Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/07/2018

Lodi


I discount mettono all’asta l’agricoltura italiana

L’uccisione di Soumaila Sacko sembra aver risvegliato qualche curiosità nel giornalismo italiano su come funziona davvero la filiera che porta il cibo dai luoghi di produzione fino alle nostre tavole. E quindi appaiono, alcune volte, reportage che scoprono ciò che sindacalisti e attivisti spiegano da anni.

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L’offerta è di quelle irrinunciabili: una bottiglia di passata di pomodoro a 39 centesimi di euro, un litro di latte a 59 centesimi, un barattolo da 370 grammi di confettura extragusti a 79 centesimi, un pacco di pasta trafilata al bronzo a 49 centesimi. Diffuso a tappeto nelle cassette delle lettere e su internet, il volantino promuove i saldi sul cibo per attrarre una clientela sempre più vasta. A firmarlo è il gruppo Eurospin, quello della “spesa intelligente” e del marchio blu con le stellette, discount italiano con una rete di oltre mille punti vendita in tutta la penisola e vertiginose crescite di fatturato annuali a due cifre.

Facendo un rapido calcolo, è possibile preparare una pasta al pomodoro per quattro persone spendendo quanto un caffè al bar. Ma come fa il gruppo veronese a proporre prezzi così stracciati? Dietro le offerte al consumatore, c’è un meccanismo perverso che finisce per schiacciare intere filiere e che ha conseguenze sulle dinamiche di produzione e sui rapporti di lavoro nelle campagne: l’asta elettronica al doppio ribasso.

Questa pratica commerciale, che somiglia più al gioco d’azzardo che a una transazione tra aziende, è sempre più diffusa nel settore della Grande distribuzione organizzata (Gdo), soprattutto tra i gruppi discount. Fa leva sul grande potere che hanno acquisito negli ultimi anni le insegne dei supermercati, diventate il principale canale degli acquisti alimentari, e sulla frammentazione e lo scarso potere contrattuale degli altri attori della filiera.

Come funziona un’asta online al doppio ribasso

Il meccanismo di base è lo stesso di un’asta: da una parte c’è la Gdo, che deve acquistare la merce, dall’altra le aziende fornitrici che fanno l’offerta. Con un’unica, non trascurabile, variante: vince il prezzo peggiore, non il migliore.

È successo poche settimane fa, quando Eurospin ha chiesto alle aziende del pomodoro di presentare un’offerta di vendita per una partita di 20 milioni di bottiglie di passata da 700 grammi. Una volta raccolte le proposte, ha indetto una seconda gara, usando come base di partenza l’offerta più bassa.

Alcuni si sono ritirati già dopo la prima asta. “Non ci stiamo dentro con i costi”, ha detto con fare sconsolato uno di loro, che ha chiesto di rimanere anonimo. Gli altri sono stati invitati a fare una nuova offerta, sempre al ribasso, su un sito internet. Si sono quindi trovati a dover proporre in pochi minuti ulteriori tagli al prezzo base, in modo da aggiudicarsi la partita.

Alla fine di questa gara online, la commessa è stata vinta da due grandi gruppi per un prezzo pari a 31,5 centesimi per bottiglia di passata. Altre tre aziende hanno invece vinto un’altra commessa per una fornitura di pelati da 400 grammi grazie a un’offerta di 21,5 centesimi per bottiglia.

“Se teniamo conto solo della materia prima, della bottiglia e del tappo, per la passata arriviamo a un costo di 32 centesimi”, dice un industriale del pomodoro, che preferisce non rivelare il nome. “Se poi aggiungi il costo dell’energia e del lavoro, allora ci perdi, e anche tanto”. Eppure, pur di aggiudicarsi la commessa e stare sul mercato, molti sono disposti a lavorare in perdita, sperando poi di rifarsi successivamente risparmiando su altre voci di fatturato, come per esempio il costo della materia prima.

“Il vero caporale”

Nelle campagne della Capitanata, in provincia di Foggia, tutto è ormai pronto per la raccolta. Nelle prossime settimane camion carichi di cassoni cominceranno a fare la spola tra i campi, che già brillano del rosso dei pomodori maturi, e le varie aziende di trasformazione. Ma gli agricoltori sono sempre più sconfortati. “Una volta il pomodoro garantiva ottimi guadagni. Ormai è un prodotto-merce, che si paga sempre meno”, racconta Marco Nicastro, imprenditore agricolo e presidente dell’organizzazione di produttori Mediterraneo. “Quando gli industriali partecipano a queste aste, l’unico modo che hanno per non lavorare in perdita è rifarsi su noi produttori agricoli, pagandoci il meno possibile la materia prima. Altro che sfruttamento nei campi da parte nostra, è la grande distribuzione organizzata il vero caporale!”.

In una specie di effetto a cascata, ogni attore della filiera finisce per rivalersi su quello più debole: le aziende strozzate dalle aste cercano di ottenere il prodotto agricolo a prezzi più bassi e i produttori provano a risparmiare sul costo del lavoro. “Alla fine ci rimettono i lavoratori, perché sono gli ultimi anelli della catena”, denuncia Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai-Cgil. “Non si può pensare di eliminare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e del caporalato se non si interviene su tutta la filiera, perché la Gdo abbassa il prezzo a livelli quasi insostenibili per chi produce. Anche se non può essere una giustificazione, spesso i produttori risparmiano sulla pelle dei lavoratori, violando leggi e contratti”.

Secondo uno studio dell’Associazione industrie beni di consumo, nei gruppi discount la pratica dell’asta incide per circa il 50 per cento delle forniture. Percentuale che si abbassa leggermente nei supermercati tradizionali. Ma la prassi finisce per investire interi settori agroalimentari, che si trovano ostaggio di una politica commerciale basata sul continuo abbassamento dei prezzi. “Il problema di queste aste online”, dice Giovanni De Angelis, direttore dell’Associazione nazionale delle industrie conserviere alimentari vegetali (Anicav), “è che non riguardano solo il gruppo che le lancia e coloro che accettano i prezzi ribassati. Il prezzo con cui si vince l’asta diventa un riferimento per tutte le altre insegne della Gdo”.

Le leggi e i protocolli

Così il pomodoro – simbolo del made in Italy e della dieta mediterranea – si vede sempre più relegato al ruolo di commodity, prodotto civetta dal valore irrisorio e che può essere ottenuto solo riducendo al minimo i costi. “Spesso i nostri associati sono costretti a partecipare a queste gare per vendere il prodotto. Ma si tratta di pratiche che favoriscono fenomeni speculativi, su cui sarebbe giusto intervenire in modo normativo come è stato fatto in altri paesi europei, per esempio in Francia”.

Una legge francese del 2005 ha regolamentato le aste elettroniche fissando limiti così numerosi da renderle non vantaggiose. Nel giugno 2017, anche il governo italiano è intervenuto nella stessa direzione. Il ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha stilato un protocollo per promuovere pratiche commerciali leali lungo l’intera filiera agroalimentare. In particolare, si chiedeva alla Gdo di impegnarsi “a non fare più ricorso alle aste elettroniche inverse al doppio ribasso per l’acquisto di prodotti agricoli e agroalimentari”.

