Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/10/2016

Lotta, internazionalismo, unità. Al via il congresso dell’FSM

Lotta, internazionalismo, unità. Con queste parole d’ordine la Federazione Sindacale Mondiale ha aperto ieri il suo 17esimo congresso a Durban, in Sud Africa. Un congresso che non vive di formalità burocratiche ma che si impegna a tener assieme i numeri di una crescita importante per la federazione. Sono diverse infatti le organizzazioni sindacali o di categoria che partecipano per la prima volta al congresso generale a conferma che, oltre ad essere la più longeva organizzazione sindacale internazionale, la Wftu è all’avanguardia nel saper rispondere ai bisogni e alle aspettative di milioni di lavoratori. Sono 1200 i delegati sindacali presenti in rappresentanza di 111 diversi paesi di 5 continenti. Rappresentano decine di organizzazioni e quasi 95 milioni di lavoratori.

Decine sono stati gli interventi durante la prima giornata del congresso che proseguirà nella città Sudafricana fino a sabato 8 ottobre. Già nell’apertura con il saluto alle delegazioni del segretario del COSATU, la maggior centrale sindacale sudafricana, il congresso si è dimostrato un evento straordinario, capace di essere di per sé una risposta di classe e internazionalista all’accentuarsi dell’attacco del capitalismo in crisi alle condizioni di vita e lavoro di migliaia di proletari. A ricordare la storia importante del Wftu e il ruolo che ha avuto in momenti fondamentali della storia recente è intervenuto Jacob Zuma, presidente della repubblica del Sud Africa e protagonista con Nelson Mandela, Oliver Tambo e decine di altri militanti della lotta di liberazione sudafricana contro il regime della supremazia bianca.

Il ruolo del sindacato sudafricano, sostenuto dal Wftu, è stato infatti fondamentale nell’organizzazione quotidiana della resistenza tra i lavoratori.

A dimostrare il ruolo fondamentale che il sindacato ha avuto nella lotta contro l’apartheid, e che oggi ha nella costruzione di un nuovo Sud Africa, ci sono le decine di delegate e delegati sudafricani. Si sono fatti sentire durante tutta la prima assemblea plenaria del congresso salutando con canti, balli e applausi gli interventi dei loro dirigenti e delle organizzazioni sorelle.

Non sono solo i sudafricani a riempire di voci, lingue e colori il meeting. Per le delegazioni occidentali non c’è altro da fare se non prendere atto che nella federazione mondiale rappresentano una minoranza. Il baricentro produttivo del capitalismo si è spostato progressivamente, negli ultimi decenni, fuori dai centri imperialisti. Questa riconfigurazione del capitale ha dato sempre maggior importanza alle organizzazioni sindacali della ormai ex periferia e la composizione del Wftu lo dimostra.

Proprio il tema delle trasformazioni del sistema capitalistico è stato al centro anche dell’intervento del segretario generale del Wftu Mavrikos. Analizzando la situazione internazionale, le trasformazioni delle filiere produttive, la tendenza alla guerra che ha prodotto decine di aggressioni imperialiste negli ultimi anni, Mavrikos ha sostenuto la necessità dell’adeguamento alla fase dell’azione sindacale. Di fronte allo scenario di profonda regressione che si prospetta, il sindacato non può solo essere strumento di rivendicazione particolare ma deve anche saper orientare i lavoratori per sottrarli all’influenza ideologica e politica di una borghesia imperialista che usa ogni strumento per dividere i fratelli di classe. Ecco che alla necessità di rispondere al fenomeno migratorio aprendo le porte dei sindacati ai migranti e ai rifugiati, accogliendoli e organizzandoli rifiutando ogni argomentazione xenofoba e reazionaria, il segretario generale affianca la necessità, per il sindacalismo del futuro, di dotarsi di strumenti d'intervento che permettano di organizzare quei settori di classe caratterizzati da precarietà, disoccupazione ed esclusione.

