Le prossime elezioni politiche in Italia rappresentano per l’Unione europea “il maggiore ostacolo politico sulla strada della coesione e della ripresa economica”, è quanto scriveva ieri il Financial Times.
Per il giornale del big business sono tre gli scenari probabili all’indomani del voto del 4 marzo, un classico “hung parliament (parlamento in bilico per mancanza di maggioranza)”, oppure una grande coalizione, infine un governo populista ma con una maggiore attitudine al confronto con Bruxelles, compreso quello sulla permanenza del paese nell’Eurozona.
Ma, secondo il Financial Times, “nessuno di questi scenari annuncia maggiore stabilità per un paese che, da un punto di vista economico e finanziario, rimane l’anello debole nel blocco dei 28 paesi dell’Unione”, Il Financial Times elenca poi le vulnerabilità dell’Italia: crescita economica sotto la media dell’Eurozona, sistema bancario appesantito dai crediti deteriorati. Infine il fatto che molti italiani non vedono ancora i benefici di una ripresa economica che per ora lascia il tasso di disoccupazione all’11,1% ed i giovani in cerca di lavoro sono il 34,7%.
Ci sono troppi non detti in questa analisi del Financial Times, soprattutto per quanto attiene al parametro della stabilità istituzionale. Qualcuno dovrebbe ricordargli che in Germania si è votato tre mesi fa ed ancora non è stato formato un governo, o che prima ancora Belgio e Spagna sono stati molti mesi senza un esecutivo. Ha funzionato in quel caso il “pilota automatico” ossia il ponte di comando costituito da Bce e dalla Commissione Europea. Uno scenario in cui l’esistenza o meno di governi formalmente insediati o “stabili” è diventato un dettaglio. In secondo luogo, il Financial Times continua ad avere una idea della vulnerabilità delle banche molto ispirato al dogma franco-tedesco. Secondo questa visione le sofferenze bancarie nelle banche italiane sono un problema, il fottìo di prodotti tossici nella pancia delle banche francesi e tedesche (come denunciato ieri dalla Banca d’Italia) invece no. Eppure sul piano della vulnerabilità sono proprio i secondi ad aver fatto esplodere la crisi del 2007.
In realtà quello della crisi della stabilità istituzionale è ormai un serio problema per tutti i governi europei (ed anche degli Stati Uniti), così come la vulnerabilità finanziaria che sobbolle nella pancia di molti istituti bancari sembra essere una ipoteca sul futuro del capitalismo più rimossa che risolta. E’ la “vostra” crisi bellezza!!!
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/12/2017
Potere al Popolo come Momentum di Corbyn: un’equazione da rigettare
Due giorni or sono, a firma di Rosa Gilbert, è uscito, sul britannico The Indipendent, un pezzo in cui si afferma che l’unica sinistra, in Italia, è rappresentata da Potere al Popolo, procedendo poi in un paragone, quello con Momentum di Jeremy Corbyn, non certo lusinghiero per un movimento che voglia fare della lotta radicale, al Capitale e alle sue molteplici e velenose ramificazioni, il perno cardine della sua stessa esistenza politica.
Capisco, allora, che possa far piacere leggere su un Tabloid come The Indipendent – in un articolo che, sicuramente, fa impallidire i nostri media mainstream per obiettività e analisi della situazione sul campo in Italia – di Potere al Popolo, di Je so’ pazzo e dell’ex Opg, dell’Usb e dei centri sociali, e nello specifico di Napoli, quale epicentro da cui nasce quest’innovativa proposta politica; pur tuttavia, non penso ci sia da rallegrarsi se lo stesso The Indipendent propone un’equazione, seppur procedendo per sommi capi, tra Potere al Popolo e Momentum di Corbyn. E tanto meno c’è da gioire se quell’equivalenza pone, come ulteriori termini di paragone, il Podemos spagnolo di Iglesias – la battaglia per l’indipendentismo catalano ne ha evidenziato tutte le fragilità sul piano dell’auspicabile rottura con l’Ue e lo Stato monarchico-franchista castigliano – o Insoumise di Melenchon, in Francia.
Non va dimenticato, infatti, che, se tanto il movimento spagnolo quanto quello francese risultano compatibilisti rispetto alla cultura produttiva e borsistico-mercantile del capitalismo dominante, anche Momentum e la cosiddetta Corbynomics non sono da meno. Accusata, in Inghilterra, di proporre ricette di estrema sinistra e di stampo marxiano, l’economia corbiniana è, invece, nulla di più di un pacchetto di proposte “riformiste” – come sostenuto dallo stesso Corbyn – seppur orientate nel senso di quella socialdemocrazia, conciliatrice degli opposti interessi di classe, che, oramai, è essa stessa divenuta un miraggio nel panorama oscurato dalla dittatura del pensiero neoliberista. Un riformismo di matrice socialdemocratica, dunque, il cui perno è una sorta di quantitative easing – sul modello adottato dalla Bce di Mario Draghi – ma a vantaggio del popolo. Un programma economico rivolto sia a finanziare investimenti in infrastrutture pubbliche sia a cittadini e lavoratori e sostenuto da economisti di sinistra della scuola keynesiana – e qui ravviserei l’intoppo per una forza che si dichiara comunista e radicale – tra cui Steve Keen e David Blanchflower, i quali hanno fatto pubblicare sul Guardian un appello nel quale si afferma che l’«accusa, ampiamente diffusa nei confronti di Jeremy Corbyn e dei suoi simpatizzanti, consiste nell’essersi fatti promotori di una politica economica di estrema sinistra. Ciò non trova però fondamento nelle dichiarazioni e nelle politiche sostenute dal candidato. La sua opposizione rispetto alle politiche di austerità è coerente con quanto il pensiero economico prevalente afferma, e lo è persino con quanto sostenuto dal Fondo Monetario Internazionale». Quello stesso Fondo Monetario Internazionale insomma, che, insieme alla Bce, all’Ue e alla Banca Mondiale compone quella Troika alla quale si devono le misure di austerità che hanno prodotto e stanno producendo la macelleria sociale e il progressivo impoverimento dei paesi europei – ma anche altrove la situazione è la medesima – speculando, con le banche d’affari e le Multinazionali, su quel debito pubblico divenuto ormai un capestro cui impiccare i popoli di mezzo pianeta. Stiamo parlando, in sostanza, di quella cosiddetta “economia del debito” contro cui si ergeva, pagando con la morte il suo dissenso, Thomas Sankarà, allora presidente del Burkina Faso. Troika ed economia del debito – Fiscal Compact in testa – che dovrebbero essere i principali obiettivi strategici contro cui scagliarsi da parte di forze anticapitaliste, e contro cui, difatti, i principali ispiratori di Potere al Popolo si sono scagliati da tempo.
Ma alle parole di sfida dovranno, come sempre, seguire i fatti. Altrimenti, si rischia di fare la fine di Tsipras e Syriza in Grecia: proclami altisonanti, e poi testa china di fronte al ricatto dei comitati d’affare europei e dei creditori mondiali
In quest’ottica, quindi, mi pare evidente che parallelismi come quelli proposti dall’Indipendent debbano essere rifiutati categoricamente. Marcare la differenza sul versante delle lotte – se si preferisce, più teoricamente, sul versante della Lotta di Classe – dovrebbe essere prioritario, se si vuole scongiurare il rischio, non proprio trascurabile, che la percezione nei blocchi sociali di riferimento si riduca ad una semplice alleanza a scopi elettoralistici, imbevuta di astrazioni concettuali e parole vacue, simboliche e fortemente evocatrici, ma prive di corrispondenze nella realtà.
E proprio questi sono i dubbi – oltre alla precedente esperienza del Brancaccio – che mi assalgono sin dalla creazione di Potere al Popolo e che mi hanno portato alla decisione di non sostenere attivamente la lista, pur guardandola con favore e percependola come un embrione promettente di una politica in discontinuità rispetto alle fallimentari esperienze del passato. Un embrione che, voglio sinceramente augurarmelo, nel corso del suo processo evolutivo – al di là delle elezioni, che continuo da decenni a considerare, oramai, una roulette truccata, i cui croupier sono, inequivocabilmente, servi dei poteri finanziari – possa spazzare definitivamente le esperienze legate tanto al consociativismo di un centro sinistra lontano milioni di anni luce dalla realtà del paese, quanto alle derive autoreferenziali della sedicente sinistra radicale, incapace, da tempo, di cogliere la tragedia sociale che va consumandosi sulla pelle di coloro che dovrebbero rappresentare, pur nella loro composita conformazione, la classe ed il blocco sociale di riferimento. Un embrione che sia vieppiù capace di tracciare una linea di demarcazione tra fittizi organismi verticistici, costruiti in laboratorio e a freddo, utili esclusivamente al riciclaggio di una classe dirigente prona agli interessi della finanza globale e smaniosa di accumulare una pur minima quantità di potere e denaro per sé stessa, e possibili, speriamo concrete, realizzazioni di forze sul campo, capaci di rompere, finalmente senza alcun compromesso, con quella che si configura, oramai da tempo, come la Dittatura Mondiale Neoliberista. Una versione, insomma, riveduta e corretta in senso peggiorativo, dello Stato Imperialista delle Multinazionali. La priorità rimane infatti, almeno per il sottoscritto, il No all’Unione Europea, il No all’Euro, il No alla Nato. E soprattutto, il No gridato al pagamento del Debito. Senza questa determinazione e questi No, che comportano, mi rendo conto, non pochi rischi in termini di un possibile ed eventuale spargimento di sangue – è bene chiarirlo subito, senza ipocrisie e senza nascondersi la crudele verità, adoperando come paravento la Democrazia e il Pacifismo – non si uscirà mai dalla condanna a morte emessa, nei confronti dei ceti più deboli, delle periferie del mondo e dei popoli del sud, da quelle élite finanziarie che hanno a cuore solo i loro interessi e la cui sentenza viene eseguita, giorno dopo giorno, lentamente ma inesorabilmente, da boia in giacca e cravatta, seduti nei consigli di amministrazione o su poltrone presidenziali o su parlamentari scranni da deputato. Il sangue scorre lo stesso, dilazionato e per procura. E malgrado elezioni libere e democratiche.
