appiattimento del governo italiano sul trumpismo e al proliferare di decreti e “pacchetti” sicurezza che reprimono il dissenso e deresponsabilizzano, garantiscono impunità e quindi lasciano sempre più mano libera alle polizie.

Questa testimonianza potrebbe servire da spunto. Come dicono gli autori, non si tratta infatti di copiare pari pari un modello di autodifesa popolare specifico per un contesto sociale e urbano diverso dai nostri, ma di coglierne lo spirito di autorganizzazione dal basso per adattarlo alle nostre realtà.

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Le reti di risposta rapida, organizzate dalla popolazione per proteggere le proprie comunità dagli agenti federali che cercano di rapirle, brutalizzarle e terrorizzarle, si sono evolute rapidamente per stare al passo con i metodi in continua evoluzione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE).

Durante le ultime sei settimane di occupazione, i volontari delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul) hanno costantemente perfezionato i loro metodi di risposta, dando vita a una struttura dinamica e solida. Questo rapporto esplora questo sistema con l’obiettivo di supportare altri gruppi in tutto il paese che potrebbero presto trovarsi ad affrontare pressioni simili.

Il 2 dicembre, 100 agenti dell’Immigration and Customs Enforcement sono stati dispiegati nelle Twin Cities, nell’ambito di un’ondata di arresti e deportazioni che ha interessato diverse città. Da allora, le Twin Cities sono diventate città sotto assedio, irriconoscibili per molti residenti.

Il numero di agenti federali che le occupano è aumentato di 30 volte, arrivando a quasi 3000. A titolo di paragone, il Dipartimento di Polizia di Minneapolis ha circa 600 agenti. L’omicidio di Renee Nicole Good, membro della rete di risposta rapida, il 7 gennaio, seguito una settimana dopo dal ferimento di un’altra persona, il 14 gennaio, ha catturato l’attenzione del paese.

Tuttavia, la maggior parte delle persone presume che ciò che sta accadendo nelle Twin Cities sia simile alle misure di controllo che l’ICE attua in altre parti del paese, così come le forme di resistenza. Al contrario, la portata degli arresti, delle deportazioni e degli scontri è senza precedenti.

L’onda 

Nei mesi che hanno preceduto il grande afflusso di agenti dell’ICE nelle Twin Cities, residenti e organizzazioni locali hanno creato un sistema di risposta rapida piuttosto centralizzato in cui eventuali testimoni [di violenze dell’ICE] avrebbero potuto inviare le loro segnalazioni – con diversi livelli di fondatezza – a un amministratore, tramite un sistema di messaggistica di massa. Una volta ricevute, standardizzate e verificate le segnalazioni, i coordinatori le diffondevano ampiamente attraverso il sistema, che a sua volta mobilitava le persone nelle vicinanze.

Questo sistema sembrava efficace nel generare mobilitazione durante operazioni su larga scala, come un’irruzione in un caseggiato, ma ha cominciato a mostrare i suoi limiti quando l’ICE ha inaugurato interventi più rapidi e meno intensi.

In seguito, intorno al 1° dicembre, i raid della polizia sono quasi scomparsi e gli agenti, giunti in massa, hanno avviato una serie di perquisizioni e arresti a tappeto. Il vecchio modello si è rapidamente rivelato obsoleto, perché la finestra di tempo per intervenire si è ridotta a pochi minuti.

I membri della comunità che desideravano qualcosa di più conflittuale rispetto all’esistente sistema di “osservatorio legale” – piuttosto inefficace – hanno iniziato a creare un sistema parallelo per colmare le lacune e muoversi più agilmente.

Questo sistema è nato con una chat room su larga scala focalizzata su quanto succedeva nel Southside, dove chiunque poteva pubblicare qualsiasi tipo di avviso. Con l’intensificarsi e l’accelerazione delle operazioni dell’ICE, questa chat room, più aperta e reattiva, ha visto crescere i suoi iscritti ed è diventata uno spazio interessante per coloro che desideravano andare oltre la semplice documentazione delle operazioni dell’ICE.

Inizialmente, i partecipanti hanno utilizzato il sistema di segnalazione esistente per avvisare le persone specificamente prese di mira dall’arrivo dell’ICE e infastidire gli agenti, poi hanno gradualmente cercato di contrastarli: bloccando i veicoli dell’ICE con le proprie auto, bloccando fisicamente gli agenti e mobilitando folle e squadre specifiche per intimidire piccoli gruppi di agenti e costringerli alla ritirata.

Con l’aumentare delle dimensioni delle chat room, ne sono state aperte di nuove per suddividere la città in sezioni sempre più piccole, alcune delle quali coprono a malapena un raggio di quattro isolati. Questo consente agli utenti di monitorare le segnalazioni che li riguardano direttamente e di rispondere in modo rapido ed efficace alle segnalazioni nelle vicinanze.

Contro-sorveglianza

Queste reti hanno ampiamente beneficiato di un sistema di controsorveglianza istituito presso la sede locale dell’ICE. Il Whipple Building, un edificio federale situato a Fort Snelling, alla periferia di Minneapolis e Saint Paul, ospita da tempo il quartier generale regionale dell’ICE, dopo aver precedentemente ospitato altre agenzie federali.

Il complesso si trova di fronte a una guarnigione della Guardia Nazionale, vicino a un’installazione militare e adiacente al forte stesso, che è ancora in piedi. Il forte sorge su un luogo sacro alla confluenza di due corsi d’acqua. Fu uno dei primi insediamenti coloniali della zona e, per un certo tempo, servì anche come campo di detenzione per i nativi Dakota.

Il complesso Whipple comprende uffici amministrativi, strutture di smistamento e detenzione al piano interrato e un ampio parcheggio. I residenti hanno individuato questo sito come un punto strategico durante l’estate e vi hanno mantenuto una presenza costante dallo scorso agosto.

L’edificio è circondato da due autostrade, due fiumi e un aeroporto. Con solo due punti di accesso veicolare, è facile monitorare gli spostamenti dei veicoli dell’ICE. L’operazione Whipple Watch – così come è conosciuta – mobilita attivisti e osservatori che stanno sul posto da mesi. Raccolgono informazioni sui convogli diretti in città o che trasportano i detenuti all’aeroporto, identificano modelli operativi, nonché giorni e orari di punta delle attività, e registrano meticolosamente le targhe dei veicoli.

Questo database viene consultato quasi costantemente, consentendo alle squadre di intervento rapido, a piedi o a bordo di veicoli, di confermare la presenza di mezzi dell’ICE in tempo reale. L’ICE ha iniziato a cambiare regolarmente veicoli e targhe nel tentativo di contrastare questo sistema di controsorveglianza, ma il numero di segnalazioni ricevute continua ad aumentare.

Whipple Watch persegue tre obiettivi principali:
1) Fornire alle reti di risposta rapida locali un sistema di allarme preventivo, in caso di massicci afflussi di truppe e convogli;
2) La raccolta di dati, in particolare tramite i registri di immatricolazione dei veicoli;
3) Assicurarsi che l’ICE sappia di essere monitorato, anche sul proprio territorio.

Whipple Watch ha chiaramente raggiunto questi obiettivi, nonostante la presenza di una forza militarizzata più che ostile.

Come funziona

Ogni distretto della città (Southside, Uptown, Whittier, ecc.) dispone di team di coordinatori che, negli orari delle operazioni, si alternano alla gestione continua della comunicazione tramite la piattaforma Signal. Occasionalmente, diversi coordinatori operano contemporaneamente per condividere compiti aggiuntivi come il monitoraggio delle comunicazioni, l’inoltro delle segnalazioni ad altri canali o la verifica delle targhe.

Questa distribuzione delle pattuglie garantisce inoltre una copertura uniforme dell’intera area, consente di raccogliere informazioni e facilita l’assistenza durante gli scontri. Tutti i pattugliatori, in auto e a piedi, rimangono in linea per tutta la durata del pattugliamento. Il flusso costante di informazioni consente alle altre auto di decidere se sono ben posizionate per unirsi, assumere il controllo di un’operazione di sorveglianza o continuare la ricerca di altri veicoli.

Poiché l’organizzazione è stata suddivisa in zone di quartiere più precise, i residenti di molte aree hanno anche istituito un sistema di messaggistica istantanea giornaliero. Le chat vengono ricreate ed eliminate ogni giorno per mantenerne la leggibilità ed evitare sovraccarichi (il numero massimo di partecipanti per gruppo Signal è limitato a 1.000 persone). Diversi quartieri, sia nelle città sia nelle periferie, hanno replicato la struttura di base di questo sistema, ma con modelli, strutture di discussione, meccanismi di verifica e metodi di raccolta dati leggermente diversi.

Un gruppo di raccolta informazioni raccoglie i dati anonimi inviati da Whipple Watch e da diversi gruppi locali di risposta rapida, quindi li organizza in formati utilizzabili, come mappe interattive delle aree ad alto rischio. Questo gruppo gestisce anche il database consultabile delle targhe, classificate come: “membri ICE confermati”, “membri ICE sospetti”, “non-membri ICE confermati” e altre.

