Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/03/2018

Il debito pubblico è crescita: aboliamo il pareggio di bilancio

È difficile trovare nel dibattito politico-economico nostrano e internazionale un tema più discusso di quello relativo al contenimento del debito pubblico. Sappiamo bene, infatti, come la diminuzione del rapporto tra debito pubblico e PIL sia tra le stelle polari di ogni politica suggerita da Bruxelles in merito alla governance economica dell’Eurozona. Storicamente questa preoccupazione è sfociata nella firma di trattati internazionali quali Trattato di Maastricht, Fiscal Compact, Six Pack, tutti incentrati sul contenimento di questo rapporto, che come da prescrizioni non può superare la soglia del 60%.

Diverse questioni potrebbero essere sollevate parlando di questa tematica. Tuttavia, in questo contributo ciò che ci preme è provare a rispondere ad una semplice domanda: è vero che le misure di austerità – propugnate dalle istituzioni internazionali come rimedio perfetto per questo “problema” – portano ad una riduzione del rapporto debito pubblico/PIL?

Per stabilire quale sia la risposta corretta, abbiamo bisogno di due valori, ossia sapere di che entità siano il rapporto PIL/debito (non debito/PIL, questa volta) e del moltiplicatore fiscale dell’economia di nostro interesse.

Per quanto concerne il primo indicatore, notiamo come a un alto rapporto debito/PIL corrisponde un basso valore del corrispettivo PIL/debito; ciò è intuitivo, visto che la seconda misura è semplicemente l’inverso della prima. L’Italia, ad esempio, ha un rapporto debito/PIL di circa il 130%, il che significa un rapporto PIL/debito del 77% (1/1.3 = 0.77).

Il moltiplicatore fiscale invece ci dice quanto reddito si genera a fronte di una spesa pubblica indicativa di 1 Euro. Se la spesa pubblica è molto efficace nel generare reddito aggiuntivo, allora avremo valori del moltiplicatore superiori a 1. Tradotto: per ogni Euro di spesa pubblica, otteniamo più di un Euro di PIL.

Intuitivamente, questo succede perché un Euro di spesa pubblica genera un Euro di reddito. Una frazione (ipotizziamo il 50%) di questo nuovo reddito verrà consumata, generando 50 centesimi di nuova domanda e quindi ulteriore nuovo reddito. Il 50% di questi 50 centesimi di reddito verranno consumati a loro volta, e così via, con aumenti di volta in volta più piccoli. Agli effetti sui consumi, si deve poi aggiungere anche lo stimolo creato a favore degli investimenti: per soddisfare la nuova domanda, gli imprenditori dovranno dotarsi di nuovi macchinari (l’acquisto di macchinari è ciò che in economia si definisce investimento), per poter produrre i nuovi beni che vengono loro richiesti. Dopo questa breve digressione, procediamo per piccoli passi:

1) immaginiamo di studiare le finanze pubbliche del Paese Bengodi. Questo Paese ha nel 2017 un debito pubblico di 1000 miliardi, e un PIL di 1250 miliardi (in che valuta non ci interessa). Il suo rapporto debito/PIL è quindi pari a 0.80 (80%), quello PIL/debito è pari a 1.25 (125%);

2) supponiamo che il Bengodi tassi i cittadini per 150 miliardi e spenda 150 miliardi per investimenti e consumi pubblici. Se il Governo di Bengodi decidesse di applicare una misura di austerità, ci aspetteremmo un taglio della spesa pubblica, in modo tale da renderla minore delle tasse raccolte. In questa maniera, ci troveremmo in una situazione di avanzo di bilancio pubblico. Bengodi taglia la spesa pubblica a 100: l’avanzo, differenza tasse e spesa pubblica, sarà pari a 50. Questo significa, en passim, che lo Stato sta sottraendo risorse all’economia;

3) il conseguimento di un avanzo, nel caso in cui esso venga usato per ripagare una quota del debito pubblico esistente, consente l’abbassamento del livello del debito pubblico. Usandolo per ripagare parte del debito, quest’ultimo scenderà nel 2018 a 950 miliardi (1000 – 50). La misura di austerità è quindi servita a far scendere il livello del debito pubblico;

4) cosa è successo nel frattempo al PIL del Bengodi? Per capirlo, abbiamo bisogno del valore del moltiplicatore fiscale prima menzionato. Siamo sicuri di una cosa: l’effetto secco iniziale della misura di austerità è di tagliare 50 miliardi di PIL. Il PIL passa quindi a primo impatto da 1250 a 1200 miliardi. Vediamo quindi i due possibili successivi scenari:

-) la spesa pubblica del Paese è poco efficace, il moltiplicatore è pari a 0.5. In questo caso l’impatto finale sull’economia sarà un calo di soli 50×0.5 = 25 miliardi di PIL, che perciò si attesta sui 1225 miliardi. Questo vuol dire che anche a fronte di un taglio di reddito immediato, l’economia recupera in parte la perdita e il danno è piuttosto contenuto: un altro modo per dire che il moltiplicatore è basso. Il rapporto debito/PIL è ora dello 0.77 (77%): la misura di austerità ha causato sì una perdita di PIL, ma essa è contenuta (causa basso moltiplicatore) e il rapporto tra debito e PIL è diminuito;

