Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/03/2026

Guerra all'Iran. Tutti gli occhi sono puntati su Islamabad

A Islamabad sono arrivati i ministri degli Esteri di Turchia, Egitto, Arabia Saudita per due giorni di colloqui con il Pakistan sulle misure per allentare le tensioni in Medio Oriente. Il vertice tra questi quattro importanti paesi islamici avviene mentre gli USA paventano una invasione di terra dell’Iran.

Prima di questo vertice c’è stata un’ora di colloqui telefonici tra l’alleato “fraterno” iraniano, nella figura del Presidente Masoud Pezeshkian, e il premier pakistano Shehbaz Sharif.

Il vertice dei quattro paesi a Islamabad va valutato bene nella sua rilevanza. Si tratta di due paesi arabi e due paesi non arabi. Due di essi – Turchia ed Egitto – dispongono di forze armate assai consistenti; uno ha tantissimi soldi e risorse energetiche– l’Arabia Saudita – l’altro – il Pakistan – dispone di decine di armi nucleari. Secondo alcuni osservatori anche il Qatar potrebbe presto unirsi a questo gruppo.

La Turchia, come noto, insieme al Qatar è il principale sostenitore dei Fratelli Musulmani al quale aderisce anche Hamas. A Tel Aviv la Turchia viene già considerata il nuovo Iran ossia una potenza regionale minacciosa per Israele. Secondo gli analisti israeliani, Ankara ha intensificato la propria influenza in Siria, Libia, Sudan e Somalia, mostrando ambizioni espansionistiche simili a quelle iraniane.

Contemporaneamente, l’Arabia Saudita non vuole una normalizzazione dei rapporti con Israele, a causa dell’opposizione israeliana alla “soluzione dei due Stati” per i palestinesi e al no di Israele ad un programma nucleare civile saudita. Anche per questo i sauditi hanno stretto un’alleanza “a scopo difensivo” con il Pakistan, che è dotato di armi nucleari che, a suo tempo, vennero finanziate proprio dall’Arabia Saudita.

L’irritazione degli Stati Uniti per questa ipotesi di “blocco sunnita” in opposizione a Israele (ma anche alla vecchia egemonia USA sul Medio Oriente) è emerso piuttosto chiaramente dalle ruvide e piuttosto grevi battute contro il principe saudita Mohammed bin Salman.

Non si capisce bene quale sia il motivo dell’irritazione di Trump verso i sauditi. Vuole forse la partecipazione ufficiale dell’Arabia Saudita alla guerra contro l’Iran? Vuole più soldi dai sauditi come ai “bei tempi”? Vuole forse che l’Arabia Saudita annunci la normalizzazione dei rapporti con Israele senza alcuna concessione? Trump intervenendo in un evento a Miami, riferendosi a Bin Salman ha affermato: “Pensava che fossi un normale presidente americano e che non avrebbe dovuto leccarmi il culo e adularmi, e ora invece deve essere gentile con me. Meglio che lo sia”

Una maggiore integrazione militare di questi quattro paesi islamici – Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Egitto – rappresenterebbe dunque un serio problema per Israele, la quale ambisce ad essere l’unica potenza egemone dell’area e a sottomettere tutti i paesi del Medio Oriente.

Il vertice di Islamabad rappresenta infatti la risposta del cosiddetto “asse sunnita” – quindi diverso dall’asse sciita rappresentato dall’Iran e dai suoi alleati – sia al progetto israeliano di una alleanza regionale anti-islamica sia al rafforzamento dell’Iran come paese di riferimento del mondo islamico. Se Teheran uscirà in piedi dall’aggressione israelo-statunitense, un aumento esponenziale della sua autorevolezza e influenza appare infatti inevitabile.

Netanyahu ha annunciato recentemente l’intenzione di Israele di creare una nuova alleanza di Paesi per contrastare i due principali fronti dell’islam politico: quello sciita e quello sunnita radicale. Obiettivo dell’alleanza: collaborare con Stati che abbiano la stessa visione delle «minacce» nel Medio Oriente.

Questo nuovo asse anti-islamico dovrebbe essere basato su cinque Paesi principali: oltre a Israele, ci sarebbero India, Grecia, Cipro, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti, quest’ultimo sarebbe l'unico paese arabo-islamico dell’eventuale alleanza, ma è anche l’unico paese del Golfo ad aver finora firmato gli accordi di Abramo con Israele e da anni gioca sporco nel destabilizzare gli altri paesi della regione attraverso l’Isis o altri gruppi jihadisti.

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Poste italiane all’assalto di Tim. Il pubblico si adegua al modello neoliberale

L’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) lanciata da Poste Italiane nei confronti di TIM non appare certo come un fulmine a cielo sereno nell’apparato produttivo e infrastrutturale nazionale.

Nel caso specifico risultava evidente che con l’acquisizione del controllo societario la prospettiva dell’inglobamento era inevitabilmente nell’ordine delle possibilità concrete. Tuttavia limitare l’interpretazione all’ordinarietà delle condotte di mercato impedirebbe di comprendere la portata di una operazione che ne travalica per più aspetti il confine.

Una prima considerazione riguarda l’approdo del processo di privatizzazione delle telecomunicazioni, posto all’origine dell’intera vicenda trentennale delle privatizzazioni nel nostro paese, che ad operazione ultimata porterebbe la presenza pubblica appena oltre la soglia del 50% del capitale sociale. Esito che ha indotto molti commentatori ad intravvedere addirittura elementi di “nazionalizzazione” del settore.

Ora, aldilà della evidente precarietà del 50,1 del dato di proprietà azionaria di soggetti di natura pubblica, gli assetti proprietari della società acquirente Poste Italiane per effetto della diluizione del suo capitale nella nuova struttura proprietaria vedrebbero una netta riduzione della quota pubblica dall’attuale 65% (29,26 % Ministero Economia e Finanze, 35% Cassa Depositi e Prestiti) appunto al 50,1.

Al riguardo si potrebbe obiettare che la condizione strutturale di Poste Italiane risulterebbe comunque potenziata dall’acquisizione degli assets di telefonia fissa e mobile, avvalorando così le dichiarazioni aziendali sulla dilatazione del proprio cloud integrato multiservizi, che spazia dalle telecomunicazioni alla logistica, dalla finanza al recapito, passando per la raccolta ed elaborazione dati, ed altro ancora, un dato tanto innegabile quanto superficialmente limitato all’osservazione del momento attuale.

Alzando appena lo sguardo all’intera vicenda industriale di Telecom-TIM si evidenzia lo scenario della devastazione di un settore strategico dell’economia condotta senza soluzione di continuità all’insegna dell’annichilimento della ricerca e dello sviluppo, vero aspetto “core” di ogni dinamica industriale, mancanza associata al sistematico saccheggio delle risorse umane e finanziarie, riconducibili in larga parte ad un passato pubblico discutibile quanto si vuole ma nondimeno reale.

Un processo che ha visto scorrere in un rapporto organico con le fasi della politica un’intera classe di “imprenditori” nazionali – Agnelli, Colaninno, Tronchetti – fino alle battute dei tempi più recenti con protagonisti sovranazionali Vivendi e Telefonica con lo scorporo della rete fissa ad appannaggio degli americani di KKR. A ben vedere, del patrimonio ormai “sfibrato” e decotto delle telecomunicazioni nazionali residua veramente poco, con una redditività di settore fisso e mobile, dati alla mano, in deciso declino.

Il senso vero dell’operazione di Poste Italiane su TIM si connota in termini decisamente più realistici come un’acquisizione volta a sfruttarne la commercializzazione allocandola nella propria rete integrata dei servizi, alla cui base opera una forza-lavoro a livelli salariali decisamente magri, decretando la scomparsa del settore delle TLC nazionali di cui il “delisting”, la fuoriuscita dalla borsa sarebbe l’atto formale conclusivo.

Da quanto esposto appare decisamente fuori luogo l’evocazione di termini quali nazionalizzazione ovvero operazione sistemica e Poste Italiane come esempio di campione industriale nazionale, la commercializzazione dei servizi di cui Poste è innegabilmente leader attiene alla parte bassa o, se si preferisce, conclusiva della catena del valore del comparto, di cui fondamentalmente è componente passiva, impossibilitata strutturalmente oltre la sfera, certo non trascurabile, della vendita ad assumere un ruolo di protagonismo industriale che ormai si misura in termini sovranazionali.

Tuttavia per ragioni molto diverse siamo anche noi dell’avviso che l’acquisizione di TIM da parte di Poste Italiane non sia derubricabile a una “semplice operazione” del cosiddetto mercato.

Ci sono almeno un paio di questioni meritevoli di attenzione:
– la prima legata allo scontro tra Videndi e KKR per lo scorporo e quindi il controllo della rete fissa, una disputa giocata non certo su piani industriali in buona parte sovrapponibili, la cui posta era la presenza nel nostro paese di operatore con base europea oppure con radicamento sulla sponda opposta dell’Atlantico, uno scontro geo-economico in cui la proiezione del nostro governo ha avuto una forte influenza;
– la seconda relativa all’acquisizione diversi mesi addietro da parte di Poste delle quote di Cassa Depositi e Prestiti in TIM, da interpretarsi come un disimpegno, da parte del vero player delle malridotte politiche industriali di questo paese, in una azienda ridotta a uno zombie industriale.

Non costituisce certo un mistero l’interesse dei grandi fondi del risparmio gestito americano – Blackrock, Vanguard, State Street tra gli altri – per il mercato delle utilities (grandi aziende di servizio) europeo con una aggressività finanziaria impressionante collocata in tutti gli snodi dei mercati borsistici in modo da condizionarne gli andamenti, e la loro presenza tanto nel capitale TIM quanto in modo ancora più rilevante in KKR. Se ci si consente un paragone con le strategie militari, un’operazione a tenaglia per la conquista di uno spazio strategico in cui Poste Italiane per i suoi interessi diffusi e il ruolo sistemico gioca il ruolo del cavallo di Troia, con una proiezione ben oltre i già considerevoli confini aziendali.

La pressione dei fondi per l’ingresso nel capitale di Poste è stato un tema decisivo per il delineamento degli equilibri azionari e assetti strategici aziendali che, con l’assorbimento di TIM, vede finalmente conseguito l’obiettivo. Evidentemente non siamo ancora al passaggio di mano dal capitale definito “paziente e laborioso” della Cassa Depositi e Prestiti alla pervasività aggressiva tutta finanziaria dei fondi di investimento, ma uno strappo si è realizzato e la prospettiva che si dischiude non appare certo rassicurante.

Assecondare la spinta alla finanziarizzazione come strumento di equilibrio di un qualsivoglia progetto industriale è fuori dalla realtà, una contraddizione insanabile. Certo il nostro punto di vista è quello dei fruitori dei servizi e dei lavoratori del settore, di chi pensa alle attività pubbliche per la loro funzionalità e la stabilità occupazionale e non come punto di accumulo di interessi privati a conduzione finanziaria e speculativa.

Un’ultima osservazione, Poste Italiane è stata in questi anni considerata un esempio virtuoso di gestione, sulla base dei suoi bilanci e degli utili garantiti agli azionisti pubblici e privati, mentre, ancora dal nostro punto di vista, è stato uno spazio economico e produttivo in cui la torsione privatistica dell’apparato pubblico ha trovato la sua realizzazione più avanzata, sperimentando pratiche gestionali e modelli relazionali presi a riferimento in altri contesti industriali.

Trenta anni dopo l’avvio della “madre di tutte le privatizzazioni” quella delle Telecomunicazioni, che proprio con lo scardinamento dalle Poste e Telecomunicazioni pubbliche, ha trovato la condizione di realizzazione, Poste Italiane SPA si propone come testa di ponte del sistema dei servizi nel vuoto modello economico-produttivo neoliberista del paese.

