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venerdì 31 maggio 2013

L'infrazione non c'è più, il diktat Troika resta

Propaganda governativa sulla fine della "procedura d'infrazione" Ue. In realtà, la linea di governo imposta dall'Unione Europea non cambia di un millimetro.

C'è uno scarto piuttosto grande tra quanto i media mainstream riferiscono e la realtà economica del paese. Si può capire la necessità governativa di mostrarsi “tranquillizzante” e persino meno feroce del governo Monti-Fornero, ma qui siamo al rovesciamento puro e semplice della realtà.

Vediamo un po' di cose.

L'Italia è uscita dalla “procedura d'infrazione per deficit eccessivo” aperta dalla Ue nel 2009. Gioia, canti, balli, si riscopre persino la parola “tesoretto” e qualcuno lo quantifica addirittura in 12 miliardi, che sarebbero diventati improvvisamente disponibili per “la crescita” e l'occupazione. Non è così. La chiusura della “procedura” è una buona notizia sul fronte finanziario, certamente, perché contribuisce a tenere basso lo spread tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi (e francesi, ecc); indirettamente, dunque, tiene giù anche il livello degli interessi sul debito pubblico, riducendo la quota di spesa pubblica che se ne va in questa direzione.

Ma non per questo si traduce in “soldi disponibili” per altre spese (investimenti, ecc). In primo luogo perché la stessa Commissione Europea ha accompagnato il verdetto di “assoluzione” dell'Italia con una serie di “raccomandazioni” racchiuse in sei capitoli. A scorrerle si intuisce un “programma di governo” dettagliatissimo, che arriva persino a prescrivere un miglioramento della rete degli asili e delle scuole materne, in modo da facilitare la disponibilità dei genitori a lavorare. Un “miglioramento” che però diventa impossibile se non si liberano risorse pubbliche da investire in questo servizio. E non si potranno certamente liberare se verrà eseguita con decisione un'altra “raccomandazione”: quella che suggerisce una nuova e più profonda tornata di “spending review” contro la spesa e le amministrazioni pubbliche.

Non finisce qui. Viene raccomandata un'ulteriore “flessibilizzazione del lavoro” – naturalmente con la scusa di aumentare la “competitività” della produzione italica – tramite il privilegiamento della “contrattazione locale” in sostituzione di quella nazionale. Ovvero contratti solo aziendali o al più territoriali, in modo da eliminare quella difesa dei lavoratori più deboli rappresentata dal contratto nazionale (che in genere fissa almeno un “salario minimo” a seconda delle qualifiche e delle categorie). In pratica, dunque, si prescrive una riduzione salariale, oltre che delle norme di tutela.

Sul punto è bene essere chiari. Secondo la Ue non ci dovrebbe nemmeno essere quella sorta di immonda “compensazione” proposta dai sindacati complici, ovvero la “riduzione della pressione fiscale” sul costo del lavoro (le imprese pagherebbero meno contributi, i lavoratori qualche spicciolo in meno di Irpef).

Citiamo direttamente: “trasferire il carico fiscale da lavoro e capitale a consumi, beni immobili e ambiente assicurando la neutralità di bilancio; a tal fine, rivedere l’ambito di applicazione delle esenzioni e aliquote ridotte dell’IVA e delle agevolazioni fiscali dirette e procedere alla riforma del catasto allineando gli estimi e rendite ai valori di mercato”. Trasferire la tassazione dal reddito ai consumi è una classica indicazione liberista. Presenta il vantaggio di “individuare” e colpire con certezza le spese di chi, altrimenti, riesce facilmente ad evitare la tassazione diretta (un classico è l'addebitare all'impresa controllata le spese per auto, viaggi, consumi personali, ecc). Ma ha anche un effetto “di classe”, in quanto va a pesare fondamentalmente sui consumi dei lavoratori a reddito basso, perché si traduce sempre in un aumento dei prezzi delle merci-salario.

Il giudizio della Ue sull'operato dei governi italiani non è del resto per niente condiscendente: “Nonostante siano state adottate importanti riforme per rafforzare la sostenibilità di bilancio e stimolare la crescita, la loro piena attuazione rimane problematica e vi è spazio per ulteriori interventi. Per varie misure fondamentali proposte mancano ancora l’approvazione o le disposizioni attuative, ed esiste il rischio che i diversi livelli amministrativi non diano seguito uniforme alla loro applicazione concreta. Permangono debolezze considerevoli nell’efficienza della pubblica amministrazione in termini di norme e procedure, qualità della governance e capacità amministrativa, con conseguenti ripercussioni sull’attuazione delle riforme e sul contesto in cui operano le imprese”. Insomma, dice la Ue, avete scritto “buone” cose sulla carta (pessime, dal nostro punto di vista), ma la concretizzazione non è sicura...

Per esempio, i suggerimenti dettagliati arrivano a definire una “riforma della giustizia civile”, anche qui privilegiando “i tempi” rispetto alla certezza; “è necessario intervenire per promuovere il ricorso a meccanismi extragiudiziali di risoluzione delle controversie”. Tutto molto dettagliato anche in tema di lotta alla corruzione: “La corruzione, i cui costi sono stimati al 4% del PIL, è fonte di grave preoccupazione che inibisce notevolmente le potenzialità di ripresa economica. Occorre dar seguito alla legge anticorruzione del novembre 2012 e vi è margine per migliorare ulteriormente l’efficacia della repressione della corruzione, in particolare agendo sull’istituto della prescrizione, caratterizzato attualmente da termini brevi”.