Pur se non vincolante, il documento è stato firmato dal gruppo Conad e da Federdistribuzione, a cui sono associate diverse insegne di supermercati. Eurospin non ha aderito. Ai ripetuti contatti via email e telefonici per avere chiarimenti sia sulla recente asta del pomodoro sia sulla mancata adesione al protocollo, l’azienda veronese ha preferito non rispondere.

Una direttiva contro le pratiche sleali

“Quella delle aste online è una delle pratiche commerciali sleali su cui è necessario intervenire”. Vicepresidente della commissione agricoltura del parlamento europeo, Paolo De Castro è relatore di una proposta di direttiva europea per riequilibrare i rapporti di forza nella filiera agroalimentare e mettere fine allo strapotere delle insegne commerciali. “La grande distribuzione organizzata è nelle mani di pochi gruppi giganteschi, e questo rende molto fragile il potere contrattuale degli altri attori, che subiscono vere e proprie imposizioni da far west”.

La direttiva vuole stabilire degli standard di legge a cui tutti gli stati membri devono adeguarsi, con la possibilità di andare oltre le legislazioni nazionali. “È la prima volta in vent’anni che si legifera su questo punto. Se la direttiva sarà approvata, e contiamo di farlo entro la fine della legislatura, nel 2019, scatteranno dei meccanismi che vieteranno le pratiche più aggressive della Gdo mettendole al bando”.

Dietro le aste online e le altre azioni vessatorie messe in atto dai gruppi della Gdo nei confronti dei fornitori, c’è un’idea di marketing che ha trasformato il cibo in un bene a basso costo, con i supermercati impegnati in promozioni continue per accaparrarsi una clientela interessata solo a spendere meno. Un’idea che ha conseguenze sui produttori, spinti a produrre in quantità sempre maggiori e a costi sempre minori, risparmiando il più possibile sul lavoro dei braccianti.

“Oltre a far soffrire gli operatori agricoli, le aste online, il sottocosto e il 3×2 danneggiano gli stessi consumatori. Siamo sicuri che il prezzo più basso vada veramente a suo beneficio? Per vendere a quei prezzi, alla fine bisogna abbassare i costi di produzione e quindi la qualità”, conclude De Castro.

Il non detto del volantino che propone il sugo a 39 centesimi per “una spesa intelligente” è proprio questo: dietro a quei prezzi, ci potrebbero essere sfruttamento nei campi e riduzione al minimo degli standard qualitativi.

Rettifica. Nella prima versione dell’articolo si citava erroneamente La Doria tra le aziende che si sono aggiudicate la commessa per la passata di pomodoro.

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Oggettiva irreale

di Federica Ruggiero

Per caso ti accorgi di essere in un letto che non è il tuo. Non sapresti dire dove sei, ma se non altro ti solleva constatare di trovarti qui e non per strada, o rannicchiata su un divano, col collo dolorante per il bracciolo esageratamente alto per essere utilizzato come cuscino.

Dalle fessure delle persiane abbassate fasci luminosi – impossibile dedurne l’inclinazione – ti feriscono le palpebre. Attraverso la fitta coltre di capillari, una miriade di colori indistinguibili, che ti piace immaginare come agglomerati di costellazioni, galassie grigie e verdi e rosse. Sembrano semafori epilettici. Potrebbe essere tardo pomeriggio, come potrebbe essere l’alba, che non potresti vedere nemmeno se lo volessi, perché l’unica finestra della stanza affaccia a ovest. Le pupille roteano vorticosamente, palleggiano da un’estremità all’altra come parassiti sotto pelle che zampettano all’impazzata. Riemergi da un sonno deludente e senza sogni, il cervello è intorpidito da sostanze psicotrope di natura imprecisata che hai ingerito per costringere l’organismo a un oblio poco soddisfacente ma quantomeno frastornante. Sulle tempie il sangue pulsa senza sosta, eppure ti senti la pressione bassa e non pensi di avere le forze per tirarti su.

Te ne stai ad occhi chiusi, ma probabilmente sei sveglia. Sei reduce da innumerevoli notti trascorse a girarti e rigirarti nel letto nell’attesa di addormentarti, anche se sapevi bene che non sarebbe servito a nulla e che avresti fatto meglio ad alzarti e a convincerti che l’insonnia non sia un problema, che il dormire è sopravvalutato e che in fondo te ne basta poco per essere ugualmente rilassata e produttiva.

Potrebbe essere l’alba come potrebbe essere tardo pomeriggio, poco prima di sera, quando il sole è calato ma il cielo ne conserva l’alone. Ad occhi chiusi, distrattamente ti chiedi perché non possa essere sempre così. Perché debba tutto finire, e poi ricominciare. Perché il mondo debba per forza riprendere a funzionare, instancabilmente, ogni giorno, e non possa indugiare un po’ di più in questi intermezzi.

Poco dopo il tramonto o poco prima dell’alba c’è soltanto silenzio, e cresce dentro l’impressione di non dover essere lì. Come quando da piccola hai aperto la porta sbagliata e hai sorpreso i tuoi genitori in una litigata furiosa. Ti hanno guardata sconcertati, si sono vergognati della loro ingenua supposizione che dalla tua cameretta non potessi sentire le urla nell’altra stanza. Forse la tua insonnia è iniziata proprio quella volta, quando hai cominciato ad avere il terrore che, mentre dormivi, da qualche parte stesse avvenendo qualcosa di estremamente importante e che tu te lo stessi perdendo e non avresti dovuto permettertelo. Fuori posto, ed è un piacere, hai lo stesso presentimento di dovertene andare via per ristabilire il giusto ordine delle cose, e invece non riesci a distogliere l’attenzione, forse per la mera eccitazione di spiare una scena a cui non dovresti assistere e a cui eppure prendi parte.

Quando aprirà gli occhi tutto questo sarà svanito. Non osi aprire gli occhi, vuoi prolungare ancora per un po’ la piacevole incertezza di non poter stabilire la consistenza di ciò che stai vivendo. Ti crogioli nell’attimo che precede qualcosa che deve succedere, che ancora non succede ma che presto succederà, e si attarda così tanto che potrebbe non succedere affatto. La sospensione di non concludere mai quello che cominci e di lasciarti mille porte aperte perché in fondo scegli di non scegliere ancora per un po’, di trattenerti laddove tutto è ancora possibile e fantastichi su tutte le possibilità che una decisione spazzerà via come crisalidi abortite.

Qualcosa ti preme sullo sterno. Sono le troppe sigarette e il principio di tosse per non esserti ben coperta i giorni passati.

Ma c’è qualcosa di più. Qualcuno di più. Percepisci un refolo, un alito. Un respiro ti riscalda la spalla come se non fossi da sola. Allunghi la mano sulle lenzuola tiepide e stropicciate, e il tatto conferma quel che stai a poco a poco realizzando. Sprazzi fluorescenti ti imbrattano la memoria a quel semplice tocco.

