Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Gioia Tauro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gioia Tauro. Mostra tutti i post

16/03/2026

Nel porto di Gioia Tauro cinque container di materiale bellico per Israele

Ci sono cinque container carichi di materiale bellico che starebbero per partire verso Israele dal porto di Gioia Tauro (Reggio Calabria).

A riferirlo è un articolo della giornalista Linda Maggiori pubblicato su Pressenza.com in cui la Maggiori cita “fonti della campagna internazionale No Harbor for Genocide (NHG) che hanno rivelato che nel porto di Gioia Tauro sono attualmente presenti cinque container con molta probabilità contenenti materiale bellico, in partenza per Israele domenica 15 marzo. Il fondato sospetto è che si tratti di acciaio balistico o cartucce per proiettili (pezzi di ottone modellati in involucri per munizioni).
Il materiale secondo le bolle di carico e i tracciamenti dei container proviene dall’India, nello specifico dall’azienda di acciaio balistico R L Steels & Energy Ltd di Aurangabad. Azienda che fornisce anche il settore della difesa israeliano e che già nel dicembre 2025 aveva consegnato 125 tonnellate di proiettili da 155 mm alla fabbrica di armi IMI Systems”
.

Sempre la Maggiori aggiunge che “dalla Spagna e dal Portogallo i container dovrebbero essere diretti a Gioia Tauro per essere spediti (dopo transhipment) a Israele. A Gioia Tauro intanto si sta preparando una mobilitazione popolare, per provare a fermare non solo questi cinque container in partenza, ma anche tutti gli altri che arriveranno”.

Su Radio Onda d’Urto l’intervista alla giornalista Linda Maggiori.

Fonte

16/02/2019

Gioia Tauro - Così muore il porto

L’arroganza e la spudoratezza della Medcenter, società terminalista del Porto di Gioia Tauro, non conosce limiti. Nonostante ancora non si siano concluse le peripezie dei 377 operai licenziati due anni fa e poi parcheggiati nell’Agenzia per il lavoro portuale – per quei licenziamenti molti di loro hanno addirittura vinto il ricorso al Tribunale del Lavoro di Palmi – la società monopolista annuncia un nuovo sconcertante licenziamento di massa: si parla di ulteriori 500 posti di lavoro che rischiano di essere bruciati in un territorio, quello della Piana di Gioia Tauro, dove il lavoro è merce veramente rara.

Più che la congiuntura economica, più che una fantomatica crisi del transhipment, dietro questa situazione c’è la continua guerra tra i due soci paritari, Contship e MSC, che continuano a dirottare investimenti e navi porta-container verso altri porti. Solitamente si dice che tra i due litiganti il terzo gode, ma qui il terzo, lo Stato, continua a guardare silente e quando fa qualcosa è sempre a favore delle società padrone del Porto.

Al contrario noi siamo convinti che il rilancio del Porto passa dal mandare via questi sciacalli, nazionalizzando un’infrastruttura che potrebbe così veramente rappresentare il volano di sviluppo della Calabria e, grazie a un coinvolgimento fattivo dei lavoratori, riprendere anche il ruolo di porto leader del Mediterraneo.

I pastori sardi oggi stanno dando una lezione di dignità, ci stanno ricordando che solo la lotta permette di difendere e garantire i diritti. E il popolo sardo ci ricorda anche che difendere un posto di lavoro significa difendere il benessere del territorio, delle comunità, e le diverse manifestazioni di solidarietà che si stanno susseguendo ne sono il simbolo.

Noi saremo al fianco di questi lavoratori e facciamo appello a tutto il territorio della Piana di Gioia Tauro a scendere in piazza e difendere il porto e i portuali.

Purtroppo non si contano più le aziende sane che vengono chiuse per mere speculazioni finanziarie, delocalizzate per incrementare i profitti, e i posti di lavoro persi nell’indifferenza. Il 24 febbraio abbiamo lanciato un’assemblea nazionale di Potere al Popolo! a Battipaglia proprio su questo tema, in un’altra città che sta subendo l’ennesima ingente perdita di posti di lavoro. A quell’assemblea porteremo anche il quadro della nostra regione che, tra Gioia Tauro e Crotone, in poco tempo sta subendo una vera e propria catastrofe.

Fonte

03/06/2018

Migranti, la dottrina Salvini fa il primo morto: bracciante maliano ucciso a fucilate

USB: lunedì 4 sciopero dei braccianti

“È finita la pacchia”, la dottrina di Matteo Salvini, ha fatto scorrere il primo sangue ieri sera in Calabria, il sangue di Soumaila Sacko, migrante maliano di 29 anni sempre in prima fila nelle lotte dell’Unione Sindacale di Base per i diritti sindacali e sociali dei braccianti. Soumaila è stato ucciso da una delle fucilate sparate da sconosciuti da una sessantina di metri di distanza. Un tiro al bersaglio – diversi i colpi esplosi – contro “lo straniero”, il nero cattivo da rispedire nel paese d’origine. Il triste seguito delle parole pronunciate dal nuovo ministro di polizia.

Soumaila è stato colpito alla testa ieri sera intorno alle 20:30 nei pressi di una fabbrica abbandonata lungo la Statale 18, in contrada Calimera di San Calogero, vicino Rosarno, al confine tra la provincia di Vibo quella di Reggio Calabria, mentre cercava lamiere per la sua baracca.

Soccorso dal 118 e trasportato prima all’ospedale di Polistena e poi nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Reggio Calabria, Soumaila non ce l’ha fatta, mentre è andata meglio a due connazionali che erano con lui, uno colpito a una gamba e l’altro illeso.

Tutti e tre vivevano nell’area della tendopoli di San Ferdinando in cui soggiornano i braccianti impegnati nei campi nella piana di Gioia Tauro.

Nella zona sono oltre 4000 i braccianti tutti migranti durante la stagione di raccolta, distribuiti in vari insediamenti e utilizzati come manodopera nella raccolta degli agrumi a basso costo dai produttori di arance, clementine e kiwi. La maggior parte si concentra a San Ferdinando dove permangono gravi carenze igienico sanitarie a livello abitativo.

Tutto questo al ministro di polizia Salvini non interessa. Troppo impegnato a minacciare a destra e a manca: i migranti, le ong, il sindaco di Riace perché si schiera con gli ultimi. A Salvini l’Unione Sindacale di Base manda a dire che USB si schiera compatta con i migranti della piana di Gioia Tauro, con tutti i migranti in fuga da guerre e miseria, e non permetterà che in Italia abbia diritto di cittadinanza la sua dottrina neofascista e razzista.

La prima risposta è lo sciopero dei braccianti proclamato da USB per lunedì 4 giugno, con assemblee in tutti i posti di lavoro.

USB si stringe compatta alla famiglia di Soumaila e ai suoi compagni e fornirà loro l’assistenza legale per fare giustizia.

Fonte

13/03/2017

La resistenza dai lavoratori di Gioia Tauro e il silenzio della stampa nazionale

Circa una settimana fa era stato sospeso il blocco di 5 giorni del porto di Gioia Tauro in vista della ripresa, il 13 marzo, della trattativa con la Mct, l’impresa terminalista che gestisce da decenni lo scalo.

Oggi la trattativa sulla pesante vicenda dei 400 portuali di Gioia Tauro licenziati dalla Medcenter è ripresa. E’ l’ennesima tappa di un braccio di ferro con l’azienda che, prima ancora che i sindacati, vede agire sulla questione dei reintegri autonomamente gli operai. Questi ultimi, infatti, stanno dando vita ad una nuova ‘autonomia operaia’, nata all’ombra delle delusioni subite nel corso degli anni dai sindacati a cui viene imputata una certa arrendevolezza rispetto ai diktat dell’azienda terminalista.

Uno degli argomenti che ritorna a più riprese nel corso delle conversazioni con chi lavora nel porto è quello della dignità del lavoro e del rispetto dei lavoratori e delle loro famiglie. Una dignità rivendicata a partire dal fatto che questi operai, entrati al porto da giovani, hanno negli anni lavorato con ritmi serrati e risultati da record, tanto da essere paragonati nei resoconti della stampa ai lavoratori cinesi.

L’altro termine è, invece, delusione per le aspettative di vita e di lavoro sfumate, per il dover vivere in balia delle onde. E l’altro ancora è rabbia per un sindacato che si voleva più combattivo e per il fatto che in questa lotta anche quando nella prima settimana di marzo ci sono stati ben 5 giorni di blocco del porto, con assemblee permanenti e picchetti ai cancelli, la loro storia, la cronaca dei fatti, ben coperta a livello locale, è stata quasi del tutto oscurata a livello nazionale, come se il caso Gioia Tauro non esistesse.

Eppure questi portuali, oggi non più giovani e segnati da un lavoro pesante che non tutti conoscono veramente, hanno fatto di tutto per non finire nel girone degli invisibili; si sono dati da fare, hanno cercato di sensibilizzare le realtà locali, diffuso volantini nei paesi, parlato con la gente, scritto comunicati, indetto conferenze stampa per informare.