“I miei genitori erano in un bar quando hanno sentito fischi e clacson. All’improvviso tutti i clienti si sono alzati e si sono precipitati verso l’uscita”

Sono stati creati altri forum di discussione localizzati, in particolare in scuole, comunità religiose e servizi di consegna di generi alimentari locali. Un’altra novità è stata la chat di ammissione di Neighborhood Networks, che funge da punto di raccolta per i volontari in arrivo.

Nuove persone provenienti da qualsiasi parte della città, o dello stato del Minnesota, possono registrarsi ed esplorare i vari forum disponibili. Gli amministratori li aggiungono quindi ai gruppi aperti o li indirizzano ai processi di selezione e formazione per gruppi più chiusi.

Più di recente, i coordinatori hanno testato un “sistema di relé” [“ripetitori”, intesi non come dispositivi ma come persone, ndt] per cui i pattugliatori che pedinano i veicoli fino al limite della loro area possono comunicare tramite messaggistica istantanea e passare il veicolo a un pattugliatore della zona limitrofa. Ciò consente ai pattugliatori di concentrarsi su percorsi sempre più brevi, che possono padroneggiare rapidamente e quindi coprire meglio di qualsiasi agente ICE.

Inoltre, i “relé” di lingua spagnola copiano gli avvisi dalle chiamate e dalle chat locali, li traducono e poi li distribuiscono alle vaste reti di lingua spagnola su Signal e WhatsApp.

Ciò che dall’esterno potrebbe apparire come un’eccessiva formalizzazione dello scambio di informazioni, o al contrario come una mancanza di struttura nelle comunicazioni aperte a cui partecipano contemporaneamente tutte le pattuglie presenti nella stessa area, si rivela in realtà un sistema di comunicazione efficace, auto-organizzato e ben coordinato.

Le informazioni vengono trasmesse in modo affidabile su più livelli tramite chat e coordinatori, e i pattugliatori adottano rapidamente pratiche culturali che consentono loro di evitare di sovrapporsi e di trasmettere le informazioni in modo chiaro e organizzato. I volontari si autoselezionano in turni di durata variabile, decidendo quali percorsi seguire in base alle proprie conoscenze, competenze, interessi e disponibilità.

Questo sistema è in continua evoluzione, molto flessibile, un po’ difficile da spiegare a chi non è esperto, ma sorprendentemente facile da integrare, una volta superato lo shock di ricevere più di 1.500 messaggi al giorno, ovviamente.

“Non hai idea di quanto sia pazzesca la roba qui”

La reazione dell’ICE è stata tangibile. Hanno cambiato tattica. Sono stati cacciati da alcuni quartieri durante le operazioni. Sono stati sorpresi a parlare delle loro paure e del fatto che molti di loro avevano già marcato visita.

Hanno anche costantemente intensificato i loro attacchi violenti contro gli osservatori. I pattugliatori che seguono l’ICE troppo da vicino o per troppo tempo si ritrovano spesso circondati, il che permette a quattro o dieci agenti di circondare il loro veicolo, battere contro le portiere, urlare, filmare e minacciare arresti.

Pattugliatori che hanno bloccato l’ICE con le loro auto sono stati speronati, hanno avuto i finestrini rotti o sono stati estratti dai veicoli con la forza per essere fermati o arrestati. Alcune persone sono state costrette a salire sui veicoli dell’ICE, portate vie per diversi chilometri e poi abbandonate sul ciglio della strada. Gli agenti hanno estratto le persone fuori dalle auto, le hanno trascinate per diversi isolati e poi le hanno fatte scappare lungo la strada.

Recentemente, gli agenti hanno usato spray al peperoncino contro le auto, a volte cercando di impregnare l’abitacolo per costringere gli occupanti a uscire, a volte semplicemente per marcare visibilmente le auto al fine di molestarle ulteriormente e prenderle di mira.

Di recente, degli agenti dell’ICE hanno lanciato un candelotto lacrimogeno dal loro veicolo mentre guidavano in autostrada per cercare di dissuadere qualcuno dal seguirli. Gli agenti non solo hanno seguito alcuni pattugliatori fino a casa, ma hanno anche identificato autisti o veicoli che li seguivano per condurli ai loro indirizzi di casa come forma di intimidazione.

Pattugliatori ci hanno raccontato che gli agenti li hanno picchiati, hanno cercato di investirli, si sono diretti minacciosamente contro i loro veicoli, li hanno tenuti sotto tiro, hanno sparato ai loro pneumatici e li hanno trascinati fuori dai veicoli in movimento.

L’omicidio di Renee Nicole Good ha scioccato la nazione, ma non è stata una sorpresa per coloro che hanno calcato le strade delle Twin Cities nelle ultime sei settimane.

Il modello Twin Cities: non copiarlo, ma impara

Ciò che distingue la rete di risposta rapida delle Twin Cities e il suo intero ecosistema non è la rigorosa aderenza a una struttura specifica. Piuttosto, è un’analisi lucida della situazione, la volontà di adattarsi e il coraggio di rispondere all’escalation di violenza.

Gli abitanti di Minneapolis e Saint Paul osservano attentamente i loro avversari. Conoscono i metodi di dispiegamento degli agenti dell’ICE, le loro posizioni, il loro aspetto, il loro comportamento e le loro reazioni. Vivono in un’area metropolitana relativamente piccola e densamente popolata, dove molti quartieri sono percorribili a piedi e la planimetria a griglia facilita gli spostamenti in auto. Le persone sono connesse, attingendo a legami ereditati da precedenti movimenti e rivolte.

Il sindaco di Minneapolis cerca di preservare l’immagine progressista della sua amministrazione; è improbabile che la polizia venga schierata per rafforzare le operazioni dell’ICE. Si tratta di condizioni concrete e osservabili che hanno direttamente plasmato la progettazione e l’attuazione della resistenza locale.

I soggetti coinvolti nel modello si impegnano a dimostrare flessibilità e adattabilità di fronte a circostanze in continua evoluzione. Poiché la città è composta da quartieri con caratteristiche e profili demografici diversi, il modello è stato progettato per adattarsi a ciascun quartiere.

Dopo la fine delle retate, l’ICE ha condotto le sue operazioni quasi esclusivamente da una posizione centralizzata ad accesso limitato, spingendo gli organizzatori a investire massicciamente nella controsorveglianza in quel luogo.

Con il passaggio ad arresti in strada e perquisizioni rapide e casuali, l’unico modo per anticipare i loro movimenti era identificare i veicoli in avvicinamento. La popolazione si è quindi concentrata sull’individuazione dei veicoli dell’ICE sulle strade e sul loro pedinamento.

L’ICE ha dovuto fare affidamento su tattiche a sorpresa e agguato, quindi i soccorritori hanno utilizzato il rumore – fischietti e clacson – per dare rapidamente l’allarme a distanza. Gli agenti dell’ICE non amano operare in inferiorità numerica e non amano essere circondati, quindi i pattugliatori radunano le auto e formano blocchi stradali improvvisati.

Poche di queste situazioni erano prevedibili. L’unico modo per adattarvisi efficacemente era creare un ambiente aperto e inclusivo, che favorisse l’iniziativa e l’auto-organizzazione.

Il coraggio dei residenti delle Twin Cities merita un riconoscimento speciale. È facile criticare le reti di risposta rapida, poiché filmare o osservare l’escalation della violenza non è sufficiente per controllarla. Molte reti in tutto il paese si sono smobilitate prima ancora di iniziare, perché cercavano di controllare eccessivamente le azioni dei loro membri, nonostante ci fosse una generale disponibilità a partecipare attivamente al conflitto.

Gli istruttori spesso enfatizzano la non interferenza; alcuni soccorritori si osservano a vicenda per strada, rimproverando chiunque lanci oggetti o urli. In alcuni casi, ciò deriva da un timore istintivo di rappresaglie contro le ONG coinvolte. In altri, si tratta di un’attenzione ben intenzionata ma fuorviante alla “sicurezza”, che si traduce in un approccio paternalistico che impone agli altri quale livello di rischio sia ritenuto accettabile.

La stessa eccessiva cautela si osserva nelle Twin Cities. Alcuni istruttori e coordinatori, per abitudine, incoraggiano le persone a ritirarsi anziché sostenerle nelle loro iniziative. Altri, invece di contrastare l’ICE, ostacolano chi agisce.

Ma la lotta qui è definita da quelli che oltrepassano i limiti, usano i loro veicoli e i loro corpi per immobilizzare gli agenti e liberare le persone prese di mira, lanciano palle di neve e pietre, calciano indietro i candelotti lacrimogeni, ricoprono auto e agenti di vernice e rompono i finestrini, continuano a urlare in faccia ai sequestratori anche quando vengono presi a pugni, spruzzati con spray al peperoncino o colpiti da proiettili di gomma.

