Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

28/11/2024

Fallimento Northvolt: la soluzione non sono i dazi

Ricorrere al Chapter 11, la principale norma fallimentare statunitense (protezione dai creditori), non è come dichiarare bancarotta qui da noi. Ogni legislazione ha le proprie particolarità, come sa bene Donald Trump, che usando questa legge ha costruito un impero.

In sostanza, significa essere insolventi e chiedere di ristrutturare il proprio debito. Ed è questo che ha fatto la società svedese Northvolt, che ha approfittato anch’essa del fatto che il Chapter 11 può essere richiesto anche da chi anche semplicemente opera sul territorio statunitense.

Northvolt è una start-up che tra i co-fondatori ha avuto Peter Carlsson, ex dirigente della Tesla e ormai anche ex amministratore delegato dell’azienda scandinava. L’idea di fondo era quella di usare l’ampia disponibilità di energia elettrica del nord della Svezia per produrre batterie.

Questa, nelle speranze europee, doveva essere uno dei pilastri su cui la UE avrebbe costruito una autonoma filiera dell’auto elettrica. Difatti dalla sua fondazione, avvenuta nel 2016, aveva raccolto oltre 10 miliardi di finanziamenti e poteva contare su di un portafoglio ordini intorno ai 50 miliardi di dollari.

Era considerata così strategica che la casa tedesca Volkswagen vi partecipava con un investimento di 1,4 miliardi di dollari, mentre il suo secondo azionista era Goldman Sachs. Persino la Banca Europea per gli Investimenti, attraverso il Fondo europeo per gli investimenti strategici, aveva elargito a Northvolt un prestito da 298 milioni di euro.

A ricordare il carattere strategico intravisto nella società, bisogna sottolineare che i fondi dati dalla UE erano parte del piano che avrebbe dovuto portare a una produzione sul Vecchio Continente di 790 GWh di batterie entro il 2030. Ciò equivale all’assemblaggio di 15 milioni di veicoli elettrici, per non dipendere dai cinesi.

Oggi Northvolt si presenta alle autorità statunitensi con 5,8 miliardi di debito, 30 milioni di liquidità, e la necessità – resa pubblica in una nota – di raccogliere ulteriori 1,2 miliardi di dollari per garantire la continuità aziendale, la quale, tuttavia, è stata assicurata. Seppur, com’è ovvio, con una profonda revisione del piano industriale.

Le difficoltà su questo piano sono esplose velocemente quest’anno. BMW ha cancellato un contratto da 2 miliardi di euro firmato nel 2020, per l’incapacità dell’azienda di fornire i volumi concordati: lo stabilimento di Skelleftea, il principale, ha prodotto meno dell’1% della sua capacità teorica.

A nulla è servita la garanzia di credito concessa dal governo svedese di ben 1,5 miliardi per tentare la sua espansione e sfruttare le economie di scala. E si attende di capire se ciò influenzerà l’apertura della gigafactory che Northvolt ha promesso alla Germania sul suo territorio, e per cui aveva già ricevuto 902 milioni di aiuti di stato.

Da Bruxelles avevano sottolineato come, in questo caso, l’operazione potesse essere approvata per evitare il dirottamento degli investimenti verso gli Stati Uniti. Insomma un sussidio “distorsivo della dinamica di mercato”, ovvero quella pratica per cui la UE ha deciso di imporre dazi sulle auto cinesi.

Ma nonostante il sostegno e gli investimenti di colossi occidentali, nonostante l’enorme mole di fondi pubblici, Northvolt è fallita. E soprattutto, è fallita la sua prospettiva di produzione, e ciò fa interrogare se davvero sia colpa della competizione del Dragone.

Non bisogna fraintendere: Tom Johnstone, presidente ad interim del Consiglio di amministrazione ha detto chiaramente che le imprese cinesi sono impareggiabili quando si tratta di volumi ed esperienza nella produzione di celle per batterie. “È il mercato, bellezza, parafrasando una famosa frase di Humphrey Bogart.

Ma in sostanza appaiono evidenti sia gli errori della dirigenza, sia l’incapacità delle autorità europee di costruire un quadro che possa tradurre in solide filiere i proclami sulla transizione all’elettrico. Mentre emerge questo dato di fatto, però, i politici di Bruxelles spingono sul pedale della guerra commerciale.

Una visione miope e anche pericolosa, per l’ambiente tanto quanto per l’occupazione europea. La cooperazione e un rapporto win-win, piuttosto che il braccio di ferro secondo la logica della competizione, si palesano come alternative di gran lunga più funzionali.

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27/11/2024

Milk (2008) di Gus Van Sant - Minirece

Anche la Romania diventa uno “swing state”

Siete liberi di votar come vuole Bruxelles e soprattutto la Nato. E se non siete d’accodo allora siete putiniani o pro-Hamas.

Sta diventando questo il commento fisso ad ogni elezione europea – o di “interesse europeo”, come quelle in Georgia – che non va come sperato (preparato, organizzato, previsto, ecc).

