Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/12/2024

Uruguay: il ritorno del Frente Amplio

Con il 49,84% dei consensi il frenteamplista Yamandú Orsi ha vinto il ballottaggio per le presidenziali contro il blanco Álvaro Delgado (Partido Nacional), fermatosi al 45,8% e, dal 1° marzo 2025, si insedierà alla guida dell’Uruguay.

Governatore del dipartimento di Canelones fino alla primavera scorsa, Yamandú Orsi aveva scelto di precandidarsi alla presidenza del paese dopo aver ottenuto l’endorsement da Daniel Martínez, sconfitto nelle precedenti elezioni da Luis Lacalle Pou. Per l’Uruguay si tratta di un ritorno al progressismo, peraltro annunciato. Tutti i sondaggi indicavano infatti la coppia Orsi-Carolina Cosse (già sindaca della capitale, Montevideo) ampiamente favorita prima dell’apertura delle urne.

Per Orsi, proveniente dalle fila del Movimiento de Participación Popular, la sfida della presidenza si preannuncia impegnativa poiché alla Camera dei deputati, a differenza del Senato, il Frente Amplio non ha la maggioranza e questo costringerà il partito a negoziare obbligatoriamente con le opposizioni.

Tra le priorità di Orsi vi saranno sicuramente delle misure volte a contrastare il crescente senso di insicurezza che avverte la maggior parte dei cittadini uruguayani e, in politica estera, cercherà di restituire al paese la centralità nell’ambito del Mercosur. Il nuovo presidente, definito come l’alfiere di una “sinistra moderna e rinnovata”, punta ad unire il paese ed è cresciuto politicamente sotto l’ala protettrice della coppia Pepe Mujica e Lucía Topolansky.

Dopo 15 anni di governi frenteamplistas, nel 2019 Luis Lacalle Pou, alla guida della cosiddetta Coalición Multicolor, frutto di una serie di alleanze strategiche, aveva conquistato la presidenza del paese unendo Partido Nacional, Partido Colorado, Partido de la Gente e l’estrema destra di Cabildo Abierto.

La sottoscrizione del Compromiso País, che all’epoca aveva permesso a Luis Lacalle Pou di sconfiggere Daniel Martínez, che pure al primo turno godeva di un vantaggio sul suo avversario ben maggiore di quello di Orsi su Delgado, stavolta non ha funzionato.

Non solo Partido Nacional e Partido Colorado hanno scelto di proseguire ognuno per la propria strada, ma anche l’estrema destra di Cabildo Abierto, con il discusso ex capitano dell’esercito Guido Manini Ríos, noto per simpatizzare tuttora con la dittatura di Bordaberry (1973-1985), si è progressivamente sfilata dalla coalizione.

Orsi, che ha già promesso di essere il presidente di tutti gli uruguayani, governerà probabilmente senza particolari scossoni, nonostante già durante il dibattito presidenziale pre-ballottaggio sia stato accusato da Delgado di ascoltare troppo le richieste dei settori pubblici del paese, a partire dai docenti.

Alla vigilia del primo turno, l’economista Gabriela Cultelli, esponente, come Orsi, del Movimiento de Participación Popular, di cui è membro della Direzione nazionale, spiegava, in un’intervista rilasciata alla giornalista Geraldina Colotti: “La necessità di cambiamento, in questi giorni, si avverte di più. Ci sono stati 5 anni di corruzione costante e crescente. Un piccolo paese come questo, se la destra resta al potere per altri 5 anni, finirà per disgregarsi, con i trafficanti di droga che dilagano – la forma di capitale più aggressiva e corrotta. Ecco perché la sinistra, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni interne, è l’unica opzione per questo popolo”.

È stato proprio questo, probabilmente, che ha spinto gli uruguayani a scegliere la coppia presidenziale Orsi-Carolina Cosse, quest’ultima superata dal nuovo presidente nel corso delle elezioni interne alle coalizioni. Da un lato, quello della destra, erano schierati allevatori, i proprietari di capitali e simpatizzanti di quel potere militare che aveva fatto precipitare il paese nel Plan Condor, non a caso lo stesso conservatore Delgado ha chiuso il suo mandato con un indice in caduta libera, ma non così basso come avremmo potuto aspettarci.

Sull’altro versante, al contrario, sinistra e società civile sentivano con impazienza la necessità di un cambiamento strutturale, a partire dalle modalità di redistribuzione del reddito e della ricchezza che, peraltro, difficilmente potranno essere realizzate a breve nel paese.

A questo proposito, durante il dibattito pre-ballottaggio tra Orsi e Delgado, le accuse rivolte da quest’ultimo al programma del Frente Amplio, definito “ideologico e ancorato agli anni Settanta”, sono sembrate decisamente fuori dal tempo, al pari delle dichiarazioni provocatorie del senatore del Partido Nacional, Sebastián da Silva, il quale, per vincere le elezioni, contava sul voto degli uruguayani residenti in Argentina, ritenuti “héroes libertadores que cruzan a salvar la patria. Su voto nos asegura cinco años más de normalidad, vivir tranquilos”.

Di certo, gli elettori progressisti che hanno sostenuto Yamandú Orsi si aspettano una politica che non sia caratterizzata esclusivamente dalla repressione e dalla mano dura come quella del suo predecessore, che, a seguito della crescita del tasso di omicidi nel paese era riuscito a far approvare la Luc, la Ley de Urgente Consideración, fondata su una visione esclusivamente securitaria del paese.

Non è un caso che il modello seguito da Lacalle Pou fosse stato quello dell’argentina Patricia Bullrich, ministra della Sicurezza del presidente argentino Javier Milei. Nonostante tutto, la ricetta di militarizzare il territorio e costruire carceri di massima sicurezza sul modello del bukelismo in El Salvador non ha dato i risultati sperati.

Del resto, la scelta di Lacalle Pou di affidare, a lungo termine, la gestione del porto di Montevideo ad una multinazionale belga poco incline a controllare i carichi della droga che, dalla capitale partono sia verso il resto dell’America latina sia verso l’Europa, ha favorito la crescita delle narcobande.