Mavrikos ha infine sottolineato il ruolo fondamentale che l’internazionalismo deve avere per le organizzazioni aderenti al Wftu. Se infatti è solo il piano d'organizzazione internazionale a poter dotare la classe degli strumenti adeguati per poter rispondere all’attacco del capitale internazionale, l’internazionalismo è un valore imprescindibile per ogni proletariato.

La prima giornata ha dato spazio a decine di altri interventi, dai compagni della CTB brasiliana impegnati nel contrastate il golpe istituzionale contro il governo di Dilma Rousseff all’intervento di Pierpaolo Leonardi (dell’Unione Sindacale di Base) in rappresentanza della Federazione Internazionale dei dipendenti pubblici, fino alla presa di parola dei giovanissimi sindacalisti indonesiani impegnati nella costruzione del sindacato in un paese dove la repressione reclude decine di attivisti.

I prossimi giorni saranno fondamentali per definire e progettare l’attività della federazione nei prossimi anni, dovendo discutere degli obiettivi da raggiungere da qui al prossimo congresso, ma fin da subito sembra non ci sia spazio per inattività.

Fonte

13/01/2012

Le banche sì salvano, il Pianeta no!


Le banche le salvano in una giornata. Ma anche solo per pensare di salvare il pianeta ci vogliono decenni.
Lord Stern ha calcolato che sistemare il cambiamento climatico costerebbe circa l'1% del PIL mondiale, mentre restare fermi e lasciare che ci colpisca costa tra il 5 ed il 20%. L'uno per cento del PIL equivale, al momento, a 630 miliardi di dollari. Nel marzo del 2009, Bloomberg ha rivelato che la FED [Banca Centrale degli USA, ndt] ha destinato 7,77 trilioni di dollari alle banche. Si tratta solo di un contributo del governo: eppure tale somma equivale a 12 volte il costo annuale del cambiamento climatico globale. Aggiungendo i finanziamenti degli altri paesi la cifra si moltiplica di molto.