Ultimo caso, la Romania. Qui al primo turno ha inaspettatamente vinto Călin Georgescu-Roegen, sconosciuto ingegnere che aveva ricoperto diversi incarichi diplomatici e come tecnico al ministero dell’ambiente.

Si era presentato come indipendente, senza un partito politico alle spalle, ma con 3,8 milioni di followers su Tik Tok. Ha preso quasi il 23% e quindi andrà al ballottaggio, domenica 8 dicembre, contro Elena Lasconi (19,2%), definita “riformista liberale”, solidamente pro-UE, filo-Nato e per l’appoggio totale all’Ucraina, con cui il paese confina.

Solo terzo il cosiddetto “socialdemocratico” Marcel Ciolacu, primo ministro uscente, che ha ottenuto il 19,15%.

Georgescu ha seminato parecchie dichiarazioni di estrema destra, rivalutando addirittura il nazista Codreanu (fondatore della “Guardia di Ferro” negli anni ‘30). Ma è anche apertamente contrario alla guerra contro la Russia e all’invio (attraverso la Romania) di altri aiuti economici e militari all’Ucraina.

Per il ballottaggio ha ricevuto l’appoggio di un altro “destro” dichiarato come George Simion. Sommando i voti potrebbe così giungere al 36-37%, più o meno la percentuale del duo Lasconi-Ciolacu.

Grande incertezza, dunque, e immediata mobilitazione totale dell’Unione Europea, preoccupata di ritrovarsi un’altra “colonna” della Nato recalcitrante e dubbiosa (oltre a Ungheria, Slovacchia e Bulgaria, c’è incertezza anche sull’esito delle prossime elezioni politiche nella Repubblica Ceca).

Addirittura un gruppo di parlamentari europei chiede di convocare a Strasburgo l’amministratore delegato di Tik Tok per rispondere a domande sul ruolo della piattaforma nelle elezioni presidenziali rumene di domenica scorsa. Georgescu sembra infatti averne sfruttato al meglio le potenzialità: parla in modo semplice, evita l’ortodossia occidentale, è osteggiato dai media tradizionali ed è scettico su UE e NATO. Un po’ Meloni, un po’ Le Pen, ma internazionalmente su fronte opposto.

E quindi fioccano le allusioni sul ruolo “oscuro” (e non definito) di una possibile influenza russa. “Il risultato di questo candidato silenzioso ma estremista e filo-russo fa parte della guerra ibrida della Russia contro la democrazia europea”, ha detto Siegfried Mureșan, eurodeputato conservatore rumeno, parecchio deluso dai risultati elettorali.

Il PPE, il gruppo politico più grande dell’UE, quello di von der Leyen, ha ricordato di avere la responsabilità di “agire non solo contro gli estremismi, ma anche a sostegno di una grande e solida coalizione centrista”. Un caso da manuale di interferenza negli affari interni di un paese membro, a “a fin di bene”...

Non tutti, però, sono convinti che Georgescu diventerà il prossimo leader della Romania. Traian Băsescu, presidente della Romania dal 2004 al 2014, ha detto di non credere che Georgescu prevarrà al secondo turno e che, in generale, i rumeni rimangono “molto positivi” verso l’UE e la NATO.

Ma ha avvertito che gli elettori rumeni sono “molto arrabbiati” per il ritorno della corruzione nel paese e per il fatto che il sistema giudiziario sia di nuovo “sotto il controllo politico” (ma se pro-Nato non fa troppo scandalo, dalle nostre parti…).

“Quello che i due partiti [nella coalizione di governo] hanno fatto negli ultimi due anni è un disastro”, ha dichiarato, riferendosi al Partito Socialdemocratico e al Partito Nazionale Liberale. “Sospetto che perderanno potere”.

Un commento che illumina la situazione tragica di molti paesi europei, dove le popolazioni vengono strangolate nella morsa dell’“austerità” (e quelle dell’est con più forza, vista l’estrema debolezza delle loro economie e il livello infimo dei salari). Hanno subito per anni il peggioramento delle condizioni di vita sotto governi “europeisti” che si presentavano solo per questo come “progressisti”, e dunque si rivolgono – per assenza di alternative – a formazioni improbabili di estrema destra.

Dalla padella alla brace, con la speranza di non entrare in guerra, almeno...

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Dialettica dell’economia cinese. Per Cheng Enfu i cinesi ricostruiscono il loro percorso

Il testo “Dialettica dell’economia cinese. L’aspirazione originale della riforma”, edito in Italia da Marx XXI, è una raccolta di saggi scritti dal professor Cheng Enfu e da alcuni suoi collaboratori nell’arco di molti anni, dall’inizio degli anni ‘90, fino alla fine degli anni ‘10 del 2000. Cheng Enfu fa parte della prestigiosissima Accademia Cinese delle Scienze Sociali, molto ascoltata ai piani alti del Partito Comunista Cinese, ed è membro dell’Assemblea Nazionale del Popolo.

Il Volume, non sempre di facilissima lettura e fruizione, mira a dare una sistematizzazione teorica, basata sul marxismo, all’economia “socialista di mercato” inaugurata dal Partito Comunista Cinese con la politica di “Riforme e Apertura” del 1978, e proseguita successivamente con la “Nuova Era”, a partire dal 2012.