Ora starà al nuovo presidente eletto Yamandú Orsi analizzare quali sono le modalità per risollevare il paese. Sembrano poco probabili cambiamenti radicali all’orizzonte, ma un passo diverso rispetto alla precedente gestione resta comunque necessario e urgente.

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01/12/2024

Starry eyes (2014) di Kevin Kölsch, Dennis Widmyer - Minirece

Cosa è successo in Abkhazia


Il presidente dell’Abkhazia, Aslan Bzhania si è dimesso dopo le violente proteste di piazza e i disordini nella capitale Sukhumi, che sono cessati solo con un accordo tra le autorità e l’opposizione. Il presidente si è dimesso, come richiesto dai manifestanti, ma ponendo loro una contro condizione: l’obbligo di lasciare pacificamente gli uffici governativi occupati e che i manifestanti avrebbero smesso di attaccare le istituzioni governative e fermato le proteste. Se ciò non fosse avvenuto Bzhania avrebbe ritirato la sua decisione. I manifestanti hanno accettato e ora si tratterà di capire chi altro, a livello governativo, lascerà il proprio incarico a seguito dei negoziati e chi guiderà le istituzioni, fino alle prossime elezioni presidenziali, dove il presidente dimissionario ha già dichiarato di voler partecipare.

La Repubblica dell’Abkhazia è uno stato parzialmente riconosciuto della regione transcaucasica, auto proclamato dopo il conflitto georgiano-abkhazo. La capitale della repubblica è la città di Sukhumi, la lingua ufficiale è l’abkhazo; il russo, insieme all’abkhazo, sono riconosciute come le lingue dello stato e delle altre istituzioni. La popolazione è di circa 240.000 persone.

L’indipendenza della repubblica è riconosciuta da 5 stati membri dell’ONU: Russia, Nicaragua, Venezuela, Nauru e Siria. Oltre all’Ossezia del Sud. Nei documenti delle Nazioni Unite, l’Abkhazia è considerata territorio della Georgia.

Nel 1990, la RSS dell’Abkhazia, fu trasformata in Repubblica socialista sovietica sovrana dell’Abkhazia; il nome moderno di Repubblica dell’Abkhazia è stato istituito ufficialmente il 23 luglio 1992.

Nell’estate del 1992, i disaccordi tra l’Abkhazia e la leadership georgiana si intensificarono, principalmente sulla questione costituzionale: in risposta alla decisione del Consiglio militare della Georgia di ritornare alla costituzione della Repubblica democratica georgiana del 1921, il Consiglio supremo dell’Abkhazia decretò il decadimento della Costituzione della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma dell’Abkhazia del 1978 e annunciò il ripristino della Costituzione (Legge Fondamentale) della RSS Abkhazia dell’anno 1925, che definiva costituzionalmente i rapporti contrattuali tra Abkhazia e Georgia. I disaccordi portarono a un conflitto armato, ricordato come la Guerra in Abkhazia del 1992-1993. Più di 230mila georgiani locali fuggirono dalla regione insieme all’esercito georgiano in ritirata. Dalla fine del 1993 iniziarono negoziati per accordi di pace sotto gli auspici dell’ONU, che sono tuttora in corso. Fu stabilito un contingente di mantenimento della pace della CSI. Nel 1994, rappresentanti dell’Abkhazia e della Georgia firmarono un accordo su una soluzione di pace.

L’indipendenza della Repubblica è stata proclamata dal Consiglio Supremo dell’Abkhazia con la nuova costituzione del 26 novembre 1994 e con la legge del 12 dicembre 1999, secondo i risultati del precedente referendum.

Dopo le proteste di queste settimane, le trattative sono durate oltre nove ore, poi è stato firmato un accordo con i manifestanti per risolvere la crisi politica, che ha incluso una clausola per le dimissioni del capo di stato Bzhania, il quale ha motivato la sua decisione “per il bene dell’Abkhazia e per preservare la stabilità e l’ordine costituzionale del Paese”.

Il 15 novembre il parlamento abkhazo ha annullato la riunione in cui i deputati avrebbero dovuto ratificare il documento. Ora le autorità dovrebbero discutere nuovamente i termini dell’accordo con i rappresentanti russi.

Dopo che gli oppositori hanno abbandonato la piazza antistante l’edificio governativo di Sukhumi, il leader del movimento di protesta e dell’opposizione abkhaza Adgur Ardzinba, ha dichiarato che “Siamo tornati in campo legale e agiremo nel quadro della Costituzione. Riteniamo che questa crisi politica sia ormai alle nostre spalle. Spero davvero che non si verifichino più eventi del genere nel nostro Paese”.

Allo stesso tempo, gli organizzatori delle manifestazioni hanno sottolineato che le loro azioni non erano dirette contro la Russia o per la messa in discussione dei rapporti con essa.

Questo è anche dimostrato dal fatto che nella piazza spesso si levavano slogan come “Russia! Russia!” o “Abkhazia! Russia!”. Uno dei leader della protesta ha dichiarato alla stampa: “Voglio dirvi qualcos’altro, voglio dirlo qui davanti a tutti manifestanti. Alcuni provocatori in alcuni media cercano di dire che qui si sono radunate forze anti-russe, questa è una completa menzogna”, ha detto in piazza.

Poi sul social dell’opposizione “Respublika” è stata pubblicata una dichiarazione ufficiale dell’opposizione in cui si affermava: “le azioni dei manifestanti non sono dirette contro le relazioni russo-abkhaze. Al contrario, noi, come opposizione, abbiamo sempre sottolineato l’importanza dei legami fraterni e strategici tra i nostri paesi… il presidente Bzhania ha cercato di utilizzare queste relazioni per i propri interessi personali, manipolandole per rafforzare il suo governo. Oggi i manifestanti si sono riuniti presso il palazzo del parlamento non per opporsi ai nostri alleati russi, ma per proteggere gli interessi nazionali dell’Abkhazia, le sue risorse naturali e ricchezze”, hanno dichiarato gli oppositori.