-) la spesa pubblica del Paese è molto efficace, il moltiplicatore è pari a 1.5. Il lato oscuro di questa situazione è che anche tagli della spesa pubblica saranno molto “efficaci”, una efficacia che si tradurrà in una sostanziale diminuzione del prodotto e del reddito del Paese in questione. Come dicevamo, questa volta l’impatto sull’economia è elevato: dopo il taglio di 50 miliardi di spesa, si ha una perdita complessiva di 50×1.5 = 75 miliardi di PIL, che passa a 1175 miliardi. Questa volta quindi il rapporto debito/PIL si attesta sullo 0.81 (81%). La misura di austerità ha fatto sì scendere il livello del debito pubblico, ma ha anche causato una caduta più che proporzionale del livello del PIL. Di conseguenza, il rapporto debito/PIL è aumentato.

Dopo esserci un po’ inerpicati per questi conti, cerchiamo di capire di cosa stiamo concretamente parlando. La sostanza è così riassumibile: se la misura di austerità è effettuata in un Paese dove il moltiplicatore fiscale è alto, essa è molto probabile che si riveli controproducente in termini del nostro supposto obiettivo, cioè la riduzione del rapporto debito/PIL. Questo perché il debito pubblico diminuisce, ma a costo di una caduta del PIL di entità maggiore; il loro rapporto quindi sale. Se il moltiplicatore è molto basso invece, il PIL cade meno in proporzione al debito, quindi il loro rapporto scende. Notiamo anche, di passaggio, come le misure che risultano efficaci nel far scendere il rapporto debito/PIL causino comunque una perdita di produzione per l’economia.

La condizione strettamente matematica ci dice che possiamo affermare ciò quando il moltiplicatore è più elevato del rapporto PIL/debito (di nuovo, da non confondere col rapporto debito/PIL).

Fuor di astrazione, cosa significa questo? Qui la questione si fa interessante: se un Paese ha un rapporto debito/PIL molto alto (per esempio la Grecia, il Belgio, l’Italia) sappiamo che di converso ha un rapporto PIL/debito piuttosto basso. Dall’altro lato, le stime più recenti sui moltiplicatori fiscali ci danno risultati con valori elevati (superiori a 1, e in diversi casi superiori anche a 2): in sostanza, gli studi segnalano come la spesa pubblica sia molto efficace nel creare reddito all’interno di una economia.

In termini del nostro discorso, queste due considerazioni sommate ci dicono una cosa: sono proprio i Paesi con elevato debito pubblico a non dover fare politiche di austerità, pena l’aumento del rapporto debito PIL. Questo perché da un lato i moltiplicatori elevati ci dicono che a un taglio della spesa corrisponderebbe una grande caduta del PIL, e dall’altro perché con un alto livello del rapporto debito/PIL (e basso PIL/debito quindi) siamo sicuri di cadere nella casistica in cui il rapporto debito/PIL cresce dopo degli interventi di austerità (che, come visto, si verifica quando il moltiplicatore è più alto del rapporto PIL/debito).

Una ulteriore considerazione riguarda il fatto che, con i livelli dei moltiplicatori stimati attualmente, anche i Paesi con rapporto debito/PIL più basso (e PIL/debito più alto) non beneficerebbero dal fare manovre di austerità. Supponiamo infatti che Teutonia, un immaginario Paese virtuoso, abbia un rapporto debito/PIL del 75% (in accordo col Trattato di Maastricht), al quale corrisponde un rapporto PIL/debito del 133% (1/0.75 = 1.33). Se il moltiplicatore stimato per Teutonia ha valore per esempio pari a 1.4 (molto plausibile, quindi), ecco che la famosa condizione di confronto ci dice che anche in Teutonia l’austerità farebbe salire il rapporto debito/PIL (dato che 1.4 > 1.33).

In conclusione, ribadiamo come la questione della gestione del rapporto debito/PIL possa essere affrontata da una miriade di sfaccettature diverse. Per amor di discussione e turandoci il naso, possiamo per un momento fingere di credere che una politica economica “sana” debba avere come obiettivo principe la riduzione di questo famigerato indicatore. Rimane comunque un dato di fatto: le politiche di austerità suggerite (o, quando i suggerimenti non erano sufficientemente convincenti, imposte) dalle istituzioni internazionali, secondo le quali il contenimento del debito pubblico deve passare da un taglio drastico della spesa pubblica, hanno clamorosamente fallito, contribuendo piuttosto ad aggravare il problema che si proponevano di risolvere. La cosa drammatica è che niente di tutto questo può sorprendere chiunque abbia un minimo di consapevolezza su come funzionano le economie reali.

