Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/12/2014
2014. Pil italiano peggio del previsto
Volendola dire quasi benevolmente: il governo Renzi non imbrocca una previsione nemmeno barando. I dati resi noti dall'Istat stamattina sul prodotto interno lordo (Pil) nel terzo trimestre di quest'anno segnalano un'ulteriore caduta dello 0,1%. Che sembra minimale, ma aggrava la discesa portandola dal -0,4 previsto solo quindici giorni fa al -0,5%. Come usa spesso dire il premier "ma è un fatto secondario..."
Sarà, ma indica qualcosa. Che la velocità di discesa va accelerando. L'esatto contrario di quanto ama dire il contafrottole di Pontassieve ("abbiamo arrestato la caduta").
Il terzo trimestre del 2014, tra l'altro, ha avuto quattro giornate lavorative in più del trimestre precedente e lo stesso numero di giornate lavorative rispetto al terzo trimestre del 2013.
La variazione acquisita per il 2014 è quindi pari a -0,4%. E nulla lascia presagire che da qui al 31 dicembre le cose andranno meglio, anzi...
E a proposito di responsabilità su questo andamento è bene dare un'occhiata alla disaggregazione dei dati; da cui risulta che i consumi sono rimasti sostanzialmente immutati, mentre gli investimenti sono scesi ancora dell'1%. Insomma: gli imprenditori "eroi" - definizione renziana degli ultimi giorni - preferiscono la fuga alla battaglia nella produzione. E investono dunque sempre meno, nonostante gli sforzi del governo di consegnar loro lavoratori senza tutele, forza contrattuale e con salari sotto i livelli di sopravvivenza.
Anche la spending review ha dato il suo piccolo contributo alla discesa: la spesa della Pubblica Amministrazione (PA) è infatti scesa del -0,1%, e dello -0,2 gli investimenti fissi lordi.
Non c'è un solo settore produttivo che mostri il segno più: si registrano infatti "andamenti congiunturali negativi per il valore aggiunto dell'agricoltura (-0,1%), dell'industria in senso stretto (-0,6%) e delle costruzioni (-1,1%), mentre il valore aggiunto dei servizi è rimasto stazionario. In termini tendenziali, il valore aggiunto è diminuito in tutti i principali comparti: -3,5% nel settore delle costruzioni, -1,1% nell'industria in senso stretto, -1,3% nell'agricoltura e -0,1% nei servizi.
Ma possibile che nessun "bravo giornalista" sia capace di metter sotto il naso del Grande Affabulatore questi dati, invece di porgere soltanto graziosamente il microfono alle sue spataffiate senza riscontro?
Il rapporto completo dell'Istat.
Fonte
Coloni e minacce politiche: Israele diviso sullo Stato ebraico
Attacchi di coloni e manifestazioni di protesta hanno scandito il
week end di Gerusalemme, a pochi giorni dal voto alla Knesset sul
controverso disegno di legge presentato dal governo
che punta a trasformare Israele nello “Stato della Nazione ebraica”,
innalzando il livello di tensione religiosa e razziale che ormai da mesi
si respira nella città divisa.
Questa volta, a essere presa di mira, è stata la scuola mista arabo-ebraica “Hand-in-Hand” di Gerusalemme, data alle fiamme sabato scorso da coloni israeliani che hanno lasciato impressa sui muri la loro firma: gli slogan “Morte agli arabi” e “Non c’è coesistenza con il cancro”, oltre all’emblematico “Kahana aveva ragione” (riferito al rabbino sionista fondatore del partito di estrema destra Kach, espulso dal Parlamento israeliano negli anni ’80 perché razzista, ndr) sono stati ritrovati all’interno dell’istituto per la prima volta, dato che gli attacchi precedenti di coloni si erano limitati a imbrattarne solo i muri esterni.
Nello stesso momento, sempre a Gerusalemme, centinaia di persone si sono riunite per manifestare contro il disegno di legge che rischia di cancellare per sempre la denominazione “democratica” di Israele per renderlo a tutti gli effetti uno stato per soli ebrei. Organizzato da Peace Now, gruppo di osservatori della colonizzazione ebraica nei Territori occupati, il corteo si è radunato di fronte alla residenza del premier Benjamin Netanyahu, promotore della controversa norma, per far risuonare “la voce democratica” di Israele contro “il nazionalismo, il razzismo e l’aggressione” che minacciano di “rovinare il paese”.
La protesta è stata organizzata anche in risposta alla proposta avanzata dal ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman di dare incentivi finanziari ai palestinesi con cittadinanza israeliana perché si trasferiscano nei Territori occupati, spiegando sul suo profilo Facebook che “quelli (i palestinesi rimasti nelle frontiere del 1948, ndr) che hanno deciso che la loro identità è palestinese potranno restituire la loro cittadinanza israeliana, trasferirsi e diventare cittadini di un futuro Stato palestinese”. “E Israele – ha aggiunto – dovrebbe persino incoraggiarli con incentivi economici”.
Non è chiaro a quale futuro “Stato palestinese” si riferisca la dirigenza israeliana, dato che essa sta compiendo ogni sforzo possibile per renderlo invivibile, oltre che nella parte occupata e annessa della città di Gerusalemme, anche nei territori assegnati dal diritto internazionale ai palestinesi, tra demolizioni di abitazioni palestinesi, furti di terra per le colonie e ampliamento costante di vecchi e nuovi insediamenti ebraici in Cisgiordania, senza contare la distruzione metodica di Gaza. E sotto la costante minaccia di annessione di gran parte dei Territori occupati allo stato di Israele.
Fonte
Questa volta, a essere presa di mira, è stata la scuola mista arabo-ebraica “Hand-in-Hand” di Gerusalemme, data alle fiamme sabato scorso da coloni israeliani che hanno lasciato impressa sui muri la loro firma: gli slogan “Morte agli arabi” e “Non c’è coesistenza con il cancro”, oltre all’emblematico “Kahana aveva ragione” (riferito al rabbino sionista fondatore del partito di estrema destra Kach, espulso dal Parlamento israeliano negli anni ’80 perché razzista, ndr) sono stati ritrovati all’interno dell’istituto per la prima volta, dato che gli attacchi precedenti di coloni si erano limitati a imbrattarne solo i muri esterni.
Nello stesso momento, sempre a Gerusalemme, centinaia di persone si sono riunite per manifestare contro il disegno di legge che rischia di cancellare per sempre la denominazione “democratica” di Israele per renderlo a tutti gli effetti uno stato per soli ebrei. Organizzato da Peace Now, gruppo di osservatori della colonizzazione ebraica nei Territori occupati, il corteo si è radunato di fronte alla residenza del premier Benjamin Netanyahu, promotore della controversa norma, per far risuonare “la voce democratica” di Israele contro “il nazionalismo, il razzismo e l’aggressione” che minacciano di “rovinare il paese”.
La protesta è stata organizzata anche in risposta alla proposta avanzata dal ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman di dare incentivi finanziari ai palestinesi con cittadinanza israeliana perché si trasferiscano nei Territori occupati, spiegando sul suo profilo Facebook che “quelli (i palestinesi rimasti nelle frontiere del 1948, ndr) che hanno deciso che la loro identità è palestinese potranno restituire la loro cittadinanza israeliana, trasferirsi e diventare cittadini di un futuro Stato palestinese”. “E Israele – ha aggiunto – dovrebbe persino incoraggiarli con incentivi economici”.
Non è chiaro a quale futuro “Stato palestinese” si riferisca la dirigenza israeliana, dato che essa sta compiendo ogni sforzo possibile per renderlo invivibile, oltre che nella parte occupata e annessa della città di Gerusalemme, anche nei territori assegnati dal diritto internazionale ai palestinesi, tra demolizioni di abitazioni palestinesi, furti di terra per le colonie e ampliamento costante di vecchi e nuovi insediamenti ebraici in Cisgiordania, senza contare la distruzione metodica di Gaza. E sotto la costante minaccia di annessione di gran parte dei Territori occupati allo stato di Israele.