Questo sostegno è stato dato su richiesta: appena le banche hanno dichiarato di volere aiuto, lo hanno ottenuto. Nell'arco di un solo giorno, la FED ha reso disponibili 1,2 trilioni di dollari, più di quanto l'intero pianeta abbia messo a disposizione per il cambiamento climatico negli ultimi venti anni.
Tutto si è svolto senza condizioni e anche in segreto: ci sono voluti due anni perché i giornalisti potessero illustrarne i dettagli. Le banche hanno gridato “aiuto” e il governo ha semplicemente tirato fuori il portafogli. E va ricordato che il tutto è accaduto sotto George W. Bush, la cui amministrazione si era dichiarata fiscalmente conservatrice.
Ma far sì che il governo americano impieghi una qualsiasi forma di aiuto fiscale per il pianeta – anche solo un paio di miliardi – è come togliersi un dente. “Non ce lo possiamo permettere!”, urlano i Repubblicani (e molti tra i Democratici). Rovinerà l'economia! Torneremo a vivere in caverne!”
Spesso vengo colpito dalla retorica pomposa e selvaggia di coloro che accusano gli ambientalisti di diffondere il panico. “Se questi allarmisti facessero come vogliono, distruggerebbero l'intera economia”: questo è il genere di dichiarazione che si sente quasi tutti i giorni, senza alcuna parvenza di ironia.
Nessun legislatore, per quanto ne so, è ancora stato capace di spiegare perché ci si può permettere di destinare 7,7 trilioni di dollari alle banche, mentre non è possibile investire cifre molto più basse in nuove tecnologie e risparmio energetico.
Gli Stati Uniti e le altre nazioni hanno iniziato ad affrontare seriamente il problema del cambiamento climatico nel 1988. Tuttavia, non esiste ancora un accordo mondiale vincolante ed è improbabile che ce ne sarà uno entro il 2020, se mai avverrà. Gli accordi per salvare le banche vengono conclusi senza alcuna fatica nei summit economici, mentre fare progressi nei summit ambientali sembra come usare un asino per trainare un camion di 44 tonnellate.
Per fare un esempio, il risultato di Durban, dopo imprese sovrumane, è stato migliore di quanto temessero gli ambientalisti. Dopo Copenaghen e Cancun non sembrava plausibile che le nazioni ricche e quelle povere sarebbero mai state d'accordo per creare un giorno un trattato vincolante, ma lo hanno fatto. Questo non significa che il risultato è stato buono: anche se tutto andasse come pianificato, c'è ancora la probabilità che la temperatura si surriscaldi di più di due gradi, il che minaccia molti luoghi e molti abitanti della Terra.
Il resoconto più chiaro che io abbia letto finora riguardo le negoziazioni e l'esito dell'incontro di Durban è stato scritto da Mark Lynas, che ha partecipato come consigliere del presidente delle Maldive. Egli ha documentato la complessità bizantina del risultato di vent’anni di ostruzioni e tergiversazioni. Quando le nazioni potenti voglio fare qualcosa, lo fanno in modo semplice e veloce. Quando non vogliono, i loro accordi con gli altri paesi si trasformano in un nascondino.
Ecco alcuni punti chiave:
  • le negoziazioni più importanti si riducono a una battaglia tra due gruppi: l'Unione Europea, i paesi meno sviluppati e le piccole isole da un lato; gli USA, il Brasile, il Sud Africa, l'India e la Cina dall'altro, cercando di resistere alla pressione.
  • Il primo gruppo ha avuto in qualche modo successo: le altre nazioni hanno acconsentito a elaborare un accordo vincolante “applicabile a tutte le parti”. In altre parole, diversamente dal Protocollo di Kyoto che regola solo le emissioni di gas serra di un gruppo di paesi ricchi, questo accordo sarebbe valido per tutti, e comunque ciò non significa necessariamente che le nazioni dovranno ridurre le emissioni.
  • Il primo gruppo non è riuscito ad ottenerlo rapidamente. Le nazioni più povere volevano un risultato legalmente vincolante entro la fine dell'anno prossimo. Ma il gruppo USA-Cina ha spinto per il 2020 e ci sono riusciti. A meno che questa situazione non cambi, limitare l'aumento della temperatura globale a due gradi o meno risulta più difficile, se non impossibile.
  • Il Protocollo di Kyoto, sebbene rimanga in vigore fino al 2017 o 2020, è ad un punto morto. Di fatto, come suggerisce Lynas, a meno che le ambiguità in esso contenute vengano limitate, potrebbe risultare addirittura inutile, perché potrebbero minare gli impegni volontari che gli stati firmatari hanno contratto.
  • Le nazioni hanno accordato la creazione di un Green Climate Fund per aiutare i paesi in via di sviluppo a limitare le emissioni di gas serra e adattarsi all'impatto del surriscaldamento globale. Ma con tre eccezioni: la Corea del Sud, la Germania e la Danimarca hanno deciso di non investire denaro nel progetto. Il fondo dovrebbe ricevere 100 miliardi di dollari all'anno: un sacco di soldi, finché non vengono paragonati a quelli delle banche.
  • Da qui al 2020, possiamo solo fare affidamento sugli impegni volontari dei paesi. Secondo uno studio dell'ONU, queste iniziative mancano dei tagli necessari per impedire un aumento superiore ai due gradi, equivalenti a circa 6 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio.
  • Ma, pur riconoscendo i traguardi raggiunti dall'accordo di Durban, due gradi sono ancora troppi. Ha aumentato la possibilità di un impegno a mantenere l'incremento sotto un grado e mezzo di temperatura. Questo richiederebbe un programma di tagli molto più rapido di quanto previsto.
Quindi, perché risulta così facile salvare le banche e così difficile salvare la biosfera? Se per caso ci fosse bisogno di dimostrare che i nostri governi operano negli interessi dell’élite piuttosto che nell'interesse del mondo intero, ecco le prove.