Quando si parla di marxismo, nel caso dei teorici cinesi, bisogna entrare nell’ottica di quella che loro chiamano “concezione olistica del marxismo”, ovvero una visione del corpus teorico marxista in termini di “sviluppo organico”, come si diceva da noi in Occidente, da Marx in poi. In pratica, fra Marx, Engels, Lenin e chi li ha seguiti, compresi i leader cinesi, non vi è distinzione fra coloro che hanno teorizzato il marxismo e coloro che lo hanno applicato, come siamo abituati a pensare in Occidente negli ultimi 40 anni: fa parte tutto di un corpus unico in continuo sviluppo.

Così, ad esempio, s’invita a non considerare dogmaticamente le affermazioni di Marx secondo cui nuovi e più avanzati rapporti di produzione non emergono mai finché le condizioni non saranno maturate all’interno della vecchia società, altrimenti non si può concepire l’emergere e l’affermarsi della rivoluzione in Cina, avvenuta in un paese arretrato e che vede tutt’oggi la compresenza di forme di produzione e distribuzione diverse.

Inoltre, in luogo della classica definizione della contraddizione fra la natura privata della proprietà dei mezzi di produzione e la natura sociale delle forze produttive che attanaglia i paesi a capitalismo maturo, viene data la seguente nuova definizione: “la criticità di base dell’economia capitalista contemporanea si manifesta nella contraddizione tra, da un lato, la costante socializzazione e globalizzazione dell’economia con i suoi fattori di produzione sotto la proprietà privata, collettiva o statale, e, dall’altro, il disordine o l’anarchia della produzione all’interno delle economie nazionali e nell’economia mondiale”.

Ciò che differenzia la Cina dai paesi capitalistici, dunque, è la sua capacità di tenere sotto controllo politico i fattori di produzione e le varie forme di proprietà esistenti, non la costruzione di rapporti di proprietà alternativi.

In generale, nell’opera di teorizzazione, l’autore si pone come portavoce delle esigenze politico-economiche della “Nuova Era”, ovvero l’era in cui la Cina decide di cessare gradualmente la funzione di “fabbrica del mondo” di prodotti a basso valore aggiunto, per proporsi come polo più centrale nelle catene del valore.

Il corollario è il sorgere di esigenze nuove che mettano in secondo piano la crescita quantitativa in termini di PIL, a favore di un modello di sviluppo che metta al centro il benessere delle persone, la tutela ambientale e le alte tecnologie. Un cambiamento epocale in tutti gli aspetti politici, pratici e di mentalità, che ha dato luogo a pesanti svolte nel partito, nell’accademia e nella società.

Per quanto riguarda il periodo il 1949–1978, precedente alle “Riforme e Apertura”, la visione del modello di sviluppo adottato in quel trentennio è sorprendentemente positiva, se la si confronta alla versione ufficiale del partito che, se da un lato lo definisce “al 70% positivo, al 30% negativo”, dall’altro mette fortemente in evidenza gli “errori” del Grande Balzo in Avanti e i “disastri” della Rivoluzione Culturale.

Ebbene, nei vari testi, Cheng Enfu reputa il modello di pianificazione in uso in quegli anni quasi come una fase necessaria, che ha avuto la funzione di garantire grandi tassi di crescita medi e la formazione di un’industria di base in vari settori; senza tale fase, non sarebbe state possibile quella successiva di Riforme e Apertura. Le critiche al Grande Balzo in Avanti e alla Rivoluzione Culturale non sono quasi presenti e derubricati a piccole deviazioni.

La fase attuale di sviluppo del socialismo in Cina viene definita fase primaria del socialismo, in cui i rapporti di proprietà hanno come elemento centrale la proprietà pubblica, mentre la proprietà privata e le altre forme di proprietà hanno una funzione ausiliaria; sul versante dell’allocazione delle risorse, invece, il mercato ha ancora un ruolo di primo piano, affiancato alla pianificazione statale, da cui la definizione di “socialismo di mercato”.

La proprietà pubblica è da considerarsi centrale in quanto influisce in maniera decisiva sul mercato, cercando di influenzare domanda e offerta, fornisce le entrate fiscali decisive allo Stato ed ha la funzione di mantenere uno sviluppo equilibrato fra i vari settori.

Man mano che si svilupperà il socialismo, la proprietà pubblica avrà sempre maggiore prevalenza rispetto alle altre forme di proprietà e anche la pianificazione s’imporrà sul mercato, che rimarrà ausiliario, giungendo a quello che viene definito “stato intermedio del socialismo”; mentre nella fase avanzata il mercato esaurirà la sua funzione.

Attualmente, il mercato e l’iniziativa privata vengono giudicati ancora più efficienti della pianificazione, specialmente nei settori in cui si ottiene profitto a breve termine e nell’allocazione a breve termine delle risorse, oltre che nel comparto decisivo dello sviluppo dei settori innovativi, su cui ci si sofferma più volte.