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Spray al pepe e manganelli. Le geometrie variabili dei media
Anche la repressione delle manifestazioni non è uguale per tutti. Se la fa la polizia di casa nostra, va benissimo, ottimo e abbondante. Lo stesso vale per i paesi nostri alleati, cui al massimo si fa qualche critica in casi davvero estremi (Ferguson, l'uccisione del bambino nero che giocava per strada con una pistola giocattolo, ecc). Ma se la fa qualche paese non alleato del nostro, anzi potenzialmente concorrente, allora si tratta di una "violazione insopportabile dei diritti umani".
Esageriamo? Guardate un po' cosa e come scrive stamattina il sito di RaiNews:
Se poi addirittura volessero circondare, così bardati, Palazzo Chigi - l'equivalente del governatorato di Hong Kong - non abbiamo dubbi su cosa accadrebbe.
Se accade a Hong Kong, tornata alla Cina dal 1999 ma ancora governata con le leggi imposte dai colonialisti inglesi, è uno scandalo "eccezionale". Tra parentesi: fermo restando il sacrosanto diritto di chiunque di chiedere libere elezioni, corre l'obblig di segnalare che le regole elettorali ancora oggi in vigore ad Hong Kong sono quelle... inglesi (i colonizzati non possono decidere chi li governa; come con l'Italicum, insomma).
E che dire sulle modalità "tecniche" della repressione? Spray al peperoncino e manganelli, ma come si può essere così barbari.... Noi, qui in Italia, sotto il civilissimo governo Renzi, distribuiamo manganellate tutti i giorni a studenti, operai, centri sociai, sindacalisti, ecc. Sugli spray urticanti, invece, siamo ancora alla "fase di sperimentazione".
Molti pesi, molte misure, molto servilismo, una sola logica: quella del potere.
P.S. La foto mostra una recente esibizione di "democrazia poliziesca" - con tanto di bomboletta spray urticante - a Bologna, non ad Hong Kong.
Fonte
Esageriamo? Guardate un po' cosa e come scrive stamattina il sito di RaiNews:
Volevano circondare la sede del governatorato ma sono stati fermati dalla polizia. La manifestazione di protesta ad Hong Kong è finita con dieci arresti. Gli studenti che chiedono da mesi il suffragio universale, libertà e rispetto della parola data (dalla Cina) indossavano maschere, caschi di protezione e occhiali quando sono stati respinti dagli agenti in tenuta antisommossa con spray al pepe e manganelli. Nel frattempo le autorità cinesi hanno fatto sapere che non permetteranno l'ingresso a Hong Kong di un gruppo di deputati britannici, che ha programmato una visita sul territorio per studiare il rapporto con Londra trent'anni dopo la dichiarazione che portò alla 'consegna' dell'ex colonia britannica alla Cina.Tutto chiaro? Se dei manifestanti italiani si presentassero in piazza con "maschere, caschi di protezione e occhiali", il minimo che verrebbe chiesto dai parte dei media nostrani sarebbe una carica preventiva. Del resto è ancora in vigore qualche norma contro il "travisamento" o giù di lì.
Se poi addirittura volessero circondare, così bardati, Palazzo Chigi - l'equivalente del governatorato di Hong Kong - non abbiamo dubbi su cosa accadrebbe.
Se accade a Hong Kong, tornata alla Cina dal 1999 ma ancora governata con le leggi imposte dai colonialisti inglesi, è uno scandalo "eccezionale". Tra parentesi: fermo restando il sacrosanto diritto di chiunque di chiedere libere elezioni, corre l'obblig di segnalare che le regole elettorali ancora oggi in vigore ad Hong Kong sono quelle... inglesi (i colonizzati non possono decidere chi li governa; come con l'Italicum, insomma).
E che dire sulle modalità "tecniche" della repressione? Spray al peperoncino e manganelli, ma come si può essere così barbari.... Noi, qui in Italia, sotto il civilissimo governo Renzi, distribuiamo manganellate tutti i giorni a studenti, operai, centri sociai, sindacalisti, ecc. Sugli spray urticanti, invece, siamo ancora alla "fase di sperimentazione".
Molti pesi, molte misure, molto servilismo, una sola logica: quella del potere.
P.S. La foto mostra una recente esibizione di "democrazia poliziesca" - con tanto di bomboletta spray urticante - a Bologna, non ad Hong Kong.
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Messico, militari e torture contro gli studenti. La strategia del terrore
Cariche proditorie ai danni di passanti, manifestanti inermi e giornalisti; arresti arbitrari e reclusioni in carceri di massima sicurezza; revolverate contro gli studenti e irruzioni di celerini e soldati all’università, nonché tentativi di sparizione forzata malriusciti o sventati grazie all’indignazione popolare.
È la strategia del terrore che da qualche settimana governo e forze di polizia stanno portando avanti per fermare la crescita del movimento nato a partire dall’indignazione suscitata dalla strage di Iguala. Una strategia non nuova, già applicata con successo contro le proteste scatenate dalle riforme ultraliberiste dell’autunno 2013, ma che in quest’occasione sembra non funzionare, come sembrano dimostrare la vitalità della protesta a oltre due mesi dalla sparizione forzata dei 43 normalisti di Ayotzinapa e la liberazione degli 11 detenuti dopo la dura repressione del 20 novembre a Città del Messico, senz’altro una vittoria da parte del movimento.
Parallelamente alla campagna mediatica e diplomatica tendenti a dare per chiuso il caso Iguala e a circoscrivere le responsabilità politiche a livello locale applicando all’amministrazione comunale e alla polizia municipale di Iguala e Cocula il classico discorso delle mele marce, è ormai evidente l’esistenza di una strategia repressiva che mira a inibire la partecipazione studentesca e popolare alle proteste. Iniziata immediatamente dopo il grido di dolore del Consejo Coordinador Empresarial, l’organizzazione nazionale degli imprenditori, rispetto alle proteste che assumono spesso e volentieri forme radicali “mettendo a rischio i margini di profitto”, la campagna mira da un lato a dividere il movimento in buoni e cattivi e, dall’altro, ad infondere nella popolazione l’idea che partecipare alle mobilitazioni può essere pericoloso: non solo perché chi vi partecipa può finire in galera o all’ospedale o peggio, ma anche perché coloro che si espongono possono essere vittime di aggressioni e sequestri.
Come sostiene Omar, portavoce dei normalisti di Ayotzinapa, il governo, non potendo reprimere direttamente le mobilitazioni che docenti e studenti stanno portando avanti nello stato del Guerrero, cuore pulsante e motore della protesta nazionale, colpisce prima di tutto i solidali che si mobilitano nel resto del paese. A cominciare dalla capitale federale, dove si sono tenute le manifestazioni più numerose, e dal mondo giovanile e studentesco, decisamente in prima linea nella lotta che sta coagulando intorno a sé lo scontento che serpeggia nel paese e che, oltre a esigere la riapparizione in vita dei 43 desaparecidos, chiede la testa di Peña Nieto, considerato responsabile della situazione drammatica che si vive in buona parte del territorio e non in grado di gestire la crisi attuale.
L’applicazione della strategia del terrore è iniziata più o meno l’8 novembre, data delle prime dure cariche contro il movimento nella capitale dopo diverse mobilitazioni in cui le forze dell’ordine non si erano nemmeno fatte vedere. Fatti più gravi avvengono una settimana dopo all’Universidad Nacional Autonoma de México (UNAM) quando, con il pretesto di indagare su un cellulare rubato, 4 agenti della polizia giudiziaria violano l’autonomia universitaria ed uno di loro, sostenendo di essersi sentito minacciato dai giovani, fa fuoco su due studenti che vengono feriti per fortuna in modo lieve. In serata, un gruppo di 500 agenti antisommossa della polizia locale cerca - senza riuscirci a causa della resistenza opposta dagli occupanti - di sgomberare l’auditorium Che Guevara, spazio occupato da ben 15 anni all’interno del campus universitario.