Quando si parla di “opposizione” in Abkhazia, va tenuto conto che è difficile identificare un partito o una coalizione che faccia da contrappeso alle autorità. L’Assemblea popolare, il parlamento unicamerale, conta 35 deputati, 30 dei quali non iscritti a partiti; se si oppongono alle politiche del governo, lo fanno a titolo soggettivo. A giudicare da chi ha firmato la dichiarazione al culmine delle proteste il 15 novembre (11 deputati), l’opposizione non è composta tanto da partiti politici quanto da organizzazioni pubbliche repubblicane (RPO) e tutte fortemente fondate su una profonda radice di identità nazionale e tradizionalismo. Ciò che viene chiamato “asuara”, o “abkhazismo”.

Secondo gli accordi firmati, oltre a Bzhania, dovrebbero dimettersi anche il primo ministro Alexander Ankvab e il capo dei servizi di sicurezza statali Dmitry Dbar. Il vicepresidente Badra Gunba è diventato il presidente ad interim dell’Abkhazia, in attesa che nella repubblica si tengano le elezioni anticipate del capo dello Stato.

Le proteste nella repubblica erano iniziate il 12 novembre contro un accordo di investimenti che l’Abkhazia aveva firmato con la Russia poche settimane prima, dove venivano assicurati vantaggi alle grandi aziende russe che intendevano fare affari in loco, in particolare, nel settore delle costruzioni e del turismo. Tra i vantaggi c’era l’esenzione fiscale.

L’opposizione abkhaza è stata da subito critica nei confronti di questo accordo, perché, secondo lei, la sua attuazione porterebbe alla costruzione su larga scala di appartamenti e altre infrastrutture che rovinerebbero le imprese locali, poiché la maggior parte dell’economia dell’Abkhazia è incentrata sul settore del turismo e i cittadini locali, potrebbero rimanere senza lavoro e mezzi di sussistenza.

L’accordo sugli investimenti tra Russia e Abkhazia prevedeva i seguenti vantaggi e misure di sostegno per gli investitori russi:

- esenzione per otto anni dai dazi doganali sull’importazione di materiali e attrezzature da costruzione, dal pagamento delle tasse sulle proprietà delle organizzazioni e sui profitti;

- aliquota dell’imposta sul valore aggiunto – 5% (metà dello standard);

- quota per i lavoratori stranieri, che gli investitori distribuiscono autonomamente;

- gli investitori iscritti dal governo della repubblica in un registro speciale ricevono un diritto preferenziale per fornire capacità energetica e connettersi alle reti di servizi e alle comunicazioni;

- l’investitore ha il diritto di utilizzare il terreno fornitogli dalle autorità dell’Abkhazia come garanzia per un prestito bancario.

Rispetto alla crisi abkhaza la Russia ha tenuto un atteggiamento estremamente cauto e di osservazione degli eventi. In precedenza, al culmine delle proteste, il presidente dell’Abkhazia aveva ricevuto il sostegno pubblico del ministero degli Esteri russo, la portavoce Maria Zakharova, la quale aveva definito l’opposizione, responsabile dell’escalation della crisi invitandola a tornare nel quadro della legalità. “Le forze di opposizione, purtroppo, non hanno ritenuto possibile risolvere le divergenze con il governo legittimo del paese attraverso un dialogo civile e reciprocamente rispettoso... Mosca non interferisce negli affari interni della repubblica e si aspetta che la situazione venga risolta esclusivamente con mezzi politici pacifici”, aveva affermato, per poi aspettare senza ulteriori commenti lo sviluppo degli eventi.

Il principale ricercatore dell’Istituto di studi internazionali russo MGIMO, Alexei Tokarev, ha spiegato che, una reazione così dura all’accordo sugli investimenti con la Russia è legata al fatto che gli investitori russi sono molto più potenti economicamente e strutturalmente delle imprese locali, e la reazione e le preoccupazioni degli abkhazi sono abbastanza razionali: “la differenza tra il potenziale economico dell’Abkhazia e della Russia è evidente, gli imprenditori russi che commerciano con essa lo sanno e a Mosca se ne parla anche pubblicamente come un aspetto favorevole ai loro interessi. Le reazioni sono realtà dell’Abkhazia e in questo non si dovrebbero cercare le macchinazioni dell’Occidente, della Georgia o della Russia. Considerando anche che la repubblica è piccola, tutti sono imparentati tra loro e le informazioni si diffondono rapidamente, possiamo dire che questa è una società facilmente risvegliabile e sensibile a interessi nazionali ma anche di sopravvivenza stessa della società abkhaza”.

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Le spie israeliane che lavorano come “giornalisti” nelle maggiori testate USA

Negli Stati Uniti ci sono giornalisti che lavorano per importanti testate ed emittenti televisive che hanno avuto un passato in unità militari e di intelligence di Israele e, a giudicare dal loro lavoro, sembrano ancora fare gli interessi del loro Paese nella guerra di informazione e propaganda. New York Times, CNN ed Axios sono alcune delle testate che ospitano nelle proprie fila persone con enormi conflitti d’interesse in relazione a quanto scrivono sul genocidio in corso a Gaza e il conflitto allargato al Medio Oriente che Israele sta portando avanti.

In particolare, a spiccare sono i nomi di Barak Ravid, insignito del prestigioso White House Press Correspondents’ Award direttamente dalle mani di Joe Biden, e Tal Heinrich, ex CNN che adesso lavora per il Trinity Broadcasting e al contempo riveste il ruolo di portavoce ufficiale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Impiegato presso la testata giornalistica Axios, Barak Ravid è ex analista dell’agenzia di spionaggio israeliana denominata Unità 8200 e, fino allo scorso anno, riservista dell’esercito israeliano.

L’Unità 8200 è la più grande (e forse più controversa) organizzazione di intelligence di Israele, responsabile di molte operazioni di spionaggio e di terrorismo di alto profilo tra le quali il recente attacco ai cercapersone, che ha ucciso qualche centinaio di persone e ferito migliaia di civili libanesi.