Poi il sei marzo, anche grazie alla promessa della ripresa della trattativa di oggi, i circa 1200 portuali hanno ripreso a movimentare container, con la speranza che una parte dei loro compagni di lavoro licenziati potesse tornare al lavoro.

Dall’incontro di oggi in prefettura a Reggio non sanno cosa aspettarsi, vi è il timore che si tratti di un incontro in cui i sindacati si piegheranno per l’ennesima volta lasciando soli i lavoratori che da mesi vivono sospesi nel limbo della dimenticanza.

Tuttavia, nonostante tutto, rimane il fatto che in una delle zone del Sud da sempre sotto i riflettori molto più per la cronaca nera, questi lavoratori, a prescindere dall’invisibilizzazione decisa dagli organi di stampa a livello nazionale, hanno aggiunto qualcosa di importante alla voce ‘resistenza agli abusi di potere’.

Fonte

07/03/2017

Blocco dei porti, dalla Spagna a Gioia Tauro la lotta dei portuali

Sciopero selvaggio al porto di Gioia Tauro. ‘Scendete dai mezzi, la trattativa con l’azienda è saltata’. Era questo il senso del messaggio che è circolato in rete tre giorni fa, mentre il sole era già calato nel mare. E così è stato. Su dodici gru nove hanno smesso di caricare e scaricare container. Dal tardo pomeriggio e per tutta la notte i portuali, un centinaio, con le tute arancioni che spiccavano sul piazzale, hanno dato il via al blocco di uno dei più grandi porti del mediterraneo. Poi nella mattinata successiva, una delegazione dei rappresentanti sindacali del Sul ha incontrato il prefetto di Reggio Calabria, Michele di Bari per spiegare i motivi della loro protesta e fissare un nuovo incontro con l’azienda in prefettura. In momenti diversi, il prefetto ha ascoltato, oltre a quelle del SUL le voci di CGIL, CISL, UIL, UGL, e poi i rappresentanti dell’azienda terminalista, la Medcenter. L’ipotesi di firmare l’accordo del 2016, ovvero, i 400 esuberi, è fattibile per i sindacati confederali ed, invece, improponibile per gli altri.

La vicenda riguarda l’odissea dei 400 portuali licenziati, che nei mesi ha visto nascere e morire ripetute e inconsistenti promesse di reintegro, come quella attraverso l’Agenzia per il lavoro portuale, sostenuta dal ministro Del Rio, che naviga, però, ancora in alto mare. La Medcenter (MCT), che ha in gestione il porto, non ne vuole sapere di trattare sui reintegri e meno che mai con il Sul, il sindacato che chiede il reintegro dei portuali attraverso l’adozione di un contratto di solidarietà. Ad innescare il blocco del porto, l’assemblea di tre giorni fa nel pomeriggio, l’ennesimo incontro tra i rappresentanti sindacali del Sul, il Coordinamento portuali e la Mct, per trattare sul numero dei licenziati da far tornare al lavoro, si è chiuso con un niente di fatto, così come altre volte negli ultimi mesi. Da qui la chiamata al blocco delle attività di movimentazione, per restituire voce e forza di contrattazione a quei lavoratori che l’azienda vorrebbe consegnare definitivamente nel girone della precarietà lavorativa. E anche se la Mct si dice non disposta a trattare se il blocco non rientra, di fatto ha già perso contro la volontà dei portuali di non mollare. Allo stesso tempo e per le stesse ragioni ad uscirne indeboliti sono i sindacati confederali disposti a firmare. Che senso avrebbe per l’ennesima volta cedere se l’azienda non si è ancora espressa sul numero di lavoratori che intende reintegrare? Nessuno, se in ballo è la vita lavorativa di centinaia di persone.

Ed è appunto sul grande tema del lavoro, della precarietà, dei diritti erosi mano a mano a vantaggio dell’impianto neoliberista e dei profitti delle multinazionali, sostenuto a spada tratta nel piano di ristrutturazione del lavoro portuale a livello europeo e poi nazionale, ad infiammare le banchine, con l’apertura di scenari che riportano in luce i temi della dignità della vita e del lavoro.

Non si può prevedere quali evoluzioni avrà la storia di questi operai che da decenni caricano e scaricano container. Ma si può dire che la battaglia è aperta e non sarà facile piegare persone restie a sottomettersi. In Spagna, ad esempio, con la solidarietà internazionale, nei primi 10 giorni di marzo è stato chiamato uno sciopero generale dei porti: 3 ore di blocco per i porti spagnoli e 1 ora per gli altri porti nel mondo. Dalle reazioni, è chiaro che anche solo il fatto di chiamare un blocco generale dei porti fa paura al potere, perché i porti container, è bene ricordarlo, sono anche il tallone d’Achille della logistica integrata e dell’attuale accumulazione capitalistica. Non a caso, il discorso di chi vuole annientare la forza dei portuali, in Spagna come a Gioia Tauro, per delegittimare le lotte ripete il ritornello delle conseguenze economiche dei blocchi cercando di colpevolizzare i lavoratori e farli apparire agli occhi degli altri degli irresponsabili, nascondendo di fatto la sostanza dei motivi che spingono a bloccare. Queste strategie di delegittimazione, la storia lo insegna, ci sono sempre state.

D’altra parte, però, anche qui la storia è maestra, non è facile piegare migliaia di lavoratori che rischiano di perdere il lavoro, e che non sono disposti a fare un passo indietro rispetto ai diritti che hanno negli anni conquistato. La battaglia dei portuali di Gioia Tauro, così come di quelli spagnoli, si allunga ben oltre i confini dei singoli porti. E’ lotta per la dignità del lavoro, e questa riguarda tutti/e.

Fonte

05/12/2016

Gioia Tauro-Taranto: 900 portuali licenziati

E’ ancora in alto mare e rischia di andare a fondo la tanto propagandata Agenzia per il lavoro – da finanziare con oltre 40 milioni di euro1 di fondi pubblici – che avrebbe dovuto ricollocare i 400 portuali licenziati da Medcenter Container Terminal insieme agli altri 500 dipendenti di Taranto container terminal – gestito da un’altra multinazionale, l’Evergreen2.

Ricostruiamo brevemente la vicenda di Gioia Tauro e poi quella di Taranto. Negli anni passati, la MCT, la multinazionale italo-tedesca che da sempre gestisce il porto, decise di assumere nuovo personale di piazzale con i contratti a tempo determinato, poi ne fece abuso e così un giudice sentenziò che quei lavoratori, circa 300, dovevano essere assunti dall’azienda e così fu3.

Poi, dopo tre anni di cassa integrazione l’azienda ha deciso di disfarsi di questi ‘nuovi’ operai e di una parte di quelli ‘vecchi’, di licenziarli, perché in esubero dato il calo dei traffici. In questo modo l’azienda avrebbe cancellato dal proprio libro paga gli stipendi di ben 442 lavoratori, riducendo di 1/3 la forza lavoro MCT. Questo taglio consistente si è poi ridotto di pochissimo. Dopo una flebile trattativa sindacale, chiusa a metà novembre con una resa, ovvero, solo 40 lavoratori reintegrati come voleva MCT4, e i restanti 400 fuori da collocare tramite l’Agenzia.

Ora che, dopo il niet della commissione bilancio di fine novembre, l’Agenzia rischia di sfumare, i rappresentanti dei sindacati confederali – che celermente hanno siglato la resa con la MCT prima ancora che la commissione bilancio si esprimesse –, il presidente PD della regione Mario Oliverio, sottosegretari e ministri, dovranno darsi un bel po’ da fare per far sì che i soldi per finanziare l’agenzia arrivino in porto, perché se così non fosse sarà difficile negare a migliaia di persone e alle loro famiglie che quell’accordo è una truffa vera e propria.

Anche al porto di Taranto5, abbandonato dalla Taranto Container terminal-Evergreen che ha preferito il porto di Bari, l’Agenzia doveva garantire i 520 lavoratori in esubero dopo la dipartita della TCT, in attesa di un nuovo terminalista capace di assicurare traffici e occupazione. Sono passati mesi, da quando TCT ha mollato l’ancora ma la banchina resta vuota. All’inizio dell’estate scorsa la proposta del consorzio Ulisse è stata bocciata dall’Autorità portuale di Taranto proprio perché non offriva garanzie adeguate. Intanto, anche il porto di Taranto come Gioia Tauro è sottoposto ai lavori di adeguamento infrastrutturale (banchina, carenaggio, etc.), per assecondare il gigantismo navale dei traffici containerizzati. Uno dei motivi per cui Evergreen ha spostato su Bari i traffici con il Pireo è che il porto di Taranto non si prestava all’arrivo delle nuove mega-navi container.

