Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/11/2020
Iran - Assordante silenzio sul terrorismo di stato israeliano. Qualcuno “avvelena i pozzi”
Nessuna reazione ufficiale negli Stati Uniti all’ennesimo omicidio di uno scienzato iraniano. Mentre sul New York Times tre diverse fonti dell’intelligence confermano il coinvolgimento israeliano, il presidente uscente Trump si è limitato a rilanciare la notizia su Twitter. Senza commenti.
Il solo che negli Usa ha avuto il coraggio di prendere la parola è stato, paradossalmente, l’ex capo della Cia John Brennan, (in carica dal 2013 al 2017) che ha condannato l’omicidio dello scienziato iraniano Mohsen Fakhrizadeh.
“È stato un atto criminale e altamente incosciente. Rischia di provocare una rappresaglia mortale e una nuova ondata di conflitto nella regione. I leader iraniani farebbero bene ad attendere il ritorno di una leadership responsabile degli Usa a livello globale e resistere alla tentazione di rispondere ai presunti colpevoli”, ha scritto su Brennan su Twitter.
Scontati e malposti appelli alla moderazione sono giunti dal ministero degli Esteri della Germania e dall’Unione Europea. Quest’ultima, tramite un comunicato di un portavoce dell’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Josep Borrell, ha qualificato l’omicidio dello scienziato come “un atto criminale”.
La replica iraniana non si è fatta attendere: “Vergognoso che alcuni si rifiutino di opporsi al terrorismo e si nascondano dietro appelli alla moderazione” ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri dell’Iran, Mohammad Javad Zarif. Inutile cercare qualche reazione sul sito della Farnesina.
Il nuovo capitolo nel dossier del terrorismo di stato israeliano, con l’ennesimo omicidio di uno scienziato iraniano, meriterebbe reazioni assai più contundenti.
Nell’aprile del 2018, il premier israeliano Netanyahu aveva indicato pubblicamente Fakhrizadeh, in una conferenza dedicata alla minaccia iraniana e invitava i presenti “a ricordarsi questo nome”.
Prima di Fakhrizadeh sono stati assassinati altri 5 scienziati iraniani con esecuzioni sommarie attribuite al Mossad israeliano. Inoltre questa estate numerose installazioni nucleari sono state oggetto di attacchi e sabotaggi. Il più grave è avvenuto nel centro atomico di Natanz. Per le autorità si è trattato di un atto di sabotaggio.
L’omicidio di Fakhrizadeh è avvenuto pochi giorni dopo il vertice strategico tra l’uscente Segretario di Stato USA Mike Pompeo, Netanyahu e il principe saudita Mohammed Bin Salman dedicato proprio all’Iran. Un incontro trilaterale che è servito ad avvelenare i pozzi a Biden in Medio Oriente.
L’atto terroristico di ieri intende condizionare le future mosse del presidente Joe Biden, interessato a rivedere la posizione nei confronti dell’Iran. “È evidente che gli omicidi riducono gli spazi diplomatici. Forse ora si capisce meglio la decisione del Pentagono di spostare, qualche giorno fa, in Qatar alcuni bombardieri strategici B-52”, scrive il Corriere della Sera attraverso il suo sempre “ben informato” Guido Olimpio.
Appare chiaro il tentativo israeliano di condizionare la politica della nuova amministrazione Biden nei confronti dell’Iran. Un editoriale del Jerusalem Post, arrivando alla conclusione che “sarebbe un errore storico della futura amministrazione Biden gettare al vento la politica di Trump sull’Iran” scrive testualmente che “Purtroppo Biden ha già espresso il proprio impegno verso il defunto accordo sul nucleare iraniano, mosso probabilmente da un eccesso di reazione alle politiche di Trump, anche quelle positive. Invece di prendere una chiara posizione contro il sanguinario regime iraniano, il neo eletto presidente Biden vorrebbe revocare le sanzioni imposte all’Iran dal presidente Trump, consentendo così a Teheran di sovvenzionare ancora più efficacemente il terrorismo e la violenza in tutta la regione”.
Il fatto che le autorità israeliane intendano impedire con ogni mezzo il ripristino dell’Accordo con l’Iran sul programma nucleare, emerge anche dalle righe successive dell'articolo secondo cui “Il ritorno a quell’accordo con l’Iran sarebbe anche una decisione estremamente invisa agli stati del Golfo, tra cui alcuni alleati chiave degli Stati Uniti come l’Arabia Saudita, che ha ampliato la cooperazione e i legami con gli Stati Uniti durante la presidenza Trump. Fare appello all’Iran – o per dir meglio, accondiscendere quel regime – significa inviare un messaggio sbagliato a Teheran e un messaggio sbagliato agli alleati americani”.
È bene ricordare che secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), il programma nucleare militare iraniano è ormai abbandonato da un ventennio e non ci sono prove che oggi Teheran stia cercando di ottenere l’atomica. Da quando gli Usa hanno abbandonato l’accordo Jcpoa, le riserve di uranio iraniani a basso arricchimento sono aumentate di almeno 12 volte oltre i limiti ammessi dall’intesa.
La stessa Aiea però in questi decenni non ha mai potuto ispezionare gli impianti nucleari israeliani, senza mai forzare la mano e limitandosi ad accettare il fatto che Israele nega di possedere armi nucleari e non ha firmato il Trattato di Non Proliferazione nucleare, che invece è stato firmato dall’Iran.
Insomma un livello di impunità e complicità che appare del tutto inaccettabile. Se qualcuno in giro si mettesse ad uccidere gli scienziati nucleari israeliani quali sarebbero le reazioni?
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28/11/2020
Adiós, Diego
“Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto” (Eduardo Galeano)
Il pallone è stata la prima grande fissazione della mia vita e avere avuto la possibilità di vedere giocare Maradona negli anni in cui ero un bambino e vivevo il calcio in una maniera cosi totale e naif è stata una delle più grandi fortune e privilegi che possa dire di avere avuto.