Il giorno dopo, la Secretería de Seguridad Publica della capitale chiederà scusa agli studenti, denunciando l’operazione poliziesca come il prodotto della decisione di un funzionario locale, il quale, dicono, riceverà le sanzioni del caso. Tuttavia, considerando il numero di celerini posti in operazione ed il tam-tam mediatico sollevato immediatamente dagli eventi, è quantomeno lecito dubitare che ai posti di comando fossero davvero all’oscuro di quanto stava succendendo.
Attorno alle 13, nella stessa giornata, Jacqueline Santana e Bryan Reyes, entrambi musicisti, unversitari e attivisti conosciuti in ambito studentesco,vengono arrestati appena fuori dalla casa del secondo ed accusati di aver assalito un poliziotto con coltelli da cucina e di averlo poi derubato. Come per il pretesto delle indagini sul furto di un cellulare per l’irruzione all’UNAM, l’intervento poliziesco pare alquanto bizzarro. Da una parte per l’accusa, che rasenta il ridicolo, dall’altra per il modo in cui viene portato avanti. Come denuncia Mary Carmen Rodriguez, madre di Bryan, sono anche in questo caso agenti in borghese ad agire ed il modus operandi più che un arresto ricorda un sequestro o una sparizione forzata. I poliziotti si dichiarano tali, infatti, solo dopo il casuale intervento della polizia di Città del Messico, la quale sventa il sequestro dopo aver ascoltato le grida dei giovani e quelle di diversi passanti che cercano di impedire agli uomini di portarsi via i ragazzi. Dopo essersi identificati con i colleghi, gli agenti federali accompagnano i giovani nell’ufficio del pubblico ministero della Delegazione Venustiano Carranza dove vengono ufficialmente accusati di furto aggravato.
Nonostante diversi video dimostrino l’illegalità degli arresti, il giudice li convalida facendo rinchiudere Bryan e Jaqueline, rispettivamente, nel Reclusorio Norte e nel carcere femminile di Santa Martha, a sud della città. In coincidenza con la giornata globale per Ayotzinapa del 20 novembre, i giovani attivisti, che hanno denunciato di essere stati vittime di tortura sia durante il fermo sia una volta giunti in carcere, iniziano uno sciopero della fame e dichiarano di portarlo avanti in solidarietà con i familiari e i compagni dei 43 normalisti desaparecidos e per chiedere la liberazione degli oltre 700 detenuti politici che popolano le prigioni del paese.
Una situazione simile viene vissuta anche da Sandino Bucio, studente della facoltà di filosofia dell’UNAM, artista e membro come Jaqueline e Bryan del collettivo Acampada Revolución, uno dei più attivi durante le mobilitazioni del movimento #YoSoy132. Venerdì 28 novembre, Sandino, appena uscito da una riunione dell’Assemblea di Filosofia e diretto verso un reading di poesia viene fermato da tre uomini armati che lo obbligano ad entrate in un veicolo. Lo studente grida che lo stanno sequestrando e cerca di opporre resistenza. Molti dei presenti, alcuni dei quali tentano di intervenire e vengono minacciati dagli agenti in borghese, iniziano a registrare quello che sembra un classico levantón, come vengono comunemente chiamati sequestri e sparizioni forzate, e che avviene attorno alle 17.30, nei pressi della stazione della metro di Copilco, appena fuori dall’università in una zona molto trafficata.
Quasi immediatamente il video viene condiviso da migliaia di persone sui social network e diventa uno dei più visti della rete. Studenti e studentesse dell’Assemblea di filosofia occupano la facoltà e bloccano la Avenida Insurgentes chiedendo l’immediata liberazione di Sandino e denunciano la probabile responsabilità della polizia. L’indignazione aumenta di minuto in minuto e, dopo un paio d’ore, le autorità comunicano che lo studente si trova alla SEIDO (Subprocuraduría Especializada en Investigación de Delincuencia Organizada) perché accusato di aver aggredito la polizia durante il corteo del #20NovMx. Nel frattempo, decine di persone raggiungono la subprocura e la pressione sociale dovuta all’impatto prodotto dalle drammatiche immagini di Sandino caricato a forza su un Chevy continua a crescere. Con il passare del tempo, le notizie che trapelano escludono che il giovane sia in stato di arresto, sostenendo che sia semplicemente stato chiamato a dichiarare rispetto all’accusa di portare dell’esplosivo nello zaino, accusa che alla fine le autorità non riescono a sostenere.
Verso le 2.30 di notte, visibilmente stanco e segnato dalle botte, Sandino esce dalle stanze della procura e dichiara di essere stato picchiato dagli agenti che per un paio d’ore lo hanno portato in giro per la città minacciando di violentarlo, ucciderlo e farlo sparire come successo ai 43 normalisti. Durante il loro viaggio gli agenti cambiano macchina e al gruppo si aggiunge un quarto elemento che continua a colpire il giovane, al quale viene perfino distrutta la camicia. In questo frangente Sandino viene obbligato a dare le sue password ai poliziotti i quali osservano diversi profili di studenti e studentesse attivi nel movimento e dichiarano che andranno a prenderli nei giorni successivi.
Anche in questo caso siamo di fronte all’azione di agenti in borghese che portano avanti un fermo di polizia molto simile ad un sequestro, violano i principali diritti umani della persona fermata e non formalizzano l’accusa, tanto che alla fine la posizione di Sandino passa da accusato a denunciante delle torture subite. Anche qui, insomma, è forte in molti il sospetto che si tratti di una tentativo di desaparición fallita. Cosa sarebbe successo a Sandino se il video non avesse fatto scoppiare l’indignazione? E a Bryan e Jaqueline, se una pattuglia non fosse per caso capitata sul posto? Sono domande inquietanti in un paese in ebollizione a causa di una sparizione forzata di massa e che gettano pesanti ombre sulle forze dell’ordine messicane.
Alcune parole vanno spese, inoltre, per la caccia al manifestante portata avanti dalla polizia di Peña Nieto e di Mancera, il sindaco di centrosinistra della capitale, a conclusione della manifestazione del #20NovMx, durante la quale perfino anziani, bambini e turisti sono stati presi di mira dai granaderos, ai quali arriveranno in seguito i complimenti del presidente e del sindaco, in più occasioni uniti nel coordinare la repressione delle manifestazioni a partire dal primo dicembre 2012, giorno della cerimonia di inizio del mandato dell’attuale amministrazione. Alla mano dura mostrata in piazza è seguito il tentativo di criminalizzare i detenuti accusandoli di sommossa, tentato omicidio e associazione a delinquere, rispettivamente, per l’assalto al Palacio nacional, l’aggressione alla polizia e il fatto che gli imputati tra di loro si chiamavano compagni (sic).
Dopo gli interrogatori alla SEIDO gli arresti vengono confermati e 8 uomini e 3 donne vengono imprigionati nelle carceri di massima sicurezza di Nayarit e Veracruz che si trovano a svariate ore di distanza da Città del Messico e nei quali vengono rinchiusi i più pericolosi criminali. Paradossalmente nel primo si trova proprio Luis Abarca, sindaco di Iguala e mandante della strage del 26 settembre.
La gravità delle accuse e del trattamento stridono con il profilo dei detenuti. La presenza tra gli arrestati di un accademico cileno crea frizioni diplomatiche. E per quanto il procuratore Murillo Karam si dica certo di aver arrestato i violenti, il tentativo di dare in pasto all’opinione pubblica i cattivi di turno fallisce e dopo una decina di giorni di mobilitazione e di pressione sui giudici, questi ultimi decidono di liberare undici dei quindici detenuti per mancanza di prove, mentre i quattro restanti escono su cauzione e contiueranno il processo fuori dal carcere. Anche in questo caso gli imputati, alcuni dei quali portano ancora i segni delle violenze subite, hanno denunciato torture fisiche e psicologiche da parte degli agenti.