Ad un anno di distanza dall’inizio della guerra di Israele, Ravid aveva scritto un articolo per Axios in cui metteva in fila tutte le vittorie ottenute da Netanyahu dal 7 ottobre 2023 in avanti, spiegando come il primo ministro israeliano fosse riuscito a mantenere il controllo della situazione e la sua posizione nonostante le critiche provenienti da più fronti, tanto dall’interno di Israele quanto dall’esterno.

A seguito dell’invasione israeliana del Libano, durante un’intervista rilasciata alla CNN (e come scritto anche sui suoi canali social), Ravid spiegava la strategia di Israele, da lui condivisa, tramite una orwelliana definizione di «de-escalation attraverso l’escalation».

Nell’aprile scorso, Ravid ha vinto il prestigioso White House Press Correspondents’ Award «per l’eccellenza complessiva nella copertura della Casa Bianca», uno dei più alti riconoscimenti del giornalismo americano. Ravid ha ricevuto il premio direttamente dalle mani del Presidente Joe Biden.

Tuttavia, leggendo i suoi articoli non può non saltare all’occhio come il suo lavoro non abbia previsto nulla di più che riportare in maniera acritica le posizioni di Washington e Tel Aviv, servendo la propaganda di entrambe i Paesi mentre a Gaza veniva messo in atto un genocidio.

Insieme a Ravid vi è poi Tal Heinrich, che ha trascorso tre anni come agente dell’Unità 8200, tra il 2014 e il 2017. Heinrich è stata produttrice sul campo e redattrice per l’ufficio di Gerusalemme della CNN proprio nello stesso periodo in cui era parte dell’unità militare d’élite israeliana. Attualmente, lavora per il network televisivo statunitense Trinity Broadcasting ed è la portavoce ufficiale del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Alla CNN si trova poi Tamar Michaelis, che si occupa dei contenuti su Israele e Palestina, nonostante abbia precedentemente prestato servizio come portavoce ufficiale delle Forze di Difesa Israeliane.

Shachar Peled ha trascorso tre anni come ufficiale nell’Unità 8200, guidando un team di analisti in sorveglianza, intelligence e guerra informatica, oltre ad aver lavorato come analista per il servizio di intelligence israeliano Shin Bet. Peled ha lavorato per diverse testate ed emittenti televisive, sia in Israele che negli Stati Uniti, dove è stata impiegata dal 2017 al 2019 come produttrice e scrittrice per la CNN. Nel 2021 è stata assunta da Google nel ruolo di Senior Media Specialist, dove ha lavorato fino al 2023.

Anat Schwartz, un ex ufficiale dell’intelligence dell’aeronautica israeliana, è stata invece co-autrice del famigerato articolo del New York Times, Screams Without Words (Urla senza parole), in cui si affermava che i combattenti di Hamas avessero sistematicamente violentato gli israeliani il 7 ottobre – teoria successivamente smontata da diverse testate giornalistiche e organizzazioni internazionali.

Negli Stati Uniti, insomma, una parte di notizie su Israele sono confezionate direttamente da Tel Aviv.

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UE - L'inflazione non è ancora domata, si attendono le decisioni della BCE

Nelle occasioni in cui la BCE ha deciso di tagliare i tassi di interesse, la notizia è sempre stata accompagnata da comunicati che specificavano come fosse necessario non fare il passo più lungo della gamba, per evitare effetti indesiderati. Anche se l’inflazione si è effettivamente ridotta, è la BCE che non riesce a raggiungere l’unico effetto desiderato.

L’Istat rende infatti noto che, secondo le stime preliminari per il mese di novembre, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, presenta una variazione mensile nulla, ma su base annua aumenta dell’1,4%, rispetto al +0,9% del mese precedente.

A dare la spinta principale sono ancora una volta i beni energetici e il carrello della spesa. I prezzi dei beni energetici regolamentati sono quasi raddoppiati, da +3,9% a +7,5%. Allo stesso tempo, l’andamento discendente del costo di quelli non regolamentati (da -10,2% a -6,6%) è andato pesantemente in flessione.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona accelerano su base tendenziale, passando da +2,0% a +2,6%. Anche i prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto passano da +1,0% a +1,8%: in entrambi i casi, incidono maggiormente sui redditi più bassi.

Perciò, anche se l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, rimane entro l’obiettivo del 2% (di appena un decimo di punto percentuale), e quella al netto dei soli beni energetici lo risupera di poco (2,2%), è chiaro che le dinamiche di mercato ancora non si siano stabilizzate. E come al solito, stanno colpendo in particolar modo le fasce più deboli della popolazione.

Anche l’Eurostat, nel diffondere i dati preliminari per tutta l’Eurozona, si attende per il mese di novembre un’inflazione in salita rispetto a ottobre, che passerà dal 2% al 2,3%. A livello di paese, mentre Germania e Francia rimangono stabili, sia in Italia sia in Spagna c’è un incremento del dato di 0,6 punti percentuali.

I dati consolidati verranno pubblicati dall’Eurostat il 18 dicembre, ma il board della BCE si riunirà il prossimo 12 dicembre, e dovrà decidere come procedere sulla base di queste informazioni. L’atteggiamento di estrema cautela usato fino a oggi fa intendere che il taglio dei tassi potrebbe fermarsi qui, per ora.

Isabel Schnabel, membro tedesco del Comitato Esecutivo della Banca, pochi giorni fa ha rilasciato un’intervista a Bloomberg, nella quale ha appunto detto che non c’è necessità di correre verso ulteriori riduzioni. E più o meno tutto il board sembra d’accordo con lei, a differenza del governatore di Bankitalia, Fabio Panetta.

Ora che anche Parigi è malata dal punto di vista dei conti pubblici, pure lì fanno pressione per ridurre i tassi (cosa che aiuterebbe nelle prossime emissioni di titoli di stato). Il governatore della Banca di Francia, Francois Villeroy de Galhau, in un evento pubblico ha affermato che “ci sono tutte le ragioni” per un ulteriore taglio il 12 dicembre.

