di Luciano Vasapollo
Vorrei, a seguito dell’infame attacco da parte di quelli che considero i due governi e paesi più terroristi oggi al mondo – gli Stati Uniti e Israele, che adottano da anni il principio del terrorismo di Stato nelle relazioni internazionali – proporre una riflessione sulla fase che stiamo vivendo. Una fase che va ben al di là della contingenza degli attacchi al Venezuela, delle pressioni contro Cuba, la Nigeria e ora l’Iran, dopo lo sterminio e il genocidio del popolo palestinese.
Mi sembra – e lo abbiamo scritto in molti articoli su questo giornale – che sia cambiata completamente la fase di caratterizzazione del capitalismo, o meglio del modo di produzione capitalistico, e dunque la stessa configurazione dell’imperialismo. La politica corre velocissima, soprattutto nella dimensione internazionale: è lì che si giocano gli assetti di un sistema ormai in crisi sistemica.
Da anni sosteniamo che alle crisi congiunturali, tipiche del capitalismo, si sono aggiunte vere e proprie crisi strutturali. In tempi non sospetti abbiamo parlato di crisi sistemica, evidenziando la contemporaneità di una crisi di sovrapproduzione e di sovra-accumulazione.
A fronte di profitti che sembrano tali – ma che spesso sono invece rendite, non necessariamente immobiliari o finanziarie in senso stretto, bensì redditi da capitale non provenienti dall’economia reale – si configura non più una caduta tendenziale del saggio di profitto, ma una vera e propria caduta effettiva. Non vi sono più margini per lo sviluppo delle forze produttive né per la crescita quantitativa del capitale pronto al reinvestimento: l’unica regola che sorregge il modo di produzione capitalistico non è più garantita.
Ciò significa che non esistono più, a livello globale, possibilità di crescita secondo le regole intrinseche al capitalismo: né la concorrenza perfetta o imperfetta, né il libero scambio, né le stesse regole minime della proprietà privata riescono a garantire un ciclo virtuoso di accumulazione e redistribuzione.
In passato, all’accumulazione privata delle multinazionali e delle oligarchie finanziarie si accompagnavano, dentro i rapporti di forza tra capitale e lavoro, anche forme di redistribuzione sociale della ricchezza, sia nei singoli paesi sia a livello internazionale (Nord-Sud). Oggi questa condizione non esiste più.
Fine dell’egemonia del dollaro e crisi della finanziarizzazione
Stiamo vivendo una nuova fase storica del capitalismo, che si evolve con caratteri profondamente diversi. Le forme di egemonia e di dominio costruite nel secondo dopoguerra e consolidate dopo la fine degli accordi di Accordi di Bretton Woods – soprattutto dopo il 1971 – si sono esaurite.
È in atto una crisi generale dell’accumulazione che colpisce in particolare gli Stati Uniti. Traballa il dollaro come moneta di riferimento internazionale: non solo per la presenza dell’euro, ma per l’emergere di nuove valute e sistemi di pagamento legati al rublo russo, allo yuan cinese e a molti paesi del Sud globale che non accettano più di pagare petrolio e merci in dollari.
L’unica maniera per gli Stati Uniti di mantenere il dollaro come moneta di riferimento è accaparrarsi il controllo del mercato mondiale del petrolio. Dominare le risorse energetiche significa obbligare chiunque voglia accedervi a operare secondo i dettami statunitensi, attraverso la totalizzazione della funzione del dollaro, cioè la dollarizzazione.
Parallelamente, fallisce il tentativo neoliberista di finanziarizzare l’economia. Le rendite finanziarie, alimentate da bolle speculative, non ricreano ricchezza reale ma solo ricchezza fittizia. Gli Stati Uniti affrontano così una crisi di indebitamento interno ed esterno, pubblico e privato. L’egemonia monetaria non garantisce più pacificazione sociale: crescono sacche di miseria e di esclusione, il conflitto sociale diventa meno controllabile.