Da segnalare infine, da un lato, l’irruzione di un gruppo di militari all’interno della facoltà di Scienze Politiche dell’università Autonoma di Coahuila avvenuta giovedì scorso, e durante la quale, cinque soldati con una lista di nomi in mano e armati di tutto punto hanno cercato di identificare e fotografare gli studenti che promuovono le azioni in solidarietà con Ayotzinapa. Dall’altro l’arrivo all’aeroporto di Chilpancingo di qualche centinaio di celerini della polizia federale.
Insomma, sono numerosi gli elementi che fanno pensare che di fronte ai risultati nulli ottenuti riguardo al ritrovamento dei 43 normalisti e all’effervescenza del movimento, il governo voglia spegnere la protesta. E’ questo il contesto che precede l’ennesima giornata di lotta che si terrà oggi in moltissime città in Messico e nel mondo in coincidenza con la cerimonia del secondo Informe Presidencial, durante la quale, mentre il presidente Peña Nieto presenterà al congresso un decalogo di iniziative “per ristabilire la sicurezza” e “ripristinare lo stato di diritto” già lanciato in un videomessaggio alla nazione proprio a due mesi di distanza dalla strage di Iguala, nelle piazze riecheggiaranno nuovamente l’esigenza di giustizia per Ayotzinapa ed il grido “Fuera Peña” che ha caratterizzato le ultime mobilitazioni.
Fonte
È la strategia del terrore che da qualche settimana governo e forze di polizia stanno portando avanti per fermare la crescita del movimento nato a partire dall’indignazione suscitata dalla strage di Iguala. Una strategia non nuova, già applicata con successo contro le proteste scatenate dalle riforme ultraliberiste dell’autunno 2013, ma che in quest’occasione sembra non funzionare, come sembrano dimostrare la vitalità della protesta a oltre due mesi dalla sparizione forzata dei 43 normalisti di Ayotzinapa e la liberazione degli 11 detenuti dopo la dura repressione del 20 novembre a Città del Messico, senz’altro una vittoria da parte del movimento.
Parallelamente alla campagna mediatica e diplomatica tendenti a dare per chiuso il caso Iguala e a circoscrivere le responsabilità politiche a livello locale applicando all’amministrazione comunale e alla polizia municipale di Iguala e Cocula il classico discorso delle mele marce, è ormai evidente l’esistenza di una strategia repressiva che mira a inibire la partecipazione studentesca e popolare alle proteste. Iniziata immediatamente dopo il grido di dolore del Consejo Coordinador Empresarial, l’organizzazione nazionale degli imprenditori, rispetto alle proteste che assumono spesso e volentieri forme radicali “mettendo a rischio i margini di profitto”, la campagna mira da un lato a dividere il movimento in buoni e cattivi e, dall’altro, ad infondere nella popolazione l’idea che partecipare alle mobilitazioni può essere pericoloso: non solo perché chi vi partecipa può finire in galera o all’ospedale o peggio, ma anche perché coloro che si espongono possono essere vittime di aggressioni e sequestri.
Come sostiene Omar, portavoce dei normalisti di Ayotzinapa, il governo, non potendo reprimere direttamente le mobilitazioni che docenti e studenti stanno portando avanti nello stato del Guerrero, cuore pulsante e motore della protesta nazionale, colpisce prima di tutto i solidali che si mobilitano nel resto del paese. A cominciare dalla capitale federale, dove si sono tenute le manifestazioni più numerose, e dal mondo giovanile e studentesco, decisamente in prima linea nella lotta che sta coagulando intorno a sé lo scontento che serpeggia nel paese e che, oltre a esigere la riapparizione in vita dei 43 desaparecidos, chiede la testa di Peña Nieto, considerato responsabile della situazione drammatica che si vive in buona parte del territorio e non in grado di gestire la crisi attuale.
L’applicazione della strategia del terrore è iniziata più o meno l’8 novembre, data delle prime dure cariche contro il movimento nella capitale dopo diverse mobilitazioni in cui le forze dell’ordine non si erano nemmeno fatte vedere. Fatti più gravi avvengono una settimana dopo all’Universidad Nacional Autonoma de México (UNAM) quando, con il pretesto di indagare su un cellulare rubato, 4 agenti della polizia giudiziaria violano l’autonomia universitaria ed uno di loro, sostenendo di essersi sentito minacciato dai giovani, fa fuoco su due studenti che vengono feriti per fortuna in modo lieve. In serata, un gruppo di 500 agenti antisommossa della polizia locale cerca - senza riuscirci a causa della resistenza opposta dagli occupanti - di sgomberare l’auditorium Che Guevara, spazio occupato da ben 15 anni all’interno del campus universitario.
Il giorno dopo, la Secretería de Seguridad Publica della capitale chiederà scusa agli studenti, denunciando l’operazione poliziesca come il prodotto della decisione di un funzionario locale, il quale, dicono, riceverà le sanzioni del caso. Tuttavia, considerando il numero di celerini posti in operazione ed il tam-tam mediatico sollevato immediatamente dagli eventi, è quantomeno lecito dubitare che ai posti di comando fossero davvero all’oscuro di quanto stava succendendo.
Attorno alle 13, nella stessa giornata, Jacqueline Santana e Bryan Reyes, entrambi musicisti, unversitari e attivisti conosciuti in ambito studentesco,vengono arrestati appena fuori dalla casa del secondo ed accusati di aver assalito un poliziotto con coltelli da cucina e di averlo poi derubato. Come per il pretesto delle indagini sul furto di un cellulare per l’irruzione all’UNAM, l’intervento poliziesco pare alquanto bizzarro. Da una parte per l’accusa, che rasenta il ridicolo, dall’altra per il modo in cui viene portato avanti. Come denuncia Mary Carmen Rodriguez, madre di Bryan, sono anche in questo caso agenti in borghese ad agire ed il modus operandi più che un arresto ricorda un sequestro o una sparizione forzata. I poliziotti si dichiarano tali, infatti, solo dopo il casuale intervento della polizia di Città del Messico, la quale sventa il sequestro dopo aver ascoltato le grida dei giovani e quelle di diversi passanti che cercano di impedire agli uomini di portarsi via i ragazzi. Dopo essersi identificati con i colleghi, gli agenti federali accompagnano i giovani nell’ufficio del pubblico ministero della Delegazione Venustiano Carranza dove vengono ufficialmente accusati di furto aggravato.
Nonostante diversi video dimostrino l’illegalità degli arresti, il giudice li convalida facendo rinchiudere Bryan e Jaqueline, rispettivamente, nel Reclusorio Norte e nel carcere femminile di Santa Martha, a sud della città. In coincidenza con la giornata globale per Ayotzinapa del 20 novembre, i giovani attivisti, che hanno denunciato di essere stati vittime di tortura sia durante il fermo sia una volta giunti in carcere, iniziano uno sciopero della fame e dichiarano di portarlo avanti in solidarietà con i familiari e i compagni dei 43 normalisti desaparecidos e per chiedere la liberazione degli oltre 700 detenuti politici che popolano le prigioni del paese.
Una situazione simile viene vissuta anche da Sandino Bucio, studente della facoltà di filosofia dell’UNAM, artista e membro come Jaqueline e Bryan del collettivo Acampada Revolución, uno dei più attivi durante le mobilitazioni del movimento #YoSoy132. Venerdì 28 novembre, Sandino, appena uscito da una riunione dell’Assemblea di Filosofia e diretto verso un reading di poesia viene fermato da tre uomini armati che lo obbligano ad entrate in un veicolo. Lo studente grida che lo stanno sequestrando e cerca di opporre resistenza. Molti dei presenti, alcuni dei quali tentano di intervenire e vengono minacciati dagli agenti in borghese, iniziano a registrare quello che sembra un classico levantón, come vengono comunemente chiamati sequestri e sparizioni forzate, e che avviene attorno alle 17.30, nei pressi della stazione della metro di Copilco, appena fuori dall’università in una zona molto trafficata.