Sei felice che sia lì con te. Per un attimo hai temuto che dopo l’amplesso se ne sarebbe andato a dormire da un’altra parte, lasciandoti da sola in quello stanzino stretto, come un vecchio congegno che ha esaurito la propria utilità. È rimasto lì con te, ti dorme addosso e non sei sicura di essere preparata a questa sensazione inaspettata. Togli lentamente la spalla da sotto il suo mento per non svegliarlo. Vorresti guardarlo, vorresti accarezzarlo. Lui sospira ed emette qualche gemito, continua a dormire ma inconsapevolmente deve aver avvertito la tua presenza e ti stringe a sé.

Quando aprirà gli occhi tutto questo sarà svanito. Se dovessi spiegarlo non ne saresti capace. Quando siete svegli è quasi impossibile questa prossimità e ora che l’hai provata saranno ancora più insopportabili gli sforzi impacciati che stentate per sostenere una distensione fittizia. Forse pensi che sarebbe stato meglio non provare mai nulla di tutto questo. Ti ferirà a morte ogni volta che poserà su di te il suo sguardo acquoso, pieno di un’indifferenza che non è nemmeno vendicativa ma soltanto smorta e insignificante. Quando aprirà gli occhi non sarà rimasto nulla. Strizzi gli occhi per intrappolare tra le ciglia questa intimità irripetibile.

Se esiste un Dio ti prego fa che ti uccida ora, in questo allucinato dormiveglia, tra le sue braccia, col suo respiro addosso. Accenni un sorriso mentre qualche lacrima ti riempie le palpebre, affondi nel petto di quel qualcuno di cui non puoi vedere le sembianze. Premi il viso contro di lui, ma in fondo devi aver intuito che non è chi ti aspettavi che fosse.

“Sei sveglia?”

“No”.

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Il corsivo è del sottoscritto, a evidenziare ciò che mi piace davvero del testo. 

Il ministero dell’odio razziale

Aggressioni e violenze di stampo razzista ormai non si contano più nel nostro paese. A febbraio una tentata strage a Macerata; poi l’assassinio di Idy Diene a Firenze e quello del giovane sindacalista USB Soumaila Sako in Calabria, tanto per citare gli episodi più gravi.

La violenza razziale non sta risparmiando nemmeno i bambini e un bimba Rom è ancora ricoverata in gravi condizioni all’ospedale Bambin Gesù dopo che un cinquantanovenne romano, appena qualche giorno fa, gli ha sparato addosso con un fucile ad aria compressa.

Nella sola giornata di ieri, in Sicilia ed in Campania, si sono verificate due brutali aggressioni razziste a distanza di poche ore l’una dall’altra.

Ma per Salvini il crescente clima di odio e di violenza razziale è “invenzione della sinistra” il quale, poi, non ancora contento, ha aggiunto “Gli italiani hanno finito la pazienza”.

La misura è colma. L’incitamento all’odio razziale è considerato reato penale se messo in atto da un normale cittadino e può essere perseguito ai sensi della legge 25 giugno 1993, n. 205, la cosiddetta “Legge Mancino” che punisce gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali, oltre all’utilizzo di simboli razzisti.

Ma se l’istigazione all’odio razziale promana direttamente da un ministro della Repubblica come la mettiamo? A questo punto ogni tatticismo diventa complicità.

Per quanto tempo ancora i Cinque Stelle pensano di tacere davanti a questo abominio? Fino a che punto dobbiamo ancora arrivare? Cosa aspetta la morente “sinistra” a cogliere questa occasione per prendere un’iniziativa all’altezza della gravità della situazione? Cosa aspettano gli “intellettuali” di questo paese ad invocare un’insurrezione delle coscienze? A quanta violenza razzista dovremo assistere ancora inerti?

Domani potrebbe essere già tardi.

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Saranno “solo sondaggi”, ma intanto Potere al Popolo sale al 2,7%


Sondaggio Lorien di 4 giorni fa. Tutti gli altri invece ci danno intorno al 2%, ma registrano comunque una crescita costante dopo le elezioni. E’ solo una constatazione, che però può aiutare tutta la nostra gente a fare ancora di più, meglio, a crescere come capacità collettive, dimensioni, radicamento sociale.

Fatte le solite premesse (i sondaggi sono solo indicativi, a questi numeri così bassi poi hanno margini di errore enormi, siamo comunque su cifre che non ci soddisfano, e per noi comunque la crescita che ora conta è di militanti, di quadri, di sedi, di attivismo sociale...), mi sembra una cosa bellissima.

Innanzitutto ci conferma che in questi mesi siamo riusciti a fare un MIRACOLO. Dopo il 4 marzo, infatti, non avete idea che spinte c’erano per far finire anche quest’esperienza di Potere al Popolo!, come puntualmente accaduto dal 2008 in poi.

Abbiamo dovuto subire tutti i tic della vecchia sinistra: il catastrofismo, i piagnistei, i rancori, il “bisogna sciogliere tutto”, il “riapriamo il cantiere della sinistra”. Tutte cose viste e straviste, tutti errori già fatti...

Che infatti stanno per esempio portando LeU a fare ancora più schifo di quanto già facessero D’Alema e compagnia bella: il cicaleccio con il PD, nessun orizzonte, nessun collegamento con la società, tanto che pur essendo in Parlamento non fanno niente (questo per quelli che: “è essenziale eleggere sennò siamo morti”. No, se siete morti l’elezione non vi salva affatto!).

Se siamo riusciti a “fare tutt’al contrario”, continuando così la novità della campagna elettorale, è proprio perché non abbiamo dato uno scopo elettorale al nostro metterci insieme, ma uno scopo organizzativo, di costruzione di un soggetto politico che superasse la frammentazione, i collettivi, i gruppi e i partitini esistenti.

Se siamo riusciti non è perché avevamo chissà quali figure mediatiche, sponsor sui giornali e in tv, perché avevamo soldi e contatti (vedi Bonino). Ma perché migliaia di persone in tutta Italia, senza avere niente in cambio, ci hanno messo cuore ed entusiasmo e hanno fatto conoscere Potere al Popolo! nell’unico modo che possiamo: aprendo Case del Popolo, radicandosi nei territori, scendendo nelle strade, lottando sui posti di lavoro, nei picchetti antisfratto.

Se siamo riusciti, è perché abbiamo usato al meglio i social, ottenendo risultati incredibili, facendo sentire una voce diversa, diffuso informazione e riflessione. Perché Viola Carofalo è andata instancabilmente in giro per l’Italia e ha difeso, con la sua intelligenza, nettezza, la sua pulizia, le nostre ragioni in ogni salotto mediatico e territorio nemico.

Pochi mesi fa erano anni che non si trovava traccia, nelle televisioni, nei giornali, nei sondaggi, di qualcosa che fosse più a sinistra di LeU. Eravamo cancellati, scomparsi, agli occhi delle masse, a cui al limite arrivava qualche nostro corteo, presentato male.