Fonte.

25/12/2011

Noam Chomsky sulla Conferenza di Durban: in marcia verso il precipizio

Uno dei compiti della Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite, che si sta svolgendo a Durban, Sudafrica, è quello di estendere le precedenti decisioni politiche, di portata limitata e solo in parte applicate.
Queste decisioni risalgono alla Convenzione del 1992 dell’ONU e al Protocollo di Kyoto del 1997, al quale gli Stati Uniti hanno rifiutato di aderire. Il primo periodo di impegni del Protocollo di Kyoto termina nel 2012. L’ambiente più o meno generale precedente alla conferenza è stato racchiuso da The New York Times in un titolo: Questioni urgenti ma scarse aspettative.
Mentre i delegati si riuniscono a Durban, un rapporto contenente una nuova sintesi aggiornata di sondaggi realizzati dal Consiglio per le Relazioni con l’Estero e dal Programma sulle Opinioni politiche internazionali (PIPA la sua sigla in inglese) rivela che il pubblico di tutto il mondo e degli Stati Uniti dice che i loro governi devono dare maggiore priorità al riscaldamento globale e sostengono con forza azioni multilaterali per affrontarlo.
La maggioranza dei cittadini statunitensi è d’accordo, anche se il PIPA chiarisce che la percentuale “è calata negli ultimi anni, per cui la preoccupazione degli Stati Uniti è significativamente più bassa della media mondiale -79 per cento rispetto all’84 per cento-”.
Gli statunitensi non percepiscono che c’è un consenso scientifico sulla necessità di azioni urgenti sul cambiamento climatico... Una grande maggioranza pensa che ci sia la possibilità di essere colpita personalmente dal cambiamento climatico, ma solo una minoranza crede di essere colpita già ora, contrariamente all’opinione della maggioranza degli altri Paesi. Gli statunitensi tendono a sottostimare il livello di preoccupazione degli altri statunitensi.
Questi atteggiamenti non sono casuali. Nel 2009 le industrie dell’energia, appoggiate dalle lobby corporative, lanciarono varie grandi campagne che sollevavano dubbi sul quasi unanime consenso scientifico sulla gravità della minaccia del riscaldamento globale indotto dagli esseri umani.
Il consenso è “quasi” unanime solo perché non comprende i molti esperti convinti che gli avvertimenti sul riscaldamento globale non siano sufficientemente forti, e a causa del gruppo marginale che nega completamente la validità della minaccia.
La copertura abituale di questo problema, si disse, si basa su quello che si chiama mantenere un equilibrio: la schiacciante maggioranza degli scienziati da un lato, e chi nega dall’altro. Gli scienziati che esprimono le avvertenze più oscure sono in maggior parte ignorati.
Un effetto di tutto questo è che un terzo scarso della popolazione degli Stati Uniti crede che esista un consenso scientifico sulla minaccia del riscaldamento globale, molto meno della media mondiale, e in modo radicalmente immotivato stando ai fatti.
Non è un segreto che il governo statunitense stia puntando i piedi sulle questioni climatiche. L’opinione pubblica di tutto il mondo ha in gran parte criticato il modo in cui gli Stati Uniti stanno gestendo il problema del cambiamento climatico secondo il PIPA. In generale, gli Stati Uniti vengono chiaramente percepiti come il Paese che ha avuto l’effetto più negativo sull’ambiente del mondo, seguiti dalla Cina. La Germania ha ricevuto le valutazioni migliori.
A volte è utile, per avere una prospettiva di ciò che sta succedendo nel mondo, adottare la posizione di osservatori extraterrestri intelligenti che contemplano gli strani avvenimenti sulla Terra. Osserverebbero, stupiti, che il Paese più ricco e potente nella storia del pianeta ora guida i lemmings nel loro allegro avanzare verso il precipizio.