Quasi immediatamente il video viene condiviso da migliaia di persone sui social network e diventa uno dei più visti della rete. Studenti e studentesse dell’Assemblea di filosofia occupano la facoltà e bloccano la Avenida Insurgentes chiedendo l’immediata liberazione di Sandino e denunciano la probabile responsabilità della polizia. L’indignazione aumenta di minuto in minuto e, dopo un paio d’ore, le autorità comunicano che lo studente si trova alla SEIDO (Subprocuraduría Especializada en Investigación de Delincuencia Organizada) perché accusato di aver aggredito la polizia durante il corteo del #20NovMx. Nel frattempo, decine di persone raggiungono la subprocura e la pressione sociale dovuta all’impatto prodotto dalle drammatiche immagini di Sandino caricato a forza su un Chevy continua a crescere. Con il passare del tempo, le notizie che trapelano escludono che il giovane sia in stato di arresto, sostenendo che sia semplicemente stato chiamato a dichiarare rispetto all’accusa di portare dell’esplosivo nello zaino, accusa che alla fine le autorità non riescono a sostenere.
Verso le 2.30 di notte, visibilmente stanco e segnato dalle botte, Sandino esce dalle stanze della procura e dichiara di essere stato picchiato dagli agenti che per un paio d’ore lo hanno portato in giro per la città minacciando di violentarlo, ucciderlo e farlo sparire come successo ai 43 normalisti. Durante il loro viaggio gli agenti cambiano macchina e al gruppo si aggiunge un quarto elemento che continua a colpire il giovane, al quale viene perfino distrutta la camicia. In questo frangente Sandino viene obbligato a dare le sue password ai poliziotti i quali osservano diversi profili di studenti e studentesse attivi nel movimento e dichiarano che andranno a prenderli nei giorni successivi.
Anche in questo caso siamo di fronte all’azione di agenti in borghese che portano avanti un fermo di polizia molto simile ad un sequestro, violano i principali diritti umani della persona fermata e non formalizzano l’accusa, tanto che alla fine la posizione di Sandino passa da accusato a denunciante delle torture subite. Anche qui, insomma, è forte in molti il sospetto che si tratti di una tentativo di desaparición fallita. Cosa sarebbe successo a Sandino se il video non avesse fatto scoppiare l’indignazione? E a Bryan e Jaqueline, se una pattuglia non fosse per caso capitata sul posto? Sono domande inquietanti in un paese in ebollizione a causa di una sparizione forzata di massa e che gettano pesanti ombre sulle forze dell’ordine messicane.
Alcune parole vanno spese, inoltre, per la caccia al manifestante portata avanti dalla polizia di Peña Nieto e di Mancera, il sindaco di centrosinistra della capitale, a conclusione della manifestazione del #20NovMx, durante la quale perfino anziani, bambini e turisti sono stati presi di mira dai granaderos, ai quali arriveranno in seguito i complimenti del presidente e del sindaco, in più occasioni uniti nel coordinare la repressione delle manifestazioni a partire dal primo dicembre 2012, giorno della cerimonia di inizio del mandato dell’attuale amministrazione. Alla mano dura mostrata in piazza è seguito il tentativo di criminalizzare i detenuti accusandoli di sommossa, tentato omicidio e associazione a delinquere, rispettivamente, per l’assalto al Palacio nacional, l’aggressione alla polizia e il fatto che gli imputati tra di loro si chiamavano compagni (sic).
Dopo gli interrogatori alla SEIDO gli arresti vengono confermati e 8 uomini e 3 donne vengono imprigionati nelle carceri di massima sicurezza di Nayarit e Veracruz che si trovano a svariate ore di distanza da Città del Messico e nei quali vengono rinchiusi i più pericolosi criminali. Paradossalmente nel primo si trova proprio Luis Abarca, sindaco di Iguala e mandante della strage del 26 settembre.
La gravità delle accuse e del trattamento stridono con il profilo dei detenuti. La presenza tra gli arrestati di un accademico cileno crea frizioni diplomatiche. E per quanto il procuratore Murillo Karam si dica certo di aver arrestato i violenti, il tentativo di dare in pasto all’opinione pubblica i cattivi di turno fallisce e dopo una decina di giorni di mobilitazione e di pressione sui giudici, questi ultimi decidono di liberare undici dei quindici detenuti per mancanza di prove, mentre i quattro restanti escono su cauzione e contiueranno il processo fuori dal carcere. Anche in questo caso gli imputati, alcuni dei quali portano ancora i segni delle violenze subite, hanno denunciato torture fisiche e psicologiche da parte degli agenti.
Da segnalare infine, da un lato, l’irruzione di un gruppo di militari all’interno della facoltà di Scienze Politiche dell’università Autonoma di Coahuila avvenuta giovedì scorso, e durante la quale, cinque soldati con una lista di nomi in mano e armati di tutto punto hanno cercato di identificare e fotografare gli studenti che promuovono le azioni in solidarietà con Ayotzinapa. Dall’altro l’arrivo all’aeroporto di Chilpancingo di qualche centinaio di celerini della polizia federale.
Insomma, sono numerosi gli elementi che fanno pensare che di fronte ai risultati nulli ottenuti riguardo al ritrovamento dei 43 normalisti e all’effervescenza del movimento, il governo voglia spegnere la protesta. E’ questo il contesto che precede l’ennesima giornata di lotta che si terrà oggi in moltissime città in Messico e nel mondo in coincidenza con la cerimonia del secondo Informe Presidencial, durante la quale, mentre il presidente Peña Nieto presenterà al congresso un decalogo di iniziative “per ristabilire la sicurezza” e “ripristinare lo stato di diritto” già lanciato in un videomessaggio alla nazione proprio a due mesi di distanza dalla strage di Iguala, nelle piazze riecheggiaranno nuovamente l’esigenza di giustizia per Ayotzinapa ed il grido “Fuera Peña” che ha caratterizzato le ultime mobilitazioni.
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Otto per mille alla Chiesa, lo Stato non fa spending review
La Corte dei Conti con la delib. n. 16/2014/G è intervenuta a gamba tesa sul sistema che disciplina la ripartizione delle risorse provenienti dall’otto per mille, affermando la necessità di una rinegoziazione del sostegno alle confessioni religiose.
“Grazie al meccanismo di attribuzione delle risorse” tuona la Corte dei Conti “ i beneficiari ricevono più dalla quota non espressa che da quella optata, godendo di un notevole fattore moltiplicativo, essendo irrilevante la volontà di chi rifiuta il sistema o se ne disinteressa; l’ammontare infatti è distribuito ripartendo anche le quote di chi non si è espresso in base alla percentuale degli optanti. Su ciò non vi è una adeguata informazione, benché coloro che non scelgono siano la maggioranza e si possa ragionevolmente essere indotti a ritenere che solo con un’opzione esplicita i fondi vengano assegnati. I fondi destinati alle confessioni risultano ingenti, tali da non avere riscontro in altre realtà europee, avendo superato ampiamente il miliardo di euro per anno, e sono gli unici che, nell’attuale contingenza di fortissima riduzione della spesa pubblica in ogni campo, si sono notevolmente incrementati”.
Questo meccanismo perverso dell'otto per mille Irpef, da indicare in sede di dichiarazione dei redditi, prevede che le quote non espresse, quindi non destinate dal contribuente né allo Stato né ad una delle confessioni religiose che abbia accesso ai fondi, siano comunque ripartite in proporzione alle firme ottenute, fa sì che la Chiesa cattolica faccia la parte del leone: con circa il 37% delle firme, si aggiudica l’82% dei fondi.
La Corte di Conti sottolinea poi come sia singolare che lo Stato rinunci a pubblicizzare le proprie attività espletate a promuovere la possibilità di devolvere a se stesso l’otto per mille, soprattutto in un periodo di così accentuata spending review, contrariamente a quanto fanno invece le altre confessioni religiose, che ingaggiano campagne pubblicitarie per accaparrarsi risorse sempre maggiori.
L’altra stoccata della Corte investe la Commissione paritetica Italia-Cei, istituita nel 1992 e sempre riconfermata dalla sua costituzione fino ad oggi, per due dei tre componenti della parte governativa.
