Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/07/2016

Virzì: buone intenzioni, domande sbagliate

Ho notato ieri mattina che il quotidiano La Stampa ha pubblicato una lettera di Paolo Virzì a Maria Edgarda Marcucci detta Eddi. Non conosco personalmente questa ragazza, so che è una compagna dell’Askatasuna nonché attivista NO TAV, che a seguito della pioggia di misure cautelari a suo carico ha ritenuto di non farsi trovare per un po’. Non conosco la sua opinione in merito alle parole di Virzì e credo che in ogni caso, in queste situazioni, una lettera che esprime vicinanza sia importante e significativa; vorrei però porre l’accento su alcune questioni che ritengo estremamente significative.

Il regista toscano, conosciuto per essere un regista attento a ciò che si muove nel mondo, nonostante le sue posizioni “sinceramente democratiche” che spesso non riesco né posso condividere, sembra impugnare la penna mosso dallo sdegno per la violenza repressiva che colpisce quotidianamente attivisti sociali e militanti politici della sinistra antagonista. In realtà non è proprio così: nelle righe che ho letto, Virzì rende esplicita la sua preoccupazione paternalistica per una ragazza che ha conosciuto tanti anni fa, cui è evidentemente affezionato, raccontando alcuni degli episodi più eclatanti della recente vita politica di Eddi.

Così leggo. Eddi che si oppone all’uso privato delle aule universitarie da parte di un’organizzazione politica, il Fuan – un’organizzazione neofascista, non una qualunque – e che per questo riceve l’obbligo di firma. Eddi che cerca di intervenire a un incontro pubblico dell’UniTo, ed è fermata e spintonata da poliziotti in borghese che poi le notificano il divieto di dimora da Torino. Eddi che, insieme ad altri attivisti valsusini, mette in atto “una scenetta abbastanza buffa che non sfigurerebbe nei filmati di Paperissima” per opporsi alla TAV e per questo riceve gli arresti domiciliari.

Nel riportare questi episodi, Virzì non risparmia critiche alle forze dell’ordine, condendo il racconto con dubbi sull’operato della DIGOS, sulla veridicità delle affermazioni degli agenti e sulla necessità di “questi provvedimenti tanto severi quanto contraddittori”. Ma c’è un ma.

Eddi in queste azioni di protesta non era sola, stava insieme a “quelli come te, ragazzi idealisti e appassionati rompicoglioni” che il regista non vuole diventino “cinici disillusi, mosci e sfiduciati verso le virtù civili di una democrazia come la nostra”. Ed è qui che casca il regista, nella trappola ideologica liberale che vedrebbe l’Italia così distante, opposta, “all’Egitto di Al-Sisi o la Turchia di Erdogan”. Viene da chiedersi allora perché il regista sia così convinto che “le autorità sapranno trovare lo sguardo e la misura per valutare nelle giuste dimensioni la tua posizione”? Da cosa gli deriva questa sicurezza? Perché arriva a chiedere a Eddi di uscire allo scoperto e rendersi reperibile perché “noi tutti, come cittadini, come genitori, vorremmo capire com’è possibile che tu sia costretta a nasconderti e vorremmo ascoltare dalla tua voce le tue ragioni”? Perché Virzì è sicuro che alla fine tutti, Eddi e i suoi compagni, la Procura di Torino e il governo italiano, i genitori e i cittadini, vivranno insieme felici e contenti?

La risposta a questa domande si può trovare nelle stesse parole del regista: “nell’indifferenza di una società distratta, egocentrica, coi più giovani impegnati ad esibirsi sulle bacheche dei social network o che si eccitano a sfogarsi rabbiosamente contro i diversi, i più deboli, in un clima dove crescono la paura e l’intolleranza, ti sembrerà che sia destinata a cadere esclusivamente sulle fragili spalle tue e di quella manciata di tuoi coetanei la responsabilità di esprimere quella quota di dissenso di cui ogni società complessa ha un bisogno fisiologico, quella cosa che Don Milani definiva «la disobbedienza virtuosa»”. Il fraintendimento – credo – sta qui, nella convinzione del regista che Eddi sia vittima di una qualche forma di ribellismo giovanile (“in un mondo che non sa che farsene dei tuoi slanci ribelli, delle tue domande generose e ingenue” ... io per quest’ultima parola mi arrabbierei molto) o sia parte di quella poca percentuale della società che si pone contro ma che è fisiologicamente necessaria per la buona salute di una società complessa.