Il perché queste misure siano comunque state applicate è un tema che può essere dibattuto a lungo; è tuttavia difficile non pensare che il desiderio delle classi dominanti di disciplinare i lavoratori attraverso crescente disoccupazione e salari stagnanti abbia giocato un ruolo fondamentale. Fatte passare per misure di salute economica pubblica, tali politiche aiutano in maniera spesso decisiva la classe dominante nell’indebolire il mondo del lavoro. D’altra parte, le crisi economiche colpiscono sempre in maniera asimmetrica: ci sono i vinti e ci sono i vincitori.

Nella giusta direzione va, dunque, la campagna promossa da Eurostop per l’abolizione del pareggio di bilancio in Costituzione: combattere i vincoli alla crescita imposti dall’Europa è la più efficace traduzione politica del ragionamento teorico qui svolto.

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Le scomode verità di Enrico Zucca


Parafrasando un aforisma del compianto Roberto Freak Antoni potremmo dire, pensando alla bufera mediatica esplosa attorno a Enrico Zucca, che non c’è gusto in Italia a dire la verità. Invece d’essere ascoltato e ringraziato, il magistrato è stato additato come una minaccia da buona parte della nomenclatura istituzionale, con il chiaro obiettivo di non discutere le questioni da lui sollevate.

Enrico Zucca, che fu pm nel processo Diaz (il cui esito non è mai stato digerito ai vari piani del Palazzo), durante un convegno a Genova ha messo in fila alcune evidenze processuali degli ultimi anni.

Ha detto che la tutela dei diritti fondamentali è diventata più difficile dopo l’11 settembre e l’avvio della cosiddetta guerra al terrorismo, tanto che la ragion di stato, in più casi, ha prevalso sulle regole scritte nelle Convenzioni sui diritti umani.

Ha detto che l’Italia ha violato più volte queste convenzioni, ad esempio nel caso Abu Omar (l’imam rapito a Milano dalla Cia e consegnato all’Egitto dove è stato torturato), subendo così una condanna davanti alla Corte europea per i diritti umani, e anche nelle vicende riguardanti il G8 di Genova, quando il nostro paese ha disatteso l’impegno a sospendere e rimuovere i funzionari condannati per le torture alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.

Ha aggiunto che simili condotte, con l’implicita indifferenza verso gli impegni dettati da Carte così solenni, mina la statura morale del nostro paese quando si trova a chiedere ad altri paesi, com’è il caso dell’Egitto per l’omicidio di Giulio Regeni, di punire e consegnare i responsabili di abusi e torture.

Enrico Zucca ha quindi offerto una dettagliata e articolata ricostruzione di vicende giudiziarie ben conosciute, arrivando a conclusioni assai fondate: è noto, addirittura stranoto, che i funzionari processati e poi condannati per le torture alla Diaz e a Bolzaneto sono stati nel tempo protetti, promossi (almeno quelli di grado gerarchico più alto) e infine reintegrati in servizio, anche in ruoli di vertice, alla scadenza dei cinque anni di interdizione dai pubblici uffici.

È bene ricordare un passaggio contenuto nella dirompente sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Diaz (Cestaro vs Italia, del 7 aprile 2015), una sentenza che non suscitò alcuna seria reazione da parte di chi oggi grida allo scandalo per l’intervento di Enrico Zucca. È il paragrafo 216: “(...) l’assenza di identificazione degli autori materiali dei maltrattamenti in causa deriva dalla difficoltà oggettiva della procura di procedere a identificazioni certe e dalla mancata collaborazione della polizia nel corso delle indagini preliminari. La Corte si rammarica che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura”.

Quel “rifiutarsi impunemente” è un macigno che pesa sulla credibilità della nostra polizia quanto la mancata sospensione dei funzionari durante indagini e processi e la loro mancata rimozione dopo le condanne definitive (paragrafo 210).

Il quadro d’insieme è tanto limpido quanto desolante: nei nostri recenti casi di tortura, la protezione istituzionale verso indagati, imputati e condannati è stata la rotta seguita dai vertici amministrativi e politici dello stato.

Per questi motivi l’ondata di indignazione e sdegno per l’intervento di Enrico Zucca avviata dal capo della polizia Franco Gabrielli e molti altri, tutti attenti a non entrare nel merito delle constatazioni e delle valutazioni espresse dal magistrato, appare come una montagna di panna montata sotto la quale si conta di occultare alcune scomode verità.

Né Gabrielli né altri hanno spiegato perché la polizia di stato abbia coperto, promosso, reintegrato i responsabili della cosiddetta perquisizione alla scuola Diaz, qualificata come un caso di tortura dalla Corte di Strasburgo, ed è proprio questo il punto dell’intera vicenda.

Per la reputazione della polizia di stato non sono oltraggiose le parole di Enrico Zucca, bensì le condotte tenute nel corso del tempo, dal 2001 in poi, da numerosi funzionari, dirigenti e responsabili politici. Condotte delle quali non si vuole parlare.

