Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

06/10/2016

Addio, Benigni...

Per avere l'Oscar dagli Stati Uniti aveva falsificato la storia facendo liberare Auschwitz dai soldati americani, in sostituzione di quelli che l'avevano fatto davvero, i sovietici.

Ora Roberto Benigni sostituisce la costituzione renziana a quella nata dalla Liberazione dal fascismo e continua a sostenere che comunque sia la più bella del mondo. Aggiunge anche che la vittoria del NO sarebbe peggio della Brexit, sostituendo il referendum costituzionale italiano con quello britannico.

Roberto Benigni si è dimostrato esperto di sostituzioni, ma quella che più gli è riuscita è quella di un artista una volta simpatico con un tronfio e triste comico di regime. Un comico di regime che sostiene un buffone che vorrebbe instaurare un regime. Addio Benigni.

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Che squallore.

05/10/2016

Ma se fai queste critiche, perché stai con il Movimento 5 Stelle?

A volte mi sento dire (mi è capitato anche in una trasmissione su La7) “Ma visto che fai queste analisi critiche nei confronti del M5s, perché poi stai dalla loro parte?”

In effetti è vero che spesso sono molto esplicito nelle mie critiche perché non ho né la vocazione dell’avvocato di ufficio né quella del diplomatico, non mi piacciono né le difese di ruolo né i contorti giri di parole e se qualcosa non mi convince preferisco dirlo nel modo più chiaro e diretto.

Detto questo, le ragioni per cui sto dalla parte del m5s sono molto più numerose ed importanti dei dissensi che, il più delle volte, dipendono dalla pasticcioneria un po’ arruffona con cui spesso procedono. Vorrei spiegare perchè indicare tre ordini di motivi strettamente correlati fra loro.

In primo luogo, il successo elettorale del M5s è il riflesso della rivolta popolare che si sta manifestando in tutta Europa contro i partiti tradizionali che, ormai, rappresentano una casta omogenea incapace di affrontare la crisi ed interessata solo al mantenimento dell’ordine neo liberista che non vuol rimettere in discussione per nessun motivo. Per ora la rivolta sta assumendo questi toni e queste forme, per fortuna in Italia non si esprime attraverso movimenti di destra o propriamente fascistoidi, ma attraverso il M5s che, magari, su diversi punti ha idee non chiarissime (del tipo “né di destra né di sinistra”) e spesso sovrappone idee e posizioni non del tutto coerenti, ma resta pur sempre nel campo della democrazia.

La mia estrazione politica è molto precisa e nota, io penso in termini di conflitto di classe e potete capire che su diversi punti dissento, ma se c’è una rivolta popolare che si muove sul terreno della democrazia (e non delle nostalgie fascistoidi, razziste e xenofobe), io sto dalla parte della rivolta popolare, anche se non è esattamente come la vorrei. Le rivolte non si scelgono, capitano e ti obbligano a scegliere se stare con loro o con il sistema di potere. La mia cultura politica mi ha sempre chiesto di schierarmi contro il sistema.

Piaccia o no, il M5s è l’unico strumento a disposizione, per quanto imperfetto, per la lotta al sistema. Ditemi cosa altro c’è e discutiamone, io per ora non vedo niente altro.

La conseguenza è che nella maggior parte dei casi mi trovo nel M5s chi si oppone alle stesse cose cui mi oppongo io: dalla riforma costituzionale al “riassetto di Bankitalia, dall’uscita dall’Euro alla questione della lotta alla legge truffa elettorale, dallo scontro sul jobs act e dell’abolizione dell’art 18 a quello sulla “buona scuola”, dalla lotta al Muos e agli F35 al rifiuto delle Olimpiadi. Non conosco altre forze politiche con cui registro tante convergenze su temi così importanti.

Dunque, diciamo che una volta su 10 mi capita di essere in dissenso (ad esempio sulla questione dell’immigrazione, nel qual caso devo però ricordare che l’unica consultazione on line svolta sul tema, ha mostrato un orientamento molto diverso da quello della dirigenza) e quando capita lo dico lealmente a viso aperto, che credo sia il modo più onorevole di osservare l’obbligo di lealtà verso una forza politica con cui si collabora. Magari alcuni del M5s non gradiscono e preferirebbero solo lodi, ma forse anche loro un giorno capiranno che le critiche non indeboliscono ma rafforzano una parte politica che sappia usarle opportunamente.