Oggi invece ESISTIAMO. In fondo è questa la buona notizia. Esiste qualcosa di piccolo, ancora da costruire, che deve crescere, caratterizzarsi. Ma esiste un soggetto politico sovrano ed è finalmente sulla giusta linea: socializzazione della politica e politicizzazione del sociale. Mettersi al servizio delle masse. Essere utili. Misurarsi in maniera pragmatica con i problemi.

Grazie ancora a chi ci ha votato, grazie a chi ci sta regalando questo sogno, all’incredibile generosità di tutte le compagne e i compagni (sì, noi usiamo questo termine, ed è bellissimo!) e un grande vaffanculo a quel vecchio mondo che ha cercato di uccidere in culla una bellissima creatura.

Non vi consentiremo di toglierci anche il futuro e la speranza, dopo che ci avete lasciato le macerie.

Indietro non si torna! Aderisci a Potere al Popolo!, vieni a conoscerci al Potere al Popolo Camp 2018 – 23/26 Agosto a Marina di Grosseto, iscriviti al gruppo di Potere al popolo!, apri un’assemblea territoriale, prendiamoci quello che ci spetta!

La nostra vita, i nostri valori, i nostri bisogni hanno bisogno di un’altra politica!

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Se l’establishment guida l’opposizione, questo governo può essere eterno...

Il linguaggio è sociale, ma non è mai neutrale. Il fatto che tutti usiamo le stesse parole non vuol dire che queste abbiano lo stesso significato per tutti. E il prevalere sociale di alcune parole su altre segna in genere l’affermarsi di una egemonia politico-culturale, con relativi effetti politici.

E’ evidente che il linguaggio imposto negli ultimi 30 anni dalle élites politico-economico-finanziarie attraverso i media è oggi rifiutato dalla stragrande maggioranza della popolazione. Per il motivo più semplice: sotto il linguaggio politically correct è avvenuta la più grande rapina di reddito, diritti, condizioni di vita e riproduzione che si sia mai vista nel dopoguerra. In parole semplici, sotto il fumo “buonista” – Veltroni, come “tipico lukacsiano” – è sparito l’arrosto che consentiva di vivere decentemente. E se ne sono accorti ormai tutti, come si è capito con le elezioni del 4 marzo in Italia.

La reazione dell’establishment – rappresentato con nettezza dalla grande stampa “democratica” nel senso del Pd – è stata fin qui ridicola, limitata a enfatizzare le plateali idiozie di un “nuovo ceto politico” salito dai sottoscala dell’arrivismo. Come se fosse possibile – per questa via – velocizzare la crisi della maggioranza grillin-leghista o, addirittura, “far comprendere al popolo” quanto si sia sbagliato a votare quella gente.

Basta ascoltare Salvini o Di Maio per capire che questo tipo di “critica” sortisce l’effetto opposto, rafforzando la sensazione “tra la gente” che questi miracolati dal successo siano davvero qualcosa di nuovo, o addirittura “rivoluzionario”.

Una disamina puntuale, quasi scientifica, di questo atteggiamento altezzoso dell’establishment sconfitto è stata prodotta da Carlo Galli. Uno che se ne intende, docente nell’ateneo bolognese, tra i fondatori della rivista Filosofia politica ed ex parlamentare con Pd, Sinistra Italiana e poi nel bersaniano Articolo 1. Uno che li ha studiati e frequentati, insomma, abbastanza da non nutrire più speranze.

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Strategie

Dopo la sconfitta del 4 marzo le élites politiche, economiche e mediatiche hanno reagito in modo diversificato. L’analisi del Pd è racchiusa nelle due affermazioni di Renzi: «la ruota gira» e «pop corn per tutti», che – per non ricorrere a giudizi impegnativi come quelli di nichilismo, cinismo, vuoto intellettuale – è quantomeno da definire una manifestazione di irresponsabile perdita di contatto con la realtà e di fatalistica attesa degli errori altrui.

La risposta delle élites tecnocratiche ed economiche della Ue, poi, è di alternare lusinghe e minacce, offrire 6.000 euro per ogni immigrato accolto, e minacciare con lo spread se ci saranno troppi sforamenti dei parametri dell’euro.

Le élites finanziario-mediatiche, un tempo portatrici del consenso mainstream, proseguono da parte loro la lotta con i loro tipici mezzi politici indiretti, nella speranza di delegittimare i vincitori e il popolo che li ha votati, in vista di riconquistare il potere grazie ai fallimenti del governo. Gli strumenti di questa lotta sono linguistico-culturali e vanno dal suscitare e coltivare la pubblica emotività sul tema dei migranti ad alcuni usi linguistici che i media mainstream non hanno inventato ma che rilanciano ossessivamente.

A parte l’accusa di “fascismo” agli avversari, elettori ed eletti, che pare eccessiva e fuori bersaglio se allude a una dittatura, a un “regime”, e che pertanto viene a significare poco più che una generica “malvagità” del popolo e delle élites vittoriose, fra le parole più frequenti ci sono i termini “sovranismo”, “populismo”, “nazionalismo”, “razzismo”. Si tratta di armi di battaglia, di macchine per la guerra linguistica, per lo scontro tra propagande: dalla parte opposta si mettono in campo infatti termini come “onestà” e “sicurezza”, generici e ambigui, e non meno mobilitanti e polemici; ma almeno capaci di vincere le elezioni, benché non altrettanto efficienti nella guerra linguistica. E quelle elezioni sono state vinte dai partiti che, se non altro, hanno riconosciuto il pesantissimo disagio sociale in cui il Paese versa, e che il Pd ha invece sostanzialmente negato dando l’impressione di voler lasciare tutto com’è, o in ogni caso di non avere né le idee né l’intenzione di cambiare le cose.

C’è anche, va detto, la posizione oltranzista di chi non vuole «seguire i populisti sul loro terreno», e non solo rifiuta radicalmente le loro ricette ma non vuole ascoltare il grido di dolore che attraverso il populismo si esprime, e affida non alla propaganda ma alla dura lezione delle cose, alle rappresaglie della realtà economica e dei suoi “spontanei” meccanismi, la vittoria dell’ordine politico e sociale che le elezioni di marzo hanno rovesciato. Ma è una posizione difficile da tenere. In ogni caso a essa, prudentemente, si aggiunge la propaganda, la retorica.

La logica di questa retorica – che definiremo la retorica dello scandalo, dello sdegno permanente – consiste nell’imporre un terreno di gioco su cui combattere lo scontro politico fra le élites mainstream e il popolo, mettendo quest’ultimo, fin dall’inizio della partita, dalla parte del torto. La strategia è discriminare culturalmente e moralmente chi si è ribellato alle conseguenze degli errori di quelle stesse élites; ovvero chi in una crisi catastrofica ha cercato protezione, e naturalmente non l’ha chiesta ai vecchi governanti, che le protezioni avevano tolto di mezzo. Insomma, la strategia di rimettere al loro posto i perdenti che hanno osato protestare, e di rovesciare il mondo rovesciato dalla ribellione delle masse.

