Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/12/2020
Lo Stato sta per nazionalizzare l’ex ILVA?
Nella giornata di domenica 29 novembre 2020, una torre faro è crollata nello stabilimento Arcelor Mittal di Cornigliano. Non ci sono stati morti e feriti per puro caso, visto che il crollo è avvenuto durante il cambio di turno. I sindacati, Fiom-Cgil in testa, chiedevano da anni la manutenzione del materiale, presumibilmente in stato di forte ossidazione.
Secondo la Fiom, il fatto che l’incidente capiti a ridosso della nascita di una società paritetica tra Invitalia (agenzia pubblica statale) e Arcelor Mittal è significativo del livello di chiacchiere con cui impresa e governo gestiscono la questione dell’acciaio, con le difficoltà di Taranto e le ricadute sugli altri stabilimenti del gruppo. Chiacchiere che a oggi la fanno da padrone essendo la situazione molto più grave rispetto a quando la multinazionale franco indiana ha acquisito il pacchetto di maggioranza dell’ex ILVA.
Secondo le anticipazioni, l’accordo tra il Governo e Arcelor Mittal prenderebbe l’avvio dal 2022. Invitalia sarà socio per una quota intorno al 50% del capitale con un investimento di 1,2 miliardi di euro. La nuova gestione dovrebbe mantenere l’attuale amministratrice delegata Morselli e nominare un Presidente proposto dallo Stato.
Il problema è capire cosa ci sia realmente dietro le chiacchiere di cui parla la Fiom, cosa si celi dietro questo rinnovato interesse statale per l’acciaio. A questo punto sarebbe opportuno rispondere almeno a una domanda:
1) lo Stato intervenendo nel capitale dell’ex ILVA vuole gestire la produzione dell’acciaio o sta solo fornendo i capitali per la exit strategy di Arcelor Mittal e di Intesa San Paolo?
Rispondere sarebbe importante visto che oramai da decenni lo Stato interviene nelle crisi aziendali in nome della socializzazione delle perdite. Ciò è un regalo ai padroni e non certo ai lavoratori.
Il meccanismo lo abbiamo visto all’opera in più occasioni negli ultimi trenta anni e non solo in Italia. Anche se l’infinita epopea di Alitalia e la pantomima con Autostrade per l’Italia qualcosa dovrebbero insegnare. Lo Stato entra nel capitale delle aziende in difficoltà (o la cui remunerazione non è più soddisfacente per il padrone di turno), compra a caro prezzo una congrua quota azionaria, risana l’azienda e poi la rivende in nome di presunta maggiore efficienza della gestione privata (che la medesima azienda aveva mandato gambe all’aria o voleva abbandonare…).
Sarà così anche questa volta?
L’impressione è che tutta l’operazione Arcelor Mittal sia da riconsiderare alla luce di ciò che è accaduto e sta accadendo. La multinazionale aveva davvero interesse a produrre acciaio in Italia? Che condizioni di produzione gli sono state promesse? Quali accordi sono stati presi all’atto dell’acquisto?
In questi mesi abbiamo assistito a scambi di accuse ma ci interessa davvero poco se il problema sta nel non rispetto degli accordi da parte governativa o da parte dei padroni.
A oggi occorrerebbe che qualcuno traesse delle conclusioni che non possono che prevedere: la chiusura di Taranto e un impegno per la bonifica, la riconversione della produzione di acciaio abbandonando totalmente il ciclo continuo basato sugli altoforni, una serie di investimenti per mettere in rete la produzione di acciaio in Italia. Il tutto attraverso una seria programmazione e un piano di interventi. Tutto questo non può essere fatto da nessun padrone il cui unico scopo è legato ai profitti. E la finta nazionalizzazione, soprattutto se sarà una delle farse tipiche di questi anni, allungherà soltanto l’agonia delle imprese coinvolte, dell’intero sistema industriale italiano, dei lavoratori degli impianti e dei cittadini che, come a Taranto, continuano a subire le conseguenze di un modello di sviluppo totalmente da ribaltare.
Nazionalizzare ILVA in modo serio è quindi doveroso, buttare miliardi di euro per aiutare le speculazioni private per poi regalare nuovamente tutto a nuovi padroni non serve a nulla, se non ad aumentare il debito pubblico ingannando i cittadini e facendo contenti solo pochi sfruttatori.
Nel frattempo una torre crolla a Cornigliano e per fortuna non uccide nessuno. A Taranto però si continua a morire di cancro e di malattie respiratorie. Nessuna bonifica è iniziata, i quartieri e le città sono in preda alla desertificazione industriale visto che i padroni producono solo se gli conviene. Ma ciò che conviene a loro non conviene ai lavoratori e ai cittadini.
La chiamano politica industriale, ma è politica criminale. Nei prossimi giorni, quando finalmente sarà reso noto l’accordo tra Governo e Arcelor Mittal (previsto per il 10 dicembre) torneremo sull’argomento analizzandolo e capendo in quale modo lo Stato dovrebbe produrre acciaio rispettando l’ambiente, salvando i lavoratori e continuando a produrre un bene fondamentale e indispensabile per lo sviluppo della società.
Collettivo Comunista Genova City Strike
Fonte
Parlate dei 993 morti! È una strage da Pil
993 morti. Ieri abbiamo raggiunto il massimo di vittime da quando in Italia c’è il Covid. I cialtroni che blateravano di un “virus morto”, o di una seconda ondata meno grave della prima, vedono ora la loro sciocchezza, per la quale mai si sono scusati, sommersa da una montagna di bare.
Tra breve in Italia raggiungeremo e supereremo i 60.000 decessi, cioè un abitante ogni 1.000 ucciso dalla pandemia. Se in Cina avessero avuto la stessa percentuale di deceduti, oggi avrebbero quasi un milione e mezzo di vittime, invece i morti di Covid in quel paese sono un quarto di quelli della sola Lombardia.
Quelli che parlano male dei cinesi sulla pandemia e non vedono la strage in casa nostra dovrebbero sparire nella vergogna.
La realtà è che il sistema-Italia è fallito di fronte al Covid, non solo per la distruzione della sanità pubblica e per tutta la devastazione sociale e anche ambientale che ci ha resi più vulnerabili al virus. La verità è che anche la gestione della cosiddetta emergenza ha alimentato il massacro.
Dopo la scelta primaverile, in ritardo e mai davvero completa, del lockdown nazionale, che pure aveva ridotto ma mai azzerato il contagio, ha vinto il partito del PIL.
Questo partito, guidato da Confindustria e da tutto il mondo degli affari, che con varie anime e tendenze occupa il 99% del Parlamento, ha deciso di agire secondo lo slogan “convivere con il virus”.
Questo ha voluto dire sdrammatizzare la realtà della malattia, al di là delle raccomandazioni di principio sul mascherine e distanziamento. E soprattutto ha affermato il concetto di vittime accettabili.
A questo punto io non credo più che chi governa lo stato e le regioni sia semplicemente incapace. Io credo che abbia scelto. Se si chiude tutto, i morti sono pochi; se si chiude parzialmente, sono tanti; se si apre tutto, è una strage. Questo oramai lo sappiamo tutti, anche chi governa.
Ecco: io sono sicuro che una certa quota di morti al giorno sia stata messa in conto, non come effetto della malattia, ma come danno collaterale inevitabile per le scelte compiute dal partito del PIL.
Pochi giorni fa il Corriere della Sera spiegava che la linea del lockdown leggero, applicata per prima da Israele, si stava dimostrando vincente perché le vittime erano meno che nella prima ondata.
FALSO. Se consideriamo che in nove mesi tutto il sistema sanitario ha imparato a curare meglio i contagiati, i morti di oggi pesano ancora di più di quelli di marzo e aprile. E ora sono anche di più.
Ecco la verità tremenda, allora. Tutti i governanti, non solo quelli italiani, ma anche quelli europei, hanno deciso di farci convivere con il virus. Quando il primo ministro britannico Johnson aveva parlato di abituarsi al morbo e alla perdita dei propri cari si è diffuso lo scandalo.
Ma poi, mentre il governo britannico cambiava linea e chiudeva, tutti i governi del continente nella pratica hanno realizzato ciò che Johnson aveva annunciato.
Il nucleo centrale dell’economia ha continuato a funzionare normalmente, le chiusure hanno riguardato solo la parte più piccola del terziario, lo spettacolo e la scuola. Alcuni settori commerciali e tutto ciò che vuol dire cultura sono stati sacrificati per permettere a tutto il resto di andare avanti.
E il risultato economico in effetti c’è stato: le previsioni di metà anno davano una caduta del PIL di più del 10%, ora le stesse previsioni annunciano un meno 8%. Questo 2% di recupero di PIL ci è costato già 20.000 morti in più.
Si sarebbe potuto fare diversamente? Sì, ci sarebbero voluti blocchi totali, anche delle fabbriche, per periodi limitati di tempo e di territorio; e nel frattempo organizzare i tamponi e il tracciamento di tutto il contagio.
Si sarebbe potuto fermare subito la Lombardia e le grandi città, quando ad ottobre si potevano ancora individuare i focolai. E ancora oggi si potrebbero usare le festività di Natale per bloccare davvero per quindici giorni tutto il paese e fermare drasticamente il contagio.