Al di là di questi conclusivi accenti pessimistici, faccio però, comunque, i miei migliori auguri a tutte le compagne e i compagni che stanno donando forza, energie, nervi alla lista Potete al Popolo. Sperando di essere smentito con i fatti e non solo con le parole.
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Capisco, allora, che possa far piacere leggere su un Tabloid come The Indipendent – in un articolo che, sicuramente, fa impallidire i nostri media mainstream per obiettività e analisi della situazione sul campo in Italia – di Potere al Popolo, di Je so’ pazzo e dell’ex Opg, dell’Usb e dei centri sociali, e nello specifico di Napoli, quale epicentro da cui nasce quest’innovativa proposta politica; pur tuttavia, non penso ci sia da rallegrarsi se lo stesso The Indipendent propone un’equazione, seppur procedendo per sommi capi, tra Potere al Popolo e Momentum di Corbyn. E tanto meno c’è da gioire se quell’equivalenza pone, come ulteriori termini di paragone, il Podemos spagnolo di Iglesias – la battaglia per l’indipendentismo catalano ne ha evidenziato tutte le fragilità sul piano dell’auspicabile rottura con l’Ue e lo Stato monarchico-franchista castigliano – o Insoumise di Melenchon, in Francia.
Non va dimenticato, infatti, che, se tanto il movimento spagnolo quanto quello francese risultano compatibilisti rispetto alla cultura produttiva e borsistico-mercantile del capitalismo dominante, anche Momentum e la cosiddetta Corbynomics non sono da meno. Accusata, in Inghilterra, di proporre ricette di estrema sinistra e di stampo marxiano, l’economia corbiniana è, invece, nulla di più di un pacchetto di proposte “riformiste” – come sostenuto dallo stesso Corbyn – seppur orientate nel senso di quella socialdemocrazia, conciliatrice degli opposti interessi di classe, che, oramai, è essa stessa divenuta un miraggio nel panorama oscurato dalla dittatura del pensiero neoliberista. Un riformismo di matrice socialdemocratica, dunque, il cui perno è una sorta di quantitative easing – sul modello adottato dalla Bce di Mario Draghi – ma a vantaggio del popolo. Un programma economico rivolto sia a finanziare investimenti in infrastrutture pubbliche sia a cittadini e lavoratori e sostenuto da economisti di sinistra della scuola keynesiana – e qui ravviserei l’intoppo per una forza che si dichiara comunista e radicale – tra cui Steve Keen e David Blanchflower, i quali hanno fatto pubblicare sul Guardian un appello nel quale si afferma che l’«accusa, ampiamente diffusa nei confronti di Jeremy Corbyn e dei suoi simpatizzanti, consiste nell’essersi fatti promotori di una politica economica di estrema sinistra. Ciò non trova però fondamento nelle dichiarazioni e nelle politiche sostenute dal candidato. La sua opposizione rispetto alle politiche di austerità è coerente con quanto il pensiero economico prevalente afferma, e lo è persino con quanto sostenuto dal Fondo Monetario Internazionale». Quello stesso Fondo Monetario Internazionale insomma, che, insieme alla Bce, all’Ue e alla Banca Mondiale compone quella Troika alla quale si devono le misure di austerità che hanno prodotto e stanno producendo la macelleria sociale e il progressivo impoverimento dei paesi europei – ma anche altrove la situazione è la medesima – speculando, con le banche d’affari e le Multinazionali, su quel debito pubblico divenuto ormai un capestro cui impiccare i popoli di mezzo pianeta. Stiamo parlando, in sostanza, di quella cosiddetta “economia del debito” contro cui si ergeva, pagando con la morte il suo dissenso, Thomas Sankarà, allora presidente del Burkina Faso. Troika ed economia del debito – Fiscal Compact in testa – che dovrebbero essere i principali obiettivi strategici contro cui scagliarsi da parte di forze anticapitaliste, e contro cui, difatti, i principali ispiratori di Potere al Popolo si sono scagliati da tempo.
Ma alle parole di sfida dovranno, come sempre, seguire i fatti. Altrimenti, si rischia di fare la fine di Tsipras e Syriza in Grecia: proclami altisonanti, e poi testa china di fronte al ricatto dei comitati d’affare europei e dei creditori mondiali
In quest’ottica, quindi, mi pare evidente che parallelismi come quelli proposti dall’Indipendent debbano essere rifiutati categoricamente. Marcare la differenza sul versante delle lotte – se si preferisce, più teoricamente, sul versante della Lotta di Classe – dovrebbe essere prioritario, se si vuole scongiurare il rischio, non proprio trascurabile, che la percezione nei blocchi sociali di riferimento si riduca ad una semplice alleanza a scopi elettoralistici, imbevuta di astrazioni concettuali e parole vacue, simboliche e fortemente evocatrici, ma prive di corrispondenze nella realtà.
E proprio questi sono i dubbi – oltre alla precedente esperienza del Brancaccio – che mi assalgono sin dalla creazione di Potere al Popolo e che mi hanno portato alla decisione di non sostenere attivamente la lista, pur guardandola con favore e percependola come un embrione promettente di una politica in discontinuità rispetto alle fallimentari esperienze del passato. Un embrione che, voglio sinceramente augurarmelo, nel corso del suo processo evolutivo – al di là delle elezioni, che continuo da decenni a considerare, oramai, una roulette truccata, i cui croupier sono, inequivocabilmente, servi dei poteri finanziari – possa spazzare definitivamente le esperienze legate tanto al consociativismo di un centro sinistra lontano milioni di anni luce dalla realtà del paese, quanto alle derive autoreferenziali della sedicente sinistra radicale, incapace, da tempo, di cogliere la tragedia sociale che va consumandosi sulla pelle di coloro che dovrebbero rappresentare, pur nella loro composita conformazione, la classe ed il blocco sociale di riferimento. Un embrione che sia vieppiù capace di tracciare una linea di demarcazione tra fittizi organismi verticistici, costruiti in laboratorio e a freddo, utili esclusivamente al riciclaggio di una classe dirigente prona agli interessi della finanza globale e smaniosa di accumulare una pur minima quantità di potere e denaro per sé stessa, e possibili, speriamo concrete, realizzazioni di forze sul campo, capaci di rompere, finalmente senza alcun compromesso, con quella che si configura, oramai da tempo, come la Dittatura Mondiale Neoliberista. Una versione, insomma, riveduta e corretta in senso peggiorativo, dello Stato Imperialista delle Multinazionali. La priorità rimane infatti, almeno per il sottoscritto, il No all’Unione Europea, il No all’Euro, il No alla Nato. E soprattutto, il No gridato al pagamento del Debito. Senza questa determinazione e questi No, che comportano, mi rendo conto, non pochi rischi in termini di un possibile ed eventuale spargimento di sangue – è bene chiarirlo subito, senza ipocrisie e senza nascondersi la crudele verità, adoperando come paravento la Democrazia e il Pacifismo – non si uscirà mai dalla condanna a morte emessa, nei confronti dei ceti più deboli, delle periferie del mondo e dei popoli del sud, da quelle élite finanziarie che hanno a cuore solo i loro interessi e la cui sentenza viene eseguita, giorno dopo giorno, lentamente ma inesorabilmente, da boia in giacca e cravatta, seduti nei consigli di amministrazione o su poltrone presidenziali o su parlamentari scranni da deputato. Il sangue scorre lo stesso, dilazionato e per procura. E malgrado elezioni libere e democratiche.
Al di là di questi conclusivi accenti pessimistici, faccio però, comunque, i miei migliori auguri a tutte le compagne e i compagni che stanno donando forza, energie, nervi alla lista Potete al Popolo. Sperando di essere smentito con i fatti e non solo con le parole.
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Mattarella scioglie e Camere. SI vota il 4 marzo
Nessuna sorpresa, nessun ripensamento. Non è da Sergio Mattarella che ci si può attendere una mossa del cavallo...
E dunque oggi tutto è andato come i giornali, noiosamente, ripetevano da giorni riportando “indiscrezioni” talmente ordinate che mancava loro soltanto la firma e il sigillo di Stato. Camere sciolte subito, insomma, giorno del voto fissato al 4 marzo (una delle due uniche date in cui era possibile l’accoppiamento con le regionali di Lazio e Lombardia) e prima riunione del nuovo Parlamento il 23 dello stesso mese.