La pianificazione soffre di problemi al momento ritenuti insuperabili, come il coordinamento non perfetto fra gli enti pianificatori, mancanza d’incentivo, tendenze corporative interne, scarsa reattività rispetto ai nuovi settori emergenti. Esso, però, insieme alla proprietà pubblica prevale o ha l’esclusiva nei settori strategici dell’economia, e, in generale, quelli che richiedono grandi investimenti fissi e sono profittevoli a lungo termine (energia, trasporti, difesa, telecomunicazioni, alcuni mezzi di produzione).

Rispetto all’innovazione, come detto, grossa enfasi viene posta, in particolare sulla necessità che lo Stato incentivi i brevetti; in tale comparto è necessario creare un ambiente favorevole e rispettoso anche per chi si arricchisce, con un occhio particolare per coloro i quali sono andati a studiare all’estero e sono poi tornati (quindi potrebbero aver “assorbito” valori, abitudini e modi di lavorare differenti).

In ambito accademico, si caldeggia la necessità di favorire la crescita di un ambiente aperto al dibattito e all’ingresso di nuove idee, una sorta di “politica dei cento fiori” in chiave moderna, senza giungere, però, a far penetrare idee occidentali quali la separazione dei poteri, la democrazia liberale, ecc.

Inoltre, si esplicita che il metodo delle joint venture nei settori più innovativi sia da ritenersi superato perché non permette un grado di controllo sufficiente per la pianificazione statale e spesso porta a non sviluppare adeguatamente, se non a smantellare i reparti ricerca e sviluppo delle aziende quando i capitali stranieri subentrano in un secondo tempo.

In definitiva, nei settori delle alte tecnologie devono svilupparsi le maggiori sinergie possibili fra stato e privato (cinese), trovando una sintesi superiore nell’interessi di tutti. Un po’ come si sta facendo nel comparto digitale.

Un altro aspetto notevole del libro è che l’autore si è assunto il ruolo di tenere la barra dritta, in presenza di molteplici tentennamenti ed idee sbagliate, durante l’epoca di riforme e apertura, rispetto alle molteplici storture che si stavano creando all’interno della società e del tessuto produttivo: una parte rilevante dei testi, infatti, risale proprio agli anni in cui il PIL cinese cresceva a due cifre, trainato dagli investimenti stranieri in produzione a scarso valore aggiunto.

Si trattava, quindi, di un periodo in cui i salari dei lavoratori crescevano a ritmi sottodimensionati rispetto al PIL e ai profitti, come tipico del “sgocciolamento” liberista, consegnando un ambiente favorevole alle esternalizzazioni in Cina per le multinazionali straniere, grazie ai bassi costi di produzione; vi era, pertanto, un grande sfruttamento del lavoro e il livello d’inquinamento delle metropoli era insostenibile.

Ebbene, viene effettuata un’analisi meticolosa di quel modello di sviluppo, paragonandolo anche a quello che il capitalismo occidentale impone anche agli altri paesi “in via di sviluppo” (categoria entro cui la Cina è inserita costantemente) e analizzandolo non solo da un punto di vista marxista, ma anche attraverso le categorie delle varie scuole economiche affermatesi in occidente nel dopoguerra, ovvero quelle riconducibili alla “mano invisibile” smithiana e al keynesismo.

Ne vengono, così, elencate tutte le caratteristiche negative, come lo scarso livello di reddito da salario (a fronte di altri tipi di reddito, quali quello da proprietà immobiliare o di prodotti finanziari, che nelle città si andavano affermando), lo scarso livello di consumi interni, lo squilibrio che si andava approfondendo fra le città e le campagne, le quali restavano sostanzialmente a livelli di grande povertà e le estreme disuguaglianze sociali.

Tutti dati, questi ultimi, non propri di un paese che ha l’obiettivo della costruzione del socialismo, ma tipici dei paesi in via di sviluppo destinati a cadere nella cosiddetta “trappola del reddito medio”, ovvero a giungere ad un certo livello di sviluppo medio-basso per poi, una volta finito il margine competitivo sul livello dei salari, ristagnare per mancanza di una propria base industriale e tecnologica indipendente.

Pertanto, l’autore combatte alcune idee ben presenti in quegli anni nel dibattito accademico (e nel partito), quali “aprire tanto per aprire” (agli investimenti stranieri) e sviluppare le tecnologia più avanzate semplicemente importandole dall’Occidente, per perorare, come già detto, una stretta sul livello di controllo della pianificazione su tali settori, il rafforzamento della proprietà pubblica di essi, nonché la formazione di un capitalismo nazionale più incline a rimanere nell’ambito delle direttive centrali del partito.

Sono questi, insieme all’implementazione della “Belt and Road Initiative”, rivolta prevalentemente ai paesi in via di sviluppo, i tratti della cosiddetta “nuova normalità” economica in Cina, segnata da una maggiore indipendenza dai capitali occidentali e da un modello sviluppo che predilige la qualità rispetto alla quantità, ovvero più alte tecnologie “autoctone”, e una riduzione dei mega investimenti infrastrutturali (per i quali, del resto, c’è fisiologicamente poco spazio) e investimenti stranieri.