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Se gli Usa mettono “gli scarponi nel pantano” iraniano…

Un mese di guerra e la situazione si complica. L’unica buona notizia è che Trump e Netanyahu non hanno un solo alleato convinto che sia stata fatta una scelta intelligente con la guerra aperta all'Iran. Poi, certo, il codazzo dei servi è sempre nutrito, ma tra una partecipazione entusiasta e qualche aiuto di contorno la differenza è grande.

Va fatto notare ai tanti distratti che il tycoon doveva andare in Cina per discutere un ampio ventaglio di questioni che contrappongono gli interessi dei due paesi, ma l’appuntamento è slittato da marzo ad aprile e poi – per ora – al nove maggio.

Non serve un traduttore per intuire che Xi Jinping non è disposto ad incontrarlo mentre sta ancora bombardando un paese con cui ha stretto da anni accordi commerciali reciprocamente vantaggiosi e costituiva una tappa importante del progetto “Nuova via della seta”.

Ma la strada che gli Usa hanno preso per il momento sembra quella di una nuova dose della stessa droga, che in una guerra viene definita escalation e nelle tossicodipendenze non sappiamo.

Stando alla sintesi fatta dal ministro degli esteri iraniano, Araghchi, “gli Stati Uniti dicono pubblicamente di volere una trattativa, ma segretamente stanno mandando truppe per attaccarci anche via terra”. E bisogna dire che le informazioni in mano a Teheran sembrano di solito piuttosto serie.

Ad esempio, il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie, rivendicando il bombardamento di “un magazzino a Dubai che custodisce sistemi anti-droni provenienti dall’Ucraina, destinato ad assistere l’esercito americano” ha precisato che “21 ucraini erano presenti anche in quella posizione”, ma di non avere informazione sulla loro sorte.

Numeri netti, fino alla singola unità, non cifre buttate lì per fare sensazione... 

Una verifica arriva pure dal “colpo grosso” portato alla base di Prince Sultan, in Arabia Saudita, dove tra l’altro è andato distrutto un E-3 Sentry AWACS (aereo da sorveglianza, comando e controllo), indispensabile per coordinare gli attacchi e allertare le difese, dopo che diversi radar a terra erano stati distrutti. Non è una vanteria, visto che le foto del rottame sulla pista hanno fatto il giro del mondo.

Non migliore pubblicità ha fatto la portaerei Gerald Ford, “la più grande del mondo”, costretta a ritirarsi dall’Oceano Indiano ufficialmente a causa dell’intasamento dei bagni e di un incendio nel reparto lavanderia che però avrebbe costretto a ricorre alle cure mediche ben 200 marinai. L’immenso ferrovecchio è ora in un porto della Croazia per riparazioni urgenti, che dureranno ovviamente settimane, almeno.

Eppure tutte le fonti danno ormai per deciso un attacco anche a terra, prendendo di mira le isole iraniane nel Golfo Persico – soprattutto Kharg, terminale petrolifero principale – e le coste dello Stretto di Hormuz.

Sul punto gli scettici sono praticamente una maggioranza bulgara. Il centro studi statunitense FDD, di area repubblicana, afferma che la “conquista dell’isola iraniana di Kharg rischia di rivelarsi un fallimento, in quanto comporterebbe pesanti perdite a fronte di minimi vantaggi operativi o strategici, che potrebbero essere conseguiti in modo più efficace con altri mezzi”.

Le ragioni militari sono chiare: conquistare l’isola, appena 20 km quadrati, sarebbe abbastanza facile, ma le truppe resterebbero poi facile bersaglio per droni e missili iraniani, con la costa ad appena 30 km e tempi di percorrenza troppo stretti per attivare eventuali difese.

La logistica per mantenere funzionante la “testa di ponte” sarebbe molto costosa e a forte rischio di essere colpita, dovendo per forza di cose atterrare o approdare sull’isola. Lo stesso vale per tutte le altre isole e a maggior ragione per le montagne che dominano lo Stretto.

Le perdite umane sarebbero alte, probabilmente, annullando l’effetto “vittoria schiacciante” che Trump sta manifestamente cercando per poter chiudere la guerra senza apparire un deficiente. Ma se non ottiene un risultato “vendibile” sarà costretto a cercare qualche altro obbiettivo similare (si parla delle miniere di uranio o dei laboratori nucleari), aumentando costi, rischi e perdite.

Sarebbe insomma la classica escalation “alla vietnamita”, che fa ritrovare la superpotenza inchiodata in una situazione lose-lose, con gli stivale nel pantano, in cui perdi qualsiasi cosa tu faccia. La peggiore, per un’amministrazione che pretende di dominare il mondo... 

I problemi ci sono infatti soprattutto in casa. Manifestazioni “No Kings” a parte, tutto sommato ritenute “ignorabili” alla Casa Bianca, si sta lentamente sfaldando il consenso “Maga” intorno ad una politica bellicista che è l’esatto contrario di quel che Trump aveva promesso in campagna elettorale. Anche perché, ideologia a parte, gli elettori fanno i conti con il prezzo della benzina ormai vicina ai 5 dollari al gallone (quasi 4 litri, ma negli Usa non ci sono le accise e un prezzo di 3 dollari era già considerato “alto”).

Aggiungeteci gli agricoltori – altra pezzo importante del “blocco sociale” reazionario Usa – che vedono sparire i margini di guadagno sia per l’aumento dei carburanti che dei fertilizzanti.

Uno smottamento del consenso già registrato nei sondaggi – il “gradimento” di Trump è sceso al 36% – ma che alle elezioni di midterm, a novembre, rischia di essere ancora peggiore mettendo insieme una riduzione dell’affluenza “Maga” al voto e una reazione di rifiuto dei “repubblicani perbene”. Ma senza maggioranza al Congresso, Trump diventa un'“anatra zoppa” oppure tenta un golpe comunque traumatico e problematico.

Ci sono tanti modi di perdere una guerra. E la storia Usa è un vero manuale, in questo senso...

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La pulizia etnica sionista spazza via pure i cristiani

Il divieto imposto al cardinale Pizzaballa e al “custode del Sacro Sepolcro” di accedere alla chiesa per celebrare la “domenica delle palme”, a una settimana dalla Pasqua, non è affatto un incidente dovuto ad “incomprensioni”, né a superiori ragioni di “sicurezza”.

I due prelati, ovviamente ben noti e introdotti nella vita diplomatica locale, erano soli. In due. La “sicurezza” di chi è stata “protetta” bloccandoli all’esterno? Non la loro, evidentemente, che son dovuti tornare indietro rimanendo comunque esposti ad eventuali attacchi missilistici o alle violenze dei “coloni”. Non certo quella dello “stato ebraico” – che non vediamo differente da uno “stato islamico” o “cristiano” – che da 80 anni “tollera” la presenza vaticana.

Tutte le celebrazioni musulmane, compresa la fine del Ramadan, era già state impedite nei giorni scorsi. Nella città delle “tre religioni monoteiste” una sola ha oggi diritto di cittadinanza. Ed è una religione di Stato. Con buona pace della laicità e della “democrazia liberale”.

Come ripetiamo spesso, siamo atei e dunque laici. Non ci interessano le religioni se non come storia e diversità culturale, che vanno tutte rispettate pur senza condividerle.

Ma è solare che il suprematismo etno-religioso di Israele ha superato ogni remora e pretende ora di imporsi al mondo come superiorità non criticabile, potere supremo che guarda il resto dell’umanità – con le sue infinite tradizioni culturali ed anche religiose – dall’alto in basso. Di “popoli eletti” da un dio, nella Storia, ce ne sono stati diversi. Nessuno ha fatto una bella fine né ha lasciato un buon ricordo di sé.

La sortita di Gerusalemme – anche ammettendo l’ipotesi incredibile di una pattuglia di polizia che avesse preso autonomamente una simile decisione – mette sul piatto e davanti al naso di tutto l’Occidente il frutto maleodorante di 80 anni di sostegno al sionismo militarizzato. Neanche i complici occidentali, in senso lato “cristiani” delle diverse chiese, hanno più spazio o tolleranza.

Non c’è più limite. Netanyahu, Smotrich, BenGvir, la cosiddetta “opposizione”, non presentano differenza sostanziali su questo punto. Si sentono investiti da un’autorità divina e protetti dal sostegno totale degli Stati Uniti (e chissà qual è il “dio” che veniva invocato in una allucinante riunione alla Casa Bianca). E si comportano da padroni razzisti ovunque, anche quando girano da semplici turisti, come abbiamo più volte sperimentato anche in Italia.

Significativa, in proposito, la reazione irritata dell’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peld, ultrà sionista: “Noi avremmo preferito una risposta differente però ritengo che tutti comprendiamo le sensibilità del mondo cattolico-cristiano e la situazione politica in Medio Oriente e in Italia”. Della serie “come osate criticarci?” 

Il problema dunque è ora tutto a carico dei sedicenti “dio, patria e famiglia”, incapaci di fare alcunché per frenare il suprematismo razzista di uno Stato-terrorista ormai specializzato negli “omicidi politici” di chiunque consideri “un pericolo”, oltre che nel genocidio di interi popoli.

Non crediamo ad una sola parola della vostra cosiddetta indignazione per un atto che definite “inaccettabile” senza però fare assolutamente nulla.

Cosa farete? Taglierete la consegna di altre armi e munizioni ad Israele? Interromperete le relazioni diplomatiche, culturali, universitarie, militari, economiche? Boicotterete i loro prodotti impedendone l’importazione?

Se non farete nulla di tutto ciò vuol dire che siete consapevoli di essere dei servitori di interessi altrui. Non della religione che dite di professare, non di questo Paese e neanche “dell’Europa”. Tanto meno dell’umanità.

P.s. Non osiamo neanche immaginare cosa sarebbe accaduto se la polizia italiana avesse impedito al rabbino capo di Roma di accedere alla sinagoga...

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Il comunicato di solidarietà delle Comunità islamiche in Italia

L’UCOII esprime profonda solidarietà al Patriarca Pizzaballa, impedire la preghiera è una ferita per tutta l’umanità

L’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII) esprime profonda indignazione e piena solidarietà al Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, e al Custode dei Luoghi Sacri in Terra Santa, padre Francesco Ielpo, ai quali la polizia israeliana ha impedito stamattina di raggiungere la Basilica del Santo Sepolcro per celebrare la Messa della Domenica delle Palme.

È la prima volta da secoli che ai massimi rappresentanti della Chiesa Cattolica in Terra Santa viene negato l’accesso al più sacro dei luoghi di culto cristiani. Un atto grave e senza precedenti, che il Patriarcato Latino ha giustamente definito “una misura manifestamente irragionevole e sproporzionata” e “un’estrema violazione dei principi fondamentali di libertà di culto e rispetto dello Status Quo”.

«Siamo profondamente vicini ai nostri fratelli e sorelle del mondo cristiano in questo momento di dolore», dichiara il Presidente UCOII Yassine Baradai. «Quanto accaduto oggi al Santo Sepolcro ci ferisce come ferisce ogni credente, di qualunque fede. Gerusalemme è la città dove le nostre tradizioni spirituali si incontrano, e quando si impedisce a un uomo di fede di pregare in un luogo sacro, è la dignità di tutta l’umanità ad essere calpestata. Noi musulmani viviamo questa stessa sofferenza alla Moschea di Al-Aqsa, dove da anni i fedeli subiscono restrizioni e violazioni del diritto al culto. È un dolore che ci unisce, e per il quale facciamo appello comune alla comunità internazionale: la difesa della libertà religiosa a Gerusalemme è una causa che ci vede insieme».

L’UCOII si unisce alla voce di Papa Leone XIV, che proprio oggi nell’omelia della Domenica delle Palme ha dichiarato: “Siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”.