Un elemento di verità nelle parole della Schnabel però c’è di sicuro: la stagnazione che viviamo è fortemente legata alle incertezze del mercato dovute alla situazione geopolitica. Non c’è dunque una panacea di politica monetaria che possa risolvere qualcosa che è in capo alle diplomazie o, secondo la visione guerrafonaia occidentale, alle armi.

Il quadro si presenta più vicino a quello delineato a inizio ottobre da Mario Draghi, che di certo su questi temi non è uno sprovveduto. Vivremo un periodo “con livelli d’inflazione più alti e tassi più alti”, aveva detto, e le due cose andranno a braccetto.

Non un’impennata da riassorbire, ma una fase stabile dovuta alla commistione di crisi economica e dei suoi effetti a livello di inasprimento della competizione globale. A pagarne i costi sappiamo già chi sarà.

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Caduta l’accusa di “terrorismo”, Luigi Spera torna al tribunale della libertà

Lunedì 2 dicembre Luigi Spera tornerà davanti al tribunale della libertà. I giudici dovranno pronunciarsi sull’istanza di revoca delle misure cautelari dopo che il 13 settembre scorso la Cassazione ha fatto cadere le ipotesi di attentato terroristico e fine terroristico per l’azione dimostrativa alla sede palermitana della Leonardo del novembre 2022 di cui il vigile del fuoco siciliano è accusato con altre cinque persone. Ieri sono state rese note le motivazioni della decisione.

I magistrati di terzo grado, accogliendo il ricorso dell’avvocato difensore Giorgio Bisagna e riprendendo analoghe considerazioni dai processi ai No Tav, hanno escluso l’aggravante del terrorismo perché dalla condotta incriminata manca «un reale impatto intimidatorio sulla popolazione, tale da ripercuotersi sulle condizioni di vita e sulla sicurezza dell’intera collettività, posto che, solo in presenza di tali condizioni, lo Stato potrebbe sentirsi effettivamente coartato nelle sue decisioni».

Il pompiere si trova nella prigione di massima sicurezza di Alessandria da aprile scorso. I fatti sotto inchiesta riguardano il lancio di fumogeni e forse di una molotov alla Leonardo. La protesta era stata messa in campo in solidarietà con il popolo curdo, vittima in quei giorni di due anni fa dei bombardamenti dell’esercito turco che l’industria bellica tricolore rifornisce di armi.

Con l’ipotesi di terrorismo scatta la custodia in carcere per i tre motivi previsti dall’ordinamento: reiterazione, pericolo di fuga, inquinamento delle prove. Caduta quella, però, si rientra nel regime dei reati ordinari. Per Spera il gip aveva stabilito che l’unico rischio era che tornasse a compiere reati, perché recidivo. Ormai ha trascorso otto mesi dietro le sbarre: il tribunale potrebbe disporre misure alternative.

Nonostante siano passati quasi novanta giorni dalla decisione della Cassazione l’uomo si trova ancora recluso in massima sicurezza. Pare che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) continui a valutare il regime carcerario in base alle ipotesi di reato per cui è a processo. Con la sentenza di massimo grado, infatti, si è creata una divaricazione tra il percorso relativo alle misure cautelari e quello processuale. Nel secondo l’ipotesi di terrorismo resta in piedi, insieme a quella di incendio.

«La decisione della Cassazione è significativa per i principi giuridici che sancisce in ordine all’aggravante di terrorismo e all’attentato terroristico. Auspichiamo che abbia il giusto peso anche nel processo in corso», afferma Bisagna. La prima udienza si è tenuta a novembre e il giudice ha rinviato per integrare nel contraddittorio la Leonardo. Evidentemente ritiene sia quella la parte lesa, non lo Stato. Il prossimo appuntamento sarà il 20 dicembre.

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Lo spettro della sovrapproduzione nell’industria automobilistica internazionale

La divisione sociale del lavoro nell’industria automobilistica, a livello internazionale, è in subbuglio, non solo per la questione della transizione dal motore endotermico a quello elettrico, ma perchè è costellata dallo spettro della sovracapacità produttiva.

Se in Italia gli impianti produttivi del gruppo Stellantis lavorano, ormai da tempo, a singhiozzo (1), la situazione non è nemmeno tanto rosea in Germania: il colosso di Wolfsburg, per la prima volta nella sua storia, nel mese d’ottobre dell’anno corrente, ha annunciato la chiusura di tre stabilimenti in Germania, con la conseguente perdita di miglia di posti di lavoro e la riduzione del salario del 10%.

Per chi ha scarsa memoria storica, vale la pena ricordare che stiamo parlando del marchio Volkswagen che, nei primi anni ’90 del secolo scorso, ha avuto il coraggio di adottare la soluzione che mirava a salvaguardare i posti di lavoro, con uno storico accordo che prevedeva la riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali, a parità di salario.

Le ripercussioni della crisi automobilistica tedesca creano un effetto domino su quella italiana, in quanto in questo comparto, l’Italia ha ridotto notevolmente la produzione di automobili (prodotti finiti), mentre ha incrementato le quote di mercato dei componenti di automobili, i quali vengono assemblati in altri contesti produttivi. In altri termini, ci siamo specializzati nella componentistica per i marchi francesi e tedeschi.

Se in Europa si respira un’aria asfittica, negli USA, nonostante il settore sia in ripresa, non ha ancora raggiunto la produzione del periodo precedente alla pandemia di Covid-19. Tuttavia, nonostante la produzione di auto elettriche non sia decollata, anche per la difficoltà di approvvigionamento dei semiconduttori, le rivendicazioni degli operai sono più frizzanti. Tant’è che nel mese di settembre dello scorso anno, dopo 88 anni, lo UAW, United Auto Workers, il sindacato degli operai del settore automobilistico, ha lanciato uno sciopero, che ha coinvolto i lavoratori di Ford, General Motors e Stellantis, che hanno rivendicato salari adeguati all’inflazione e contemporaneamente hanno messo in evidenza la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore settimanali.