Con una prassi mai vista prima in Italia, intanto Gentiloni continuerà a governare. E non solo per l’”ordinaria amministrazione”, visto che ha appena inviato truppe in Niger aprendo un altro fronte di impegno militare per un paese che fatica a nutrire dignitosamente i propri cittadini, che latita su molti degli aspetti decisivi dell’accoglienza ai rifugiati e migranti (casa, lavoro, cittadinanza, diritti), che taglia la spesa sanitaria ogni anno un po’ di più. Eccetera.
Il Presidente della Repubblica, ha come da prassi sentito i Presidenti dei due rami del Parlamento, ai sensi dell’articolo 88 della Costituzione, dopo di che ha firmato il decreto di scioglimento del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, che è stato controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri.
Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto di indizione della data delle elezioni il 4 marzo, a seguito dello scioglimento delle Camere. Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni salirà di nuovo al Quirinale con il decreto per la controfirma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
L’orgia di dichiarazioni rilasciate in questa giornata è quasi imbarazzante per l’evidente tasso di ipocrisia o aperta menzogna. Tipo: “La verità è che l’Italia si è rimessa in moto dopo la più grave crisi del dopoguerra”. Una boutade indispensabile per assicurare che “Il governo non tira remi in barca, governerà”. “Naturalmente – ha ancora spiegato – oltre a svolgere il mio ruolo fondamentale di presidente del Consiglio sia pure in un contesto di campagna elettorale e di camere sciolte, darò il mio contributo alla campagna elettorale del Pd”.
Un conflitto di interessi politici del tutto palese (molte delle decisioni che il suo, governo prenderà nelle prossime settimane sarà dunque sospettabile di “tirare la volata” al partito di Renzi.
Ormai sono molti i paesi dell’Unione Europea dove la tornata elettorale non ha ancora partorito un governo (la Spagna di Rajoy e addirittura la Germania di Angela Merkel, da tre mesi alle prese con un puzzle incomponibile senza frantumare qualche partito). E il pensiero va al Belgio, capace di stare per due anni e mezzo senza un governo politicamente solido, ma comunque amministrato grazie al “pilota automatico” disegnato dai trattati europei.
E suonano addirittura come un insulto all’intelligenza dei cittadini le considerazione esposte successivamente da Gentiloni: “Dovevamo evitare interruzioni brusche e traumatiche in un momento molto delicato per l’economia italiana e per la nostra società che stava leccandosi le ferite, stava riprendendo fiato ed in alcune regioni stava rimettendosi a correre. Sarebbe stato grave, devastante arrivare a interruzioni traumatiche ed esercizi provvisori. Non dilapidare gli sforzi fatti fino ad ora deve essere il primo impegno della prossima legislatura, sarebbe da irresponsabili non impegnarsi. Siamo all’inizio di questo percorso. C’è molta strada da fare. Guai a immaginare un futuro di piccolo cabotaggio. Il mio governo era nato un anno fa dopo la sconfitta del referendum, le dimissioni di Renzi e con le difficoltà del Pd, ma non abbiamo tirato a campare”.
In pratica un preannuncio di super-inciucio dopo le elezioni, con un “governo del presidente” formato per mettere insieme tutte le forze “normali”, in modo da affrontare la reprimenda europea già in calendario per maggio: una robustissima “manovra correttiva” che svuoterà di senso la “legge di stabilità” appena approvata, oltre alle tasche dei cittadini meno abbienti.
Ma ci sarà tempo per scombinare almeno alcuni di queste previsioni. Con il conflitto sociale, in primo luogo, ma anche con la battaglia elettorale che sta per affrontare PotereAlPopolo.
Fonte
E dunque oggi tutto è andato come i giornali, noiosamente, ripetevano da giorni riportando “indiscrezioni” talmente ordinate che mancava loro soltanto la firma e il sigillo di Stato. Camere sciolte subito, insomma, giorno del voto fissato al 4 marzo (una delle due uniche date in cui era possibile l’accoppiamento con le regionali di Lazio e Lombardia) e prima riunione del nuovo Parlamento il 23 dello stesso mese.
Con una prassi mai vista prima in Italia, intanto Gentiloni continuerà a governare. E non solo per l’”ordinaria amministrazione”, visto che ha appena inviato truppe in Niger aprendo un altro fronte di impegno militare per un paese che fatica a nutrire dignitosamente i propri cittadini, che latita su molti degli aspetti decisivi dell’accoglienza ai rifugiati e migranti (casa, lavoro, cittadinanza, diritti), che taglia la spesa sanitaria ogni anno un po’ di più. Eccetera.
Il Presidente della Repubblica, ha come da prassi sentito i Presidenti dei due rami del Parlamento, ai sensi dell’articolo 88 della Costituzione, dopo di che ha firmato il decreto di scioglimento del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, che è stato controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri.
Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto di indizione della data delle elezioni il 4 marzo, a seguito dello scioglimento delle Camere. Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni salirà di nuovo al Quirinale con il decreto per la controfirma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
L’orgia di dichiarazioni rilasciate in questa giornata è quasi imbarazzante per l’evidente tasso di ipocrisia o aperta menzogna. Tipo: “La verità è che l’Italia si è rimessa in moto dopo la più grave crisi del dopoguerra”. Una boutade indispensabile per assicurare che “Il governo non tira remi in barca, governerà”. “Naturalmente – ha ancora spiegato – oltre a svolgere il mio ruolo fondamentale di presidente del Consiglio sia pure in un contesto di campagna elettorale e di camere sciolte, darò il mio contributo alla campagna elettorale del Pd”.
Un conflitto di interessi politici del tutto palese (molte delle decisioni che il suo, governo prenderà nelle prossime settimane sarà dunque sospettabile di “tirare la volata” al partito di Renzi.
Ormai sono molti i paesi dell’Unione Europea dove la tornata elettorale non ha ancora partorito un governo (la Spagna di Rajoy e addirittura la Germania di Angela Merkel, da tre mesi alle prese con un puzzle incomponibile senza frantumare qualche partito). E il pensiero va al Belgio, capace di stare per due anni e mezzo senza un governo politicamente solido, ma comunque amministrato grazie al “pilota automatico” disegnato dai trattati europei.
E suonano addirittura come un insulto all’intelligenza dei cittadini le considerazione esposte successivamente da Gentiloni: “Dovevamo evitare interruzioni brusche e traumatiche in un momento molto delicato per l’economia italiana e per la nostra società che stava leccandosi le ferite, stava riprendendo fiato ed in alcune regioni stava rimettendosi a correre. Sarebbe stato grave, devastante arrivare a interruzioni traumatiche ed esercizi provvisori. Non dilapidare gli sforzi fatti fino ad ora deve essere il primo impegno della prossima legislatura, sarebbe da irresponsabili non impegnarsi. Siamo all’inizio di questo percorso. C’è molta strada da fare. Guai a immaginare un futuro di piccolo cabotaggio. Il mio governo era nato un anno fa dopo la sconfitta del referendum, le dimissioni di Renzi e con le difficoltà del Pd, ma non abbiamo tirato a campare”.
In pratica un preannuncio di super-inciucio dopo le elezioni, con un “governo del presidente” formato per mettere insieme tutte le forze “normali”, in modo da affrontare la reprimenda europea già in calendario per maggio: una robustissima “manovra correttiva” che svuoterà di senso la “legge di stabilità” appena approvata, oltre alle tasche dei cittadini meno abbienti.
Ma ci sarà tempo per scombinare almeno alcuni di queste previsioni. Con il conflitto sociale, in primo luogo, ma anche con la battaglia elettorale che sta per affrontare PotereAlPopolo.
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28/12/2017
70 anni fa nasceva la Costituzione, inapplicata, stravolta e violata, oggi più che mai
Il 27 dicembre 1947 De Nicola, De Gasperi e Terracini, ponevano la firma al testo definitivo della Costituzione Repubblicana.
In settant’anni i principi di giustizia sociale, di eguaglianza e di pace della nostra Carta sono stati applicati nelle scelte politiche ed economiche solo per poco più di un decennio, dalla fine degli anni ‘ 60 all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso. Prima i governi democristiani avevano negato, persino denunciandoli come fece Scelba, quei principi. Era la sinistra comunista e socialista che rivendicava contro quei governi l’applicazione della Costituzione. Poi il grande movimento di lotta sociale, civile e politico con al centro le lotte operaie aveva cambiato le cose, conquistando quello stato sociale e quei diritti del lavoro fino ad allora solo proclamati.
A partire dalla svolta liberista degli anni ’80, tutte le conquiste sociali e civili sancite dalla Costituzione sono state rimesse in discussione e via via cancellate.
Nel nome del mercato e della competitività l’articolo 3 della nostra Carta, che impone alla Repubblica di “rimuovere” le ingiustizie sociali, è stato stravolto nel suo esatto opposto. I governi e le istituzioni non sono più intervenuti per affermare i diritti delle persone contro il potere economico, ma al contrario per rimuovere tutte le tutele che erano state duramente conquistate e per permettere al potere di agire indisturbato.
I trattati europei, a partire da quello di Maastricht, hanno imposto quei vincoli liberisti che sono l’esatto opposto dei principi sociali della Costituzione, fino a stravolgere il suo stesso testo con la modifica dell’articolo 81. Il pareggio di bilancio e i patti di stabilità per gli enti locali, imposti dal Fiscal Compact e costituzionalizzati dal parlamento con un voto quasi unanime, da Monti a Berlusconi a Gentiloni a Bersani, hanno fatto carta straccia dei diritti della prima parte della nostra Carta. Essi rimangono validi fino a che non costino troppo.