L’UCOII chiede alla comunità internazionale di:
- Condannare fermamente ogni restrizione alla libertà di culto a Gerusalemme, che colpisca cristiani, musulmani o fedeli di qualunque confessione;
- Esigere il ripristino immediato del libero accesso ai Luoghi Santi per tutti i fedeli e i loro rappresentanti religiosi;
- Agire concretamente per la protezione dello Status Quo dei Luoghi Santi, patrimonio dell’intera umanità.

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Siamo sicuri che l’autoritarismo crescente sia solo colpa del governo Meloni?

“Sicurezza” è sempre meno mera parola tra i 427mila vocaboli del dizionario Treccani e sempre più la summa di una filosofia incarnata dall’ultradestra di Giorgia Meloni.

Dici “sicurezza” e nella testa ti si dischiude un mondo di immagini, luoghi, suoni, lemmi che si riassumono in alcune dicotomie classiche: ordine vs. disordine; autorità vs. anarchia; rispetto delle regole vs. lassismo. E protezione. Perché, in fondo, è questo che promette l’ultradestra: affidatevi a noi e vi offriremo più protezione. In un mondo in cui la linea della storia sembra essersi spezzata e in cui il futuro nei Paesi occidentali non fa più rima con progresso, ma provoca più ansia e angoscia che speranza, l’ultradestra sembra attrezzata per rispondere a questo bisogno di protezione che vive in ampie fette della popolazione.

Un bisogno che viene interpretato, indirizzato, spostato dal terreno della materialità, piegato a un progetto politico.

L’ultradestra italiana, insomma, ha una idea-forza: sicurezza. Declinata in una miriade di provvedimenti normativi, tra i quali risaltano i “decreti sicurezza”. Talmente tanti da averne ormai perso il conto.

Questo il metodo: A un fatto di cronaca segue → l’azione del potere mediatico che lo pone in cima all’agenda, fornendo una precisa lettura e invocando risposte rapide → Il potere politico raccoglie e approva una nuova norma repressiva.

Lo schema è sempre lo stesso: per rave, Caivano, la manifestazione di Torino del 31 gennaio, ecc..

Secondo molti, soprattutto di area centrosinistra, tutto ciò sarebbe prova della natura ideologica specifica dell’ultradestra al governo, portatrice di una cultura politica autoritaria.

Si inquadra il conflitto come scontro autoritarismo vs. democrazia. O, anche, fascismo vs. antifascismo.

Sicuri che sia questa la suddivisione del campo? Se così fosse, i decreti sicurezza segnerebbero una rottura con un passato linearmente democratico, una deviazione del corso della Storia. Una posizione che ha un precedente: Croce parlava di “calata degli Hyksos” per indicare come Mussolini e vent’anni di fascismo fossero fenomeno estraneo alla storia liberale italiana: li considerava una parentesi. La soluzione sarebbe, ieri come oggi, chiudere la parentesi e riportare la Storia sui suoi binari.

E se invece la strada intrapresa dall’attuale Governo non fosse né rottura né parentesi, ma adattamento dello Stato moderno alle trasformazioni del capitalismo su scala globale?

Presi dalla polemica quotidiana, rischiamo di perdere di vista una traiettoria che va più indietro dell’ottobre 2022, che attraversa governi di colore diverso e ci parla di una forma statuale che conserva le apparenze, perfino i riti della democrazia rappresentativa, ma ne svuota progressivamente la sostanza, riconfigurando i rapporti di potere. “Democrature”, dicono oggi; in passato Nicos Poulantzas parlava di “Stato autoritario moderno”.

Lo Stato autoritario moderno si costruisce in rapporto ai mutamenti del capitalismo attuale. Assistiamo a una fase di concentrazione e centralizzazione dei capitali, con poche multinazionali e fondi d’investimento che pesano più della maggior parte degli Stati-Nazione e con il dominio del capitale finanziario.

Pochi grandi gruppi economici si spartiscono il Mondo. In un intreccio strettissimo con gli apparati statali. Guardare la foto di Trump con gli amministratori delegati delle Big Tech per avere un’immagine plastica.

In questo contesto, le forme tradizionali di mediazione politica e sociale – parlamenti, sindacati, gli stessi partiti – diventano sempre meno funzionali. Serve velocità e le mediazioni appartengono a un’epoca troppo “lenta”. Tra democrazia e autocrazia più che un’alterità ci sono linee di continuità: la democrazia che viviamo oggi, cioè, sta subendo una riconfigurazione autoritaria.

In Italia questo processo è evidente da almeno tre decenni. Il Parlamento è stato progressivamente esautorato della sua funzione centrale. Il ricorso sistematico ai decreti-legge, l’abuso dei voti di fiducia, la riduzione dei tempi di discussione parlamentare, la marginalizzazione delle opposizioni non sono più eccezioni, ma prassi.

È “particolarità” del solo Governo Meloni? Tutt’altro. È realtà in tutto il mondo occidentale. In Italia, poi, governi tecnici e di centrosinistra hanno utilizzato e normalizzato queste pratiche, sulla base di un’idea condivisa dall’ultradestra oggi a Palazzo Chigi: la governabilità è un valore superiore alla rappresentanza. Basti pensare alle leggi elettorali che lasciano senza alcuna rappresentanza settori sempre più ampi di popolazione.

I membri del Parlamento assomigliano sempre più a “yes men”, il cui compito non è elaborare, discutere, proporre leggi, ma ratificare decisioni prese in un altrove che può essere tanto l’esecutivo quanto una sede extra-parlamentare.

Il rafforzamento dell’esecutivo costituisce l’aspetto più visibile di questo processo di costruzione dello Stato autoritario moderno.

Oggi, condotto dall’ultradestra meloniana, significa rafforzamento in primis in termini assoluti. Il “premierato” va così inteso come tassello di un progetto organico di ristrutturazione dello Stato: irrobustisce l’investitura diretta del capo dell’esecutivo, separandolo ancor di più dal Parlamento, cui non lo lega più un rapporto di dipendenza, e trasformando il voto in un atto quasi-plebiscitario. Se andasse in porto, avremmo la sanzione di un ridimensionamento di due organi di mediazione politica: parlamento e partiti.

Un esecutivo, però, è più forte anche in relazione agli altri poteri dello stato. Quello legislativo, come scrivevamo sopra. Ma anche quello giudiziario.

Le riforme del sistema giudiziario, a partire dalla cosiddetta separazione delle carriere dei giudici, ci vengono spacciate per interventi utili e/o necessari per superare gli orrori e le inefficienze della giustizia. Ma non affrontano i problemi concreti che toccano la quotidianità di milioni di persone e, soprattutto, sono un passo lungo la strada della costruzione dello Stato autoritario moderno.

In uno Stato sempre più orientato alla rapidità e alla verticalità, ogni forma di controllo indipendente si tramuta in ostacolo. La magistratura, in quanto potere autonomo, diventa un problema politico prima ancora che istituzionale. Da qui la sua delegittimazione sistematica nel discorso pubblico, la rappresentazione come potere politicizzato, l’esigenza di “rimetterla al suo posto”. Non si tratta di negare le criticità del sistema giudiziario (che esistono eccome), ma di cogliere il senso politico di queste riforme: ridurre i vincoli all’azione dei governi.

C’è poi il potere mediatico. Non considerato nella tradizionale divisione dei poteri, dal XX secolo ha acquisito un’importanza crescente.

In Italia la TV continua a farla da padrona. Ed è un terreno in cui al monopolio pubblico è seguito l’oligopolio, centrale per la normalizzazione e l’ascesa dell’ultradestra. In questi ultimi anni, in riferimento alla RAI, parliamo di TeleMeloni per indicare un’occupazione quasi totale delle reti pubbliche da parte di giornalisti e manager fedeli alla compagine governativa.

Se tutto ciò accade è però perché Meloni ha trovato le porte spalancate. Non da qualche cattivissimo fascista, ma dall’allora segretario del PD, Matteo Renzi. La riforma da lui voluta ha spostato il controllo del servizio pubblico dal Parlamento al Governo: il passaggio ha segnato l’integrazione strutturale dell’informazione e dell’intrattenimento pubblico nella sfera dell’esecutivo. A danno non solo e non tanto dell’autonomia, quanto del pluralismo.

Uno Stato autoritario moderno, tuttavia, non si può costruire in assenza di nemici. All’esterno, ma anche all’interno. È qui che arrivano i “decreti sicurezza”: l’ultradestra divide il campo sociale, per distrarre e impedire che il conflitto si organizzi lungo la linea verticale capitale/lavoro e si dia su quelle orizzontali: migranti/autoctoni, lavoratori che scioperano/lavorano, ecc..

La questione salariale sparisce dalla scena, mediatica e normativa. La frustrazione per giornate piene di lavoro che ti ripagano con un frigo vuoto non si deve “sfogare” in un conflitto sindacale contro l’impresa o politico contro il governo, ma contro il “mostro” additato dai decreti sicurezza e dal potere mediatico dell’ultradestra: chi sciopera, gli attivisti per l’ambiente, i migranti.

La repressione ha così una duplice funzione: punire il nemico e, nello stesso momento, rafforzare il consenso del proprio blocco sociale. Il bisogno di protezione viene indirizzato a impedire che chi sta peggio di te possa migliorare la propria posizione. Non guardare in alto, suggerisce l’ultradestra meloniana; piuttosto concentrati verso il basso, verso chi sta un po’ peggio di te. È da loro che l’esecutivo di “Giorgia” ti proteggerà. Perché se è vero che la tua situazione non migliora – o addirittura peggiora – c’è chi peggiorerà di più e più rapidamente. E tu rimarrai penultimo.

In sintesi, l’adattamento dello Stato alle necessità del capitale si dà attraverso una torsione autoritaria. Che non è legata all’eccezionale personalità di Meloni né costituisce un tratto accidentale. Da ciò discendono conseguenze politiche e organizzative. Per invertire la rotta non basterà, infatti, mandare a casa questo esecutivo, né difendere come un feticcio le forme di democrazia parlamentare già svuotate.

Dovremo certamente fermare nel breve i progetti dell’ultradestra – a partire dal referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo – ma avere pure uno sguardo di medio-lungo periodo: riaprire il tema del potere reale, della partecipazione popolare (non solo quando si aprono le urne), della lotta contro la passivizzazione, dell’organizzazione sociale, inventare nuove istituzioni autonome dal basso.

L’orizzonte non è il “recupero” di una democrazia che non c’è più e al cui smantellamento hanno contribuito tutti coloro che hanno gestito il sistema negli ultimi decenni, ma la costruzione di un orizzonte nuovo.

Di una cosa possiamo esser certi: senza conflitto che metta al centro i rapporti di produzione nessuna possibilità ci si aprirà dinanzi.

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Cuba è la prossima? Non sottovalutiamo la minaccia

Trump ha ribadito che Cuba verrà invasa. Durante un discorso per la Future Investment Initiative a Miami, in un clima putrido e favorevole a questo tipo di dichiarazioni, dopo aver ricordato l’azione chirurgica contro il Venezuela e l’aggressione all’Iran, ha annunciato: “A volte bisogna usare la forza e Cuba è la prossima”.

Potrebbe sembrare un’altra delle sue spacconate, ma io non lo credo. Sono giorni che è disperato per mostrare risultati in Medio Oriente e non ci riesce. È arrivato al punto di dare luce verde per attaccare la centrale nucleare iraniana di Bushehr e, dopo una terza raffica che ha colpito le sue strutture, ha ottenuto solo una maggiore determinazione di quel popolo a difendere la propria sovranità.

I capricci portano Trump dall’incoerenza alle bugie grossolane, cui tutti ridono e pochi credono. La chiusura dello Stretto di Hormuz è diventata una spada di Damocle sulla sua presidenza, perché ha su di sé il peso delle pressioni internazionali; dei conglomerati energetici e del Partito Democratico, che minaccia di spazzare via alle elezioni di metà mandato di novembre.