Al regista non sembra passare neanche per l’anticamera del cervello che Eddi possa essere una militante politica, sicuramente un’appassionata rompicoglioni ma magari poco idealista e molto concreta, che conosce bene ciò che non le piace del mondo ma che sia anche portatrice di un qualcosa (politicamente parlando) che le piace e piacerebbe. Mi sembra che al regista riesca difficile realizzare che esistono persone – giovani e non – che lottano per un altro mondo possibile, strutturalmente differente, inconciliabile con quello organizzato e difeso dal PD proTAV e dalle Procure. Magari sbaglio e d’altro canto non conosco neanche l’opinione dell’interessata a proposito, ma pare che al regista manchi, in sintesi, la nozione stessa dell’agire politico. E infatti, in questa sua lettera a una ragazza cui vuole bene, l’elemento politico è paradossalmente estraneo al racconto.

La produzione cinematografica di Virzì, d’altro canto, non lascia spazio a dubbi: il regista si è sempre mosso sul piano della critica sociale, raccontando vicende umane inserite nel loro contesto, mai isolate, ma i suoi film si chiudono ogni volta senza che l’orizzonte di un possibile cambiamento reale sia stato dato. Le problematiche ci sono, vengono analizzate, ma non vengono mai forniti elementi per risolverle. E così, se in “Ovosodo” troviamo una rappresentazione edulcorata (e talvolta sbeffeggiata) del conflitto di classe, se in “Caterina va in città” si nota una disuguaglianza sociale e di status che si mantiene intatta ed è affrontata forse con troppo buonismo, se tutti i personaggi virziniani tentano di trovare il loro posto nel mondo senza però cercare di cambiarne gli assetti... nel mondo reale il conflitto di classe esiste davvero, fatto di persone e bisogni reali, tenuto insieme dall’organizzazione di tutti quei soggetti che vogliono riscattare i dannati della Terra.

Caro Virzì, non capisco se ti sembri inconcepibile o se tu ne sia conscio, ma Eddi forse è una di questi soggetti, e sarebbe utile se la tua preoccupazione più che sincera per la gestione del conflitto nella democratica Italia si trasformasse in un’analisi seria del perché Eddi ogni giorno combatte lo stato di cose esistenti, facendosi domande certamente generose ma per nulla ingenue. Chissà, magari troveresti il soggetto per il tuo prossimo film...

Fonte

24/05/2016

Visioni Militant(i): La pazza gioia, di Paolo Virzì

Due donne con problemi giuridici soggiornano presso una comunità terapeutica di recupero per persone con sofferenze psicologiche e disturbi mentali. Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi), è una (ex) ricca e annoiata donna dell’upper class berlusconiana, isterica, logorroica, impicciona, vanagloriosa, in comunità per reati legati alla truffa e bancarotta; Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti), è una proletaria livornese chiusa in sé stessa, violenta e taciturna, obbligata alle cure mentali dopo diversi episodi di violenza, nonché aver tentato il suicidio. Le due non potrebbero essere più diverse, eppure la strabordanza di Beatrice – sempre alla ricerca di qualcuno con cui parlare o, meglio, “civettare” – fa poco a poco breccia in Donatella. Durante un permesso di lavoro esterno alla comunità, le due fuggono, dando vita ad una sorta di road movie all’italiana sulla falsa riga di Thelma&Louise. Una fuga che, ovviamente, servirà alle due protagoniste come catarsi psicologica andando al fondo dei loro problemi, delle motivazioni e circostanze che li hanno prodotti.