A questo calciatore extraterrestre sono legati alcuni ricordi chiave della mia vita. Vederlo in azione ai mondiali di Mexico ’86 rimane l’esperienza più simile alla rivelazione che possa dire di avere avuto. In seguito a quel mondiale mi feci una sorta di altarino nella mia cameretta; oggi, a 43 anni, nel mio appartamento ne ho un altro abbastanza simile.
La partita con l’Inghilterra l’ho vista in diretta. Avevo nove anni, ero da solo sul divano a casa di mia nonna, dopo il secondo gol mi misi a correre per casa in preda all’estasi mistica. Avevo avuto la percezione chiara di avere assistito ad una cosa irripetibile, non capita spesso di essere testimone della storia e rendersene conto. In quell’occasione per me fu così.
In maniera altrettanto brutale la notte del 3 luglio 1990, durante la semifinale mondiale Italia – Argentina, mi fece sorpassare la linea d’ombra tra due età ben distinte. Infilando il rigore che avrebbe condannato l’Italia Diego decretò la fine dell’infanzia e mi mise di fronte ad alcuni dei conflitti insanabili che avrei ritrovato solo in avanti nella mia vita futura. Io ero distrutto e Diego Armando Maradona festeggiava. Il mio più grande idolo di sempre era artefice del mio sconforto. Il trauma fu così grosso che finii per detestarlo, finché anni dopo completò la sua rivincita su di me e sul mondo piazzandola sotto al sette nella partita con la Grecia e urlando sotto la telecamera il fatto che era tornato. Era sempre il più grande e io lo avrei amato per sempre.
Venne cacciato per aver preso della roba che serviva a dimagrire, solo così fu possibile farlo fuori. Perché Diego Armando Maradona era più di un semplice calciatore e le sue vittorie avevano sempre un qualcosa di più epico rispetto alla semplice vittoria sportiva: lui faceva magie con il pallone e contemporaneamente vendicava il suo paese, sovvertiva le gerarchie, il sud del mondo tramite le sue giocate aveva la sua rivincita.
La genialità, la tecnica, la fantasia, i milioni di calci presi senza fare scenette particolari. Rotolava giù e si rialzava, mai una lamentela per un passaggio sbagliato del compagno. Ma quello che ancora oggi mi emoziona di più quando fanno rivedere sui vecchi filmati in televisione è che in quelle giocate io non vedo un professionista del calcio, vedo un ragazzino che gioca a pallone. Puro divertimento e amore per la palla. Il calcio giocato così è una di quelle cose per cui vale la pena vivere. Pochi giorni fa ti abbiamo fatto gli auguri per i tuoi 60 anni, oggi ci ritroviamo a salutarti per sempre.
Eri immenso e resterai il più grande di sempre. Grazie di tutto, senza di te la mia vita (e quella di tanti) sarebbe stata peggiore. (Stefano Greco)
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India - 250 milioni di lavoratori hanno bloccato lo Stato
Abbiamo tradotto un articolo che racconta lo straordinario sciopero generale che ha paralizzato l’India. Al termine una galleria di foto. Testo e immagini sono state pubblicate in lingua inglese sul sito People’s Dispatch
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Giovedì 26 novembre, l’India ha assistito al più grande sciopero organizzato della storia umana. Oltre 250 milioni di lavoratori e agricoltori, insieme ai loro alleati tra studenti, femministe e gruppi della società civile, hanno partecipato allo sciopero nazionale. Lo sciopero coincide con il Giorno della Costituzione dell’India, che commemora l’adozione della costituzione nel 1949, e arriva sullo sfondo di un attacco senza precedenti ai diritti dei lavoratori e alla protezione degli agricoltori da parte del governo di destra del primo ministro Narendra Modi.
La protesta dei contadini negli Stati intorno a Delhi è continuata fino a tarda notte giovedì e venerdì all’inizio. Migliaia di contadini hanno rotto blocco dopo blocco e stanno marciando verso la città. La polizia ha usato ripetutamente canoni ad acqua su di loro ma non è riuscita a spezzare il loro spirito. Si prevede che raggiungeranno i confini di Delhi venerdì.
Lo sciopero è stato organizzato da una coalizione di movimenti dei lavoratori e degli agricoltori, con 10 confederazioni commerciali nazionali e il gruppo ombrello, All India Kisan Sangharsh [Farmers ‘Struggle] Coordination Committee (AIKSCC), che consiste di oltre 200 gruppi di agricoltori in tutta l’India. Allo sciopero hanno partecipato anche gruppi per i diritti delle donne, sindacati studenteschi e varie organizzazioni della società civile. Lo sciopero ha ricevuto anche il sostegno dei partiti di sinistra e di diversi gruppi di opposizione.
Alcune delle richieste chiave contenute nella carta in 12 punti avanzata dagli organizzatori includono il ritiro di una serie di leggi recentemente approvate dal governo Modi che abrogano le principali protezioni dei prezzi del lavoro e dei prodotti agricoli, un rollback nelle recenti politiche di disinvestimento nelle principali società di proprietà del governo, l'implementazione dei programmi di welfare esistenti per i lavoratori rurali e ampliamento delle politiche di welfare per aiutare le masse colpite dalle ricadute economiche della pandemia di COVID-19.
Migliaia di agricoltori, insieme a membri di gruppi sindacali e altri movimenti, provenienti da tutta l’India, hanno anche guidato una manifestazione nella capitale nazionale di Delhi. La manifestazione è stata accolta con una feroce repressione da parte della polizia di Delhi che ha utilizzato un blocco, cariche di manganelli e cannoni ad acqua per fermare la marcia. Alla fine, il blocco è stato violato.
In un confronto simile con le autorità, i gruppi di lavoratori e agricoltori hanno bloccato le principali città metropolitane come Calcutta e Mumbai, con sit-in organizzati sulle principali rotte di trasporto. Anche la cintura industriale e mineraria dell’India centrale e orientale ha assistito a una chiusura virtuale.