Si tace sulla sostanza e si urla su immaginari oltraggi. Fra tante grida scomposte, le parole più serie e sincere le dobbiamo ai genitori di Giulio Regeni, che hanno espresso “stima e gratitudine al dottor Zucca per il suo intervento preciso ed equilibrato”.

tratto da Comune-Info
segnalato da La Bottega del Barbieri

Vedi anche:

http://contropiano.org/news/politica-news/2018/03/28/le-fake-news-in-stile-viminale-0102321

http://contropiano.org/news/politica-news/2018/03/21/i-complici-dei-torturatori-possono-zittire-pure-un-magistrato-0102102

http://contropiano.org/altro/2016/03/19/radiate-medici-torturatori-genova-2001-076796

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Tre morti in due giorni. A Bologna la guerra sul lavoro uccide un altro operaio

Piangiamo un altro morto di lavoro, Carmine Cerullo, operaio di 56 anni di Napoli residente a Torino, folgorato ieri notte nel nodo ferroviario di Bologna durante un intervento appaltato da RFI alla Sifel di Spigno Monferrato, azienda del gruppo CLF spa di Bologna, che a sua volta fa capo alla multinazionale olandese Strukton Rail AB. Questo tourbillon aziendal-geografico racchiude tutta la sanguinaria indifferenza della finanza senza frontiere nei confronti della classe operaia, carne da macello da sacrificare sugli altari del capitale.

Bisogna generare profitti e crescita e se qualcuno ci rimette le penne, pazienza.

RFI, Rete Ferroviaria Italiana, ha assolto il compitino quotidiano: cordoglio e vicinanza alla famiglia, inchiesta interna. La prossima puntata parlerà invariabilmente di fatalità.

Non ci racconteranno che Carmine è morto questa notte all’1,40 al bivio Navile mentre operava sulla linea aerea, proprio quando la “scorta” del personale RFI addetta alla disalimentazione degli impianti era stata dirottata da un capostazione (DCO, dirigente centrale operativo) per verificare la presenza di estranei sui binari in un altro punto della linea, operazione tassativamente vietata alle “scorte”.

Però tutte le aziende citate menano gran vanto della grande preoccupazione che tutti hanno per la sicurezza dei lavoratori, esibendo certificati e controcertificati. La stessa Sifel scrive sul proprio sito che “la maggior parte del personale che opera all’interno della S.I.F.EL. S.p.A. ha seguito i corsi indetti dalla “Rete Ferroviaria Italiana”(R.F.I.) necessari al conseguimento dell’abilitazione all’esecuzione dei lavori in ambito ferroviario”.

Già a leggere una frase del genere, qualcuno si dovrebbe porre interrogativi. Noi, come Unione Sindacale di Base, non più tardi di tre giorni fa eravamo tornati a denunciare con questo documento lo scandalo dei lavori in appalto e della privatizzazione strisciante che impera nel settore delle infrastrutture ferroviarie. E l’8 marzo avevamo scioperato proprio sui temi della sicurezza, chiedendo un incontro urgente al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti. Oggi, che piangiamo l’ennesimo omicidio sul lavoro, dopo le due vittime di ieri nel porto di Livorno, come USB ribadiamo le nostre richieste:

- stop alla privatizzazione selvaggia del settore manutenzione di RFI;

- assunzione immediata di almeno 5000 operatori della manutenzione infrastrutture (di cui la meta’ con requisiti di esperienza nel settore);

- generale incremento dei livelli professionali e salariali;

- ritorno alle 36 ore settimanali.

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29/03/2018

Potere al Popolo: “Liberate i prigionieri politici in Catalogna”. L’Onu ammette il ricorso di Puigdemont

“L’arresto in Germania del presidente eletto della Catalogna Carles Puigdemont e quello di altri dirigenti catalani in Spagna è un atto gravissimo” scrive in un nota Potere al Popolo.

La risposta delle autorità spagnole contro il movimento indipendentista e più in generale per l’autodeterminazione catalana è stata brutale, evidenziando come l'eredità del franchismo e l’ipoteca della monarchia sulla Costituzione spagnola siano ancora pesantissime.

“La repressione si fonda su un quadro costituzionale e legislativo ereditato dalla dittatura franchista che contrasta con i principi democratici che normalmente i governi UE invocano nei confronti di altri paesi”. Potere al Popolo condanna apertamente l’arresto in Germania del presidente catalano Carles Puigdemont e quelli dei dirigenti catalani.

“Chiediamo l’immediato rilascio di tutti i prigionieri politici, il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, il diritto del Parlamento della Catalogna a svolgere le sue funzioni e che si fermi la repressione”.

Intanto sul piano degli avvenimenti nella repressione in Catalogna, va segnalato che il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (ONU) martedì ha ha accettato di discutere la richiesta del presidente Carles Puigdemont che ha denunciato la violazione dei suoi diritti politici in Spagna. La decisione è arrivata dopo che l’ONU la settimana scorsa ha chiesto al governo spagnolo di garantire i diritti del deputato di Insieme per la Catalogna (JxCat) Jordi Sánchez.

