Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/11/2023

Contagion (2011) di Steven Soderbergh - Richiesta

4 Novembre? Non è la nostra festa

In Parlamento procede l’iter che potrebbe portare all’istituzione del 4 Novembre come festa nazionale. Una simile celebrazione rappresenta un ulteriore passo in avanti rispetto al processo di normalizzazione della guerra e di marginalizzazione della cultura della pace che quotidianamente osserviamo nel mondo educativo e nella società.

Ci sgomenta la particolare attenzione rivolta alle istituzioni scolastiche invitate anche in questa giornata a “sensibilizzare gli studenti sul ruolo quotidiano che le Forze armate svolgono”. Si tratta di una ennesima narrazione falsa ed edulcorata che tace sulla violenza e sulle distruzioni della guerra e fa leva su quegli interventi – in occasione, per esempio, di calamità naturali – che in realtà potrebbero essere svolti da un altrettanto valido servizio civile. Un tentativo di far accettare supinamente alle nuove generazioni l’inevitabilità delle guerre eludendo ogni forma di riflessione critica sul tema.

Si profila quindi un 4 Novembre che mira a portare dentro le scuole una forte ventata di nazionalismo, attraverso la retorica del compimento dell’unità nazionale, e di militarismo facendo ricorso alla retorica del sacrificio: “si intende ricordare, in special modo, tutti coloro che, anche giovanissimi molto giovani, hanno sacrificato il bene supremo della vita per un ideale di Patria e di attaccamento al dovere: valori immutati nel tempo, per i militari di allora e quelli di oggi”.

Noi, proprio perché abbiamo il massimo rispetto per chi ha perso la vita nel corso del primo conflitto mondiale, pensiamo che la riflessione sul 4 Novembre debba indagare i fatti storici sottraendoli alla retorica militarista. Il nostro obiettivo è antitetico a quello del Governo: noi vogliamo “gettare” finalmente la guerra fuori dalla storia.

Va innanzitutto ricordato che la Prima guerra mondiale fu per il nostro Paese una guerra di aggressione. Fu infatti l’Italia a dichiarare guerra all’Austria, dopo aver sottoscritto il Patto di Londra, un accordo con il quale Francia, Gran Bretagna e Russia assicuravano all’Italia, in caso di vittoria, l’espansione dei propri confini anche in territori in cui la popolazione italiana era in netta minoranza. Territori nei quali pochi anni dopo avvenne l’italianizzazione forzata ai danni di lingue e tradizioni autoctone.

Altre rassicurazioni rivolte all’Italia dalle allora potenze mondiali riguardavano una parte dell’Albania, tutte le isole del Dodecanneso (peraltro, già occupate), il riconoscimento in Libia “di tutti quei diritti e quelle prerogative (…) finora riservate al Sultano in virtù del trattato di Losanna” e, infine, “un’estensione dei possedimenti italiani in Eritrea, Somalia e Libia nelle aree coloniali confinanti con le colonie francesi e britanniche”.

È di tutta evidenza che non si trattava tanto di completare il percorso risorgimentale verso l’unità nazionale, intriso anch’esso di massacri di popolazioni del Sud inermi e di false promesse di riforme sociali, quanto invece di riaffermare il carattere imperialistico di un ‘Italia che rivendicava il diritto all’occupazione e allo sfruttamento economico di altri Paesi, né più né meno di altre potenze coloniali europee.

Contro questa narrazione a senso unico è fondamentale ricordare la diffusa opposizione di tanti soldati verso i comandi che sfociò in diversi episodi di diserzione e renitenza alla leva con conseguenti condanne nei tribunali militari e decimazioni al fronte: circa 870mila denunciati, 350mila processi celebrati, 170mila condanne eseguite.

La ferocia dei comandi militari, le decimazioni, le condizioni bestiali in cui i militari italiani si trovarono in trincea sono tutti elementi, ampiamente riconosciuti dalla storiografia, che devono di necessità entrare in una riflessione didattica attorno alla Prima guerra mondiale.

Un conflitto che Papa Benedetto XV definì prima “un’orrenda carneficina” che disonora l’Europa e successivamente una “inutile strage”.

Ci sono dunque fondati motivi per evitare una ricostruzione storica tanto acritica quanto appiattita sulla propaganda militarista odierna, o ancor peggio retorica e bellicista, di questo tragico periodo storico. Soprattutto oggi, in un mondo ancora attraversato da numerosi conflitti, e non solo in Ucraina, è necessario difendere e diffondere la cultura della pace per contribuire a realizzare il fine politico e storico della “pace perpetua” per l’intera umanità, così come prescritto nella nostra Costituzione.

Nel contesto attuale, le celebrazioni del 4 Novembre, Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, diventano, perciò, l’occasione per esaltare non solo il passato bellicista, ma il presente sostegno alla guerra.

Così scriveva Lorenzo Milani: “Era nel ‘22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Così la Patria andò in mano a un p ugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e, riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo”.

Non intendiamo, a cent’anni di distanza da quei tragici eventi, annacquare la storia e la storiografia nell’esaltazione acritica delle idee di patria e del dovere dentro un sistema di disvalori in cui il sacrificio della propria vita e l’annientamento del nemico vanno a braccetto con le malsane idee di vittoria e gloria perpetua. La guerra, qualsiasi guerra, è solo morte e distruzione. La guerra non ammette vincitori.

Il processo di militarizzazione delle nostre scuole, già molto avanzato, cerca un appiglio nella storia passata attraverso l’esaltazione del 4 Novembre proprio nel momento in cui all’orizzonte si profila il terribile spettro di una guerra totale.