Gli organizzatori hanno affermato che lo sciopero è un inizio per ulteriori lotte imminenti nel paese. “Gli operai e i contadini non si fermeranno finché le politiche disastrose e dirompenti del governo del BJP non saranno invertite. Lo sciopero di oggi è solo l’inizio. Seguiranno lotte molto più intense“, ha detto Tapan Sen, segretario generale del Centro dei sindacati indiani (CITU), una delle confederazioni sindacali partecipanti allo sciopero.
Lo sciopero arriva in un momento in cui le ricadute economiche della pandemia COVID-19 hanno spinto l’India in una vera e propria recessione, esacerbando le disuguaglianze e le privazioni esistenti. Il prodotto interno lordo (PIL) indiano è diminuito di un record del 23,9%, mentre la disoccupazione è salita a un 27% senza precedenti.
In mezzo a una tale crisi a tutto tondo, il governo di destra guidato dal Bharatiya Janata Party ha implementato nuovi emendamenti ai codici del lavoro e introdotto fatture agricole che hanno invertito i principali progressi storici compiuti nei diritti dei lavoratori e nella protezione delle aziende agricole.
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I ricchi hanno stravinto
Marco d’Eramo ha dato alle stampe in questi giorni il suo ultimo libro, “Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi” (Feltrinelli, 2020).
Questa la tesi di fondo: negli ultimi cinquant’anni abbiamo assistito a una guerra dei ricchi contro i poveri che è partita e si è svolta principalmente all’interno degli Stati Uniti d’America centro del capitalismo occidentale. I ricchi hanno stravinto, mentre i poveri non si sono neanche difesi e i cosiddetti progressisti o liberal non se ne sono accorti o hanno fatto finta di non accorgersene, affascinati com’erano dal denaro dei ricchi.
La guerra è partita dalle famiglie ‘storiche’ di miliardari conservatori e benpensanti degli Stati Uniti i quali hanno dato vita, nel corso degli anni, a una grande campagna per l’egemonia culturale iniziata in sordina durante il periodo del Welfare State dominante nel secondo dopoguerra e divenuta poi main stream negli ultimi trent’anni. Questa campagna si proponeva di contrastare qualsiasi idea di giustizia sociale, di redistribuzione della ricchezza da parte dello Stato o soltanto di assistenza ai più deboli che non fosse quella voluta e organizzata attraverso le organizzazioni benefiche e le fondazioni private. D’Eramo non manca di fare i nomi dei principali animatori di questa campagna: si tratta delle famiglie Walton (quelli della Walmart), dei DeVos del Michigan, dei Koch, degli Olin, dei Mellon, dei Coors ma anche di Bill Gates, il gotha del capitalismo americano vecchio e nuovo che ha preso saldamente nelle proprie mani le redini delle principali politiche pubbliche e sociali degli Stati Uniti.
Ne hanno fatto le spese i servizi pubblici, la sanità pubblica, la scuola pubblica messa nell’angolo con il sistema dei vaucher e poi l’ambiente e la giustizia. In particolare il diritto, soprattutto quello giurisprudenziale che era stato l’artefice delle più importanti conquiste sociali negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, è divenuto l’infrastruttura principale della nuova ideologia conservatrice attraverso la progressiva affermazione della teoria denominata Law and Economics. L’analisi economica del diritto è riuscita a divenire teoria dominante e a schiacciare le ragioni della giustizia su quelle dell’efficienza economica.
Chi ci ha rimesso le penne in questa guerra ideologica, oltre naturalmente ai poveri costretti a lavorare di più con salari più bassi, è stato lo Stato – mi si perdoni il gioco di parole – cioè l’idea che vi fosse un’istituzione capace di rappresentare gli interessi di tutti e che, raccogliendo le tasse dai suoi associati, potesse poi redistribuire la ricchezza fornendo servizi pubblici essenziali come l’istruzione, la sanità, la ricerca, le infrastrutture. La guerra ideologica dei conservatori e delle loro fondazioni ha ridotto lo Stato, prima di tutto quello federale degli Stati Uniti, ad uno Stato minimo nei servizi sociali e forte per le sue velleità sovraniste che limita le sue funzioni a quelle di assicurare l’ordine pubblico interno e di rafforzare la potenza militare per supportare le ambizioni – e il tenore di vita – della più ricca democrazia del pianeta.
Come mai è potuto accadere tutto ciò? Marco d’Eramo lo spiega con le parole di Trasimaco tratte dalla Repubblica di Platone: «La giustizia non è altro che l’utile del più forte […] ciascun governo legifera per il proprio utile, la democrazia con le leggi democratiche, la tirannide con le leggi tiranniche, e gli altri governi allo stesso modo. E una volta che hanno fatto le leggi, eccoli proclamare che il giusto per i sudditi si identifica con ciò che è invece il loro proprio utile; e chi se ne allontana, lo puniscono come trasgressore sia della legge che della giustizia. In ciò dunque consiste […] quello che, identico in tutti gli stati, definisco giusto: l’utile del potere costituito. Ma, se non erro, questo potere detiene la forza: così […] in ogni caso il giusto è sempre l’utile del più forte» (p. 56). Insomma avrebbero vinto le idee del sofista Trasimaco, a nulla valendo la confutazione di quelle tesi che Platone fa pronunciare al suo maestro Socrate.