Data la situazione, con una certa urgenza, il 28 novembre, dopo la bocciatura della Commissione bilancio, presieduta dal PD Francesco Boccia, dell’emendamento relativo alla famosa Agenzia per il lavoro, infilato nella Legge di stabilità 2017, il sottosegretario alla Presidenza del consiglio dei ministri De Vincenti da Roma è planato in Calabria, a Catanzaro, per discutere con il presidente PD Oliverio, i rappresentanti delle organizzazioni sindacali e dell’azienda sui piani di sviluppo per il porto ma soprattutto per rassicurare gli animi sul futuro dell’Agenzia6. In pratica questa bocciatura significa affondare o rallentare la realizzazione dell’Agenzia che, almeno a parole, doveva garantire la riqualificazione, il reimpiego dei licenziati e soprattutto dava continuità alla cassa integrazione per trentasei mesi. A spiegare i motivi della sonora inammissibilità e a rilanciare sulle soluzioni è lo stesso sottosegretario De Vincenti che punta il dito contro il presidente della commissione bilancio, il PD Francesco Boccia, che ha considerato quest’intervento ‘microsettoriale e non d’importanza strategica’ come, invece, sostenevano lui, il ministro alle infrastrutture e ai trasporti Graziano Delrio e il governo regionale.

De Vincenzi nel corso di un’intervista rilasciata a margine dell’incontro del 28 novembre a Catanzaro 7 delinea gli scenari futuri: ‘’Prima di tutto – dice il sottosegretario – c’è un impegno complessivo su Gioia Tauro che è presente nel Patto per la Calabria con investimenti importanti sia sul porto che sul retro porto e i collegamenti infrastrutturali, per renderla competitiva, rendere Gioia Tauro un porto competitivo sullo scenario internazionale. Poi c’è l’impegno a presentare alla Commissione europea la domanda per la Zona economica speciale che stiamo preparando e poi, con la massima urgenza, ripresentare al Senato l’emendamento di costituzione della cosiddetta Agenzia del transhipment, che possa dare sicurezza ai lavoratori di Gioia Tauro e di Taranto nel processo di rilancio dei due porti, appunto, nella competizione nel Mediterraneo. Questo è un impegno del governo e siamo anche molto fiduciosi che in senato la norma passerà e che quindi l’agenzia di transhipment sarà presto una realtà che darà la massima sicurezza ai lavoratori. Nel caso questo non dovesse avvenire, risponde De Vincenti, ‘’troveremo modo comunque di fare in modo che l’agenzia di transhipment possa essere costituita e comunque mettere in sicurezza i lavoratori e curare la ripresa del porto di Gioia Tauro e di Taranto’’. Infine, incalzato da un giornalista sulla questione dell’Agenzia, De Vincenzi non nega la sorpresa per la bocciatura del presidente della commissione bilancio per un emendamento che, a suo dire, aveva le carte in regola per poter essere accolto.

In sintesi De Vincenti prospetta due vie d’uscita all’incresciosa bocciatura della commissione bilancio. La prima in tempi brevi, è quella di ripresentare, questa settimana (ma è già trascorsa e non è successo niente, quindi tutto è rinviato a dopo il referendum), lo stesso emendamento al Senato, dove stando alle sue previsioni dovrebbe passare8. Chissà se questa stima sarà confermata, ma nel caso così non fosse ecco pronta la seconda promessa, un po’ più vaga, di De Vincenti che con toni rassicuranti dice che si troverà un’altra soluzione per la ‘’salvezza dei portuali’’.

A queste rassicurazioni si aggiungono quelle del presidente della regione Oliverio che, per l’ennesima volta, sgranando il rosario della competizione e dello sviluppo, ha ricordato sia l’importanza strategica del porto a livello europeo sia quella della propagandata ZES, la Zona Economica speciale che dovrebbe attrarre speculatori in cambio di laute prebende in termini di sgravi fiscali, sfruttamento dei lavoratori e del territorio.

Quali scenari si aprono a questo punto? Fino ad ora il conflitto era tra operai e azienda per il reintegro, dopo l’accordo della resa, se da Roma non arrivano risposte, gli stessi che da mesi tengono a bada i lavoratori con svariate promesse, dovranno chiamare ad una mobilitazione ‘controllata’ i portuali per provare a ‘forzare’ la cassa ed ottenere i soldi per l’Agenzia dal governo. Quale consenso troveranno sul fronte del porto è difficile per il momento da pronosticare. Quello che invece si delinea con nettezza è che quello del porto di Gioia Tauro è uno dei tasselli della ristrutturazione del lavoro portuale finalizzata alla riduzione dei costi e all’aumento dei profitti e della governabilità della forza lavoro per i terminalisti. Il modello ‘Agenzia per il transhipment’ come spiegava il sottosegretario De Vincenti sarà esteso agli altri porti nel caso vi fossero esuberi. Sfruttamento intensivo, flessibilità, precariato, sindacato consensuale rientrano nell’architettura neoliberista dei rapporti di sottomissione del lavoro al capitale. Niente di nuovo sotto il sole, è solo parte di quel processo intrapreso anni fa da Margareth Thatcher in Inghilterra.

Infondo, la cosiddetta Agenzia per il transhipment, va in questa direzione: è l’ennesimo ‘aiutino’, un servigio, reso alle multinazionali che gestiscono gli scali portuali, a Gioia Tauro come a Trieste o a Genova; un sistema per offrire just in time lavoratori ai terminalisti per assecondare i picchi e l’imprevedibilità dei traffici via mare sgravando l’azienda dal costo del lavoro.

Esiste qualcosa che possa porre freno a questa deriva neoliberista? In rete circolano informazioni9, appelli di solidarietà da un porto all’altro, da Felixstowe ad Algeciras a Los Angeles per i licenziamenti, la sicurezza, gli incidenti. Il gruppo facebook dei portuali inglesi di Felixstowe (https://www.facebook.com/felixstowe.docker.9/?fref=ts ), ad esempio, riporta un ventaglio di informazioni sul sistema dei traffici via mare – ci sono diversi post con immagini di container schiacciati, mezzi automatizzati fuori controllo; informazioni e commenti sulle condizioni di lavoro e sulle proteste in corso; campagne di solidarietà. Ecco, appunto, per finire, quella passione felice che è la solidarietà quando non è retorica ma ritorna all'origine manifestandosi come mutuo soccorso.

Note

1 Qui il testo presentato alla commissione Bilancio e ritenuto inammissibilehttp://www.camera.it/leg17/824?tipo=A&anno=2016&mese=11&giorno=21&view=filtered_scheda&commissione=05

“L'Agenzia provvede al pagamento al personale di cui al comma 1 delle indennità per le giornate di mancato avviamento al lavoro, corrisposte con le modalità di cui al comma 2 dell'articolo 3 della legge 28 giugno 2012, n. 92, nel limite delle risorse aggiuntive pari a 18.144.000 di euro per il 2017, 14.112.000 di euro per il 2018 e 8.064.000 di euro per il 2019”.

2 Per Taranto leggi http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/notizie-nascoste/647278/taranto-container-c-e-rischio-esuberi.html


3 leggi http://contropiano.org/interventi/2016/10/20/gioia-tauro-senza-gioia-fallimento-della-pianificazione-industriale-la-forza-dei-portuali-084874


4 http://contropiano.org/news/lavoro-conflitto-news/2016/11/26/sindacati-della-resa-gioia-tauro-licenziati-400-portuali-086340


5 http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2016-11-04/porto-taranto-molo-orfano-tct-resta-senza-pretendenti-204734.shtml?uuid=ADyTMgpB


6 http://www.themeditelegraph.com/it/shipping/shipowners/2016/11/29/portuali-governo-ripresenta-agenzia-senato-2x13kYNTR2zopcHsPFlGrI/index.html


7 vedi video intervista a De Vincenzi qui http://www.zoom24.it/2016/11/29/porto-gioia-tauro-37037/


8 http://www.themeditelegraph.com/it/shipping/shipowners/2016/11/29/portuali-governo-ripresenta-agenzia-senato-2x13kYNTR2zopcHsPFlGrI/index.html

9 per una discussione sulle trasformazioni del settore vedi il caso spagnolo http://www.coordinadora.org/noticias/nacional/14289-representantes-de-los-estibadores-analizan-con-la-patronal-el-futuro-del-sector?server=1


Fonte

26/11/2016

I sindacati della resa. A Gioia Tauro licenziati 400 portuali

E’ un accordo fragile, quello tra sindacati e la Medcenter Container Terminal a Gioia Tauro.
Così come imposto dall’azienda ‘l’accordo della resa’ raggiunto notte tempo, tra il 17-18 novembre a Gioia Tauro prevede il reintegro di soli 40 lavoratori e il licenziamento dei restanti 402 che passeranno alla neo Agenzia pubblica del lavoro. Una parte significativa dei lavoratori vi si è opposto, il SUL e il Coordinamento dei portuali, e c'è un diffuso clima di sfiducia mista a rabbia e scontento che aleggia in banchina, per quella che viene vissuta come l’ennesima ingiustizia. E poiché la forza lavoro, da cui dipendono i tempi di carico e scarico è il tallone d’Achille della logistica integrata, quest’aspetto non è da sottovalutare.