Tutti i termini in questione hanno infatti intento accusatorio e implicita intenzione punitiva: sovranismo significa tribalismo incivile; populismo significa ragionare con la pancia e con il rancore; nazionalismo significa xenofobia e provincialismo egoista; razzismo, infine, è il male assoluto, la sistematica e ignorante violenza verso i deboli e i diversi. L’accusa, ovvia, è che tutto ciò – questi atteggiamenti, questa cultura diffusa – mette a rischio la democrazia, tutelata invece dal “politicamente corretto” liberal. Al quale si deve ritornare, riconducendovi i riottosi concittadini, bisognosi di rieducazione dopo essere stati sottratti ai cattivi maestri, ai pifferai magici che hanno vinto le elezioni.

Al contrario, sembra chiaro che è una follia tanto pensare di recuperare consenso per questa via, quanto presentare queste come “analisi politiche” che consentano di comprendere che cosa è successo. Se il governo giallo-verde è il fascismo (e non lo credo), sarebbe come fare dell’antifascismo criticando questo o quell’atteggiamento o provvedimento di Mussolini, e lanciando invettive contro la dittatura, invece di seguire la via genealogica, storico-concettuale e storico-economica, di Gramsci.

Ma è difficile credere che gli opinionisti mainstream non vadano oltre la constatazione che in marzo hanno vinto il rancore, la rabbia e la paura, e non riescano a chiedersi che cosa mai – quali eventi, quali processi, quali strutture – abbia prodotto nelle masse questi riprovevoli stati d’animo, queste biasimevoli passioni (ad esempio, quale precedente disastro nella rappresentanza politica abbia generato l’odio e il disprezzo degli italiani verso il parlamento, e sia quindi all’origine anche delle disinvolte proiezioni post-parlamentari di alcuni esponenti di un partito di governo). Fintanto che la retorica dello scandalo non lascia il posto all’analisi, è folle sperare che le posizioni che si reputano biasimevoli perdano terreno. E quindi è forse possibile ipotizzare che se quella retorica non è follia sia piuttosto una dissimulazione, un gioco a parlare d’altro, per non ammettere colpe ed errori enormi, nella speranza che alla retorica della delegittimazione preventiva dell’incubo giallo-verde segua una reale catastrofe della sua azione, e che tutto torni come prima, cioè alle vecchie egemonie.

Errore

L’errore è naturalmente avere sposato (non solo subito, ma accettato e glorificato) il paradigma neoliberista, e poi quello ordoliberista sotteso all’euro; paradigmi diversi che prevedono entrambi la deflazione, la disuguaglianza sociale, la subalternità e la flessibilità del lavoro dipendente, che in tempi di crisi diventano – in assenza di “argini” politici e giuridici – precarietà e insicurezza esistenziale di massa. Il paradigma, insomma, che nega la dignità del lavoro e il ruolo egemone della politica e a questa affida il compito di garantire il mercato (ed eventualmente di aiutare i perdenti, o di punirli se troppo devianti e rumorosi), mai ipotizzando che il governo delle cose del mondo possa risiedere altrove che nelle potenze economiche – ad esempio, in una democrazia in cui i lavoratori (il lavoro dipendente, di diritto e di fatto, e non una generica “comunità nazionale”) abbiano una posizione politica conflittuale e quindi tendenzialmente paritaria, e non subalterna, rispetto alle potenze dell’economia –. Insomma l’errore non è che ci sia stata una crisi – gli economisti mainstream sanno bene che il capitale funziona appunto così – ma che il paradigma economico preveda che dalle crisi si esca aiutando strutturalmente il capitale e solo episodicamente e marginalmente i lavoratori, che in ogni caso devono essere disponibili ad assecondare ogni richiesta del capitale in temporanea difficoltà. L’errore è che non si sia immaginato che ci sarebbero state reazioni politiche a tutto ciò; di non aver pensato che la politica possa guidare un’uscita dalla crisi, con una soluzione che non consista di salvataggi per gli uni e di eliminazione dei diritti per gli altri (le “riforme coraggiose” a danno dei deboli) ma di “riforme di struttura” (come si diceva ai tempi sovversivi del primo centrosinistra, e come si potrebbe cercare di dire anche oggi, mutatis mutandis: in fondo, la questione è la stessa, cioè allineare capitalismo e democrazia, naturalmente divergenti).

Avere trascurato la politica, e avere ignorato che questa avrebbe potuto vendicarsi: questo è stato l’errore strutturale, che alle élites è costato il potere politico, ma che non viene ammesso. Se ci volessimo servire dell’antica dottrina cattolica, potremmo dire che la mancata ammissione (confessio oris) nasce dal mancato pentimento (contritio cordis) e dà a sua volta origine al mancato ravvedimento operoso (satisfactio operis). Insomma, pervicaci e impenitenti, le élites politiche del neoliberismo e dell’ordoliberalismo sono in peccato mortale, e ne pagano il fio. Ovvero, sono finite all’opposizione e paiono doverci rimanere a lungo.

Ma, come si diceva, credono di potere uscire in breve dall’inferno della perdita del potere aspettando che agli italiani “passi” il rancore, oppure che questo si sposti verso gli attuali governanti, dei quali si attende la rapida scomparsa di scena per impresentabilità e inefficienza. E nell’attesa combattono la guerra linguistica.

Battaglie

Una guerra le cui battaglie sono già state enumerate, ma che vanno studiate un po’ più da vicino, per vedere, in ciascuna di esse, come vengano costruiti i fronti del Bene e del Male, e come ai due fronti si possa contrapporre una “verità”; che non vuole essere un assunto dogmatico ma il suggerimento di uno sguardo realistico. Per una possibile politica oltre la propaganda.

Sovranismo, dunque. Ovvero l’aggressivo particolarismo che sarebbe la presunta radice politica dei nostri mali. Il cui opposto positivo sarebbe invece l’universalismo collaborativo, declinato in globalismo o in europeismo secondo i casi (in realtà, si tratta di due prospettive che possono anche essere opposte). Una contrapposizione costruita per non parlare di sovranità, ovvero della pretesa di un soggetto politico, i cittadini nel loro complesso, che lo Stato che li rappresenta persegua gli interessi nazionali e protegga i cittadini stessi. Una pretesa che di per sé non ha nulla di reazionario e che è insita nell’essenza della politica: protego ergo obligo è il cogito dello Stato, la sua ragion d’essere, la sua mission. Una pretesa che può essere anche democratica, come appare dalla nostra Costituzione che collega il popolo alla sovranità e non ai mercati o ai trattati dell’euro. Una pretesa, del resto, avanzata e praticata, secondo le proprie forze, da tutti gli Stati europei, nessuno escluso. Lo Stato sovrano è un anacronismo? Pare di sì: la sinistra globalista lo minimizza, quella moltitudinaria lo deride (i risultati si vedono). Forse invece potrebbe essere una leva, o meglio un punto d’appoggio, transitorio ma obbligato, per rispondere alla sistemica insicurezza alla quale i cittadini sono esposti e sacrificati, e che non tutti trovano eccitante e ricca di opportunità – un dato che chi fa politica dovrebbe conoscere –.