In treno dalla Cina a Rotterdam, la nuova Via della Seta è un binario


Dalla Cina sudoccidentale all’Europa centrosettentrionale in quindici giorni via terra, invece che in quaranta via mare. È questa la nuova strada ferrata, lunga 8 mila chilometri, che permetterà a treni merci da 80 container, di spostarsi da Chengdu a Rotterdam, il più grande porto d’Europa che prova così a scalzare definitivamente Amburgo e Anversa. I due estremi della nuova strada ferrata diventeranno a loro volta due ulteriori snodi della ragnatela con cui le ferrovie (e le merci) cinesi stanno avvolgendo il mondo. Specie l’Eurasia, dove esiste una strategia ben precisa con tanto di slogan: «yidai, yilu», «una cintura, una via».

L’idea che ha caratterizzato la politica estera di Xi Jinping da quando si è insediato quattro anni fa, è quella di una «nuova Via della Seta» che sfrutti gli itinerari commerciali dell’antichità per spostare merci da un capo all’altro del continente euroasiatico e ricostruire i legami economici, politici, culturali tra le varie nazioni.

Le merci dovranno tornare a viaggiare via mare e via terra sfruttando la nuova rete di infrastrutture che si va costruendo. Si tratta di porti, ferrovie, autostrade, gasdotti e oleodotti su un territorio che coinvolge 64 Paesi, il 70% della popolazione mondiale, il 75% delle riserve energetiche e il 55% del prodotto lordo globale. Secondo il Financial Times solo per i progetti già sulla carta saranno necessari 890 miliardi di dollari. E infatti sono già state costituite due banche che metteranno a dura prova l’egemonia della Banca mondiale: la Banca per gli investimenti nelle infrastrutture asiatiche (Aiib) e la Banca per lo sviluppo asiatico (Adb).

Le sfide saranno moltissime, specie nei Paesi più instabili da un punto di vista politico. Ma nello specifico, per l’Europa, si tratta di una sorta di «rinascimento» delle ferrovie. La prima tratta è stata inaugurata il 6 ottobre del 2008 quando ad Amburgo è arrivato il primo treno che partiva da Xiangtan nella Cina centrale. Aveva impiegato 17 giorni, ma da allora tecnologia e velocità sono migliorate. Ormai ci sono almeno dodici città cinesi e nove europee collegate da strade ferrate transcontinentali. Varsavia è collegata a Suzhou, Lodz a Chengdu, Duisburg a Chongqing, Madrid a Yiwu e chi più ne ha più ne metta. Se continuano a costruire a questa velocità non ci vorrà molto prima che ognuna delle 27 regioni della Cina abbia un collegamento ferroviario diretto con una città europea. Bisogna considerare che l’Unione europea è il primo partner commerciale della Cina. Gli interscambi hanno superato i 600 miliardi all’anno e sono previsti arrivare a mille nel 2020.

Quasi metà delle importazioni dell’Ue viene dalla Cina che rappresenta anche il suo secondo mercato. Al momento la maggior parte di questi treni tornano in Cina pressoché vuoti, ma non ci vorrà molto perché il trasporto ferroviario diventi un’alternativa economicamente appetibile anche per le aziende europee che vogliono affacciarsi al vasto mercato cinese. Spedire su strada ferrata non è più economico che spedire via mare, ma è molto più veloce. E pensare che la prima ferrovia fu costruita in Cina dagli inglesi a metà del XIX secolo. L’imperatore la trovò ingegnosa ma inutile. Oggi quello delle ferrovie è diventato il punto ricorrente degli accordi commerciali della Repubblica popolare con gli altri Paesi. E il premier Li Keqiang ha un nuovo soprannome: «Venditore di ferrovie».

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Londra. In crisi l’Ukip, spiazzato dalla Brexit

A qualcuno sembrerà paradossale ma l’Ukip, il Partito per l’Indipendenza della Gran Bretagna cresciuto negli ultimi anni a colpi di populismo, euroscetticismo e xenofobia, è stato investito da una profonda crisi. Proprio ora che la maggioranza dei cittadini britannici – in particolare di quelli inglesi – ha votato a favore della Brexit, tradizionale parola d’ordine della formazione di destra che ha messo in crisi l’egemonia dei Tories, l’Ukip sembra aver perso coesione, credibilità e anche la bussola. Forse perché molte delle formazioni populiste di destra affermatesi negli ultimi anni, in realtà, al di là del linguaggio e delle invettive euroscettiche, non hanno davvero intenzione di mettere in discussione l’adesione dei loro paesi allo spazio politico ed economico comune europeo. Semmai vorrebbero continuare a far parte dell’Unione Europea, godendo dei privilegi economici e commerciali che tale condizione assicura, ma senza sottostare alle decisioni politiche e alle normative imposte da Bruxelles che i settori di piccola e media borghesia di alcuni paesi considerano, a torto o a ragione, contrarie ai propri interessi o valori.