Se un appunto si può fare al libro di Marco d’Eramo è quello di suggerire un rimedio debole a tutto ciò: mettersi all’opera per ricostruire una nuova egemonia progressista che oggi è fatta di poche voci ma che in futuro potrà diventare main stream se saprà agire proprio come hanno fatto i conservatori con la loro rivoluzione al contrario. È vero che d’Eramo cita anche Machiavelli e la sua idea: a volte è necessario che i poveri si ribellino alle ingiustizie perché è l’unico modo per fare buone leggi. E ricorda anche le tesi di Mandeville per sostenere che l’economia pubblica ha una logica opposta a quella dell’economia privata. Ma sembra che d’Eramo dia per scontato che lo Stato sia perduto alla causa dei dominati perché rappresenta solamente lo strumento attraverso cui i capitalisti perseguono i propri interessi. Tesi fondata su una lettura ortodossa del pensiero di Marx.
Tuttavia se siamo arrivati a queste condizioni, se il welfare è stato smantellato, se i servizi essenziali sono stati lasciati al mercato, è proprio perché gliel’abbiamo lasciato fare; perché è andata sempre più accentuandosi una profonda ‘diffidenza’ verso lo Stato in ogni ambiente, anche progressista. Questa insofferenza era alimentata soprattutto dall’idea che lo Stato fosse troppo ingombrante, opprimesse la libertà dei cittadini, perché era come il carro del Dio indiano che stritolava gli individui al proprio passaggio. Salvo poi a rimpiangere i bei tempi in cui lo Stato offriva servizi e tassava i ricchi e i loro patrimoni. Insomma delle due l’una: o ripensiamo allo Stato, facciamo autocritica e decidiamo di riprendercelo oppure le pur condivisibili critiche alle perversioni del neocapitalismo resteranno prive di uno sbocco politico in attesa dell’avvento di un’amministrazione delle cose che non verrà mai.
Fonte
Questa la tesi di fondo: negli ultimi cinquant’anni abbiamo assistito a una guerra dei ricchi contro i poveri che è partita e si è svolta principalmente all’interno degli Stati Uniti d’America centro del capitalismo occidentale. I ricchi hanno stravinto, mentre i poveri non si sono neanche difesi e i cosiddetti progressisti o liberal non se ne sono accorti o hanno fatto finta di non accorgersene, affascinati com’erano dal denaro dei ricchi.
La guerra è partita dalle famiglie ‘storiche’ di miliardari conservatori e benpensanti degli Stati Uniti i quali hanno dato vita, nel corso degli anni, a una grande campagna per l’egemonia culturale iniziata in sordina durante il periodo del Welfare State dominante nel secondo dopoguerra e divenuta poi main stream negli ultimi trent’anni. Questa campagna si proponeva di contrastare qualsiasi idea di giustizia sociale, di redistribuzione della ricchezza da parte dello Stato o soltanto di assistenza ai più deboli che non fosse quella voluta e organizzata attraverso le organizzazioni benefiche e le fondazioni private. D’Eramo non manca di fare i nomi dei principali animatori di questa campagna: si tratta delle famiglie Walton (quelli della Walmart), dei DeVos del Michigan, dei Koch, degli Olin, dei Mellon, dei Coors ma anche di Bill Gates, il gotha del capitalismo americano vecchio e nuovo che ha preso saldamente nelle proprie mani le redini delle principali politiche pubbliche e sociali degli Stati Uniti.
Ne hanno fatto le spese i servizi pubblici, la sanità pubblica, la scuola pubblica messa nell’angolo con il sistema dei vaucher e poi l’ambiente e la giustizia. In particolare il diritto, soprattutto quello giurisprudenziale che era stato l’artefice delle più importanti conquiste sociali negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, è divenuto l’infrastruttura principale della nuova ideologia conservatrice attraverso la progressiva affermazione della teoria denominata Law and Economics. L’analisi economica del diritto è riuscita a divenire teoria dominante e a schiacciare le ragioni della giustizia su quelle dell’efficienza economica.
Chi ci ha rimesso le penne in questa guerra ideologica, oltre naturalmente ai poveri costretti a lavorare di più con salari più bassi, è stato lo Stato – mi si perdoni il gioco di parole – cioè l’idea che vi fosse un’istituzione capace di rappresentare gli interessi di tutti e che, raccogliendo le tasse dai suoi associati, potesse poi redistribuire la ricchezza fornendo servizi pubblici essenziali come l’istruzione, la sanità, la ricerca, le infrastrutture. La guerra ideologica dei conservatori e delle loro fondazioni ha ridotto lo Stato, prima di tutto quello federale degli Stati Uniti, ad uno Stato minimo nei servizi sociali e forte per le sue velleità sovraniste che limita le sue funzioni a quelle di assicurare l’ordine pubblico interno e di rafforzare la potenza militare per supportare le ambizioni – e il tenore di vita – della più ricca democrazia del pianeta.
Come mai è potuto accadere tutto ciò? Marco d’Eramo lo spiega con le parole di Trasimaco tratte dalla Repubblica di Platone: «La giustizia non è altro che l’utile del più forte […] ciascun governo legifera per il proprio utile, la democrazia con le leggi democratiche, la tirannide con le leggi tiranniche, e gli altri governi allo stesso modo. E una volta che hanno fatto le leggi, eccoli proclamare che il giusto per i sudditi si identifica con ciò che è invece il loro proprio utile; e chi se ne allontana, lo puniscono come trasgressore sia della legge che della giustizia. In ciò dunque consiste […] quello che, identico in tutti gli stati, definisco giusto: l’utile del potere costituito. Ma, se non erro, questo potere detiene la forza: così […] in ogni caso il giusto è sempre l’utile del più forte» (p. 56). Insomma avrebbero vinto le idee del sofista Trasimaco, a nulla valendo la confutazione di quelle tesi che Platone fa pronunciare al suo maestro Socrate.