E poi si sarebbero dovuti assumere a tempo indeterminato medici infermieri insegnanti bidelli operatori sanitari e sociali autisti di autobus e tutte le persone necessarie ad affrontare la crisi pandemica. E garantire un reddito sicuro a tutti i colpiti dalla crisi economica, magari finanziandolo con tasse sui ricchi.
Insomma: si sarebbe potuto salvare vite e gestire con giustizia la crisi economica. Invece ha deciso tutto il partito del PIL, che metteva nel conto un certo numero di morti; magari persone non indispensabili, come ha detto un presidente di regione.
Poi non tutti i conti, neanche quelli più truci, finiscono per tornare e sicuramente la strage attuale è superiore al previsto e i suoi costi li pagherà anche l’economia. Resta il fatto però che convivere con il virus vuol dire in realtà convivere con la strage e questa è stata un scelta, non un “effetto naturale” della malattia.
C’è un danno per la nostra società che nel tempo sarà persino superiore a quello delle tante perdite umane: il danno al sentire comune, alla fraternità, alla umanità di un paese che nasconde un strage immane alla propria coscienza.
60.000 morti, un’intera città scomparsa, ma non c’è nel paese un vero lutto. E non parlo solo dei mascalzoni che ancora oggi si preoccupano più delle piste di sci invece che di chi, a Natale, non è arrivato; e neppure solo degli idioti presuntuosi e dei fascisti che ancora rivendicano libero contagio in liberi affari.
No, parlo dell’opinione pubblica e del palazzo “normali”, di coloro che dicono di stare attenti e poi non sanno dire nulla sui morti.
Ieri sera, nella conferenza stampa, Conte non ha detto una sola parola sulle 993 vittime di giornata; ha offerto sconti e promesso vaccini e noi, sotto la mascherina, lo abbiamo immaginato quasi sorridente.
Del resto che senso ha parlare di morti, non è forse una guerra? No, non è una guerra; è una malattia che in uno dei paesi più ricchi ha fatto una strage gigantesca, una delle più gravi al mondo.
Rimuovere questa strage significa accettarla e giustificarla e perciò essere disposti a subirne ancora e di peggiori.
Ecco, questa assuefazione al massacro nel nome del PIL è il danno più grave che guasterà la nostra società fino a che non sapremo riscattarcene. Nel frattempo a chi tace o parla d’altro bisogna gridare: maledetto, parla dei morti!
Fonte
Tra breve in Italia raggiungeremo e supereremo i 60.000 decessi, cioè un abitante ogni 1.000 ucciso dalla pandemia. Se in Cina avessero avuto la stessa percentuale di deceduti, oggi avrebbero quasi un milione e mezzo di vittime, invece i morti di Covid in quel paese sono un quarto di quelli della sola Lombardia.
Quelli che parlano male dei cinesi sulla pandemia e non vedono la strage in casa nostra dovrebbero sparire nella vergogna.
La realtà è che il sistema-Italia è fallito di fronte al Covid, non solo per la distruzione della sanità pubblica e per tutta la devastazione sociale e anche ambientale che ci ha resi più vulnerabili al virus. La verità è che anche la gestione della cosiddetta emergenza ha alimentato il massacro.
Dopo la scelta primaverile, in ritardo e mai davvero completa, del lockdown nazionale, che pure aveva ridotto ma mai azzerato il contagio, ha vinto il partito del PIL.
Questo partito, guidato da Confindustria e da tutto il mondo degli affari, che con varie anime e tendenze occupa il 99% del Parlamento, ha deciso di agire secondo lo slogan “convivere con il virus”.
Questo ha voluto dire sdrammatizzare la realtà della malattia, al di là delle raccomandazioni di principio sul mascherine e distanziamento. E soprattutto ha affermato il concetto di vittime accettabili.
A questo punto io non credo più che chi governa lo stato e le regioni sia semplicemente incapace. Io credo che abbia scelto. Se si chiude tutto, i morti sono pochi; se si chiude parzialmente, sono tanti; se si apre tutto, è una strage. Questo oramai lo sappiamo tutti, anche chi governa.
Ecco: io sono sicuro che una certa quota di morti al giorno sia stata messa in conto, non come effetto della malattia, ma come danno collaterale inevitabile per le scelte compiute dal partito del PIL.
Pochi giorni fa il Corriere della Sera spiegava che la linea del lockdown leggero, applicata per prima da Israele, si stava dimostrando vincente perché le vittime erano meno che nella prima ondata.
FALSO. Se consideriamo che in nove mesi tutto il sistema sanitario ha imparato a curare meglio i contagiati, i morti di oggi pesano ancora di più di quelli di marzo e aprile. E ora sono anche di più.
Ecco la verità tremenda, allora. Tutti i governanti, non solo quelli italiani, ma anche quelli europei, hanno deciso di farci convivere con il virus. Quando il primo ministro britannico Johnson aveva parlato di abituarsi al morbo e alla perdita dei propri cari si è diffuso lo scandalo.
Ma poi, mentre il governo britannico cambiava linea e chiudeva, tutti i governi del continente nella pratica hanno realizzato ciò che Johnson aveva annunciato.
Il nucleo centrale dell’economia ha continuato a funzionare normalmente, le chiusure hanno riguardato solo la parte più piccola del terziario, lo spettacolo e la scuola. Alcuni settori commerciali e tutto ciò che vuol dire cultura sono stati sacrificati per permettere a tutto il resto di andare avanti.
E il risultato economico in effetti c’è stato: le previsioni di metà anno davano una caduta del PIL di più del 10%, ora le stesse previsioni annunciano un meno 8%. Questo 2% di recupero di PIL ci è costato già 20.000 morti in più.
Si sarebbe potuto fare diversamente? Sì, ci sarebbero voluti blocchi totali, anche delle fabbriche, per periodi limitati di tempo e di territorio; e nel frattempo organizzare i tamponi e il tracciamento di tutto il contagio.
Si sarebbe potuto fermare subito la Lombardia e le grandi città, quando ad ottobre si potevano ancora individuare i focolai. E ancora oggi si potrebbero usare le festività di Natale per bloccare davvero per quindici giorni tutto il paese e fermare drasticamente il contagio.
E poi si sarebbero dovuti assumere a tempo indeterminato medici infermieri insegnanti bidelli operatori sanitari e sociali autisti di autobus e tutte le persone necessarie ad affrontare la crisi pandemica. E garantire un reddito sicuro a tutti i colpiti dalla crisi economica, magari finanziandolo con tasse sui ricchi.
Insomma: si sarebbe potuto salvare vite e gestire con giustizia la crisi economica. Invece ha deciso tutto il partito del PIL, che metteva nel conto un certo numero di morti; magari persone non indispensabili, come ha detto un presidente di regione.
Poi non tutti i conti, neanche quelli più truci, finiscono per tornare e sicuramente la strage attuale è superiore al previsto e i suoi costi li pagherà anche l’economia. Resta il fatto però che convivere con il virus vuol dire in realtà convivere con la strage e questa è stata un scelta, non un “effetto naturale” della malattia.
C’è un danno per la nostra società che nel tempo sarà persino superiore a quello delle tante perdite umane: il danno al sentire comune, alla fraternità, alla umanità di un paese che nasconde un strage immane alla propria coscienza.
60.000 morti, un’intera città scomparsa, ma non c’è nel paese un vero lutto. E non parlo solo dei mascalzoni che ancora oggi si preoccupano più delle piste di sci invece che di chi, a Natale, non è arrivato; e neppure solo degli idioti presuntuosi e dei fascisti che ancora rivendicano libero contagio in liberi affari.
No, parlo dell’opinione pubblica e del palazzo “normali”, di coloro che dicono di stare attenti e poi non sanno dire nulla sui morti.
Ieri sera, nella conferenza stampa, Conte non ha detto una sola parola sulle 993 vittime di giornata; ha offerto sconti e promesso vaccini e noi, sotto la mascherina, lo abbiamo immaginato quasi sorridente.
Del resto che senso ha parlare di morti, non è forse una guerra? No, non è una guerra; è una malattia che in uno dei paesi più ricchi ha fatto una strage gigantesca, una delle più gravi al mondo.
Rimuovere questa strage significa accettarla e giustificarla e perciò essere disposti a subirne ancora e di peggiori.
Ecco, questa assuefazione al massacro nel nome del PIL è il danno più grave che guasterà la nostra società fino a che non sapremo riscattarcene. Nel frattempo a chi tace o parla d’altro bisogna gridare: maledetto, parla dei morti!
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Scappiamo dalla città, portiamo via i soldi e vi lasciamo nella merda
La gentrificazione torna al punto zero oppure si fa distribuita? C'è da rifletterci sopra.
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La parola d’ordine giunta direttamente dalla Bay Area e indirizzata agli Startupper di tutto il mondo è «Freedom to work from anywhere». Creativi, uomini in lupetto e occhiali tartaruga, esistenzialisti a piede libero, nerd di tutte le pezzature, vegetariani coi soldi, Freak coi Bond, contrordine: ri-torritorializzarsi nei piccoli borghi, anche montani, abbandonare gli open-space delle città globalizzate, colonizzare le campagne, i piccoli paesi, ritirarsi in casolari, anche diroccati, purché forniti di banda larga e tele-visione.
Il San Francisco Examiner oggi parla di «colonizers who leave a country when they can’t get what they want anymore», di colonizzatori che abbandonano un paese quando non possono più ottenere ciò che bramano.