Il film ci consegna un Virzì diverso dal solito. La commedia è sempre più sullo sfondo, mentre assume maggior valore la narrazione di un paesaggio sociale capace di incidere e cambiare le persone. Non è allora una commedia, ma neanche un film di denuncia, da cui il regista si tiene volontariamente alla larga, e fa bene. E’ un film che mischia in maniera equilibrata due elementi: la condizione di classe che forma il comportamento delle due protagoniste, ne origina la “malattia”, che finirà per cristallizzare in forma psicologicamente deviata tutti i tic e gli stili di vita delle classi dalle quali le due provengono; e la condizione di donne, ambedue – nonostante le opposte provenienze – vittime “in quanto donne”, sfruttate da un contesto maschile abietto, prevaricatore, carnefice. Siamo ciò da cui proveniamo, e quello che facciamo trova sempre una ragione nelle condizioni di vita che lo hanno lentamente prodotto: questo uno dei messaggi forti del film, e in questo senso il taglio “materialistico” convince in quanto anti-didascalico e anti-schematico. Non c’è redenzione possibile, almeno per la proletaria Donatella Morelli. C’è solo sofferenza, attenuata forse dall’amicizia, ma niente illusione. Una vita serena, dignitosa anche nella povertà, “all’altezza” degli standard sociali, è impensabile per una donna che ha vissuto sulla propria pelle i frutti concreti di questi “standard”. C’è solo violenza inespressa e traumatica, rassegnazione individuale, sconfitta. Se la condizione è vissuta anche dall’esuberante, scontenta e viziata Beatrice, è solo perché al regista preme mettere al centro un valore di amicizia che dovrebbe travalicare le differenze di classe. Un passaggio forse debole, anche se pure per la ricca Beatrice, sostanzialmente “soprammobile” femminile di uomini d’affari che se ne servono scaricandola al momento opportuno, rientra in fin dei conti tra le vittime della società. Anche per lei, la fine non può che essere il ritorno nella comunità, l’espiazione di una pena determinata per tutte e due dalle condizioni d’appartenenza.

Paolo Virzì è uno dei registi più interessanti di questo ventennio. Se ne Il capitale umano sembrava aver abbandonato la commedia capace in qualche modo di rassicurare una condizione umana in difficoltà (da Ovosodo a Tutta la vita davanti a La prima cosa bella, le difficoltà sociali – apertamente di classe – venivano stemperate dalla natura leggera della descrizione), qui la commedia rientra senza però generare un film “leggero”: si ride poco, e il tratto drammatico prevale nettamente. La descrizione dei personaggi è il punto forte, ma d’altronde Virzì è un maestro proprio in questo, nel dirigere gli attori e nel dargli profondità grazie ad una sceneggiatura senza passi falsi. Rimane la sensazione di “via di mezzo”, ma è una via di mezzo alta, senza cedimenti a facili progressismi anti-psichiatrici, ma senza neanche legittimare versioni post-moderne della vicenda umana: siamo ciò da cui proveniamo, le nostre azioni sono il risultato della nostra condizione materiale d’esistenza. Di questi tempi, non è poco.

Fonte

27/09/2014

Anche al cinema, il capitale non è mai “umano”


Il film di Paolo Virzì, “Il capitale umano”, è stato scelto come punta di diamante del cinema del Belpaese per le candidature agli Oscar 2015.

Come sottolineavamo in un precedente post, ormai basta poco per constatare l’ovvio: la putrescenza di questo rapporto sociale basato sullo sfruttamento è all’ordine del giorno, sui giornali, su Facebook (e dove sennò), in tv e, chiaramente, anche al cinema.