Assistono a rapimenti fatti da uomini mascherati, sparizioni non dichiarate e uccisioni senza precedenti fatte da questo nuovo ICE ringalluzzito e sono disposti a correre rischi reali per fermarli. Stanno subendo la violenza delle rappresaglie, e nonostante ciò sono più numerosi, più forti e più coraggiosi.

Prepararsi all’imponente calata di agenti dell’ICE nella vostra città – e credetemi, è imminente – richiede una valutazione approfondita della situazione e un approccio creativo. Ciò che funziona meglio per la vostra città probabilmente non assomiglierà esattamente a queste unità di osservazione che quotidianamente sorvegliano il quartier generale dell’ICE o alle pattuglie mobili di pronto intervento. Richiederà un’analisi approfondita di come sfruttare al meglio i vostri punti di forza e i vostri punti deboli nelle vostre specifiche circostanze. Iniziate a studiare, pianificare, a connettervi e a sperimentare ora.

Guardiamo alle Twin Cities non per replicarne i dettagli, ma per la chiarezza delle loro analisi, la rapidità e la decisione delle loro azioni, la loro agilità nella sperimentazione, la profonda cura reciproca e il loro coraggio contagioso.

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27 gennaio, giornata della memoria. Quella vera...

Ricordiamo l’infame sterminio degli ebrei da parte dei nazifascisti, gridiamo MAI PIÙ per GAZA oggi e non dimentichiamo che:

1) Il Giorno della Memoria dell’Olocausto di almeno sei milioni di ebrei, uccisi dai nazisti, si celebra il 27 gennaio perché il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa dell’Unione Sovietica liberò il campo di sterminio di Auschwitz. L’URSS pagò con 27 milioni di uccisi il suo contributo fondamentale alla sconfitta del nazismo.

2) Lo sterminio degli ebrei fu compiuto dai nazisti tedeschi e dai nazifascisti europei, da tutti gli stati alleati e complici della Germania di Hitler o occupati da essa.

3) Lo sterminio degli ebrei fu deciso e organizzato scientificamente e metodicamente dai nazisti tedeschi guidati da Hitler, con l’azione criminale di tutti coloro che poi dichiararono: io obbedivo agli ordini. Il genocidio degli ebrei fu voluto da un sistema e non fu un suo eccesso, ma una scelta consapevole e programmata.

4) Il nazismo tedesco è stata la forma estrema del fascismo, cioè del partito reazionario di destra che con la violenza prese il potere in Italia via Mussolini, di cui Hitler fu ammiratore e seguace. Il fascismo è prima di tutto antidemocratico, anticomunista e nemico di ogni eguaglianza. Conseguentemente il fascismo è razzista. 

5) L’antisemitismo, cioè l’odio razzista verso le popolazioni semitiche come gli ebrei è sempre stato bianco, occidentale ed europeo. Era nato nell’Europa del fanatismo cristiano e poi è stato ripreso dalle ideologie razziste di fine Ottocento. Il nazionalismo europeo e il fascismo hanno fatto proprio l’antisemitismo e sono diventati nazismo.

6) Nel 1938 il fascismo e la monarchia in Italia vararono le leggi razziali contro gli ebrei. Dopo l’8 settembre 1943, quando i nazisti tedeschi occuparono gran parte dell’Italia, i fascisti italiani collaborarono attivamente allo sterminio degli ebrei.

7) A Trieste alla Risiera di San Sabba i nazisti tedeschi ed i fascisti italiani realizzarono un campo di sterminio di ebrei, antifascisti e partigiani.

8) “Consegnate gli ebrei e i comunisti!” urlavano le SS naziste quando rastrellavano la popolazione di un territorio occupato.

9) «Quando i nazisti presero i comunisti,
io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico.
Quando presero i sindacalisti,
io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi presero gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.»
Martin Niemöller, pastore protestante tedesco

10) “Collocare sul medesimo piano il comunismo russo e il nazifascismo in quanto entrambi sarebbero totalitari, nel migliore dei casi è superficialità, nel peggiore è fascismo. Chi insiste su questa equiparazione può ben ritenersi un democratico, in verità e nel fondo del cuore è in realtà già fascista, e di certo solo in modo apparente e insincero combatterà il fascismo, mentre riserverà tutto il suo odio al comunismo”. Thomas Mann, 1945

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Nuovo accordo tra Emirati Arabi Uniti e India. Un messaggio alla “NATO islamica”

Il primo ministro indiano Narendra Modi e il Presidente degli Emirati Arabi Uniti (EAU), lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, si sono incontrati a Nuova Delhi il 19 gennaio. Durante questa breve visita, durata solo poche ore, hanno firmato un accordo per raggiungere importanti obiettivi economici, ma che è anche un messaggio geopolitico molto chiaro ai competitors dell’Asia occidentale e meridionale, ovvero Arabia Saudita, Turchia e Pakistan.

Appena qualche giorno fa riportavamo le indiscrezioni su di un asse militare che starebbe espandendo l’intesa già raggiunta tra Islamabad e Ryiad anche ad Ankara, e che potrebbe estendersi fino all’Egitto e alla Somalia, con i sauditi a fare da perno. L’articolo si chiudeva immaginando che la reazione a quella che alcuni commentatori hanno definito una “NATO islamica” sarebbe stata un dialogo sul settore della difesa tra Israele e l’India.

Non ci siamo andati troppo lontani, con la differenza che al posto di Tel Aviv c’è Abu Dhabi, alleato di Israele nella cornice degli Accordi di Abramo. Nella capitale indiana, i due capi di governo si sono accordati per lavorare verso il raddoppio dell’interscambio commerciale, portandolo a 200 miliardi di dollari entro il 2032. Già nel 2025 si sono raggiunti i 100 miliardi, con 3,5 milioni di espatriati indiani che vivono negli Emirati.

Un obiettivo ambizioso, che parte dal pilastro energetico. La Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) ha firmato un contratto decennale, a partire dal 2028, con la Hindustan Petroleum Corporation indiana per la fornitura di gas naturale liquefatto (GNL). Un affare da 3 miliardi di dollari che renderà l’India il principale cliente del gas emiratino, assorbendone il 20% delle vendite entro il 2029, come ha confermato ADNOC in un comunicato.

Ma l’incontro di Nuova Delhi ha segnato un passo storico soprattutto per altri settori. “I leader hanno inoltre accolto con favore l’emanazione della legge Sustainable Harnessing and Advancement of Nuclear Energy for Transforming India (SHANTI)”, ha detto il ministro degli Esteri degli Emirati.

Con questa legge, approvata alla fine del 2025, l’India ha aperto le porte del proprio nucleare agli investimenti privati e stranieri, per rafforzare la propria industria dell’atomo e la propria produzione energetica. Modi e Zayed Al Nahyan si sono accordati per per cooperare in un’ampia gamma di attività del settore: dallo sviluppo di grandi reattori alla manutenzione degli impianti alle più attuali ricerche sulle tecnologie nucleari più avanzate, fino ai piccoli reattori modulari (SMR).

Sul fronte della sicurezza, i due leader hanno consolidato un partenariato militare che include esercitazioni militari congiunte e una ferma condanna del “terrorismo transfrontaliero”: un evidente riferimento al ruolo attribuito da Nuova Delhi al Pakistan in alcuni attacchi avvenuti nel Kashmir. Vikram Misri, ministro degli Esteri indiano, ha detto che il fine ultime è quello di “lavorare per concludere un accordo quadro per il partenariato strategico di difesa”.

Un’intesa strategico-militare, annunciata insieme alla cooperazione nucleare, tra due paesi che si trovano in forte rotta di collisione con l’annunciata alleanza tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita. Non un segnale che faccia presagire percorsi di pace, e che anzi, in maniera esplicita, è stato indicato da media vicini al governo come un “colpo al Pakistan” e un “chiaro messaggio alla NATO islamica”.

Middle East Eye riporta che Network18, colosso indiano dell’informazione di proprietà del miliardario Mukesh Ambani, legato al partito di governo, ha descritto il patto come “la risposta dell’India, attraverso la profondità strategica, alla crescente espansione della difesa pakistana”. I venti della precipitazione bellica si fanno sempre più forti anche per la nascita e la crescita di nuove alleanze militari e di aspirazioni regionali di attori che, fino a pochi anni fa, rimanevano ancora all’ombra dei grandi giochi mossi innanzitutto dall’Occidente.

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Tortura in divisa: condanna per nove agenti della Penitenziaria

Lo Stato sotto accusa: la Corte riconosce la tortura e condanna nove agenti, tra cui una ispettrice, per le violenze nel carcere di Sollicciano

C’è stata tortura nel carcere di Sollicciano. Non abusi isolati, non “eccessi”, non semplici lesioni: tortura. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Firenze, che ha condannato nove agenti della Polizia Penitenziaria – tra cui un’ispettrice – per i pestaggi e i trattamenti inumani inflitti a due detenuti, un cittadino marocchino e un detenuto italiano, tra il 2018 e il 2020.