Se un appunto si può fare al libro di Marco d’Eramo è quello di suggerire un rimedio debole a tutto ciò: mettersi all’opera per ricostruire una nuova egemonia progressista che oggi è fatta di poche voci ma che in futuro potrà diventare main stream se saprà agire proprio come hanno fatto i conservatori con la loro rivoluzione al contrario. È vero che d’Eramo cita anche Machiavelli e la sua idea: a volte è necessario che i poveri si ribellino alle ingiustizie perché è l’unico modo per fare buone leggi. E ricorda anche le tesi di Mandeville per sostenere che l’economia pubblica ha una logica opposta a quella dell’economia privata. Ma sembra che d’Eramo dia per scontato che lo Stato sia perduto alla causa dei dominati perché rappresenta solamente lo strumento attraverso cui i capitalisti perseguono i propri interessi. Tesi fondata su una lettura ortodossa del pensiero di Marx.
Tuttavia se siamo arrivati a queste condizioni, se il welfare è stato smantellato, se i servizi essenziali sono stati lasciati al mercato, è proprio perché gliel’abbiamo lasciato fare; perché è andata sempre più accentuandosi una profonda ‘diffidenza’ verso lo Stato in ogni ambiente, anche progressista. Questa insofferenza era alimentata soprattutto dall’idea che lo Stato fosse troppo ingombrante, opprimesse la libertà dei cittadini, perché era come il carro del Dio indiano che stritolava gli individui al proprio passaggio. Salvo poi a rimpiangere i bei tempi in cui lo Stato offriva servizi e tassava i ricchi e i loro patrimoni. Insomma delle due l’una: o ripensiamo allo Stato, facciamo autocritica e decidiamo di riprendercelo oppure le pur condivisibili critiche alle perversioni del neocapitalismo resteranno prive di uno sbocco politico in attesa dell’avvento di un’amministrazione delle cose che non verrà mai.
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Lacreme napulitane
di Giovanni Iozzoli
E così se n’è andato anche Maradona. Portandosi dietro il mistero che un paio di generazioni di sociologi, antropologi, tuttologi, hanno cercato di svelare: qual è il dispositivo segreto che lega l’icona Maradona alle “masse popolari” di ogni ordine e grado? Sarebbe un buon modo di cominciare, con un certo distacco, la postura e lo sguardo critico dell’osservatore; ma starei solo fingendo, in un esercizio depistante di razionalizzazione.
Al problema, scandaloso, della sua morte ci sto girando intorno perché tra le “larghe masse popolari” commosse figura anche lo scrivente – e la maggior parte delle persone che conosce. E il carico emotivo di questo lutto è inspiegabilmente alto, rispetto all’oggettiva distanza dall’evento. Cosa e quanto avevamo investito nel mito Maradona – prima come genio calcistico, poi come iperbole umano-letteraria, infine come sublime simbolo populista – per indurci la pena e la tempesta emotiva che proveremmo verso un fratello lontano e mai dimenticato? Cosa avevamo buttato, negli anni, dentro il pozzo senza fondo di quel mito, per ritrovarci qui a piangerlo, in un delirio globale che non ha molti precedenti dai tempi di John Lennon?
Era Diego, che dietro il suo aspetto caricaturale, eccessivo, celava un qualche magnetismo segreto e inafferrabile, come i grandi clown o i grandi dittatori? O eravamo noi (masse popolari: almeno per stasera in culo agli snob!) che avevamo traslato su di lui, inconsapevole mentecatto, una carico di aspettative e narrativa devastante? E non è stata forse tutta questa “letteratura” (popolare) ad uccidere l’uomo? Gesù non sfuggì al suo destino, a Gerusalemme ci andò con le sue gambe; e pure Ernesto Che Guevara in Bolivia ed altri ce ne sarebbero, da aggiungere alla lista: tutti costoro si avviarono sul Golgota spontaneamente, perché su di loro si era addensato il peso insostenibile di un Eggregore gigantesco, mostruoso, il condensato di milioni di anime perse, stanche, miserabili e indomite che ti esigono morto e glorificato, per scaldare un po’ le loro vite esangui? Si è sacrificato, Diego (supplizio autoinflitto a coca, cibo e alcol – e poteva andargli peggio), perché non poteva sottrarsi al suo ruolo? Lo abbiamo spinto noi, sul crinale infuocato della leggenda?
Maradona è stato così amato perché ha caricato su di sé tutti i peccati del mondo, in un’espiazione godereccia e torbida, esplodendo dall’interno come una stella marcia e luminosissima. Anzi, si è caricato sulle spalle il vero peccato, il Peccato Originale: la mediocrità dei mediocri, delle vite irredimibili, prive di salvezza, incapaci di tirare avanti senza i deliri di un qualche eroe, o sedicente messia. Destino epico e buffo – com’era nel suo stile arruffato, disordinato, folle, con così poco tango nelle vene.
Molte cose saranno dette, scritte, raccontate, nelle prossime ore. A noi piace ricordarlo abbracciato a un’altra stella americana, Hugo Chavez, un altro figlio prediletto del popolo, morto pure lui per una specie di segreta combustione interiore, consumato da un amore folle e canceroso per la vita e la povera gente. Intanto, da sportivi, registriamo l’ultimo miracolo di Diego, che ha battuto il Covid e ci ha tolto ministri, governatori e virologi dai coglioni, almeno per qualche ora.
Fonte
Frau Merkel si era illusa. L’industria tedesca rimane legata alla Cina
di Michelangelo Cocco
È toccato a Liu He – principale consigliere economico di Xi Jinping nonché uno dei leader del Partito comunista cinese con maggiore consuetudine con l’establishment statunitense – lanciare al presidente eletto Joe Biden e all’Europa un segnale di apertura agli scambi e agli investimenti internazionali, dopo che i primi giudizi arrivati dall’estero sul prossimo Piano quinquennale (2021-2025) di Pechino lo avevano bollato come “autarchico”.
Il vicepremier Liu ha chiarito che puntare – come prevede il nuovo Piano – sulla cosiddetta “innovazione autoctona” (zìzhŭ chuàngxīn) non implica che la Cina si isolerà dal resto del mondo. «È impossibile fare tutto da soli e rinunciare alla divisione internazionale del lavoro – ha rilevato Liu in un articolo pubblicato l’altro ieri dal “Quotidiano del popolo” –. La Cina continuerà a perseguire una maggiore e più profonda apaertura economica nel quadro della sua nuova strategia economica».