In questo senso ci preme anche ricordare che in Italia il servizio di leva obbligatorio è attualmente sospeso dalla legge 23 agosto 2004 n. 226, ma all’occorrenza potrebbe essere ripristinato. L’articolo 1929 del Codice dell’ordinamento militare prevede infatti che la leva obbligatoria possa essere ripristinata solo se “il personale volontario in servizio è insufficiente e non è possibile colmare le vacanze di organico, in funzione delle predisposizioni di mobilitazione, mediante il richiamo in servizio di personale militare volontario cessato dal servizio da non più di cinque anni”. Spetta ai Comuni, ogni anno, procedere alla formazione delle liste di leva che contengono i nominativi di tutti i cittadini maschi da 17 a 45 anni.

Poiché l’attuale governo sta rispolverando il cosiddetto progetto della mini naja (40 giorni di servizio militare volontario), va rilanciata fra le giovani generazioni l’obiezione di coscienza coerentemente con chi, oggi, appoggia la diserzione russa e ucraina.

Per tutte queste ragioni, e per molte altre osservazioni che potrebbero essere aggiunte, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università propone per il prossimo 4 novembre una giornata di mobilitazione da declinare nelle forme che le realtà territoriali riterranno opportune, individuando luoghi e percorsi che possano contribuire a rimettere in discussione la “voglia di guerra” che attraversa le classi dirigenti, e non solo loro, del nostro Paese.

Facciamo appello in particolare a tutte le persone che operano nell’ambito della formazione, ma non solo a loro, per la costruzione di una giornata di mobilitazione atta a promuovere la cultura della pace per opporsi alla crescente militarizzazione di ogni spazio sociale.

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Silenzio stampa sulla peste suina negli allevamenti padani

Il 19 ottobre Greenpeace ha lanciato un allarme: la peste suina (PSA) è arrivata negli allevamenti della Pianura Padana e in poche settimane sono stati abbattuti circa 40.000 suini che si aggiungono ai cinghiali morti a causa della stessa malattia in questi mesi!

La prima diagnosi della malattia è stata fatta il 7 gennaio 2022 sulla carcassa di un cinghiale, nelle montagne tra Piemonte e Liguria e da allora la diffusione della malattia è sembrata inarrestabile fino ad arrivare negli allevamenti intensivi.

Non possiamo escludere del tutto che qualche giornale ne abbia dato notizia, ma intanto noi non ne abbiamo trovate né sulla stampa né nei notiziari televisivi e la cosa è preoccupante perché gli allevamenti intensivi sono dei veri e propri focolai di virus e serbatoi di materiale inquinante, oltre ad essere luoghi di tortura per gli animali, e un’allerta delle istituzioni locali e nazionali – ove mai si occupassero realmente del “bene comune” salute – dovrebbe essere un obbligo.

Nelle gabbie degli allevamenti non ci sono solo esemplari in “normali” condizioni fisiche ma anche animali con ferite ulcerose, sporchi, zoppicanti, morenti; vederli è uno spettacolo rivoltante. Triturazione di pulcini (si, avete capito bene!), conigli in due, tre per gabbia e impossibilitati a muoversi, scrofe che partoriscono in gabbie dove non è possibile nemmeno distendersi.

Uno spettacolo che fa ancora più rabbia quando vediamo la pubblicità nostrana che ci mostra bovini che ascoltano sonate di Beethoven e muggiscono felici mentre fanno la doccia.

Già noti ed accertati come fonte di inquinamento dell’aria e del suolo, gli allevamenti intensivi hanno un tasso standard di mortalità degli animali intorno al 20% (stime OIE) nonostante le pesanti somministrazioni di antibiotici e le vaccinazioni.

Date queste condizioni, raramente si eseguono accertamenti per verificare le cause di morte e questo finisce per nascondere l’eventualità di morte per peste suina che, pertanto, resta latente fino a che non raggiunge una certa dimensione che ne fa maturare il sospetto ed avviare gli accertamenti.

Le maggiori concentrazioni di allevamenti intensivi si trovano in Pianura Padana: solo in Piemonte e Lombardia si allevano più di cinque milioni di suini e se il virus PSA supera la barriera degli allevamenti, la sua diffusione assume velocità e dimensioni enormi con una mortalità intorno all’80%.

Lo smaltimento dei cadaveri animali si somma all’alta concentrazione di ammoniaca nell’aria, all’alta quantità di batteri che aggrediscono le deiezioni degli animali, all’azoto e fosforo in quantità tali da inquinare pesantemente le falde acquifere: un bilancio devastante!

Se esaminiamo il modo di produzione degli allevamenti intensivi, troviamo tutti i canoni di conduzione dell’industria capitalistica.

Mortalità accettata come se si trattasse di uno scarto di produzione di pezzi difettosi alla lavorazione; economie di scala che consentono una riduzione dei costi di approvvigionamento dei mangimi; distribuzione in serie dell’alimentazione; “lavorazione” in serie del materiale “carne”, dall’uccisione alla prima macellazione come un qualsiasi semilavorato; personale operaio salariato sottoposto a tempi e ritmi come nell’assemblaggio di un qualsiasi macchinario dell’industria metalmeccanica.

La morte di un animale, che nell’allevamento domestico viene considerata una sciagura, qui è accettata come una normale perdita, come uno sfrido di lavorazione, come rischio d’impresa. Questa non è agricoltura, è capitalismo!

Ed il danno totale alla salute umana non viene considerato: l’uomo è un semplice consumatore che fa parte del ciclo del profitto.