I testi si fermano, cronologicamente, agli albori della guerra commerciale inaugurata da Trump e prima della demolizione di alcune bolle finanziarie interne, come quella immobiliare e quella dei giganti di vendite e pagamenti online, Alibaba e Ant Group. Non comprendono, pertanto, l’ultima fase in cui il problema di “aprire tanto per aprire” decisamente non esiste più, bensì, all’opposto, è la Cina che deve farsi garante della globalizzazione, a fronte delle barriere erette dall’Occidente.

Cominciano a porsi in maniera molto stringente problemi nuovi in parte anticipati dal testo con qualche anno di anticipo, quali la creazione di una base tecnologica completamente autonoma dagli USA per gestire il disaccoppiamento tecnologico in settori strategici come i chip e il digitale, oltre alla necessità di contenere alcuni “giganti nazionali”, nati e sviluppatisi sotto tutela governativa, che poi, internazionalizzandosi sui mercati finanziari, hanno trasbordato, come il gruppo Alibaba e qualche gigante dell’immobiliare. Ovviamente, sarebbe interessante seguire il dibattito che si sta sviluppando anche su questi temi.

In definitiva, si tratta di un libro che consente di entrare nel merito del dibattito sviluppatosi in Cina lungo diversi decenni e anche di capire come il Partito Comunista Cinese sia giunto a tenere duro su determinati principi socialisti in maniera tutt’altro che lineare e scontata: diversi decenni di riforme e apertura concepiti in quel modo avevano portato all’affermazione di idee, se non liquidazioniste, almeno ideologicamente stagnanti e poco lungimiranti, che si è stati in grado di superare anche grazie all’opera di intellettuali come Cheng Enfu.

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Salvini il “precettatore” contro lo sciopero generale di venerdi

In vista dello sciopero generale di otto ore proclamato per venerdì, il ministro Salvini ha firmato la precettazione contro lo sciopero nei trasporti per ridurne la durata a sole 4 ore.

La precettazione era stata annunciata in una nota del Ministero al termine dell’incontro con le organizzazioni sindacali che ha visto la partecipazione del ministro. In caso di inosservanza della precettazione la legge 146 del 1990 prevede sanzioni amministrative a carico di ciascun lavoratore “colpevole” della violazione, determinabile, con riguardo alla gravità dell’infrazione ed alle condizioni economiche, da un minimo di 500 euro a un massimo di mille euro per ogni giorno di mancata ottemperanza.

“Impugneremo la precettazione presso le sedi opportune, faremo subito il ricorso. Leggeremo ovviamente la motivazione ma eravamo preparati perché è il secondo anno consecutivo che il ministro Salvini precetta i trasporti durante uno sciopero di Cgil e Uil” ha affermato il segretario della Uil Bombardieri. “Non ci ricordiamo la stessa solerzia durante altri scioperi indetti da altri sindacati. Mi pare ci sia un tentativo di mettere in discussione il diritto allo sciopero e una corrispondenza fra la commissione di garanzia e la politica che è preoccupante, con la commissione di garanzia che risponde agli input di un ministro che si preoccupa soltanto di ridurre gli spazi democratici in questo paese”.

“Noi riconfermiamo lo sciopero di 8 ore anche per il Tpl e il trasporto aereo: abbiamo escluso il trasporto ferroviario perché c’è stato lo sciopero domenica, e quindi ci sono da rispettare i dieci giorni” ha dichiarato il segretario della Cgil Landini.

Secondo Guido Lutrario dell’Usb “È molto grave che ora si attacchi anche uno sciopero generale, puntando a limitarne gli effetti. Lo scorso anno ci siamo scontrati con il ministro Salvini sulle arbitrarie limitazioni che impose allo sciopero del trasporto locale e il TAR ci diede ragione. Oggi tornano all’attacco senza tenere conto di quanto già stabilito in precedenza. L’unica preoccupazione della Commissione – aggiunge Lutrario – è quella di ridurre le agitazioni e mai di obbligare le aziende e le associazioni padronali a discutere con le organizzazioni dei lavoratori in presenza di scioperi che raccolgono un’ampia adesione. Sono inaccettabili le restrizioni che si vogliono imporre sullo sciopero del 29 ma voglio ricordare a Landini e Bombardieri che la difesa del diritto di sciopero non può esercitarsi a singhiozzo, solo quando è colpita la propria organizzazione”.

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Libano - Cessate il fuoco, prima dell’annuncio pesanti bombardamenti su Beirut

Da questa mattina alle 9 è in vigore il cessate il fuoco in Libano mediato e imposto da Stati Uniti e Francia. La sua durata è prevista per un periodo di 60 giorni, il che coincide all’incirca con l’insediamento della presidenza Trump.

Poco dopo che il cessate il fuoco è entrato in vigore in Libano questa mattina, i cittadini libanesi hanno iniziato a tornare nelle loro città e quartieri della Bekaa, nel sud del Libano e a Dahiyeh (il sobborgo meridionale di Beirut), sfidando le minacce israeliane di tornare, soprattutto nei villaggi del sud.