Ovvero la cosiddetta “doppia circolazione” destinata a favorire nei prossimi anni produzione, circolazione e consumi interni, riducendo la dipendenza sia dall’export (una tendenza in corso da anni, se si considera che, nel 2019, l’interscambio commerciale con l’estero equivaleva al 32% del prodotto interno lordo cinese, esattamente la metà del picco del 64% raggiunto nel 2006) sia, soprattutto, dall’importazione di “componenti chiave” che i colossi hi-tech cinesi tuttora acquistano dalle multinazionali straniere.
La Cina – ha proseguito Liu – continuerà a fornire opportunità per le compagnie internazionali e a importare materie prime e risorse che utilizzerà per dar luogo a nuovi «vantaggi competitivi» a livello internazionale.
“Dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, il mercato globale si è contratto, e l’economia globale è caduta in un persistente declino – ha scritto Liu –. Nei maggiori paesi occidentali hanno prevalso il populismo e l’aumento del protezionismo. La Cina deve incrementare la circolazione interna per rafforzare l’autonomia e la sostenibilità dello sviluppo economico».
Nell’attesa di capire quanto protezionismo ci sarà nella politica economica di Biden e come (nella “Nuova era” di Xi Jinping) intenda davvero impostare il suo rapporto con Pechino l’Europa, che – mettendo a nudo le sue difficoltà nell’elaborazione di una strategia coerente – ha definito «partner, concorrente e rivale sistemico» la Cina, quest’ultima spera di poter presto contare sulla appena siglata Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) – il maggiore accordo di libero scambio del pianeta che coinvolge dieci paesi dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) oltre a Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda – e sta considerando di entrare anche nel Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (Cptpp).
Entrambi gli accordi configurano gigantesche aree di libero scambio nel Pacifico dalle quali, finora, gli Stati Uniti si sono tenuti fuori.
Aree di libero scambio che (assieme all’appello della cancelliera tedesca Angela Mekel a dar vita a catene del valore europee e alla necessità degli Usa di riportare investimenti e lavoro negli States) prefigurano nel medio periodo un accorciamento delle catene di distribuzione (che da globali diventerebbero regionali), con una quantità più ridotta di componenti importate, un minor numero di paesi coinvolti, più vicini ai mercati di destinazione finale del prodotto.
D’altro canto, il dinamismo e le potenzialità di ulteriore sviluppo della Cina, il suo mercato di 1,4 miliardi di consumatori e le prospettive aperte dalle nuove aree di libero scambio nel Pacifico spingono le compagnie occidentali a restare in Cina, dove continueranno a reclamare più spazi e parità di trattamento rispetto alle aziende locali.
Il sondaggio annuale della Camera di commercio americana a Shanghai condotto nel settembre scorso ha rilevato che il 92% delle aziende affiliate non aveva alcuna intenzione di lasciare il gigante asiatico, nonostante le politiche di Trump.
Mentre le grandi corporation teutoniche – incuranti dell’invito di Merkel a diversificare gli investimenti tedeschi in Asia (disinvestendo dunque dalla Cina) – continuano a scommettere proprio su quest’ultima.
Attualmente metà dell’export della Germania (un’economia totalmente dipendente dalle esportazioni) nel continente asiatico è diretto verso la Cina. Daimler ha annunciato “a sorpresa” che produrrà assieme alla cinese Geely i motori per i suoi nuovi veicoli ibridi. Mentre Volkswagen – che nel terzo trimestre è tornata a macinare utili grazie alla domanda nel gigante asiatico – ha in programma investimenti per 15 miliardi di euro tra il 2020 e il 2024 per fabbricare auto elettriche in Cina.
Il gigante della robotica industriale tedesca Han Automation è pronta a investire decine di miliardi di dollari per l’apertura di impianti in Cina nei prossimi tre anni, per aumentare le vendite in Cina dal 10% al 25%. Stessa strategia per il produttore teutonico di sensori per auto Olaf Kiesewetter.
Per stilare un elenco completo delle compagnie tedesche che negli ultimi mesi hanno annunciato grossi investimenti in Cina servirebbero pagine e pagine...
Inoltre, nei primi nove mesi del 2020 le esportazioni tedesche in Cina hanno superato quelle verso la Francia e, entro la fine dell’anno, potrebbero superare anche quelle negli Stati Uniti, rendendo la Cina il primo Paese destinatario dell’export di Berlino.
Stefan Mair – una delle menti che elaborò il documento della BDI (la Confindustria tedesca) che quasi due anni fa invitò la politica tedesca a disinvestire dalla Cina, si è rimangiato le sue stesse parole: «In termini economici, la Cina è diventata ancora più importante per la Germania rispetto all’inizio del 2020 – ha dichiarato alla Reuters –. È impossibile ignorare la Cina, perché il suo mercato e le sue opportunità di crescita sono semplicemente troppo grandi».
Insomma la crisi pandemica, dalla quale l’economia cinese sta uscendo rafforzata così come – una decina d’anni fa – uscì rafforzata da quella finanziaria globale, contrariamente ai proclami di frau Merkel, ha rimandato il momento in cui verrà reciso il cordone ombelicale che lega la grande industria tedesca a mamma Cina.
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È toccato a Liu He – principale consigliere economico di Xi Jinping nonché uno dei leader del Partito comunista cinese con maggiore consuetudine con l’establishment statunitense – lanciare al presidente eletto Joe Biden e all’Europa un segnale di apertura agli scambi e agli investimenti internazionali, dopo che i primi giudizi arrivati dall’estero sul prossimo Piano quinquennale (2021-2025) di Pechino lo avevano bollato come “autarchico”.