L’abbassamento del prezzo – dovuto al sistema di produzione – la comodità e rapidità della preparazione hanno fatto della carne un cibo fast food ma anche un cibo spazzatura (una delle denunce più documentate è il libro di Eric Schlosser, Fast Food Nation. Il lato oscuro del cheeseburger, Ed. Tropea, 2002). Ormoni ed antibiotici somministrati agli animali (ma ormai estesi a tutti gli altri alimenti) vengono sempre più associati all’obesità, alle disfunzioni ormonali, ai disturbi cardiocircolatori.

In tutto questo non possiamo non considerare le idiozie della sovranità alimentare sventolata dal nostro governo come potente innovazione, come salto delle mentalità. Al livello di stupidità della propaganda del regime Meloni&parenti si associa il silenzio totale, la protezione delle italiche maialate – mai termine fu più calzante – che disinvoltamente ci porteranno nuove epidemie il cui costo ricadrà per intero su chi non ha le risorse e le condizioni di vita per potersi nutrire nella più semplice e salutare maniera.

Non deve passare in secondo piano – neppure su questi temi – la lotta contro il governo in carica, il nostro nemico interno. Né deve passare sotto silenzio l’operato dell’associazione a delinquere che siede nel Parlamento mandata al governo dall’altra banditesca associazione confindustriale dei padroni, grandi, medi e piccoli.

Nello stesso tempo questa battaglia deve essere considerata e condotta all’interno della più generale lotta per l’ambiente: l’ammoniaca rilasciata dagli allevamenti intensivi si combina nell’aria con ossidi di zolfo e di azoto e forma il particolato fine, quelle polveri sottili, quello smog che avvelena i polmoni e si aggiunge a quanto prodotto dal traffico automobilistico.

Chi pensa e agisce, anche con le migliori intenzioni, solo su aspetti particolari della “questione” ambientale non rende un buon servizio alla causa.

Ogni particolare ci porta costantemente al carattere generale ed universale del problema. Tornando al consumo di carne, sappiamo che il record è detenuto da Usa e Australia, ma sappiamo che la forbice col sud del mondo si va chiudendo.

Il rapporto Ocse-Fao del 5 luglio 2021 stimava già allora una crescita del 14% del consumo globale di carne proprio nei paesi cosiddetti in via di sviluppo. Il caso Cina è emblematico per essere diventato non solo il primo produttore mondiale di carne suina, ma anche per un incremento del consumo interno che porta quel paese a coprire un terzo dell’aumento complessivo di quel 14% di cui si parlava.

Molti problemi si aprono e tutti a scala mondiale: l’incremento dell’erosione degli ecosistemi, dell’inquinamento climatico ed ambientale, la qualità di vita degli animali, la qualità del lavoro dei proletari addetti alla macellazione costretti a lavorare in condizioni brutali, in un ambiente lurido ed insano, maleodorante, obbligati a stare per ore con gli stivali e le tute gommate insozzate di sangue tra gli scarti di macellazione.

Altrettanto importante – è arduo fare graduatorie – è il consumo di suolo e l’abbattimento delle foreste per fare spazio al “materiale” da nutrizione, ai foraggi. Continuando così, presto non ci sarà più terra da camminare, aria da respirare, cielo da guardare.

Nessuno di noi disdegna snobisticamente l’azione dei comitati locali, di interventi puntuali, di proposte particolari. Non mettiamo in campo il solito rimando alla rivoluzione mondiale caro ai principisti che eludono le necessità della lotta “qui e ora”; ma pensiamo che non c’è concretezza senza il collegamento stretto di qualsiasi proposta particolare al carattere generale della contraddizione, al suo carattere sistemico.

Non possiamo accettare false “soluzioni” all’inquinamento dell’aria che contemplino un modo di vivere con tute, caschi respiratori, e bombole di ossigeno sulle spalle.

Il riferimento non è esagerato perché purtroppo, per esempio, tra gli stessi che ammettono il riscaldamento globale c’è l’attitudine a pensare che la soluzione consista nel costruire sistemi di protezione, ombreggiamenti ed espedienti di adattamento.

Mentre tra coloro che ammettono il graduale innalzamento del livello del mare, c’è un’analoga attitudine a proporre l’arretramento delle costruzioni ed il loro innalzamento a mo’ di palafitte.

Tutte queste ed analoghe proposte non solo non denunciano le cause finendo per oscurarle, non solo rappresentano forme di adattamento al disastro ambientale in corso senza che si prospetti una rimozione delle cause. Per di più spesso finiscono per dar credito a “soluzioni” che aggravano nel tempo il problema che vorrebbero risolvere.

L’auto elettrica è un esempio lampante di questo modo di affrontare l’inquinamento da traffico urbano la cui trattazione richiederebbe molto spazio e tempo ma che già comincia a farsi spazio in numerosi studi per il suo bilancio, per la sua “impronta” anti-ecologica: non mancheremo di trattarne.

Per ora concludiamo col richiamo a considerare ogni lotta, ogni iniziativa come parte di un unico problema e come risultato del modo di produzione capitalistico. Su questo principio chiamiamo all’innalzamento del livello di coscienza, all’unità dei movimenti, alla moltiplicazione delle iniziative, alla loro maggiore radicalità – a cominciare dalla denuncia della diffusione della peste suina negli allevamenti padani che le istituzioni stanno finora cercando di insabbiare.

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L’America Latina condanna Israele

Tre paesi sudamericani hanno deciso di prendere provvedimenti contro Israele, un quarto ci sta ancora pensando: la Bolivia ha annunciato di aver interrotto le relazioni diplomatiche, il Cile e la Colombia hanno richiamato i loro ambasciatori a Tel Aviv.

Il Venezuela, al momento, si è limitato a condannare l’attacco di Tel Aviv al campo profughi di Jabaliya.