Gli avvocati di Puigdemont hanno annunciato all’inizio di febbraio la presentazione della denuncia, primo passo di un’offensiva internazionale per denunciare la violazione dei diritti politici e fare pressione sul governo spagnolo. In particolare, la denuncia è stata presentata sostenendo che la Spagna ha violato due convenzioni internazionali: i diritti civili e politici e la Dichiarazione universale dei diritti umani.

Puigdemont ha presentato la denuncia all’ONU e non a un’altra istanza come la Corte Europea di Strasburgo in modo che il quadro interpretativo dell’organismo si basi sulla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, che riconosce il diritto di autodeterminazione.

La risoluzione finale dell’ONU impegnerà formalmente la Spagna, poiché è firmataria dell’accordo e del protocollo aggiuntivo dell’organismo, ma il Comitato non ha la capacità di sanzionare qualora la Spagna decidesse di non rispettare la sua decisione.

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Eurostop. Perchè una campagna per il referendum contro i Trattati europei

Giovedì 6 aprile verrà depositata in Cassazione la Proposta di Legge costituzionale di iniziativa popolare per chiedere che in Italia si possa celebrare un referendum sull’adesione ai Trattati europei. Dal giorno in cui verrà apposta la prima firma sui moduli ci saranno sei mesi di tempo per raccoglierne almeno cinquantamila da presentare al Parlamento. Il dato interessante è che adesso c’è l’obbligo di discutere le leggi di iniziativa popolare entro i tre mesi dalla presentazione.

Un primo tentativo lo avevamo fatto con Ross@ il 21 marzo del 2015 presentando alla Presidenza della Camera dei deputati una petizione, sottoscritta da tremila firme, nella quale chiedevamo sostanzialmente la stessa cosa sulla base del referendum consultivo svoltosi nel giugno 1989 insieme alle elezioni europee.

Pensiamo di poter cominciare con una prima giornata nazionale la raccolta delle firme in tutte le città dove sia possibile, insieme a quelle sulla legge di iniziativa popolare sull’art.81, per venerdì 20 aprile. Inoltre potremo utilizzare le manifestazioni del 25 aprile e del 1 maggio per raccogliere le firme.

Questa campagna per il referendum sui Trattati europei la realizzeremo insieme a quella dell’abrogazione/riscrizione dell’art. 81 in Costituzione che invece è partita già da dicembre 2017. Cercheremo di coinvolgere su questa campagna anche tutto Potere al Popolo. Al momento – come noto – non c’è condivisione su questa nostra iniziativa per cui dovremo cominciarla come Piattaforma Eurostop ma lavoreremo per allargare lo spettro delle forze che possono essere coinvolte e interessate.

La situazione politica in cui andremo a collocare l’iniziativa che chiede una legge per consentire il referendum sui Trattati europei è molto più interessante che in passato, sicuramente rispetto all’unanimismo europeista del referendum nel 1989.

In Parlamento, dopo le elezioni del 4 marzo, non c’è più una maggioranza blindata europeista come in passato, ma una maggioranza con molte contraddizioni interne su questo aspetto, contraddizioni su cui lavorare e far emergere con una iniziativa che chiede il referendum come esercizio della sovranità popolare e democratica sui diktat del “vincolo esterno” che sta strangolando i settori popolari.

La questione emerge con evidenza sia dalle parole di Martin Wolf del Financial Times nell’intervista a La Repubblica, sia dal retroscena dell’incontro tra Merkel e Macron pubblicato sul Corriere della Sera. In quegli ambiti il voto del 4 marzo è stato paragonato alla Brexit.

Non solo. Mettiamo in campo una iniziativa centrata sulla contraddizione principale in un momento in cui – entro il 30 aprile – il vincolo esterno dell’Unione Europea si farà sentire sempre più pesantemente sulla manovra correttiva che il governo deve fare per rispettare i parametri del patto di stabilità. Allo stesso tempo, sullo sfondo, già si individuano nuove misure lacrime e sangue sul sistema pensionistico e sullo smantellamento del welfare.

Come informazione, vogliamo rammentare come in Europa ci siano stati referendum in materia di trattati europei in 9 paesi. In 6 paesi (Francia, Olanda, Danimarca, Norvegia, Grecia, Gran Bretagna) quando la gente ha potuto esprimersi ha bocciato i trattati o i memorandum europei. In un caso – l’Irlanda – ci sono stati due referendum che hanno bocciato i trattati europei ma che sono stati costretti a ripetere l’anno successivo con un esito diverso (facendo prevalere i “sì” con una fortissima ingerenza esterna), solo in due casi (Slovenia e Croazia) c’è stato consenso nei referendum all’adesione all’Unione Europea.

Infine ma non per importanza stiamo mettendo in campo un progetto che non indica solo la necessità della rottura con il quadro esistente – l’Unione Europea – ma che indica anche una alternativa: l’area euromediterranea.