Populismo, poi. È con ogni evidenza il nome che le élites mainstream danno a ciò che dice e fa il popolo quando hanno perso il contatto con esso. È come se dicessero: «se non ci obbedisci, sei plebe; se hai perso la fiducia in noi, ragioni con la pancia». L’opposto positivo è invece la “ragionevolezza”, il dare ragione alle élites, alle loro narrazioni. La verità è che il populismo con le sue semplificazioni è un segnale della crisi politica terminale di un intero ciclo politico-economico, quello democratico-keynesiano, crollato dapprima economicamente sotto i colpi del neoliberismo e, trent’anni dopo, anche culturalmente e ideologicamente. Una crisi di legittimità che si tratterebbe di decifrare nelle sue cause e non di deridere nei suoi effetti. Certo, impostare la politica sull’onestà e sulla lotta ai vitalizi, o sull’ossessione anti-migranti, è riduttivo e fuorviante, ma non perché è una mossa populista, quanto piuttosto perché non è per nulla radicale. Come altrettanto poco radicale è stracciarsi le vesti ad ogni uscita pubblica scorretta di questo o di quel governante, senza mai andare oltre la predica moral-superficiale; senza mai capire a quali problemi quel governante sta comunque rispondendo.

Nazionalismo, inoltre. Ossia il ritorno di culture politiche improntate all’atavismo e all’aggressività xenofoba, viste come un regresso a quelle condizioni che hanno portato l’Europa a suicidarsi con due guerre mondiali. E quindi il nazionalismo è appunto ciò contro cui si è costituita l’Europa del dopoguerra. È il nemico. Il suo opposto positivo è invece l’apertura reciproca delle culture e delle istituzioni, l’interculturalità, il federalismo o addirittura la sovranità degli Stati Uniti d’Europa, che solo una inspiegabile e irragionevole resistenza nazionalistica non lascerebbe realizzare. La verità è che tutti in Europa perseguono interessi statal-nazionali, e che tuttavia di nazionalismo e di nazione (differenti e opposti, come da tempo sappiamo) oggi in Italia e altrove c’è poca o nessuna traccia (piaccia o dispiaccia; ovvero, che ciò sia detto in negativo o in positivo). Non c’è alcuna visibile richiesta, da parte della società, di identità, di comunità di destino, di tradizione, e neppure la cultura va in questa direzione: con una certa pigrizia intellettuale si scambia per nazionalismo (cioè le si dà un nome vecchio) la richiesta sociale di una protezione che si manifesti efficacemente dentro il livello storico e istituzionale esistente, cioè dentro il perimetro degli Stati nazionali. Certo, questi nacquero anche attraverso il mito della nazione, allora progressivo. Ma di questo mito identitario oggi non c’è neppure la caricatura, se non ai campionati di calcio: da tempo l’individualismo e il familismo hanno colpito a fondo, e modelli culturali internazionali si sono affermati irresistibilmente ormai da decenni. L’esigenza di condurre una vita in dimensione storica, sottratta all’eterno presente dell’universale raccolta di merci neoliberista, non sembra essersi ancora radicata nelle masse.

Razzismo, infine, è il nome dato all’insicurezza ostile dei poveri e degli incolti. Che si sentono minacciati non da un generico “diverso” ma da un concreto ingresso, al tempo stesso pubblico e clandestino, di persone fin troppo simili a loro. E i penultimi si specchiano negli ultimi, li temono e li esorcizzano, perché vi vedono certo persone bisognose di aiuto ma capiscono anche che non possono essere aiutati a spese loro, delle fasce più fragili, che dai migranti si sentono minacciati anche dal punto di vista economico. Né a spese esclusive di quel fragile vaso di coccio che è l’Italia nel consesso europeo, inchiodata da patti leonini, sottoscritti dalla destra e rinnovati dai governi seguenti, che hanno cercato di fare del nostro Paese il campo profughi del continente in cambio di altri benefici macroeconomici. Tanto più che gli altri Paesi d’Europa non smaniano certo per ricevere migranti, per sostituirsi all’Italia. Come che sia, l’opposto positivo è in questo caso il cosmopolitismo contrapposto alla chiusura egoistica, la pietà contrapposta alla spietatezza, oppure, da un punto di vista moral-politico, l’appello alla fraternità, il terzo trascurato della triade rivoluzionaria; ma si avanzano anche esortazioni ad apprezzare l’utile economico che dai migranti deriverebbe in termini di Pil e di pagamento delle pensioni agli italiani, come se i migranti trovassero facilmente, in Italia, lavoro stabile, legale e non servile, e come se in futuro le loro pensioni non dovessero essere pagate. La verità è che l’insofferenza, in sé deplorevole, verso i migranti nasce dalla sofferenza e dalla insicurezza reali dei cittadini, che nessuna promessa europea, sempre disattesa, o nessun sermone o catechismo riuscirà, da solo, a esorcizzare. Solo la politica ci riuscirà, se sarà una politica efficace e concreta.

Politica e parole

La guerra delle parole è al tempo stesso un’arma, un diversivo, e un andar fuori bersaglio. Se la sinistra moderata europeista e quella radicale globalista e moltitudinaria non capiscono ciò, non hanno speranza. Vanno lasciate alle loro battaglie minoritarie, poiché hanno evidentemente rinunciato all’analisi politica realistica.

Certo, le parole e la propaganda sono anch’esse parte della politica. Ma le parole fanno politica quando indicano a questa una direzione, un obiettivo: non quando sono il punzecchiamento più o meno sdegnato, sempre e solo “reattivo”, rispetto alle parole e alla politica altrui. Se è così, il far guerra con le parole significa ripiegare, non saper fare nulla di politico, essere subalterni alle politiche e alla propaganda altrui.

Chi vuole cambiare qualcosa, posto che sia possibile, non deve schierarsi dalla parte di una propaganda o di un’altra. Al primo posto non viene la parola della propaganda, ma la parola dell’analisi e della critica: a questa può seguire l’azione, accompagnata, a questo punto, dalla parola di una propaganda non parassitaria ma autonoma ed egemonica. L’opposizione, se vorrà esistere, dovrà analizzare, criticare e parlare in proprio. Anziché forgiare una lingua di guerra all’interno della guerra delle lingue, deve costruirsi una lingua di verità, di realismo, di radicalismo non parolaio, di radicamento sociale, che spiazzi e trascenda il discorso politico corrente.

«Politica» implica insomma che con le parole si afferrino le cose, le strutture, i processi, i soggetti. La politica è l’attività di chi non si limita a opporre propaganda a propaganda ma di chi si chiede come si possa «mettere la mani negli ingranaggi della storia», col pensiero e con l’azione, senza limitarsi ad aspettare gli errori altrui – del resto, se il quadro politico-economico si sfascia, chi ne trarrà vantaggio difficilmente saranno i vinti di oggi –.