Nonostante nei mesi si sia cercato di sedare le proteste e di impedire blocchi del porto – motivando la "cacciata" dei 442 lavoratori come dettata dalla crisi e dai cali nei volumi di traffico movimentati negli ultimi due anni da MCT –, per i portuali i motivi più che economici sono politici e disciplinari così come emerge da un volantino fatto circolare al porto nei giorni che hanno preceduto l’accordo-resa della notte.

Quell'immaginario positivo sul porto ed MCT, così ben consolidato negli anni con la retorica dello sviluppo, è andato definitivamente in frantumi. "Il porto dei miracoli" ha lasciato il posto ad un mare di scontento e rabbia. L’immagine dell’azienda-famiglia che tutela i suoi dipendenti e porta benessere e sviluppo nell’area cede il passo a una più realistica visione dei rapporti di sfruttamento e delle possibilità di resistenza fuori dal sindacato. E non sono pochi quelli che iniziano a chiedersi se i sindacalisti e i politici conoscono veramente l’accordo che hanno firmato e le conseguenze sulle vite dei lavoratori portuali ai cui occhi molte delle soluzioni da raggiungere appaiono infondate. L’agenzia per il lavoro viene vista come un’area di posteggio temporaneo – l’ennesimo bacino di manodopera, da far sopravvivere per tre anni con l’indennità, sempre disponibile per MCT nel caso ne avesse bisogno. In questo modo all’interno del porto, per caricare e scaricare container, sulla stessa nave si troveranno dipendenti MCT più quelli delle ditte esterne di rizzaggio e derizzaggio e, in aggiunta, quelli dell’Agenzia del lavoro – ex dipendenti MCT – aumentando così le possibilità di sfruttamento e flessibilità per l’azienda, così come è già accaduto in altri porti.

Dopo anni di lavoro, anni in cui si sono accumulati i danni dello stress psico-fisico – ore di guida con pause ridotte, ritmi sempre più serrati che aumentano i rischi d’incidenti, alterazione dei ritmi sonno/veglia, stanchezza cronica – la cacciata dalla MedCenter e la presunta ricollocazione al lavoro attraverso l’Agenzia, è vissuta come la resa definitiva del sindacato agli imperativi MCT; l’ennesima concessione ai danni dei portuali.

Diversamente sostengono i sindacati firmatari; ad esempio, Nino Costatino segretario regionale della Cgil della Piana di Gioia, dopo l’accordo ha dichiarato che "si tratta del rimedio migliore a uno strappo profondissimo" e che attende che la Legge di stabilità garantisca i soldi, come da impegni.

Su cosa è avvenuto questo strappo profondissimo? Il blocco del porto di metà ottobre era legato ai reintegri. Per i portuali almeno la metà di quei 442 portuali licenziati sarebbe dovuto rientrare in MCT, mentre per l’azienda non più del 10%, come poi è stato, un mese dopo, a metà novembre. L’accordo della resa, come accennato, è un salto nel buio non solo per i portuali ma anche per MCT.

Vediamo: i profitti del porto dipendono in modo significativo dal lavoro dei portuali. Quei milioni di contenitori che ogni giorno viaggiano per il mondo per arrivare a destinazione necessitano del lavoro umano, quello dei gruisti, dei carrellisti, deckman, checker, etc. I lavoratori diretti e indiretti del porto di Gioia sono circa 2700; quelli MCT prima dei licenziamenti erano circa 1290, ora dopo la "cacciata dei 400" ne restano circa 900. Ai sindacati confederali s’imputa la responsabilità di non aver sostenuto la lotta per il reintegro dei lavoratori ritenuti in esubero accettando il diktat dell’impresa a svantaggio degli operai, alimentando rabbia, frustrazione, incertezza e sfiducia sui piani di reintegro. L’agenzia per il lavoro che dovrebbe riqualificare e ricollocare i licenziati è per i portuali l’ennesimo "regalo" fatto al padronato, alla MCT. L’intervento statale e quello della politica in generale, viene vissuto come l’ennesima prova del fatto che lo stato serve gli interessi dei capitalisti non quelli degli operai. L’Agenzia per il lavoro, finanziata per tre anni con 45 milioni di euro, da spartire anche per i 500 licenziati da Evergreen a Taranto1, per i portuali gioiesi non è una soluzione per le loro vite ma solo un buon servigio reso alla MCT con la complicità del sindacato.

Su queste premesse è difficile ottenere il coinvolgimento dei portuali. La cooperazione al lavoro è indispensabile ma difficile da imporre in un sistema complesso nonostante le innovazioni e l’aumento della sorveglianza sul lavoro.

Negli anni, raccontano i portuali, è stato possibile verificare l’infondatezza di certi piani di sviluppo. Un esempio è quello dello scorso anno. Nel 2015 c’era un accordo con la LCV Capital Management per l’insediamento a Gioia Tauro e a Bari di due fabbriche di auto; per Gioia Tauro significava la riapertura dei cancelli arrugginiti della ex Isotta Fraschini per farne uscire, questo l’impegno, nuove auto2. La regione aveva stanziato un milione e ottocentomila euro, in parte finiti al Cefris per dei corsi di formazione ai portuali che andavano riconvertiti in operai metalmeccanici.

Le vuote promesse del presidente PD Oliverio

Nel comunicato della Regione Calabria, che in parte riportiamo, le motivazioni di questa "ricca" formazione e le aspettative espresse dal presidente della Regione Calabria Mario Oliverio nel 2015: "Il Programma prevede sostanzialmente l'avvio di un progetto di formazione dei 1200 lavoratori della MCT S.p.A. (Medcenter Container Terminal) dell’area Portuale di Gioia Tauro in cassa integrazione guadagni, finanziato dalla Regione sul PAC, con un investimento di 1.800.000 euro.

"E’ un primo passo – aveva detto il Presidente della Regione Calabria Oliverio – di un percorso avviato nel mese di gennaio scorso e si colloca nella scelta del sottoscritto e della Giunta regionale di fare di Gioia Tauro uno dei pilastri della crescita e dello sviluppo della nostra regione. A tal proposito abbiamo costituito un assessorato “ad hoc” con una delega specifica e strategica. Nel nostro dialogo con il governo sul “Patto per la Calabria” abbiamo posto Gioia Tauro come uno dei punti irrinunciabili per la sottoscrizione dello stesso. E’ la prima volta che un governo ha mostrato la propria attenzione verso questa realtà inserendola nella Legge di Stabilità”. “L’altra tappa – aveva aggiunto Oliverio – dovrà essere l’approvazione della Zona Economica Speciale (ZES). Per quanto ci riguarda utilizzeremo anche una parte delle risorse europee per rafforzare i nostri investimenti. La Calabria non può rinunciare ad una ipotesi di investimenti industriali. Da qui ad un anno, comunque, cominceremo a vedere i primi frutti di questo discorso. L’Accordo di oggi prepara le condizioni per andare in questa direzione". Il comunicato della Regione continuava illustrando il ruolo e i servizi del Cefris: "l Soggetto Attuatore del programma sarà il Consorzio CEFRIS (Centro per la formazione, la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo) di Gioia Tauro, accreditato per la formazione professionale dei lavoratori interessati al percorso formativo, già titolare di precedenti interventi formativi per la MCT, in quanto organismo "in-house" dell’ASI di Reggio Calabria (Asireg) rappresentato dal CORAP, con procedura di affidamento diretto "in house providing".3

Il piano poi fallì, l’azienda svanì e con questo anche l’ennesimo falso rimedio alla crisi occupazionale e sociale di Gioia Tauro; e per quanto riguarda, invece, la formazione i portuali che hanno seguito i corsi li hanno trovati inutili, ripetitivi. Dopo questo flop ora la promessa del reimpiego ruota intorno alle infrastrutture, da cui si vuole far dipendere il destino occupazionale dei portuali.

Da notare che una fetta consistente dei fondi pubblici vengono assorbiti dall’ennesimo traballante piano di rilancio dell’area: i costi delle opere che riguardano il porto riportate nel Patto per la Calabria prevedono solo per il bacino di carenaggio, ben 220 milioni di euro a cui vanno sommati altri milioni per l’adeguamento ferroviario, formazione, etc. I tempi di realizzazione di queste opere è di tre anni, almeno questi sono i tempi previsti che suscitano più di qualche perplessità da parte dei portuali.

Vi è poi, la questione ZES, la Zona Economica Speciale, che è solo l’ultima delle false promesse di felicità per l’area gioiese. L’entusiasmo con cui i politici e i tecnici sostengono che la Zes è un buon piano per Gioia Tauro e per la Calabria tutta, andrebbe calibrato alla luce della conoscenza. Non mancano studi sull’impatto di queste zone economiche speciali e non sempre i risultati sono confortanti, sia in termini di posti di lavoro creati sia per l’impatto ambientale. Per chi volesse approfondire alla luce degli studi si consiglia, in particolare ai politici, di leggere questo articolo, che cerca di spiegare perché, come indicato dal titolo, le Zone economiche speciali, "non sono così speciali", e a quali fallimenti ed ulteriori rischi di sfruttamento, abuso del territorio e dispendio di soldi pubblici si vada incontro.