Amministratori delegati e programmatori di alto profilo stanno abbandonando la Bay Area. Qualcuno sta già tirando un sospiro di sollievo. Non solo all’idea che una barcata di stronzi si sta togliendo dai cabasisi; stronzi che sono stati un grado di vendere tecnologia vecchia quasi mezzo secolo, come se fosse uscita fresca fresca dai loro crani creativi.
È una liberazione, ha gridato Chirag Bhakta, attivista di Mission Housing, un’organizzazione non-profit che si occupa di reperire alloggi a prezzi contenuti, esperto dell’impatto sismico che la crescita dell’industria tecnologica ha avuto sulla città di San Francisco.
L’espansione delle società di software negli ultimi dieci anni ha attirato migliaia di nuovi arrivati benestanti, i quali hanno fatto lievitare gli affitti e hanno ridisegnato l’economia e la cultura della città.
La loro partenza repentina, ha detto Chirag Bhakta a CNBC.Com, rivela che il rapporto di questa gente con San Francisco era tenuto assieme solo dal business; che non c’era nessun legame con i luoghi, con la comunità, con la vita vera della città.
Se cambi città come cambi i calzini, vuol dire che il tuo legame con il luogo non ha mai avuto valore – sei completamente deterritorializzato, spaesato – la tua patria è il mondo. Ma il mondo, nel frattempo, per una sorta di big bang inverso, si è rinchiuso in un bit, sta tutto in una memoria ssd.
Poi ci sono i poveri cristi, la gente comune, ci siamo noi, con i nostri carichi di panni sporchi da lavare e pavimenti da spazzare, con i nostri vecchi allettati; noi, sempre di corsa, sulle tangenziali fordiste, a respirare smog, ad accendere e spegnere i condizionatori che garantiscono quell’atmosfera artificiale che permette ai server di macinare i Terabyte di realtà virtuale abitati dai Boy-Tech e dai Bro-Twitter.
Gli spacconi dell’informatica, dice Stuart Schuffman sull’Examiner, hanno dimenticato che prima del loro arrivo qui c’era una città che funzionava. Prima che San Francisco diventasse “Silicon City”, c’era una città viva e vegeta, lustro dell’intero occidente.
Persone come Keith Rabois (Yelp, PayPal, LinkedIn), Drew Houston (Dropbox), Henrique Dubugras (Brex) e altri, dice Schuffman, si stanno trasferendo da San Francisco, mentre si lamentano dei problemi della qualità della vita, del governo locale, delle tasse e di una serie di altre storture causate proprio da ciò che li ha resi miliardari.
Quindi, scrive Schuffman, dico buon viaggio. Sperando che le città in cui queste locuste pianificano l’atterraggio guardino a San Francisco e vedano la nostra follia. Mi sento come un ex fidanzato sedotto e abbandonato. In questo momento vi dico: «Se siete in ascolto, città future, non concedete a questa gente agevolazioni fiscali solo per tenerla nella vostra città. Finiranno per andarsene comunque, ma non prima di aver distrutto parte di ciò che vi rende speciali».
Non lasciatevi fregare dalle immagini di terrore che vi propinano. Non credetegli quando dicono che San Francisco diventerà come Detroit. E se dicono che i prezzi della case stanno scendendo, che gli affitti stanno scendendo, e che tra poco i quartieri di San Francisco avranno quell’aria triste e derelitta dei quartieri di Detroit, che tutto andrà a catafascio, non dategli retta. Non sarà così.
Anzi, sarà anche così. Ci sarà da pagare un prezzo, ma ne varrà la pena. Liberarsi da queste locuste, distruggere il loro modello di vita avrà un costo, ma non sarà più alto di quello che pagheremo se decideremo di abbassare la testa e accettare il loro ricatto.
Tu, povero cristo, se ti capita di leggere su Redfin (immobiliare) che le ricerche di case sono aumentate del 200% e che tutti cercano casa in zone rurali, tanto che queste ricerche sono aumentate del 235%, e quelle nelle piccole città del 218%, non sentirti abbandonato, non deprimenti, non sentire il peso del tuo legame col territorio.
Tutti sono su Redfin, scrive Larry Rosen sull’Examiner, perché vogliono vivere, ma in pillole, il loro sogno di realtà virtuale, di tele-visione.
Portami da qualche parte, Redfin. Portami in un attico a Central Park West. Portami in un allevamento di cavalli in Virginia. Portami in una baita a Big Sur.
Non ho davvero intenzione di morire qui. Voglio bere una Stella Artois a Saintes-Maries-de-la-Mer, voglio scoppiare di salute sulle montagne della Sila.
Fonte
Accolta la candidatura della Brigata Medica Cubana al Nobel per la pace
È stata accettata ufficialmente la candidatura al Premio Nobel per la Pace 2021 per la Brigata Medica Cubana “Henry Reeve”, presentata dal professor Luciano Vasapollo, docente di economia internazionale alla Sapienza, impegnato da molti anni nella cooperazione con gli atenei dell’America Latina e i Caraibi, promotore del Capitolo Italiano Rete in Difesa dell’Umanità cui aderiscono tra gli altri il CESTES, centro studi del Sindacato USB, diretto da Rita Martufi e l’Associazione Padre Virginio Rotondi per un giornalismo di pace che edita FarodiRoma.
La candidatura è stata sostenuta anche da Graziella Ramirez del Comitato pace e dignità dei popoli. Organismi che lavorano insieme pur avendo ispirazioni diverse.
“Your nomination for the Nobel Peace Prize 2021 has been successfully submitted.
The Norwegian Nobel Committee appreciate your effort in making this nomination.
Kind regards,
The Norwegian Nobel Institute”
La Brigata medica cubana ha prestato il suo aiuto dallo scorso marzo a Crema, una delle province più colpite dall’emergenza sanitaria legata al Covid 19, e da maggio in Piemonte, dove ugualmente la pandemia ha colpito assai duramente.
“Durante i giorni più neri della pandemia, la loro solidarietà è arrivata anche in Italia: Cuba, al fianco del Venezuela, è stata uno dei primi paesi a venire in soccorso di altri popoli in difficoltà”, ha commentato Vasapollo.
La Brigata Henry Reeve è stata creata il 19 settembre 2005 in risposta ai danni causati dall’uragano Katrina a New Orleans, negli Stati Uniti, con un gruppo iniziale di oltre 12mila professionisti cubani della salute che si sono mostrati disponibili ad appoggiare la ripresa. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti ha rifiutato di ricevere l’aiuto.
Secondo i dati ufficiali, Cuba ha inviato finora più di 3.700 sanitari, raggruppati in 46 brigate, in 39 paesi e territori colpiti dal Covid 19. Il suo programma è in uno slogan donato alle Brigata da Fidel Castro: “Medici, no bombe”.
La Brigata infatti è sempre pronta ad andare dove esiste più necessità, come nei casi del Pakistan, dopo il terribile terremoto, o dell’America Centrale, dopo le piogge torrenziali provocate dalla tormenta tropicale Stan.
Del resto, Cuba è sede della scuola internazionale di medicina che ha reso possibile laurearsi a decine di migliaia di giovani che non avrebbero i mezzi per poterlo fare, e che nonostante il blocco ha raggiunto uno straordinario livello di qualità nella bio-ingegneria medica, nella medicina e chirurgia e nel trattamento dei peggiori flagelli virali.
Prende il nome da un cittadino newyorkese che difese l’indipendenza di Cuba. Il suo attuale comandante è il dottor Carlos Perez e la definizione formale è quella di Contingente Internacional de Médicos Especializados en Situaciones de Desastres y Graves Epidemias.
La sua specialità è quella di affrontare le emergenze, di arrivare dove nessuno arriva, di portare cure dove tutti fuggono, di vincere guerre che tutti ritengono che, visti i rischi da correre, è preferibile perdere. I suoi galloni, la Brigada Henry Reeve, se li è conquistati sul campo – anzi sui diversi campi – in ogni dove dell’Africa e dell’America Latina.
Nordamericano di nascita (nacque a Brooklyn, New York, Stati Uniti, il 4 aprile 1850) e cubano per scelta Henry Reeve era detto “L’inglesito della manigua” durante le battaglie cubane contro il colonialismo.
Morì a Matanzas il 4 agosto del 1876 dopo aver partecipato a più di 400 azioni armate. Aveva solo 26 anni ed ha lasciato un grande esempio di solidarietà tra uomini ansiosi di libertà e giustizia. Diceva: “Io sono del paese dove si muore”, per dire che la sua vita era dedicata alla lotta contro il regime coloniale imposto dalla corona spagnola.
Antischiavista e indipendentista, era vincolato agli operai e agli artigiani cubani che sostenevano dall’esilio la guerra nell’Isola.
Henry giunse a Cuba l’11 maggio del 1869 a bordo della nave Perrit e divenne “L’Inglesito” che parlava poco anche perché conosceva poco lo spagnolo. Partecipò alle battaglie di Ramón, Las Calabazas, Del Carmen, Río Hanábana Sitio Potrero e fu stimato ed elogiato dalle più grandi figure dell’indipendenza cubana, come Ignacio Agramonte e il Generalissimo Maximo Gómez, che elogiò il suo grande coraggio, la sua dedizione e il suo senso della disciplina.