Al momento, nel panorama internazionale, sembra che i produttori cinesi, grazie ai massicci investimenti statali che ci sono stati negli anni passati, godano di un vantaggio competitivo. Infatti riescono a produrre auto elettriche a costi molto più bassi che in Europa e negli USA, ma il mercato interno non è sufficiente ad assorbire l’enorme capacità produttiva, mentre i paesi occidentali si difendono con pesanti dazi doganali dall’invasione di queste merci.

In Cina ci sono 450 fabbriche di veicoli elettrici e i loro impianti non operano a pieno regime, anzi utilizzano solo 1/5 della loro capacità produttiva. Dunque, i produttori cinesi per inondare di veicoli elettrici l’Europa e gli USA, potrebbero aggirare le barriere doganali delocalizzando la produzione, se i Governi occidentali dessero la loro disponibilità ai consumatori meno ricchi di acquistare le auto elettriche.

Ma questo implicherebbe una perdita di posti di lavoro in Cina, in un periodo in cui emerge il problema della disoccupazione giovanile.

Produzione e consumo sono due momenti di uno stesso processo tra loro strettamente connessi: se aumenta la capacità produttiva e i prodotti aggiuntivi finali non trovano una corrispondenza nel mercato, non vengono validati dagli acquirenti in quanto non soddisfano bisogni umani, allora subentra una crisi di sovrapproduzione.

Come spiega Marx, affinché un prodotto finale sia utile a soddisfare bisogni umani, cioè abbia un valore d’uso per altri e quindi diventi una merce, si deve verificare un passaggio significativo, attraverso il quale si realizza il valore di scambio. Ogni merce ha un valore d’uso e un valore di scambio, mentre il prodotto finale è una merce potenziale, pertanto esso diventa merce solo attraverso “un duplice salto mortale”, ossia esso non solo deve trovare il denaro corrispondente che ne permetta lo scambio, ma deve anche avere un valore d’uso per il suo acquirente. Altrimenti quel prodotto non entra nel consumo, non viene utilizzato per soddisfare un bisogno.

I veicoli elettrici dei fabbricanti cinesi che sono stati progettati, pensando allo smartphone, con parti meccaniche ridotte all’osso e con prezzi competitivi, rivolti al consumo di massa, non intercettano gli acquirenti nazionali, né tanto meno quelli europei o americani, perché strozzati dalle elevate tariffe doganali.

Senonché, la sovracapacità produttiva detta legge: i 4/5 degli impianti produttivi cinesi non vengono utilizzati, di conseguenza i capitali finanziari disponibili non vengono investiti in mezzi di produzione aggiuntivi, in quanto non si prevede di incorporarli in consumi aggiuntivi futuri.

A ben guardare, Marx ed Engels, già nel Manifesto del Partito Comunista del 1848, evidenziano l’epidemia della sovrapproduzione: l’abbondanza diventa come la carestia e si vive una situazione come se una terribile guerra di sterminio avesse distrutto l’industria e il commercio, facendo ripiombare la società nella barbarie.

E tutto ciò avviene per l’eccesso di produzione: troppe industrie, troppi commerci, troppi mezzi di sussistenza, troppa pubblicità, troppe banche, troppe transazioni finanziarie, troppe infrastrutture, troppe automobili nelle città e l’aria diventa irrespirabile, troppe reti, troppe mail e messaggi, eccetera. Il troppo storpia! Forse, l’espressione ripetuta continuamente, “le risorse sono scarse”, non ha molto senso.

La prospettiva cambia, invece, quando ci chiediamo: che fine fanno le risorse derivanti dagli eccessi di produttività?

Se i 4/5 degli impianti produttivi, delle fabbriche di veicoli elettrici cinesi, non vengono utilizzati, allora dovrebbe essere chiaro che lo stock di capitale fisso (le risorse) è sovrabbondante, quindi non c’è bisogno di nuovi “investimenti produttivi” nel settore, un aspetto nodale sul quale ritornerò nel fluire del discorso.

Su questo punto Marx, a suo tempo, ha individuato la relazione tra crisi di sovrapproduzione e caduta tendenziale del saggio di profitto, inteso come rapporto tra il plusvalore (Pv) e il capitale anticipato o investito, cioè il capitale fisso più il capitale variabile (C+V).

Il lettore attento si renderà conto che nel paese più dinamico del mondo, dal punto di vista dell’intensificazione o relativa espansione dei rapporti capitalistici, l’ago della bilancia, nella composizione organica del capitale, pende notevolmente dal lato degli impianti e macchinari, vale a dire il capitale fisso ( C ). L’80% degli impianti e delle macchine, al passo con i progressi tecnologici di ultima generazione, non produce merci per soddisfare bisogni.

Questa potenza immane, pronta per l’uso, ma inutilizzata, rappresenta una minaccia per i produttori europei ed americani, ma anche coreani e giapponesi, qualora volessimo allargare il quadro dell’analisi.

Ogni fabbrica chiusa e potenzialmente utilizzabile, ogni fabbrica con impianti inutilizzati o che lavora a regime ridotto, come accade a Mirafiori, in Italia, rappresenta capitale aggiuntivo che non incontra la sfera del consumo, ragion per cui non dà luogo a profitti. Tutto ciò non implica che non ci siano profitti, infatti, come vedremo nel corso di questa breve sintesi, ci sono altre strategie per gonfiare i profitti, ma tali procedure rilevano che i profitti realizzati non sono proporzionali ai capitali investiti.

In Europa la produzione delle auto elettriche non ingrana la marcia, non solo per la scarsa rete delle colonnine di ricarica e per le difficoltà a reperire le materie prime per la costruzione delle batterie, ma soprattutto perché costano troppo, non sono alla portata di tutti, in quanto ci troviamo di fronte a un modello produttivo che non è orientato alla motorizzazione di massa.