Il mese scorso l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA), formata nel 1974 su richiesta del Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger, ha trasmesso il suo rapporto più recente sull’accelerato incremento delle emissioni di carbonio provenienti dall’uso di combustibile fossile.
L’AIEA ha calcolato che se il mondo continua ad avanzare sulla sua attuale rotta, il bilancio di carbonio sarà esaurito entro il 2017. Il bilancio è la quantità di emissioni che può limitare il riscaldamento globale a un livello di 2 gradi centigradi, considerato il limite di sicurezza.
L’economista capo dell’AIEA Fatih Birol, ha detto: La porta si sta chiudendo... Se non cambiamo direzione ora su come usiamo l’energia, finiremo molto al di là di quello che gli scienziati ci hanno detto che è il minimo (di sicurezza). La porta si sarà chiusa per sempre.
Sempre il mese scorso, il Dipartimento statunitense dell’Energia ha informato sulle cifre delle emissioni del 2010. Le emissioni sono aumentate nella maggior quantità registrata finora, ha riportato l’Associated Press, il che significa che i livelli di gas serra sono più elevati rispetto al peggiore degli scenari possibili previsti dal Panel Internazionale sul Cambiamento Climatico nel 2007.
John Reilly, codirettore del Programma sul Cambiamento Climatico dell’Istituto di Tecnologia (IPCC la sua sigla in inglese) del Massachusetts, ha detto all’Ap che gli scienziati hanno considerato, in generale, le previsioni dell’IPCC eccessivamente prudenti -a differenza del piccolo gruppo di negazionisti che attira l’attenzione del pubblico-. Reilly ha informato che lo scenario del peggiore dei casi era presente  nella metà circa dei calcoli dei risultati possibili diffusi dagli scienziati del MIT.
Mentre questi terribili rapporti venivano fatti conoscere, il quotidiano Financial Times dedicava un’intera pagina alle aspettative ottimistiche sul fatto che gli Stati Uniti potrebbero raggiungere l’autonomia energetica per un secolo con la nuova tecnologia per l’estrazione di combustibili fossili statunitensi.
Anche se le proiezioni sono incerte, informa il Financial Times, gli Stati Uniti potrebbero sorpassare con un balzo Arabia Saudita e Russia e diventare il maggior produttore del mondo di idrocarburi liquidi, considerando sia il petrolio greggio che i liquidi leggeri di gas naturale.
Se si verificasse questo avvenimento fortunato, gli Stati Uniti potrebbero mantenere la loro egemonia mondiale. A parte alcuni  commenti sull’impatto ecologico su scala locale, il Financial Times non ha detto nulla su quale tipo di mondo emergerebbe da queste emozionanti prospettive. L’energia va bruciata, e che l’ambiente globale vada al diavolo.
Praticamente tutti i governi stanno muovendo almeno qualche passo vacillante per fare qualcosa sulla catastrofe che si avvicina. Gli Stati Uniti guidano la classifica –al contrario. La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, dominata dai repubblicani, ora sta smantellando le misure ambientali introdotte da Richard Nixon, che in molti aspetti fu l’ultimo presidente liberal.
Questo comportamento reazionario è uno dei molti segnali della crisi della democrazia statunitense durante la generazione passata. La breccia tra l’opinione pubblica e la politica pubblica è cresciuta fino a diventare un abisso su questioni centrali del dibattito politico attuale, come quella del deficit e dell’occupazione. Tuttavia, grazie all’offensiva propagandistica, la breccia è più ridotta di quanto dovrebbe essere sulla questione più seria dell’agenda internazionale di oggi e probabilmente della storia.
Si può perdonare gli ipotetici osservatori extraterrestri se arrivano alla conclusione che a quanto pare siamo infettati da qualche forma mortale di pazzia.

12/12/2011

Avanza il deserto!