Una sentenza pesantissima, che ribalta il primo grado di giudizio e smonta la narrazione autoassolutoria che troppo spesso accompagna le violenze di Stato consumate dietro le mura delle carceri.

Secondo quanto ricostruito dai giudici, nel caso del detenuto marocchino tutto avrebbe avuto origine da un semplice screzio verbale con un’agente. Un fatto minimo, ordinario nella vita detentiva. La risposta, invece, è stata brutale: l’uomo viene condotto nell’ufficio dell’ispettrice capo e lì picchiato da sette agenti, fino a rimanere a terra senza fiato. Riporterà la frattura di due costole. Non basta. Dopo il pestaggio viene spogliato, lasciato completamente nudo in infermeria e deriso dagli agenti per diversi minuti. Un trattamento che la Corte ha definito senza ambiguità “inumano e degradante”.

Per questi fatti l’ispettrice E.V. è stata condannata a 5 anni e 4 mesi di reclusione; gli altri otto agenti hanno ricevuto pene comprese tra i 3 anni e 4 mesi e i 4 anni e 4 mesi, per i reati di tortura, calunnia e falso.

La sentenza d’appello ribalta quella di primo grado, che aveva derubricato il reato di tortura in semplici lesioni e assolto gli imputati dalle accuse di falso e calunnia. Una scelta che oggi appare per quello che era: una rimozione della gravità dei fatti. Già in primo grado, va ricordato, l’ispettrice era stata comunque condannata a 3 anni e 6 mesi di carcere, segno che la violenza era stata riconosciuta, ma non chiamata con il suo nome.

L’inchiesta era esplosa nel gennaio 2020, con l’arresto dell’ispettrice, di un agente e di un assistente capo coordinatore, e con l’applicazione di misure interdittive nei confronti di altri sei appartenenti al corpo. Al centro del procedimento due episodi distinti di aggressione, avvenuti anche all’interno dell’ufficio dell’ispettrice capo, a seguito di contrasti con i detenuti.

Nel corso del processo d’appello, il procuratore generale aveva chiesto la condanna per tortura solo in relazione al pestaggio del detenuto marocchino, parlando esplicitamente di “trattamento inumano e degradante”. Per l’aggressione al detenuto italiano aveva invece ritenuto configurabile il solo reato di lesioni, sostenendo che non vi fosse certezza sulle “acute sofferenze” richieste per integrare il delitto di tortura. La Corte ha invece stabilito che anche in questo caso si trattò di tortura, riaffermando un principio fondamentale: la violenza sistematica, esercitata da pubblici ufficiali in posizione di totale potere su persone private della libertà, non può essere minimizzata.

Questa sentenza arriva in un contesto politico in cui il governo spinge per ampliare gli spazi di impunità delle forze dell’ordine, invocando “scudi penali” e riducendo i controlli giurisdizionali sull’uso della forza. È una decisione che va in direzione opposta, ricordando che lo Stato di diritto non si misura nelle dichiarazioni, ma nella capacità di chiamare i propri apparati a rispondere dei crimini commessi.

Sollicciano non è un’eccezione. È uno dei tanti luoghi in cui la sospensione dei diritti, la disumanizzazione dei detenuti e una cultura repressiva sedimentata producono violenza strutturale. Chiamarla tortura non è un atto ideologico: è un atto di verità. E questa sentenza lo scrive nero su bianco.

In un Paese in cui si parla sempre più spesso di “ordine” e “sicurezza”, la Corte d’Appello di Firenze ricorda un fatto elementare: non esiste sicurezza fondata sulla tortura. Esiste solo abuso di potere. E impunità, quando la giustizia sceglie di voltarsi dall’altra parte. Questa volta non è successo.

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26/01/2026

Codice d'onore (1992) di Rob Reiner - Minirece

Music For The Masses, le liturgie per la celebrità dei Depeche Mode

Musica per le masse ad opera di chi le aveva sempre schivate, professandosi outsider per cultori di Blasphemous Rumours. L’album che nel 1987 proietta i Depeche Mode verso lo stardom può apparire una mossa azzardata, quasi blasfema – per restare in tema – nei confronti del manipolo di adepti che li aveva fedelmente seguiti dalle origini, in quel di Basildon, fino al cuore del decennio Ottanta. Eppure, la svolta che porterà al grande successo Dave Gahan e compagni non arriva come un fulmine a ciel sereno, ma come una evoluzione nella continuità. E si rivelerà talmente efficace da riuscire nell’impresa più ardua: tenere insieme lo zoccolo duro della prim’ora con nuove orde di irriducibili fan.

Liturgie elettropop

Già il precedente – e cruciale – “Black Celebration” (1986), infatti, aveva segnato un primo, deciso cambio di rotta per i Depeche Mode, in un percorso che da band di culto per feticisti elettropop li avrebbe portati in breve tempo a gremire arene e stadi di tutto il mondo. Nella celebrazione nero pece del 1986 si potevano già cogliere le avvisaglie di una trasformazione in quasi tutti gli aspetti caratteristici del gruppo di Basildon: la voce di Gahan si era fatta più cupa, pur mantenendo il fascino mostrato in alcuni episodi dei precedenti lavori, le sonorità apparivano più robuste e mature, con Gore ormai pienamente in grado di dosare le tastiere in modo da creare atmosfere oniriche (la splendida title track, "Stripped"), pur senza rinunciare a riff aggressivi ("A Question Of Time") e a momenti di dolcezza ("Sometimes" e "A Question Of Lust"). Dall'epico crescendo di "Black Clebration" fino alla desolazione di "New Dress", l'album proponeva un suono stratificato e denso, che affondava le radici nell'elettropop degli esordi ma, come attitudine e sonorità, ammiccava già al rock da stadio. Poco importava che le chitarre ci fossero o meno: anche un pezzo come "Flies On The Windscreen", col suo macabro accompagnamento di vocalizzi ansimanti, suonava come un vero e proprio anthem negativo, colonna sonora per uscite notturne votate alla decadenza.
Restava quel mix di sacro e profano d'ascendenza blues, da plasmare in nuove, accattivanti forme sonore, senza smarrire quel senso di cupezza e di angoscia che avrebbe sempre accompagnato la premiata ditta di Basildon: un’alchimia complessa per nuove liturgie sonore, quelle di “Music For The Masses”.

Registrato tra Parigi e Londra e mixato in Danimarca, “Music For The Masses” è al tempo stesso il primo album dei Depeche Mode in cui il mentore della Mute, Daniel Miller, non ha un ruolo centrale nella produzione e il primo in cui il tastierista Alan Wilder inizia ad avere un peso rilevante in cabina di regia. A proposito del rapporto con Miller, nel documentario ufficiale sul making of, Martin Gore riconosceva la necessità di “un po’ di nuovo slancio”, mentre lo stesso produttore parlava di “una boccata d’aria fresca” e di “un enorme peso tolto dalle spalle” nel rinunciare alle responsabilità quotidiane. Per la produzione, così, la band si orientò verso Dave Bascombe, che aveva da poco lavorato come ingegnere del suono per "Songs From The Big Chair" dei Tears For Fears. Non potranno certo sfuggire le somiglianze tra alcune atmosfere cupe di quel lavoro e le nuove liturgie per le masse dei Depeche Mode. Nel documentario, Gahan rivelava: “Dave sembrava semplicemente una persona con cui potevamo andare d’accordo”; mentre il compianto Andy Fletcher scherzava: “A volte servono battute nuove, qualcuno che ti prenda un po’ in giro”. In realtà, pur accreditato come co-produttore, Bascombe ridimensiona il proprio ruolo nel plasmare il suono, sostenendo di essere stato impiegato soprattutto come tecnico, più che come guida creativa e di essersi divertito per le “strane” regole non scritte dello studio. Non era suo compito mettere in discussione lo status quo, così si limitò a inserirsi nel flusso di lavoro: una volta che Gore aveva scritto e preparato il demo di un brano, spettava a Wilder e al produttore/ingegnere svilupparlo in studio.

Le session iniziarono al Guillaume Tell, un cinema parigino riconvertito, che si rivelò proficuo grazie alla disponibilità di diversi strumenti orchestrali. Il lavoro proseguì ai Konk Studios dei Kinks a Londra e in uno studio mobile installato in una vecchia villa nella campagna inglese, per poi concludersi con registrazioni e mixaggi ai Puk Studios in Danimarca (edificio purtroppo distrutto da un incendio nel 2020). Ne scaturì un suono epico e orchestrale, che accentuava la natura melodrammatica e teatrale del Depeche sound: una combinazione dell’abilità tecnica di Bascombe e dell’influenza classica e delle doti di arrangiatore di Wilder. Con brani spesso costruiti su cicli ipnotici che crescono fino a un climax trascinante. Un sound meno pittorico rispetto ai dischi precedenti, e decisamente scultoreo, con i bassi che sembrano scavati nel marmo, mentre continuano le dense sovrapposizioni di tastiere elettroniche. Gore, tuttavia, mette un po' da parte i synth, allentando il purismo elettronico, per dedicarsi alla chitarra elettrica – non a caso, il disco si apre con un riff di chitarra isolato, seppur pesantemente trattato e innescato da un campionatore – mentre la batteria si insidia prepotente.