Da questa cornice esce fuori uno Stato che deliberatamente, dunque, rinuncia ad un’ingente percentuale di gettito per lasciarlo entrare invece nelle casse degli enti religiosi: mancata trasparenza delle erogazioni e assenza di verifica sui fondi erogati alle confessioni dipingono poi un quadro poco edificante per il soggetto pubblico.
Da qui si comprende il monito della Corte e la sua intimazione a rinegoziare il sostegno alle confessioni religiose.
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Beppe Grillo, il gatto che mangiò sé stesso?
A partire dal V-day del 2007, che fece capire le inedite possibilità di espansione di massa del movimento fondato da Beppe Grillo, il mainstream non si è mai negato il paragone tra il comico genovese e Savonarola. Paragone facile ma mai messo a fuoco visto che il mainstream procede per connessioni banali e impedisce approfondimenti. Viene invece a mente un testo di ormai diversi anni fa, di Thomas Csordas, sul rapporto tra Savoranola e lo spettacolo. Csordas sostiene come la teatralità spettacolare sia stata, assieme, elemento di forza e di distruzione del potere carismatico di Savonarola. Elemento di forza perchè, come per ogni convenzione teatrale, perimetrava le predicazioni dal resto del mondo rendendo possibile, amplificata ed intensa una critica al mondo impraticabile altrove. Elemento di distruzione perché, nel momento in cui cresceva impetuosamente la forza della denuncia, la tendenza a rompere i confini della teatralità, e a passare nel mondo reale, si faceva insopprimibile. Finendo però per essere travolta, fino alla distruzione del suo creatore, da un mondo del potere politico dove le leggi sono persino più complesse e spietate di quanto immaginato. Chi abbia letto, anche velocemente, i sermoni e le prediche di Savonarola sa come la predicazione sia consapevolmente rappresentata in termini di spettacolo. Uno spettacolo morale, fatto per dividere violentemente il mondo in buoni (sia “perfetti” che “imperfetti” secondo Savonarola) e cattivi (“che ogni cosa convertono in veleno”). E per invocare, con tutta la forza morale della predicazione, l’intervento del divino per sanare e redimere questa divisione e questa fratttura. Ma nel momento in cui la forza della predicazione è dirompente, e lo spettacolo rompe i confini sociali che si è dato, per Savonarola non c’è salvezza e per il mondo non c’è alcuna redenzione. C’è il rogo e il trionfo di un mondo di reticoli velenosi di potere. Si tratta quindi di capire, in modo straordinariamente diverso, tra gli studiosi di Savonarola e quelli di Grillo, che lo spettacolo è una straordinaria forza politica che, da se praticata da sola, può portare alla piena distruzione. Certo, non è un problema per le sinistre che lo spettacolo lo subiscono, o lo addomesticano in versioni tanto politicamente corrette quanto socialmente destinate ad una docilità perdente, ma è sicuramente un tema per capire il rischio di rapido declino che corre il Movimento 5 stelle.
Il movimento fondato da Beppe Grillo è infatti cresciuto, e con forza elettorale grazie al potere carismatico emanato dal suo fondatore. Un potere carismatico generato nel campo di forza dello spettacolo, eccezionale rispetto alla tradizione politica (in questo caso il “nè di destra nè di sinistra” è il modo non originale ma sicuramente dirompente con il quale il M5S si è differenziato dalla tradizione). Ma proprio questa crescita tanto più, a causa del successo, ha imposto l’uscita dal terreno del puro spettacolo tanto più ha generato serie sconfitte politiche. E qui possiamo individuare quattro ragioni legate a sapere, potere, comunicazione e tessuto economico della società. Vediamo in estrema sintesi.
SAPERE
Il linguaggio della politica, ancora oggi, parla di “rapporti di forza” pensando che essere numerosi, e moralmente legittimati, automaticamente generi degli effetti. Non è così: le nostre sono società si strutturano secondo continue successioni di equilibri e confitti altamente complessi, non a caso sono società tecnologiche, dove la forza, quella duratura, si annida solo in saperi estremamente sofisticati (e per questo, potenti). Il Movimento 5 stelle si è invece caratterizzato per generare una leva politica, e culturale, altamente inesperta. Causa anche la degradazione del sapere politico di massa delle società post-industriali, si tratta di una leva che ha mancato un elemento fondamentale per la propria stabilizzazione: la capacità di generare quei saperi di acculturazione di massa necessari per fare stabilmente politica in grandi numeri. All’inizio del ‘900 nelle scuole operaie si facevano lotte e ci si alfabetizzava leggendo anche Hegel. Nel M5S abbiamo dirigenti politici che più di una ampia collezione di click, e di titoli ottenuti dal declinante diplomificio italiano, non hanno fatto. E non è che nelle commissioni comunali, regionali o del parlamento si impari più di tanto (a parte le procedure). La mancanza di sapere necessario, assieme all’incapacità di generarlo, per incidere in una società altamente complessa è stato quindi una delle ragioni per cui il M5S ha subito un brusco stop. E’ un problema di tutti i movimenti, anche più a sinistra, ma per il M5S la questione, quando si è stati ad un passo dal potere, è tanto più stringente. Il sapere è potere, e potenza, e senza quel potere, e quella potenza, non si aprono le porte della politica, quella vera. Resta solo lo spettacolo della denuncia. Spettacolo sottoposto alle mutevoli leggi dell’intrattenimento.
POTERE
Tutte le organizzazioni di massa, nei decenni precedenti, che non siano stati semplici cartelli elettorati hanno vissuto di un equilibrio tra due componenti: potere carismatico e potere di massa diffuso. Il M5S ha radicalizzato entrambe le componenti: quello carismatico, proveniente dallo spettacolo e sostanzialmente indiscusso, di Grillo e quello della democrazia assembleare, istantanea, di base e di rete. Nel M5S abbiano così visto il continuo conflitto tra potere carismatico (di Grillo), democrazia di base (delle reti di attivisti e “quadri”) e rete (con uso di quest’ultima, e delle regole che genera, come chiave risolutiva di ogni conflitto. E’ finita che ne ha generati di ulteriori). Il tentativo di mettere a norma il potere eccezionale (in senso antropologico) di Grillo da parte dela rete di attivisti e quadri, e quello di Grillo nel perpertuare il non voler percepire limiti (se non quelli che pensa di essersi dato) alla propria natura, ha così generato una impasse fortissima nel M5S. Ma si tratta di qualcosa che era già presente, nel Movimento 5 Stelle, prima della vittoria a Parma. Ai primi veri stop elettorali tutto questo è riemerso. C’è anche un’altra questione: le reti sociali, professionali, i mondi intermedi reali e possibili che hanno votato il M5S sono tenuti lontani da tutto questo. Il M5S del 2013 è il primo partito operaio d’Italia. Si vede presenza operaia grillina nelle mobilitazioni sull’articolo 18? Allo stesso tempo il movimento 5 stelle del 2013 è stato il primo partito della piccola e media industria. Pochissima rappresentanza politica visibile anche di tutto questo mondo, nonostante le intenzioni. Ecco così l’effetto frammentazione di poteri: carisma, quadri, rete, mondi intermedi, strati sociali. Tutto entra in una dinamica centrifuga. Qui probabilmente ha fatto grosso difetto l’engineering organizzativo del gruppo Casaleggio. La logica da start-up visionaria, esclusiva e aggressiva con la quale è stata delineata l’organizzazzione M5S, secondo Casaleggio, male si adatta alla dimensione del potere delle attuali società di massa. E qui fa bene scoprire che le logiche organizzative di impresa, anche innovativa, si adattano davvero poco all’organizzazione sociale.