Le leggi a favore della precarietà, dal Pacchetto Treu al Jobsact, hanno legalizzato rapporti di lavoro sempre più vicini alla schiavitù. Oggi la realtà dell’articolo 1 è che la Repubblica è fondata sullo sfruttamento del lavoro.
Negli anni ’60 si rivendicava che la Costituzione dovesse entrare nei luoghi di lavoro e per un periodo effettivamente le persone divennero cittadini anche quando lavoravano. Oggi non solo le lavoratrici ed i lavoratori sono ridiventati sudditi sottoposti alle più brutali angherie, ma la distruzione dei diritti del cittadino è dilagata dai luoghi di lavoro a tutta la società. Una forma di fascismo aziendalistico e di mercato governa sempre di più ogni aspetto della nostra vita.
La disoccupazione di massa è la più palese violazione dei principi costituzionali. Oggi essa è diventata parte strutturale del sistema, che ne ha bisogno per imporre a chi lavora di mangiare la minestra o saltare dalla finestra.
E che dire dei 18 milioni di poveri o quasi tali, che danno al nostro paese il record d’Europa? Ognuna e ognuno di loro potrebbero tranquillamente dire: per me la Costituzione non esiste. Così come essa non esiste con una distribuzione della ricchezza che è tornata ai livelli del 1880, con poche grandi famiglie sempre più sfacciatamente proprietarie di tutto.
L’articolo 11 della Costituzione non è esistito per tutti i governi e per tutti i presidenti della Repubblica che si sono succeduti dal 1991 ad oggi. Tutti loro hanno tradito il ripudio della guerra, impegnando l’Italia in tutti gli sporchi interventi militari occidentali che si sono succeduti in questi decenni. Ora si prepara un’azione coloniale in Niger agli ordini di Macron, mentre ubbidendo alla Nato e a Trump si installano in Italia nuove micidiali bombe atomiche.
Le spese militari sono le uniche a non essere sottoposte ai vincoli dell’austerità europea, le sole spese pubbliche che aumentano davvero.
Quale che sia l’articolo della prima parte della Costituzione che venga preso in considerazione, ciò che oggi risalta è la sua sfacciata inapplicazione o esplicita violazione. Aveva ragione Calamandrei quando disse che senza l’azione del popolo tutti quei bei principi sono carta straccia. Un anno fa il popolo ha votato in massa per difendere quei principi, contro Renzi, le banche e la Confindustria, i poteri europei. Ma poi tutto si e fermato lì, la devastazione della Costituzione è continuata. E senza la rottura dei trattati e dei vincoli della UE e della NATO continuerà.
Sentiremo oggi ipocrite commemorazioni dei settant’anni della Costituzione da parte di chi si è abituato e ci ha abituato a non rispettarla. Ricordiamoci invece che, per applicare davvero i principi della nostra Carta, bisogna rovesciare il tavolo dove da più di trent’anni si amministra la politica italiana. Questo per me oggi vuol dire #PoterealPopolo.
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In settant’anni i principi di giustizia sociale, di eguaglianza e di pace della nostra Carta sono stati applicati nelle scelte politiche ed economiche solo per poco più di un decennio, dalla fine degli anni ‘ 60 all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso. Prima i governi democristiani avevano negato, persino denunciandoli come fece Scelba, quei principi. Era la sinistra comunista e socialista che rivendicava contro quei governi l’applicazione della Costituzione. Poi il grande movimento di lotta sociale, civile e politico con al centro le lotte operaie aveva cambiato le cose, conquistando quello stato sociale e quei diritti del lavoro fino ad allora solo proclamati.
A partire dalla svolta liberista degli anni ’80, tutte le conquiste sociali e civili sancite dalla Costituzione sono state rimesse in discussione e via via cancellate.
Nel nome del mercato e della competitività l’articolo 3 della nostra Carta, che impone alla Repubblica di “rimuovere” le ingiustizie sociali, è stato stravolto nel suo esatto opposto. I governi e le istituzioni non sono più intervenuti per affermare i diritti delle persone contro il potere economico, ma al contrario per rimuovere tutte le tutele che erano state duramente conquistate e per permettere al potere di agire indisturbato.
I trattati europei, a partire da quello di Maastricht, hanno imposto quei vincoli liberisti che sono l’esatto opposto dei principi sociali della Costituzione, fino a stravolgere il suo stesso testo con la modifica dell’articolo 81. Il pareggio di bilancio e i patti di stabilità per gli enti locali, imposti dal Fiscal Compact e costituzionalizzati dal parlamento con un voto quasi unanime, da Monti a Berlusconi a Gentiloni a Bersani, hanno fatto carta straccia dei diritti della prima parte della nostra Carta. Essi rimangono validi fino a che non costino troppo.
Le leggi a favore della precarietà, dal Pacchetto Treu al Jobsact, hanno legalizzato rapporti di lavoro sempre più vicini alla schiavitù. Oggi la realtà dell’articolo 1 è che la Repubblica è fondata sullo sfruttamento del lavoro.
Negli anni ’60 si rivendicava che la Costituzione dovesse entrare nei luoghi di lavoro e per un periodo effettivamente le persone divennero cittadini anche quando lavoravano. Oggi non solo le lavoratrici ed i lavoratori sono ridiventati sudditi sottoposti alle più brutali angherie, ma la distruzione dei diritti del cittadino è dilagata dai luoghi di lavoro a tutta la società. Una forma di fascismo aziendalistico e di mercato governa sempre di più ogni aspetto della nostra vita.
La disoccupazione di massa è la più palese violazione dei principi costituzionali. Oggi essa è diventata parte strutturale del sistema, che ne ha bisogno per imporre a chi lavora di mangiare la minestra o saltare dalla finestra.
E che dire dei 18 milioni di poveri o quasi tali, che danno al nostro paese il record d’Europa? Ognuna e ognuno di loro potrebbero tranquillamente dire: per me la Costituzione non esiste. Così come essa non esiste con una distribuzione della ricchezza che è tornata ai livelli del 1880, con poche grandi famiglie sempre più sfacciatamente proprietarie di tutto.
L’articolo 11 della Costituzione non è esistito per tutti i governi e per tutti i presidenti della Repubblica che si sono succeduti dal 1991 ad oggi. Tutti loro hanno tradito il ripudio della guerra, impegnando l’Italia in tutti gli sporchi interventi militari occidentali che si sono succeduti in questi decenni. Ora si prepara un’azione coloniale in Niger agli ordini di Macron, mentre ubbidendo alla Nato e a Trump si installano in Italia nuove micidiali bombe atomiche.
Le spese militari sono le uniche a non essere sottoposte ai vincoli dell’austerità europea, le sole spese pubbliche che aumentano davvero.
Quale che sia l’articolo della prima parte della Costituzione che venga preso in considerazione, ciò che oggi risalta è la sua sfacciata inapplicazione o esplicita violazione. Aveva ragione Calamandrei quando disse che senza l’azione del popolo tutti quei bei principi sono carta straccia. Un anno fa il popolo ha votato in massa per difendere quei principi, contro Renzi, le banche e la Confindustria, i poteri europei. Ma poi tutto si e fermato lì, la devastazione della Costituzione è continuata. E senza la rottura dei trattati e dei vincoli della UE e della NATO continuerà.
Sentiremo oggi ipocrite commemorazioni dei settant’anni della Costituzione da parte di chi si è abituato e ci ha abituato a non rispettarla. Ricordiamoci invece che, per applicare davvero i principi della nostra Carta, bisogna rovesciare il tavolo dove da più di trent’anni si amministra la politica italiana. Questo per me oggi vuol dire #PoterealPopolo.
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Libia. Comincia la guerra sugli oleodotti
Un oleodotto che collega i campi petroliferi della compagnia al-Waha al terminal di El Sider è stato colpito da un’esplosione nel tratto a circa 30 chilometri della città libica di Maradah. L’oleodotto appartiene alla compagnia Waha, una sussidiaria della compagnia nazionale petrolifera (Noc) che dichiara di produrre 260.000 barili al giorno. Dopo l’esplosione è stato immediatamente interrotto il pompaggio dal terminale.
Il terminale di Al Sider (o Es Sider o Sidra), in Cirenaica, si trova a est in una zona sotto il controllo politico-militare del generale Khalifa Haftar (l’uomo forte del governo di Tobruk), in esso converge anche un altro terminale strategico, quello di Ras Lanuf (tra Sirte e Ujala). Insieme rappresentano i principali terminali del greggio libico.
L’oleodotto è controllato dalla Waha Oil e con l’esplosione la produzione è crollata a 60.000-70.000 barile al giorno dai 260.000 delle produzione regolare. Waha è una joint venture fra la libica National Oil Corp, Hess, Marathon Oil e ConocoPhillips.