Dal punto di vista lirico, Gore esplora il tema della strada aperta, un motivo ricorrente che evoca evasione giovanile e avventura, mentre la metafora della guida si intreccia con la sua fascinazione per i giochi di potere e il controllo. “Music For The Masses” segna anche un cambiamento nell'estetica del gruppo, con il coinvolgimento di Anton Corbijn (futuro regista del film "Control" su Ian Curtis) nei videoclip e nei materiali promozionali.

I singoli killer

Un successo annunciato e programmato fin nei dettagli, insomma, inclusi i due singoli apripista. Quando infatti il sesto album in studio del gruppo britannico approda nei negozi, il 28 settembre 1987, i Depeche Mode hanno già aperto una significativa breccia nelle classifiche grazie a un doppio, prelibato antipasto.

Il primo 45 giri, “Strangelove”, propone un Gahan ormai già dannato nel suo abbandono agli eccessi e ai peccati della notte, assecondato da cadenze frenetiche: un energico synth-pop in quattro quarti pensato per le piste da ballo. Uscito 5 mesi prima dell’album, mentre le session erano ancora in corso, “Strangelove” fu ritenuto troppo euforico per adattarsi allo stile più oscuro di “Music For The Masses“, così Miller ne realizzò una versione più lenta e oscura, destinata ai solchi dell'Lp. Anche il raffinato videoclip di Corbijn subì dei cambiamenti: dalle riprese in Super 8 e in bianco e nero effettuate in vari scenari di Parigi vennero espunte le parti in cui comparivano due modelle dark in abbigliamento discinto, prontamente censurate da Mtv Usa.

Ma a dettare la linea all'album sarà soprattutto il successivo 45 giri, “Never Let Me Down Again”, destinato a essere annoverato tra gli inni definitivi del synth-pop. Enfatico, trascinante ma perfettamente calibrato, con l'esaltante montare del refrain pianistico sull'onda del denso corpo sonoro. Un grandioso climax orchestrale, con tanto di campioni sinfonici ispirati da "Carmina Burana" di Carl Orff, che lanciano il pezzo in orbita. Il testo è stato interpretato in vari modi: un viaggio edonistico verso l’oblio, un’esperienza omoerotica, una semplice storia di amicizia. Qualcuno insinuerà perfino che il “best friend” del “ride” potesse essere la droga da cui Gahan era dipendente in quel periodo. Un brano reso irresistibile anche da un rullante devastante, catturato da "When The Levee Breaks" dei Led Zeppelin, per stessa ammissione di Bascombe: “Da ragazzo ho sempre pensato che fosse il suono di batteria più entusiasmante del mondo!”, rivelerà.

Una prima breccia nelle classifiche – si diceva. Non così dirompente, a dirla tutta: “Strangelove” approderà al n.16 in Uk e al n.76 negli Stati Uniti; “Never Let Me Down Again” si fermerà al n.22 in Uk e a n.63 negli Usa. Ma progressivamente saranno proprio quei due singoli a trainare al successo “Music For The Masses”. Magari con la complicità di un terzo colpo da ko uscito su 45 giri, di nome “Behind The Wheel”, che riporta in discoteca questo suono oscuro e fatalista, esplorando il lato oscuro delle relazioni umane: un altro potenziale tormentone da club con una sequenza di accordi inquieta e irrisolta. Wilder spiegò nel documentario: “È una sequenza di quattro accordi che si ripete e non cambia mai. Mi ricorda quelle scale a illusione ottica: sali e non arrivi mai in cima. Quando fai il giro, sei di nuovo in basso... non puoi fermarti, ed è questa la bellezza, anche per l’analogia con la guida”. Rispetto alla single edit, più concisa e diretta, la versione dell’album è dilatata, costruisce lentamente tensione e atmosfera prima di mantenere la promessa con quegli inesorabili colpi di rullante. A impreziosire il brano sarà anche un altro video doc di Corbijn, girato in Italia presso il lungo lago di Arona, in Piemonte, nel quale Gahan resta a piedi, mentre un trattore gli porta via la macchina, ma viene raggiunto da una donna in Vespa su cui sale dopo aver buttato via delle stampelle.

Dopo tre singoli-killer come questi, la quarta scelta su 45 giri sarà invece spiazzante, con la filastrocca delicata e sinistra di “Little 15”, che tuttavia si rivela essenzialmente una riflessione sull’innocenza perduta, narrando la storia di un quindicenne alle prese con le difficoltà della crescita e di una donna adulta, amareggiata dalla vita, che lo ammonisce sui pericoli del mondo. Eventuali allusioni sessuali sembrano (stavolta) da escludere, anche se Gore racconterà: "Parla di una casalinga di mezza età, annoiata, che cerca una nuova ragione di vita attraverso un ragazzo giovane. Non deve per forza essere una cosa sessuale. Anche se questa canzone in particolare si riferisce a un nostro compagno di classe che ebbe davvero una relazione con una donna di mezza età quando aveva 15 anni". Dell’arrangiamento orchestrale campionato del brano, è stato detto che evoca una “Eleanor Rigby” per la generazione synth-pop, ed è in effetti un saggio magistrale dell’abilità di Wilder nel prendere lo scheletro di una composizione di Gore e arricchirlo con la sua magia orchestrale, ispirandosi nella fattispecie al minimalismo di Michael Nyman.

Elettronica per arene rock

Il quarto singolo rappresentava dunque il volto più riflessivo e introspettivo dei Depeche Mode, che porta soprattutto il marchio di Gore e che non è mai mancato in ognuno dei loro album. Tra gli altri episodi dell’album che abbassano le pulsazioni per scavare negli anfratti della psiche, vanno annoverati l’elegante “The Things You Said”, lenta e atmosferica nel suo incedere notturno, “To Have And To Hold”, con campioni di radio russa seguiti da un drone sintetico cupo a precedere un beat minimale e il refrain semplice e ripetitivo di Gahan, e la meno riuscita “I Want You Know”, tipica novelty erotica di Gore che usa gemiti e sospiri campionati da un film per adulti per creare il groove con un Fairlight CMI 3 che oggi suona un po’ datato.

Alla categoria delle hit mancate appartengono invece la pulsante “Sacred”, residuo legame con l’industrial-pop delle origini tra cori campionati e l’iconografia religiosa sovversiva di Gore (“a firm believer and a warm receiver”) e l’electro di "Nothing", scandita da un riff contagioso e un apparente charleston, che deriva in realtà dal sample della porta pneumatica di un pullman (!).

Un discorso a parte merita la grandeur finale di “Pimpf”, che con i suoi pomposi timbri operistici rasenta pericolosamente un kitsch inaccessibile perfino agli attuali Muse: il brano strumentale, dal gusto wagneriano, con la voce di Gore campionata, scomposta e riprogrammata, prende il nome da una rivista nazista per ragazzi della Hitlerjugend, dettaglio che ne chiarisce il clima. Un azzardo temerario che alla fine trova senso nel climax melodrammatico del disco: Bascombe paragonerà il fervore di "Pimpf" che risuonava dagli altoparlanti prima di un concerto a Parigi all’atmosfera di un comizio politico.

I Depeche Mode di “Music For The Masses”, insomma, sono un gruppo che vive di contrasti e dualismi, uno dei quali è del tutto interno a Gore. È lui che scrive tutti i testi pieni di rese al peccato e slanci purificatori, tra amore sacro (poco, in effetti) e passioni profane (in abbondanza). L'altro dualismo è al contrario esterno: quello tra il Gore paroliere e il Gahan cantante, ma anche tra la voce efebica del primo e quella profonda e virile del secondo: l'innocenza e l'esperienza sono compresenti nella loro musica, come in ogni animo umano.

Scavallata la metà degli anni '80, i Depeche Mode avevano ormai fatto loro il connubio tra paesaggi sonori desolati e ritmi ballabili che già aveva reso forti certe produzioni di Giorgio Moroder o "Blue Monday" dei New Order, ma erano intenzionati a fare della musica elettronica uno spettacolo da arene rock. Il culmine della loro ambizione populista sarà raggiunto nell'epico concerto al Rose Bowl di Pasadena immortalato da D.A. Pennebaker nel video "101". Proprio quell’ultima data, davanti a circa 60.000 spettatori, sancì definitivamente l’affermazione dei Depeche Mode negli Stati Uniti come una delle band alternative di riferimento della fine degli anni Ottanta.