Una volta passata la Brexit, l’Ukip ha perso autorevolezza e funzione, visto che è ora la nuova dirigenza del Partito Conservatore, a partire dalla premier Theresa May, dopo aver mandato a casa David Cameron, a dover gestire la rinegoziazione dei rapporti con l’Europa dei 27, dovendo scegliere tra una hard Brexit e una soft Brexit e alle prese con un’accelerazione del processo di unificazione europea che proprio la fuoriuscita di Londra rende maggiormente possibile. Proprio oggi la premier britannica Theresa May ha auspicato di nuovo un accordo sull'uscita dall'Unione Europea che lasci alle imprese della Gran Bretagna "la massima libertà" di commerciare in seno al mercato unico, mantenendo però il controllo sull'immigrazione e su altri importanti capitoli di natura politica.

E ora lo United Kingdom Independence Party rischia di implodere. E’ di ieri la notizia che Diane James, eletta appena 18 giorni fa alla guida dell’Ukip in sostituzione dell'improvvisamente dimissionario Nigel Farage, ha rinunciato alla segreteria adducendo ‘problemi personali e professionali’ che in realtà coprono una sostanziale impossibilità di governare la rissosa formazione. "E' diventato chiaro che non ho l'autorità sufficiente, né il pieno sostegno dei miei colleghi europarlamentari e dei funzionari del partito, per realizzare i cambiamenti che ritenevo necessari e sui quali avevo basato la mia campagna" ha fatto sapere lei stessa.

Ora, dopo il rapido forfait dell’ex militante del Partito Conservatore, in molti sperano nel salvifico ritorno alla leadership di Nigel Farage che in passato è sempre riuscito a ristabilire un qualche ordine nel magmatico partito spaccato tra diverse fazioni e percorso da numerose fratture ideologiche e di potere.

Ma l’ex leader del partito xenofobo in alcune dichiarazioni alla stampa ha categoricamente escluso un suo ritorno alla guida della formazione politica che ha contribuito a fondare. "Assolutamente no. Ho terminato la mia missione", ha risposto Farage a una domanda del canale televisivo Sky News, ribadendo che per lui la vittoria della Brexit al referendum del 23 giugno scorso è stata il capolinea. "E' ora che il lavoro venga fatto da qualcun altro", ha aggiunto, parlando a Strasburgo, dove da eurodeputato partecipa alla riunione plenaria del parlamento europeo.

Intanto a rubare la scena ai dirigenti dell’Ukip sono alcuni esponenti del governo britannico. In particolare la Ministra degli Interni di Londra, Amber Rudd, che continua a difendere il suo progetto di convincere le aziende ad assumere più cittadini britannici al posto di lavoratori stranieri. In base al suo progetto le aziende potranno essere obbligate a rivelare la percentuale di lavoratori non britannici che impiegano in modo da incoraggiarle ad assumere più dipendenti ‘indigeni’. Secondo Rudd le aziende "se la cavano" senza formare abbastanza lavoratori britannici e l'attuale test sul lavoro interno, che obbliga le imprese a pubblicizzare nel Regno unito per 28 giorni i posti di lavoro liberi prima di cercare manodopera fuori dalla Ue, andrebbe reso più stringente. In una intervista concessa alla Bbc, a proposito dell’eventuale pubblicazione di una "lista nera" della aziende che hanno al proprio servizio troppi lavoratori stranieri, Rudd ha risposto che "uno degli strumenti" in esame per "spingere la gente a comportarsi meglio". “Non dobbiamo ignorare il fatto che la gente vuole parlare di immigrazione e se parliamo di immigrazione non chiamatemi razzista" ha detto la Ministra degli Interni di Londra che però ha ricevuto forti critiche sia da parte delle associazioni degli imprenditori che da parte dei suoi stessi colleghi di partito.