Per chiudere, un esempio. Si sta diffondendo l’idea che nel discorso pubblico di “sinistra” si debbano recuperare la nazione, e lo Stato nazionale, perché è su questi concetti, o temi, che si è stati sconfitti il 4 marzo (come ho detto, credo che ciò sia non esatto, e che la sconfitta si sia consumata sulla protezione e non sulla tradizione, sulla sicurezza e non sulla patria). Ecco allora le proposte di “nazionalglobalismo”, di “patriottismo europeo”, di “federazione sovrana di Stati sovrani”.

L’obiettivo è di non lasciare la nazione ai nazionalisti, lo Stato agli statalisti, la sovranità ai sovranisti, l’Europa agli europeisti. E fin qui va bene: si tratta di smarcarsi dalla polemica quotidiana, di guardare oltre, di tentare di imporre un altro terreno di gioco. Ma pur dovendosi apprezzare la direzione nuova che si cerca di intraprendere, resta da sottolineare che in alcuni casi si tratta di concetti di cui la storia (ad esempio, la guerra civile statunitense) ha dimostrato la non praticabilità, o in altri casi di provocazioni intellettuali che in quanto tali non sanno indicare alcuna tappa intermedia tra il presente e il futuro, tra il problema e la soluzione. Che vogliono costruire miti più che discorsi razionali.

Ma in politica anche la parola mitica per essere capace di mobilitare deve avanzare un progetto realistico e condivisibile, un obiettivo difficile ma raggiungibile attraverso una via che va indicata nella sua concreta materialità. E a maggior ragione questo è l’obiettivo della parola razionale.

Questi nuovi miti dovranno quindi essere preceduti da analisi critiche, e dovranno essere riformulati dopo che il pensiero critico si sarà misurato con la questione del rapporto fra sovranità nazionale e sovranità europea, nonché del rapporto fra politica ed economia. E ciò non per pedanteria accademica, ma per realismo, per efficacia tanto critica quanto propagandistica. In caso contrario si resterà ancora una volta in superficie. Detto altrimenti, questi nuovi “miti” non avranno la forza di smuovere alcunché, e meno che mai i popoli, fintanto che attraverso di essi non verrà veicolata un’idea credibile di sicurezza sociale e di reale integrità della persona, finalmente sottratta al suo presente destino di essere in balia di potenze economiche incontrollate, di processi che li trascendono. Fintanto che del mito politico non farà parte anche la consapevolezza che «finanza è una parola da schiavi».

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Una questione di classe: perché la flat tax conviene al capitale

La flat tax proposta dal Governo di Lega e Cinque Stelle viene presentata come una grande riforma fiscale che sarà di beneficio a tutti i ceti sociali, compresi quelli meno abbienti. Essa, in realtà, non farebbe altro che privilegiare una categoria assai ristretta di redditi elevati incrementando quel processo di erosione della progressività delle imposte già in atto da tre decenni. A ben vedere, la flat tax è il tentativo di un pezzo di classe dominante oggi in declino di rientrare sul carro dei vincitori del neoliberismo, a discapito solo ed unicamente dei lavoratori, sia in termine di maggiore peso fiscale sostenuto che in termini di minor welfare che sarà determinato dalla riduzione delle entrate. In questo articolo cerchiamo di smascherare la retorica del governo giallo-verde sull’argomento.

Flat tax: chi ci guadagna?

La proposta del governo si articola come segue: per quanto riguarda i redditi delle persone fisiche, si passerebbe ad un sistema a due aliquote, al 15% e al 20%. La soglia di reddito che andrebbe a separare i due scaglioni dovrebbe essere fissata a 80.000 euro. Un’aliquota massima al 20% significa naturalmente un risparmio enorme di imposta per tutti i soggetti più benestanti o ricchi che attualmente pagano aliquote marginali fino al 43%. Risparmio tanto più intenso quanto più il reddito del contribuente è elevato.

Semplici calcoli hanno dimostrato che l’impatto della flat tax, anche nella versione a due aliquote del programma di governo, ridurrebbe fortemente le imposte sui redditi più elevati, con un effetto fortemente regressivo. A conti fatti un reddito di 30.000 euro annui finirebbe per pagare maggiori imposte, un reddito di 50.000 euro avrebbe un guadagno esiguo (1%), un reddito di 80.000 euro un guadagno del 15% e un reddito di 300.000 del 40% e così via, in un crescendo di regressività.

Quali sono, dunque, i redditi che verranno favoriti da una simile riforma? Sicuramente i redditi da capitale, cioè i profitti, delle società di persone. I profitti delle società di capitali, com’è noto, non sono più tassati attraverso la progressività che caratterizza l’Irpef. I profitti delle società di persone (generalmente più “piccole” di quelle di capitali), invece, vengono tassati come redditi personali e, quindi, attraverso la progressività garantita dall’Irpef. La flat tax porterebbe fuori dalla progressività anche quella parte di redditi da capitale (quelli, appunto, delle società di persone) che ancora passava per l’Irpef. Guarda caso, quei redditi da capitale che rappresentano il blocco sociale della Lega. Inoltre, a guadagnarci sarebbero quei pochi redditi da lavoro molto elevati, che eccedono livelli consistenti: redditi dirigenziali, manageriali, da lavoro iper-qualificato o da attività peculiari ben pagate per ragioni contingenti. Non quindi la cosiddetta classe media, costituita da una miriade di lavoratori dipendenti e indipendenti con redditi medi o medio-alti, ma i redditi dei soggetti molto benestanti o ricchi.

Allo stesso tempo, si propone una flat tax per le imprese. È qui che il dibattito si è fatto più confuso e strumentale. Una flat tax di fatto esiste già per le società di capitali che pagano l’Ires al 24%. Per le altre imprese la situazione ad oggi è invece diversa, rientrando il reddito d’impresa delle società di persone nell’Irpef progressiva. Tuttavia un provvedimento del Governo Renzi-Gentiloni aveva già previsto a decorrere dal 2019 una nuova imposta denominata Iri (imposta sul reddito d’impresa), con aliquota unica al 24% che avrebbe in effetti colpito la totalità delle imprese, inclusi imprenditori individuali e lavoratori autonomi per quella quota parte di utile che rimane in capo all’azienda e viene utilizzata per eventuali investimenti, fermo restando che i redditi che affluiscono poi alla persona fisica imprenditore ritirati dal conto aziendale per uso proprio continuerebbero ad essere tassati su base Irpef (ad oggi quindi ancora progressiva).

La proposta del governo in carica, dunque, in questo caso, non fa altro che ricalcare una proposta già in essere, la cui decorrenza era già prevista a partire dal gennaio 2019. Proprio sulla paternità di questa proposta si articolava uno squallido battibecco tra gli economisti leghisti e piddini.

Vediamo quali soggetti sociali andrebbe ad avvantaggiare la flat tax sulle imprese sia nella versione del governo Renzi al 24% che, ancor di più, nella versione Lega-M5stelle al 15%/20%.