La piana, terra di sfruttamento e ribellione

La piana di Gioia, nella storia, è spesso stata oggetto di regalie e contese. Nell’ottocento, i Borboni concessero al generale Vito Nunziante anche per ricompensarlo dell’aiuto militare nella cacciata dei francesi, una grossa parte dei terreni della piana di Rosarno. Questa concessione era vincolata alla bonifica della piana acquitrinosa e malarica che il marchese avrebbe dovuto realizzare a sue spese, in cambio dei tre quarti del terreno bonificato, in tutto 470 ettari. La bonifica iniziata nel 1817 e finita nel 1822, costò la vita a decina di lavoratori, alcuni locali, altri provenienti da Cosenza, Tropea; e altri ancora, deportati dalla galera di Napoli ai campi di lavoro – sempre per concessione dei Borboni. Lo stesso insediamento di san Ferdinando venne costruito dopo la bonifica, anche con lo sfruttamento del lavoro forzato dei cosiddetti "servi di pena", tra cui detenuti politici, per l’esigenza di collocare e "gestire la forza lavoro" che prima viveva accampata in baracche, in condizioni igienico-sanitarie simili a quelli che oggi i migranti subiscono sulle stesse terre. Una gestione non facile, alla fine dell’ottocento, ad esempio, una parte dei sottoposti al marchese Nunziante, lasciò il villaggio di San Ferdinando e ne fondò un altro scegliendo il nome, evocativo, di Euronova. Il blocco duro che contestava la politica di Nunziante, il suo ruolo nell’economia locale, produce il suo esodo. L’immagine del marchese benefattore, anche in questo caso, s’incrina a vantaggio di quella dello sfruttatore del luogo e delle vite che lo abitano. I canti contadini, l’uso dissacrante dell’ironia, riportano traccia del conflitto tra i braccianti e il padrone della piana. E’ lo stesso Nunziante nel libro sulla bonifica della piana ne fa cenno senza approfondire.

Nel volgere del tempo la bellezza di quella piana è stata stravolta. Nonostante si trattasse di uno dei più bei golfi del Mezzogiorno, coltivato a vite, ulivo e agrumi, si era deciso di piazzare proprio lì il V polo siderurgico, per fortuna mai realizzato, e poi a seguire il porto, l’inceneritore, le fabbriche o gli scheletri di quelle finanziate e mai aperte. La trasformazione della piana gioiese è il risultato di decenni d’ideologia dello "sviluppo anche a costo della vita", in cui hanno allignato il malgoverno, il disprezzo per i luoghi oltre che le frodi. Un’ideologia che per quanto fallimentare è ancora viva e rintracciabile negli attuali infelici piani di sviluppo per Gioia Tauro tra globalizzazione e neofeudalesimo4.

25 novembre 2016

Note
1 http://www.themeditelegraph.it/it/transport/ports/2016/11/21/porti-agenzia-per-lavoro-banchina-salvi-occupati-tTGr6bJxuUam3dCzkzc5EI/index.html

2 http://www.zoom24.it/2016/04/22/tua-autoworks-ritira-investimento-stabilimento-gioia-tauro-16979/

3 http://www.regione.calabria.it/index.php?option=com_content&task=view&id=18284&Itemid=136

4 http://www.sudcomune.it/2016/10/31/editoriale-n-1-2-lavori-in-corso/

Fonte

16/11/2016

Il porto di Gioia Tauro nelle fauci del neoliberismo

C’è un bel film-documentario del 1996, The dockers of Liverpool, di Ken Loach1, che racconta della grande protesta dei portuali inglesi iniziata a metà degli anni novanta, nel 1995, e finita tre anni dopo nel 1998. Nel settembre del 1995, nel giro di pochi giorni, dal porto di Liverpool erano stati licenziati, prima da una compagnia satellite della Mersey Docks and Harbour Co e poi da quest’ultima, complessivamente circa 500 portuali perché si erano rifiutati di lavorare solidarizzando con altri lavoratori, ingaggiati da ditte esterne, in lotta contro la precarizzazione, la maggiore flessibilità del lavoro, la riduzione delle retribuzioni e l’aumento del dispotismo padronale. La grande protesta partita da Liverpool guadagnò la solidarietà di migliaia di portuali nel mondo. La Mersey trovò nella maggior parte dei porti lavoratori che, in solidarietà con i portuali inglesi, si rifiutavano di caricare e scaricare le loro navi2. Un’efficace campagna di sensibilizzazione insieme alla cassa di solidarietà internazionale sostenne la lotta in quegli anni3.

Le previsioni sul fronte del porto erano quelle per cui, a fronte di un’imponente pressione internazionale, l’azienda avrebbe ceduto reintegrando le centinaia di portuali licenziati e non i soli 41 che aveva proposto all’inizio. Il caso volle però che, – per una legge introdotta pochi anni prima dall’allora primo ministro conservatore Margareth Thatcher, estimatrice di von Hayek, sostenitrice e realizzatrice della svolta liberista inglese, la famosa ‘Lady di ferro’ capace, nell’arco di un decennio, di smantellare miniere e porti a colpi di privatizzazioni e migliaia di licenziamenti riducendo all’osso i diritti conquistati dai lavoratori nei decenni precedenti4 – era diventato illegale lo sciopero in solidarietà con dipendenti di altre imprese. Dopo quasi tre anni di lotte, con il labourista Tony Blair al governo, i portuali inglesi persero in seguito al voltafaccia del sindacato (T&GWU) che, secondo i lavoratori, aveva tradito la lotta. Tuttavia rimase il grande esempio, inatteso, di solidarietà internazionale dal basso, a fronte della globalizzazione imperante, per contrastare la precarizzazione del lavoro, la perdita dei diritti fondamentali e la fragilità del sindacato oramai piegato alla partecipazione e alla concertazione con il padronato.

All’incirca venti anni dopo la grande protesta di Liverpool, più a sud in uno dei maggiori porti del mediterraneo, la vicenda dei 442 portuali in esubero a Gioia Tauro5 rievoca, al di là delle differenze, delle sostanziali analogie con il caso inglese.

A Gioia Tauro, da mesi la trattativa con MCT – Contship per il reintegro dei portuali è ferma; i viaggi a Roma presso il Ministero dei trasporti e delle infrastrutture e l’apertura di un tavolo di trattative tra MCT, il sindacato e il ministero non hanno dato gli esiti sperati. L’impresa è ferma al reintegro di soli 40 lavoratori, il 10% dei portuali ‘dismessi’, mentre il resto, 400 lavoratori, dovrà confluire nella famosa ‘’Agenzia per il lavoro’’ che funzionerà grazie ai finanziamenti pubblici (circa 45 milioni di euro). Nei piani del ministero, l’agenzia dovrebbe diventare una sorta di ufficio di collocamento pronto ad offrire forza lavoro, just in time, nei picchi di produttività che caratterizzano il mondo dei porti, riducendo così i rischi dell’impresa terminalista e sgravandola di parte dei costi del lavoro. Il modello è quello dei cerchi concentrici, dove al centro si trovano i portuali direttamente impiegati dai terminalisti, e a seguire le imprese-bacino di forza lavoro da ingaggiare per assecondare la variabilità dei flussi del trasporto merci via mare.

Il secondo aspetto riguarda, invece, gli esiti disciplinari di questa vicenda. I 442 lavoratori da ‘spedire’ fuori dal porto, potrebbero essere scelti, spiega un operaio, anche in base alla produttività, l’assenteismo, la docilità nelle prestazioni lavorative. Così l’impresa userebbe, l’argomento della crisi del settore per liberarsi di una parte dei costi fissi del lavoro vivo e contemporaneamente allontanare le cosiddette ‘pecore nere’, ovvero, i portuali non supini verso i diktat padronali.

Dopo l’ultimo incontro a Roma in ottobre – a seguito di quei due giorni di sciopero, del 12-13, che avevano messo in seria difficoltà l’azienda –, la trattativa si è interrotta nei primi dieci giorni di novembre, dopo l’ennesimo ‘pellegrinaggio’ a Roma e un inutile scambio di missive tra organizzazioni sindacali ed MCT, che continua a rifiutare il reintegro.

Nell’ultima riunione del Coordinamento dei portuali di Gioia Tauro del 14 novembre si è deciso di non cedere al diktat dell’azienda, e si rinvia all’incontro previsto per il 17 di questo mese con MCT.

