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12/11/2017

Catalogna: una marea umana per i prigionieri e la Repubblica


E’ stata una manifestazione oceanica quella che ieri ha letteralmente inondato le strade di Barcellona. Un corteo corale ha riempito più di tre chilometri di piazze e strade al grido di “Llibertat” per chiedere la liberazione dei prigionieri politici catalani e difendere una Repubblica nata per ora solo sulla carta ma assai viva nei desideri e nelle aspirazioni di milioni di persone che hanno ribadito ieri il loro no alla repressione di Madrid.

La manifestazione era stata convocata a partire dalle 17.00 in Carrer Marina dall’Assemblea Nacional Catalana e da Omnium Cultural, i cui leader sono rinchiusi da settimane nelle carceri spagnole insieme a sette ministri del disciolto governo catalano e al vicepresidente della Generalitat Oriol Junqueras. Ma alle 16.00 il percorso del corteo era già zeppo di manifestanti e di bandiere. Un’ora più tardi, per ammissione della stessa polizia – quindi il dato numerico era sicuramente superiore – in piazza c’erano ottocentomila persone arrivate, oltre che da Barcellona e dal suo hinterland, da tutta la Catalogna a bordo di 1000 autobus e treni. Un bis, a due mesi esatti dalla Diada dell’11 settembre (la festa nazionale catalana) che le due associazioni promotrici dell’evento hanno voluto ribattezzare “Diada nazionale per la libertà dei prigionieri”.

Centinaia di migliaia di cellulari accesi in contemporanea hanno illuminato a giorno la capitale catalana, fornendo un colpo d’occhio che neanche i media più “distratti” – a parte la maggior parte di quelli italiani, si intende – hanno potuto ignorare, mentre gli slogan risuonavano a chilometri di distanza.

Una manifestazione indipendentista, certo, ma alla quale hanno partecipato tanti catalani e catalane che non hanno voluto mancare ad una ennesima dimostrazione di dignità, di orgoglio, di autodifesa contro un’aggressione dello Stato Spagnolo e delle sue istituzioni che ha mobilitato anche settori popolari e politici che non considerano prioritaria l’indipendenza.



La lettura dei messaggi arrivati dalle carceri dove sono rinchiusi i due ‘Jordis’ e gli otto ministri ha generato commozione e al tempo stesso indignazione. Quasi un milione di persone si è stretta in quel momento attorno ai familiari dei prigionieri politici che, dietro lo striscione “Llibertat presos politics. Som Republica”, avevano aperto la imponente marcia quando il sole ancora illuminava Barcellona.

“Siamo i nipoti di coloro che combatterono la paura perdendo la vita in una dittatura e no, no pasaran! Siamo i nipoti di coloro che hanno costruito questo paese. I diritti sono i nostri, le istituzioni siamo noi. E la Catalogna è una terra di libertà” ha sottolineato l’intervento del portavoce ‘accidentale’ di Omnium Cultural Marcel Mauri dopo i messaggi di Puigdemont e degli altri Consellers rifugiatisi a Bruxelles.

Da parte sua, il President in esilio si è rivolto all’Unione Europea per chiederle di smettere “di guardare da un’altra parte” e ai popoli del mondo di raccogliere il grido di libertà e la determinazione che arrivano da Barcellona.

Contrariamente a quanto era accaduto nelle mobilitazioni dei mesi scorsi, nel corteo di ieri le bandiere dell’Unione Europea erano davvero poche – mentre il loro numero cresce nelle manifestazioni dei cosiddetti ‘unionisti’, cioè dei nazionalisti e dei fascisti spagnoli, forti del sostegno di Bruxelles – e il tasso di europeismo del popolo indipendentista sembra progressivamente scemare.

In molti si stanno rendendo conto, come confermano anche alcuni sondaggi, che tra la narrazione costruita su un’Unione Europea democratica, moderna, solidale e baluardo della libertà e la reale natura delle istituzioni continentali c’è un fosso incolmabile.