Sono i primi effetti, in Sudamerica, del conflitto in corso in Medio Oriente.

La Bolivia, governata dal presidente di sinistra Luis Arce, è il primo Paese latinoamericano a prendere le distanze dallo Stato ebraico dallo scoppio della guerra, “come segno di rifiuto e condanna dell’aggressiva e sproporzionata offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza“, ha dichiarato il viceministro degli Esteri Freddy Mamani in una conferenza stampa.

Il segretario generale della Presidenza, Maria Nela Prada, ha annunciato l’invio di aiuti umanitari alla Striscia di Gaza. “Chiediamo la fine degli attacchi (…) che finora hanno causato migliaia di morti tra i civili e lo sfollamento forzato dei palestinesi“, ha aggiunto.

Per la verità, la Bolivia aveva già interrotto le relazioni diplomatiche con Israele nel 2009. L’intenzione dell’ex presidente di sinistra Evo Morales era quella di protestare contro gli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, anche se La Paz aveva riconosciuto uno Stato palestinese fin dagli anni Ottanta.

I legami diplomatici erano poi stati ristabiliti nel novembre 2019 da un governo provvisorio di destra, prima che Luis Arce, all’epoca candidato di Morales, vincesse le elezioni presidenziali del 2020.

Il governo cileno, invece, ha voluto richiamare il proprio ambasciatore in Israele, Jorge Carvajal, per consultazioni a causa delle “inaccettabili violazioni del diritto internazionale umanitario che Israele ha commesso nella Striscia di Gaza“.

“Il Cile condanna fermamente e nota con grande preoccupazione che queste operazioni militari – che in questa fase del loro sviluppo comportano una punizione collettiva della popolazione civile palestinese a Gaza – non rispettano le norme fondamentali del diritto internazionale“, ha dichiarato il governo in un comunicato.

Il governo cileno ha sottolineato che ciò “è dimostrato dalle oltre ottomila vittime civili, per lo più donne e bambini“. Inoltre, il ministero degli Esteri ha ribadito l’appello del Paese sudamericano per la “fine immediata delle ostilità“.

A rincarare la dose è stato il presidente del Cile, Gabriel Boric, che ha accusato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di “violare apertamente il diritto internazionale” con le azioni dell’esercito contro i civili a Gaza, in particolare con le azioni di ieri quando un bombardamento israeliano ha causato decine di morti in un campo profughi a Jabalia.

“420 bambini vengono feriti o uccisi ogni giorno a Gaza dallo Stato di Israele guidato da Netanyahu. Non sono ‘danni collaterali’ della guerra contro Hamas, ma le sue principali vittime, insieme a civili innocenti, soprattutto donne. Fonte? Il capo dell’UNICEF“, ha scritto il leader cileno sui suoi social network.

Come il Cile, anche la Colombia ha annunciato di aver richiamato il proprio ambasciatore in Israele per consultazioni.

Il presidente colombiano Gustavo Petro ha accusato lo Stato ebraico di aver compiuto un “massacro“ di palestinesi nel corso della guerra a Gaza contro Hamas che il suo Paese non può tollerare.

All’inizio del mese, la Colombia ha chiesto che l’ambasciatore israeliano lasciasse Bogotà, dopo che Israele aveva annunciato di voler interrompere le esportazioni di sicurezza verso il Paese sudamericano a seguito delle dichiarazioni di Petro che aveva paragonato le azioni israeliane a Gaza al genocidio degli ebrei da parte della Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.

A quanto pare, nei paesi abituati da sempre alla violenta ingerenza statunitense si vede con più chiarezza che un massacro è un massacro, e non c’è nulla che lo possa trasformare in un “diritto a difendersi”.

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Gaza - Strage nei bombardamenti sul campo profughi di Jabalia. Si combatte al nord e al centro della Striscia

Ultim’ora. Il Ministero della Sanità palestinese ha pubblicato i dati aggiornati sulle vittime dei bombardamenti israeliani su Gaza. Secondo i dati aggiornati, dal 7 ottobre sono state uccise almeno 8.796 persone, tra cui 3.648 bambini e 2.290 donne.

Risultano però ancora disperse circa 2.000 persone, tra cui 1.100 bambini. Si ritiene che la stragrande maggioranza di queste persone sia morta e sepolta sotto le macerie. Almeno 22.219 persone sono state ferite.

Quasi 90 palestinesi feriti e quasi 450 persone con doppia cittadinanza e stranieri hanno lasciato Gaza questa mattina per l’Egitto attraverso il valico di Rafah dopo che le autorità egiziane ne hanno annunciato l’apertura per la prima volta al pubblico, nel 26mo giorno di bombardamenti su Gaza: lo riporta un giornalista dell’Afp sul posto.

Palestinesi, persone con doppia cittadinanza e stranieri sono stati autorizzati a entrare nel terminal del valico intorno alle 8:45 ora italiana.

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Sono almeno 145 i palestinesi morti nel bombardamento israeliano contro il campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza. Lo riferiscono fonti sanitarie. Almeno 90 delle vittime sono state trasportate all’ospedale indonesiano della Striscia, mentre altri 55 sono stati portati al centro Kamal Adwan, entrambi nel nord dell’enclave.

Gli aerei da guerra israeliani, secondo l’agenzia Wafa hanno colpito diversi edifici residenziali che si trovavano al centro dell’affollato campo, provocando la morte e il ferimento di centinaia di persone. Molti si trovano ancora sotto le macerie, dalle quali sono stati recuperati almeno 47 corpi, riferisce il Guardian.