Intanto, mentre il Ministro Delrio si compiace, per ‘’aver sistemato i porti con le riforme e l’organizzazione’’ e si prepara ad intervenire su interporti e logistica, a Gioia Tauro la rabbia dei portuali per i mancati reintegri serpeggia sulla banchina. La partita, per il momento, rimane aperta, ancora una volta si giocherà sulla capacità di resistenza dei portuali di Gioia Tauro, sulla solidarietà dal basso, e sulla capacità di coinvolgimento6, a prescindere dalle appartenenze sindacali.

Note
1 Video The dockers of Liverpool https://www.youtube.com/watch?v=gal4LfmEfnQ ed ancora http://johnpilger.com/articles/what-did-you-do-during-the-dock-strike-
 

2 http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/0023656X.2016.1184046?journalCode=clah20
 

3 http://frontedelporto.jimdo.com/storia-history/ricordi-portuali-you-remember-port/
 

4 Sulle lotte che minarono la grande ristrutturazione capeggiata da Margaret Thatcher, primo ministro dal 1979 al 1990 leggi ‘The great strike’ di Alex Callinicos and Mike Simons, https://www.marxists.org/history/etol/writers/callinicos/1985/miners/; ed ancora l’articolo di Peter Turnbull sulla fase degli anni ’90 e le ricadute sull’organizzazione del lavoro http://www.maritim.uni-bremen.de/ports/global/TURNBUL.pdf ;
ed infine i commenti di un giornale conservatore http://www.nytimes.com/1984/09/19/world/national-dock-strike-ends-in-britain.html

5 Per info sul caso degli esuberi a Gioia Tauro leggi http://contropiano.org/interventi/2016/10/20/gioia-tauro-senza-gioia-fallimento-della-pianificazione-industriale-la-forza-dei-portuali-084874

6 http://frontedelporto.jimdo.com/lavoratori-portuali-in-rete-port-workers-online/

Fonte

20/10/2016

Gioia Tauro senza gioia: il fallimento della pianificazione industriale e la forza dei portuali

E’ trapelato poco dall’incontro tenutosi ieri, 19 ottobre, al Ministero dei trasporti a Roma sulla spinosa vicenda dei 442 portuali in esubero al porto di Gioia Tauro. Vicenda che aveva innescato uno sciopero selvaggio di due giorni, il 12 e il 13 ottobre, con il blocco del porto di transhipment gestito da Medcenter-contship, colosso italo-tedesco della logistica, da oltre 20 anni alla guida dello scalo della piana gioiese. A partire dallo sciopero l’urgenza di convocare le parti interessate e riaprire la trattativa sul numero degli esuberi e definire il percorso e la sostenibilità dell’Agenzia per il lavoro che dovrebbe occuparsi della ricollocazione dei portuali. L’incontro si è concluso con un nulla di fatto sulla riduzione degli esuberi e il reintegro di parte degli operai; mentre si è arrivati a stimare in 45 milioni di euro, da spalmare su tre anni, la cifra necessaria all’Agenzia del lavoro che dovrebbe far ritornare al lavoro i portuali da cinque anni in cassa integrazione. A Roma non tutto è andato per il verso giusto, l’incontro, infatti, stando alla nota diramata dal sindacato confederale unitario, è stato segnato da momenti di tensione, tra i tecnici del Ministro dei trasporti Delrio e Antonio Testi, il commissario speciale recentemente nominato e rappresentante gli interessi Medcenter. Proviamo qui di seguito a ricostruire una parte di questa complessa vicenda che ha come sfondo la crisi globale e ricadute significative sulla vita di migliaia di portuali.

Su 1.290 portuali, quelli in esubero, cioè quelli che non sono più utili agli interessi della MCT, la società che gestisce il porto di Gioia Tauro, sono 442 per lo più lavoratori del piazzale, quasi un terzo della forza lavoro complessiva. Oltre a questi operai che dipendono direttamente dalla Mct-contship, una parte consistente del lavoro necessario per movimentare i container è stata appaltata a cooperative esterne, con ovvi vantaggi per Mct in termini di riduzione dei costi fissi. In tutto: 4 ditte di rizzaggio 160 operai ; 1 ditta di tramacco 40 operai; 1 ditta reefer 20 operai e 4 ditte che si occupano di manutenzione mezzi con circa 160 operai.

Ma cerchiamo di capire come mai si è arrivati ad un terzo dei lavoratori in esubero, di cui il 50% operativo sul piazzale. Come spiega un operaio, questo non dipende dalle innovazioni tecnologiche, così come è avvenuto in altri porti del Nord Europa, ma piuttosto dalla crisi e dalle scelte fatte da Mct per risolvere il problema del rifiuto del lavoro di una parte dei portuali segnati da anni di turni massacranti:
"Nessuna tecnologia. Gli esuberi derivano dal 2008 con perdita delle linee Maersk e Grande Alliance, da quel momento in poi siamo passati da 3,6 a 2,2 milioni di TEU, poi c'è stata la "ripresa" e siamo a 2,9/3 milioni di TEU, utilizzando di fatto il 60% di banchina e piazzale in concessione. Sempre con l'abbandono delle linee, i container su ferro sono spariti, siamo passati da 3.600 coppie di treni l'anno a 0 treni. Altro dato importante da conoscere: nel 2007/2008 eravamo 670 operatori di piazzale, con un assenteismo (impiegati compresi) del 14% (malattia, congedi parentali, permessi elettorali, permessi studio, infortunio, permessi sindacali, part time) per gestire i picchi di lavoro e coprire i vuoti generati da questa situazione, l'azienda ha assunto (a giro) circa 300 operai – con contratti che andavano da una settimana fino a tre mesi – con la crisi del 2008 non sono più stati richiamati... nel 2009/10, circa 240 su 300 hanno fatto vertenza in tribunale per essere riassunti, perché l'azienda aveva abusato di questo tipo di contratti; nel 2011 il giudice dà ragione a questi ragazzi, condannando l'azienda a riassumere chi ha fatto ricorso, riconoscendo anzianità dal primo contratto e pari dignità... l'azienda perdendo le prime cause ha deciso per la conciliazione. Cosa strana (ma non troppo) non tutti gli operai avevano diritto ad essere riassunti, però l'azienda ha deciso di non fare ricorso, passando così, da 670 a 950 operai di piazzale... ecco perché c'è l'esubero. Quindi, chi ha lucrato su questi contratti? Solo l'azienda? Anche il sindacato? Di sicuro, questi ragazzi non hanno colpa’’.
D’altra parte non è la prima volta che la Mct fa ricorso alla cassa integrazione: negli anni passati vi sono state minacce di tagli del personale poi rientrate, con non pochi benefici economici e sgravi per l’azienda e per il capitale investito nell’area portuale.

Ma ritorniamo all’ultima vicenda. Già nei primi giorni di luglio c’era stato un incontro a Roma, nella sede del Consiglio dei ministri, tra sindacati, azienda, istituzioni e il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Graziano Delrio. Le questioni in gioco: garanzie per i lavoratori e il rilancio dello scalo di Gioia Tauro. In pellegrinaggio a Roma per incontrare il ministro Graziano Delrio e i sottosegretari Claudio De Vincenti e Teresa Bellanova erano giunti il presidente della regione Oliverio, l’assessore regionale a molti sistemi: al sistema della logistica, sistema portuale e sistema Gioia Tauro, Francesco Russo, e poi Cecilia Battistello, presidente di Mct-contship, e i segretari regionali e nazionali dell’Ugl mare e porti, Ornella Cuzzupi, Francesco Cozzucoli e Pasquale Mennella. Quell’incontrò si chiuse con la promessa di siglare un accordo per la nascita di un’agenzia per il lavoro mirata alla riqualificazione dei portuali in esubero e la cassa integrazione per 1 anno a partire dal 1 Agosto. Non mancarono le dichiarazioni di rito cariche di speranza. Ad esempio Delrio dopo l’incontro del 6 luglio in un comunicato stampa affermava: ‘’Sì è compiuto un passo avanti importante oggi per Gioia Tauro a Palazzo Chigi, con l’istituzione dell’Agenzia per il lavoro e con l’Accordo di programma per il rilancio del porto, che consentono la tutela dei lavoratori e una prospettiva di sviluppo’’. L’idea era quella che ridando una ‘mission’ produttiva al porto di Gioia Tauro se ne garantiva il rilancio e quindi l’occupazione (www.cn24tv.it/news).

Nella seconda settimana di luglio l’accordo venne firmato da tutti, compresi Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Sul. I soldi da stanziare tanti, milioni: costo dell'agenzia per il lavoro portuale 45 milioni di euro in 3 anni (legge di stabilità); per il bacino di carenaggio navi 40 milioni finanziato dal patto per la Regione Calabria; l’adeguamento banchina per l'accosto del bacino di carenaggio, 15 milioni di euro (AP). A questi bisogna aggiungere le spese per defiscalizzazione tasse di ancoraggio 11 milioni di euro e la detassazione accise carburante e costi energetici € 3,5 milioni.