Perse una gamba nel settembre del 1873 perché si lanciò su un canna di cannone con il suo cavallo, ma non smise per questo di combattere con ogni mezzo. Era Brigadiere, nominato dalla Camera dei Rappresentanti della Repubblica in Armi, quando affrontò il nemico nella Battaglia di Las Guásimas e nell’azione di Cajumiro, quest’ultima con Máximo Gómez e Antonio Maceo.
Si uccise, sparandosi a una tempia, già ferito molto gravemente al petto, all’inguine e a una spalla, quando le truppe spagnole lo avevano circondato. Fu un cavaliere coraggioso, sereno e tenace, cantò Ramon Roa, un altro eroe dell’indipendenza di Cuba che ha dedicato dei bei versi a questo giovane nordamericano, “L’Inglesito”, che ha versato il suo sangue mescolandolo a quello dei migliori uomini di un altro paese, entrando a far parte d’una stirpe di figli di quest’Isola piena di un patriottismo infinito.
Henry Reeve è stato onorato dal governo cubano nel 1976 in occasione del centenario della sua morte con un francobollo postale.
Fonte
La candidatura è stata sostenuta anche da Graziella Ramirez del Comitato pace e dignità dei popoli. Organismi che lavorano insieme pur avendo ispirazioni diverse.
“Your nomination for the Nobel Peace Prize 2021 has been successfully submitted.
The Norwegian Nobel Committee appreciate your effort in making this nomination.
Kind regards,
The Norwegian Nobel Institute”
La Brigata medica cubana ha prestato il suo aiuto dallo scorso marzo a Crema, una delle province più colpite dall’emergenza sanitaria legata al Covid 19, e da maggio in Piemonte, dove ugualmente la pandemia ha colpito assai duramente.
“Durante i giorni più neri della pandemia, la loro solidarietà è arrivata anche in Italia: Cuba, al fianco del Venezuela, è stata uno dei primi paesi a venire in soccorso di altri popoli in difficoltà”, ha commentato Vasapollo.
La Brigata Henry Reeve è stata creata il 19 settembre 2005 in risposta ai danni causati dall’uragano Katrina a New Orleans, negli Stati Uniti, con un gruppo iniziale di oltre 12mila professionisti cubani della salute che si sono mostrati disponibili ad appoggiare la ripresa. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti ha rifiutato di ricevere l’aiuto.
Secondo i dati ufficiali, Cuba ha inviato finora più di 3.700 sanitari, raggruppati in 46 brigate, in 39 paesi e territori colpiti dal Covid 19. Il suo programma è in uno slogan donato alle Brigata da Fidel Castro: “Medici, no bombe”.
La Brigata infatti è sempre pronta ad andare dove esiste più necessità, come nei casi del Pakistan, dopo il terribile terremoto, o dell’America Centrale, dopo le piogge torrenziali provocate dalla tormenta tropicale Stan.
Del resto, Cuba è sede della scuola internazionale di medicina che ha reso possibile laurearsi a decine di migliaia di giovani che non avrebbero i mezzi per poterlo fare, e che nonostante il blocco ha raggiunto uno straordinario livello di qualità nella bio-ingegneria medica, nella medicina e chirurgia e nel trattamento dei peggiori flagelli virali.
Prende il nome da un cittadino newyorkese che difese l’indipendenza di Cuba. Il suo attuale comandante è il dottor Carlos Perez e la definizione formale è quella di Contingente Internacional de Médicos Especializados en Situaciones de Desastres y Graves Epidemias.
La sua specialità è quella di affrontare le emergenze, di arrivare dove nessuno arriva, di portare cure dove tutti fuggono, di vincere guerre che tutti ritengono che, visti i rischi da correre, è preferibile perdere. I suoi galloni, la Brigada Henry Reeve, se li è conquistati sul campo – anzi sui diversi campi – in ogni dove dell’Africa e dell’America Latina.
Nordamericano di nascita (nacque a Brooklyn, New York, Stati Uniti, il 4 aprile 1850) e cubano per scelta Henry Reeve era detto “L’inglesito della manigua” durante le battaglie cubane contro il colonialismo.
Morì a Matanzas il 4 agosto del 1876 dopo aver partecipato a più di 400 azioni armate. Aveva solo 26 anni ed ha lasciato un grande esempio di solidarietà tra uomini ansiosi di libertà e giustizia. Diceva: “Io sono del paese dove si muore”, per dire che la sua vita era dedicata alla lotta contro il regime coloniale imposto dalla corona spagnola.
Antischiavista e indipendentista, era vincolato agli operai e agli artigiani cubani che sostenevano dall’esilio la guerra nell’Isola.
Henry giunse a Cuba l’11 maggio del 1869 a bordo della nave Perrit e divenne “L’Inglesito” che parlava poco anche perché conosceva poco lo spagnolo. Partecipò alle battaglie di Ramón, Las Calabazas, Del Carmen, Río Hanábana Sitio Potrero e fu stimato ed elogiato dalle più grandi figure dell’indipendenza cubana, come Ignacio Agramonte e il Generalissimo Maximo Gómez, che elogiò il suo grande coraggio, la sua dedizione e il suo senso della disciplina.
Perse una gamba nel settembre del 1873 perché si lanciò su un canna di cannone con il suo cavallo, ma non smise per questo di combattere con ogni mezzo. Era Brigadiere, nominato dalla Camera dei Rappresentanti della Repubblica in Armi, quando affrontò il nemico nella Battaglia di Las Guásimas e nell’azione di Cajumiro, quest’ultima con Máximo Gómez e Antonio Maceo.
Si uccise, sparandosi a una tempia, già ferito molto gravemente al petto, all’inguine e a una spalla, quando le truppe spagnole lo avevano circondato. Fu un cavaliere coraggioso, sereno e tenace, cantò Ramon Roa, un altro eroe dell’indipendenza di Cuba che ha dedicato dei bei versi a questo giovane nordamericano, “L’Inglesito”, che ha versato il suo sangue mescolandolo a quello dei migliori uomini di un altro paese, entrando a far parte d’una stirpe di figli di quest’Isola piena di un patriottismo infinito.
Henry Reeve è stato onorato dal governo cubano nel 1976 in occasione del centenario della sua morte con un francobollo postale.
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Il vaccino ci aiuterà, ma non ci libererà dalle pandemie
Non sembrano essere in molti, in questi giorni, a rendersi conto che l’Italia è tornata, come nel marzo scorso, il paese in cui la pandemia miete più vittime. Eppure i dati epidemiologici sono eloquenti: per numero dei contagi abbiamo raggiunto l’ottavo posto, ma l’indice di letalità è secondo solo a Messico e Iran e in linea con Gran Bretagna e Perù. Persino Stati Uniti e Brasile sembrano star meglio di noi.
Se poi guardiamo al numero dei decessi giornalieri, siamo tornati in cima alla lista e il presidente dei medici del Fnomceo ha denunciato la morte di altri 27 medici in 10 giorni, e parlato di «strage degli innocenti».
Eppure, nel nostro paese si fa a gara nell’interpretare ottimisticamente i primi rallentamenti della curva dei contagi; ci si schiera in modo sempre più critico nei confronti delle strategie di contenimento decise dal governo; si cerca di convincere tutti che la svolta è dietro l’angolo, grazie a vaccini dichiarati in tempi record efficaci e sicuri, mediante comunicati stampa, dalle stesse multinazionali che li producono; si attacca chi si permette di avanzare dubbi non sull’importanza dei vaccini, ma sulle modalità della comunicazione e sull’eccessiva fretta con cui si è proceduto, per la prima volta nella storia, nel percorso di sperimentazione.
Eppure, sono le principali testate scientifiche del mondo, e in particolare The Lancet, a sottolineare come sia legittimo sperare nei risultati così trionfalmente annunciati, ma che alcuni nodi dovrebbero essere sciolti prima di gridar vittoria.
Non è ancora certo, infatti, se questi vaccini impediscano la trasmissione del virus o si limitino a proteggere da forme gravi i vaccinati: un risultato importante, che però non faciliterebbe il raggiungimento dell’«immunità di gregge».
Non sappiamo quanto duri l’immunità conferita da questo virus: quello che sappiamo deriva dalle nostre conoscenze su Sars e Mers e da studi che dimostrano la presenza di anticorpi neutralizzanti nei guariti.
Ed è evidente che se l’immunità indotta dal «virus da strada» non è particolarmente robusta, né duratura, difficilmente un vaccino composto da frammenti del genoma o da proteine antigeniche virali farà meglio. Poi ci sono i casi di reinfezione che sembrerebbero attestare limiti nell’immunitaria adattativa e l’incerta efficacia negli anziani, i soggetti più a rischio.
Alcuni sottolineano che la pandemia è ancora in fase iniziale e che il virus continuerà a mutare per adattarsi alla nostra specie e difendersi dal nostro sistema immunocompetente, come accade a tutti i virus a Rna emersi da poco dal loro serbatoio animale: per cui è in teoria possibile che un vaccino oggi efficace, lo sia meno tra sei mesi o un anno.
Ci sono poi i problemi di disponibilità dei vaccini a livello planetario e di accesso equo, e le enormi sfide logistiche di produzione e distribuzione. Movimenti internazionali come Gavi, legata a un personaggio discusso come Bill Gates, propongono strategie per una distribuzione equa, ma fin qui sono stati i paesi ad alto reddito ad accaparrarsi centinaia di milioni di dosi.
