Ennesimo bluff egiziano sul caso Regeni ed inevitabile reazione dell’Italia che (finalmente!) si decide a richiamare il suo ambasciatore al Cairo.
Bene, ma non basta. Intanto direi che ormai il caso inizia ad essere
chiaro e non ci sono più molti dubbi sul come sia andata: gli stessi
egiziani a mezza bocca ammettono
che sia stato vittima di uno degli squadroni della morte che prosperano
a latere dei servizi segreti e che sarebbero sfuggiti di controllo.
Possibilissimo, salvo che per un punto: perché mai una delle squadracce
del regime avrebbe dovuto prendersi la briga di rapire, torturare ed
uccidere un cittadino straniero se non gli è stato chiesto?
Il riscatto non l’hanno chiesto, una
rapina non è stata e, comunque, non ci sarebbe stato bisogno di
torturarlo, Regeni non era al corrente di nessun tesoro nascosto da
trovare e, allora, perché un gesto così insensato? E, poi, per quanto
queste squadracce possano essere sfuggite di mano al regime, i servizi
che se ne servono, le conoscono una per una (altrimenti come farebbero a
servirsene?) e, in nove giorni, cioè quanti ne sono passati dal
rapimento alla morte, avrebbero potuto benissimo trovare quelli che lo
tenevano prigioniero ed imporne il rilascio. Questo non è stato e conferma la natura di delitto di Stato di questo caso.
Per inciso, faccio notare che, pur
implicitamente e reticentemente, comincia ad essere ammesso il ricorso
del governo dei generali a squadroni della morte, come fu nell’Argentina
di Lopez Rega. Non è cosa da passare sotto silenzio.
Ed, a conferma della natura di delitto di Stato viene anche la girandola di menzogne e le tergiversazioni del governo egiziano
che, oltre che essere un oltraggio intollerabile, sono una indiretta
ammissione di colpevolezza: l’Egitto non dice la verità (pur
conoscendola perfettamente, come è ovvio) perché non può dirla, perché è
inconfessabile.
E questi sviluppi chiariscono anche il perché di questo delitto: una faida di regime,
come dimostra il fatto che questa faida è in corso e che la delegazione
egiziana aveva solo lo scopo di prendere più tempo possibile per
favorire la composizione della rissa. E diventa sempre più significativa
la notizia del ritrovamento del cadavere in quella data precisa. A noi
non interessa sapere se il cadavere di Giulio vada messo sul conto
della Sicurezza nazionale o dei servizi Militari della Mukhabarat, o su
tutti e due, e meno ci interessa che questi delinquenti risolvano i loro
conflitti. Se gli uomini di Riina si scontrano con quelli di Provenzano
a noi non interessa, li vogliamo in galera entrambi e se uno ne scanna
un altro, tanto di guadagnato: un delinquente in meno. Comunque questo
serve a fare giustizia di quelli che hanno fantasticato su una morte
motivata dalla pretesa appartenenza di Regeni ad un qualche servizio
segreto per conto del quale avrebbe scoperto chissà cosa: semplicemente,
le ragioni del delitto sono altre.
Peraltro, continuare nella pantomima degli incontri con gli egiziani non è né utile né dignitoso.