In questo contesto, la spuntano le case automobilistiche che assemblano modelli di alta gamma, il cui target è costituito dalle fasce della popolazione più ricche, precisando che da quest’articolazione del processo produttivo si ottengono margini di profitti elevati, con ridotti volumi fisici di produzione.

Siamo impigliati dentro le maglie di una logica paradossale e non riusciamo a venirne a capo: a fronte di continui aumenti della produttività, per via delle innovazioni tecnologiche, la domanda di lavoro socialmente necessario diminuisce, all’aumentare della capacità produttiva, però, sembra che cresca il caos e l’immiserimento.

È possibile uscire dalle sabbie mobili in cui siamo incagliati, senza affrontare la logica paradossale, legata agli eccessi di produttività?

Mauro Parretti, in Le metamorfosi del capitalismo (2), sostiene che per percorrere questo sentiero, oltre agli sviluppi del pensiero e alle conoscenze elaborate da Marx, occorre far riferimento agli approcci teorici di Keynes, sebbene siano stati sviluppati in altra epoca e da un’altra angolazione.

Il metodo di Parretti è analitico e parte dal presupposto che per spiegare la relazione tra la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e la crisi di sovrapproduzione, non è necessario ricorrere a formulazioni algebriche o complicati teoremi matematici. In realtà, l’autore ne fa uso, ma puntualizza che su questo versante, si rivolge anche ai lettori economisti eventualmente interessati.

Per il resto, egli si muove coerentemente sulle riflessioni del Centro Studi e Iniziative per la Redistribuzione del lavoro, che hanno rilevato il denominatore comune tra il pensiero di Marx e quello di Keynes, riguardo alla crisi di sovrapproduzione.

Marx visse e studiò le crisi cicliche e congiunturali della sua epoca, analizzò in profondità i rapporti di produzione capitalistici e ne fu uno tra i più audaci e tenaci critici. Egli mise in evidenza gli aspetti positivi del modo di produzione capitalistico, ma teorizzò anche il superamento di questo sistema produttivo mediante la suddetta legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e l’emancipazione dal lavoro salariato (riduzione progressiva dell’orario di lavoro) da parte dei lavoratori dipendenti.

Keynes visse la drammatica crisi di sovrapproduzione strutturale degli anni trenta del secolo scorso, crisi, che in qualche modo aveva previsto, uscendo fuori dallo schema degli economisti ortodossi e nel formulare la sua teoria economica – osserva Parretti – argomentò che essa era “il risultato dell’aumento della produttività, perché il capitalismo tende a limitare i consumi e espandere gli investimenti”. (3)

Keynes non era un rivoluzionario come Marx, il suo pregio fu quello di riuscire a spingersi oltre i luoghi comuni degli economisti che supportavano il capitalismo, pur se condannava la società a vivere al di sotto delle capacità sviluppate in quel periodo storico. Anche se si sposò con una ballerina russa, non aveva nessuna simpatia per il comunismo ed utilizzava espressioni di scherno e toni dispregiativi per “la cooperazione forzata” nell’Unione Sovietica.

Nonostante pervenne a conclusioni simili a quelle di Marx sulla crisi, egli ignorò tale evidenza.

Per Marx, dice Parretti, il socialismo diventa opportuno quando il capitalismo sottrae risorse al consumo dei lavoratori, non per migliorare l’efficienza del sistema e il tenore di vita di tutti, ma per sprecarle. In queste ultime circostanze il capitalismo è arbitrario, è insopportabile.

Durante la grande crisi, Keynes comprese che i milioni di disoccupati, che si registravano nei paesi capitalisticamente più avanzati, rappresentavano uno spreco inaccettabile, un prezzo troppo elevato per una società che era più ricca o che produceva di più, rispetto al periodo che ha preceduto il primo conflitto mondiale.

A dire il vero, Keynes – asserisce Parretti – utilizza un linguaggio “marginalista neoclassico”, per evidenziare che all’aumentare della produttività, anche se aumenta la “produttività marginale” del capitale, nel contempo, diminuisce la sua “efficienza marginale”, cioè il suo rendimento monetario.

Keynes rilevò circa un secolo fa – continua Parretti – che una cosa è “produrre” nuovi investimenti, un’altra è “venderli”.

Quindi il rendimento monetario dei nuovi investimenti, intesi come mezzi di produzione aggiuntivi, tenderebbe a zero, quando una tale “offerta” non trova la corrispondente “domanda”. I nuovi investimenti aggiuntivi “sarebbero necessari soltanto se i consumi, merci finali, crescessero allo stesso ritmo” (4), altrimenti, si crea una situazione di stallo, quando la variazione dei consumi aggiuntivi sia inferiore a quella degli investimenti aggiuntivi, il che implica, nell’analisi keynesiana, che propensione marginale al risparmio > propensione marginale al consumo.

Queste ultime due variabili diventano significative, quando si riferiscono all’intera società, piuttosto che al singolo individuo o alla singola famiglia.

In seguito alla prolungata depressione degli anni '30, nei paesi più industrializzati, Keynes ebbe modo di mettere a nudo il pensiero che incarnava la teoria economica liberista, sostenendo che il mercato non si autoregolava da solo e che soprattutto non era il regno dell’armonia.

Infatti, il brillante matematico di Cambridge, insieme al suo gruppo di ricerca, formato prevalentemente da giovani economisti, riuscirono a formulare una teoria in grado di affrontare la logica paradossale della crisi di sovrapproduzione, dando vita alle premesse per edificare lo Stato sociale.

Uno stralcio del suo pensiero che smuove le acque: ci sono i mattoni, la calce, la sabbia, il legno (le risorse), ci sono disoccupati (muratori, manovali, carpentieri, eccetera), ci sono le macchine e le attrezzature, mancano le case per molti cittadini, in quanto vivono nelle baracche, allora se non intervengono i privati, con i loro capitali monetari inutilizzati, deve intervenire lo Stato e con la spesa pubblica finanzia la costruzione di case popolari, per coloro che non possono permettersi l’acquisto di una casa in muratura e con i comfort minimi.