Si apre su questo un percorso estremamente interessante sia sul piano di una integrazione regionale con criteri radicalmente diversi da quelli imposti dalle oligarchie e dalle classi dominanti, sia sul piano di una politica di neutralità e disarmo (quindi uscendo dalla Nato e dai trattati militari esistenti) che si metta di traverso rispetto agli scenari di guerra che stanno subendo una brusca escalation (in ambito Nato, in ambito europeo, in Africa e Medio Oriente). Non solo. Una area alternativa euromediterranea può consentire un rapporto non coloniale con i paesi della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa sul piano delle relazioni economiche e della gestione dei flussi migratori.

Su questo percorso è interessante il confronto ad esempio con France Insoumise che evoca l’area euromediterranea come alternativa all’Unione Europea, ma è un percorso che sta trovando attenzione nelle forze popolari e progressiste anche in Spagna, Grecia e nei paesi del Maghreb.

Chi liquida questo percorso come sovranista o nazionalista, mostra di non sapere leggere quanto viene scritto e soprattutto di non voler leggere la realtà. Con chi ha questo approccio non perdiamoci troppo tempo, è molto più interessante andare a confrontarsi su questo con i lavoratori, i disoccupati, gli abitanti delle periferie, i giovani e i settori popolari.

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Due operai uccisi sul lavoro nel porto di Livorno. Fermiamo la strage

Di lavoro si continua a morire, con violenza, nell’indifferenza di padronato e politici, nel fatalismo da lavaggio del cervello: è nell’ordine delle cose, secondo i più, che un lavoratore, una lavoratrice possa non fare ritorno a casa.

Ieri non sono tornati a casa Lorenzo Mazzoni – 25 anni appena – e Nunzio Viola, 53, due operai uccisi da un’esplosione nel porto industriale di Livorno, dove stavano bonificando una cisterna per conto della Labromare.

Sentiremo e leggeremo di fatalità, imprudenza, incidente, di morti bianche, di morti sul lavoro. Non sentiremo né leggeremo che Lorenzo e Nunzio sono morti di lavoro, uccisi dalla mancanza di sicurezza, dalla latitanza di provvedimenti legislativi concreti, dall’assenza di controlli.

L’Unione Sindacale di Base esprime la propria vicinanza e la solidarietà di classe ai familiari e ai compagni di lavoro di Lorenzo e Nunzio e torna a denunciare a gran voce l’aumento spaventoso di infortuni e omicidi sul lavoro.

È una strage continua determinata dal peggioramento delle condizioni di lavoro, dalla moltiplicazione di appalti e subappalti, dalla mancata osservazione delle norme di sicurezza.

Più di 1.300 morti e oltre un milione di infortuni ogni anno sono il risultato di oltre venti anni di legislazione antioperaia, dal pacchetto Treu del 1997, all’abolizione dell’articolo 18, al Jobs Act.

L’Unione Sindacale di Base porterà avanti la lotta perché la sicurezza sul lavoro diventi una priorità. Perché la strage di lavoratori va fermata.

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I truffatori del “reddito di inclusione”

Gentiloni e Poletti lucrano ancora una volta sulla povertà, aiutati da Boeri nella presentazione dei risultati del primo trimestre del Reddito di inclusione sociale, i cui sussidi sono erogati dal’INPS. Per mascherare esiti al di sotto delle aspettative, Boeri ha gonfiato le cifre in una tabella introduttiva dal titolo “Già raggiunto il 50% della platea potenziale”, indicando in 900 mila le persone “beneficiarie di misure di contrasto alla povertà collegate al Rei”. Ed è così che le agenzie di stampa e i quotidiani titolano la notizia.

In realtà la cifra riguarda una grande ammucchiata, a cui il Rei concorre per poco più di un terzo, essendo gli altri interventi sostenuti con i fondi SIA (Sostegno per l’inclusione attiva) e soprattutto coperti da molteplici fondi regionali.

Il governo aveva accelerato l’avvio del Rei a dicembre per ragioni elettoralistiche. L’obiettivo enunciato era di intervenire entro luglio 2018 in favore di 500 mila famiglie e 1 milione 800 mila persone. Le domande pervenute al 23 marzo riguardano 110.138 famiglie e 316.693 persone.

Boeri a queste ha aggiunto i beneficiari del Sia (119.226 nuclei e 476.868 persone), ma non quelli che sono passati al Rei dal SIA che si è estinto il 31 dicembre scorso, bensì tutti quelli che percepivano il sussidio nell’ultimo bimestre del 2017. Così ha potuto magnificare il raggiungimento del 50 per cento dell’obiettivo, e annunciarne il nuovo, da luglio in poi, di 700 mila famiglie e 2 milioni e mezzo di persone.

Rossini, presidente dell’Alleanza contro la povertà, ha avuto la faccia tosta, dopo Poletti, di affermare che il Rei è “misura flessibile ragionevole e completa” e che “su questa strada bisogna continuare per portare la persona fuori dalla povertà”. Come sia possibile, lo sa solo lui, dal momento che il sostegno finanziario dura al massimo 18 mesi e può essere eventualmente rinnovato per 12 mesi dopo 6 mesi di intervallo.