COMUNICAZIONE
Beppe Grillo rappresenta una enorme lezione, per certi versi maggiore rispetto a quella rappresentata da Berlusconi, su come distribuire la comunicazione politica nelle società europee post-industriali. Un accumulo originario di spettacolo televisivo generalista, teatrale unito alla comunicazione di rete. Si è ben capito, specie negli ultimi due anni, che questo accumulo rappresenta un potere detonante enorme rispetto ad assetti di potere di una società neoliberista in crisi. Una volta però finita la fase esplosiva, o quando è necessario un momento di riaccumolo per nuove esplosioni, non basta certo la comunicazione attorno ad una persona. Per quanto questo potere sia carismatico. Berlusconi per tutto questo si è servito del più importante impero editoriale italiano dell’ultimo quarto di secolo. Ma Grillo, più semplicemente, non ha insegnato come si fa a comunicare al proprio movimento. I risultati stanno nella netta distinzione tra chi parla come un manuale di educazione civica al resto della società e chi lo fa secondo i ritmi dello spettacolo. Tra chi costruisce il verbo e chi ha la funzione di accompagnarlo c’è uno scarto comunicativo, e di capacità di fare media, enorme. Anche la distinzione simbolica tra Grillo (figura antropologicamente eccezionale) e i sui parlamentari (figure antropologiche della normalità) non favorisce processi ricchi, sia sul piano tecnico che dei contenuti, di comunicazione.
La capacità di comunicare, senza scomodare dei classicissimi, è potere di connessione sociale. Quando il potere carismatico non comunica, non è crisi dell’uno ma crisi di un potere di connessione sociale. E se non c’è un dispositivo di sostituzione del potere carismatico, che non è mai continuo, la connessione sociale di un movimento finisce per evaporare.
TESSUTO ECONOMICO DELLA SOCIETA’
Dovrebbe aiutare a capire qualcosa il fatto che i partiti pigliatutto (catch-all-parties) tipici della comunicazione politica all’americana sono “nè di destra nè di sinistra” giusto nel momento elettorale. Successivamente, una volta ottenuto il potere, svoltano verso destra. Verso cioè quel dispositivo di potere proprietario che ne valorizza le caratteristiche dei promotori (figure singole, carismatiche, eccezionali legate ad una organizzazione elettorale). Questo perché la distinzione destra-sinistra non è tanto qualcosa di genericamente culturale ma attraversa la faglia di antropologia economica che divide in due le nostre società. Infatti quando prevalgono i rapporti di proprietà una società si struttura a destra. Quando economicamente tende a riprodursi secondo un tessuto di redistribuzione della ricchezza è maggiormente egualitario, con distinzioni sociali meno stridenti, la società si struttura a sinistra. Il movimento 5 stelle si è dato una logica decisionale random (optare, di volta in volta, per decisioni politiche di destra o di sinistra a seconda di criteri di concretezza) e “non ideologica” proprio nel momento sbagliato. Ovvero quello in cui la struttura proprietaria della società (dalla impresa multinazionale alla PMI) si ristruttura anche a costo (perchè economicamente è sempre un costo) di liquidare quella egualitaria. Generando sia forti tensioni sociali che persino impoverimento economico. Per questo essere “nè di destra nè di sinistra”, al di fuori del momento elettorale, è un nonsenso. Perchè la struttura proprietaria della società sta impoverendo quella che riproduce tessuto egualitario di redistribuzione entro una crisi epocale. Per cui il M5S si trova ad appoggiare politiche che, assieme, non possono tenersi: sia la logica dei tagli, dietro la parola d’ordine della “riduzione degli sprechi”, che il reddito di cittadinanza; sia la protezione del lavoro che quella delle PMI che questa protezione negano. Per non parlare dell’assenza di una logica globale di pensabilità dei problemi, la re-italianizzazione della politica, sia nel linguaggio che nelle scadenze, che non aiuta a innovare proprio in Italia. Prova ne sono le parole in libertà di un deputato M5S sull’Isis ma anche, ad esempio, una visione critica dell’euro, condivisibile in molti tratti, ma che non sa vedere il continente se non in una dimensione, oggi economicamente impronibile proprio in senso post-capitalista, di piccole patrie.
Da un punto di vista non legato a logiche di schieramento, non fa male definire populista il movimento di Grillo. Proprio come il People’s party americano, a cavallo tra ‘800 e ‘900, è un movimento di risposta ad un grave esercizio dell’egemonia del capitale finanziario sulle nostre società. Lo ha fatto sia utilizzando fattori conservatori della società che elementi felicamente innovativi. Poi, come vediamo, la crisi. Ed ora?
La crisi non sarà fine ma trasformazione nel M5S se prevaranno il distacco dell’autoreferenzialità e dall’idea di autosufficienza. Il Movimento 5 stelle è stato un ottimo detonatore politico. E può esserlo anche in futuro. Ma non è l’unica opposizione antiliberista in Italia. Elettoralmente non arriverà mai al 51 per cento e non rappresenta nè il complesso nè il baricentro della società italiana. Dal punto di vista del M5S queste considerazioni sono eresia, altro che Savonarola. Ma, la storia è piena di esempi del genere, ci sono partiti di massa che, sapendo dove erano veramente finiti hanno saputo adattarsi, mutare e fare lunghe marce. Come quel partito che si è inventata la metafora dell’indifferenza del colore del gatto nel momento in cui si necessita di un felino per mangiare il topo. Certo la situazione è quella in cui il gatto, in questo caso Beppe Grillo, rischia di mangiare sé stesso. Il M5S infatti o fa una potente svolta culturale o rischia, nemmeno tanto lentamente, una autoestinzione. Oppure rischia di finire in pasto ai piranha dei mass media generalisti che non attendono altro. I grandi poteri costituiti hanno sempre fame di Savonarola. Di qualsiasi religione siano e qualsiasi confine, incautamente, valichino.
Per Senza Soste, nique la police
1 dicembre 2014
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Il movimento fondato da Beppe Grillo è infatti cresciuto, e con forza elettorale grazie al potere carismatico emanato dal suo fondatore. Un potere carismatico generato nel campo di forza dello spettacolo, eccezionale rispetto alla tradizione politica (in questo caso il “nè di destra nè di sinistra” è il modo non originale ma sicuramente dirompente con il quale il M5S si è differenziato dalla tradizione). Ma proprio questa crescita tanto più, a causa del successo, ha imposto l’uscita dal terreno del puro spettacolo tanto più ha generato serie sconfitte politiche. E qui possiamo individuare quattro ragioni legate a sapere, potere, comunicazione e tessuto economico della società. Vediamo in estrema sintesi.
SAPERE
Il linguaggio della politica, ancora oggi, parla di “rapporti di forza” pensando che essere numerosi, e moralmente legittimati, automaticamente generi degli effetti. Non è così: le nostre sono società si strutturano secondo continue successioni di equilibri e confitti altamente complessi, non a caso sono società tecnologiche, dove la forza, quella duratura, si annida solo in saperi estremamente sofisticati (e per questo, potenti). Il Movimento 5 stelle si è invece caratterizzato per generare una leva politica, e culturale, altamente inesperta. Causa anche la degradazione del sapere politico di massa delle società post-industriali, si tratta di una leva che ha mancato un elemento fondamentale per la propria stabilizzazione: la capacità di generare quei saperi di acculturazione di massa necessari per fare stabilmente politica in grandi numeri. All’inizio del ‘900 nelle scuole operaie si facevano lotte e ci si alfabetizzava leggendo anche Hegel. Nel M5S abbiamo dirigenti politici che più di una ampia collezione di click, e di titoli ottenuti dal declinante diplomificio italiano, non hanno fatto. E non è che nelle commissioni comunali, regionali o del parlamento si impari più di tanto (a parte le procedure). La mancanza di sapere necessario, assieme all’incapacità di generarlo, per incidere in una società altamente complessa è stato quindi una delle ragioni per cui il M5S ha subito un brusco stop. E’ un problema di tutti i movimenti, anche più a sinistra, ma per il M5S la questione, quando si è stati ad un passo dal potere, è tanto più stringente. Il sapere è potere, e potenza, e senza quel potere, e quella potenza, non si aprono le porte della politica, quella vera. Resta solo lo spettacolo della denuncia. Spettacolo sottoposto alle mutevoli leggi dell’intrattenimento.