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La Turchia degli arresti nell’emergenza infinita

Nel corso d’una recente intervista esclusiva la giornalista kurda Sibel Güler ci aveva rivelato questo paradosso: tutti i magistrati che avevano trattato il caso suo e di altri 46 cronisti accusati d’essere membri o simpatizzanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan e dunque terroristi (secondo il governo turco, l’Unione Europea, gli Stati Uniti) erano finiti essi stessi in galera, epurati da Erdoğan. Le purghe continuano anche perché il governo Yıldırım ha prorogato di altri tre mesi la legge d’emergenza per ragioni di sicurezza nazionale. Così giunge notizia che un grosso numero di poliziotti, addirittura tredicimila, sono stati licenziati con la solita accusa d’essere vicini all’organizzazione Fetö, considerata la mente del golpe fallito di luglio. Nulla di nuovo, perché le epurazioni si sono materializzate già nelle ore successive al tentativo armato e dall’arresto di ufficiali, soldati, poliziotti si è passato alla carcerazione di giudici, insegnanti, impiegati e burocrati, oltre che dei soliti giornalisti e attivisti d’opposizione. Gli ultimi passi repressivi hanno mostrato una nuova veste: il silenzio. Agenzie e organi di stampa normalizzati (due esempi per tutti Anadolu agency e Hürriyet) hanno taciuto la notizia, che pure dovrebbe interessare il cittadino medio per la quantità dei licenziamenti. Inutile dire che su ulteriori giri di vite del regime, come la chiusura dell’ennesimo organo d’informazione kurdo (IMC TV) avvenuta ieri, si trova un’eco solo su certa stampa internazionale. Nelle case turche simili notizie non entrano.

E’ una vecchia tattica delle dittature – palesi, occulte più o meno mass mediaticamente evolute – nascondere, sviare, parlare d’altro dà sempre una mano al Potere. L’emittente è accusata di diffusione di contenuto terrorista, che altro non è che l’informazione quotidiana sulla situazione interna. Banu Guven, decano della tv kurda intervistato da Al Jazeera ha dichiarato: “Nei nostri servizi trattiamo la questione kurda, ma anche diritti umani, diritti delle donne e delle minoranze etniche, oltre a informare sui divieti imposti nella nostra società. Nella Turchia dello stato d’emergenza non ci sono strumenti contro certe accuse illegali”. Più d’un commentatore fa notare che l’emergenza segue la prassi di ‘ordini esecutivi’ che aggirano il percorso parlamentare. Cosicché dallo scorso luglio la “minaccia alla sicurezza nazionale” è un mantra che permette la chiusura di voci non solo di semplici cittadini, ma soprattutto di organi d’informazione di parte e super partes. Sempre Al Jazeera ha raccolto anche le posizioni dei think tank dell’erdoğanismo o comunque di coloro che sostengono l’esecutivo dell’Akp. Talip Kucukcan, accademico prima che parlamentare del partito di governo, afferma: “Il Paese è in una fase di palese emergenza: deve fare i conti con le conseguenze del tentativo di golpe, gli attentati dell’Isis e del Pkk. Ha perso più di 500 militari in questi attacchi e non può tollerare media e organizzazioni che sostengono le ragioni di questi crimini. Anche la Francia vive il suo stato d’emergenza in una situazione non certo paragonabile a quella turca”. Le riflessioni critiche rimaste finora libere di volare – visto che anche illustri intellettuali come l’economista Mehmet Altan, sono finiti nel mirino degli agenti fedeli al ministro dell’Interno – sono quelle del premio Nobel della letteratura Orhan Pamuk.

“La libertà di pensiero non esiste più in questo Paese, passato rapidamente dalla norma di legge alla regola del terrore” ha detto lo scrittore, secondo il quale anche le critiche antigovernative più deboli potrebbero condurre in prigione. Visto che tutta la campagna intessuta come “difesa della sicurezza nazionale” è guidata da un odio di fazione contro vari nemici. I kurdi certamente, per la doppia strada armata e legale che continuano a sostenere. La componente progressista della società organizzata in progetti politici come quello del Partito democratico del popolo, che toglie spazio alla parte riformista del partito repubblicano, riunisce diverse anime della sinistra turca e le avvicina alle ragioni kurde, raccoglie adesioni giovanili e protestatarie contro una società a una dimensione che fa il verso a un nazionalismo in salsa islamista. Un Islam politico trasformatosi rapidamente da conservatore a reazionario, e non a caso, visitato anche dall’elettorato del kemalismo fascistoide che non trova più nell’Mhp un partito capace d’incidere. Bisognerà vedere se l’enorme apparato di consenso gülenista, che Erdoğan e il suo staff ben conoscono per averlo avuto come alleato tattico negli anni del connubio pre e post conquista del potere, addiverrà a più miti consigli. Passando dall’imam della Pennsylvania al sultano di Ankara in base alla repressione in atto e al senso di terrore citato da Pamuk. Oppure se, dopo la sfuriata repressiva, muterà orientamento unendosi al mondo turco laico che non rifiuta l’Islam, bensì il progetto neo Ottomano trasformatosi da sogno a incubo.