Il prezzo del petrolio a New York si è immediatamente rialzato a 59,34 dollari, con le quotazioni salite dell’1,49%. Fonti dell’Esercito Nazionale Libico hanno accreditato l’attentato all’oleodotto a milizie dell’Isis attive in Libia
Esattamente un anno fa, era stata accolta con enfasi la riapertura dell’oleodotto di al Rayayina, che collega i giacimenti di El Feel (Elephant) e Al Sharara, nel profondo sud-ovest della Libia, con il terminal costiero di al Zawiya. La riattivazione della condotta – chiusa dal novembre del 2014 – avrebbe dovuto consentire una ripresa della produzione di 270 mila barili di petrolio al giorno nei tre mesi successivi, circa la metà della produzione giornaliera di 600 mila barili, un livello lontano dagli 1,6-1,8 milioni di barili dell’era Gheddafi. Potenzialmente l’oleodotto potrebbe trasportare l’equivalente di 400-450 mila barili al giorno.
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Lavoro festivo o morte. Il caso di una commessa Eurospin
Il lavoro festivo è economicamente inutile (i consumi non sono affatto aumentati da quando Mario Monti lo impose come “normalità”), ma serve soprattutto a stabilire un rapporto di potere sui dipendenti. Un dispositivo dispotico contro cui #poterealpopolo si è mobilitato il 26 dicembre, dando seguito a una delle campagne condotte da anni dall’Usb.
La riprova arriva da una notizia di cronaca che ha trovato spazio anche sui media mainstream forse grazie al luogo in cui è avvenuta: Susa, la valle della resistenza No Tav.
L’episodio è semplice nella sua brutalità. Una commessa della catena Eurospin non ha accettato di lavorare il prossimo 31 dicembre. L’azienda, per “punizione”, l’ha trasferita per una settimana in una filiale a 100 km di distanza.
La donna, una madre di famiglia con due figli, è una delle poche fortunate ad essere stata assunta, anni fa, con un normale contratto a tempo indeterminato, su cui è scritto a chiare lettere che ha diritto al riposo nei giorni festivi. Il lavoro festivo, eventualmente, è possibile per scelta volontaria. Nessuno può insomma obbligarla.
Eurospin – che come tutte le catene della grande distribuzione si affida a campagne pubblicitarie molto patinate e gradevoli, dense di “attenzione per il cliente” e prezzi bassi – evidentemente ritiene un “orpello del passato” quel diritto scritto in un contratto. Non potendo licenziarla, ha reagito con un trasferimento punitivo.
“L’ispettore ha detto che c’era improvvisamente bisogno di un altro lavoratore a Cuorgnè (98 km da Susa, ndr). E’ strano che fra tutti abbiano scelto proprio me, così all’improvviso, dopo che ho rifiutato di lavorare di domenica. Ho subito risposto che non avrei accettato un simile provvedimento. Mi hanno anche mandato la comunicazione scritta. Gli orari che dovevo svolgere erano strani, ad esempio sarei dovuta andare dalle 16,30 alle 20,30, così da tornare a casa più tardi ancora”.
Il buon vecchio contratto, per fortuna, vieta anche questo tipo di trasferimenti temporanei a grande distanza, ma è palese che l’azienda è entrata ormai in un trip repressivo che difficilmente si arresta davanti ai limiti contrattuali.
Non è neppure la prima volta che la lavoratrice viene “punita” con un trasferimento temporaneo. Era già successo per aver rifiutato di frequentare un “corso di aggiornamento” in altra sede; ma in quel caso era stata spedita ad Orbassano, pochi km da casa, e dunque aveva obbedito.
La commessa ha provato a limitare i danni presentandosi comunque sul suo normale posto di lavoro, a Susa, nel giorno in cui era stata “comandata” a Cuorgnè. E “il superiore” l’affronta subito per ordinarle di andare dove le è stato imposto.
Il resto è cronaca da guerra ai poveri. La commessa si sente male per lo stress (capisce benissimo che sta rischiando il licenziamento, e non se lo può permettere visto che il marito ha perso il lavoro), i clienti assistono perplessi e solidali, viene ricoverata e i medici riscontrano il forte “stato d’ansia”.
Nei giorni successivi ha ripreso a lavorare nel solito posto. Ma è chiaro a tutti che qualcos’altro accadrà.
Voi penserete: beh, è della Val Susa, sarà una “antagonista” barricadiera... Non sembra. Il sindacato cui si è affidata, in fondo, è la malleabilissima Cisl.
Il problema vero è che alle aziende non basta mai. Ti devono spremere fino all’ultima goccia. Poi ti buttano via...
Fonte
La riprova arriva da una notizia di cronaca che ha trovato spazio anche sui media mainstream forse grazie al luogo in cui è avvenuta: Susa, la valle della resistenza No Tav.
L’episodio è semplice nella sua brutalità. Una commessa della catena Eurospin non ha accettato di lavorare il prossimo 31 dicembre. L’azienda, per “punizione”, l’ha trasferita per una settimana in una filiale a 100 km di distanza.
La donna, una madre di famiglia con due figli, è una delle poche fortunate ad essere stata assunta, anni fa, con un normale contratto a tempo indeterminato, su cui è scritto a chiare lettere che ha diritto al riposo nei giorni festivi. Il lavoro festivo, eventualmente, è possibile per scelta volontaria. Nessuno può insomma obbligarla.
Eurospin – che come tutte le catene della grande distribuzione si affida a campagne pubblicitarie molto patinate e gradevoli, dense di “attenzione per il cliente” e prezzi bassi – evidentemente ritiene un “orpello del passato” quel diritto scritto in un contratto. Non potendo licenziarla, ha reagito con un trasferimento punitivo.
“L’ispettore ha detto che c’era improvvisamente bisogno di un altro lavoratore a Cuorgnè (98 km da Susa, ndr). E’ strano che fra tutti abbiano scelto proprio me, così all’improvviso, dopo che ho rifiutato di lavorare di domenica. Ho subito risposto che non avrei accettato un simile provvedimento. Mi hanno anche mandato la comunicazione scritta. Gli orari che dovevo svolgere erano strani, ad esempio sarei dovuta andare dalle 16,30 alle 20,30, così da tornare a casa più tardi ancora”.
Il buon vecchio contratto, per fortuna, vieta anche questo tipo di trasferimenti temporanei a grande distanza, ma è palese che l’azienda è entrata ormai in un trip repressivo che difficilmente si arresta davanti ai limiti contrattuali.
Non è neppure la prima volta che la lavoratrice viene “punita” con un trasferimento temporaneo. Era già successo per aver rifiutato di frequentare un “corso di aggiornamento” in altra sede; ma in quel caso era stata spedita ad Orbassano, pochi km da casa, e dunque aveva obbedito.
La commessa ha provato a limitare i danni presentandosi comunque sul suo normale posto di lavoro, a Susa, nel giorno in cui era stata “comandata” a Cuorgnè. E “il superiore” l’affronta subito per ordinarle di andare dove le è stato imposto.
Il resto è cronaca da guerra ai poveri. La commessa si sente male per lo stress (capisce benissimo che sta rischiando il licenziamento, e non se lo può permettere visto che il marito ha perso il lavoro), i clienti assistono perplessi e solidali, viene ricoverata e i medici riscontrano il forte “stato d’ansia”.
Nei giorni successivi ha ripreso a lavorare nel solito posto. Ma è chiaro a tutti che qualcos’altro accadrà.
Voi penserete: beh, è della Val Susa, sarà una “antagonista” barricadiera... Non sembra. Il sindacato cui si è affidata, in fondo, è la malleabilissima Cisl.
Il problema vero è che alle aziende non basta mai. Ti devono spremere fino all’ultima goccia. Poi ti buttano via...
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In Niger ci sono gli scafisti o c’è l’uranio?
Il bello del nostro paese, si sa, è il
più creativo e ardito sprezzo del ridicolo. In riferimento alla
progettata spedizione in Niger, Il Messaggero ha titolato, in prima pagina, parlando di missione contro gli scafisti.
Ora, basterebbe dare un’occhiata, anche pigra, alla cartina geografica
per notare come, oltre a non avere alcun sbocco a mare, il Niger dista dalle prime spiagge dell’oceano nell’ordine, minimo, del migliaio di chilometri.
Un po’ lontano affinché i nativi, che abitano la vasta fascia
subsahariana dell’Africa, possano addestrarsi regolarmente all’arte dello
scafismo. Allo stesso tempo pensare che esistano organizzazioni di
“scafisti”, per usare questo linguaggio giornalistico fuori dal tempo e
dallo spazio, così ramificate da comandare in Niger è non avere
chiarissimo come funziona il mondo oltre i confini tra Piazza di Spagna e
il Quirinale (nel cui mezzo, in via del Tritone, c’è la sede del
Messaggero a Roma). I rapporti tra clan, e all’interno di essi, infatti, nella lunghissima catena di relazioni d'ogni tipo che passa tra la Libia e il Niger, sono estremamente complessi,
mobili e instabili. Immaginare una spectre scafista che va dalle coste
della Libia al Niger, e che comanda il tutto come una piovra fa con i
suoi tentacoli, è materia buona per le trasmissioni di Formigli. Dove
magari un qualche sodale di Grasso ammette sì che in Niger vi è un
emergenza sicurezza che va coniugata, ci mancherebbe altro, con la
solidarietà.