“Music For The Masses”, del resto, segnò il primo vero salto di qualità dei Depeche Mode nel mercato statunitense. Entrò nella Billboard 200 fino alla posizione n.35 e ottenne la certificazione di disco d’oro a circa sei mesi dall’uscita, un risultato decisamente più rapido rispetto a quanto era accaduto con "Some Great Reward" e "Black Celebration", premiati solo a distanza di anni. Fu inoltre il disco con il maggior numero di singoli di successo pubblicati fino a quel momento.

Da ricordare anche il documentario “Depeche Mode: 1987-88 (Sometimes You Do Need Some New Jokes)”, una panoramica sull'album, contenente commenti e interviste di quanti hanno contribuito alla sua realizzazione: oltre al gruppo, il produttore Dave Bascombe, Daniel Miller, Daryl Bamonte, Martyn Atkins (che propose l'idea dei megafoni per la copertina), il regista Anton Corbijn e tanti altri.

Sarebbe toccato al successivo “Violator” (1990) completare l’opera, suggellando il nuovo ruolo dei Depeche Mode come profeti dell’elettropop per le masse. E pensare che tutto nacque per scherzo: quel titolo era infatti una battuta al vetriolo sulla loro presunta irrilevanza commerciale. Uno scherzo che si tradurrà rapidamente in una profezia, proiettando gli ex-outsider di Basildon nell’olimpo del pop-rock mondiale.

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Si rompe l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan

Ci sono volute le ruvide dichiarazioni di Trump per rompere l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan. Si tratta di una delle pagine rimosse della storia recente del paese.

Con un sorrisetto beffardo, Trump riferendosi agli alleati della Nato, ha dichiarato a Fox News: “Loro dicono di aver mandato un po’ di truppe in Afghanistan, ed è vero. Sono rimasti un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte”.

Tempestiva la reazione del ministro della Difesa Crosetto che ha ricordato i 53 soldati italiani morti durante l’occupazione militare dell’Afghanistan.

Camminando come al solito sulle uova, anche la Meloni – confermando la differenza tra quello che vorrebbe dire e quello che è costretta a dire – ha dovuto replicare al suo interlocutore privilegiato Trump rammentando che: “Nel corso di quasi vent’anni di impegno, la nostra nazione ha sostenuto un costo che non si può mettere in dubbio: 53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane. Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata”.

Paradossalmente, ma non troppo, ci sono volute le sparate di Trump per riportare per un attimo il focus sugli scheletri di quella guerra rapidamente nascosti negli armadi del nostro paese.

Era il 31 agosto del 2021 quando venne completato il ritiro delle truppe USA e Nato – quelle italiane incluse – dall’aeroporto di Kabul. Erano passati quasi venti anni dall’ottobre 2001 quando in Afghanistan arrivarono i contingenti militari di occupazione dagli Stati Uniti e dai paesi della Nato nel quadro della “guerra infinita al terrorismo”.

Il primo contingente militare italiano, composto da circa 400 uomini del 2° Reggimento “San Marco”, partì dalla base di Brindisi già il 7 novembre 2001 nel quadro della operazione “Enduring Freedom” degli Stati Uniti. L’intervento faceva parte della risposta della NATO agli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA che avevano invocato l’art.5 del Trattato.

I militari italiani dal 2004 vennero poi integrati nella missione ISAF della Nato in Afghanistan, e vennero schierati soprattutto nella regione occidentale di Herat, oltre a quelli a presidio dell’ambasciata a Kabul. Ne sono morti 53 e decine sono rimasti feriti in una missione militare impopolare, nata male e gestita peggio e che fece traballare il secondo governo Prodi. E lì sono rimasti fino al 2021.

Sono passati quasi cinque anni dal precipitoso ritiro di tutti i contingenti militari da Kabul, incalzati dai miliziani talebani che in 48 ore avevano travolto l’esercito fantoccio costruito, armato e addestrato da Usa e Nato – Italia inclusa – che avrebbe dovuto sostituire i militari occidentali nel garantire sicurezza, stabilità e “democrazia” a quel tormentato paese.

Eppure in questi quattro anni e mezzo, cioè da quando i contingenti militari si sono ritirati dall’Afghanistan, in Italia su quella vicenda c’è stato un silenzio di tomba, apertamente e pervicacemente bipartisan, perché quella missione militare si è rivelata una rogna imbarazzante per tutti i governi, di centro-destra o di centro-sinistra.

Il centro-destra dei governi Berlusconi seguì servilmente i diktat degli Stati Uniti di Bush jr. inviando un contingente militare in Afghanistan (e due anni dopo in Iraq).

Le missioni militari italiani in Afghanistan e Iraq si rivelarono inutili, strumentali ed anche sanguinose, con decine di militari morti e centinaia rimasti feriti in quei due paesi.

Il centro-sinistra del governo Prodi non ritirò il contingente militare dall’Afghanistan nonostante l’impopolarità del rinnovo di quella missione, le manifestazioni che ne chiedevano il ritiro e alla fine una votazione parlamentare sul tema dove il governo Prodi andò sotto grazie al voto disobbediente di due senatori, Turigliatto e Rossi (uno del Prc e uno del PdCI che però sostenevano l’esecutivo. I due senatori vennero espulsi dai rispettivi partiti).

Ma anche i governi successivi alla rimozione di Berlusconi (2011), in dieci anni non ritennero mai di dover mettere fine alla missione militare in Afghanistan. Nonostante i servili reportage dei mass media, gli editoriali e gli articoli che avevano provato a giustificare l’occupazione militare di quel paese come “lotta per i diritti delle donne afghane”, missione di civilizzazione di un paese arretrato e in mano ai mullah etc. etc. la missione militare in Afghanistan, come quella in Iraq, non hanno mai riscontrato il consenso popolare.

Al contrario, in Parlamento, sia la destra che il Pd hanno sistematicamente votato a favore del rinnovo della presenza del contingente militare in Afghanistan. Fino a quando fu proprio Trump a negoziare con i Talebani il disimpegno degli USA dal paese, scelta che fu poi realizzata materialmente dalla subentrata amministrazione Biden nel 2021.

In Italia, in questi quasi cinque anni, non si è mai più parlato di quella sciagurata missione militare, dei suoi costi umani, economici e politici, né delle vergognose posizioni dei vari governi e forze politiche.

Sull’Italia in Afghanistan è stata scelta consapevolmente la rimozione e una imbarazzatissimo silenzio, rotto solo un anno fa dalla miniserie televisiva europea “Kabul”. Non un dibattito in Parlamento né sui giornali o nei talk show ma l’oblio.

Eppure se dobbiamo individuare uno dei punti di rottura e di caduta della credibilità delle classi dirigenti dell’Occidente capitalista, la fuga dall’Afghanistan ne è uno decisivo. Quel precipitoso e vergognoso ritiro davanti alle telecamere di tutto il mondo fu visto e compreso da molti come indicatore di un declino di egemonia ampiamente acceleratosi negli anni successivi.

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Minneapolis, la buccia di banana di Trump?

Il bello delle “politiche muscolari”, se chi le pratica è militarmente forte, è poter usare la forza come meglio si crede, sveltire le procedure, evitare i lunghi confronti, le mediazioni, l’inevitabile gradualismo dei cambiamenti che riguardano un sistema di vita. E apparire uno che “sa cosa fare”... 

C’è anche il brutto però. E sta nel fatto che una volta iniziato a praticare la sola forza bruta non puoi permetterti di fermarti, mostrarti indeciso, tornare indietro. Anche perché non hai un “piano B” altrettanto “attraente” e “persuasivo”, rischi di apparire incerto come quelli che hai sbeffeggiato fino a ieri...

La stoica resistenza della popolazione di Minneapolis davanti ai killer prezzolati dell’ICE sta producendola prima vera voragine davanti all’incedere della “ruspa” trumpiana, costringendo il guidatore e la sua corte a farsi le domande che avevano fin qui evitato come la peste.

Contraddicendo dopo due giorni l’insultante e falsaria sicumera dei suoi sottoposti (la “ministra dell’interno” Kristi Noem, il capo-killer Greg Bovino, la “ministra della giustizia” Pam Bondi), che hanno continuato a sostenere l’insostenibile tesi di un “si è avvicinato agli ufficiali della Border Patrol con una pistola semiautomatica calibro 9mm”, Donald Trump ha detto al Wall Street Journal che la Casa Bianca «ha riesaminato tutto» sulla sparatoria di Minneapolis e che l’amministrazione «prenderà una decisione» sull’operato dell’agente federale che ha ucciso Alex Pretti.

Non è una marcia indietro, tanto meno un’ammissione di colpevolezza per tutto l’apparato che da lui dipende. Ma è un momento critico. Che come tutti i momenti di questo tipo può evolvere in due direzioni diametralmente opposte: cambiare strada o accelerare nella stessa direzione.