Il groviglio con filo spinato fatto di debito e euro barcollante, di feroce aggressione dei mercanti di danaro e derivati che propagano la loro dittatura, assieme al cumulo di lacrime e sangue imposto ai popoli da governi imbelli o complici, rischia di strangolare qualunque altra dimensione del vivere civile e sociale. Per esempio l'ambiente, il rapporto uomo natura. Con quella cosa da niente che si chiama cambiamento climatico e/o riscaldamento globale, di cui si discuteva a Durban, con poco successo di pubblico e di critica, in verità. E dire che qualcuno parla addirittura di possibile "olocausto climatico". Ora non è certo che il mutamento del clima sia globale e permanente, però indizi pesanti di cambiamento si vedono e toccano con mano. Non nel deserto del Sahel, ma nella ben più vicina Romagna, nonché nelle Marche e in Toscana, attanagliate dalla siccità. Ecco un titolo comparso sulla stampa locale il 27 novembre: Siccità in Romagna. Ecco l'ordinanza, da domani acqua razionata, multe salatissime per chi non la rispetta. Il bacino della diga di Ridracoli è quasi a secco, e rischia di rimanere completamente senz'acqua. L'ordinanza riguarda le province di Ravenna, Forlì - Cesena e Rimini. In seguito all'avviso diramato dalla Protezione civile regionale, le autorità locali hanno imposto a tutti gli utenti di limitare il consumo dell'acqua delle rete idrica agli stretti bisogni igienico-sanitari e domestici. Fino al 31 maggio dalle 8 alle 21 di tutti i giorni è vietato il lavaggio di cortili, piazzali, veicoli, innaffiamento giardini, orti e prati. Senza limite di orario, quindi per tutte le 24 ore, non si potranno riempire piscine, fontane ornamentali, vasche da giardino e il funzionamento di fontanelle a getto continuo (il funzionamento di fontane pubbliche o private è consentito solo se dotate di apparecchiature per il ricircolo dell'acqua). E' escluso dalle limitazioni il consumo di acqua oggetto di contratti di somministrazione per attività imprenditoriali. Per i trasgressori le sanzioni andranno da 25 a 500 euro. E' vero che la situazione di emergenza dipende da questo autunno straordinariamente caldo e sereno, senza piogge consistenti. Talmente caldo e sereno che la stagione turistica estiva sulla costa, da Rimini e Riccione fino a Milano Marittima e Porto Garibaldi, praticamente non è ancora finita, con un consumo d'acqua in queste zone del tutto anomalo e imprevisto. Però è anche vero che da tempo in Emilia Romagna (E-R) erano evidenti, e segnalati, problemi di approvvigionamento idrico, in particolare per le acque di falda con fenomeni di subsidenza diffusi, mentre cresce giorno dopo giorno la pressione sulle risorse superficiali. Insomma il sistema del consumo si sviluppa in modo eccessivo, non sostenibile, rispetto alle risorse attuali. E con la mancanza di precipitazioni atmosferiche di questo ultimo periodo, i nodi sono arrivati al pettine, ovvero la siccità si presenta non come fenomeno eccezionale una tantum, ma come componente tendenzialmente strutturale, organica al territorio, così come oggi si configura, e alle sue attività. Se si osserva la mappa delle portate idriche dei fiumi in E - R, disegnata dall' ARPA (Agenzia Regionale per l'Ambiente), si vede come quasi dappertutto siano segnate in rosso, cioè sotto il livello di guardia, la portata media calcolata sulle serie storiche. Ma non è un fenomeno che affligge solo le regioni del centro Italia. La siccità sta installandosi anche in Francia. Il bilancio idrogeologico del 2011 è deficitario del 10% in media, con dei picchi oltre il 25% in alcune regioni come la Charente, o la Dordogna. Il 2011 è al momento uno dei dieci anni più secchi degli ultimi cinquanta, e settantotto dipartimenti, le nostre province, sono stati obbligati a prendere delle misure di restrizione del consumo d'acqua. Nel contempo se si va oggi in giro per le campagne attorno a Bologna, si incontrano fenomeni del tutto fuori stagione quali la fioritura dei fichi fioroni, in Dicembre!, e le gemme che buttano le viti, eventi al solito primaverili.