Foto e video circolati sui social media hanno mostrato flussi di auto che trasportavano sfollati diretti verso i villaggi meridionali, poiché i cittadini non potevano più aspettare per tornare nelle loro città d’origine dopo 65 giorni di brutale aggressione israeliana iniziata il 23 settembre.

L’esercito israeliano ha però avvertito i residenti del Libano meridionale di non avvicinarsi ai villaggi evacuati dopo l’entrata in vigore dell’accordo per il cessate il fuoco con Hezbollah. “Con l’entrata in vigore dell’accordo di cessate il fuoco e in base alle sue disposizioni, le Forze armate israeliane rimangono schierate nelle loro postazioni all’interno del Libano meridionale. È vietato dirigersi verso i villaggi di cui è stata ordinata l’evacuazione o verso le Forze di difesa israeliane nella zona”.

L’esercito libanese, che insieme al contingente UNIFIL dovrà contribuire a garantire la tenuta del cessate il fuoco, ha reso noto che si sta preparando a schierarsi nel sud del Paese, ma ha anche chiesto ai residenti dei villaggi di confine di ritardare il ritorno a casa fino a quando l’esercito israeliano, che si è spinto per circa sei chilometri in territorio libanese, non si sarà ritirato.

Le forze armate israeliane ieri pomeriggio hanno lanciato un pesantissimo attacco “su larga scala” su Beirut poche ore prima dell’annuncio di un possibile cessate il fuoco. Gli israeliani dichiarano di aver colpito 20 “obiettivi” in tutta Beirut, di cui 13 a Dahiyeh. Anche Hezbollah ha messo a segno un colpo contro la casa del comandante dell’aeronautica militare israeliana a Tel Aviv. Ma anche poco dopo l’annuncio serale di Netanyahu sul cessate il fuoco l’aviazione israeliana ha compiuto un raid sul centro Beirut che ha provocato la morte di tre civili.

Le autorità israeliane hanno chiaramente lasciato intendere che l’allentamento della pressione sul fronte nord, consentirà di colpire con maggiore pesantezza i focolai di resistenza palestinese e la popolazione di Gaza.

Il giornale israeliano Times of Israel, citando Channel 12, scrive che l’accordo di cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah non include un linguaggio esplicito che affermi che Israele ha la libertà di rispondere se il movimento libanese violasse l’accordo nelle aree a nord del fiume Litani in Libano.

Secondo il rapporto, l’accordo afferma che Israele segnalerà qualsiasi violazione di questo tipo all’organismo internazionale guidato dagli Stati Uniti che dovrebbe supervisionare l’accordo stesso e che poi si riunirà per discutere la gravità della violazione.

Tuttavia, la formulazione sul fatto che Israele abbia il diritto di rispondere è ambigua, a differenza dei casi in cui ci sono violazioni a sud del fiume Litani o se c’è una minaccia immediata. “A ogni violazione, risponderemo con la forza”, promette Netanyahu secondo cui “è un buon accordo quello che viene applicato, e noi lo applicheremo”.

Netanyahu ha attaccato molti critici che sostengono che Israele non sarà in grado di ricominciare a combattere in Libano dopo un cessate il fuoco, affermando che hanno detto la stessa cosa prima dell’accordo di una settimana sugli ostaggi per il cessate il fuoco a Gaza l’anno scorso.

Netanyahu dice che ci sono tre ragioni per accettare il cessate il fuoco ora. Il primo è concentrarsi sulla minaccia iraniana. Il secondo è quello di consentire alle truppe di riposare e di rifornire le riserve di armi. “Ci sono stati ritardi, e grandi ritardi, nelle spedizioni di armi”, dice, senza menzionare l’amministrazione Biden. “E quel ritardo sarà presto recuperato”, dice, alludendo al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

La terza ragione è quella di separare i fronti nord e sud e isolare Hamas. “Con Hezbollah fuori dai giochi, Hamas è rimasto solo nella campagna militare. La nostra pressione aumenterà”, dice, il che consentirà a Israele di riportare a casa gli ostaggi.

I sindaci dei villaggi nel nord di Israele e centinaia di comandanti e soldati del movimento israeliano Reservist-Generation of Victory hanno chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu e ai membri del gabinetto politico di sicurezza di non promuovere alcun accordo con il Libano se non include la presa di territorio lungo il confine che rimà sotto il controllo delle forze armate israeliane garantendo la sicurezza dei residenti.

Del resto un editoriale del Jerusalem Post di pochi giorni fa scriveva che “Storicamente parlando, il Libano meridionale è in realtà il nord di Israele, e le radici del popolo ebraico nell’area sono profonde. Se questo possa o debba essere tradotto ora in una realtà politica è una questione molto più complessa, ma semplicemente non si può negare il nostro legame con la terra”. Insomma, non proprio un appello a ritirare le truppe dal Libano.

Il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid ha attaccato il governo per l’accordo di cessate il fuoco in Libano, accusandolo di essere stato “trascinato nell’accordo con Hezbollah” dopo più di un anno di combattimenti.