Il quadro completo delle “raccomandazioni” è in definitiva molto chiaro e non bisognoso di particolari “traduzioni”.


(La UE) RACCOMANDA che l’Italia adotti provvedimenti nel periodo 2013-2014 al fine di:


  1. assicurare che nel 2013 il disavanzo resti al di sotto del 3% del PIL dando attuazione piena alle misure adottate; portare avanti l’aggiustamento strutturale con un ritmo adeguato e mediante un risanamento di bilancio favorevole alla crescita, in modo da conseguire e mantenere l’obiettivo a medio termine a partire dal 2014; realizzare gli avanzi primari strutturali programmati per instradare l’elevatissimo rapporto debito/PIL (secondo le previsioni al 132,2% del PIL nel 2014) su una traiettoria stabilmente in discesa; continuare a perseguire un miglioramento duraturo dell’efficienza e della qualità della spesa pubblica dando attuazione piena alle misure adottate nel 2012 e perseverando nello sforzo mediante revisioni periodiche approfondite della spesa (spending review) a tutti i livelli amministrativi;
  2. dare tempestivamente attuazione alle riforme in atto adottando in tempi rapidi le disposizioni attuative necessarie, dandovi seguito con risultati concreti a tutti i livelli amministrativi e con tutti i portatori d’interesse e monitorandone l’impatto; potenziare l’efficienza della pubblica amministrazione e migliorare il coordinamento fra i livelli amministrativi; semplificare il quadro amministrativo e normativo per i cittadini e le imprese, abbreviare la durata dei procedimenti civili e ridurre l’alto livello di contenzioso civile, anche promuovendo il ricorso a procedure extragiudiziali di risoluzione delle controversie; potenziare il quadro giuridico relativo alla repressione della corruzione, anche rivedendo la disciplina dei termini di prescrizione; adottare misure strutturali per migliorare la gestione dei fondi dell’UE nelle regioni del Mezzogiorno in vista del periodo di programmazione 2014-2020;
  3. promuovere nel settore bancario pratiche di governo societario che sfocino in una maggiore efficienza e redditività, per sostenere il flusso del credito alle attività produttive; proseguire i lavori di controllo qualitativo delle attività in tutto il settore bancario e agevolare la risoluzione dei prestiti in sofferenza iscritti nel bilancio delle banche; promuovere maggiormente lo sviluppo dei mercati dei capitali al fine di diversificare e migliorare l’accesso delle imprese ai finanziamenti, soprattutto sotto forma di partecipazione al capitale, e promuoverne peraltro la capacità d’innovazione e la crescita;
  4. dare attuazione effettiva alle riforme del mercato del lavoro e del quadro per la determinazione dei salari per permettere un migliore allineamento dei salari alla produttività; realizzare ulteriori interventi a promozione della partecipazione al mercato del lavoro, specialmente quella delle donne e dei giovani, ad esempio tramite la Garanzia per i giovani; potenziare l’istruzione professionalizzante e la formazione professionale, rendere più efficienti i servizi pubblici per l’impiego e migliorare i servizi di orientamento e di consulenza per gli studenti del ciclo terziario; ridurre i disincentivi finanziari che scoraggiano dal lavorare le persone che costituiscono la seconda fonte di reddito familiare e migliorare l’offerta di servizi di assistenza alla persona e di doposcuola; intensificare gli sforzi per scongiurare l’abbandono scolastico e migliorare qualità e risultati della scuola, anche tramite una riforma dello sviluppo professionale e della carriera degli insegnanti; assicurare l’efficacia dei trasferimenti sociali, in particolare mirando meglio le prestazioni, specie per le famiglie a basso reddito con figli;
  5. trasferire il carico fiscale da lavoro e capitale a consumi, beni immobili e ambiente assicurando la neutralità di bilancio; a tal fine, rivedere l’ambito di applicazione delle esenzioni e aliquote ridotte dell’IVA e delle agevolazioni fiscali dirette e procedere alla riforma del catasto allineando gli estimi e rendite ai valori di mercato; proseguire la lotta all’evasione fiscale, migliorare il rispetto dell’obbligo tributario e contrastare in modo incisivo l’economia sommersa e il lavoro irregolare;
  6. assicurare la corretta attuazione delle misure volte all’apertura del mercato nel settore dei servizi; eliminare le restrizioni che sussistono nei servizi professionali e promuovere l’accesso al mercato, ad esempio, per la prestazione dei servizi pubblici locali, dove il ricorso agli appalti pubblici dovrebbe essere esteso (in sostituzione delle concessioni dirette); portare avanti l’attivazione delle misure adottate per migliorare le condizioni di accesso al mercato nelle industrie di rete, in particolare dando priorità alla costituzione dell’Autorità di regolamentazione dei trasporti; potenziare la capacità infrastrutturale concentrandosi sulle interconnessioni energetiche, sul trasporto intermodale e, nelle telecomunicazioni, sulla banda larga ad alta velocità, tra l’altro al fine di superare le disparità tra Nord e Sud”.

Diciamo la verità: al governo Letta non resta molto da pensare (legge elettorale a parte); il programma è già scritto, e senza possibilità di “correzioni”. 


Fonte

Alla faccia del pilota automatico.
Nel frattempo le opposizioni strillano di cazzate. 

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