Dal neoliberismo all’imperialismo corsaro
Nel passato i capitalismi – anglosassone, renano-nipponico, nord-europeo – avevano una capacità espansiva, non solo economica ma anche ideologica. Promettevano pace, sviluppo delle forze produttive, perfino la “fine della storia” dopo la caduta del Muro di Berlino. Si sosteneva che il liberalismo, e poi il neoliberismo, avrebbero garantito ordine e progresso senza guerre.
Oggi quella narrazione è crollata. Dopo una fase di conflitti interimperialistici più o meno velati (tra area del dollaro e area dell’euro, tra polo euro-atlantico ed euroasiatico), siamo in una fase di “finta pace”, dove le guerre vengono definite “preventive” per assicurare la pace stessa. In realtà, si tratta di rapporti di forza militarizzati per ripristinare regole di mercato che non reggono più.
Siamo di fronte a un ritorno alla forma-Stato e a un capitalismo che non è più liberale né neoliberista, ma predatorio. Lo definirei “imperialismo piratesco”: un imperialismo che non trae reddito dallo sviluppo delle forze produttive, ma dall’appropriazione militare e coercitiva delle risorse.
Questa dinamica richiama le pratiche dei pirati dei Caraibi del Seicento o delle compagnie armate del Settecento. In tal senso è illuminante il libro di Arnaud Orain, La confisca del mondo, pubblicato da Einaudi, che parla di “capitalismo della finitudine”. Un capitalismo consapevole dei limiti: risorse naturali scarse, crisi climatica, crisi energetica, limiti geopolitici in un mondo multipolare.
Il conflitto non è più solo interimperialistico: diventa lotta per la libertà di combattere in mare e nello spazio per creare nuovi monopoli. Il monopolio statunitense riguarda il petrolio e la funzione del dollaro. Le operazioni in Venezuela o contro l’Iran non mirano solo al petrolio in sé, ma al controllo delle risorse “libere” per non perdere l’egemonia monetaria.
Capitalismo della finitudine e nuova spartizione del Mondo
Il commercio internazionale si svolge ormai su basi militarizzate: guerre dirette, guerre economiche, dazi. Non siamo più nell’epoca del libero scambio, ma in quella di un capitalismo della finitudine, in cui una legge di accumulazione infinita si scontra con limiti finiti: risorse naturali e mondo multipolare.
La riduzione della massa salariale mondiale rallenta l’involuzione del capitale, ma impedisce la crescita dei mercati interni. Non è finito il mercato: è finita la possibilità di valorizzare in modo soddisfacente il capitale produttivo. Si chiude definitivamente l’epoca del dominio incontrastato statunitense del dopoguerra e dei mercati finanziari globali.
Assistiamo a una nuova spartizione del mondo. L’“emisfero Monroe” rivendicato da Trump appartiene agli Stati Uniti; la Russia consolida la propria area di influenza a partire dall’Ucraina; l’Africa è terreno di competizione; la Cina propone un modello diverso, non centrato sul profitto immediato ma su una prospettiva di lungo periodo fino al 2050, fondata sull’idea di armonia universale.
In questo quadro, l’imperialismo assume connotati nuovi. La gestione delle risorse, soprattutto quelle lontane dai propri territori, avviene tramite operazioni militari o accordi coercitivi come i dazi. Gli Stati Uniti puntano non solo a dominare, ma a occupare direttamente, formando nuove reti territoriali e nuove catene del valore basate sul saccheggio.
Come osservava David Harvey, l’imperialismo contemporaneo sposta l’asse dal tempo allo spazio: non più accumulazione estensiva nel tempo, ma appropriazione spaziale di territori e risorse. È un capitalismo predatorio, neocoloniale, organizzato in reti che incanalano risorse naturali e merci verso centri di comando, in una logica di “magazzini territoriali”.
Siamo dunque in una fase in cui la sopravvivenza del modo di produzione capitalistico non passa più dallo sviluppo delle forze produttive e dalla crescita condivisa, ma dall’appropriazione piratesca delle ricchezze. È questa la chiave per comprendere ciò che sta accadendo in Venezuela, in Africa, in Medio Oriente e nello scontro globale tra unipolarismo e pluricentrismo.
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