E che sia misura completa, poi! Anche quando arrivasse a regime riguarderebbe il 43 per cento del milione seicentomila famiglie che versano in condizioni di povertà assoluta. E’ un approccio intollerabile, che facendo proprie le indicazioni dell’Alleanza contro la povertà, alla quale aderisce la triplice sindacale, ha portato per legge a stratificare la povertà secondo il principio ‘di dare prima a chi sta peggio’ o, come si legge nel suo progetto, “detto altrimenti si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po meno peggio’ sino a rivolgersi dal quarto anno a chiunque sperimenti la povertà assoluta”.

Per questa logica il PD, che aveva mobilitato le sezioni per trar vantaggio dal Rei, ha ben pagato. Di un intervento diverso c’è bisogno. La denuncia del Rei viene dalla cronaca quotidiana.

“Dodicimila richieste presentate, poco più di mille quelle accettate: È molto stretta la porta per accedere al Reddito d’inclusione, che dall’inizio di dicembre ha sostituito l’assegno di disoccupazione e il sostegno per l’inclusione attiva” (cronaca di Bergamo, Corriere della Sera, 18 marzo).

“Reddito di inclusione 8 mila famiglie in coda: dicevamo di 8 mila domande fra dicembre e gennaio. Di queste, una su otto non ha superato la prima scrematura, non possedeva cioè i requisiti. I restanti 7 mila sono invece finiti negli elenchi dell’Inps che ha il compito di erogare i fondi e nel 50% circa dei casi le domande sono state accolte” (edizione di Torino, La Stampa, 27 marzo).

“Palermo. Il Comune azzera gli appuntamenti per il reddito di inclusione: si riparte da zero. Tutti gli appuntamenti già fissati per fare i colloqui con gli assistenti sociali del Comune e avviare il percorso personalizzato previsto dal Reddito di inclusione sono stati azzerati. Perché in questi mesi in tanti, dopo il colloquio, sono stati mandati indietro dal momento che di fatto non avevano i requisiti per accedere al Rei (cronaca di Palermo, La Repubblica, 16 marzo).

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Il Ministro del Lavoro francese convalida il licenziamento di un sindacalista


Martedì 20 marzo, il Ministro del Lavoro del governo Macron, Muriel Pénicaud, ha dato ragione a La Poste, autorizzando il licenziamento di Gaël Quirante, segretario sindacale di SUD-Poste nel dipartimento Hauts-de-Seine e militante del Front Social. SUD Poste 92 è la prima organizzazione sindacale a La Poste di Hauts-de-Seine, con il 52,02% dei voti ricevuti alle ultime elezioni delle rappresentanze di settore nel dicembre 2015.

Da marzo 2007, La Poste ha chiesto ufficialmente per ben quattro volte il licenziamento di Gaël, ma l’Ispettorato del Lavoro, impegnato nel verificare le motivazioni dei licenziamenti dei rappresentanti sindacali, ha sistematicamente rifiutato questa richiesta. Al contrario, l’attuale Ministro del Lavoro ha deciso di passare all’attacco e ha convalidato il licenziamento di Gaël.

La Poste ha cercato di licenziare Gaël a partire dal 2010 per il suo coinvolgimento negli scioperi e nell’attivismo sindacale. Dopo due rinvii dell’udienza, Gaël Quirante adesso passerà di fronte alla Corte d’Appello Amministrativa di Versailles, martedì 28 marzo. Questo è il risultato di una procedura di licenziamento avviata nel 2010: La Poste aveva infatti cercato di licenziarlo, accusandolo di “sequestro di persona”, in quanto coinvolto in un’occupazione della direzione dipartimentale insieme a una delegazione di lavoratori di Asnières, Châtillon e Clamart in sciopero.

Nel 2010 La Poste presentò una prima richiesta di licenziamento all’Ispettorato del lavoro, al quale è susseguito un primo rifiuto. Poi fece appello anche all’allora Ministro del Lavoro (2011), ottenendo un altro rifiuto. Quindi, un ulteriore appello al Tribunale Amministrativo (2014) e nuovo rifiuto di licenziamento. Ma La Poste ha sempre continuato il suo attacco e ha avviato una nuova procedura di licenziamento contro Gaël, presentando la questione direttamente all’attuale Ministro del Lavoro (ed ex direttore delle risorse umane di Danone) Muriel Pénicaud.

Per dare una misura dell’aggressione diretta e inesorabile di La Poste contro Gaël, basta ricordare che è stato messo in cassa integrazione forzata per più di un anno e mezzo, cumulato in 13 anni di servizio presso La Poste.