Quest’ultimo caso è grave: il suo indice di gradimento tra gli elettori è sceso al di sotto di quello che aveva Biden alla fine del suo mandato e un cambiamento nel rapporto di forze alla Camera dei Rappresentanti potrebbe portarlo all'impeachment.

All’interno del suo partito crescono le contraddizioni. Diversi repubblicani hanno abbandonato oggi una riunione a porte chiuse nei Comitati per i Servizi Armati del Congresso con funzionari del Pentagono.

Erano venuti per persuadere circa la necessità di liberare i 200 miliardi di dollari aggiuntivi richiesti dalla Casa Bianca per la guerra in Medio Oriente. “Siamo stati ingannati. Permettetemi di ripetere: non sosterrò le truppe a terra in Iran, ancora di più dopo questo incontro. [...] più a lungo dura questa guerra, più velocemente perderà il sostegno del Congresso e del popolo americano”, ha annunciato Nancy Mace sul suo account X. Ryan Mackenzie, da parte sua, ha avvertito che non vogliono “restare impigliati in un’altra guerra infinita” e spera che l’invio di truppe sia una posizione per ottenere un accordo migliore con Teheran. “Vogliamo saperne di più su cosa sta succedendo, quali sono le opzioni e perché vengono prese in considerazione. E non stiamo ricevendo abbastanza risposte a queste domande. Vogliamo solo che ci dicano qual è il piano...”, ha dichiarato alla fine dell’audizione Mike Rogers, presidente del Comitato per i Servizi Armati della Camera, uno di quelli che hanno sostenuto l’Operazione Epic Fury.

Epic Fury, pensata per colpire la fornitura di petrolio alla Cina – l’Iran è il suo quarto fornitore – e alzare la posta in gioco per Israele nella regione, nel frattempo ha permesso a Trump di distogliere l’attenzione dal caso Epstein, ma a questo punto è diventato un boomerang.

Nella mia modesta opinione, Trump ha davanti a sé due scenari:
1) continuare a intensificare la guerra a fronte alla resistenza iraniana che minaccia di far crollare lo schema di sicurezza stabilito dalle passate amministrazioni statunitensi in Medio Oriente per garantire il controllo egemonico delle sue riserve petrolifere – Trump ha promesso nella sua campagna di non impegnarsi in una guerra senza termini, ma anche se nessuno lo ricorda più, gli effetti avversi lo mostrano vulnerabile e ridicolizzato –;
2) dichiarare una vittoria che non ha ottenuto nel teatro delle operazioni militari e cercare un nuovo capro espiatorio più “debole”, che lo riporti all’ovile dei “vincitori” (cioè, nel suo cinico calcolo: Cuba). Sebbene in sostanza sia una misura genocida, il blocco del carburante mira a ridurre al minimo le capacità combattive delle nostre Forze Armate Rivoluzionarie e i loro analisti attardati potrebbero supporre che i loro obiettivi siano vicini ad essere raggiunti.

L’ho ripetuto: tutto indica che alla nostra generazione spetterà difendere la Rivoluzione con le armi nel Centenario di Fidel.

Non avremmo mai immaginato che ciò fosse possibile, ma la maggior parte dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie; l’immensa maggioranza dei cubani – donne, uomini, anziani e persino bambini – non eluderanno il loro dovere verso la patria.

Invito coloro che hanno la responsabilità della gestione delle questioni ideologiche nel Partito, nel Governo e nelle istituzioni educative e culturali a raddoppiare gli sforzi con la massima marxiana che ha acceso i cuori il 24 gennaio 1880 a New York, quando molti si mostravano stanchi dopo dieci anni di lotta stroncati dalla Pace di Zanjón: “La libertà costa molto cara, ed è necessario o rassegnarsi a vivere senza di essa, o decidere di comprarla al suo prezzo. [...] I grandi diritti non si comprano con le lacrime, ma con il sangue”.

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L’aggressione all’Iran ci costerà 15 miliardi, secondo la CGIA

L’aggressione all’Iran condotta da Stati Uniti e Israele, anche se vede una partecipazione sottotraccia dell’Italia (ad esempio mettendo a disposizione la base di Sigonella per i droni statunitensi) impatterà sull’economia nazionale in maniera pesantissima. Stando alle analisi dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, se i consumi del 2026 dovessero mantenersi in linea con quelli dell’anno precedente, il paese dovrà affrontare rincari sulle bollette per 15,2 miliardi di euro.

Una stangata tragica per famiglie e sistema industriale, già in crisi e con prospettive di crescita da zero-virgola. Gli importi sarebbero suddivisi in 10,2 miliardi per l’energia elettrica e 5 miliardi per il gas. Il prezzo di quest’ultimo è schizzato verso l’alto di 26 euro per MWh (+81%), mentre l’elettricità ha fatto segnare un aumento di 41 euro per MWh (+38%).

Inoltre, a fare le spese di questi rincari sarà soprattutto il mondo delle imprese, che il governo dice sempre di voler difendere. Per le famiglie ci sarà un aggravio di 5,4 miliardi di euro, mentre il sistema produttivo dovrà pagare 9,8 miliardi aggiuntivi. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna saranno le regioni più colpite, seguendo la geografia industriale del paese e la densità abitativa.

Ad essere esposte sono, ovviamente, soprattutto le piccole imprese, che non possono contare su fatturati capaci di attutire la caduta e far passare il momento di crisi. Secondo la CNA, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, ci sono a rischio 300 mila piccole imprese, sulle quali il costo dell’energia impatta tra il 12% e il 40% delle spese.

Sono aziende che impiegano 1 milione e mezzo di dipendenti. I risvolti sul lato della disoccupazione potrebbero portare a una spirale di crisi critica, a cui si devono aggiungere già i rincari che, ad ogni modo, le famiglie stanno per sperimentare. Sebbene si sia ancora lontani dai picchi del 2022, le quotazioni attuali di gas ed energia elettrica – rispettivamente 58 e 148 euro per MWh – andranno a erodere il potere d’acquisto.

Secondo Davide Tabarelli di Nomisma Energia, la “famiglia tipo” potrebbe trovarsi a pagare circa 600 euro in più all’anno. Solo per il gas, l’adeguamento delle tariffe riflette già un rialzo del 19%, traducendosi in una spesa extra di 285 euro su base annua per chi consuma mediamente 1.400 metri cubi.

Infine, è interessante sottolineare che la CGIA chiede la sospensione temporanea delle regole fiscali del Patto di Stabilità, oltre che il definitivo disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’elettricità. L’architettura UE, ancora una volta, si presenta come un limite allo sviluppo di politiche che vadano incontro alle esigenze delle classi popolari, mentre sono state facilmente piegate quando si è trattato di finanziare il riarmo europeo.

Questa è una consapevolezza che deve apparire ormai chiara ai cittadini: la tendenza alla guerra dell’imperialismo e l’arroccarsi della UE nel proprio avvitamento guerrafondaio sta rendendo la vita impossibile alla maggioranza della popolazione, oltre a spingerci pericolosamente sul baratro della terza guerra mondiale.

Il fronte interno del governo Meloni si trova dunque ancor più sotto pressione: i soldi del “decreto bollette” potrebbero rivelarsi ancor più chiaramente come un’operazione scenografica e nulla più. C’è, inoltre, un ulteriore allarme, lanciato dalla presidente della BCE Christine Lagarde in un’intervista al The Economist.

Secondo Lagarde, le interruzioni delle forniture energetiche potrebbero protrarsi per anni e le aspettative di un rapido ritorno ⁠alla normalità potrebbero essere eccessivamente ottimistiche, dato che molte infrastrutture energetiche del Golfo sono state danneggiate. Il risultato è che lo shock per l’economia mondiale potrebbe essere maggiore di quanto immaginano gli esperti ​al ​momento. Allora, forse, è il momento che tutto il modello di sviluppo (anche energetico) venga messo in discussione, e si presenti un’alternativa.

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29/03/2026

Le Recensioni di Frusciante - Fulci

La guerra all'Iran spinge l’India tra le braccia di Mosca

Le immagini delle lunghe code ai distributori di benzina di Ahmedabad e le segnalazioni di ristoranti rimasti senza gas da cucina rappresentano alcuni degli elementi che potrebbero costringere il governo di Nuova Delhi a una clamorosa e rapida inversione di marcia nelle sue alleanze internazionali. Appena due mesi fa, in un tentativo di distensione con Washington, l’India aveva ridotto drasticamente l’acquisto di greggio russo. Questa mossa era stata interpretata come una concessione dolorosa ma necessaria al presidente Donald Trump, mirata a ottenere un alleggerimento dei pesanti dazi sulle esportazioni indiane che stavano colpendo diversi settori produttivi. Tuttavia, quel calcolo geopolitico oggi appare come un errore strategico che ha lasciato la quinta economia mondiale pericolosamente vulnerabile agli shock esterni.

Il quadro è mutato drasticamente il 28 febbraio scorso, quando l’attacco condotto da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha innescato una reazione a catena nel Golfo Persico. Con il blocco dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran, l’India ha visto improvvisamente interrotto il transito di circa la metà delle sue forniture totali di greggio e gas naturale liquefatto (GNL). In questo scenario di emergenza nazionale, la storica partnership con la Russia è tornata a essere una necessità vitale piuttosto che un’opzione diplomatica scomoda. La Reuters ha riportato che, secondo diverse fonti vicine ai negoziati, i contatti tra Delhi e Mosca si sono intensificati con una rapidità che sta sollevando forti preoccupazioni tra le cancellerie occidentali. Il perno di questa rinnovata intesa è il GNL: per la prima volta dall’inizio del conflitto in Ucraina, le due nazioni stanno preparando il terreno per la ripresa delle vendite dirette di gas russo verso i terminali indiani.

Un passaggio fondamentale di questa strategia è avvenuto il 19 marzo, durante un vertice a porte chiuse tra il vice ministro dell’Energia russo Pavel Sorokin e il ministro indiano del Petrolio Hardeep Singh Puri. Durante l’incontro sarebbe stato raggiunto un “accordo verbale” per formalizzare nuovi contratti di fornitura in tempi brevissimi, potenzialmente in poche settimane, nonostante il rischio concreto di violare le sanzioni internazionali. Ma la fame energetica dell’India non si limita al gas. Nuova Delhi ha già dato istruzioni ai propri importatori di prepararsi a un massiccio aumento degli acquisti di greggio russo, con l’obiettivo di raddoppiare i volumi rispetto ai minimi di gennaio. Si stima che il petrolio di Mosca arriverà a coprire almeno il 40% delle importazioni totali indiane nel giro di un mese, offrendo una rotta di approvvigionamento alternativa che evita le acque pericolose del Golfo.

Il sentimento che prevale nei corridoi del potere indiano è quello di una profonda frustrazione verso l’alleato americano. Documenti governativi riservati indicano che l’aver sacrificato i vantaggiosi sconti sul petrolio russo a gennaio è stata una scelta che ha privato il Paese di riserve strategiche proprio nel momento in cui i prezzi globali hanno iniziato a impennarsi. L’India si percepisce vittima di un “double whammy”, un doppio colpo assestato da Washington: prima i dazi punitivi del 50% imposti da Trump ad agosto (nonostante una successiva sentenza della Corte Suprema USA li abbia dichiarati illegittimi), e poi l’instabilità in Medio Oriente che ha messo in ginocchio la sicurezza energetica nazionale. In questo contesto, le parole di Ajai Malhotra, ex ambasciatore indiano a Mosca, risuonano come una dichiarazione di pragmatismo: l’India ha scelto la via che meglio tutela il proprio interesse nazionale, basandosi su una fiducia reciproca con la Russia costruita in decenni di collaborazione.