Il vicepremier Liu ha chiarito che puntare – come prevede il nuovo Piano – sulla cosiddetta “innovazione autoctona” (zìzhŭ chuàngxīn) non implica che la Cina si isolerà dal resto del mondo. «È impossibile fare tutto da soli e rinunciare alla divisione internazionale del lavoro – ha rilevato Liu in un articolo pubblicato l’altro ieri dal “Quotidiano del popolo” –. La Cina continuerà a perseguire una maggiore e più profonda apaertura economica nel quadro della sua nuova strategia economica».
Ovvero la cosiddetta “doppia circolazione” destinata a favorire nei prossimi anni produzione, circolazione e consumi interni, riducendo la dipendenza sia dall’export (una tendenza in corso da anni, se si considera che, nel 2019, l’interscambio commerciale con l’estero equivaleva al 32% del prodotto interno lordo cinese, esattamente la metà del picco del 64% raggiunto nel 2006) sia, soprattutto, dall’importazione di “componenti chiave” che i colossi hi-tech cinesi tuttora acquistano dalle multinazionali straniere.
La Cina – ha proseguito Liu – continuerà a fornire opportunità per le compagnie internazionali e a importare materie prime e risorse che utilizzerà per dar luogo a nuovi «vantaggi competitivi» a livello internazionale.
“Dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, il mercato globale si è contratto, e l’economia globale è caduta in un persistente declino – ha scritto Liu –. Nei maggiori paesi occidentali hanno prevalso il populismo e l’aumento del protezionismo. La Cina deve incrementare la circolazione interna per rafforzare l’autonomia e la sostenibilità dello sviluppo economico».
Nell’attesa di capire quanto protezionismo ci sarà nella politica economica di Biden e come (nella “Nuova era” di Xi Jinping) intenda davvero impostare il suo rapporto con Pechino l’Europa, che – mettendo a nudo le sue difficoltà nell’elaborazione di una strategia coerente – ha definito «partner, concorrente e rivale sistemico» la Cina, quest’ultima spera di poter presto contare sulla appena siglata Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) – il maggiore accordo di libero scambio del pianeta che coinvolge dieci paesi dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) oltre a Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda – e sta considerando di entrare anche nel Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (Cptpp).
Entrambi gli accordi configurano gigantesche aree di libero scambio nel Pacifico dalle quali, finora, gli Stati Uniti si sono tenuti fuori.
Aree di libero scambio che (assieme all’appello della cancelliera tedesca Angela Mekel a dar vita a catene del valore europee e alla necessità degli Usa di riportare investimenti e lavoro negli States) prefigurano nel medio periodo un accorciamento delle catene di distribuzione (che da globali diventerebbero regionali), con una quantità più ridotta di componenti importate, un minor numero di paesi coinvolti, più vicini ai mercati di destinazione finale del prodotto.
D’altro canto, il dinamismo e le potenzialità di ulteriore sviluppo della Cina, il suo mercato di 1,4 miliardi di consumatori e le prospettive aperte dalle nuove aree di libero scambio nel Pacifico spingono le compagnie occidentali a restare in Cina, dove continueranno a reclamare più spazi e parità di trattamento rispetto alle aziende locali.
Il sondaggio annuale della Camera di commercio americana a Shanghai condotto nel settembre scorso ha rilevato che il 92% delle aziende affiliate non aveva alcuna intenzione di lasciare il gigante asiatico, nonostante le politiche di Trump.
Mentre le grandi corporation teutoniche – incuranti dell’invito di Merkel a diversificare gli investimenti tedeschi in Asia (disinvestendo dunque dalla Cina) – continuano a scommettere proprio su quest’ultima.
Attualmente metà dell’export della Germania (un’economia totalmente dipendente dalle esportazioni) nel continente asiatico è diretto verso la Cina. Daimler ha annunciato “a sorpresa” che produrrà assieme alla cinese Geely i motori per i suoi nuovi veicoli ibridi. Mentre Volkswagen – che nel terzo trimestre è tornata a macinare utili grazie alla domanda nel gigante asiatico – ha in programma investimenti per 15 miliardi di euro tra il 2020 e il 2024 per fabbricare auto elettriche in Cina.
Il gigante della robotica industriale tedesca Han Automation è pronta a investire decine di miliardi di dollari per l’apertura di impianti in Cina nei prossimi tre anni, per aumentare le vendite in Cina dal 10% al 25%. Stessa strategia per il produttore teutonico di sensori per auto Olaf Kiesewetter.
Per stilare un elenco completo delle compagnie tedesche che negli ultimi mesi hanno annunciato grossi investimenti in Cina servirebbero pagine e pagine...
Inoltre, nei primi nove mesi del 2020 le esportazioni tedesche in Cina hanno superato quelle verso la Francia e, entro la fine dell’anno, potrebbero superare anche quelle negli Stati Uniti, rendendo la Cina il primo Paese destinatario dell’export di Berlino.
Stefan Mair – una delle menti che elaborò il documento della BDI (la Confindustria tedesca) che quasi due anni fa invitò la politica tedesca a disinvestire dalla Cina, si è rimangiato le sue stesse parole: «In termini economici, la Cina è diventata ancora più importante per la Germania rispetto all’inizio del 2020 – ha dichiarato alla Reuters –. È impossibile ignorare la Cina, perché il suo mercato e le sue opportunità di crescita sono semplicemente troppo grandi».
Insomma la crisi pandemica, dalla quale l’economia cinese sta uscendo rafforzata così come – una decina d’anni fa – uscì rafforzata da quella finanziaria globale, contrariamente ai proclami di frau Merkel, ha rimandato il momento in cui verrà reciso il cordone ombelicale che lega la grande industria tedesca a mamma Cina.
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Lombardia arancione, una scelta ad alto rischio
Come voleva il presidente Fontana, da domenica 29 novembre la Lombardia cambia colore e passa da “rossa” ad “arancione”. La motivazione è una sola: consentire ai centri commerciali il rituale consumistico natalizio.
