Michele Giorgio - Il Manifesto
Mosca chiede
spiegazioni a Israele e Damasco e Tehran condannano con forza i raid
aerei compiuti domenica dai cacciabombardieri israeliani nei pressi
della capitale siriana e sul confine con il Libano. La Siria ha anche
chiesto la condanna dell’Onu e sanzioni vere contro Israele.
«Questo attacco alla Siria è stato fatto per sollevare il
morale dei terroristi che sono stati sconfitti a Nabal, al-Zahraa, Dayr
az-Zor, Kobane e nel Qalamoun» dall’esercito governativo, ha commentato
ieri il ministro degli esteri siriano, Walid al-Muallem, dopo aver
incontrato il suo omologo iraniano, Mohammad Javad Zarif. Mentre al Muallem rilasciava queste dichiarazioni, Damasco, dopo mesi di calma relativa, è ripiombata nel pieno della guerra civile.
Bombardamenti aerei e di artiglieria e scontri armati hanno scosso ieri
la capitale siriana. Colpi di mortaio sparati da forze sunnite ribelli
sono caduti in piazza degli Abbasidi, nella parte centro-occidentale di
Damasco. Combattimenti tra le forze armate governative, sostenute da
combattenti di Hezbollah, e gruppi jihadisti ribelli sono divampati
anche a Jawbar, mentre l’aviazione governativa ha colpito più volte i
sobborghi orientali della capitale. Una fiammata della guerra
civile che conferma l’intenzione delle forze ribelli e jihadiste di
portare la guerra di nuovo anche a Damasco, nel cuore del territorio
centrale della Siria controllato dalle forze lealiste.
Il governo Netanyahu non ha commentato le accuse di Damasco. Ha
mantenuto la sua posizione abituale: non conferma ma neanche smentisce i
raid aerei contro la Siria (l’ultimo risale allo scorso marzo). La
responsabilità israeliana in realtà è nota a tutti. Non ammetterla però
consente a Tel Aviv di evitare possibili (ma assai improbabili)
condanne internazionali per le sue azioni militari. Stavolta però il
clima politico interno, particolarmente avvelenato, ha mandato in fumo
questa strategia del governo Netanyahu. Yifat Kariv, una deputata del partito “Yesh Atid”, passato all’opposizione dopo l’espulsione dal governo del suo leader, Yair Lapid,
ha pubblicamente ipotizzato che i raid aerei contro la Siria siano
stati ordinati da Netanyahu nel tentativo di puntellare le sue
credenziali in materia di sicurezza, in vista della campagna per le
elezioni del 17 marzo.
«Netanyahu non riesce a mettere insieme una coalizione di
governo alternativa e così ha deciso di alimentare paure e di infiammare
il Medio Oriente», ha affermato Kariv. «Signor primo ministro – ha aggiunto – questa volta non funzionerà». Un
esponente del Meretz (sinistra sionista), Ilan Gilon, altrettanto
pubblicamente si è augurato che l’attacco aereo «non serva al premier
per le primarie del Likud», previste a fine mese. Da parte sua il
deputato laburista Nachman Shai ha detto di sperare che il governo
non faccia uso delle «esigenze di sicurezza di Israele, per garantirsi la
sopravvivenza politica».
Naturalmente i media siriani ieri hanno dato ampio risalto alle
dichiarazioni di questi politici, giudicandole una ammissione esplicita
della responsabilità israeliana nei raid di due giorni fa, nei quali, ha
riferito la televisione araba al Arabiya, sarebbero rimasti uccisi due combattenti di Hezbollah. Un giornale israeliano, il Jerusalem Post,
ha scritto che i bombardamenti hanno avuto come obiettivo armi pesanti e
sofisticate provenienti dall’Iran e destinate ad essere consegnate a
Hezbollah. Secondo altre fonti i raid avrebbero preso di mira un carico
di missili anti-aerei S-300 di fabbricazione russa, in grado di limitare
fortemente la superiorità aerea di Israele nei cieli del Medio Oriente.
L’attacco peraltro è avvenuto nel giorno in cui un
rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato che Israele intrattiene da
mesi contatti costanti e regolari con gruppi militanti di ribelli
siriani. Le Forze di Disimpegno degli Osservatori delle
Nazioni Unite (Undof), dispiegate lungo le linee di armistizio sul
Golan, hanno riferito che ufficiali israeliani e miliziani sostenuti dall’estero hanno collaborato direttamente lungo la frontiera siriana negli ultimi 18 mesi.
I peacekeeper hanno anche segnalato di aver visto i soldati israeliani
aprire il confine e far entrare persone oltre a miliziani e civili
siriani feriti che di solito vengono ricoverati negli ospedali di Safed e
Nahariya. «L’Undof – si legge nel rapporto – ha visto almeno
dieci persone ferite trasportate da uomini armati dell’opposizione
(siriana) attraverso la zona del cessate-il-fuoco... E ha anche
identificato soldati della parte israeliana mentre consegnavano in
territorio siriano due casse a miliziani dell’opposizione siriana
armata».
Si aggrava nel frattempo l’emergenza umanitaria in Siria. Le
Nazioni Unite hanno lanciato ieri a Ginevra un appello di raccolta fondi
per 16,4 miliardi di dollari destinati a finanziare l’assistenza
umanitaria nel 2015 e non pochi di questi fondi serviranno ad assistere i
milioni di profughi siriani che vivono tra Turchia, Libano e Giordania.
«Oltre l’80% di coloro che intendiamo aiutare vive in paesi
prigionieri di conflitti», ha denunciato Valerie Amos, sottosegretario
generale dell’Onu per gli affari umanitari. Le crisi nella Repubblica
Centrafricana, in Iraq, in Sud Sudan e in Siria perciò rimarranno
«priorità umanitarie» nel 2015. A queste si aggiungono anche altre
“crisi”, alcune delle quali storiche come quella dei profughi
palestinesi.
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