Mentre Washington mantiene un silenzio prudente sulle richieste di esenzione dalle sanzioni avanzate da Nuova Delhi, il Cremlino sta capitalizzando al massimo questo vantaggio diplomatico. Sergei Lavrov, capo della diplomazia russa, ha evidenziato come il 96% degli scambi commerciali bilaterali sia ormai gestito interamente in rubli e rupie, rendendo le transazioni praticamente immuni alle pressioni del sistema finanziario basato sul dollaro. La rapidità di questi flussi finanziari è aumentata in modo esponenziale, con la filiale indiana della banca russa Sberbank capace di processare pagamenti miliardari in un solo giorno. La cooperazione si sta espandendo anche verso infrastrutture critiche; la società statale russa Rosseti ha recentemente proposto di collaborare alla realizzazione di reti elettriche in zone remote e montuose dell’India, segnando un’espansione senza precedenti di Mosca nel settore elettrico del Paese.

Questa dipendenza energetica e infrastrutturale non è però priva di incognite economiche. Gli esperti avvertono che il nuovo assetto favorisce chiaramente il venditore, e i futuri contratti per il GNL saranno probabilmente molto meno vantaggiosi rispetto agli accordi storici firmati con Gazprom nel 2012. Tuttavia, per l’amministrazione di Narendra Modi, il costo dell’inerzia sarebbe superiore. Le previsioni economiche interne indicano che la crisi energetica potrebbe spingere l’inflazione all’ingrosso verso l’alto dello 0,7% e causare una contrazione della crescita delle esportazioni fino al 4%. Con lo Stretto di Hormuz trasformato in un campo di battaglia e la necessità di alimentare la crescita della quinta economia del mondo, l’India ha deciso di tornare a guardare a Nord. La diplomazia russa non ha esitato a definire questo rapporto come un esempio di uguaglianza e rispetto reciproco, una visione che oggi, a Nuova Delhi, appare molto più rassicurante delle incertezze provenienti da oltreoceano.

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“Visita” a Ilaria Salis, un avviso per tutti

Non si era mai vista una cosa del genere, da quando l’Italia è diventata una repubblica. Di parlamentari identificati dalla polizia in piazza ce ne sono stati certo molti, soprattutto comunisti (e “demoproletari”, finché è esistito il gruppo), ma solo perché giustamente si facevano avanti per tutelare i manifestanti vittime dell’aggressività poliziesca. Scudi consapevoli del diritto di protesta, insomma, soggetti attivi del conflitto politico e sociale.

Mai un parlamentare, oltretutto “europeo”, aveva ricevuto la classica “visita mattutina”, per di più in albergo.

È accaduto ad Ilaria Salis, per oltre un anno prigioniera politica nell’Ungheria di Orbàn, e che solo grazie ad una eccezionale campagna politica, culminata nella candidatura e nelle elezioni europee, è stata infine liberata.

Da allora la destra fascista magiara non ha mai smesso di far sentire il proprio odio – compresa una richiesta di abolizione della “immunità parlamentare ad personam” – e quella italiana di accompagnare ogni sua uscita pubblica tra lazzi, frizzi e offese gratuite.

Arrivata a Roma per la manifestazione “No Kings” – di fatto una manifestazione pacifista ma “istituzionale”, con un gran mischione tra partiti presenti in Parlamento e non, associazioni, Cgil, bandiere europee (il famoso pacifismo del “riarmo” in stile Kallas...), insieme a bandiere della pace, palestinesi, ecc. – si è ritrovata la polizia alla porta, che l’ha intrattenuta per oltre un’ora chiedendo, oltre ai documenti di identità, anche cose bislacche come “se fosse in possesso di oggetti pericolosi”.

Finita la funzione, e finalmente preso atto che si trattava di una parlamentare, le divise se ne sono andate. Il fatto stesso che non abbiano neanche redatto un verbale certifica che erano perfettamente consapevoli di aver fatto una cosa fuori dal vaso e non intendevano lasciarne traccia scritta.

Intanto il contesto. Numerose segnalazioni simili sono arrivate ieri da parte di persone “normali”, che non erano insomma protette da alcuna carica pubblica o immunità. Dunque il ministro degli interni aveva predisposto un reticolo di controlli che in qualche misura fa da test per il funzionamento del “fermo preventivo” previsto dall’ultimo “pacchetto sicurezza”.

Essendo la prima volta, il fermo-controllo non era per “dodici ore” – limite massimo utile per impedire la partecipazione a qualsiasi evento pubblico – ma quel tanto che basta a far “sentire” la pressione. Un promemoria per il futuro e una prova generale della “macchina repressiva”.

Ma un parlamentare non può essere fermato in nessun luogo per semplice volontà della polizia o dei suoi vertici. È il fondamento minimo di un assetto istituzionale – ripetiamo – di tipo democratico liberale, dove gli interessi sociali diversi sono tutti legittimi e rappresentati, nella misura del possibile e di leggi elettorali infami, da persone elette per farlo.

Le giustificazioni offerte dalla questura e dal ministero degli Interni sono state una più ridicola delle altre, come accade sempre quando viene fatto qualcosa di indifendibile e ci si arrampica sugli specchi.

Il punto fermo è una presunta segnalazione partita nell’ambito del sistema Schengen, su input della Germania. Se anche così fosse stato – e c’è da dubitarne fortemente – gli “organi preposti” avrebbero semplicemente dovuto verificare, in primo luogo e consultando magari Google, chi fosse “il soggetto” per cui veniva richiesto il controllo e subito dopo rispedire al mittente la segnalazione con la nota “trattasi di parlamentare europeo del nostro paese, quindi non c’è nulla da controllare e non riprovate a chiederlo”. O qualcosa di simile.

Un paese “sovrano” – come piace dire al governo attuale – non è insomma un esecutore passivo della volontà di altri paesi nei confronti dei propri cittadini, figuriamoci dei propri parlamentari.

Stamattina la stessa versione continua a stare sui media, presa anche per buona, accompagnata dalla scusa che in questura nessuno si sarebbe accorto che quel nome corrispondeva ad una parlamentare. Come se gli archivi informatici della polizia fossero un registro scolastico da esaminare un nome alla volta e nessuna conoscenza della vita reale del Paese (il nome di Ilaria Salis, diciamo così, “ha girato parecchio” negli ultimi anni).

Quanto sia ridicola questa versione diventa solare se pensiamo che grosso modo gli stessi soggetti “preposti” sono quelli che hanno ignorato un mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte di Giustizia nei confronti del trafficante di esseri umani Almasri e che lo hanno riaccompagnato a casa con un volo di Stato. Altro che una semplice “segnalazione” cui “non si poteva dir di no”... 

Consegnate le versioni di comodo al cestino della spazzatura, cerchiamo di capire perché è stata decisa una simile provocazione.

A noi sembra una reazione automatica, seppure isterica, alla sconfitta nel referendum, affrontata dal governo col mantra “prendiamo atto ma andiamo avanti col nostro programma”.

Stanno insomma facendo quello che, se avesse vinto il “sì”, sarebbe stata la “nuova legge”. Perché nella cultura fascistoide di questo esecutivo la volontà del governo è legge, e la magistratura serve solo a confermarne le scelte. Un assaggio pratico di questa “cultura” si è avuto nell’episodio del “martello di Torino”, quando la Meloni indicava il reato di “tentato omicidio” e si imbestialiva perché la magistratura – addirittura quella torinese, una delle più “anti-movimenti” d’Italia – procedeva per reati meno gravi.

Il senso della cosiddetta “riforma della giustizia” era insomma proprio “eliminare la magistratura” – come gridato dalla ex capo di gabinetto di Nordio – e governare secondo il proprio arbitrio.

Se il diritto è la volontà del governo, senza limiti, la magistratura serve solo a mettere il timbro formale sulle decisioni prese, oltre che per i “reati bagatellari” di cui non vale la pena occuparsi.

È la logica di Trump, che riduce la polizia a milizia privata – l’ICE – e fa strame di ogni trattato e diritto internazionale.

La “visita” ad Ilaria Salis, insomma, è un avviso a tutti quelli che praticano l’opposizione sociale e politica a questo governo. Un “neanche l’immunità parlamentare vi può salvare”.

O, come avrebbe forse preferito dire quel tal Delmastro, “non vi facciamo respirare”.

Ci vediamo nelle piazze, ovviamente.

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“L’Iran e Gaza sono solo l’inizio”

di Chris Hedges

Il genocidio a Gaza è solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe. Assistiamo quotidianamente a questa follia con la guerra contro l’Iran, i bombardamenti a tappeto sul Libano meridionale e le sofferenze a Gaza.

Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono stati neutralizzati, trasformati in inutili appendici di un’altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I governanti più psicopatici della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta, aprendo un immenso abisso morale.

La legge, nonostante i coraggiosi sforzi di una manciata di giudici – che presto saranno epurati – sia a livello nazionale che in organismi internazionali come la Corte Internazionale di Giustizia, viene violata con disprezzo. Barbarie all’estero. Barbarie in patria.

Lucy Williamson della BBC riferisce che Israele sta distruggendo il Libano meridionale “usando Gaza come modello: un progetto di distruzione riproposto come via per la pace”.

In poche settimane, oltre un milione di persone sono già state sfollate in Libano, un quinto dell’intera popolazione di un Paese che già ospita il più alto numero di rifugiati pro capite al mondo. A questi si aggiungono 2 milioni di sfollati a Gaza e 3 milioni in Iran. Sei milioni di persone sono rimaste senza casa.

Per quattro lustri il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto pressioni affinché gli Stati Uniti entrassero in guerra con l’Iran. Le precedenti amministrazioni, sia repubblicane che democratiche, si sono rifiutate, in gran parte a causa della forte opposizione interna al Pentagono, che non considerava l’Iran una minaccia esistenziale e non prevedeva un esito positivo né per gli Stati Uniti né per i loro alleati regionali.

Ma Donald Trump, incoraggiato dalla sua inetta squadra di negoziatori composta dal genero Jared Kushner e dal socio in affari, l’imprenditore immobiliare e compagno di golf Steve Witkoff, entrambi ferventi sionisti, ha abboccato all’amo di Israele. Il consigliere per la sicurezza nazionale britannico, Jonathan Powell, che partecipò ai colloqui finali tra Stati Uniti e Iran, ha liquidato Kushner e Witkoff come “agenti israeliani”.

Joseph Kent, che si è dimesso dalla carica di direttore del Centro nazionale antiterrorismo per protestare contro la guerra, ha scritto nella sua lettera di dimissioni che “l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.

La giustificazione ufficiale per la guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio, è stata mutevole. Si tratta di smantellare il programma nucleare iraniano? Di contrastare il programma missilistico balistico iraniano? Di conseguenza, come affermato da Marco Rubio, gli Stati Uniti hanno condotto attacchi preventivi contro l’Iran per garantire la sicurezza dei propri interessi nel caso in cui Israele avesse deciso di colpire? Di conseguenza, il governo iraniano ha attuato una repressione letale, uccidendo centinaia di manifestanti antigovernativi durante le massicce proteste di piazza? Si tratta di un cambio di regime? Di un tentativo di stroncare il cosiddetto terrorismo di Stato iraniano? O si tratta di pretesti per qualcos’altro?

Certamente, Israele e gli Stati Uniti mirano a un cambio di regime. Ma su questo punto sembra che le posizioni di Stati Uniti e Israele divergano. Israele, a quanto pare, come in Iraq, Siria, Libia e Libano, cerca anche la disgregazione fisica dell’Iran, la frammentazione del paese in enclavi etniche e religiose in guerra tra loro, la trasformazione dell’Iran in uno stato fallito.