Il Ministero dell’Interno palestinese ha detto che si stima che il campo di Jabalia sia stato bombardato con 6 bombe, ognuna del peso di una tonnellata di esplosivo, e che Israele abbia distrutto un quartiere residenziale al centro del campo.

Attacchi aerei israeliani hanno raggiunto anche il campo profughi di Al-Shati, vicino a Gaza City. Le notizie parlano della distruzione di diversi edifici residenziali mentre molte famiglie erano ancora all’interno. Anche l’edificio residenziale Al-Mohandiseen a Nuseirat è stato colpito dalle bombe israeliane.

Il fronte militare

Dopo il bombardamento nel campo profughi di Jabalia, Hamas ha esortato i paesi arabi e musulmani “a prendere una posizione storica e decisiva per fermare i massacri” commessi da Israele, e quello che descrive come un “genocidio” contro il popolo palestinese. Lo riferisce Al Jazeera online.

L’esercito israeliano sta avanzando verso Gaza City lungo due linee, ma viene ostacolato dai combattenti palestinesi “e viene impegnato in duri scontri”. A riferirlo sono le Brigate Ezzedin al-Qassam. Due soldati israeliani sono morti ieri durante le operazioni di terra a Gaza. Lo ha fatto sapere l’esercito spiegando che i due facevano parte della Brigata Givati.

Nel settore centrale della Striscia, superata la Sallah-a-din Road (principale arteria della Striscia) l’esercito punta verso l’ospedale turco per raggiungere in perpendicolare la strada costiera al-Rashid.

Secondo fonti militari di Tel Aviv i militari israeliani sarebbero penetrati a sud di Gaza City. La seconda linea di attacco è partita dal nord della Striscia. I militari hanno attraversato Beit Lahya e il rione Karameh e sono vicini a via Nasser, non lontano dall’ospedale Shifa.

A Gaza occorre rammentare che agiscono diversi gruppi armati della Resistenza. Il più grande in termini di numeri, forza e capacità militare è la Brigata Al-Qassam, il braccio militare del movimento politico di Hamas. Seguono le Brigate Al-Quds, il braccio armato della Jihad islamica palestinese (PIJ).

Poi ci sono le Brigate Abu Ali Mustafa, il braccio militare del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Ci sono inoltre altri gruppi combattenti, che operano tutti sotto la guida coordinata della Joint Operations Room.

Quattro palestinesi sono stati uccisi nella notte durante gli scontri con le forze israeliane in Cisgiordania. Tre sono stati uccisi a Jenin, mentre un altro è stato ucciso a Tulkarem. Le forze di sicurezza israeliane sotto copertura sono entrate a Jenin ieri sera per arrestare Atta Abu Rumaila, 63 anni, segretario generale di Fatah nella città settentrionale della Cisgiordania.

Il fronte diplomatico

L’Egitto ha aperto il valico di Rafah per la prima volta dall’inizio del conflitto. Lo rendono noto i media egiziani. L’Egitto permetterà a 81 palestinesi feriti gravemente di attraversare il valico per essere curati. Lo hanno riferito fonti locali al quotidiano egiziano Ahram Online.

Il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amirabdollahian, ha respinto le accuse degli Stati Uniti secondo cui il suo Paese sarebbe coinvolto nei recenti attacchi contro le basi americane nell’Asia occidentale, affermando che nessun gruppo prende ordini da Teheran e che la Repubblica islamica non ha proprio uomini nella regione.

Il diplomatico iraniano ha fatto questi commenti in un’intervista all’emittente statunitense Cnn. Il ministro degli Esteri iraniano, ha avuto ieri un incontro con il capo dell’ufficio politico di Hamas a Doha a margine della sua visita ufficiale in Qatar. Lo riporta Al Arabya. Il ministro oggi è atteso in visita ufficiale ad Ankara per discutere del conflitto tra Israele e palestinesi.

Per il ministro degli Esteri russo Lavrov “Gli attacchi aerei israeliani sul territorio siriano, che sono diventati più frequenti in seguito agli eventi intorno alla Striscia di Gaza sono inaccettabili“. Lavrov ne ha discusso in una telefonata con il suo omologo siriano Faisal Mekdad.

Lavrov ha messo in guardia dal “pericolo di tentativi da parte di forze esterne di trasformare il Medio Oriente in un’arena per regolare i conti geopolitici“.

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A Jabaliya «l’ora più buia». Sei bombe, decine di uccisi

Chiara Cruciati – il manifesto

È stato come un terremoto. Le descrivevano così ieri i residenti del campo profughi di Jabaliya le sei bombe sganciate dall’aviazione israeliana. Il terremoto ha lasciato quel che lasciano i terremoti: macerie.

Una quantità enorme di macerie perché a essere colpito è uno dei luoghi più densamente popolati del nord della Striscia di Gaza, «incastrato» tra Beit Lahiya e Beit Hanoun: le bombe hanno lasciato un cratere che ha inghiottito le case. I palazzi sono grigi, la polvere è grigia e anche le macerie. Il colore lo danno materassi, coperte, vestiti che spuntano dal cemento aggrovigliato.

A centinaia, civili e paramedici, scavano con le mani nella polvere che ancora si alza dal cratere, provano a rimuovere pezzi di cemento e ferro. Un’ora dopo riescono a recuperare 47 corpi senza vita. Con le ore il numero dei palestinesi uccisi aumenterà: a sera si parla di un centinaio. Tra loro molti bambini, molte donne, in 25 giorni di operazione militare israeliana il 70% delle vittime.

«Se ci fosse una parola per descrivere qualcosa più grande di un massacro, sarebbe questo – racconta il corrispondente di Middle East Eye – Non si distinguono più le case, le persone sono seppellite sotto le loro stesse case».