Anche gli sviluppi a lungo termine della pandemia sono imprevedibili. Non sappiamo se Sars-CoV-2 tenderà a diventare endemico, se avremo epidemie stagionali o ri-emergenze a lungo termine di sue varianti ed è impossibile prevedere quale vaccino garantisca i risultati migliori nelle diverse situazioni.
E se il vaccino prescelto non si rivelasse efficace, le conseguenze sarebbero gravissime: sia perché i vaccinati, credendosi protetti, abbasserebbero la guardia; sia perché la fiducia di molti nelle vaccinazioni potrebbe diminuire e si rafforzerebbe il circuito NoVax.
Ma l’argomento più dibattuto è quello dei rischi e al momento non possiamo avere dati certi: sia perché i numeri sono piccoli, sia perché gli effetti più temuti emergono nel lungo termine.
In particolare le apprensioni concernenti il possibile inserimento dell’Rna virale nel genoma umano non possono essere facilmente smentite. In ultima analisi accettare l’accelerazione delle procedure implica la fiducia negli enti di regolazione: per questo si sarebbe dovuto attendere le valutazioni, anziché assecondare i proclami delle multinazionali.
Comunque sia, una cosa è certa: puntare sul vaccino come unica arma risolutiva è pericoloso. Perché la pandemia non è un «incidente biologico», che senza preavviso ha colpito l’umanità e che può essere affrontato con farmaci e vaccini, ma il sintomo di una malattia cronica e rapidamente progressiva, che riguarda l’intera biosfera.
Un dramma epocale inutilmente annunciato e che tenderà a prolungarsi e a ripetersi se non cambieranno le condizioni ambientali e sociali che lo hanno determinato.
È importante ricordare, infatti, che da almeno 18 anni a questa parte (Sars), ma potremmo anche dire dalla fine del secolo scorso, dalla morte di un bimbo a Hong-Kong (1997) per una polmonite da virus aviario (H5N1), le principali agenzie sanitarie internazionali emettono drammatici bollettini sull’imminenza di un evento pandemico potenzialmente catastrofico.
Il principale errore di chi punta esclusivamente su un’ancora aleatoria vaccinoprofilassi di massa consiste nel dimenticare che le pandemie sono drammi socio-sanitari ed economico-finanziari di enormi dimensioni, che non potremo evitare senza ridurne le vere cause: deforestazioni, bio-invasioni, cambiamenti climatici e dissesti sociali (a partire dalle immense megalopoli del Sud del mondo).
E, soprattutto, se alle strategie di contenimento del virus e di riduzione delle catene dei contagi (lockdown) non seguirà una trasformazione radicale dei sistemi sanitari occidentali: perché è evidente che i paesi asiatici e socialisti (Cuba), nei quali la medicina territoriale è ben organizzata, hanno fermato in poche settimane la pandemia, al contrario dei paesi in cui il neoliberismo ha trasformato anche la medicina in un immenso Mercato.
di Ernesto Burgio, Membro del Comitato scientifico di ECERI (European Cancer and Environment Research Institute) – Bruxelles – da il manifesto
Vedi anche qui
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Se poi guardiamo al numero dei decessi giornalieri, siamo tornati in cima alla lista e il presidente dei medici del Fnomceo ha denunciato la morte di altri 27 medici in 10 giorni, e parlato di «strage degli innocenti».
Eppure, nel nostro paese si fa a gara nell’interpretare ottimisticamente i primi rallentamenti della curva dei contagi; ci si schiera in modo sempre più critico nei confronti delle strategie di contenimento decise dal governo; si cerca di convincere tutti che la svolta è dietro l’angolo, grazie a vaccini dichiarati in tempi record efficaci e sicuri, mediante comunicati stampa, dalle stesse multinazionali che li producono; si attacca chi si permette di avanzare dubbi non sull’importanza dei vaccini, ma sulle modalità della comunicazione e sull’eccessiva fretta con cui si è proceduto, per la prima volta nella storia, nel percorso di sperimentazione.
Eppure, sono le principali testate scientifiche del mondo, e in particolare The Lancet, a sottolineare come sia legittimo sperare nei risultati così trionfalmente annunciati, ma che alcuni nodi dovrebbero essere sciolti prima di gridar vittoria.
Non è ancora certo, infatti, se questi vaccini impediscano la trasmissione del virus o si limitino a proteggere da forme gravi i vaccinati: un risultato importante, che però non faciliterebbe il raggiungimento dell’«immunità di gregge».
Non sappiamo quanto duri l’immunità conferita da questo virus: quello che sappiamo deriva dalle nostre conoscenze su Sars e Mers e da studi che dimostrano la presenza di anticorpi neutralizzanti nei guariti.
Ed è evidente che se l’immunità indotta dal «virus da strada» non è particolarmente robusta, né duratura, difficilmente un vaccino composto da frammenti del genoma o da proteine antigeniche virali farà meglio. Poi ci sono i casi di reinfezione che sembrerebbero attestare limiti nell’immunitaria adattativa e l’incerta efficacia negli anziani, i soggetti più a rischio.
Alcuni sottolineano che la pandemia è ancora in fase iniziale e che il virus continuerà a mutare per adattarsi alla nostra specie e difendersi dal nostro sistema immunocompetente, come accade a tutti i virus a Rna emersi da poco dal loro serbatoio animale: per cui è in teoria possibile che un vaccino oggi efficace, lo sia meno tra sei mesi o un anno.
Ci sono poi i problemi di disponibilità dei vaccini a livello planetario e di accesso equo, e le enormi sfide logistiche di produzione e distribuzione. Movimenti internazionali come Gavi, legata a un personaggio discusso come Bill Gates, propongono strategie per una distribuzione equa, ma fin qui sono stati i paesi ad alto reddito ad accaparrarsi centinaia di milioni di dosi.
Anche gli sviluppi a lungo termine della pandemia sono imprevedibili. Non sappiamo se Sars-CoV-2 tenderà a diventare endemico, se avremo epidemie stagionali o ri-emergenze a lungo termine di sue varianti ed è impossibile prevedere quale vaccino garantisca i risultati migliori nelle diverse situazioni.
E se il vaccino prescelto non si rivelasse efficace, le conseguenze sarebbero gravissime: sia perché i vaccinati, credendosi protetti, abbasserebbero la guardia; sia perché la fiducia di molti nelle vaccinazioni potrebbe diminuire e si rafforzerebbe il circuito NoVax.
Ma l’argomento più dibattuto è quello dei rischi e al momento non possiamo avere dati certi: sia perché i numeri sono piccoli, sia perché gli effetti più temuti emergono nel lungo termine.
In particolare le apprensioni concernenti il possibile inserimento dell’Rna virale nel genoma umano non possono essere facilmente smentite. In ultima analisi accettare l’accelerazione delle procedure implica la fiducia negli enti di regolazione: per questo si sarebbe dovuto attendere le valutazioni, anziché assecondare i proclami delle multinazionali.
Comunque sia, una cosa è certa: puntare sul vaccino come unica arma risolutiva è pericoloso. Perché la pandemia non è un «incidente biologico», che senza preavviso ha colpito l’umanità e che può essere affrontato con farmaci e vaccini, ma il sintomo di una malattia cronica e rapidamente progressiva, che riguarda l’intera biosfera.
Un dramma epocale inutilmente annunciato e che tenderà a prolungarsi e a ripetersi se non cambieranno le condizioni ambientali e sociali che lo hanno determinato.
È importante ricordare, infatti, che da almeno 18 anni a questa parte (Sars), ma potremmo anche dire dalla fine del secolo scorso, dalla morte di un bimbo a Hong-Kong (1997) per una polmonite da virus aviario (H5N1), le principali agenzie sanitarie internazionali emettono drammatici bollettini sull’imminenza di un evento pandemico potenzialmente catastrofico.
Il principale errore di chi punta esclusivamente su un’ancora aleatoria vaccinoprofilassi di massa consiste nel dimenticare che le pandemie sono drammi socio-sanitari ed economico-finanziari di enormi dimensioni, che non potremo evitare senza ridurne le vere cause: deforestazioni, bio-invasioni, cambiamenti climatici e dissesti sociali (a partire dalle immense megalopoli del Sud del mondo).
E, soprattutto, se alle strategie di contenimento del virus e di riduzione delle catene dei contagi (lockdown) non seguirà una trasformazione radicale dei sistemi sanitari occidentali: perché è evidente che i paesi asiatici e socialisti (Cuba), nei quali la medicina territoriale è ben organizzata, hanno fermato in poche settimane la pandemia, al contrario dei paesi in cui il neoliberismo ha trasformato anche la medicina in un immenso Mercato.
di Ernesto Burgio, Membro del Comitato scientifico di ECERI (European Cancer and Environment Research Institute) – Bruxelles – da il manifesto
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03/12/2020
L’austerità mascherata
Recentemente l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti, fresco della nomina a Presidente della Commissione Europea per la Salute e lo Sviluppo Sostenibile dell’OMS, è intervenuto in una trasmissione televisiva paragonando
i negazionisti della pandemia da Covid-19 e del virus Sars-CoV-2 a chi
si è opposto alle sue politiche restrittive basate sui tagli alla spesa
pubblica, tra il 2011 e il 2012. Chi oggi nega il virus sarebbe
paragonabile, nelle parole di Monti, a chi ieri osava mettere in
discussione l’ineluttabilità e la necessità delle misure di austerità
lacrime e sangue che il suo governo impose all’Italia tra 2011 e 2013.