Riflettiamoci: qualsiasi cosa dicano oggi gli egiziani, dopo due mesi
di menzogne impresentabili, che credibilità possono avere? Ammettendo
pure che ci diano i tabulati telefonici: come stabilire che siano
completi e non manipolati? E se magari gli si dimostra che sono
manipolati, loro risponderanno che non lo sono e via di questo passo per
altri mesi. Ha senso? Ma, per puro amore di ipotesi, immaginiamo che ci
consegnino i quattro o cinque poliziotti che hanno effettivamente
assassinato Giulio, che ce ne facciamo di quattro boia? Noi vogliamo chi
ha ordinato loro di fare quello che hanno fatto, perché è del tutto
inverosimile che tutta questa storia si possa ridurre all’iniziativa
“spontanea” di un gruppetto di poliziotti di quartiere e che per nove
giorni il ministro dell’interno non sia stato in grado di sapere dove
era l’italiano sequestrato e bloccare la cosa. Dunque, qui da mettere
sul piatto dovrebbe essere la testa di uno dei massimi governanti del
paese e, credo, non metaforicamente, perché, se non vado errato, la
legge egiziana per l’omicidio prevede la pena capitale che dovremmo
esigere, perché una verità senza sanzione non serve a nulla e la
sanzione deve essere quella prevista dalla legge. E’ pensabile una cosa
del genere? Credo proprio di no e suppongo che sia poco probabile anche
il castigo di qualche poliziotto, perché potrebbe suonare come un
segnale di debolezza del regime rispetto al paese. Quindi, non perdiamo
più tempo.
Dunque, siamo al ritiro dell’ambasciatore: andava fatto molto prima, ma meglio tardi che mai. Solo che la misura non basta. Occorre rompere le relazioni diplomatiche.
Non si tratta solo del dovere di rendere giustizia alla famiglia e
dell’ovvio orrore per le modalità di questa morte (oddio, mica tanto
ovvio: vedo che ci sono diversi che considerano la cosa normale o,
quantomeno, non particolarmente straordinaria), ma prima ancora di una
questione di dignità nazionale: non si può ricevere un affronto del
genere senza allungare una sberla, aggiungo: senza nessuno scrupolo non
violento. Gli italiani, a volte, sono strane creature, per lo meno certi
italiani: sono così vili da invocare l’impotenza del proprio Stato per
opporsi a qualsiasi reazione, per poi tornare a lamentarsi di quanto il
governo sia imbelle e di quanto poco sia rispettato il nostro paese. E’
la solfa dell’antitalianismo degli italiani che ci guazzano dentro.
Direi che è ora di esprimere a questi connazionali tutto il ribrezzo che
ispirano.
E non si tratta solo di dignità, ma anche di interessi nazionali da proteggere.
In primo luogo, ci sono i nostri connazionali in Egitto che vanno fatti
rimpatriare immediatamente (a cominciare dai tecnici che lavorano ad
opere in quel paese), prima che diventino ostaggi in mano a quella banda
di criminali. Di conseguenza, occorre iscrivere l’Egitto nella black
list dei paesi pericolosi e proibire il turismo degli italiani in quel
paese.
Non bastano generiche limitazioni al
turismo in quel paese, va proprio proibito ai cittadini italiani. Il che
vale anche come prima (ma non unica) rappresaglia. Deve poi seguire lo stop a tutti gli affari in corso.
So che questo avrà un costo per la nostra economia, ma lo avrà ben più
pesante per l’Egitto, come dimostra la preoccupazione di Al Sisi per le
reazioni italiane (diversamente non ci sarebbero state le pantomime di
questi due mesi alla ricerca affannosa di una scappatoia). Ma ne verrà
un guadagno di immagine: dobbiamo dimostrare di non essere un qualsiasi paese levantino
come l’Egitto di Al Sisi, pronto a barattare la propria dignità per
quattro affari e questo, più in là, si tradurrà anche in un vantaggio
economico. A volte occorre saper aspettare.
Poi c’è un altro aspetto: ci sono alcuni
nostri cari alleati europei (inglesi e francesi in testa) che si
fregano le mani in attesa di subentrare all’Italia su quella piazza, bisogna tagliargli la strada con una dura campagna internazionale contro la violazione dei diritti umani in Egitto,
sollecitando un movimento di opinione che sostenga l’adozione di
sanzioni della comunità internazionale contro il regime del Cairo. E,
nello stesso tempo, avviare le misure coperte per sostenere le opposizioni e per destabilizzare la dittatura militare di Al Sisi. In
tempi di guerra asimmetrica, questo non dovrebbe stupire nessuno, credo…
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