Si tratta di una azzardo molto pericoloso, visto che la situazione sanitaria in regione è ancora molto grave, solo in piccola parte alleggerita dal farlock-down delle ultime settimane, dove in realtà, si è chiuso già ben poco e dove soprattutto si è continuato a lavorare in fabbriche e uffici.
Ora si riapriranno negozi e grandi centri commerciali, forse sino alle 22 e anche nei giorni festivi, per “scaglionare l’affluenza”. Se in una città spaventata e impoverita ci sarà chi potrà dedicarsi al rituale degli acquisti natalizi non lo sappiamo, ma di certo il pericolo di un aumento dei contagi è alto.
Il passaggio da zona rossa ad arancione è stato sconsigliato, per la Lombardia, dall’Istituto Superiore di Sanità e da tutte le associazioni dei medici che mettono in evidenza come la situazione è ben lontana dall’essere significativamente migliorata.
Vero è che i nuovi casi rilevati sono, in assoluto, in calo, ma ciò è dovuto alla politica della Regione di fare meno tamponi, in modo da fingere che il contagio sia in regresso. Al contrario, il tasso di positività ai tamponi è ancora alto e in aumento, avendo raggiunto nella giornata del 27 novembre il 13,1%.
Nella stessa giornata, la Lombardia ha registrato 181 morti e la pressione sugli ospedali e sul personale sanitario è fortissima. La responsabilità che si assume Fontana, in questa situazione, con l’avallo del ministro Speranza, è dunque enorme, poiché l’afflusso nei centri commerciali potrebbe provocare centinaia di ricoveri che farebbero saltare completamente il sistema ospedaliero ancora sotto pressione.
L’esasperazione del personale sanitario, di fronte a questa situazione, è sempre più alta. Ai “Riuniti” di Brescia c’è stata ieri un’altra manifestazione spontanea di medici, infermieri e inservienti, molto più partecipata della prima, dopo che il direttore generale dell’ospedale aveva mandato una lettera ai giornali in cui diceva che in realtà “tutto andava bene”.
I lavoratori chiedono di essere coinvolti nelle scelte di gestione dell’ospedale, ma soprattutto vogliono nuove assunzioni dato che l’organico è insufficiente.
La risposta della Regione e dei direttori sembra essere una sola: la repressione di ogni voce di protesta che esca dagli ospedali.
Ne fa testo quanto accaduto negli ospedali San Carlo e San Paolo di Milano. Cinquanta medici di questi ospedali hanno scritto una lettera, tra l’altro interna, indirizzata al direttore, che per caso è uscita sulla stampa. I medici denunciavano la situazione inaccettabile di disagio professionale che li coinvolge e che, ovviamente, ricade sui pazienti.
La risposta è stata la rimozione dall’incarico della responsabile del dipartimento di pronto soccorso. Insomma, bisogna lavorare in condizioni inaccettabili, non poter curare chi sta male e tacere.
Questa è la legge di Fontana e Gallera.
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Si tratta di una azzardo molto pericoloso, visto che la situazione sanitaria in regione è ancora molto grave, solo in piccola parte alleggerita dal farlock-down delle ultime settimane, dove in realtà, si è chiuso già ben poco e dove soprattutto si è continuato a lavorare in fabbriche e uffici.
Ora si riapriranno negozi e grandi centri commerciali, forse sino alle 22 e anche nei giorni festivi, per “scaglionare l’affluenza”. Se in una città spaventata e impoverita ci sarà chi potrà dedicarsi al rituale degli acquisti natalizi non lo sappiamo, ma di certo il pericolo di un aumento dei contagi è alto.
Il passaggio da zona rossa ad arancione è stato sconsigliato, per la Lombardia, dall’Istituto Superiore di Sanità e da tutte le associazioni dei medici che mettono in evidenza come la situazione è ben lontana dall’essere significativamente migliorata.
Vero è che i nuovi casi rilevati sono, in assoluto, in calo, ma ciò è dovuto alla politica della Regione di fare meno tamponi, in modo da fingere che il contagio sia in regresso. Al contrario, il tasso di positività ai tamponi è ancora alto e in aumento, avendo raggiunto nella giornata del 27 novembre il 13,1%.
Nella stessa giornata, la Lombardia ha registrato 181 morti e la pressione sugli ospedali e sul personale sanitario è fortissima. La responsabilità che si assume Fontana, in questa situazione, con l’avallo del ministro Speranza, è dunque enorme, poiché l’afflusso nei centri commerciali potrebbe provocare centinaia di ricoveri che farebbero saltare completamente il sistema ospedaliero ancora sotto pressione.
L’esasperazione del personale sanitario, di fronte a questa situazione, è sempre più alta. Ai “Riuniti” di Brescia c’è stata ieri un’altra manifestazione spontanea di medici, infermieri e inservienti, molto più partecipata della prima, dopo che il direttore generale dell’ospedale aveva mandato una lettera ai giornali in cui diceva che in realtà “tutto andava bene”.
I lavoratori chiedono di essere coinvolti nelle scelte di gestione dell’ospedale, ma soprattutto vogliono nuove assunzioni dato che l’organico è insufficiente.
La risposta della Regione e dei direttori sembra essere una sola: la repressione di ogni voce di protesta che esca dagli ospedali.
Ne fa testo quanto accaduto negli ospedali San Carlo e San Paolo di Milano. Cinquanta medici di questi ospedali hanno scritto una lettera, tra l’altro interna, indirizzata al direttore, che per caso è uscita sulla stampa. I medici denunciavano la situazione inaccettabile di disagio professionale che li coinvolge e che, ovviamente, ricade sui pazienti.
La risposta è stata la rimozione dall’incarico della responsabile del dipartimento di pronto soccorso. Insomma, bisogna lavorare in condizioni inaccettabili, non poter curare chi sta male e tacere.
Questa è la legge di Fontana e Gallera.
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