Con la sua lezioncina, il Senatore a vita Monti tenta di far passare impostazioni economiche alternative al mainstream come scientificamente infondate, esattamente come quelle di coloro che mettono in discussione l’esistenza del virus. Sia chiaro: chi nega l’esistenza del Sars-CoV-2 o ne inscrive la nascita nella cornice di un complotto mondiale non ha alcuna credibilità. Il tentativo di accomunare questi deliri cospirazionisti e una critica, basata sull’evidenza dei fatti, delle politiche di austerità è una mossa tanto disperata quanto meschina. Una mossa che rivela tutta la debolezza teorica che sta dietro un certo modello politico ed economico, fittiziamente e deliberatamente ammantato di scientificità. Vediamo per quali ragioni questa similitudine è del tutto infondata e in che modo essa serva, ancora una volta, a coprire le responsabilità di chi, in anni recenti, in ossequio al mantra dell’austerità espansiva e con l’obiettivo di ridurre le rivendicazioni salariali, ha contribuito allo sfacelo dello stato sociale in Italia.
Una delle tendenze più durature, nell’ambito del liberismo, è quella che dipinge la politica economica come determinata da regole “naturali” e immutabili gestite da tecnici apolitici. Nelle parole di Margaret Thatcher, “There is no alternative”. Di qui l’idea, tanto sbandierata da Draghi, del “pilota automatico”: le scelte politico-economiche non dipendono dalla politica e dalle scelte fatte dai cittadini tramite le elezioni, ma, al contrario, qualunque governo deve attenersi inevitabilmente alle stesse scelte economiche perché, per l’appunto, semplicemente non ha scelta. Nella narrazione dominante, infatti, non c’è spazio per scelte di politica economica espansiva: c’è un tasso di disoccupazione, determinato dai “parametri profondi” dell’economia, che non può essere ridotto con un maggior ricorso al debito pubblico. La conseguenza, ci dice la teoria mainstream, sarebbe soltanto un aumento dell’inflazione. E come si fa a cambiare i parametri che influiscono sul tasso di disoccupazione? C’è una ricetta anche per questo: ridurre il potere dei sindacati, le tutele dal licenziamento, aumentare il ricorso ai contratti a termine, aumentare l’età pensionabile.
Tutte queste scelte, guarda caso, vanno nella stessa direzione: contro i lavoratori. Non si tratta, però, di un infame destino dettato da leggi deterministiche. Si tratta della volontà di far prevalere quella parte di teoria economica che favorisce sistematicamente sempre gli stessi, sempre i padroni. Le scelte politiche, checché ne dicano i profeti dell’austerità, non sono affatto asettiche e neutrali. In particolare, quelle di politica economica (ma anche di legislazione sociale e del lavoro) hanno sempre delle conseguenze sui rapporti di forza tra i lavoratori, da un lato, e il capitale, dall’altro. Le scelte fatte negli ultimi decenni, ispirate alla teoria economica dominante, che prescrive di tagliare la spesa pubblica, liberalizzare il mercato del lavoro, mettere al primo posto il controllo dell’inflazione a scapito del perseguimento della piena occupazione, rendere le banche centrali indipendenti dai governi, spingere agli estremi la libertà di movimento dei capitali, vanno tutte nella medesima direzione: avvantaggiare il capitale a danno dei lavoratori. È questo l’approdo cui tende la rotta, scellerata dal punto di vista di chi ha a cuore i destini dei lavoratori, del “pilota automatico”. Ed è questo, anche qui non a caso, il quadro teorico di riferimento per i trattati istitutivi dell’Unione Europea e della Banca Centrale Europea.
È dunque chiaro cosa Monti vuole nascondere: gli effetti delle politiche del suo governo e il carattere retorico e truffaldino delle teorie su cui queste erano basate. Decisioni sbandierate come inevitabili per la loro aderenza al retto pensare scientifico, ma che in realtà avevano il solo obiettivo di ricondurre l’Italia nell’asfittico recinto dell’austerità e della difesa dei profitti.
Per fare un esempio, il governo Monti nel 2011 previde una flessione del 0,4% del PIL nel 2012 dovuta alla sua manovra, mentre, in realtà, l’anno successivo la caduta del PIL fu del 2,6%. Un crollo sei volte più pesante, che ha comportato sacrifici tremendi per i lavoratori italiani, così come la riforma delle pensioni nota come “riforma Fornero”. Gli effetti negativi di quelle politiche hanno continuato e continuano a dare i loro frutti amari per vari anni. Ma non si pensi a un errore di previsione. L’austerità è una scelta politica deliberata che distrugge i sistemi economici e le vite delle persone. Di fronte all’ormai conclamata evidenza di queste scelte politiche, Monti prova a rimuovere sin da subito la possibilità che le azioni del suo governo siano sottoposte a scrutinio critico. Ecco quindi l’etichetta infamante, la scomunica, per schermare le sue nefandezze dal giudizio di chi le ha subite.
C’è poi un elemento particolarmente odioso nella vicenda: i tagli alla sanità perpetrati dal governo Monti, insieme a quelli dei governi successivi, sono proprio la causa della mancanza di terapie intensive e medici che oggi affligge il nostro Paese. Soltanto con il decreto-legge 95/2012, quello della “spending review” (denominato ufficialmente, con apprezzabile humor nero, “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini“), il governo Monti decise un taglio di 6,8 miliardi al finanziamento del Servizio sanitario nazionale per gli anni dal 2012 al 2015. Certo, in buona compagnia. Prendendo in considerazione la differenza tra il livello di spesa sanitaria (al netto degli investimenti) del 2009 e quello del 2018, siamo in presenza di un taglio di circa 26 miliardi (-12%), che si traduce in termini pro-capite in un taglio di quasi 400 euro. Se si considerano anche gli investimenti, l’entità dell’intervento pubblico nel settore sanitario è caduta dal 2008 del 13%, da 136 miliardi a 118 miliardi annui. Aver tagliato la sanità pubblica ha comportato problemi alla salute e alla qualità della vita dei cittadini italiani, anche in periodi di ordinaria amministrazione. Di fronte alla situazione emergenziale della pandemia, poi, la situazione, già critica, è diventata disastrosa. L’imprevedibilità della pandemia non può assolvere i protagonisti dei tagli: mettere in ginocchio lo stato sociale, e in particolare la sanità pubblica, ha effetti tremendi per la popolazione e questi effetti, amplificati nei momenti di crisi, si sentono anche in assenza di una pandemia. Il distanziamento sociale a cui oggi siamo obbligati è legato a doppio filo con la carenza di servizi adeguati nella sanità pubblica e questo dipende in gran parte dai tagli effettuati negli anni scorsi.
Criticare dunque le politiche del governo Monti è naturale per ogni cittadino colpito direttamente o indirettamente dalla pandemia, impoverito dall’austerità, svantaggiato da un peggioramento della qualità della vita. Così come è naturale criticare le ricette economiche che hanno portato a quelle scelte, asservite al capitale e allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura. L’abbattimento di questo sistema di sfruttamento passa anche dalla critica feroce delle teorie economiche che ne reggono l’impalcatura ideologica. Per questo si vuole evitare ogni critica e ogni possibile dibattito su di esse, perché queste politiche sono teorizzate e praticate scientemente per perpetrare lo sfruttamento nel sistema capitalistico e farlo accettare alle masse di lavoratori come se fosse inevitabile.
Monti, che ha inferto senza pietà profondi tagli nel settore della sanità pubblica, prova, con questa sua uscita, a prendere due piccioni con una fava: ammiccando a quella visione della pandemia per cui i morti sono causati dai negazionisti, e non dall’inadeguatezza del sistema sanitario che lui stesso ha contribuito a smontare, prova addirittura a far passare l’idea che la stessa fiducia che oggi dobbiamo riporre negli scienziati – che ci chiedono il sacrificio del distanziamento sociale, del coprifuoco, etc. – dovrebbe essere accordata ai sacerdoti dell’austerità, che ci chiedono il sacrificio della precarietà, della disoccupazione, dei tagli alla spesa sociale. Occorre, invece, ribadire, e con decisione, che i lavoratori non hanno alcuna intenzione di abboccare a questa esca retorica. Con tutte le nostre forze, continueremo a opporci al destino di precarietà e marginalità che non le stelle, né la scienza, hanno approntato per noi, ma che è stato progettato e voluto per accrescere la forza del capitale.
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Con la sua lezioncina, il Senatore a vita Monti tenta di far passare impostazioni economiche alternative al mainstream come scientificamente infondate, esattamente come quelle di coloro che mettono in discussione l’esistenza del virus. Sia chiaro: chi nega l’esistenza del Sars-CoV-2 o ne inscrive la nascita nella cornice di un complotto mondiale non ha alcuna credibilità. Il tentativo di accomunare questi deliri cospirazionisti e una critica, basata sull’evidenza dei fatti, delle politiche di austerità è una mossa tanto disperata quanto meschina. Una mossa che rivela tutta la debolezza teorica che sta dietro un certo modello politico ed economico, fittiziamente e deliberatamente ammantato di scientificità. Vediamo per quali ragioni questa similitudine è del tutto infondata e in che modo essa serva, ancora una volta, a coprire le responsabilità di chi, in anni recenti, in ossequio al mantra dell’austerità espansiva e con l’obiettivo di ridurre le rivendicazioni salariali, ha contribuito allo sfacelo dello stato sociale in Italia.