Un uomo urla sopra un cumulo di macerie, «ho perso tre figli, li ho persi tutti». Lo abbracciano, provano a calmarlo, lui continua a urlare. I feriti, centinaia, vengono portati nel vicino Indonesian Hospital, qualcuno con le barelle disponibili, tanti in braccio, altri in bicicletta.

Nell’ospedale è il caos, lo ridanno indietro le immagini di al-Jazeera: un numero indefinibile di feriti, molti soccorsi sul pavimento perché non ci sono più letti, trattati senza anestesia perché gli anestetici semplicemente non ci sono più. I medici sono sfiniti da turni lunghi giorni interi, dall’impossibilità di salvare tutti, da un peso psicologico enorme che per molti di loro è stato reso insopportabile dalla morte dei propri familiari.

«I letti non sono abbastanza, non possiamo garantire cure a tutti – dice ad al-Jazeera Ahmad al-Kahlout, direttore della protezione civile – Senza carburante le operazioni si fermeranno. Il mondo sta firmando il certificato di morte di queste persone».

Quello che ha colpito il campo di Jabaliya è stato uno dei peggiori bombardamenti israeliani dal 7 ottobre. I sedici edifici completamente distrutti erano casa a centinaia di persone: «l’ora più buia», la chiama il medico norvegese Mads Gilbert, «mai visto un massacro del genere».

Nelle stesse ore venivano colpiti anche i campi di al-Shati e al-Nuseirat, altre decine di uccisi. In serata l’esercito israeliano ha confermato il raid su Jabaliya, definendolo diretto a eliminare il comandante del battaglione di Hamas, Ibrahim Biari, che sarebbe morto. Il portavoce militare ha aggiunto che l’uccisione di civili è «la tragedia della guerra, lo diciamo da giorni di muoversi verso sud». Hamas smentisce: nel campo non erano presenti suoi leader.

In 25 giorni i numeri sono impressionanti, oltre 8.600 palestinesi uccisi, di cui circa 2mila mai recuperati tra le macerie. Tra i morti ci sono oltre 3.500 bambini, un migliaio mai ritrovati. Sono 150 bambini al giorno: a Gaza, hanno calcolato domenica diverse organizzazioni per i diritti umani, sono stati uccisi più bambini di quanti ne abbiano uccisi ogni anno tutti i conflitti armati nel mondo dal 2019 a oggi.

L’Unicef ieri ha parlato di Gaza come di «un cimitero per bambini», «un inferno sulla terra». Di fronte al Consiglio di Sicurezza l’Alto commissario Onu per i rifugiati, Filippo Grandi, ha sferzato la comunità internazionale, paragonando il massacro di Gaza a quello del Darfour e individuando in una pace giusta l’unica soluzione al conflitto.

Parole a cui sono seguite quelle del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres: «Il diritto umanitario internazionale stabilisce regole chiare che non possono essere ignorate. Non è un menu à la carte e non può essere applicato selettivamente».

Ma l’operazione israeliana non si interromperà a breve. Lo ha ribadito lunedì sera il primo ministro Netanyahu e lo ribadiscono il numero di bombardamenti compiuti negli ultimi giorni, trecento solo lunedì, ma soprattutto i movimenti di terra. L’invasione è realtà: a nord, a est e a sud.

Le immagini satellitari pubblicate ieri dal New York Times confermano le notizie che giungono da Gaza: l’esercito israeliano sta tentando di «spezzare» la Striscia in due, di separare il nord e il sud all’altezza di Salah-a-Din Street a Gaza City.

I carri armati spingono lungo due direttrici, da nord su al-Rasheed Street e da est sulla Salah-a-Din. Pesanti scontri con le Brigate al-Qassam, ala militare di Hamas, si sono registrati ancora ieri, non confermati dal governo israeliano che ha imposto il silenzio sulle manovre di terra.

Hamas risponde con dei video, apparentemente girati a Beit Hanoun: i miliziani sparano con armi automatiche e missili anticarro alle forze di terra israeliane.

Martedì mattina il portavoce militare Daniel Hagari ha confermato la spinta verso Gaza City e affermato che gli attacchi via terra hanno preso di mira tunnel e postazioni di lancio di missili. In ogni caso, al momento, i confronti a fuoco sembrano limitarsi alle zone non urbane. Se e quando raggiungeranno le città, il massacro di civili non farà che peggiorare.

È in questo quadro che si inserisce la questione, centrale, dei rifugiati. I piani apparenti dell’operazione via terra e quelli a cui ha dato voce il documento del ministero dell’intelligence israeliano prevedono la spinta della popolazione palestinese del nord di Gaza verso il sud. E poi, verso il Sinai egiziano.

Un progetto di spopolamento che Il Cairo ha da subito avversato ma che sembra rimanere l’obiettivo di Tel Aviv: secondo l’israeliano YnetNews, Israele starebbe facendo pressioni sul governo egiziano attraverso gli alleati occidentali.

Pressioni economiche: la cancellazione di un pezzo consistente del debito estero egiziano (aumentato a dismisura sotto al-Sisi e responsabile di buona parte della crisi economica interna) in cambio dell’accoglienza dei rifugiati. Una conferma giunge dal Financial Times: Netanyahu sta insistendo sugli alleati europei perché facciano da ponte con Il Cairo.

Oggi il valico di Rafah dovrebbe aprirsi a 81 feriti palestinesi. Intanto Hamas annuncia l’intenzione di liberare alcuni ostaggi stranieri.