In Iran, i persiani costituiscono circa il 61% della popolazione, mentre il restante 39% è composto da diverse minoranze, spesso soggette a repressione statale. Tra queste minoranze etniche figurano azeri, curdi, lur, baluchi, arabi e turkmeni, oltre a minoranze religiose come sunniti, cristiani, bahá’í, zoroastriani ed ebrei. La frammentazione dell’Iran in enclavi etniche e religiose antagoniste lascerebbe Israele come potenza dominante nella regione, conferendogli la capacità, se non di occupare direttamente i paesi vicini, di controllarli e soggiogarli tramite alleati, realizzando così un desiderio di lunga data di una Grande Israele. Ciò consentirebbe inoltre a stati stranieri di controllare le riserve di gas iraniane, le seconde più grandi al mondo, e le riserve petrolifere, pari al 12% del totale globale.

La crociata di Israele contro i palestinesi, i libanesi e ora gli iraniani viene giustificata dallo sterminio di 6 milioni di ebrei durante l’Olocausto. Ma non sfugge al Sud del mondo, e in particolare ai palestinesi, che quasi tutti gli studiosi dell’Olocausto si siano rifiutati di condannare il genocidio di Gaza. Nessuna delle istituzioni dedicate alla ricerca e alla commemorazione dell’Olocausto ha tracciato gli ovvi parallelismi storici o ha denunciato il massacro di massa in Palestina.

Gli studiosi dell’Olocausto, con poche eccezioni, hanno svelato il loro vero scopo, che non è quello di esaminare il lato oscuro della natura umana e la spaventosa propensione che tutti abbiamo a commettere il male, bensì di santificare gli ebrei come vittime eterne e assolvere lo stato etno-nazionalista di Israele dai suoi crimini di colonialismo di insediamento, apartheid e genocidio.

La strumentalizzazione dell’Olocausto, l’incapacità di difendere le vittime palestinesi solo perché palestinesi, ha fatto implodere l’autorità morale degli studi sull’Olocausto e dei memoriali. Essi si sono rivelati strumenti non per prevenire il genocidio, ma per perpetrarlo, non per esplorare il passato, ma per manipolare il presente.

Qualsiasi tiepida ammissione che l’Olocausto potrebbe non essere una prerogativa esclusiva di Israele e dei suoi sostenitori sionisti viene prontamente repressa. Il Museo dell’Olocausto di Los Angeles ha cancellato un post su Instagram che recitava: “MAI PIÙ NON PUÒ SIGNIFICARE SOLO MAI PIÙ PER GLI EBREI” dopo le polemiche. Nelle mani dei sionisti, “mai più” significa proprio questo: mai più, solo per gli ebrei.

Aimé Césaire, nel suo Discorso sul colonialismo, scrive che Hitler apparve eccezionalmente crudele solo perché presiedette all’«umiliazione dell’uomo bianco», applicando all’Europa le «procedure colonialiste che fino ad allora erano state riservate esclusivamente agli arabi dell’Algeria, ai ‘coolie’ dell’India e ai neri d’Africa».

La quasi totale estinzione della popolazione aborigena della Tasmania, il massacro degli Herero e dei Namaqua da parte dei tedeschi, il genocidio armeno, la carestia del Bengala del 1943 – l’allora primo ministro britannico Winston Churchill si riferì agli indù come “un popolo bestiale con una religione bestiale” – insieme al lancio di bombe atomiche su obiettivi civili a Hiroshima e Nagasaki, illustrano qualcosa di fondamentale sulla “civiltà occidentale”.

Il genocidio non è un’anomalia, è codificato nel DNA della “civiltà” occidentale.

«In America», disse il poeta Langston Hughes, «non c’è bisogno di spiegare ai neri cosa sia il fascismo in azione. Lo sappiamo. Le sue teorie di supremazia nordica e di oppressione economica sono da tempo una realtà per noi».

Quando i nazisti formularono le leggi di Norimberga, si ispirarono a leggi concepite per privare i neri dei loro diritti. Il rifiuto degli Stati Uniti di concedere la cittadinanza ai nativi americani e ai filippini – sebbene vivessero negli Stati Uniti e nei territori statunitensi – fu emulato dai fascisti tedeschi che privarono della cittadinanza gli ebrei. Le leggi americane contro la mescolanza razziale, che criminalizzavano i matrimoni interrazziali, furono la spinta a vietare i matrimoni tra ebrei tedeschi e ariani. La giurisprudenza americana classificava come nero chiunque avesse anche solo l’uno per cento di ascendenza nera – la cosiddetta “regola della goccia di sangue”. I nazisti, ironicamente mostrando maggiore flessibilità, classificavano come ebreo chiunque avesse tre o più nonni ebrei.

I milioni di indigeni vittime dei progetti coloniali in paesi come Messico, Cina, India, Australia, Congo e Vietnam, per questo motivo, sono sordi alle affermazioni insensate degli ebrei secondo cui la loro condizione di vittime sarebbe unica. Anche loro hanno subito olocausti, ma questi olocausti continuano a essere minimizzati o ignorati dai loro persecutori occidentali.

Israele incarna lo stato etno-nazionalista che i nostri fascisti cristiani e l’estrema destra sognano di creare, uno stato che rifiuta il pluralismo politico e culturale, così come le norme giuridiche, diplomatiche ed etiche. Israele è ammirato dall’estrema destra perché ha voltato le spalle al diritto umanitario e usa la forza letale indiscriminatamente per “purificare” la sua società da coloro che sono condannati come contaminanti umani.

Fu proprio questa distorsione dell’Olocausto, presentato come un evento unico, a turbare Primo Levi, imprigionato ad Auschwitz dal 1944 al 1945 e autore di “Sopravvivere ad Auschwitz”. Levi fu un acceso critico dello stato di apartheid di Israele e del suo trattamento dei palestinesi. Considerava la Shoah “una fonte inesauribile di male” che “si perpetua come odio nei sopravvissuti e si ripresenta in mille modi, contro la volontà di tutti, come sete di vendetta, come crollo morale, come negazione, come stanchezza, come rassegnazione”.

Levi deplorava il manicheismo di coloro che «rifuggono le sfumature e la complessità». Condannava chi «riduce il fiume degli eventi umani a conflitti, e i conflitti a duelli, noi contro loro». Avvertiva che «la rete di relazioni umane all’interno dei campi di concentramento non era semplice: non poteva essere ridotta a due blocchi, vittime e persecutori». Il nemico, lo sapeva, «era fuori ma anche dentro».

Mordechai Chaim Rumkowski, noto come “Re Chaim”, governò il ghetto di Łódź, in Polonia, per conto degli occupanti nazisti. Il ghetto si trasformò in un campo di lavoro forzato che arricchì Rumkowski e i suoi padroni nazisti. Rumkowski deportava gli oppositori nei campi di sterminio. Violentava e abusava di ragazze e donne. Esigeva obbedienza incondizionata. Incarnava la malvagità dei suoi oppressori. Per Levi, era l’esempio di ciò che molti di noi, in circostanze simili, sono capaci di diventare.

«Tutti noi ci rispecchiamo in Rumkowski, la sua ambiguità è la nostra, è la nostra seconda natura, noi ibridi plasmati dall’argilla e dallo spirito», scrisse Levi in “I sommersi e i salvati”. «La sua febbre è la nostra, la febbre della nostra civiltà occidentale che “discende all’inferno con trombe e tamburi”, e i suoi miseri ornamenti sono l’immagine distorta dei nostri simboli di prestigio sociale».

«Come Rumkowski, anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra essenziale fragilità», ha continuato Levi. «Volenti o nolenti ci rassegniamo al potere, dimenticando che siamo tutti nel ghetto, che il ghetto è circondato da mura, che fuori dal ghetto regnano i signori della morte e che lì vicino ci aspetta il treno».

Levi aveva capito che il confine tra vittima e carnefice è sottilissimo. Tutti noi possiamo diventare carnefici volontari. Non c’è nulla di intrinsecamente morale nell’essere ebreo o un sopravvissuto all’Olocausto. Per questo motivo, Levi era “persona non grata” in Israele.

I sionisti trovano nell’Olocausto e nello Stato ebraico un senso di scopo e significato, oltre a una stucchevole superiorità morale. Dopo la guerra del 1967, quando Israele si impadronì di Gaza, della Cisgiordania (inclusa Gerusalemme Est), delle alture del Golan siriane e della penisola del Sinai egiziana, Israele, come osservò con approvazione il sociologo americano Nathan Glazer, divenne “la religione degli ebrei americani”. L’Olocausto divenne il loro “capitale morale”.

«La sofferenza ebraica viene descritta come ineffabile, incomunicabile, eppure sempre da proclamare», scrive lo storico europeo Charles S. Maier in Il passato indomabile: storia, olocausto e identità nazionale tedesca.

È una sofferenza profondamente privata, da non attenuare, ma al contempo pubblica, affinché la società non ebraica ne confermi la gravità. Una sofferenza così particolare deve essere custodita in luoghi pubblici: musei dell’Olocausto, giardini della memoria, luoghi di deportazione, dedicati non come memoriali ebraici ma civici.

Ma qual è il ruolo di un museo in un paese come gli Stati Uniti, lontano dal luogo dell’Olocausto? Serve a radunare le persone che hanno sofferto o a istruire i non ebrei? Dovrebbe servire a ricordare che “può succedere anche qui”? O è un’affermazione che merita un trattamento speciale? In quali circostanze un dolore privato può essere contemporaneamente un dolore pubblico? E se il genocidio viene riconosciuto come dolore pubblico, non dovremmo forse riconoscere tale riconoscimento anche ad altri dolori particolari?

Uno storico americano di origini polacche sostiene che, con l’invasione tedesca del 1939, i polacchi furono il primo popolo in Europa a subire l’Olocausto e che gli storici finora hanno “scelto di interpretare la tragedia in termini esclusivisti, ovvero come il periodo più tragico nella storia della diaspora ebraica”. Se i polacchi americani rivendicano il loro “Olocausto dimenticato”, quale riconoscimento dovrebbero ricevere? Anche gli armeni e i cambogiani hanno diritto a musei dell’Olocausto finanziati con fondi pubblici? E abbiamo bisogno di monumenti commemorativi per gli avventisti del settimo giorno e gli omosessuali perseguitati dal Terzo Reich?

Una sofferenza unica conferisce un diritto unico.

Qualsiasi crimine Israele commetta in nome della sua sopravvivenza – del suo “diritto all’esistenza” – è giustificato in nome di questa sua unicità. Non ci sono limiti. Il mondo è bianco o nero, una battaglia senza fine contro il nazismo, che è proteiforme, a seconda di chi Israele prende di mira. Opporsi a questa sete di sangue significa essere antisemiti, agevolando un altro genocidio di ebrei.

Questa formula semplicistica non solo serve gli interessi di Israele, ma anche quelli delle potenze coloniali che hanno perpetrato i propri genocidi, genocidi che anch’esse cercano di occultare.

La sacralizzazione dell’Olocausto nazista offre uno strano scambio di favori. Armare e finanziare lo Stato di Israele, bloccare le risoluzioni e le sanzioni delle Nazioni Unite che ne condannerebbero i crimini e demonizzare i palestinesi e i loro sostenitori diventa prova di espiazione e di sostegno agli ebrei.

Israele, in cambio, assolve l’Occidente dalla sua indifferenza alla sofferenza degli ebrei durante l’Olocausto e la Germania dalla sua perpetrazione. La Germania usa questa empia alleanza per separare il nazismo dal resto della sua storia, compreso il genocidio perpetrato dai coloni tedeschi contro i Nama e gli Herero nell’Africa sud-occidentale tedesca, l’attuale Namibia.