Una delle tendenze più durature, nell’ambito del liberismo, è quella che dipinge la politica economica come determinata da regole “naturali” e immutabili gestite da tecnici apolitici. Nelle parole di Margaret Thatcher, “There is no alternative”. Di qui l’idea, tanto sbandierata da Draghi, del “pilota automatico”: le scelte politico-economiche non dipendono dalla politica e dalle scelte fatte dai cittadini tramite le elezioni, ma, al contrario, qualunque governo deve attenersi inevitabilmente alle stesse scelte economiche perché, per l’appunto, semplicemente non ha scelta. Nella narrazione dominante, infatti, non c’è spazio per scelte di politica economica espansiva: c’è un tasso di disoccupazione, determinato dai “parametri profondi” dell’economia, che non può essere ridotto con un maggior ricorso al debito pubblico. La conseguenza, ci dice la teoria mainstream, sarebbe soltanto un aumento dell’inflazione. E come si fa a cambiare i parametri che influiscono sul tasso di disoccupazione? C’è una ricetta anche per questo: ridurre il potere dei sindacati, le tutele dal licenziamento, aumentare il ricorso ai contratti a termine, aumentare l’età pensionabile.
Tutte queste scelte, guarda caso, vanno nella stessa direzione: contro i lavoratori. Non si tratta, però, di un infame destino dettato da leggi deterministiche. Si tratta della volontà di far prevalere quella parte di teoria economica che favorisce sistematicamente sempre gli stessi, sempre i padroni. Le scelte politiche, checché ne dicano i profeti dell’austerità, non sono affatto asettiche e neutrali. In particolare, quelle di politica economica (ma anche di legislazione sociale e del lavoro) hanno sempre delle conseguenze sui rapporti di forza tra i lavoratori, da un lato, e il capitale, dall’altro. Le scelte fatte negli ultimi decenni, ispirate alla teoria economica dominante, che prescrive di tagliare la spesa pubblica, liberalizzare il mercato del lavoro, mettere al primo posto il controllo dell’inflazione a scapito del perseguimento della piena occupazione, rendere le banche centrali indipendenti dai governi, spingere agli estremi la libertà di movimento dei capitali, vanno tutte nella medesima direzione: avvantaggiare il capitale a danno dei lavoratori. È questo l’approdo cui tende la rotta, scellerata dal punto di vista di chi ha a cuore i destini dei lavoratori, del “pilota automatico”. Ed è questo, anche qui non a caso, il quadro teorico di riferimento per i trattati istitutivi dell’Unione Europea e della Banca Centrale Europea.
È dunque chiaro cosa Monti vuole nascondere: gli effetti delle politiche del suo governo e il carattere retorico e truffaldino delle teorie su cui queste erano basate. Decisioni sbandierate come inevitabili per la loro aderenza al retto pensare scientifico, ma che in realtà avevano il solo obiettivo di ricondurre l’Italia nell’asfittico recinto dell’austerità e della difesa dei profitti.
Per fare un esempio, il governo Monti nel 2011 previde una flessione del 0,4% del PIL nel 2012 dovuta alla sua manovra, mentre, in realtà, l’anno successivo la caduta del PIL fu del 2,6%. Un crollo sei volte più pesante, che ha comportato sacrifici tremendi per i lavoratori italiani, così come la riforma delle pensioni nota come “riforma Fornero”. Gli effetti negativi di quelle politiche hanno continuato e continuano a dare i loro frutti amari per vari anni. Ma non si pensi a un errore di previsione. L’austerità è una scelta politica deliberata che distrugge i sistemi economici e le vite delle persone. Di fronte all’ormai conclamata evidenza di queste scelte politiche, Monti prova a rimuovere sin da subito la possibilità che le azioni del suo governo siano sottoposte a scrutinio critico. Ecco quindi l’etichetta infamante, la scomunica, per schermare le sue nefandezze dal giudizio di chi le ha subite.
C’è poi un elemento particolarmente odioso nella vicenda: i tagli alla sanità perpetrati dal governo Monti, insieme a quelli dei governi successivi, sono proprio la causa della mancanza di terapie intensive e medici che oggi affligge il nostro Paese. Soltanto con il decreto-legge 95/2012, quello della “spending review” (denominato ufficialmente, con apprezzabile humor nero, “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini“), il governo Monti decise un taglio di 6,8 miliardi al finanziamento del Servizio sanitario nazionale per gli anni dal 2012 al 2015. Certo, in buona compagnia. Prendendo in considerazione la differenza tra il livello di spesa sanitaria (al netto degli investimenti) del 2009 e quello del 2018, siamo in presenza di un taglio di circa 26 miliardi (-12%), che si traduce in termini pro-capite in un taglio di quasi 400 euro. Se si considerano anche gli investimenti, l’entità dell’intervento pubblico nel settore sanitario è caduta dal 2008 del 13%, da 136 miliardi a 118 miliardi annui. Aver tagliato la sanità pubblica ha comportato problemi alla salute e alla qualità della vita dei cittadini italiani, anche in periodi di ordinaria amministrazione. Di fronte alla situazione emergenziale della pandemia, poi, la situazione, già critica, è diventata disastrosa. L’imprevedibilità della pandemia non può assolvere i protagonisti dei tagli: mettere in ginocchio lo stato sociale, e in particolare la sanità pubblica, ha effetti tremendi per la popolazione e questi effetti, amplificati nei momenti di crisi, si sentono anche in assenza di una pandemia. Il distanziamento sociale a cui oggi siamo obbligati è legato a doppio filo con la carenza di servizi adeguati nella sanità pubblica e questo dipende in gran parte dai tagli effettuati negli anni scorsi.
Criticare dunque le politiche del governo Monti è naturale per ogni cittadino colpito direttamente o indirettamente dalla pandemia, impoverito dall’austerità, svantaggiato da un peggioramento della qualità della vita. Così come è naturale criticare le ricette economiche che hanno portato a quelle scelte, asservite al capitale e allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura. L’abbattimento di questo sistema di sfruttamento passa anche dalla critica feroce delle teorie economiche che ne reggono l’impalcatura ideologica. Per questo si vuole evitare ogni critica e ogni possibile dibattito su di esse, perché queste politiche sono teorizzate e praticate scientemente per perpetrare lo sfruttamento nel sistema capitalistico e farlo accettare alle masse di lavoratori come se fosse inevitabile.
Monti, che ha inferto senza pietà profondi tagli nel settore della sanità pubblica, prova, con questa sua uscita, a prendere due piccioni con una fava: ammiccando a quella visione della pandemia per cui i morti sono causati dai negazionisti, e non dall’inadeguatezza del sistema sanitario che lui stesso ha contribuito a smontare, prova addirittura a far passare l’idea che la stessa fiducia che oggi dobbiamo riporre negli scienziati – che ci chiedono il sacrificio del distanziamento sociale, del coprifuoco, etc. – dovrebbe essere accordata ai sacerdoti dell’austerità, che ci chiedono il sacrificio della precarietà, della disoccupazione, dei tagli alla spesa sociale. Occorre, invece, ribadire, e con decisione, che i lavoratori non hanno alcuna intenzione di abboccare a questa esca retorica. Con tutte le nostre forze, continueremo a opporci al destino di precarietà e marginalità che non le stelle, né la scienza, hanno approntato per noi, ma che è stato progettato e voluto per accrescere la forza del capitale.
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Si chiama Soberana la via cubana al vaccino anti-Covid
Le immagini dei medici cubani sbarcati nel bergamasco per aiutare i colleghi travolti dal Covid-19 in primavera hanno fatto il giro del mondo. D’altronde i medici cubani sono spesso inviati all’estero per aiutare i paesi alle prese con emergenze sanitarie. È successo con il Brasile, dove hanno garantito assistenza sanitaria nelle aree più povere del paese, e in Africa occidentale all’epoca dell’epidemia di Ebola nel 2014. Alla salute dei paesi più poveri (e anche di quelli ricchi come il nostro) Cuba contribuisce non solo con la cooperazione umanitaria.
Anche dal punto di vista della ricerca e dello sviluppo di farmaci, e in particolar modo dei vaccini, l’industria biotecnologica cubana è spesso all’avanguardia. Così, mentre i vaccini anti-Covid sviluppati da multinazionali come Pfizer, Moderna e AstraZeneca dominano le cronache dei giornali, Cuba ha forse trovato una sua strada autonoma, e più silenziosa, nella lotta alla pandemia. Secondo i dati raccolti da Carl Zimmer, il giornalista del New York Times che segue lo sviluppo dei vaccini in tutto il mondo, i vaccini cubani rappresentano l’8% di tutti i vaccini giunti finora alla sperimentazione clinica. Allo sviluppo dei vaccini cubani collabora anche un ricercatore italiano, il 35enne Fabrizio Chiodo.
Lavora al Cnr di Pozzuoli e alla Vrije University di Amsterdam, ma si reca regolarmente nell’isola per periodi di insegnamento e di ricerca. «Ci sono quattro vaccini nelle varie fasi di sperimentazione a Cuba», racconta Chiodo. «Al Finlay Institute dell’Avana con cui collaboro si studiano due vaccini, battezzati “Soberana 1” e “Soberana 2”. Altri sono in fase di test presso il Centro per l’Ingegneria Genetica e la Biotecnologia di Cuba».