Varie le idee sulla ‘mission’: cantieristica, riparazione container, e interventi per oleare la logistica risolvendo l’annosa questione dell’adeguamento ferroviario. In questa ondata di interventi, i portuali in esubero, che in tre anni dovrebbero tornare a lavoro, sembrano funzionare come un cavallo di troia per ottenere il pacchetto di aiuti e una serie di facilitazioni utili agli investitori.

Passata l’estate, per due giorni, il 12 e 13 ottobre, i portuali bloccano il porto per ben 50 ore. Nelle prime ore del pomeriggio del 12 ottobre i manager di Mct e i rappresentanti sindacali si erano riuniti per discutere degli esuberi, per ridurne il numero. Alle 19, dopo circa quattro ore di trattativa, vista l’inamovibilità dell’azienda, al cambio turno i portuali hanno bloccato il porto. Un blocco che ha fatto paura per la determinazione e la vivacità delle assemblee operaie. Per far rientrare lo sciopero, oltre alle visite di rito dei segretari nazionali dei maggiori sindacati, si è giocata la carta dell’incontro del 19 ottobre a Roma con la promessa di discussione di un miracoloso piano di reintegro. Lo sciopero è rientrato così come volevano i maggiori sindacati spaccando il fronte della lotta, tra i giovani determinati a continuare e gli altri. A questo bisogna aggiungere che per alimentare spaccature – così come spiega un operaio – i portuali in esubero vengono etichettati come assistiti, solo perché subiscono il trattamento della cassa integrazione. Ed è invece il contrario, aggiunge, "qui hanno creato un meccanismo che divora soldi da decenni, gli assistiti non siamo noi ma loro’’.

Come si accennava, per risolvere la faccenda, si è pensato di aprire un altro carrozzone che dovrebbe ruotare intorno a questa fantomatica agenzia nazionale per il lavoro portuale che, oltre ad essere un dispositivo per sfiancare le proteste, dovrebbe elaborare dei piani di riqualificazione del personale. Stando a quanto sostengono invece gli operai si tratta di un posteggio momentaneo per i portuali in esubero per poi rimetterne al lavoro una parte e lasciarne a casa il resto. E’ importante non scordare, per prima cosa, che Gioia Tauro non è l’unico porto pronto ai tagli del personale; la questione non è regionale ma nazionale e ancora di più mondiale se si pensa che la grande crisi ha investito anche i porti che per conto loro soffrivano – così come ricordava Sergio Bologna in un articolo che vale la pena leggere sulla bancarotta della grande compagnia marittima sud coreana Hinjin (che potete leggere qui) – e per un altro grosso problema non trascurabile, quello del ‘gigantismo’, navale e dei porti. Gioia Tauro è uno di questi; per costruirlo sono stati spazzati via ettari di aranceti, cementificati chilometri di terreno e spiaggia, con un impatto brutale sul paesaggio diventato, oramai, irriconoscibile agli occhi di chi è là cresciuto. Il ‘porto dei miracoli’ venne sostenuto e propagandato come una delle sfide del sud; il porto del rilancio occupazionale e del riscatto dopo il fallimento del V polo siderurgico, l’ennesimo piano folle che per fortuna non vide mai la luce nella piana gioiese.

Ma come l’esperienza insegna, non sempre salvarsi fortuitamente da un danno mette al riparo da altri danni; ed ecco che è si è arrivati al porto, ed è probabile che nel 2069 staremo ancora a qui a discutere sui piani di esubero per gli ultimi 15 portuali rimasti, dopo che i robot saranno subentrati ai lavoratori. Se si segue la vicenda del porto si può capire come i piani di rilancio non abbiano niente di sensato e quelle che vengono proposte come soluzioni appaiono abbastanza incerte e spesso dannose. Parliamo della Zes – Zona economica speciale –, o ancora della cantieristica per la riparazioni delle grandi navi. Interventi che vengono spacciati come risolutivi per il rilancio occupazionale ma che di fatto rischiano di essere un pericoloso avvitamento senza uscita da una vuota ideologia lavorista.

Perché le grandi compagnie navali dovrebbero preferire Gioia Tauro se ci sono nel mondo posti più competitivi per le riparazioni o le demolizioni? Perché si dovrebbe realizzare una zona Zes? A chi conviene veramente? Quali sono gli ulteriori danni per il territorio, il paesaggio, la vita delle persone? Gli studi sugli impatti nefasti delle zone economiche speciali (Zes) non mancano. No, a guardar bene quello che si sta proponendo non è sensato. Se queste sono alcune delle soluzioni individuate, ed è da tempo che se ne parla, viene da pensare che al di là delle intenzioni dichiarate- dato il gigantismo, la crisi, l’avanzare dell’automazione, cioè degli investimenti a risparmio di lavoro, dovendo eliminare migliaia di lavoratori portuali e non sapendo che pesci prendere nella peggiore tradizione concertativa si cerca una soluzione utile a dilazionare la questione, aspettare che le acque si calmino per ridurre ulteriormente la capacità di agire degli operai e soprattutto bloccare gli scioperi che sono la cosa più temuta. Due giorni di blocco e anche più in un porto di transhipment pesano e semmai la pratica dovesse diventare contagiosa, come avveniva nel passato, a livello nazionale e mondiale, i guai per quelli che oggi pensano di poter gestire, senza compromettere i livelli di profitto acquisiti, la logistica portuale aumenterebbero, e si troverebbero ad affrontare una comunità operaia, che se non abbocca all’ennesimo amo, sarà sempre più determinata perché consapevole della propria forza.

Per info su crisi e occupazione:

Link 1

Link 2

Fonte

01/07/2014

Nel porto di Gioia la nave laboratorio e il segreto si fa show

E’ arrivata in porto a Gioia Tauro, la nave statunitense Cape Ray. Il cargo militare trasformato in laboratorio chimico navigante imbarcherà domani il carico di armi e sostanze chimiche requisito al regime siriano di Assad e ancora in rotta verso la Calabria a bordo del cargo danese Ark Futura.

E’ arrivata in porto a Gioia Tauro, la nave statunitense Cape Ray, mercantile militare trasformato in laboratorio chimico in grado di disinnescare i processi chimici della armi siriane. L’imbarcazione inizierà domani il carico di armi e sostanze chimiche requisito al regime siriano di Assad che sta arrivando a Gioia Tauro a bordo del cargo danese Ark Futura. 78 i container per un totale di 600 tonnellate. Tre container contengono iprite - specifica l’ANSA - gli altri 73 uno dei precursori del sarin. Altre fonti sottolineano che si tratta di “agenti chimici” privi di munizioni. Senza detonatori.


Sempre da fonti giornalistiche: i container saranno trasferiti domani dalla poppa della Ark Futura a quella della Cape Ray attraverso le rampe delle due navi Ro-Ro, traghetti merci. La rampa della nave Usa, precisano fonti dell’ANSA, è “flessibile”, e permetterà ai muletti di passare direttamente “da nave a nave”. Abbastanza oscuro e improbabile, ma vedremo. Intanto sono scattate le imponenti misure di sicurezza. Il prefetto di Reggio Calabria Claudio Sammartino ha raccontato di “Un’unica sala operativa” attiva nelle 24 ore a dirigere e vigilare su tutto. Presidio sanitario e militare.



Dopo tanti, troppi silenzi sul transito degli agenti chimici, ora lo straripare dei dettagli utili solo a rassicurare. E ad esibire. «All’operazione di monitoraggio e controllo partecipano i terminalisti del porto di Gioia Tauro Mct e Blg; il direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Reggio Calabria; i dirigenti dell’Arpacal, l’Agenzia di protezione dell’ambiente della Calabria; i sindaci di San Ferdinando, Rosarno e il commissario prefettizio del Comune di Gioia Tauro; Alessandra Mc Knight, rappresentante del Governo degli Stati Uniti, ed il questore di Reggio Calabria». Applausi.

Fonte

24/06/2014

Questo fine settimana l’arsenale siriano a Gioia Tauro


Il cargo danese Ark Futura carico delle armi chimiche siriane più pericolose è partito per l’Italia. Ce lo dicono dopo la partenza a nascondere cosa? Rotta su Gioia Tauro per trasbordare 570 tonnellate di agenti chimici sulla nave Usa Cape Ray. Arrivo? Secret. Lo sveliamo noi: tra venerdì e sabato.

L’annuncio ieri, a nave partita dal porto siriano di Latakia. Il cargo danese ‘Ark Futura’ con 570 tonnellate di armi chimiche a bordo sta navigando verso il porto di Gioia Tauro dove trasborderà il suo carico bomba sulla nave laboratorio ‘Cape Ray’ della marina militare statunitense. Data di arrivo volutamente omessa. Timore di terroristi all’assalto di quel carico da apocalisse o prudente silenzio ad evitare timori e rabbia nella Calabria balneare per l’arrivo di ospiti tanto inopportuni? La risposta è libera; resta la certezza che la rotta da Latakia a Gioia Tauro prevede 4-5 giorni di navigazione.