Fonte

Armi italiane all’Ucraina ma anche ad Israele. L’accordo del 2005 va revocato

Nelle parole d’ordine della manifestazione del 4 novembre a Roma, non c’è solo la richiesta di non rinnovare il decreto per l’invio delle armi nella guerra in Ucraina in scadenza il prossimo 31 dicembre.

La piattaforma torna infatti a chiedere anche la revoca dell’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele in vigore da diciotto anni. Una richiesta già avanzata da tempo in molte mobilitazioni solidali con la Palestina ma che non ha mai trovato la dovuta attenzione ed attuazione tra le forze presenti in Parlamento in tutti questi anni. Anzi, il mettere in discussione la complicità militare con Israele ha spesso scatenato reazioni furibonde.

L’accordo che regola la cooperazione militare tra Italia e Israele è stato infatti ratificato dal Parlamento italiano il 17 maggio 2005. C’era il governo Berlusconi e il ministro della Difesa era Martino. Il memorandum d’intesa viene rinnovato automaticamente ogni cinque anni, a meno che non si decida di revocarlo.

“Il Presente MoU, (memorandum d’intesa, ndr) che resterà in vigore per cinque anni, sarà prorogato automaticamente per periodi aggiuntivi di cinque anni in assenza di una notifica scritta dell’intenzione di denunciarlo inviata da una Parte all’altra. In tal caso cesserà di essere in vigore sei mesi dopo la data di ricezione di tale notifica” è scritto testualmente nell’accordo.

L’ultimo rinnovo è stato tre anni fa e la nuova verifica sarà a maggio 2025. Ci sono insomma i tempi e le urgenze per mettere fine a questo accordo che rende l’Italia complice della macchina militare e genocida israeliana.

Nella parte pubblica dell’accordo militare Italia-Israele del 2005 (esisterebbe infatti un memorandum segreto mai sottoposto alla discussione e al voto dei parlamentari) si legge che la cooperazione fra i due Paesi riguarda “l’industria della difesa, l’importazione, l’esportazione e il transito di materiali militari, le operazioni umanitarie, l’organizzazione delle Forze armate e la gestione, la formazione e l’addestramento del personale, i servizi medici militari”.

“Italia e Israele si adopereranno al massimo per contribuire, ove richiesto, a negoziare licenze, royalties ed informazioni tecniche, scambiate con le rispettive industrie”. E ancora: “Le Parti faciliteranno inoltre la concessione delle licenze di esportazione necessarie per la presentazione delle offerte o proposte richieste per dare esecuzione al presente memorandum”.

Tra il 2015 e il 2020 l’Italia ha fornito armi a Israele per 90 milioni di euro

Tra questi ci sono 17,5 milioni di euro di autorizzazioni rilasciate nel 2019 nella categoria militare ML2 che comprende “bocche da fuoco, obici, cannoni, mortai, armi anticarro, lanciaproiettili e lanciafiamme militari”.

Si tratta di armamenti prodotti da una delle aziende del gruppo a controllo statale Leonardo (ex Finmeccanica), in pole position nell’export di sistemi militari allo Stato di Israele. Tra le altre aziende italiane che forniscono materiali militari al ministero della Difesa di Israele, figurano anche Ase Aerospace, CABI Cattaneo, Fimac, Forgital, Leat, Mecaer, MES, OMA Officine, Sicamb, Teckne.

L’Italia dal canto suo ha acquistato sistemi d’arma israeliani per circa 150 milioni di euro.

Benjamin Netanyahu, ha sottolineato in ripetute occasioni “l’eccellente livello di cooperazione tecnico militare ed industriale” tra Italia e Israele auspicandone “l’ulteriore rafforzamento”.

Di fronte ai crimini di guerra israeliani in Palestina è tempo che questo accordo di cooperazione militare venga revocato, esattamente come il decreto che scade a dicembre e che ha consentito le forniture di armamenti italiani alla guerra in Ucraina.

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Il No degli artisti al Lucca Comics sponsorizzato dall’Ambasciata israeliana

Dopo Zero Calcare anche l’artista Fumettibrutti, bolognese di adozione, ha comunicato la propria rinuncia a partecipare a Lucca Comics, la popolare rassegna di fumetti che quest’anno tra i patrocinatori ha anche l’ambasciata d’Israele.

“Dopo averlo scoperto mi sono presa del tempo prima di decidere cosa fare, e credo che se nella vita si fanno dei compromessi (io stessa ne ho fatti tanti) su questo non riuscirei a dormirci la notte” scrive l’autrice.

"Perdonatemi in anticipo se non potrò leggere tutti i messaggi, ma devo tutelarmi dal leggere possibili commenti che dicono che in quanto transgender e persona queer LGBTQIA+ non dovrei parlare di G*Z4 o della causa p4l3st1n3sə.

Non dovrei dare alcuna spiegazione al riguardo, ma voglio comunque scrivere una parola di cui parlava sempre anche Murgia, che è “intersezionalità”.

Significa preoccuparsi per tutte le lotte contro l’oppressione, dei corpi e dei popoli, non solo di quelle che ci fanno comodo.

Il femminismo è la chiave di lettura del mondo che mi rende libera ogni giorno, e non si tratta di un dovere per me, è l’essenza stessa della vita.

Quindi stelle, mi scuso perché non riusciremo in quest’occasione a tenerci per mano e ad abbracciarci, ma sono sicura che lo faremo sempre e per sempre anche in altri luoghi.

Come sempre vi abbraccio, brillate.”


“Massimo apprezzamento per il gesto di Zerocalcare. Io col fumetto non c’entro niente, ma se fossi stato invitato al Lucca Comics avrei fatto la medesima cosa”, ha fatto sapere Vauro, vignettista veterano.