In cosa differiscono dai vaccini sviluppati negli Usa e nel Regno Unito?
I vaccini di Pfizer e Moderna sono basati sull’mRNA, cioè sulla trascrizione del codice genetico da parte delle stesse cellule che così producono la proteina “S” che circonda il coronavirus. In questo modo le cellule imparano a riconoscerla e sviluppano gli anticorpi. L’RNA però è particolarmente instabile e quindi deve essere conservata a bassissime temperature. Il vaccino AstraZeneca invece trasporta il DNA della proteina “S” nelle cellule attraverso un adenovirus, un virus innocuo ma altamente infettivo nei primati. Trattandosi di un virus piuttosto comune, però, il vaccino potrebbe essere neutralizzato dallo stesso sistema immunitario. Sono vaccini dai costi elevati e mai testati sui bambini. I vaccini a cui stiamo lavorando a Cuba, invece, utilizzano approcci completamente diversi. Soberana 1 consiste in una sub-unità della proteina “S” del coronavirus somministrata con una membrana del meningococco che agisce da adiuvante. È una tecnica già usata per il primo vaccino contro il meningococco di tipo B e C e sappiamo già che può essere somministrata già a partire dai 3 mesi di età. Soberana 2 invece presenta la subunità della proteina Spike legata alla proteina tetanotossoide, quella del tetano. È lo stesso approccio adottato per il vaccino contro Haemophilus Influenzae di tipo B, il primo vaccino coniugato sintetico sviluppato a livello commerciale contro un batterio che può causare polmoniti e meningiti. Anche in questo caso, i bambini già vaccinati con questa tecnica sono milioni.
Per ottenere questi risultati, occorre un’industria biotecnologica avanzata.
La creazione del primo laboratorio di ricerca e produzione biotecnologica cubano risale al 1981. Oggi, gli istituti di ricerca e le industrie biotecnologiche cubane sono riunite sotto l’ombrello di BioCubaFarma, una holding con oltre ventimila dipendenti, 60 impianti di produzione e che esporta in 48 paesi. Cuba produce in casa 8 dei 12 vaccini che entrano nel programma nazionale di immunizzazione. L’Unicef fa spesso affidamento su Cuba per la distribuzione dei vaccini nei paesi africani. I ricercatori cubani vanno spesso all’estero per acquisire know-how. Quando si deve passare dalla ricerca accademica alla produzione industriale, i rapporti geopolitici ostacolano le collaborazioni. Però allo sviluppo di alcune piattaforme vaccinali ha collaborato la Cina, e il vaccino contro Haemophilus influenzae di tipo B è stato realizzato insieme a ricercatori canadesi. In ogni caso, al di là della lotta al Covid alle grandi aziende farmaceutiche la ricerca sui vaccini interessa poco, perché altri settori farmaceutici sono più redditizi.
Come ha risposto alla pandemia Cuba?
Le autorità sanitarie inizialmente hanno effettuato tamponi casa per casa, con uno screening a tappeto, riuscendo a contenerla. È stato ridotto l’utilizzo dei mezzi di trasporto, e si è riuscito a tenere aperte le scuole. Certo, il calo del flusso turistico ha rappresentato un colpo tremendo per l’economia cubana. In più, durante l’amministrazione Trump l’embargo è stato irrigidito e questo ha creato problemi nell’approvvigionamento energetico, con un paio di giorni senza corrente elettrica.
Quale lezione potrebbe insegnare all’Italia il sistema sanitario cubano?
Quello che è successo in Lombardia, con una sanità interamente pubblica probabilmente non sarebbe successo. A Cuba è stato certamente applicato un sistema di tracciamento più capillare. Inoltre, a Cuba la popolazione nutre un grande rispetto nei confronti dei medici. Cuba ha il più elevato numero di medici per abitante al mondo, secondo i dati dell’Oms. Ma con il rispetto delle regole e del distanziamento sociale, hanno avuto gli stessi problemi dell’Italia.
Fabrizio Chiodo è Ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Senior Researcher all’Amsterdam Infection and Immunity Institute (AII) e Invited Lecturer all’Università dell’Avana.
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Anche dal punto di vista della ricerca e dello sviluppo di farmaci, e in particolar modo dei vaccini, l’industria biotecnologica cubana è spesso all’avanguardia. Così, mentre i vaccini anti-Covid sviluppati da multinazionali come Pfizer, Moderna e AstraZeneca dominano le cronache dei giornali, Cuba ha forse trovato una sua strada autonoma, e più silenziosa, nella lotta alla pandemia. Secondo i dati raccolti da Carl Zimmer, il giornalista del New York Times che segue lo sviluppo dei vaccini in tutto il mondo, i vaccini cubani rappresentano l’8% di tutti i vaccini giunti finora alla sperimentazione clinica. Allo sviluppo dei vaccini cubani collabora anche un ricercatore italiano, il 35enne Fabrizio Chiodo.
Lavora al Cnr di Pozzuoli e alla Vrije University di Amsterdam, ma si reca regolarmente nell’isola per periodi di insegnamento e di ricerca. «Ci sono quattro vaccini nelle varie fasi di sperimentazione a Cuba», racconta Chiodo. «Al Finlay Institute dell’Avana con cui collaboro si studiano due vaccini, battezzati “Soberana 1” e “Soberana 2”. Altri sono in fase di test presso il Centro per l’Ingegneria Genetica e la Biotecnologia di Cuba».
In cosa differiscono dai vaccini sviluppati negli Usa e nel Regno Unito?
I vaccini di Pfizer e Moderna sono basati sull’mRNA, cioè sulla trascrizione del codice genetico da parte delle stesse cellule che così producono la proteina “S” che circonda il coronavirus. In questo modo le cellule imparano a riconoscerla e sviluppano gli anticorpi. L’RNA però è particolarmente instabile e quindi deve essere conservata a bassissime temperature. Il vaccino AstraZeneca invece trasporta il DNA della proteina “S” nelle cellule attraverso un adenovirus, un virus innocuo ma altamente infettivo nei primati. Trattandosi di un virus piuttosto comune, però, il vaccino potrebbe essere neutralizzato dallo stesso sistema immunitario. Sono vaccini dai costi elevati e mai testati sui bambini. I vaccini a cui stiamo lavorando a Cuba, invece, utilizzano approcci completamente diversi. Soberana 1 consiste in una sub-unità della proteina “S” del coronavirus somministrata con una membrana del meningococco che agisce da adiuvante. È una tecnica già usata per il primo vaccino contro il meningococco di tipo B e C e sappiamo già che può essere somministrata già a partire dai 3 mesi di età. Soberana 2 invece presenta la subunità della proteina Spike legata alla proteina tetanotossoide, quella del tetano. È lo stesso approccio adottato per il vaccino contro Haemophilus Influenzae di tipo B, il primo vaccino coniugato sintetico sviluppato a livello commerciale contro un batterio che può causare polmoniti e meningiti. Anche in questo caso, i bambini già vaccinati con questa tecnica sono milioni.
Per ottenere questi risultati, occorre un’industria biotecnologica avanzata.
La creazione del primo laboratorio di ricerca e produzione biotecnologica cubano risale al 1981. Oggi, gli istituti di ricerca e le industrie biotecnologiche cubane sono riunite sotto l’ombrello di BioCubaFarma, una holding con oltre ventimila dipendenti, 60 impianti di produzione e che esporta in 48 paesi. Cuba produce in casa 8 dei 12 vaccini che entrano nel programma nazionale di immunizzazione. L’Unicef fa spesso affidamento su Cuba per la distribuzione dei vaccini nei paesi africani. I ricercatori cubani vanno spesso all’estero per acquisire know-how. Quando si deve passare dalla ricerca accademica alla produzione industriale, i rapporti geopolitici ostacolano le collaborazioni. Però allo sviluppo di alcune piattaforme vaccinali ha collaborato la Cina, e il vaccino contro Haemophilus influenzae di tipo B è stato realizzato insieme a ricercatori canadesi. In ogni caso, al di là della lotta al Covid alle grandi aziende farmaceutiche la ricerca sui vaccini interessa poco, perché altri settori farmaceutici sono più redditizi.
Come ha risposto alla pandemia Cuba?
Le autorità sanitarie inizialmente hanno effettuato tamponi casa per casa, con uno screening a tappeto, riuscendo a contenerla. È stato ridotto l’utilizzo dei mezzi di trasporto, e si è riuscito a tenere aperte le scuole. Certo, il calo del flusso turistico ha rappresentato un colpo tremendo per l’economia cubana. In più, durante l’amministrazione Trump l’embargo è stato irrigidito e questo ha creato problemi nell’approvvigionamento energetico, con un paio di giorni senza corrente elettrica.
Quale lezione potrebbe insegnare all’Italia il sistema sanitario cubano?
Quello che è successo in Lombardia, con una sanità interamente pubblica probabilmente non sarebbe successo. A Cuba è stato certamente applicato un sistema di tracciamento più capillare. Inoltre, a Cuba la popolazione nutre un grande rispetto nei confronti dei medici. Cuba ha il più elevato numero di medici per abitante al mondo, secondo i dati dell’Oms. Ma con il rispetto delle regole e del distanziamento sociale, hanno avuto gli stessi problemi dell’Italia.
Fabrizio Chiodo è Ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Senior Researcher all’Amsterdam Infection and Immunity Institute (AII) e Invited Lecturer all’Università dell’Avana.
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