«Tale magia», scrive lo storico israeliano ed esperto di genocidio Raz Segal, «legittima il razzismo contro i palestinesi proprio nel momento in cui Israele perpetra un genocidio contro di loro. L’idea dell’unicità dell’Olocausto riproduce, anziché contrastare, il nazionalismo escludente e il colonialismo di insediamento che hanno portato all’Olocausto».

Il professor Segal, direttore del programma di studi sull’Olocausto e il genocidio presso la Stockton University nel New Jersey, ha scritto un articolo sulla guerra a Gaza il 13 ottobre 2023, intitolato: “Un caso da manuale di genocidio”.

Questa denuncia da parte di uno studioso israeliano dell’Olocausto, i cui familiari perirono durante la Shoah, rappresentava una posizione molto isolata.

Il professor Segal ha visto nella richiesta immediata del governo israeliano di evacuare i palestinesi dal nord di Gaza e nella raccapricciante demonizzazione dei palestinesi da parte dei funzionari israeliani – il ministro della Difesa ha affermato che Israele stava “combattendo contro degli animali umani” – il fetore di un genocidio.

“L’intera idea di prevenzione e di ‘mai più’ si basa sul fatto che, come insegniamo ai nostri studenti, esistono dei segnali d’allarme e, una volta individuati, dobbiamo intervenire per fermare il processo che potrebbe degenerare in genocidio”, mi ha spiegato il professor Segal, “anche se non si tratta ancora di un genocidio”.

Il professor Segal ha pagato per la sua onestà. L’offerta di dirigere il Centro per gli studi sull’Olocausto e il genocidio dell’Università del Minnesota, che non ha mai condannato il genocidio, è stata revocata.

Quando io e il professor Segal abbiamo testimoniato presso la capitale dello stato, Trenton, per opporci all’approvazione del disegno di legge dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che equipara la critica allo stato di Israele all’antisemitismo, siamo stati scherniti dai sionisti e i nostri microfoni sono stati disattivati dal presidente della commissione. Eravamo lì, a sostenere che quel disegno di legge avrebbe limitato la libertà di parola, mentre in tempo reale ci veniva negata tale libertà.

Il genocidio rappresenta la fase successiva di quella che l’antropologo Arjun Appadurai definisce “una vasta correzione malthusiana a livello mondiale”, volta a “preparare il mondo ai vincitori della globalizzazione, eliminando il fastidioso rumore dei perdenti”.

Il finanziamento e l’armamento di Israele da parte degli Stati Uniti e delle nazioni europee, mentre perpetra un genocidio, ha fatto implodere l’ordine giuridico internazionale post-bellico. Esso ha perso ogni credibilità. L’Occidente non può più impartire lezioni a nessuno su democrazia, diritti umani o sulle presunte virtù della civiltà occidentale. L’inganno, secondo cui noi come nazione promuoveremmo in qualche modo democrazia, uguaglianza e diritti umani, è finito.

«Mentre Gaza induce vertigini, una sensazione di caos e vuoto, per innumerevoli persone impotenti diventa la condizione essenziale della coscienza politica ed etica nel ventunesimo secolo, proprio come la Prima Guerra Mondiale lo fu per una generazione in Occidente», scrive Pankaj Mishra.

Nessuno di noi che abbia lavorato come corrispondente da Israele e Palestina, dove ho lavorato come giornalista per sette anni, aveva previsto questo genocidio. Eppure, eravamo perfettamente consapevoli dell’impulso genocida che era alla base del progetto sionista: il desiderio di ampi settori della società israeliana di sradicare ed espellere tutti i palestinesi. Questo impulso genocida era presente fin dalla nascita del sionismo.

Victor Klemperer, professore di linguistica e figlio di un rabbino berlinese vissuto sotto il regime nazista, annotò nel suo diario: “Per me i sionisti, che vogliono tornare allo stato ebraico del 70 d.C. (distruzione di Gerusalemme da parte di Tito), sono altrettanto offensivi dei nazisti. Con la loro sete di sangue, le loro antiche ‘radici culturali’, il loro modo, in parte ipocrita e in parte ottuso, di riavvolgere il mondo, sono assolutamente all’altezza dei nazionalsocialisti”.

Ho seguito le vicende del rabbino estremista Meir Kahane, il quale sosteneva che la violenza fosse una virtù ebraica e la vendetta un comandamento divino. Quando mi trovavo in Israele, il governo israeliano gli aveva impedito di candidarsi a cariche pubbliche.

Kahane fu assassinato il 5 novembre 1990 a New York. Il suo partito, il Kach Party, fu messo al bando in Israele quattro anni dopo, in seguito all’attentato di Baruch Goldstein, un medico nato a Brooklyn e membro del Kach, che entrò nella moschea di Ibrahimi a Hebron e aprì il fuoco sui fedeli, uccidendo 29 palestinesi. Goldstein, vestito con la sua uniforme da capitano dell’esercito, fu sopraffatto dai fedeli e picchiato a morte.

I miei redattori di New York mi mandarono a intervistare i sopravvissuti. Quando ricevettero il manoscritto, insistettero affinché realizzassi altre interviste con coloni ebrei che giustificavano le rivendicazioni di Goldstein nei confronti dei palestinesi, parte di un gioco di equilibrio, ma in realtà parte di uno sforzo per oscurare la verità.

Kach, in seguito alle sue dichiarazioni di sostegno al massacro, è stata dichiarata organizzazione terroristica dagli Stati Uniti.

Ma il kahanismo non morì. Fu alimentato da estremisti e coloni ebrei.

L’intolleranza razziale di Kach e i suoi appelli alla violenza di massa contro i palestinesi hanno contagiato segmenti sempre più ampi della società israeliana, trovando un’accettazione pressoché universale dopo gli attentati del 7 ottobre.

Ho assistito a questa intolleranza durante i comizi politici tenuti da Netanyahu, che riceveva ingenti finanziamenti da americani di destra legati all’AIPAC, quando si candidò contro Yitzhak Rabin, che stava negoziando un accordo di pace con i palestinesi. I sostenitori di Netanyahu scandivano slogan ispirati a Kahane come “Morte agli arabi” e “Morte a Rabin”. Bruciarono un’effigie di Rabin vestito con un’uniforme nazista. Netanyahu sfilò davanti a un finto funerale di Rabin.

Rabin fu assassinato da un fanatico ebreo il 4 novembre 1995.

Netanyahu, che è diventato primo ministro per la prima volta nel 1996, ha trascorso la sua carriera politica a coltivare i rapporti con questi estremisti ebrei, tra cui Itamar Ben-Gvir, che ha appeso un ritratto di Goldstein alla parete del suo salotto, Bezalel Smotrich, Avigdor Lieberman, Gideon Sa’ar e Naftali Bennett.

Il padre di Netanyahu, Benzion, che lavorò come assistente del fondatore del sionismo revisionista, Vladimir Jabotinsky, e che Benito Mussolini definì “un buon fascista”, fu un leader del partito Herut, che auspicava l’annessione da parte di Israele di tutti i territori della Palestina storica. Molti dei membri del partito Herut compirono attentati terroristici durante la guerra del 1948 che portò alla creazione dello Stato di Israele.

Albert Einstein, Hannah Arendt, Sidney Hook e altri intellettuali ebrei descrissero il partito Herut, in una dichiarazione pubblicata sul New York Times, come un partito “strettamente affine, per organizzazione, metodi, filosofia politica e appeal sociale, ai partiti nazisti e fascisti”.

All’interno del progetto sionista è sempre esistita una virulenta corrente di fascismo ebraico, che rispecchia la corrente fascista presente nella società americana. Purtroppo, per noi e per i palestinesi, queste correnti fasciste sono in ascesa.

La decisione di annientare Gaza è da tempo il sogno degli sionisti di estrema destra, eredi del movimento di Kahane. L’identità ebraica e il nazionalismo ebraico sono le versioni sioniste dell’ideologia nazista del “sangue e suolo”. La supremazia ebraica è santificata da Dio, così come lo è il massacro dei palestinesi, che Netanyahu ha paragonato agli Amaleciti biblici sterminati dagli Israeliti. Gli europei e gli euroamericani nelle colonie americane usarono lo stesso passo biblico per giustificare il loro genocidio contro i nativi americani.

I nemici – solitamente musulmani – destinati all’estinzione sono subumani che incarnano il male. La violenza e la minaccia di violenza sono le uniche forme di comunicazione comprensibili a chi si trova al di fuori della magica cerchia del nazionalismo ebraico.

La redenzione messianica avverrà una volta che i palestinesi saranno espulsi. Gli estremisti ebrei chiedono la demolizione della moschea di Al-Aqsa, uno dei tre luoghi più sacri per i musulmani, presumibilmente costruita sulle rovine del Secondo Tempio ebraico, distrutto nel 70 d.C. dall’esercito romano. Questi estremisti auspicano la costruzione di un “Terzo” Tempio ebraico al suo posto, una mossa che scatenerebbe l’ira del mondo musulmano.

La Cisgiordania, che i fanatici chiamano “Giudea e Samaria”, viene annessa da Israele. Israele, governato da leggi religiose imposte dai partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della Torah, presto assumerà un modello teocratico dispotico simile a quello iraniano.

James Baldwin aveva previsto con lungimiranza questa regressione alla nostra innata barbarie. Avvertì che esisteva una “terribile probabilità” che “le popolazioni occidentali, lottando per aggrapparsi a ciò che hanno rubato ai loro prigionieri e incapaci di guardarsi allo specchio, avrebbero scatenato un caos in tutto il mondo che, se non avrebbe posto fine alla vita su questo pianeta, avrebbe portato a una guerra razziale come il mondo non ha mai visto, e per la quale le generazioni future avrebbero maledetto i nostri nomi per sempre”.

La brutalità che si consuma in Iran, Libano e Gaza è la stessa brutalità che affrontiamo in patria. Coloro che perpetrano il genocidio, i massacri di massa e la guerra non provocata contro l’Iran sono gli stessi che stanno smantellando le nostre istituzioni democratiche.

Gli iraniani, i libanesi e i palestinesi sanno che non c’è modo di placare questi mostri. Le élite globali non credono a nulla. Non provano nulla. Non ci si può fidare di loro. Mostrano i tratti distintivi di tutti gli psicopatici: fascino superficiale, grandiosità e senso di superiorità, bisogno di stimoli costanti, propensione alla menzogna, all’inganno, alla manipolazione e incapacità di provare rimorso o colpa. Disprezzano come debolezza le virtù dell’empatia, dell’onestà, della compassione e dell’abnegazione. Vivono secondo il credo dell’Io. Io. Io.

«Il fatto che milioni di persone condividano gli stessi vizi non trasforma questi vizi in virtù, il fatto che condividano tanti errori non li rende verità, e il fatto che milioni di persone condividano le stesse forme di patologia mentale non rende queste persone sane», scrive Erich Fromm in «La società sana».

Abbiamo assistito al male per quasi tre anni a Gaza. Lo vediamo ora in Iran. Lo vediamo in Libano. Vediamo questo male giustificato o mascherato dai leader politici e dai media.

Il New York Times, con un atteggiamento che sembrava uscito direttamente da Orwell, ha inviato una nota interna a giornalisti e redattori intimando loro di evitare i termini “campi profughi”, “territorio occupato”, “pulizia etnica” e, naturalmente, “genocidio” quando scrivevano di Gaza.

Coloro che denunciano e condannano questo male, compresi gli eroici studenti che allestiscono accampamenti nei campus universitari, sia qui che all’estero, vengono diffamati, messi al bando ed epurati. Vengono arrestati e deportati. Un silenzio paralizzante sta calando su di noi, il silenzio di tutti gli stati autoritari. Sappiamo dove tutto questo porterà. Chi non fa il proprio dovere, chi non appoggia la guerra contro l’Iran, chi non si esprime contro il crimine di genocidio, si vede revocata la licenza di trasmissione, come proposto da Brendan Carr, presidente della FCC nominato da Trump.