Pure un sinistro come Paolo Virzì, elettore del Partito Democratico, non può far altro che mostrare il disagio che pervade ognuno di noi in questo paese, riadattando una storia tratta da un romanzo americano. Un’ulteriore conferma del fatto che le varie polemiche seguite all’uscita nelle sale, come “rappresentazione falsata della Brianza” (luogo in cui si svolge la storia) o “decadenza italiana spinta all’estremo”, erano del tutto fuorvianti poiché il disagio, per parafrasare una vecchia pubblicità “e tutto intorno a te”.

Globale, come il capitale di cui parla il film.

Infatti, nella apparentemente tranquilla Brianza, vari intrecci e frequentazioni tra un piccolo imprenditore, un ricco uomo della finanza milanese e le rispettive famiglie, mostrano la reale brutalità di questa vita senza senso basata unicamente sull’accumulazione di denaro e di conseguenza sul furto di tempo necessario ad ottenere ciò: dalla brutta fine di un cameriere investito da un’auto, all’alienazione e depressione reciproca nel contesto delle relazioni familiari, passando per ricatti, opportunismi e isolamento sociale come “soluzione” alla cosiddetta devianza di uno dei protagonisti, il film rappresenta alla perfezione l’assurdità e il cinismo delle nostre vite.

Il moralismo imperante, il tradimento, il chiacchiericcio e il rumore (come ci ha già ricordato Jep Gambardella ne “La Grande Bellezza”) sono tutti elementi sui quali ognuno di noi tace omertosamente o, se va bene, aspetta il casus belli per denunciare e ricondurre ad una visione generale.

Ma cosa vorranno questi, si chiederà il lettore, che ancora insistono con simili tetri esempi per farcela “prendere male”? Beh, come direbbe Marzullo, ci facciamo una domanda e ci diamo una risposta: per noi anche due righe come queste sono un’occasione ulteriore per ribadire come sia necessario affermare l’importanza della curiosità e dell’entusiasmo per sopravvivere a tutto ciò, per rimanere a galla, almeno con la testa fuori dalla marea montante di disagio e depressione. Non si può pensare di “prendere tempo” ed evadere da una realtà sempre più presente e penetrante in ogni momento delle nostre vite, che lo si faccia attraverso l’uso di sostanze (altro elemento emblematico del film), come con l’illusione che non sia necessario discutere di ciò perché si vuole soltanto “stare tranquilli”. A questi modi di sviare il cinismo della quotidianità, a questi, apparentemente, umani istinti di sopravvivenza dal disagio rispondiamo che l’unico modo per non farsi asfaltare #passodopopasso è fare politica in base al tempo a propria disposizione. Che significa, parlando di risvolti pratici, non certo aderire passivamente ad un gruppo o pensare di incidere sul presente a colpi di tweet, ma che bisogna essere protagonisti individualmente e collettivamente, organizzandosi per cambiare il presente in funzione del futuro.

Lo stesso film di Virzì, la stessa realtà ce lo impongono con chiarezza: ormai anche i professoroni e i premi nobel dichiarano che è in atto una lotta di classe (di classe, non di ceti come direbbe Ilvo Diamanti) dall’alto verso il basso; quindi o scegliamo di accontentarci del presente per rinunciare al futuro, oppure rinunciamo a questa finta tranquillità del presente per poter aprire la possibilità di un futuro diverso.

Una società del domani che sia organizzata non in base alle esigenze del profitto, che alimentano il disagio, lo sfruttamento e continue e nuove malattie autoimmuni, ma sui bisogni che solo un’umanità nuova (nel giro di qualche generazione) potrà definire. Ma per fare questo servirà tempo e se non cominciamo ad organizzarci subito in tal senso, ognuno secondo i propri minuti liberi, sarà dura agire in autonomia e non farsi dettare l’agenda da un nemico sempre più mobile ed abile a livello di propaganda. Nel mentre vi suggeriamo, se non lo avete ancora fatto, di vedervi “Il capitale umano”: ora anche Repubblica lo distribuisce in dvd, noi ovviamente vi consigliamo di scaricarlo gratuitamente in fullHD.

Perché sarà un torrent che li seppellirà (se sapremo installare i programmi giusti!).