POTERE
Tutte le organizzazioni di massa, nei decenni precedenti, che non siano stati semplici cartelli elettorati hanno vissuto di un equilibrio tra due componenti: potere carismatico e potere di massa diffuso. Il M5S ha radicalizzato entrambe le componenti: quello carismatico, proveniente dallo spettacolo e sostanzialmente indiscusso, di Grillo e quello della democrazia assembleare, istantanea, di base e di rete. Nel M5S abbiano così visto il continuo conflitto tra potere carismatico (di Grillo), democrazia di base (delle reti di attivisti e “quadri”) e rete (con uso di quest’ultima, e delle regole che genera, come chiave risolutiva di ogni conflitto. E’ finita che ne ha generati di ulteriori). Il tentativo di mettere a norma il potere eccezionale (in senso antropologico) di Grillo da parte dela rete di attivisti e quadri, e quello di Grillo nel perpertuare il non voler percepire limiti (se non quelli che pensa di essersi dato) alla propria natura, ha così generato una impasse fortissima nel M5S. Ma si tratta di qualcosa che era già presente, nel Movimento 5 Stelle, prima della vittoria a Parma. Ai primi veri stop elettorali tutto questo è riemerso. C’è anche un’altra questione: le reti sociali, professionali, i mondi intermedi reali e possibili che hanno votato il M5S sono tenuti lontani da tutto questo. Il M5S del 2013 è il primo partito operaio d’Italia. Si vede presenza operaia grillina nelle mobilitazioni sull’articolo 18? Allo stesso tempo il movimento 5 stelle del 2013 è stato il primo partito della piccola e media industria. Pochissima rappresentanza politica visibile anche di tutto questo mondo, nonostante le intenzioni. Ecco così l’effetto frammentazione di poteri: carisma, quadri, rete, mondi intermedi, strati sociali. Tutto entra in una dinamica centrifuga. Qui probabilmente ha fatto grosso difetto l’engineering organizzativo del gruppo Casaleggio. La logica da start-up visionaria, esclusiva e aggressiva con la quale è stata delineata l’organizzazzione M5S, secondo Casaleggio, male si adatta alla dimensione del potere delle attuali società di massa. E qui fa bene scoprire che le logiche organizzative di impresa, anche innovativa, si adattano davvero poco all’organizzazione sociale.
COMUNICAZIONE
Beppe Grillo rappresenta una enorme lezione, per certi versi maggiore rispetto a quella rappresentata da Berlusconi, su come distribuire la comunicazione politica nelle società europee post-industriali. Un accumulo originario di spettacolo televisivo generalista, teatrale unito alla comunicazione di rete. Si è ben capito, specie negli ultimi due anni, che questo accumulo rappresenta un potere detonante enorme rispetto ad assetti di potere di una società neoliberista in crisi. Una volta però finita la fase esplosiva, o quando è necessario un momento di riaccumolo per nuove esplosioni, non basta certo la comunicazione attorno ad una persona. Per quanto questo potere sia carismatico. Berlusconi per tutto questo si è servito del più importante impero editoriale italiano dell’ultimo quarto di secolo. Ma Grillo, più semplicemente, non ha insegnato come si fa a comunicare al proprio movimento. I risultati stanno nella netta distinzione tra chi parla come un manuale di educazione civica al resto della società e chi lo fa secondo i ritmi dello spettacolo. Tra chi costruisce il verbo e chi ha la funzione di accompagnarlo c’è uno scarto comunicativo, e di capacità di fare media, enorme. Anche la distinzione simbolica tra Grillo (figura antropologicamente eccezionale) e i sui parlamentari (figure antropologiche della normalità) non favorisce processi ricchi, sia sul piano tecnico che dei contenuti, di comunicazione.
La capacità di comunicare, senza scomodare dei classicissimi, è potere di connessione sociale. Quando il potere carismatico non comunica, non è crisi dell’uno ma crisi di un potere di connessione sociale. E se non c’è un dispositivo di sostituzione del potere carismatico, che non è mai continuo, la connessione sociale di un movimento finisce per evaporare.
TESSUTO ECONOMICO DELLA SOCIETA’
Dovrebbe aiutare a capire qualcosa il fatto che i partiti pigliatutto (catch-all-parties) tipici della comunicazione politica all’americana sono “nè di destra nè di sinistra” giusto nel momento elettorale. Successivamente, una volta ottenuto il potere, svoltano verso destra. Verso cioè quel dispositivo di potere proprietario che ne valorizza le caratteristiche dei promotori (figure singole, carismatiche, eccezionali legate ad una organizzazione elettorale). Questo perché la distinzione destra-sinistra non è tanto qualcosa di genericamente culturale ma attraversa la faglia di antropologia economica che divide in due le nostre società. Infatti quando prevalgono i rapporti di proprietà una società si struttura a destra. Quando economicamente tende a riprodursi secondo un tessuto di redistribuzione della ricchezza è maggiormente egualitario, con distinzioni sociali meno stridenti, la società si struttura a sinistra. Il movimento 5 stelle si è dato una logica decisionale random (optare, di volta in volta, per decisioni politiche di destra o di sinistra a seconda di criteri di concretezza) e “non ideologica” proprio nel momento sbagliato. Ovvero quello in cui la struttura proprietaria della società (dalla impresa multinazionale alla PMI) si ristruttura anche a costo (perchè economicamente è sempre un costo) di liquidare quella egualitaria. Generando sia forti tensioni sociali che persino impoverimento economico. Per questo essere “nè di destra nè di sinistra”, al di fuori del momento elettorale, è un nonsenso. Perchè la struttura proprietaria della società sta impoverendo quella che riproduce tessuto egualitario di redistribuzione entro una crisi epocale. Per cui il M5S si trova ad appoggiare politiche che, assieme, non possono tenersi: sia la logica dei tagli, dietro la parola d’ordine della “riduzione degli sprechi”, che il reddito di cittadinanza; sia la protezione del lavoro che quella delle PMI che questa protezione negano. Per non parlare dell’assenza di una logica globale di pensabilità dei problemi, la re-italianizzazione della politica, sia nel linguaggio che nelle scadenze, che non aiuta a innovare proprio in Italia. Prova ne sono le parole in libertà di un deputato M5S sull’Isis ma anche, ad esempio, una visione critica dell’euro, condivisibile in molti tratti, ma che non sa vedere il continente se non in una dimensione, oggi economicamente impronibile proprio in senso post-capitalista, di piccole patrie.
Da un punto di vista non legato a logiche di schieramento, non fa male definire populista il movimento di Grillo. Proprio come il People’s party americano, a cavallo tra ‘800 e ‘900, è un movimento di risposta ad un grave esercizio dell’egemonia del capitale finanziario sulle nostre società. Lo ha fatto sia utilizzando fattori conservatori della società che elementi felicamente innovativi. Poi, come vediamo, la crisi. Ed ora?
La crisi non sarà fine ma trasformazione nel M5S se prevaranno il distacco dell’autoreferenzialità e dall’idea di autosufficienza. Il Movimento 5 stelle è stato un ottimo detonatore politico. E può esserlo anche in futuro. Ma non è l’unica opposizione antiliberista in Italia. Elettoralmente non arriverà mai al 51 per cento e non rappresenta nè il complesso nè il baricentro della società italiana. Dal punto di vista del M5S queste considerazioni sono eresia, altro che Savonarola. Ma, la storia è piena di esempi del genere, ci sono partiti di massa che, sapendo dove erano veramente finiti hanno saputo adattarsi, mutare e fare lunghe marce. Come quel partito che si è inventata la metafora dell’indifferenza del colore del gatto nel momento in cui si necessita di un felino per mangiare il topo. Certo la situazione è quella in cui il gatto, in questo caso Beppe Grillo, rischia di mangiare sé stesso. Il M5S infatti o fa una potente svolta culturale o rischia, nemmeno tanto lentamente, una autoestinzione. Oppure rischia di finire in pasto ai piranha dei mass media generalisti che non attendono altro. I grandi poteri costituiti hanno sempre fame di Savonarola. Di qualsiasi religione siano e qualsiasi confine, incautamente, valichino.
Per Senza Soste, nique la police
1 dicembre 2014
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