«Il compito più complicato dell’eliminazione delle armi chimiche siriane è terminato. Ora comincia un nuovo capitolo di questo processo. La missione congiunta Onu-Opac ringrazia le autorità italiane per aver fornito un porto per il trasbordo di parte del carico». Ma il tentativo di occultare trasforma la parte finale della vicenda nel segreto di Pulcinella. Prima hanno disinserito i trasponder delle navi, il segnale satellitare che dovrebbe segnalare la posizione di ogni natante. Ora il giochino della partenza svelata qualche ora dopo di un convoglio che somiglia alla Sesta Flotta Usa.

Sappiamo che a garantire la sicurezza del delicato carico ci sono possenti navi da guerra di cinque nazioni diverse e non esattamente amiche tra loro a garantire la neutralità dell’importante operazione internazionale di disarmo. Ovviamente oltre alla marina italiana che si prepara ad accogliere quella sorta di Onu navigante nelle acque di casa. Quindi, dalle splendide coste tirreniche calabresi si potranno vedere l’incrociatore nucleare russo ‘Piotr Velikij’, Pietro il Grande, e quattro fregate, la cinese ‘Yancheng’, l’inglese ‘Montrose’, la danese ‘Estern Snare’ e la norvegese ‘Helge Ingstad’.

Incrociatore nucleare russo "Pietro il Grande"
La Ark Futura è dunque in navigazione verso Gioia Tauro con a bordo 60 contenitori con gli agenti chimici di priorità 1 (tra cui iprite e precursori del gas Sarin), che saranno distrutti a bordo della nave militare americana da carico Cape Ray, attrezzata a fare da laboratorio, che si sposterà in acque internazionali nel Mediterraneo. Dopo la tappa nel porto calabrese, la Ark Futura proseguirà il suo viaggio verso la Gran Bretagna per consegnare 150 tonnellate di agenti chimici di tipo B che saranno distrutti sul territorio britannico e verso la Finlandia altri materiali di priorità 2 ad Ekokem.

Fonte

08/06/2014

Siria, armi chimiche: inganno e confusione Sbarco tra i bagnanti


L’agenzia ANSA, sempre prudente, si affida alla ufficialità e dice senza spiegare. Partito da Latakia il primo carico di armi chimiche siriane. Ma starebbe navigando verso la Finlandia e gli Stati Uniti. E il carico per Gioia Tauro? Aspettano la stagione balneare piena per poter fare più danno?

Notizia battuta dall’agenzia ANSA. «Il governo norvegese ha confermato la partenza del primo carico di armi chimiche dal largo della Siria verso i porti in cui saranno distrutti. “Il cargo norvegese Taiko ha cominciato la fase due dell’operazione per l’evacuazione dei mezzi offensivi chimici siriani. Oggi (ieri,ndr) il Taiko ha fatto rotta verso la Finlandia e da lì verso gli Usa, dove le armi chimiche saranno distrutte”, recita una nota del ministero degli Esteri di Oslo. La notizia era stata data ieri mattina da fonti Opac». La confusione è massima e il sospetto della beffa è legittimo.


Sapevamo - così ci avevano raccontato - che le due navi scandinave, Taiko (norvegese) e Ark Futura (Danese), dovevano trasferire il carico di armi chimiche dal porto siriano di Latakia a quello italiano di Gioia Tauro per essere trasbordate sulla nave-laboratorio della marina statunitense che doveva lavorare in alto mare le sostanze micidiali per disinnescarle, isolare le singole sostanze che le componevano e trasferirle per il loro smaltimento come residui industriali in altre località. Ora è diventato un carico per la Finlandia, e la nave laboratorio Usa ‘Cape Ray’ pare scomparsa. Strano.

Preoccupazione non solo nostra, leggendo il sito Cmnews. Riunione operativa in Prefettura, oggi 7 giugno. “Il Prefetto Claudio Sammartino, nella giornata di ieri, ha convocato una riunione in Prefettura per pianificare le misure di sicurezza che dovranno essere adottate per l’arrivo delle armi chimiche che provengono dalla Siria”. Quali armi? Quelle di cui non parla l’ANSA? “Partecipanti alla riunione …”. Sindaco di San Ferdinando, Vice Sindaco di Rosarno, Commissario di Gioia Tauro, Comandante della Direzione Marittima della Calabria, Capitaneria di Porto di Gioia Tauro.

E non basta. Tutte le autorità locali ma non solo loro: “Insieme ai rappresentanti della Marina Militare, delle Forze di Polizia, dei Vigili del Fuoco, della Regione Calabria, della Provincia di Reggio Calabria, dell’ARPACAL, dell’Azienda Ospedaliera e dell’ASP, dell’Autorità Portuale e delle società terminaliste MCT e ICOBLG, sono state discusse e valutate le situazioni a rischio e le misure preventive per evitare eventi drammatici per il territorio”. Allarme generale ma che sia nel silenzio. Con la Difesa Civile mobilitata per garantire la sicurezza durante il trasbordo degli agenti chimici sulla Cape Ray.

Testuale: “Misure che sono state pianificate nella bozza di Pianificazione di Difesa Civile che ha l’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini durante il trasbordo degli agenti chimici da una nave all’altra”. Ma allora lo sbarco è previsto a breve? Chi è che inganna? Misure antiterrorismo o anti-proteste? “Durante la riunione il sindaco di San Ferdinando Domenico Madafferi ha abbandonato l’incontro in polemica con il periodo scelto per l’operazione. Secondo fonti giornalistiche, Madafferi, avrebbe criticato la scelta per il periodo estivo che potrebbe subire ripercussioni economiche per l’operazione”.


Mistero svelato in parte nel pomeriggio sempre dall’ANSA. A bordo della Taiko viaggiano gli agenti chimici di priorità 2 (i meno pericolosi) e una piccola parte di quelli di priorità 1, anche se il carico non è stato completato. “Le autorità siriane devono infatti ancora consegnare 85 tonnellate di materiale chimico (circa l’8% del totale)…”. “Il cargo danese Ark Futura è ancora in attesa e imbarcherà tutto il restante materiale, tra cui la maggior parte di agenti di priorità 1. Questi saranno poi trasferiti al porto di Gioia Tauro dove verranno trasbordati sulla nave Usa Cape Ray ..” Eccetera eccetera. Ma  quando? A ferragosto?

Fonte

11/05/2014

Che fine ha fatto l’ arsenale chimico da togliere alla Siria?


L’allarme arriva dalla Cina, o meglio da Radio Cina Internazionale secondo cui l’ 8% delle armi chimiche siriane non può essere evacuato. Ieri al Consiglio di Sicurezza ONU conferenza a porte chiuse per il rapporto di distruzione delle armi chimiche del coordinatore dell’ONU Sigrid Kaag.

L’arsenale chimico siriano coinvolto comunque nella guerra con armi convenzionali che prosegue feroce. Damasco saldamente nelle mani del regime, mentre ad Aleppo e in altre aree settentrionali della Siria, la capacità di reazione da parte dei ribelli crea una situazione che condiziona anche il trasferimento delle armi chimiche. Consegne, arrivate al 92,2%. Il 7,8% che rimane si troverebbe in un sito attualmente difficile da raggiungere, ragione dell’ulteriore ritardo. Segreto su quando i cargo scandinavi Ark Futura e Taiko trasferiranno le 560 tonnellate di armi da Latakia a Gioia Tauro.

Il cargo scandinavo Taiko, una delle due navi dei veleni
Notizie dalla Siria ci dicono che attualmente la delegazione dell’ONU non può entrare nei luoghi in cui si trova il materiale rimasto. A questo proposito, il funzionario delle Nazioni unite responsabile per la supervisione della distruzione ha fatto appello alle varie parti in conflitto perché si impegnino e garantiscano il completamento della distruzione delle armi chimiche nei tempi previsti. Illusioni. L’8 maggio al Consiglio di Sicurezza ONU vertice a porte chiuse per ascoltare il rapporto sul lavoro di distruzione delle armi chimiche siriane del coordinatore speciale dell’ONU Sigrid Kaag. Segreto.

Il cargo scandinavo Ark Futura, una delle due navi dei veleni
Per la serie delle buone intenzioni utili solo a far vedere che se ne stanno occupando, il capo del Dipartimento di Stato Usa John Kerry telefona al capo della diplomazia russa Serghei Lavrov. Dobbiamo darci una mossa dice Kerry in una telefonata con Lavrov e i due sono “d’accordo sulla necessità di accelerare il processo di rimozione delle armi”. Aria fritta, con l’incombere della crisi Ucraina. Tutto fermo nel porto di Latakia dove i due cargo scandinavi già belli che stipati di veleni attendono il via, rotta Gioia Tauro. Intanto per il 3 giugno tutto fermo per ‘libere’ elezioni di guerra.

Se aspettano ancora un poco potremo ammirare le navi dei veleni sulla costa italiana da sotto l’ombrellone. Fortunati noi.

Fonte