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Cifre inventate sul Pil. Renzi si gioca le ultime carte

Alla lunga lista delle forzature istituzionali, al limite e oltre l'incostituzionalità, il governo Renzi ha aggiunto un'altra perlina. Piuttosto rilevante: le cifre scritte nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza non hanno ottenuto il via libera, la cosiddetta “bollinatura”, da parte dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio. E pensare che ci era sempre riuscito persino l'esperto di “finanza creativa”, quel Giulio Tremonti sempre irriso dai megatecnici della Ue (Mario Monti, per dirne uno).

Stiamo parlando della più importante legge dello Stato, quella che decide entrate e uscite per il prossimo anno, quindi anche la lista dei beneficiati e dei tartassati. Una legge che deve ottenere il via libera anche dall'Unione Europea, che ne riscriverà alcune parti oppure lascerà perdere per non mettere in difficoltà ulteriori l'unico governo possibile che obbedisca in pieno ad ogni ordine (le sceneggiate di Renzi ad uso interno sollevano al massimo qualche sorrisetto). Il motivo di questa bocciatura – accompagnata da un giudizio altrettanto critico da parte della Banca d'Italia (non proprio un baluardo dell'opposizione, diciamo così...) – è noto da giorni: il governo “stima” che il Pil italiano crescerà il prossimo anno dell'1%, nonostante anche i centri di ricerca più ottimisti si fermino allo 0,6%. Confindustria, che pure ne mastica, si ferma addirittura allo 0,5.

Decimali poco significativi per i profani, ma che spostano decisamente i limiti di quel che il governo può fare oppure no. Si tratta di una differenza di quasi 7-8 miliardi (il Pil italiano viaggia intorno ai 1.600 miliardi annui), che implica anche qualche differenza nei rapporti percentuali col deficit e col debito. Più il Pil atteso è alto, migliore è quel rapporto, più soldi possono essere spostati a fini elettorali. Referendari, per la precisione.

Numeri campati in aria, si può leggere tra le righe di critiche esposte con il linguaggio diplomatico d'obbligo per istituzioni dello stato, ma per nulla apprezzate in sede governativa. Le risposte dello stesso Renzi e soprattutto di Pier Carlo Padoan (ministro dell'economia ed ex capo-economista dell'Ocse) sono state piuttosto stizzite, ma prive di argomentazione credibile.

Nessuno è insomma in grado di rispondere a una domanda relativamente semplice: perché mai una riduzione del deficit dello 0,5% o il disinnesco delle clausole di salvaguardia (aumento del 2% dell'Iva, nel caso le previsioni fossero sbagliate) dovrebbero far lievitare il Prodotto interno lordo? Al massimo, spiegano i manuali di macroeconomia liberisti, la sterilizzazione dell'Iva evita di provocare altri danni, ossia di abbassare ulteriormente il Pil e i consumi. Non può certo avere l'effetto opposto...

In ogni caso, le serie storiche – ossia la realtà economica consegnata ormai alle statistiche – mostrano che quell'effetto non si è mai verificato.

Ci sono, nella legge di bilancio in gestazione, altre misure pro-crescita così potenti da far quasi raddoppiare la crescita attesa? A leggerla si direbbe di no (e lo dicono anche l'Upb e Bankitalia), ma il governo scommette di sì. Un po come in Fascisti su Marte, “respirate e andrete avanti”, anche se l'aria non c'è...

Per somma sfortuna, nelle stesse ore, anche il Fondo Monetario Internazionale rivedeva al ribasso la crescita attesa per l'Europa e dunque anche per l'Italia. Un +0,9% abbastanza vicina alla scommessa governativa, ma con una dinamica ribassista obbligata (crescita zero nel secondo trimestre, già in archivio).

La logica economica consiglierebbe prudenza, perché sforamenti eccessivi nel 2017 comporterebbero tagli paurosi – ordinati dalla Troika (Ue,Fmi e Bce) – nell'anno successivo. Ma questo orizzonte sembra lontanissimo nella visione del governo in carica, che ha puntato tutte le sue speranze di sopravvivenza sul referendum del 4 dicembre. Quel che avverrà nel 2018, insomma, non sarà affar suo se vince il NO; e se dovesse anche vincere il sì la “nuova costituzione” gli assegnerebbe poteri eccezionali, oltre a un sistema mediatico al di sotto di ogni soglia di attendibilità.