In questi primi dodici mesi del suo secondo mandato, Trump ha inanellato una lunghissima serie di atti di forza sia sul piano interno che internazionale, contando sulla temporanea “luna di miele” sempre concessa ai nuovi presidenti (“lasciamolo lavorare, poi giudichiamo”), sull’arrendevolezza schifosa della sedicente “opposizione democratica” (complice diretta del genocidio palestinese per oltre un anno) e l’effetto sorpresa.

Dazi, definanziamento delle agenzie federali, revisione della strategia di sicurezza, bombardamenti spot qua e là nel mondo fino al rapimento di Maduro (la prima volta al mondo, per un presidente in carica), l’incursione anti-europea sulla Groenlandia, la preparazione dell’attacco all’Iran insieme a Israele... È un metodo, uno stile, non “colpi da matto” privi di coerenza. Parzialmente imprevedibili per chi ne verrà investito, ma sul cui verificarsi a breve termine si può scommettere. Anche se sulle conseguenze “siamo nelle mani del signore”... 

Internazionalmente, “fin qui, tutto bene” (per chi ricorda il fulminante incipit di La heine di Kassovitz). I paesi non europei attaccati erano troppo deboli per replicare, il supporto fetido dell’Unione Europea non è mai mancato fino a quando le “attenzioni imperiali” non l’hanno colpita direttamente, le altre superpotenze (Russia, Cina) erano prese in altri problemi o presentano strategie parecchio differenti che non prevedono la contrapposizione frontale.

Come ci era capitato di ipotizzare, i problemi veri sarebbero stati quelli interni, e non certo perché confidavamo nell’“opposizione democratica”. La campagna di “remigrazione” militare ha acceso le micce. Sia dell’indignazione umanitaria – le scene di bambini deportati o usati come “scudi umani” per costringere i genitori a consegnarsi, gli innumerevoli “arresti” violenti in strada, i morti e i feriti, ecc. – sia della necessaria resistenza.

Le centinaia di migliaia di cittadini che si sono attivati contro l’ICE non sono però solo “attivisti politicizzati”, ma spesso semplici “vicini di casa” che avevano stabilito rapporti di amicizia con immigrati magari irregolari ma “con la testa a posto”. Lavoratori, insomma, che pagano le tasse e l’affitto, portano i bambini a scuola, rispettano le leggi e non rompono le scatole. Persone in carne e ossa, non “categorie” della politica o dell’ideologia.

Non si può spiegare altrimenti l’immenso rischio che queste centinaia di migliaia di civili disarmati stanno correndo da mesi per rallentare, ostacolare, disorientare i killer dell’ICE quando arrivano in una città o un quartiere.

Un rischio terribilmente concreto, come dimostrano le morti di Renèe Goode e Alex Pretti, le centinaia di arresti, feriti, pestaggi.

Eventi ripetuti, quotidiani, che pesano inevitabilmente anche sull’orientamento del voto che – per Costituzione – si dovrebbe tenere a novembre, perché anche molti “indifferenti” sono stati coinvolti direttamente o colpiti da quanto accade.

Oltretutto, questa volta i morti in strada sono due “bianchi per bene” – una madre e poetessa, un infermiere per militari rimasti invalidi – non dei “negri dei bassifondi” cui può essere imputato arbitrariamente di tutto. Ogni cittadino “wasp”, insomma, ci si può identificare immediatamente: “poteva accadere a me”. La frettolosa definizione di “terroristi” gettata loro addosso è un altro boomerang che sta tornando indietro. 

Peggio di tutto, per i trumpiani, queste morti sono diventate il banco di prova di una “battaglia per la verità”. Decine di video e testimonianze altrettanto “per bene” hanno smontato in un attimo le menzogne dell’amministrazione e del capo-killer con simpatie naziste. In un paese dove il criterio per presentare un candidato resta ancora la domanda “compreresti da costui un’automobile usata?” essere inquadrati come falsari può diventare fatale.

Questo e non altro gira per la testa della banda trumpiana, al punto che il tycoon è stato costretto a dire che «A un certo punto ce ne andremo» dal Minnesota, senza però indicare tempi, aggiungendo pure che resterà «un gruppo diverso» per occuparsi di frodi finanziarie e presunti scandali sui fondi pubblici.

La sua altra “kriminal Barbie”, Pam Bondi, era stata un po’ più volgare scrivendo una lettera al governatore di quello stato – Tim Walz – in cui garantiva minacciosamente che “ce ne andremo quando il Minnesota non voterà più per i democratici”. Un curioso caso di “esportazione della democrazia”... 

Riassumendo. Ancora una volta è la resistenza popolare – persino nel cuore dell’imperialismo dominante! – ad avere l’opportunità di rompere i giochi di un potere assolutamente irresponsabile.

Se – ed è un “se” grosso come il pianeta – avrà la forza di arrestare la marcia autoritaria sul piano interno innescherà a cascata conseguenze molto interessanti su tutti i piani. Dalla strutturazione o meno di un’“interazionale nera” di cui sono già chiari tempi e protagonisti, alla riduzione drastica della “capacità di pressione” degli Usa nei confronti di chiunque nel mondo.

È il brutto delle “politiche muscolari”. Quando sei costretto a fermarti cominci anche a prenderle. Se invece vai avanti, pure... Una strategia “lose lose”, pericolosa perché cieca. E anche quando scivola sulla buccia di banana rischia di far danni grossi...

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Israele - La crisi dell’export agricolo e il collasso del porto di Eilat

Recenti inchieste trasmesse dall’emittente pubblica israeliana Kan 11 hanno rivelato una crisi profonda del settore agricolo nazionale. Anche quello che è spesso considerato un ambito forte delle coltivazioni fatte sulle terre strappate ai palestinesi, ovvero gli agrumi, si trova in profonda difficoltà.

All’origine di questa crisi c’è una combinazione di boicottaggi internazionali e il blocco logistico nel Mar Rosso, dovuto al sostegno di Ansar Allah alla resistenza palestinese, nonostante i cosiddetti “Houthi” abbiano stretto un accordo con gli USA da maggio scorso, per fermare gli attacchi alle navi in transito vicino alle loro coste.

Secondo le testimonianze trasmesse da Kan 11, molti ordini e accordi sono stati cancellati, e gli importatori europei trattano sempre più le merci israeliane come ultima risorsa, in assenza di qualsiasi alternativa. Sul lato asiatico, invece, le rotte delle navi-container non toccano più il porto di Eilat, snodo fondamentale dell’economia sionista sul Mar Rosso.

Anzi, lo scorso 12 gennaio vari media israeliani hanno riportato che i suoi moli sono in pratica paralizzati. Stando al giornale Yediot Ahronoth, i ricavi sono passati da 74 milioni di dollari l’anno a quasi zero: un vero e proprio collasso, che ora mette a rischio la tenuta del terminale fondamentale di Tel Aviv sulla sua sponda meridionale.

L’amministratore delegato del porto, Gideon Golber, aveva detto al Times of Israel lo scorso luglio che “la chiusura di un porto strategico in Israele rappresenterebbe un enorme successo internazionale per gli Houthi, che nessuno dei nostri nemici ha mai ottenuto”. Non si tratta, dunque, solo di crisi economica: “l’Asse della Resistenza” ha effettivamente inferto colpi duraturi ai sionisti.

Tornado alle esportazioni di prodotti agricoli, a lasciare pesanti ferite sull’occupazione israeliana è anche il boicottaggio. Il Segretario Generale dell’Organizzazione Israeliana degli Agrumicoltori, Daniel Klusky, ha notato un arresto totale delle richieste da alcune aree del mondo, come ad esempio dalla Scandinavia, dopo l’avvio dell’escalation genocidia nel settembre 2023.

Eppure, almeno una delle testimonianze riportate dall’emittente è quella di un agricoltore che preferisce perdere il raccolto piuttosto che vendere i propri prodotti ai palestinesi. La foga suprematista e razzista sionista arriva a uno sclerotismo tale da condannare persino il proprio stesso settore agricolo.

Ad ogni modo, è lo stesso brand di Israele che sta subendo una trasformazione sulla scena globale. Le informazioni raccolte collegano direttamente il collasso del comparto alle operazioni militari contro i palestinesi. Uno dei pochi mercati principali ancora disposti a trattare con l’agricoltura israeliana è quello russo.

Questa situazione ha portato alla nascita di quella che un giornalista di Kan 11 ha definito “l’alleanza dei boicottati”. Eppure, senza volontà (né necessità) di difendere Mosca, Israele non ha subito sanzioni, ma anzi finanziamenti e sostegno diplomatico. A condannare il sionismo è la sua stessa politica genocida.

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Siria - Regge il cessate il fuoco, ma le aree curde sono allo stremo

Continua l’evoluzione preoccupante degli eventi del nord-est della Siria. Al culmine dell’offensiva qaedista di metà mese e della defezione di massa delle tribù sunnite affiliate alle Forze Democratiche Siriane (FDS), queste ultime hanno perso quasi tutto il territorio che controllavano: permangono solo due enclavi, una nell’area di Qamishlo ed Al-Hasaka ed una nei dontorni di Kobane/Ain al Arab.