Nei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale, le politiche di pieno impiego persuasero la classe borghese ad accettare l’idea che il lavoro potesse sottrarsi alla condizione di merce sovrabbondante e che i salari non fossero commisurati ai livelli di sussistenza, come ai tempi di Marx e nella prima metà del XX secolo.

Alla luce di quest’ultimo cambiamento, Parretti individua un passaggio cruciale: “La contrattazione collettiva del salario permise che una parte degli aumenti della produttività tecnologica (“prezzo/costo”) determinasse maggiori salari e servizi gratuiti da parte dello Stato (scuola, sanità, ecc.) e quindi aumentasse il tenore di vita dei lavoratori”. (5)

Man mano che miglioravano le condizioni di vita della classe lavoratrice, in quanto essa riusciva a soddisfare una serie di bisogni “improcrastinabili”, diminuiva la propensione marginale al consumo e di conseguenza gli effetti moltiplicativi della spesa pubblica iniziarono a subire rallentamenti e cadute.

A metà degli anni '70, quando riemerse il problema della disoccupazione, poiché lo Stato non riusciva a creare nuovi posti di lavoro nel settore pubblico, che potessero compensare la perdita di quelli che si verificavano nel settore privato, per via degli aumenti di produttività legati all’innovazione tecnologica, lo squilibrio tra pmac < pmar divenne consistente, cosicché le politiche keynesiane vennero messe sotto accusa e le teorie economiche neoliberiste ed ordoliberiste, che non erano morte, presero di nuovo piede.

Molti saggi sono stati scritti sulla “crisi dello Stato sociale”, quello di Parretti evidenzia un approccio che, a mio avviso, è interessante.

Egli sostiene che anche in una situazione come quella descritta qui sopra, è possibile fare nuovi investimenti, purché siano improduttivi. Quindi le imprese “non investono in mezzi di produzione aggiuntivi, poiché inutili, ma in attività che facciano aumentare la propria quota di mercato a danno dei diretti concorrenti”. (6)

L’aumento del capitale improduttivo, spiega Parretti, avviene a danno di quello produttivo, il quale continua a diminuire, a sua volta, per via degli aumenti della produttività tecnologica, espressa dal rapporto tra prezzo e costi diretti, così come il lavoro improduttivo sostituisce quello produttivo.

C’è un altro aspetto dirimente, che cattura l’attenzione quando si parla del come misurare la produttività del lavoro; infatti se nel rapporto tra prodotto netto e totale ore lavorate, si tiene conto anche delle spese improduttive, intese come costi fissi, negli ultimi trent’anni – afferma Parretti – la produttività del lavoro risulta stazionaria, se non calante, mentre se al denominatore del rapporto, teniamo conto solo delle ore del lavoro produttivo, allora l’indicatore è ampiamente aumentato.

Dunque le ore di lavoro improduttivo sono funzionali alle imprese, per mantenere o espandere la propria quota di mercato, ma esse non vengono utilizzate per produrre merci. Senza queste ore di lavoro improduttivo, le aziende sarebbero travolte dalla concorrenza, quindi sono costrette a sostenere questi “costi intermedi”, i quali decurtano il prodotto netto e fanno aumentare il valore delle imprese nei mercati finanziari.

Insomma, per chiudere quest’articolo con Parretti, più che a capitalisti, ci troviamo di fronte a dei veri e propri prestigiatori: le spese improduttive corrispondono a profitti nascosti reinvestiti, che non risultano nei libri contabili come capitale reale; capitale, quindi, che non è possibile tassare, ma che appare solo nella vendita di quote o azioni dell’impresa a un valore molto più grande del capitale sociale contabile, che esse rappresentano nello stato patrimoniale. (7)

Note

1) Nel mese di luglio e settembre del 2024, a Mirafiori, gli impianti hanno funzionato solo per 5 giorni.

2) Mauro Parretti, Le metamorfosi del capitalismo, formazione online.

3) Idem p.6.

4) Idem p. 11.

5) Idem p. 34.

6) Idem p. 35.

7) Idem p. 36.

Fonte

Migliaia in piazza per la Palestina, stop al genocidio, Israele è un pericolo per tutti

Almeno 25mila persone (10mila per la Questura, 30mila per alcuni giornali) sono scese in piazza a Roma provenienti da molte città italiane per riaffermare con forza lo stop al genocidio dei palestinesi, la denuncia del ruolo guerrafondaio di Israele non solo in Medio Oriente e l’urgenza di mettere fine ad ogni complicità del governo e delle istituzioni italiane con la macchina di guerra e propaganda israeliana.

Un lunghissimo corteo si è snodato da Piazza Vittorio fino a Porta San Paolo. Come noto la manifestazione del 30 novembre a Roma ha avuto un percorso non semplicissimo per le divergenze emerse in questi mesi tra le varie anime del movimento di solidarietà con la Palestina e all’interno stesso delle associazioni palestinesi della diaspora in Italia.

Clicca qui per vedere un video della manifestazione.

Per settimane si era addirittura rischiato di avere due cortei diversi. Alla fine si è riusciti a convergere su un unico corteo che, alla luce di quanto visto in piazza, alla fine è diventato un corteo più unificato che unitario. Ma con grande maturità sono stati superati i problemi emersi in queste settimane ed eventuali contrapposizioni in piazza. Questo ha consentito una grande partecipazione che è stata una vittoria per tutti.

Contemporaneamente al corteo di Roma ce n’è stato un altro “gemellato” a Milano con almeno tremila persone che hanno sfilato da Piazzale Loreto al Parco Martesana.

Il percorso avviato con l’assemblea nazionale del 9 novembre e passato per la manifestazione di ieri intende proseguire il lavoro iniziato, provando a fare quel salto di qualità nella mobilitazione sulla Palestina attraverso il confronto in una prima riunione nazionale questa mattina a Roma. Nei prossimi giorni ne vedremo gli sviluppi così come valutazioni più approfondite sulla manifestazione di ieri. Un altro passo avanti è stato fatto.

Fonte e foto delle manifestazioni di Roma e Milano.