La flat tax generalizzata su tutti i redditi di impresa e da lavoro autonomo evidentemente favorisce le imprese più ricche con elevati fatturati e volumi di utili. Di certo non favorisce né la piccola impresa in condizioni reddituali realmente difficoltose, né tanto meno quel mondo multiforme di nuovo precariato che si articola in forme di lavoro autonomo e professionista altamente precarie a reddito basso e discontinuo, spesso, di fatto, per un solo committente, oppure, peggio ancora, in forme di lavoro falso autonomo-professionista palesemente dipendente ma non contrattualizzato e formalmente indipendente.

È, quest’ultimo, un mondo in crescita esponenziale da alcuni anni nel contesto della crisi economica, del tutto privo di copertura sindacale, senza diritti di malattia, ferie o orari di lavoro definiti. Corteggiato da tutti i partiti liberisti che cercano di integrarlo nell’ideologia dell’autoimprenditorialità e dell’arricchimento facile, questo articolato amalgama sociale di nuova precarietà è in realtà oggettivamente subalterno e subisce in modo diverso, ma simile al lavoro dipendente tradizionale, la precarietà del mercato e lo sfruttamento. Un blocco sociale che non ha nulla da guadagnare dal capitalismo neo-liberale e dal liberismo fiscale difeso a spada tratta da tutti i partiti oggi presenti nell’arco parlamentare.

Una flat tax sui redditi indipendenti, quindi, non favorisce in alcun modo questi soggetti. Una parte di essi infatti rientra già oggi nel regime dei minimi (con agevolazioni sull’Irpef) pensato proprio come copertura generica per redditi bassi da lavoro indipendente già gravati da alte aliquote contributive non coperte dai datori di lavoro. Un’altra parte, fuori dal regime dei minimi, ma a reddito comunque medio, rientra invece già in aliquote Irpef che, analogamente a quelle da lavoro dipendente, al netto delle detrazioni, sono simili o più basse di quelle previste dalla Flat Tax.

A guadagnarci sarebbe quindi soltanto la parte privilegiata dei redditi indipendenti facenti capo a strutture imprenditoriali vere e proprie produttrici di volumi di utili consistenti, ovvero i redditi da capitale a tutti gli effetti. L’ennesimo evidente regalo al capitale contro il lavoro in tutte le sue forme.

Ampi segmenti della popolazione (lavoratori dipendenti, precari, formalmente autonomi) si erano affidati alla Lega sperando che essa si sarebbe spesa per migliorare le loro condizioni materiali. È evidente, invece, tramite una semplice analisi di classe, che i soggetti sociali che hanno qualcosa da guadagnare dalla flat tax sono altri: essenzialmente i capitalisti, anche se “piccoli”.

Lo scollamento tra interessi materiali dell’elettorato e rappresentanza parlamentare del resto non è una novità. Non potremmo, altrimenti, spiegare come per quasi trent’anni la stragrande maggioranza degli elettori in Italia, come altrove, si sia affidata a partiti di ispirazione neo-liberale che hanno adottato politiche favorevoli al grande capitale di sistematico smantellamento dei diritti dei subalterni. Ciò che è interessante è che questo palese scollamento continua a pienissimo regime con il cosiddetto governo populista e del cambiamento, che altro non è che un governo elitista che di populista nel senso letterale del termine non ha assolutamente nulla e continua a praticare, in pienissima continuità con i precedenti governi, un’agenda neo-liberale in piena regola, a favore della solita minoranza in radicale contrapposizione agli interessi delle classi popolari.

Non tutti i nemici della flat tax sono nostri amici

Vi è infine un ultimo quesito importante da porsi. Perché alcuni partiti di chiara ispirazione neo-liberale come il PD si oppongono, almeno a parole, alla flat tax sulle persone fisiche, fermo restando che hanno invece difeso e approvato le varie flat tax agevolate sui redditi delle società di capitali e da ultimo sui redditi delle imprese nel loro insieme? Perché Confindustria stessa ha reagito con freddezza alla nuova proposta di flat tax? A che si devono questa improvvisa attenzione per i più poveri e questa decisa avversione per un sistema tributario non progressivo?

La risposta è ancora una volta nell’analisi di classe.

La flat tax sulle persone fisiche privilegia tendenzialmente una classe sociale medio-alta o alta, di percettori di redditi da lavoro molto elevati e in parte di redditi da capitale. Ciò estende i privilegi fiscali accordati al capitale, andando ad aggiungersi all’esistenza di aliquote agevolate sui redditi societari (presente da anni) e sui redditi di impresa nel loro insieme (varata di recente proprio dal PD), ma per questi ultimi, rappresentati politicamente da PD e Confindustria, non c’è nulla da guadagnare

Vi è poi un altro elemento di riflessione importante.

Ad oggi una parte cospicua dei redditi da capitale semplicemente le imposte non le paga. E non solo e non tanto il piccolo imprenditore e professionista proverbialmente evasore, quanto soprattutto, in termini di volumi di evasione, i grandi redditi da capitale specializzati in evasione e ancor più in elusione fiscale, ovvero aggiramento pseudo-legale delle norme fiscali al fine di minimizzare l’onere tributario. A ciò si aggiunge l’enorme massa di capitali che opera in Italia con sede fiscale all’estero.

Per tutti i motivi suddetti, potremmo dire che la flat tax sulle persone fisiche sicuramente incrementa i privilegi dei più ricchi a sfavore dei più poveri, ma non stravolge gli assetti distributivi per una parte consistente di redditi da capitale che già gode di regimi agevolati o di forme di evasione-elusione su larga scala notoriamente tollerate se non favorite dalla legislazione.

Si tratta quindi di una lotta tra redditi bassi e medi contro redditi alti in un ambito rilevante ma comunque limitato che esclude in partenza la componente dei grandi redditi da capitale. Da qui si spiega il sostanziale scetticismo di Confindustria nei confronti della flat tax considerata più un aggravio sui conti pubblici che altro e la contrarietà di partiti come il PD che avanzano ufficialmente argomenti di equità fiscale che tuttavia stridono clamorosamente con tutte le scelte di politica tributaria adottate negli anni a favore degli alti redditi proprio da chi oggi denuncia la salviniana flat tax come ingiusta perché a favore dei più ricchi.

Naturalmente tutto ciò non rappresenta in alcun modo un argomento che possa attenuare la contrarietà assoluta alla flat tax. Semmai la rinforza. La sacrosanta lotta contro la pericolosa riforma tributaria classista del governo in carica deve essere accompagnata da una lotta più generale per un sistema tributario davvero progressivo in tutti i suoi ambiti che riassorba tutti quei redditi da capitale ad oggi trattati da tassazione separata agevolata e allo stesso tempo incrementi e rinforzi drasticamente quella progressività già compromessa da anni di controriforme fiscali a favore del capitale e dei ricchi e contro il lavoro, i poveri e le classi subalterne nel loro insieme.

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