Il problema è tutto nostro invece. Persino i “renziani della prima ora” – il gruppo Repubblica L'Espresso, per capirci – si mostrano ora fortemente preoccupati. Il debito pubblico, dopo anni di tagli, sacrifici, privatizzazioni, resta assolutamente intatto, intorno al 133,4% del Pil. E dire che grazie al quantitative easing della Bce i tassi di interesse sul debito stesso sono quasi a zero. Significa che per finanziare o rifinanziare quel debito lo Stato spende la cifra più bassa di tutta la sua storia. Era un'occasione – in ottica liberista – per ottenere risultati straordinari in termini di riduzione. E invece nulla. La montagna non è stata neanche scalfita. Repubblica è un giornale liberista che si atteggia a liberal, di solito mente ma stavolta, nella sua logica perversa, ha qualche ragione. Se Renzi non avesse usato tutto il margine consentito dai trattati europei e dal bazooka impugnato da Mario Draghi in regalie a pioggia per acquistare (in senso stretto) un po' di consenso popolare transitorio (gli 80 euro, gli sgravi alle imprese, i contributi azzerati a chi assume, ecc.), quella montagna sarebbe ora un po' più bassa e si lascerebbe scalare con più facilità.

Ovvio che se Renzi avesse fatto come consiglia Repubblica (e il Corriere, e Confindustria, e la Troika, ecc.) non avrebbe avuto neppure quell'anno di popolarità che gli ha permesso di portare a casa provvedimenti ignobili come il Jobs Act, la “buona scuola”, la “riforma costituzionale”, ecc. Sarebbe stato individuato fin dal primo minuto come un cane feroce, antipopolare rapidamente messo da parte, come avvenuto con Monti e Letta.

Il problema, per il grande capitale multinazionale europeo, è che questo governo non appare capace di cambiare logica e passo. Sa solo promettere tempi migliori che non arrivano mai. E per crearsi un margine di credibilità per queste promesse, si è ridotto a inventarsi anche una crescita economica al di là dell'immaginabile.

Ne siamo certi. Se vince il NO la pazienza del capitale multinazionale finisce e per Palazzo Chigi verrà scelto un “volto nuovo”. Insomma, meno sputtanato.

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Verso l’offensiva su Mosul. Francia, Usa e Turchia in competizione

Il Primo ministro iracheno, lo sciita Haider al Abadi, ha promesso agli abitanti di Mosul, la seconda città del Paese nelle mani di Daesh ormai dal 2014, una rapida vittoria contro i miliziani jihadisti. “Oggi la vittoria è vicina, con l'aiuto di Dio", ha affermato Abadi in un discorso diffuso via radio. "Oggi stiamo avanzando e domani saremo vittoriosi insieme a voi e poi lavoreremo insieme per far ritornare i servizi e la stabilità" nella regione, ha aggiunto. Le autorità irachene non hanno ancora annunciato una data precisa per l'inizio dell'operazione per riconquistare Mosul ma molte fonti hanno parlato del mese di ottobre.

Il problema è che all'offensiva per riprendere Mosul dovrebbe partecipare una coalizione di forze assai eterogenee e spesso in competizione tra loro, il che sta provocando forti tensioni e rallentando il contrasto nei confronti dei jihadisti.

Proprio in queste ore, ad esempio, si riaccende lo scontro tra regime turco e governo iracheno. Baghdad ha convocato l’ambasciatore turco e Ankara ha fatto lo stesso col rappresentante diplomatico iracheno dopo che Erdogan, lunedì, aveva parlato della liberazione di Mosul affermando che nella città sarebbero dovute entrare solo truppe “arabe sunnite, curde sunnite e turcomanne”. E comunque, ha avvertito Erdogan, le truppe turche prenderanno parte alla liberazione del capoluogo, sottintendendo "che Baghdad sia d'accordo o meno". Ovviamente la dichiarazione, bollata come ingerenza nei propri affari interni, ha fatto infuriare la comunità sciita che rappresenta il 60% della popolazione irachena, ed anche una parte di quella curda – ad esempio gli yazidi – non ha preso bene l’intrusione di Ankara. Il parlamento di Baghdad, diviso e rissoso, ha improvvisamente ritrovato una sostanziale unità ingiungendo alla Turchia di ritirare immediatamente le truppe inviate dal regime di Ankara nel nord dell’Iraq. Da mesi centinaia di militari turchi, definiti ‘addestratori’ e ‘consiglieri’, si sono acquartierati a Bashiqa, circa 40 chilometri a Nord della cosiddetta ‘capitale’ di Daesh nel paese. Il premier al Abadi ha rincarato la dose, affermando che la presenza non desiderata di truppe turche “potrebbe portare ad una nuova guerra regionale”. Ma nei giorni scorsi il parlamento di Ankara ha prorogato di un altro anno, con la sola opposizione dei deputati del Partito Democratico dei Popoli, la presenza delle truppe turche tanto in Iraq quanto in Siria.