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USA - I dazi di Trump saranno la fossa dell’Occidente

Un anticipo della tempesta sul mercato mondiale. Donald Trump non è ancora entrato nella Sala Ovale della Casa Bianca, ma ha già dato una scossa alle poche certezze che ancora sopravvivono sui mercati. Non bastavano due guerre al limite dell’esplosione nucleare – quelle principali, almeno, ma ce ne sono altre in giro – ora bisogna per forza aggiungere al calcolo quelle tariffarie tra tutti i principali paesi del mondo.

In un post sul suo social Truth, il presidente eletto avverte che già a gennaio, appena insediato, intende applicare i nuovi dazi. Del resto la sua priorità era stata più che chiaramente illustrata da quando è “sceso in politica”: America First, e chissenefrega degli altri.

L’aveva detto anche in occasione della sua prima elezione, ma allora non aveva una maggioranza in entrambe le Camere e dunque era stato un cavallo pazzo, sì, ma con le briglie legate alla staccionata dell’establishment stelle-e-strisce.

Ora non ha più quei limiti (interni agli Usa) e quindi lancia i suoi ukaze in forma ancora solo mediatica, tanto per saggiare le reazioni. Quelle dei “mercati” in primo luogo, perché è forse uno dei “poteri veri” che sa bene di non poter controllare.

La prima salva di missili è stata quindi caricata con la promessa di imporre dazi sulle importazioni estere, come più volte promesso. Stavolta ha anche quantificato, con cifre che sono riuscite a sorprendere: +25% su quel che arriva da Canada e Messico, paesi confinanti con cui lui stesso – nella prima presidenza – aveva stretto accordi commerciali apparentemente “eterni”, e un ulteriore +10% su quelle cinesi (già pesantemente gravate da altre decisioni simili, sia sue che di Biden).

Conseguenze immediate: calo del peso messicano, nuovo indebolimento dell’euro, botta secca per la borsa di Tokyo (ma non su quelle cinesi), turbolenze pesanti su tutti i mercati, compresa Wall Street, titoli dell’auto in picchiata.

Allucinanti alcune delle ragioni poste a base di questa scelta, che dovrebbe entrare in vigore già dal primo giorno (il prossimo 20 gennaio): per quanto riguarda Messico e Canada «finché la droga, in particolare il Fentanyl, e tutti gli immigrati clandestini non fermeranno questa invasione del nostro Paese».

Per quanto concerne la Cina, invece – da colpire con “appena” un 10% in più, dopo aver promesso un +60% (ma sulle auto c’è già un 100%) – Trump critica Pechino per non aver rispettato le promesse di imporre la pena di morte per le persone che spacciano il Fentanyl (chissà se cambierà anche la “narrazione” democratica occidentale, che fin qui ha attaccato Pechino perché prevede ancora la pena di morte – come gli Usa, peraltro).

Come si vede si tratta di un “pacchetto” economico-politico alquanto bizzarro, con cui The Donald prova a coprire una serie di problemi per cui non ha alcuna soluzione concreta positiva, ma si limita a “scaricare” sul resto mondo – senza più neanche troppo distinguere tra “alleati” e “nemici” – le sciagure interne agli Usa.

Almeno sul piano della propaganda. Perché certamente i cittadini statunitensi possono fare a meno di auto elettriche cinesi o droghe sudamericane (bisognerebbe chiedersi però – ma per Trump è forse troppo, potrebbe spiegarglielo Elon Musk – per quale motivo gli Usa sono diventati un’idrovora di cocaina et similia), ma non del petrolio canadese o messicano (glielo ha già fatto notare Ottawa, ricordando che le importazioni canadesi di prodotti americani sono una componente imponente del commercio Usa).

Per quanto riguarda il Fentanyl, invece, trattandosi di un oppiaceo base per la produzione di antidolorifici da sala operatoria, possiamo scommettere che la “guerra” non avrà grandi effetti concreti. Qualche maxi-sequestro qua e là, magari, ma il malessere sociale che trova soluzione nelle tossicodipendenze non diminuirà per i dazi.

Ancora una volta sarà però l’Europa a soffrire maggiormente l’innalzamento dei prezzi al consumo per i prodotti importati negli States. Già il confindustriale Sole24Ore lancia l’allarme delle imprese. “Si scrive Messico ma si legge Italia”, svelando un segreto di pulcinella: molti dei prodotti “made in Italy” esportati negli USA vengono prodotti in Messico, per ovvie considerazioni sul minor costo del lavoro, oltre che sulle spese di trasporto.

Ma il nostro paese condivide con il resto d’Europa lo stesso “modello”, quello export oriented imposto dall’industria tedesca e inchiavardato nelle politiche dell’Unione Europea.