Certo, la parola scafisti vende
come titolo e la parola Niger illumina la mente di Minniti, che immagina
una sorta di Vallo Africano ai confini della Libia, ma non è
per questi temi che, in realtà, ci si mobilita nell’area subsahariana di
quel continente. Anche perché contribuire a “regolare” i flussi
migratori di un paese, il Niger, che ha una estensione
geografica quattro volte superiore all’Italia con l’invio di 450
soldati, e nei momenti di picco, appare un’impresa più bizzarra che
impossibile. Oltretutto queste missioni sono costose, non a caso la Francia ha chiesto partecipazione all’Italia,
e quindi appare chiaro che le truppe italiane non sono lì, salvo magari
l’arresto di qualche figura ritenuta di spicco in un qualche traffico,
per dare la caccia agli scafisti in un paese molto lontano da qualsiasi
sbocco a mare.
Il punto è che in Niger, oltre
ai 23 miliardi di dollari in aiuti da noi segnalati che andranno
trasformati in appalti, c’è qualcosa che vale, come sempre, una
spedizione militare. Qualcosa di serio, come quel tipico prodotto da green economy che è l’uranio.
Ora, nessuno scopre oggi l’importanza del Niger nella produzione
d’uranio. Tanto che nel 2002, nella fretta di accreditare prove sulla
costruzione di centrali nucleari irakene grazie all’uranio del paese
africano, congiuntamente i servizi del governo italiano e di quello
americano costruirono vere e proprie fake news in materia in uno scandalo detto Nigergate (http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/esteri/iraq69/sismicia/sismicia.html)
In poche parole, si scrive Niger e si legge uranio. Stiamo
parlando del quinto produttore di uranio al mondo ma con una
popolazione, di venti milioni di persone, stimata tra le dieci più
povere del pianeta. E in Niger vi è anche Arlit, una delle capitali mondiali della produzione di uranio impoverito.
Proprio il pericolosissimo materiale per usi civili, di diverso tipo, e
militari che provocò la morte dei soldati italiani al ritorno dalle
missioni coloniali in Kosovo, Afganistan e Jugoslavia (340 morti, 4000
malati, una strage silenziata al massimo dai media, con D’Alema e
Mattarella, all’epoca ministro della difesa, che in materia negarono
l’impossibile). Ma in Niger se si scrive uranio si legge Areva, una multinazionale francese a proprietà pubblica, con un proprio distinto grattacielo al quartiere parigino della Défénse. Il campo si fa quindi più chiaro: lo sfruttamento e l’export dell’uranio del Niger,
i cui proventi non vanno certo ad una popolazione ben al di sotto del
livello di povertà, ma in mano francese. Lasciamo agli storici dello
sviluppo la categoria da usare in questo caso ma a noi questa dimensione
post-coloniale sembra del tutto coloniale.
Come ricorda questo articolo,
l’export di uranio del Niger, oltre a non fruttare niente per il popolo
di quel paese e inquinarne pesantemente le acque, fornisce energia per
il 50 per cento della popolazione francese. E’ evidente quindi che lo sviluppo drammaticamente ineguale in Niger
è un affare interno della Francia. Ma anche esterno, perché nella
fornitura di energia atomica in Ue, che è circa un terzo di quella
complessiva, l’uranio permette alla Francia di essere la principale produttrice di energia del continente,
con una quota del 17,1% sulla produzione totale Ue e davanti a Germania
(15,3%) e Regno Unito (in calo ma al 13,9%). Si capisce quindi che gli
scafisti di un paese senza sbocco al mare c’entrano poco, se non come
fake news alla amatriciana, e che l’uranio c’entra molto di più in questo
intervento italiano, a supporto della Francia, nell’Africa
subsahariana. Certo, visto che l’Italia, come ogni paese Ue, non è
autosufficiente sul piano energetico, l’aiuto ai cugini forti francesi
potrebbe prevedere anche delle facilitazioni nell’acquisto di questa
preziosa merce.
Veniamo però alle questioni che sembrano imporre ai francesi una seria ristrutturazione economico-politica dell’area
e che vanno oltretutto oltre la forte, almeno stimata come tale,
presenza nella zona della guerriglia islamista di vario tipo. Così si
capisce a cosa gli italiani vanno a supporto.
1) Il 2011 è stato un anno
cruciale per Areva, e quindi la Francia, nel settore. Per due
sostanziali motivi. Il primo si chiama Fukushima, che ha imposto non
solo una crisi ma anche una seria ristrutturazione nel settore dei
reattori nucleari. Certo ci sarebbe molto da dire su un paese,
l’Italia, che accetta il risultato del referendum contro il nucleare a e
poi va a fare avventure coloniali per garantire il nucleare nel mondo.
Ma andiamo oltre: il 2011 è anche l’anno dell’uranium-gate del Niger,
questione che lega Areva alla corruzione sul posto, recentemente
riassunto dalla Bbc (http://www.bbc.com/news/world-africa-39744861). Ma non finisce qui, poche settimane fa in seguito agli scandali del
2011 lo stesso governo francese perquisisce gli uffici di Areva (https://www.usinenouvelle.com/article/perquisition-a-areva-sur-un-rachat-d-uranium-a-perte-au-niger.N619843). Motivo: una parte significativa dei fondi girati in quella storia si
suppone sia finita a ambienti russo-libanesi. Morale: le
ristrutturazioni del settore e le vicende di tangenti Areva-Niger
erano scappate di mano dal controllo francese. Ma se fossero solo
questioni interne non ci sarebbe da mandare truppe in Africa. Invece,
piuttosto, passiamo all’altro punto.
2) Prima di tutto c’è da contrastare, da parte dei francesi, la presenza cinese nel luogo (si veda questo articolo di due anni fa) . E per questo, visto che in Africa i cinesi non esistono sul piano
militare, non c’è niente di meglio che ristrutturare Areva dall’interno e
far valere la propria presenza sul campo in termini di truppe. Con
l’aiuto dell’Italia. E in questo contesto la guerriglia (come già
accaduto con la sollevazione dei tuareg oltre dieci anni fa che
minacciava le miniere di uranio) si è fatta sentire. Una guerriglia definita islamista che aveva già colpito siti francesi nel 2013. Si parla di una guerriglia per la quale oggi, secondo fonti africane in lingua inglese, la guerra dell’uranio in Niger sembra essere appena
cominciata. Una guerra con gli Usa che forniscono i droni, mentre la Francia, e l’Italia, sono sul campo.
La prima a difendere i propri interessi diretti, la seconda a supporto.
Cercando di ricavare appalti, come abbiamo detto nel precedente
articolo, oppure una posizione privilegiata nella produzione di energia
(e magari arrestando qualche “scafista” per la gioia dell’opinione
pubblica). Ma chi sono questi gruppi islamisti? Secondo il Guardian,
dopo un articolo a seguito dell’uccisione di quattro soldati americani
nell’area, si tratta di gruppi già esistenti, in grado di colpire, ma difficili
da identificare “in una delle più remote e caotiche zone di guerra del
pianeta". Ed è in questo tipo di zona che la Francia vuol rimettere ordine,
commerciale e militare, e che l’Italia va a fornire supporto.
3) Insomma, il Niger è un paese
chiave per Areva, quindi la Francia, nel quale vanno rimessi ordine, a
garanzia dei profitti. Al resto ci penserà la retorica dei media. Con
l’Italia che cerca un ruolo. In una zona di guerra che ha
mostrato già le sue forti criticità. Ma c’è un ultimo punto che Areva, e
con lei la Francia, cerca. Quello che riguarda la propria
stabilizzazione sul mercato finanziario legato all’uranio dopo magari
aver trovato quella geopolitica. Infatti, è notizia recente quella che
vuole il mercato dei servizi finanziari legati all’uranio come sconvolto
dal comportamento del Kazakistan, paese leader della produzione
mondiale di urano. Secondo gli analisti del settore, il
Kazakistan ha tirato un vero e proprio siluro sul mercato dei servizi
finanziari all’uranio. Motivo? Annunciando il calo secco della produzione ha alimentato la crescita dell’azionario legato all’uranio: il cronico eccesso di fornitura dell’uranio teneva il prezzo di questa materia prima troppo
basso per le esigenze finanziarie dei produttori e del mercato. Areva,
in previsione di questa mossa aveva, poche settimane prima, tagliato produzione e personale in Niger. E’ evidente però che la stabilità sul campo nel Niger, oggi, non è
paragonabile a quella del Kazakistan per cui bisogna correre ai ripari.
Come Areva, come Francia e come Italia a supporto. Se ne può stare
certi: le mosse legate al Niger vedranno un piano di decisione politico,
su più capitali dell’occidente, e uno legato alla situazione sui
mercati finanziari. Poi si potrà raccontare degli scafisti, dei
progressi contro la guerriglia islamista, cosa si vuole insomma.
C’è poi un punto realmente politico in tutta questa storia. Una
tecnologia, altamente pericolosa, come il nucleare, sul quale
ricordiamo l’Italia si è già espressa, è occasione di guerre coloniali
come nel passato. In zone flagellate dalla fame e
dall’inquinamento di ogni tipo. E si tratta di guerre coloniali che si
candidano, a vergogna di un Gentiloni disposto a tutto pur di restare
dove è, a devastare ulteriormente l'Africa subsahariana. Infine, non si è
capito l’iter parlamentare di tutta questa vicenda. Presto Mattarella,
quello dell’uranio impoverito, scioglierà le camere. Ci sarà un voto? Ci
sarà qualcosa? Intanto, per la stampa italiana, in Niger ci sono gli
scafisti.