In questo conflitto tra Ankara e Baghdad emerge una parziale novità. Tradizionalmente il regime turco può contare su una stretta alleanza con i clan al potere nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, governato da Massoud Barzani. Ma recentemente, dopo cinque anni di muro contro muro, Barzani si è recato a Baghdad dove ha avuto un incontro, definito ‘costruttivo’, con il primo ministro Haidar al Abadi. Un disgelo che forse può essere letto come la ricerca di una sponda da parte del governo del Kurdistan iracheno, alle prese con una grave crisi finanziaria: recentemente si sono svolte varie manifestazioni di protesta a Sulaymaniyya e in altre città, animate dai dipendenti degli enti locali, peshmerga compresi, che da sei mesi non ricevono lo stipendio. Il capo del governo locale ha affermato che quello centrale avrebbe accettato di ripianare il bilancio di Erbil consentendo così il pagamento degli stipendi arretrati.

Ovviamente il colloquio tra Barzani e al Abadi si è concentrato sulla eventuale collaborazione militare in vista dell’offensiva contro Daesh a Mosul. Secondo indiscrezioni, i due leader avrebbero concordato su un primo intervento dei peshmerga, che dovrebbero arrivare a 15 chilometri dalla città, per poi lasciare l’iniziativa all’esercito iracheno. Ma ovviamente si è parlato anche di uno dei più spinosi problemi che da sempre divide i curdi iracheni dalle autorità di Baghdad: la ripartizione degli introiti derivanti dalle esportazioni petrolifere. Di fatto Erbil autogestisce il petrolio estratto sul suo territorio, il che ha portato Baghdad a smettere di versare al governo autonomo, come da accordi, il 17% del bilancio nazionale.

In questo quadro più o meno interno si inserisce l’intervento delle grandi potenze, che utilizzano la lotta contro Daesh per legittimarsi come paesi egemoni nell’area.

Nei giorni scorsi il Pentagono ha annunciato che invierà altri 600 militari in Iraq per supportare le forze governative nell’imminente offensiva contro il Califfato a Mosul. Il portavoce del Pentagono ha precisato che i soldati daranno soltanto sostegno logistico alle forze irachene e non guideranno l'attacco. Finora in Iraq il governo statunitense ha stanziato ben 4600 soldati.

Oltre a mandare più uomini Washington, in ambito Nato, si sta anche incaricando di addestrare, in alcuni campi e basi militari realizzate in Giordania, varie centinaia, forse migliaia di miliziani – per la maggior parte iracheni – da utilizzare nella spallata al Califfato.

Ma le altre potenze non stanno a guardare. Sicuramente non la Francia che ha deciso nelle scorse settimane un salto di qualità per quanto riguarda il suo intervento militare in Iraq. Dal 20 settembre le forze speciali e l’artiglieria francese bersagliano i jihadisti di Daesh intorno a Mosul con cannoni di grosso calibro e attacchi aerei. Dopo la strage di Nizza il presidente francese Hollande decise una intensificazione della presenza militare di Parigi nel paese mediorientale e l’invio di vari pezzi di artiglieria all’esercito iracheno. Ma quei cannoni sono le forze francesi, nel frattempo infoltite da nuovi arrivi, a usarli. Spesso in autonomia – e in competizione, occorrerebbe dire – dal comando della coalizione a guida statunitense. In zona Parigi ha inviato 12 caccia, due velivoli di appoggio, una fregata e appunto, l’artiglieria, insieme a circa 1000 militari. Un centinaio sono stanziati a Erbil e a Baghdad, con compiti di coordinamento e di addestramento. Ora nel Mediterraneo orientale è arrivata anche la portaerei Charles de Gaulle per incrementare la capacità offensiva delle forze francesi portando a ben 4000 i militari dell’esagono. Anche se, ha tenuto ad assicurare il Ministro della Difesa del governo socialista, i soldati di Parigi non parteciperanno a nessuna operazione di terra e non si scontreranno quindi direttamente con i jihadisti. Dalla De Gaulle sono già partite le operazioni di bombardamento su Mosul realizzate dai caccia Rafale. Un aiuto non indifferente, ma anche un segnale di sfida, nei confronti di Washington.