Sono mesi ormai che si sommano le crisi aziendali dei colossi industriali tedeschi. A Volkswagen, Bmw, Mercedes, Opel si somma ora la situazione di ThyssenKrupp, che prepara la riduzione della produzione del 20% e il licenziamento di 11.000 lavoratori. Per chi conosce da vicino il “modello tedesco” (la certezza del posto di lavoro in cambio di moderazione salariale, anche se su livelli “da sogno” rispetto all’Italia) è un trauma dalle conseguenze imprevedibili, soprattutto sul piano sociale e politico.

A farne le spese, da subito, è il fantasma della “transizione energetica”. Si è visto alla Cop 29 di Baku che ormai, per i paesi occidentali, il tema conta assai poco. Resta nelle dichiarazioni ufficiali, ma si azzera nelle decisioni operative.

Subito dopo è arrivata l’iniziativa di ben sette paesi europei – ovviamente tutti pesantemente coinvolti nella produzione automobilistica (Italia, Austria, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Polonia, mentre Germania, Francia e Spagna guardano facendo il tifo, ma senza voler ancora apparire), che chiedono alla UE di rivedere subito, fin dal prossimo anno, le norme che prevedono lo stop alla produzione di auto benzina e diesel a partire dal 2035.

Abbiamo scherzato, insomma, il mondo può crepare. I “privati” non sono più disposti ad investire un euro in una competizione produttiva già persa (i cinesi, con la programmazione, sono praticamente irraggiungibili), e il “pubblico” non può, bloccato dall’“austerità”.

Proprio la Cina, peraltro, è il paese che ha reagito all’annuncio con più sobrietà: “Nessuno vincerà una guerra commerciale o una guerra tariffaria”. Non siamo infatti più, e da parecchi anni, in una sistema mondiale controllabile senza problemi dagli Stati Uniti, con un solo sistema di pagamenti internazionali e rapporti di forza economici (e militari) soverchianti.

Una guerra di tariffe doganali riceverà senza dubbio risposte simmetriche e dolorose, mettendo in difficoltà soprattutto chi (l’intero Occidente neoliberista) ha delocalizzato gran parte della propria industria a caccia di profitti più alti. Negli altri settori, nel migliore dei casi e tra fiammate inflazionistiche, si chiuderà in pareggio.

Game over. Le “pensate” di Trump possono solo accelerare la crisi dell’intero Occidente. Altro che “great again”...

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Milano - Rivolta al Corvetto: perchè non è una questione di ordine pubblico

Nella notte tra il 24 e il 25 novembre il quartiere Corvetto è stato teatro di disordini a seguito della morte di Ramy Elgaml, un ragazzo egiziano di 19 anni morto a seguito di un inseguimento da parte dei Carabinieri, di cui ancora non è chiarissima la dinamica.

Amici e parenti di Ramy – a cui esprimiamo prima di tutto il nostro cordoglio – hanno dato vita a proteste per le strade del quartiere già nel pomeriggio del 24 novembre, esponendo uno striscione con scritto “Verità per Ramy” .

Episodi come questi dimostrano quanto sia grande il malessere sociale che cova sotto la cenere delle periferie milanesi: Milano è una città per il business e gli affari dove la speculazione edilizia, finanziaria e dei grandi eventi si fa sulla pelle degli abitanti che vengono sempre più espulsi e schiacciati in contesti di degrado privi di servizi, totalmente abbandonati.

I costi dell’abitare e del vivere sono sempre più insostenibili e gli stipendi sono irrisori, con contratti che non offrono prospettive tenendo le vite delle persone in bilico nell’impossibilità di progettare un’esistenza dignitosa.

Il quartiere Corvetto, dove abitava Rami, è uno degli obiettivi dei rapaci della speculazione, basti pensare alle operazioni che coinvolgono lo scalo di porta romana e i cantieri delle nuove palazzine che invadono il quartiere.

A seguito dei disordini nel quartiere sono arrivate le esternazioni razziste e qualunquiste della politica: l’europarlamentare leghista Silvia Sardone ha associato il degrado delle periferie all’immigrazione, perpetrando l’idea xenofoba secondo cui il malessere delle periferie è causato dagli stranieri.

Cara Sardone, il malessere non lo causano gli immigrati, ma le politiche di asservimento a palazzinari e speculatori che il tuo partito, insieme al PD, cerca proprio in queste ore di trasformare in legge con il “Salva Milano”; lo causano l’affossamento della sanità e dei servizi pubblici e la mancanza di una via d’uscita dalla povertà per i giovani delle nostre periferie; gli ultimi rapporti sulla povertà a Milano sono impietosi e dicono chiaramente che colpisce sempre più donne e giovani e che aumenta a causa dei bassi salari anche tra chi un lavoro ce l’ha.

Nei giovani di seconda generazione la destra trova un perfetto capro espiatorio mentre il centrosinistra di Sala, di fronte a fatti come questi, tace complice; in fondo l’humus politico ed economico di questa città escludente l’hanno costruito loro.

Abbiamo bisogno di più case popolari, di scuole, ospedali e servizi migliori, di lavoro dignitoso che permetta una strada di emancipazione e riscatto per i giovani delle periferie, non certo di più repressione e forze di polizia. Basta incolpare gli immigrati, rivoltiamoci contro gli speculatori e i politici asserviti a loro!

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