Ma non ci sono solo gli artisti dei fumetti. Anche diversi musicisti come il romano Giancane e gli Ultimi hanno fatto sapere che quest’anno non andranno a Lucca Comics per le medesime ragioni.

“Rendiamo noto, per chi aveva in programma venire a sentirci, che non saremo presenti il 5 novembre al Lucca Comics” – fanno sapere Gli Ultimi –.

“Data la presenza in questa manifestazione del patrocinio dell’ambasciata israeliana, prendiamo questa decisione in solidarietà alla popolazione palestinese, pesantemente sotto attacco in questi giorni, così come negli ultimi decenni”.

Giancane e Gli Ultimi avrebbero dovuto esibirsi insieme domenica (5 novembre) nell’area musicale della rassegna.

Infine, e non certo per importanza, anche Amnesty International ha fatto sapere che non parteciperà quest’anno a Lucca Comics.

“Il patrocinio dell’ambasciata israeliana al LuccaComics ci spinge a rinunciare alla nostra presenza – ha annunciato Amnesty International con un post su X–. Comprendiamo sia prassi consolidata il patrocinio di ambasciate dei paesi di provenienza degli artisti che realizzano l’immagine del festival, ma non possiamo ignorare che le forze israeliane stanno incessantemente assediando e bombardando la Striscia di Gaza, con immani perdite di vite civili”.

L’ultima volta che un evento culturale sponsorizzato dalle autorità israeliane aveva provocato spaccature e accesi dibattiti nel mondo della cultura, era stata la Fiera del Libro di Torino nel 2008.

Anche in quell’occasione venne lanciato un appello al boicottaggio che per mesi innescò un dibattito acceso su tutti i blog letterari e sui mass media.

Per giorni la rassegna ufficiale fu “pressionata” da vicino da numerose iniziative a sostegno della Palestina a Torino e poi da una grande manifestazione popolare e solidale con i palestinesi per le strade della città che ospitava l’evento.

Una conferma che il terreno della cultura e delle arti è anche un fronte di battaglia politica e non solo delle idee e dei talenti.

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Bangladesh - Rivolta degli operai tessili per aumenti salariali

In diversi centri del paese imperversano le manifestazioni, con tanto di fabbriche vandalizzate, per le condizioni di lavoro sempre più difficili, stipendi miseri e carovita

La delocalizzazione degli stabilimenti produttivi è sembrata a lungo una soluzione quasi “magica” per il capitalismo occidentale. Bastava portare la produzione più hard – pesante, inquinante, a basso valore aggiunto, ecc – in paesi arretrati, a salari quasi zero e senza diritti sindacali et voilà, il gioco era fatto. I profitti volavano, i salari in Occidente crollavano e con essi anche la forza contrattuale dei lavoratori di casa propria.

Ma ogni soluzione di questo genere non fa che “esportare” per qualche tempo il problema. Ma lo riproduce.

E così anche la lotta di classe nei paesi destinatari delle delocalizzazioni è diventata hard.

In diverse città industriali del Bangladesh sono in questi giorni esplose le proteste di decine di migliaia di operai del settore tessile. In massa hanno abbandonato il posto di lavoro per manifestare contro condizioni di lavoro sempre più infami, stipendi da fame e carovita.

Una autentica insurrezione in cui decine di fabbriche sono state semi-distrutte e almeno una persona ha perso la vita, quando come al solito la polizia è intervenuta contro i cortei con gas lacrimogeni.

Il cuore delle proteste è localizzato nelle città di Gazipur, Ashulia e Hemayetpur, non a caso i tre centri industriali e tessili più importanti, nei pressi di Dacca, capitale del Bangladesh.

Secondo i sindacati almeno 100 mila manifestanti sono scesi in piazza per chiedere un aumento del salario minimo e migliori condizioni di lavoro. Ovviamente dal governo provano a minimizzare, con “fonti ufficiali” che parlano di soli 10.000 manifestanti.

Almeno 40 fabbriche sono state però teatro di azioni di protesta particolarmente dure.

Il Bangladesh è diventato nel tempo la fabbrica tessile del mondo. Ospita quasi 3.500 fabbriche del settore. Il salario base mensile è però di appena 75 dollari, e l’ultimo aumento risale ormai al 2018, quando fu fissato un salario minimo di circa 72 dollari al mese.

La domanda di nuovi aumenti aveva già provocato manifestazioni operaie, ma la scintilla è partita quando le associazioni padronali hanno proposto un aumento di appena il 25%, mentre i sindacati avevano chiesto di triplicare il salario minimo, portandolo a 208 dollari.

La partita è economicamente e politicamente centrale per il Bangladesh, dove l‘industria tessile rappresenta l’85% dei 55 miliardi di dollari di esportazioni annuali. Fin qui la parte del leone nella redistribuzione di questo reddito è stata completamente a favore dei profitti.

Le proteste salariali costituiscono inoltre una sfida anche per il governo del primo ministro Sheikh Hasina, al potere da circa 15 anni.

L‘inflazione e il deprezzamento della moneta locale ha svuotato il potere di acquisto dei lavoratori, che oggi – se accettassero le proposte padronali – guadagnerebbero comunque meno di quanto avevano conquistato nel 2017.

I principali marchi dell’industria bangla sono noti in tutto il mondo, proprio perché frutto delle delocalizzazioni: Gap, Levi Strauss, Lululemon, Patagonia, ecc.

E proprio questi marchi spingono sul governo perché metta fine alle proteste concedendo un aumento del salario minimo che ristabilisca quanto meno il potere d’acquisto precedente (di aumenti reali, ovviamente, non ne vuole neanche sentir parlare). Altrimenti i loro profitti si bloccano insieme alla produzione...


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