Redazione, 27 dicembre 2017
Stati e governi come dependances della finanza internazionale: il caso dei derivati di Morgan Stanley ed altre storie
Il 21 Dicembre 2017 la Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario, presso l’Aula del IV piano di Palazzo San Macuto, ha svolto l’audizione di Vittorio Grilli ex direttore generale del Ministero dell’Economia dal 2005 al 2011 e Ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Monti luglio 2012 ad aprile 2013*. In quella seduta a Grilli sono stati chiesti chiarimenti sulla stipula dei contratti dei derivati della banca d’affari Usa Morgan Stanley acquistati dal Ministero delle Finanze nel 2011, quando il medesimo vi svolgeva le funzioni di direttore generale. Quei contratti avevano delle clausole rescissorie capestro che sono state pagate cache(!) per 3,1 miliardi di euro dopo l’estinzione anticipata esercitata da parte della banca statunitense. “Non rispettare in quel momento un contratto avrebbe avuto conseguenze gravissime” ha detto Grilli davanti ai membri della commissione aggiungendo “Aprire un contenzioso voleva dire automaticamente per l’Italia metterla in condizione di pre-default o di default, non saremmo stati più capaci di ripagare un debito da 500 miliardi l’anno; portare una controparte in Tribunale avrebbe avuto una conseguenza devastante per il debito pubblico” **. Ma quella clausola rescissoria? Grilli ha scaricato tutta la responsabilità della vicenda dei derivati Morgan Stanley sull’alta dirigente ancora in carica, Maria Cannata, la quale avrebbe tenuto all’oscuro di tutto l’allora direttore generale del MEF. “Nessuno mi ha detto niente” ha affermato in proposito Grilli, incalzato dalle domande dei membri della commissione, soprattutto da quelle di Renato Brunetta. Secondo il racconto di Grilli, la struttura di staff del MEF diretta dalla Cannata agiva in modo autoreferenziale.
Ma chi è Vittorio Grilli? Ex Ragioniere di Stato dal 2002 al 2005, direttore generale del ministero dell’Economia dal 2005 al 2011. Il 28 novembre 2011 viene nominato viceministro dell’Economia e delle Finanze del governo Monti, carica che manterrà fino all’11 luglio 2012 quando viene nominato Ministro del MEF in sostituzione di Mario Monti che fino a quel momento ne ricopriva la carica. Al ministero del Tesoro si è occupato per sette anni di privatizzazioni italiane, un torta su cui, non a caso, v’era un interesse feroce da parte dei principali gruppi finanziari internazionali. Nell’estate 2011 si era parlato di lui come di un possibile successore di Mario Draghi alla guida di Banca d’Italia. Nel 2013 ha dovuto giustificare cinque conti correnti in un paradiso fiscale, a Jersey, isole del Canale, risalenti a quando era direttore generale del Tesoro. Insomma, un tizio assai spregiudicato che è passato indenne per governi diversi e che addirittura ha fatto il salto da direttore generale a Ministro del MEF proprio nel bel mezzo della tempesta perfetta che ha fatto cadere il governo Berlusconi e che ha consegnato le sorti del paese a Mario Monti. Uno che, a dispetto dei tanti ruoli importantissimi assegnatigli nella gestione delle finanze del paese, non ha mai smesso di coltivare intensi rapporti proprio con quegli ambienti finanziari internazionali che hanno condotto gigantesche manovre speculative intorno alla crisi del debito sovrano dell’Italia. Nel 2014 Grilli è stato nominato presidente della divisione Corporate e Investment per l’area Europa, Africa e Medio Oriente della banca d’affari americana JP Morgan.
Sulla incredibile vicenda dei derivati acquistati da Morgan Stanley, nel luglio 2017 La Corte dei Conti ha citato in giudizio la banca d’affari USA e quattro alti dirigenti del Tesoro tra cui proprio l’attuale responsabile del debito pubblico Maria Cannata. I magistrati contabili hanno contestato loro un danno erariale di 3,9 miliardi di euro per “ la chiusura e ristrutturazione di derivati sul debito pubblico”. Alla banca americana sono stati richiesti 2,7 miliardi di danni, mentre Cannata, il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e gli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli dovrebbero pagare circa 1,2 miliardi. La prima udienza è stata fissata per aprile 2018. Il processo dovrebbe concludersi entro il luglio del 2018.
L’audizione di Grilli sulla vicenda dei derivati di Morgan Stanley è stata liquidata in poche righe sui mezzi d’informazione e ben nascoste nella pagine economiche. Eppure si tratta di una vicenda gravissima che coinvolge non solo Grilli ma ben due governi che hanno attraversato forse la fase più difficile dal dopoguerra del nostro paese. E poi quei derivati non erano che una piccola parte dell’ammontare dei contratti di quel genere presenti nel portafoglio di via XX Settembre. Tutti quei contratti si sono trasformati in un incubo perché tra il 2011 ed il 2015 quei derivati hanno aumentato il debito pubblico di 23,6 miliardi cui va aggiunta una previsione di ulteriori perdite di più di 36 miliardi di euro.
L’incredibile vicenda dei derivati acquistati da Morgan Stanley ci suggerisce alcune importanti domande. E’ credibile quanto affermato da Grilli in commissione riguardo il ruolo così decisivo in quella vicenda dello staff guidato dalla Cannata? E’ mai possibile che il destino del paese, nella fase più delicata e drammatica del dopoguerra, sia stato affidato ad una struttura povera di specialisti e di competenze del MEF mentre imperversavano la crisi mondiale dei subprimes e la crisi dello spread in Italia? Su questo punto la versione di Grilli appare evidentemente poco credibile. Ma la domanda più importante riguarda la responsabilità del governo di cui faceva parte lo stesso Grilli: come mai il governo Monti non si oppose al pagamento, per giunta in contanti, di una cifra così stratosferica e proprio mentre quello stesso governo si preparava a far la pelle ai pensionati e ad introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione in nome della fatidica “riduzione del debito”?
Di certo, alla luce di quei fatti, tutta la narrazione sulla funzione salvifica del governo Monti dalla “crisi dello spread” del 2011 che ancora continua ad imperversare sui media mainstream – con cui si continua a giustificare, ad esempio, la sanguinosa riforma Fornero – ci appare ogni giorno di più come una grandissima e raffinatissima montatura. Quella vicenda, peraltro, è tornata, proprio di recente, a far discutere con le indagini avviate dalla Procura di Milano a carico di Deutsche Bank che avrebbe ordito una mega speculazione in titoli di Stato italiani proprio nel primo semestre del 2011. Un’operazione che contribuì a far volare lo spread dei rendimenti tra i BTP e i Bund tedeschi costringendo alle dimissioni Berlusconi cui subentrò Mario Monti con un nuovo esecutivo. Secondo l’Espresso, che ha rivelato di recente i contorni della vicenda, l’ipotesi di reato è la manipolazione del mercato avvenuta attraverso operazioni finanziarie per un totale di circa 10 miliardi su cui si è concentrata l’attenzione dei PM. Tutti affari realizzati da Deutsche Bank dopo il crac della Grecia, quando la crisi del debito pubblico venne usata come clava per minacciare Italia, Spagna e Portogallo***.
Il personaggio Grilli è certamente emblematico e ci racconta di una politica ridotta, ormai, ad un sistema di porte girevoli in cui scorrono personaggi che passano indifferentemente da ruoli di prim’ordine sul piano dell’interesse nazionale a quelli di vertice di grandi corporation finanziarie e/o viceversa. Oppure altri che provengono da quelle istituzioni che hanno imposto ai popoli la cosiddetta “economia del debito” in base alla quale sono gli stessi capitali privati a finanziare il debito pubblico pur essendo essi stessi ad averlo alimentato. Un trucco che serve per imporre ai governi l’adozione di quelle draconiane ricette di austerity a base di gigantesche privatizzazioni e di tagli alla spesa sociale che stanno strozzando i popoli dell’aera UE dopo essere state applicate nel resto del mondo. In questo senso Vittorio Grilli non è affatto solo. E’ il caso dell’ex commissario alla Spending Review Carlo Cottarelli e dell’attuale titolare del dicastero al MEF, Pier Carlo Padoan. Ambedue provengono direttamente dal Fondo Monetario Internazionale.
Last but not least, è anche e soprattutto, il caso del più fedele, efficiente e potente esecutore di quelle politiche, Mario Draghi, già direttore esecutivo per l’Italia della Word Bank, poi ai vertici della banca d’affari statunitense Goldman Sachs ed infine nominato presidente della #BCE. Già prima che il nome di Draghi incominciasse a circolare per quella carica, la sua candidatura venne messa in discussione a causa del suo rapporto con Goldman Sachs. In particolare, a Draghi venne rimproverato proprio il coinvolgimento nella vendita di derivati alla #Grecia per consentire a quel paese di entrare nell’area #Euro. L’attuale presidente della BCE è, infatti, ritenuto da più parti, uno dei principali responsabili del fallimento finanziario della Grecia. Nel 2009 Goldman Sachs usò, infatti, la sua posizione dominante per portare nei confronti della Grecia una serie di attacchi speculativi impedendo l’acquisto dei titoli di stato greci in borsa perché sapeva che i bilanci dello stato greco erano stati truccati proprio su consiglio di Draghi. In altre parole, la Grecia, non era in grado di ricomprare i titoli in scadenza pagando con quelli spazzatura che gli aveva rifilato Draghi per conto di Goldman Sachs. In seguito la banca d’affari USA ha imposto tutti i suoi uomini di fiducia nei governi dei paesi più in difficoltà: Mario Draghi alla presidenza della #BCE, Lucas Papademos, che ha lavorato per la FED di New York (partecipata dalla Goldman Sachs) al governo tecnico della Grecia e Mario Monti, advisor di Goldman Sachs ed ex primo ministro del “governo tecnico”. Quel governo che ha firmato il famigerato Trattato CE sul #fiscalcompact: una bomba che potrebbe arrivare a costarci fino a 50-60 miliardi di euro l’anno e già pronta ad esplodere a partire dal prossimo anno.