Abbiamo dei nemici. Non sono in Palestina. Non sono in Libano. Non sono in Iran. Sono qui. Tra noi. Dettano le nostre vite. Sono traditori dei nostri ideali. Sono traditori del nostro Paese. Immaginano un mondo di schiavi e padroni. Gaza è solo l’inizio. Non ci sono meccanismi interni per le riforme. Possiamo solo ostacolarli o arrenderci.

Queste sono le uniche opzioni rimaste.

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Cina, ospedale del Mondo

Una grande manifestazione marcia sulla testa dei Re, ma chi marcerà alla sua testa?


Una grande manifestazione ha attraversato ieri le strade di Roma. Sicuramente molte più persone delle 15.000 indicate alla vigilia o delle 25.000 dichiarate dalla Questura.

Oltre a moltissime associazioni, reti sociali, e la Cgil, erano presenti – anche se in modo discreto – diversi esponenti politici e sindacali, tra cui Maurizio Landini, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Ilaria Salis. Quest’ultima di prima mattina era stata oggetto di una provocazione da parte della polizia che si era presentata alla porta della sua stanza di albergo “per un controllo” richiesto dalla Germania (??). Una provocazione del tutto gratuita che non lasciava – e non lascia – presagire nulla di buono. Su questo vedi l’articolo su altra parte del giornale.

Chi auspicava tensioni o scontri tirando in ballo la presenza del centro sociale Askatasuna o degli anarchici è rimasto deluso. La manifestazione è stata, come si dice, pacifica e di massa. Askatasuna ha sfilato pacificamente come gli altri e gli anarchici hanno dato vita ad un presidio lungo il corteo con uno striscione che ricordava i due militanti morti nell’esplosione di Roma.

Ad aprire il corteo, lo striscione “Per un mondo libero dalle guerre” seguito da una grande bandiera della pace. Lungo il percorso non sono mancati cori e slogan contro il governo ma non la richiesta di dimissioni.

Una volta raggiunta piazza San Giovanni, gli organizzatori hanno chiesto e ottenuto di poter proseguire fino a piazzale del Verano a causa della grande numero di manifestanti. Il corteo è stato quindi prolungato su via Carlo Felice, Porta Maggiore, via dello Scalo San Lorenzo e la Tangenziale Est, che è stata occupata dalla manifestazione, rievocando in qualche modo le manifestazioni del Blocchiamo Tutto di settembre e ottobre.

Le manifestazioni No Kings, nate negli Stati Uniti in risposta alle brutalità dell’amministrazione Trump, ieri si sono svolte non solo in centinaia di città statunitensi ma anche a Parigi, Londra ed altre città europee.

In Italia la mobilitazione ha assunto un caratteristica particolare andando a raccogliere l’onda lunga del No al referendum costituzionale che ha segnato un pesante stop per il governo Meloni ed ha palesato una esigenza di opposizione e indignazione rimasta sottotraccia per troppo tempo ma già annunciata dalle grandi manifestazioni per la Palestina dell'autunno 2025.

Una manifestazione quella di ieri a Roma decisamente grande e partecipata. Come spesso avvenuto, questo paese e le sue realtà sociali hanno saputo produrre momenti di massa in cui la genericità dei contenuti favorisce l’inclusione, mentre la chiarezza viene allontanata in quanto divisiva. Ma questa mezza verità lascia lo spazio anche alla grande bugia sulle prospettive, quando tutta questa disponibilità alla mobilitazione e le aspettative che crea viene sintetizzato dalla “politica”.

E qui si rischia di ricominciare un eterno gioco dell’oca in cui si ritorna sempre alla casella di partenza. I “movimenti” riempiono le piazze, alimentano aspettative, annunciano rotture sociali importanti, ma invece di definire un proprio spazio politico indipendente vengono poi reclutati e recintati dalla “politica” per diventare il paracarro del centro-sinistra e del Pd alle prossime elezioni, come ci ripropongono esplicitamente Sinistra Italiana/AVS.

È stato questo lo scenario di questi ultimi trenta anni che ha portato ai disastri a sinistra che abbiamo visto, vissuto, verificato. E che, appunto, ci viene ora riproposto da chi marcia alla testa di bellissimi cortei come quello di ieri.

Non è un mistero che riteniamo questa ipotesi niente affatto attraente. Non lo è stata in passato, non lo è nemmeno oggi. Abbiamo scelto di definire – e definirci – dentro uno spazio politico indipendente e incompatibile, a tutto campo.

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Volkswagen vuole riconvertirsi alla produzione di armi israeliane

Volkswagen, il gigante dell’auto che per decenni ha rappresentato la spina dorsale dell’industria europea, è in una crisi profondissima. In linea con quanto promosso dal riarmo e dalla difesa europei, che mettono d’accordo tutte le principali forze politiche del continente, la casa automobilistica starebbe valutando le opportunità offerte dalla transizione all’economia di guerra, per evitare la chiusura dello storico stabilimento di Osnabrück, in Bassa Sassonia.

In questo caso particolare, la società di Wolfsburg starebbe pensando di trasformarsi in parte integrante della filiera dello stato genocida di Israele. Le strutture di Osnabrück potrebbero essere convertite alla produzione di componenti per l’Iron Dome, il celebre sistema di difesa aerea israeliano, che sta vivendo un palese fallimento nell’aggressione condotta da Tel Aviv e Washington contro l’Iran.

Secondo quanto rivelato dal Financial Times, Volkswagen sarebbe in trattativa avanzata con la Rafael Advanced Defense Systems, l’azienda israeliana che ha sviluppato la “Cupola di Ferro”. L’intesa con Rafael rappresenterebbe la svolta per salvare i 2.300 dipendenti dello stabilimento tedesco al centro della trattativa.

Gli impianti di Osnabrück attraversano da tempo una fase di incertezza. Con la produzione attuale destinata a esaurirsi nel 2027 e i profitti del gruppo erosi dalla spietata concorrenza dei veicoli elettrici cinesi, i suoi lavoratori sono a rischio licenziamento, aggravando una crisi industriale che sta segnando anche la crisi politica della classe dirigente tedesca.

“L’obiettivo è di salvarli tutti, forse anche di espandere” il numero dei dipendenti, ha rivelato il Financial Times citando una fonte anonima. Se l’accordo dovesse andare in porto, la riconversione potrebbe essere completata in un arco di tempo compreso tra i 12 e i 18 mesi, richiedendo investimenti relativamente contenuti per adattare le linee di montaggio esistenti.

L’impegno tedesco non dovrebbe prevedere la fabbricazione dei missili intercettori, ma si concentrerebbe sui camion pesanti per il trasporto, i lanciatori e i generatori di energia necessari al funzionamento delle batterie dell’Iron Dome. L’ambizione dei due partner non si ferma alla fornitura per Israele: Volkswagen e Rafael punterebbero a commercializzare congiuntamente questi sistemi di difesa aerea anche in altri paesi europei, cavalcando l’ondata di riarmo lanciata da Bruxelles.

Il progetto godrebbe del parere favorevole del governo tedesco, che vede di buon occhio il rafforzamento dell’industria della difesa nazionale e il mantenimento dei livelli occupazionali in un settore strategico. Già nel 2025, Rheinmetall aveva mostrato interesse per il sito di Osnabrück, ma l’affare era sfumato in attesa di ordini certi per i carri armati.

Il caso Volkswagen-Rafael è l’esempio più eclatante della tendenza che sta ridisegnando l’industria manifatturiera europea. Di fronte alla crisi dell’automotive e alla necessità di bilanci in attivo, la difesa è l’unica risposta pensata dai vertici europei, in uno scivolamento verso una transizione bellica che è diventato il terreno su cui Bruxelles vuole giocarsi un posto tra i grandi attori globali.

Vogliono vendere l’imperialismo e la guerra promettendo posti di lavoro, in un ricatto che rischia di gettarci in una nuova guerra mondiale, in cui un pilastro, ancora una volta, sarebbe il sostegno ai promotori di un genocidio. L’attualità della resistenza è evidente.

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Interferenze israeliane nelle elezioni slovene, la denuncia sarà silenziata in UE?

Le elezioni parlamentari slovene si sono tenute lo scorso 22 marzo. Ci si aspettava un duro testa a testa per conquistare i 46 seggi per esprimere una maggioranza parlamentare. Ed effettivamente, il verdetto delle urne ha registrato solo una manciata di voti a separare il premier uscente, Robert Golob, che rivendica la vittoria, seppur di misura, sull’estrema destra di Janez Janša.

Il primo, con il suo Movimento per la Libertà (GS), di ispirazione liberale, ha conquistato il 28,6% dei voti, mentre il Partito Democratico Sloveno (SDS), che segue in realtà linee ultraconservatrici, ha ottenuto il 28% dei consensi del circa 70% degli elettori andati a votare. Golob incassa un duro colpo: dai 41 seggi del 2022 scende a 29, rendendo la strada verso la riconferma del governo in salita.

Ma ad aver attirato ancora di più l’attenzione non è tanto le difficili trattative che avverranno intorno alla costruzione di una nuova maggioranza, ma il caso Black Cube. A pochi giorni dal voto, sono circolate registrazioni compromettenti di esponenti della compagine di centrosinistra a sostegno di Golob, intenti a discutere di attività lobbistiche e favori.

Quello che sembrava un sensazionale colpo pre-elettorale, si è trasformato in una sorta di boomerang per Janša. È infatti emerso che dietro le registrazioni era coinvolta anche Black Cube, un’agenzia investigativa israeliana creata da ex membri delle forze armate e dell’intelligence israeliane.

I servizi segreti sloveni avrebbero confermato la presenza di agenti di Black Cube nella sede del partito di Janša. Lui stesso ha confermato di conoscere e aver avuto rapporti con Giora Eiland, ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Israele e figura collegata a Black Cube, ma ha negato qualsiasi coinvolgimento dell’agenzia nella campagna elettorale.

Golob ha immediatamente denunciato una “chiara minaccia ibrida contro l’Unione Europea”, suggerendo una ritorsione internazionale dovuta ad alcune sue critiche verso la politica di Israele a Gaza. Golob ha portato la denuncia direttamente al Consiglio Europeo, chiedendo indagini della Commissione Europea. Per ora, il primo ministro uscente ha incassato il sostegno di Macron, il quale avrebbe sposato la lettura di Golob, stando a ciò che riporta il New York Times.

Il problema, però, è che mentre siamo bombardati dalla propaganda che denuncia influenze russe sui processi elettorali europei, in questo caso la vicenda è stata coperta da un sostanziale silenzio che sa di attendismo. Nelle scorse settimane, Janša era diventato il “nemico” della UE nelle elezioni slovene, poiché ammiratore di Trump e alleato di ferro di Viktor Orbán, che si oppone alle politiche guerrafondaie sull’Ucraina.

Finché si trattava di considerare l’asse Janša-Orbán come un proxy di Putin e della Casa Bianca, andava tutto bene. Ora che anche Israele è entrato nella partita, il caso è diventato molto più delicato. Del resto, Golob si era detto propenso a partecipare alla causa per genocidio intentata contro Tel Aviv presso la Corte Internazionale di Giustizia, ma ha fatto marcia indietro pochi giorni prima delle elezioni.

Sarebbero stati funzionari della sicurezza a convincerlo, ricordandogli che molti sistemi di difesa informatica del paese sono di origine israeliana. Anche questo evento si delinea come un pesante intervento sionista sulla politica slovena, e potrebbe rafforzare la denuncia di interferenze israeliane sulle elezioni del paese, allargando lo scandalo. Staremo a vedere se, come al solito, il doppio standard europeo considererà tali interferenze pericolose solo se condotte dalla Russia, e non da un’entità genocida.

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