Gaël è stato preso di mira per la sua partecipazione attiva al sindacalismo di base e alla lotta politica, per gli scioperi determinati e vittoriosi, per l’opposizione risoluta alla politica di bilancio del servizio pubblico postale, fatta di tagli dell’impiego (100mila lavoratori in meno in dieci anni) e di riorganizzazioni permanenti (come a Asnières, Neuilly e in altri uffici). Gaël Quirante ha subito una vera e propria persecuzione politica disciplinare, mai interrotta e che è ripresa a ritmi serrati dallo scorso maggio.

Per quel che riguarda la situazione in Francia, i rappresentanti sindacali beneficiano di alcune tutele, per evitare ripercussione e ritorsioni da parte dei padroni. Pertanto, per licenziare un rappresentante sindacale, il datore di lavoro deve presentare una richiesta all’Ispettorato del Lavoro, che decide se il licenziamento è appropriato o meno. In caso di rifiuto da parte dell’Ispettorato del Lavoro (che, nel caso di Gaël, ha dichiarato che i fatti a lui contestati non sono abbastanza gravi per giustificare il licenziamento e che rientrano nella sua attività sindacale), il datore di lavoro può deferire la questione al Ministero. Di conseguenza spetta al Ministro decidere.

Approvando questa richiesta, Muriel Pénicaud ha deciso non solo di schierarsi dalla parte dei dirigenti di La Poste e contribuire al licenziamento di un sindacalista, ma di perpetrare il duro attacco sociale e politico ai diritti di tutti i lavoratori e, in particolare, di coloro che si organizzano e si attivano tramite il sindacalismo di base.

L’autorizzazione del Ministro Pénicaud a La Poste, per licenziare Gaël, viola una decisione di rifiuto di licenziamento pronunciata dall’Ispettorato del Lavoro e il rapporto della contro-inchiesta condotta da DIRECCTE (Direzione regionale per affari, concorrenza, consumo, lavoro e occupazione), la quale ha riconosciuto la discriminazione sindacale nei suoi confronti. Quindi, si tratta di una vera e propria decisione di carattere politico e di stampo repressivo, in chiaro contrasto con quanto stabilito dalle autorità competenti di diritto del lavoro.

Il caso di Gael è particolarmente rappresentativo e significativo, ma non è di certo l’unico: La Poste ha deciso di colpire durante i militanti e gli attivisti più combattivi. L’intervento del GIPN (Groupes d’Intervention de la Police Nationale) contro i lavoratori del centro di smistamento Bègles-Bordeaux durante uno sciopero nel 2005 è stato il calcio d’inizio di questa offensiva. Da allora, procedimenti disciplinari e penali, licenziamenti, sanzioni si sono moltiplicati contro i sindacalisti e, più in generale, contro tutti quelli che si rifiutano di piegare la testa: 10 anni di cassa integrazione accumulati dagli attivisti SUD e CGT nell’Ile-de-France dal 2012, 14 anni dal 2010! 4 attivisti sindacali del 92esimo dipartimento sono stati oggetto di provvedimenti disciplinari durante uno sciopero nel 2014.

Olivier Rosay da solo ha subito 69 mesi di sospensione dalla sua funzione. Sempre nel 92esimo dipartimento, Yann Le Merrer è stato licenziato ed è ancora in attesa di ricollocamento in seguito all’obbligo per il suo datore di lavoro di reintegrarlo. Questa logica repressiva oggi colpisce l’intero mondo del lavoro: oltre 4000 procedimenti disciplinari e/o penali sono stati avviati contro scioperanti o manifestanti dal movimento del 2016 contro la Loi Travail.

Dopo la decisione presa nell’Assemblea Generale, i lavoratori di Sud Poste 92 hanno chiamato e rinnovato lo sciopero, con l’estensione a tutti gli uffici postali e i centri di smistamento nel dipartimento, a partire da lunedì 27 marzo. Il sindacato, così come il Front Social, ha organizzato anche un presidio davanti al Ministero del Lavoro.

La solidarietà non è tardata ad arrivare: nonostante il tempo estremamente breve per organizzare uno sciopero, oltre 150 lavoratori delle poste hanno scioperato e si sono riuniti lunedì mattina davanti alla direzione de La Poste a Hauts-de-Seine Post per chiedere che Gaël Quirante non venga licenziato. Nei centri postali di Levallois, Gennevilliers, Asnières, Malakoff, Fontenay aux Roses e Neuilly, la maggior parte dei lavoratori sono entrati in sciopero, ma anche in altri centri come Boulogne Billancourt, Colombes, Courbevoie, Clamart e Rueil la partecipazione è ugualmente elevata.

I lavoratori delle poste del 92esimo dipartimento sono ben consapevoli del fatto che, attraverso il licenziamento di Gaël Quirante, sono i loro stessi diritti e i loro stessi mezzi di difesa contro gli incessanti attacchi dei dirigenti e del padronato di La Poste che vengono totalmente messi a rischio. Per questo motivo, la mobilitazione è e deve restare alta. Perché di fronte a questi attacchi politici e alle misure di repressione sindacale non bisogna fare alcun passo indietro, ma resistere, organizzarsi e lottare.

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