“Fuori le forze di occupazione” è stato uno degli slogan più gridati durante la storica marcia di ieri. La Catalogna si avvicina al voto del 21 dicembre con molti dei leader indipendentisti in carcere, le sue istituzioni commissariate dal governo di Madrid e il suo territorio occupato da 12 mila militari e poliziotti arrivati a settembre da tutto lo Stato Spagnolo. Migliaia di agenti della Guardia Civil e della Policia Nacional – acclamati alla loro partenza da folle di nazionalisti e fascisti spagnoli come si farebbe con le truppe inviate a sedare una rivolta nelle colonie – erano stati inviati nel territorio ribelle per impedire a suon di arresti e bastonate il referendum del 1 ottobre, ma rimarranno a lungo in un territorio che non li vuole.

Nei giorni scorsi il governo spagnolo ha riconosciuto un premio in denaro ai poliziotti e ai funzionari inviati in Catalogna per stroncare sul nascere la Repubblica catalana, riconoscendo così i loro ‘sforzi’ e la loro ‘abnegazione’ nel riportare l’ordine a Barcellona. Come se non bastasse, alcuni esponenti del Partito Popolare e di Ciudadanos hanno chiesto che agli eroici agenti le autorità competenti concedano addirittura una decorazione.

E chi si oppone all’occupazione militare deve subire la vendetta giudiziaria e le minacce delle forze dell’ordine. Nei giorni scorsi, raccogliendo una denuncia della Policia Nacional, un giudice di Reus ha aperto un procedimento giudiziario contro il sindaco della località catalana Carles Pellicer e i consiglieri di maggioranza – appartenenti a PDeCat, a Erc, alla Cup e alla lista Ara Reus – accusandoli di “incitamento all’odio”. La loro colpa è di aver sottoscritto un appello nel quale condannavano la violenza esercitata contro i cittadini e criticavano la presenza negli hotel della località di centinaia di agenti impiegati nella repressione delle manifestazioni indipendentiste e del referendum popolare del 1 ottobre. Nel documento la giunta di Reus aveva chiesto ai gestori degli alberghi di “fare tutto il necessario” affinché i poliziotti spagnoli li abbandonassero. La denuncia presentata dal Cuerpo Nacional de Policía (CNP) si scaglia non solo contro i componenti della giunta comunale di Reus, ma anche contro alcuni dei cittadini che avevano manifestato fuori dagli hotel che ospitavano gli agenti e addirittura contro alcuni Vigili del Fuoco. All’inizio di ottobre in numerose località della costa catalana decine di migliaia di persone scesero in piazza contro la violenza della polizia dopo la feroce repressione che aveva caratterizzato la giornata del 1 ottobre, con quasi mille persone rimaste ferite a cause delle cariche realizzate dagli agenti contro gli elettori e gli attivisti fuori e all’interno di numerosi seggi. Una folla inferocita di abitanti, spesso guidata dai propri amministratori, aveva ripetutamente assediato gli hotel in cui alloggiavano i reparti antisommossa dei corpi di polizia spagnoli, chiedendone l’allontanamento. Contro l’occupazione dei loro comuni non si erano schierate soltanto le amministrazioni indipendentiste ma anche alcune giunte guidate da sindaci del Partito Socialista della Catalogna.

Una formazione politica già dissanguata negli scorsi anni da numerose scissioni ‘sovraniste’ – che concorreranno alle prossime elezioni regionali insieme agli indipendentisti di Esquerra Republicana – e che la nuova vandea nazionalista spagnola sta ulteriormente indebolendo. Ieri il sindaco di Blanes, Miquel Lupiáñez, ha annunciato l’abbandono del PSC in polemica col sostegno del partito all’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione contro le istituzioni autonome della Catalogna, e le sue dimissioni dalla carica di primo cittadino. Lo stesso avevano fatto nelle scorse settimane una decina di amministratori e sindaci socialisti catalani che hanno così manifestato la loro contrarietà alla selvaggia repressione messa in campo dal Partito Popolare e da Ciudadanos grazie alla complicità di Pedro Sanchez e del Partito Socialista Operaio Spagnolo.

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