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Roma. Un avviso di garanzia per la giunta Raggi

Non porta il timbro della Procura della Repubblica ma politicamente è forse più pesante. E’ il messaggio inviato da una affollatissima assemblea popolare tenutasi oggi sulla piazza del Campidoglio per ribadire che Roma vuole cambiare, ma che la giunta Raggi sembra ancora lontanissima dalla discontinuità necessaria per realizzare il cambiamento auspicato (votato e voluto) da centinaia di migliaia di abitanti della Capitale nelle ultime elezioni. Il segnale mandato oggi dalla giunta è stato il peggiore. Un Campidoglio blindato da uno spiegamento esagerato di polizia, la Sala della Protomoteca – dove doveva tenersi l’assemblea – chiusa dalla polizia che consentiva l’accesso solo ai dipendenti comunali, il veto posto a tutti i membri della Giunta e della maggioranza M5S di partecipare all’assemblea. L’assemblea a quel punto si è dovuta tenere sulla piazza posizionandosi sulla scalinata laterale come una sorta di anfiteatro.

Quasi trenta interventi rigorosamente di cinque minuti l’uno, hanno visto alternarsi un intero mondo, il “mondo di sotto” fatto di tramvieri dell’Atac e gente della periferia, di netturbini dell’Ama e maestre comunali, di giovani dei centri sociali e inquilini dei Piani di Zona, un mondo che in molti casi ha avuto fiducia e maturato aspettative sul programma del M5S nel cambiamento da realizzare a Roma, che ha atteso i primi 100 giorni di governo per portare in piazza le proprie proposte con l’auspicio di poterle confrontare con una Giunta comunale bersagliata dai poteri forti e osteggiata da una macchina amministrativa fortemente permeata dai meccanismi che hanno reso possibile Mafia Capitale, ma che si è trovato davanti una Giunta comunale che oggi ha dato prova di idiozia politica. E’ difficile trovare un’altra definizione che renda l’idea.

Quattro introduzioni curate dalle organizzazioni che hanno promosso l’assemblea in Campidoglio (Carovana delle Periferie, Decide Roma, Forum Salviamo il Paesaggio, Unione Sindacale di Base), hanno aperto i lavori di una vera e propria agorà partecipata e appassionata.

Via via tutte le questioni sono state portate all’attenzione da decine di comitati ed organismi popolari o sindacali. “Oggi in Campidoglio si sono incontrati comitati territoriali, reti sociali, organizzazioni sindacali, spazi sociali autogestiti che hanno guardato con interesse e convinzione al fatto che dopo le ultime elezioni Roma vuole, possa e debba cambiare. Ma per farlo non basta cambiare il governo della città. È indispensabile liberarsi dei vincoli del patto di stabilità, ingaggiare una battaglia per le risorse da destinare ai servizi, alla mobilità, al ciclo dei rifiuti” – è scritto nella mozione finale approvata dall’assemblea.

Con oggi i promotori intendono avviare quello che definiscono un “processo” di costruzione della partecipazione popolare alle decisioni sulle scelte decisive sul futuro di Roma, un processo che prevede a novembre una settimana di assemblee popolari costitutive nei Municipi e un nuovo appuntamento in Campidoglio a gennaio per fare sintesi di quanto si è deliberato nei territori e fare una verifica definitiva con la giunta Raggi. “Una settimana di assemblee popolari dentro i municipi per discutere e decidere come fare pesare nelle scelte della nuova giunta comunale di Roma le questioni poste oggi a questa assemblea, in particolare: la rinegoziazione del micidiale debito del comune, lo stop alla cementificazione, alle privatizzazioni delle aziende municipalizzate, la fine di ogni complicità con i Piani di Zona, la moratoria di sfratti e sgomberi contro famiglie senza casa e spazi sociali, l’avvio del Piano Rifiuti che escluda gli inceneritori a Rocca Cencia e Salario, il rispetto dei diritti dei lavoratori comunali e l’apertura di un piano per la difesa dei beni comuni e per il lavoro nella nostra città” riporta il documento finale.

Ma a gennaio sarà anche l’ultima chiamata utile per la giunta Raggi che intanto dovrà farsi perdonare la pessima figura di oggi. La dichiarazione di estraneità e ostilità verso un momento alto, significativo e partecipato dell'espressione popolare che in questi anni si è opposta a Mafia Capitale, speculatori e politicanti del Pd, è un passo falso, forse peggiore del girotondo degli assessori che ha imbrigliato la giunta dal suo insediamento. L’avviso di garanzia alla giunta Raggi oggi a Roma c’è stato, ed è stato forte e chiaro.

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