Ma torniamo al riscaldamento globale. Qualcuno ha valutato cosa accadrebbe se ci fosse un aumento della temperatura di 2 (due) gradi Celsius. Sarebbe un "disastro" racconta James Hansen in una conferenza tenuta il 7 Dicembre al congresso de l'American Geophysical Union (AGU)- San Francisco. Il serissimo direttore del Goddard Institute per gli Studi Spaziali (GISS), principale laboratorio sul clima della NASA, uomo del tutto alieno da utopie ecologiste, ha presentato una ricostruzione dell'evoluzione della temperatura nel corso degli ultimi 5 (cinque) milioni di anni, sostenendo che oggi la temperatura media sul pianeta è ormai prossima a quella di due periodi, il primo circa 400.000 (quattrocentomila) anni fa, il secondo 130.000 (centotrentamila), quando " noi sappiamo che il livello dei mari era tra i 4 (quattro) e 6 (sei) metri più alto di quello attuale." Ovvero Rimini ma anche Deauville o New York, per non dire di Venezia, finirebbero sott'acqua, e la pianura padana ormai desertica pure. " Se il tasso di CO2 nell'atmosfera dovesse raddoppiare, la temperatura aumenterebbe di circa 3 (tre) gradi Celsius, e questo farebbe sì che la criosfera, ovvero l'attuale sistema di ghiacci marini e di ghiacciai continentali si scioglierebbe(..)" L'aumento della temperatura non produce una rapida crescita del livello degli oceani, ma piuttosto il sistema va lentamente a un nuovo stato di equilibrio, con un aumento dei livelli delle acque tra 1 (uno) e 2,5 (due virgola cinque) metri in un secolo. Per conservare un clima come quello che permise lo sviluppo della civiltà umana quale noi la conosciamo, Hansen calcola che "sia necessario mantenere la concentrazione di CO2 atmosferica sotto le 350 ( trecentocinquanta) parti su un milione (ppm)." Concentrazione che era nel XIX secolo di 270 (duecentosettanta) ppm, e oggi si stima sia di 390 (trecentonovanta) ppm. Insomma siamo al limite di soglia, oltre il disastro s'avvicina, micidiale. Inoltre nei suoi lavori con Makiko Sato (GISS), Hansen calcola che l'aumento di 1 (un) grado oggi ci porterebbe al periodo più caldo del pianeta negli ultimi 3 (tre) milioni di anni.
Ma ai rappresentanti delle nazioni riuniti a Durban le rigorose cifre di Hansen sembrano non aver fatto, è proprio il caso di dirlo, né caldo né freddo, tantomeno le osservazioni empiriche dei contadini emiliani che vedono fiorire le gemme in Dicembre, mentre fiumi e canali si seccano e di pioggia non si vede traccia. Tanto può l' avidità in nome del mercato, dell'accumulazione di denaro e della produzione sconsiderata - cioè figlia solo del valore di scambio e quasi senza attenzione alcuna al valore d'uso - di merci. Come le cellule cancerogene che si moltiplicano a dismisura fino a uccidere il corpo che fornisce loro nutrimento e sangue, morendo con lui. Senza eccessivo pessimismo, tutto lascia intendere che il tempo stia esaurendosi per assumere rimedi efficaci. Se i popoli rimarranno inerti, la crisi climatica moltiplicherà la crisi economica, con una democrazia sempre più flebile e stentata, su un pianeta sempre più inabitabile e inospitale. E' ormai il momento di un nuovo contratto di equità tra gli esseri umani, e tra essi e la natura. Non sarà facile, ma è necessario.

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