* Commissione Banche, Audizione Grilli http://webtv.camera.it/evento/12442
**Il Sole24ore del 21.12.2017
***L’Epresso del 10.12.2017
Fonte
Ma chi è Vittorio Grilli? Ex Ragioniere di Stato dal 2002 al 2005, direttore generale del ministero dell’Economia dal 2005 al 2011. Il 28 novembre 2011 viene nominato viceministro dell’Economia e delle Finanze del governo Monti, carica che manterrà fino all’11 luglio 2012 quando viene nominato Ministro del MEF in sostituzione di Mario Monti che fino a quel momento ne ricopriva la carica. Al ministero del Tesoro si è occupato per sette anni di privatizzazioni italiane, un torta su cui, non a caso, v’era un interesse feroce da parte dei principali gruppi finanziari internazionali. Nell’estate 2011 si era parlato di lui come di un possibile successore di Mario Draghi alla guida di Banca d’Italia. Nel 2013 ha dovuto giustificare cinque conti correnti in un paradiso fiscale, a Jersey, isole del Canale, risalenti a quando era direttore generale del Tesoro. Insomma, un tizio assai spregiudicato che è passato indenne per governi diversi e che addirittura ha fatto il salto da direttore generale a Ministro del MEF proprio nel bel mezzo della tempesta perfetta che ha fatto cadere il governo Berlusconi e che ha consegnato le sorti del paese a Mario Monti. Uno che, a dispetto dei tanti ruoli importantissimi assegnatigli nella gestione delle finanze del paese, non ha mai smesso di coltivare intensi rapporti proprio con quegli ambienti finanziari internazionali che hanno condotto gigantesche manovre speculative intorno alla crisi del debito sovrano dell’Italia. Nel 2014 Grilli è stato nominato presidente della divisione Corporate e Investment per l’area Europa, Africa e Medio Oriente della banca d’affari americana JP Morgan.
Sulla incredibile vicenda dei derivati acquistati da Morgan Stanley, nel luglio 2017 La Corte dei Conti ha citato in giudizio la banca d’affari USA e quattro alti dirigenti del Tesoro tra cui proprio l’attuale responsabile del debito pubblico Maria Cannata. I magistrati contabili hanno contestato loro un danno erariale di 3,9 miliardi di euro per “ la chiusura e ristrutturazione di derivati sul debito pubblico”. Alla banca americana sono stati richiesti 2,7 miliardi di danni, mentre Cannata, il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e gli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli dovrebbero pagare circa 1,2 miliardi. La prima udienza è stata fissata per aprile 2018. Il processo dovrebbe concludersi entro il luglio del 2018.
L’audizione di Grilli sulla vicenda dei derivati di Morgan Stanley è stata liquidata in poche righe sui mezzi d’informazione e ben nascoste nella pagine economiche. Eppure si tratta di una vicenda gravissima che coinvolge non solo Grilli ma ben due governi che hanno attraversato forse la fase più difficile dal dopoguerra del nostro paese. E poi quei derivati non erano che una piccola parte dell’ammontare dei contratti di quel genere presenti nel portafoglio di via XX Settembre. Tutti quei contratti si sono trasformati in un incubo perché tra il 2011 ed il 2015 quei derivati hanno aumentato il debito pubblico di 23,6 miliardi cui va aggiunta una previsione di ulteriori perdite di più di 36 miliardi di euro.
L’incredibile vicenda dei derivati acquistati da Morgan Stanley ci suggerisce alcune importanti domande. E’ credibile quanto affermato da Grilli in commissione riguardo il ruolo così decisivo in quella vicenda dello staff guidato dalla Cannata? E’ mai possibile che il destino del paese, nella fase più delicata e drammatica del dopoguerra, sia stato affidato ad una struttura povera di specialisti e di competenze del MEF mentre imperversavano la crisi mondiale dei subprimes e la crisi dello spread in Italia? Su questo punto la versione di Grilli appare evidentemente poco credibile. Ma la domanda più importante riguarda la responsabilità del governo di cui faceva parte lo stesso Grilli: come mai il governo Monti non si oppose al pagamento, per giunta in contanti, di una cifra così stratosferica e proprio mentre quello stesso governo si preparava a far la pelle ai pensionati e ad introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione in nome della fatidica “riduzione del debito”?
Di certo, alla luce di quei fatti, tutta la narrazione sulla funzione salvifica del governo Monti dalla “crisi dello spread” del 2011 che ancora continua ad imperversare sui media mainstream – con cui si continua a giustificare, ad esempio, la sanguinosa riforma Fornero – ci appare ogni giorno di più come una grandissima e raffinatissima montatura. Quella vicenda, peraltro, è tornata, proprio di recente, a far discutere con le indagini avviate dalla Procura di Milano a carico di Deutsche Bank che avrebbe ordito una mega speculazione in titoli di Stato italiani proprio nel primo semestre del 2011. Un’operazione che contribuì a far volare lo spread dei rendimenti tra i BTP e i Bund tedeschi costringendo alle dimissioni Berlusconi cui subentrò Mario Monti con un nuovo esecutivo. Secondo l’Espresso, che ha rivelato di recente i contorni della vicenda, l’ipotesi di reato è la manipolazione del mercato avvenuta attraverso operazioni finanziarie per un totale di circa 10 miliardi su cui si è concentrata l’attenzione dei PM. Tutti affari realizzati da Deutsche Bank dopo il crac della Grecia, quando la crisi del debito pubblico venne usata come clava per minacciare Italia, Spagna e Portogallo***.
Il personaggio Grilli è certamente emblematico e ci racconta di una politica ridotta, ormai, ad un sistema di porte girevoli in cui scorrono personaggi che passano indifferentemente da ruoli di prim’ordine sul piano dell’interesse nazionale a quelli di vertice di grandi corporation finanziarie e/o viceversa. Oppure altri che provengono da quelle istituzioni che hanno imposto ai popoli la cosiddetta “economia del debito” in base alla quale sono gli stessi capitali privati a finanziare il debito pubblico pur essendo essi stessi ad averlo alimentato. Un trucco che serve per imporre ai governi l’adozione di quelle draconiane ricette di austerity a base di gigantesche privatizzazioni e di tagli alla spesa sociale che stanno strozzando i popoli dell’aera UE dopo essere state applicate nel resto del mondo. In questo senso Vittorio Grilli non è affatto solo. E’ il caso dell’ex commissario alla Spending Review Carlo Cottarelli e dell’attuale titolare del dicastero al MEF, Pier Carlo Padoan. Ambedue provengono direttamente dal Fondo Monetario Internazionale.
Last but not least, è anche e soprattutto, il caso del più fedele, efficiente e potente esecutore di quelle politiche, Mario Draghi, già direttore esecutivo per l’Italia della Word Bank, poi ai vertici della banca d’affari statunitense Goldman Sachs ed infine nominato presidente della #BCE. Già prima che il nome di Draghi incominciasse a circolare per quella carica, la sua candidatura venne messa in discussione a causa del suo rapporto con Goldman Sachs. In particolare, a Draghi venne rimproverato proprio il coinvolgimento nella vendita di derivati alla #Grecia per consentire a quel paese di entrare nell’area #Euro. L’attuale presidente della BCE è, infatti, ritenuto da più parti, uno dei principali responsabili del fallimento finanziario della Grecia. Nel 2009 Goldman Sachs usò, infatti, la sua posizione dominante per portare nei confronti della Grecia una serie di attacchi speculativi impedendo l’acquisto dei titoli di stato greci in borsa perché sapeva che i bilanci dello stato greco erano stati truccati proprio su consiglio di Draghi. In altre parole, la Grecia, non era in grado di ricomprare i titoli in scadenza pagando con quelli spazzatura che gli aveva rifilato Draghi per conto di Goldman Sachs. In seguito la banca d’affari USA ha imposto tutti i suoi uomini di fiducia nei governi dei paesi più in difficoltà: Mario Draghi alla presidenza della #BCE, Lucas Papademos, che ha lavorato per la FED di New York (partecipata dalla Goldman Sachs) al governo tecnico della Grecia e Mario Monti, advisor di Goldman Sachs ed ex primo ministro del “governo tecnico”. Quel governo che ha firmato il famigerato Trattato CE sul #fiscalcompact: una bomba che potrebbe arrivare a costarci fino a 50-60 miliardi di euro l’anno e già pronta ad esplodere a partire dal prossimo anno.
* Commissione Banche, Audizione Grilli http://webtv.camera.it/evento/12442
**Il Sole24ore del 21.12.2017
***L’Epresso del 10.12.2017
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