L’unico freno momentaneo nei confronti delle bande jihadiste viene posto, per il momento, dagli USA, che il 24 gennaio hanno imposto un prolungamento del cessate il fuoco di altri 15 giorni per effettuare il trasporto dei prigionieri dell’Isis in Iraq.

Durante la ritirata precipitosa delle milizie curde, infatti, si sono verificate fughe di prigionieri dell’ex stato islamico dalle prigioni di Al-Shaddadi eAl-Aqtan, la cui entità reale è impossibile da stabilire; inoltre, vi sono stati tentativi di fuga anche dal famigerato campo profughi di Al-Howl, un vero e proprio campo di concentramento in cui sono stipati in uno stato di prigionia di fatto migliaia di famiglie di diversa nazionalità – compresi bambini nati lì dentro – ritenute legate in qualche modo all’Isis, ma mai condannate da nessun tribunale.

I paesi di origine di questi prigionieri rifiutano i rimpatri e alle milizie curde era affidato il compito di controllarli e tenerli nel limbo legale in cui si trovano oramai da più di 10 anni.

Il controllo di questo campo, per altro, era uno dei motivi con cui il Pentagono giustificava il prolungarsi dell’“alleanza” con i Curdi e della presenza militare nel nord-est della Siria; infatti Washington ora sta valutando il ritiro completo dal paese.

Il fatto che ora si stia provvedendo a trasferire i prigionieri in Iraq la dice lunga, inoltre, sul reale livello di fiducia delle gerarchie militari statunitensi nei confronti del regime di Al-Jolani come partner della “coalizione anti-Isis”.

Cionondimeno, l’abbandono nei confronti delle Ypg/Ypj, seppur fra qualche mal di pancia, specie in ambienti neoconservatori e filo-israeliani, è ormai consolidato. Lo ha decretato l’inviato USA Tom Barrack, come al solito, con un lungo post su X
“Storicamente, la presenza militare statunitense nella Siria nord-orientale è stata giustificata principalmente come una partnership anti-ISIS. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), guidate dai curdi, si sono dimostrate il partner di terra più efficace nella sconfitta del califfato territoriale dell’ISIS entro il 2019, detenendo migliaia di combattenti e familiari dell’ISIS in prigioni e campi come al-Hol e al-Shaddadi. All’epoca, non esisteva uno stato siriano centrale funzionante con cui collaborare. 
Oggi la situazione è radicalmente cambiata. La Siria ha ora un governo centrale riconosciuto che ha aderito alla Coalizione Globale per Sconfiggere l’ISIS (divenendone il 90° membro alla fine del 2025), segnando una svolta verso ovest e una cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo.
Questo cambia la logica del partenariato USA-SDF: lo scopo originario delle SDF come principale forza anti-ISIS sul terreno è in gran parte venuto meno.
Abbiamo collaborato attivamente con il governo siriano e la leadership delle SDF per garantire un accordo di integrazione, firmato il 18 gennaio, e per definire un percorso chiaro per un’attuazione tempestiva e pacifica. L’accordo integra i combattenti delle SDF nell’esercito nazionale (come individui, il che rimane una delle questioni più controverse), cede infrastrutture chiave (giacimenti petroliferi, dighe, valichi di frontiera) e cede il controllo delle prigioni e dei campi dell’ISIS a Damasco. 
Questa integrazione, sostenuta dalla diplomazia statunitense, rappresenta la più grande opportunità finora per i curdi di garantire diritti e sicurezza duraturi all’interno di uno Stato-nazione siriano riconosciuto”.
Secondo diversi analisti, il cambio di linea statunitense sarebbe maturato il 6 gennaio a Parigi, quando il regime sionista e quello qaedista di Al-Jolani hanno stipulato un accordo di de-escalation ed hanno messo in piedi un meccanismo di comunicazione – quindi ancora un accordo completo di reciproco riconoscimento – grazie proprio alla mediazione USA. A quel punto anche Israele avrebbe abbandonato i curdi per “accontentarsi” del controllo dell’area drusa.

Su questo tema, l’avvocato di Ocalan – Faik Özgür Erol – ha riportato una dichiarazione del leader curdo durante un colloquio in carcere, che concorda con quest’analisi: “Il processo iniziato con l’Accordo di Parigi mira a trasformare la Siria settentrionale in Siria meridionale. È chiaro che mentre Israele ha preso le alture del Golan e Suwayda, ad al-Sharaa è stata promessa l’area tra i fiumi Eufrate e Tigri. Sarebbe un errore storico per la Turchia considerare questo processo a suo favore”.

La nuova linea degli USA, dunque, è l’integrazione delle milizie curde e delle sue strutture amministrative all’interno dello stato siriano. Facile da mettere su carta, ma non così facile da applicare: non si vede come si possano convincere migliaia di combattenti legati alla storia e identità del movimento di liberazione curdo a subordinarsi alle gerarchie militari dei loro carnefici salafiti.

Sia gli USA che la Turchia preferirebbero tale scenario a quello dello scontro finale, con la caduta delle due enclavi ancora in mano alle Ypg/Ypj dopo un assedio militare.

In particolare, Ankara non vuole tirare troppo la corda nei confronti della propria minoranza curda per non mettere a rischio il processo di disarmo del PKK, il cui scopo finale è attirare verso l’area governativa il consenso dei curdi, non alienarselo.

Tuttavia, nei giorni scorsi si sono riviste le scene di più di 10 anni fa, alla vigilia della rottura del precedente processo di pace: decine di migliaia di abitanti del sud-est del paese si sono riversati sul confine siriano per tentare di correre in aiuto dei curdi siriani, bloccati dalla polizia.

Del resto, la situazione di assedio in cui si trova Kobane/Ain-al-Arab non è così diversa rispetto al 2014: acqua ed elettricità sono state staccate e solo la mobilitazione internazionale, probabilmente, ha convinto le autorità qaediste ad aprire corridoi umanitari verso la città. Si segnalano casi di morti per fame e per freddo, proprio come avviene a Gaza.

I margini di manovra per Mazloum Abdi e le dirigenze curde sono però molto stretti: i rapporti di forza militari sono ampiamente sfavorevoli, dopo lo sfarinamento delle Forze Democratiche Siriane, in quanto sono rimasti legati al progetto confederale solo i nuclei originari delle Ypg/Ypj; un numero insufficiente per reggere lo scontro essendo anche venuto meno il supporto militare statunitense.

Al momento, stanno provando a guadagnare tempo e salvare qualche margine di autonomia sui territori ancora controllati, cercando sponde in quei settori degli apparati militari di Stati Uniti ed Israele che non hanno condiviso la linea dell’abbandono della causa curda. Al-Jolani, però, sembra disposto a concedere solo posizioni nei ministeri e nei governatorati, nell’ambito di una struttura statale molto centralizzata, senza concedere autonomie speciali al nord-est.

È fondamentale, ora, per la compagine curda, cercare di resistere, per poi rilanciarsi sul medio periodo, contando sull’incapacità, già ampiamente dimostrata, del governo centrale di controllare tutto il territorio, magari effettuando anche una ricalibratura delle alleanze regionali: gli USA hanno più volte dimostrato la loro totale inaffidabilità. Le forze che combattono davvero l’integralismo salafita sono altre.

In tal senso, un altro aspetto che va tenuto in considerazione è la possibile estensione del conflitto all’Iraq, dove le minacce di bloccare le entrate petrolifere e le pressioni statunitensi nell’ambito della partita che si sta giocando per la formazione del nuovo governo, potrebbero aver bisogno di un braccio armato jihadista.

Nello scontro in corso, le forze politiche filo-iraniane sono determinate a non cedere di un centimetro: continuano a proporre Maliki – l’esponente dei partiti sciiti più legato all’Iran – come Primo Ministro, in luogo del moderato Suidani, ed hanno dispiegato le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) al confine con la Siria per rispondere ad una serie di minacce diffuse via internet da milizie qaediste inquadrate nell’esercito siriano.

“Questa è propaganda debole e codarda. Ora siamo al confine. Lasciateli venire e tentare di nuovo la fortuna; si troveranno di fronte al ruolo eroico delle forze di sicurezza irachene e di Hashd al-Shaabi [PMF]” ha dichiarato all’agenzia curda Rudaw Abu al-Hassanein, comandante della Brigata al-Tufuf delle PMF.

In generale, gli sviluppi siriani vengono osservati con molta apprensione in Iraq, anche in riferimento alle minacce USA nei confronti dell’Iran: eventuali incursioni dal lato siriano potrebbero essere usate come un diversivo per tenere occupate le PMF, impedendo loro di concentrarsi sulle istallazioni militari americane, in caso di conflitto con l’Iran.

Ancora una volta, dunque, l’estremismo salafita si dimostra braccio armato degli interessi dell’imperialismo.

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