Altro
aspetto puramente politico, proposto dalle paludi dell'avanspettacolo
italiano (nemmeno un Adorno in piena crisi teorica ed esistenziale
avrebbe potuto pensare che Canzonissima, alla lunga, avrebbe generato
così tanti mostri), è la riproposizione di Ruby come soggetto che entra
nella partita delle riforme istituzionali. Che Ruby fosse un soggetto
che politicamente, dal punto di vista del peso che ha sui sondaggi e
quello dei rapporti tra politica e magistratura, può essere devastante
l'hanno capito tutti, anche il Pd. Infatti nessuno, nel centrosinistra,
si è mai azzardato ad incalzare il centrodestra sulla vicenda. Perché se
Thaksin Sinawatra, il Berlusconi del sud-est asiatico, ha dovuto
lasciare ufficialmente la politica in Thailandia sotto il peso degli
scandali, all'originale italiano gli oppositori non devono ricordare
alcun fattore di ineleggibilità pena il turbamento delle consolidate
regole del peraltro instabile mondo politico istituzionale. Ecco quindi
che Ruby si presenta davanti al tribunale di Milano, con un seguito
mediale degno di quello del Mourinho del triplete, per raccontare "la
sua verità". Un po' ad uso del prossimo speciale di "Chi", un po' ad
avvertimento della procura di Milano, un po' come tema di conflitto e di
scambio, visto il peso politico del Rubygate, nel difficile negoziato su
(sic) presidenza della repubblica e futuro della legislatura. Nel
silenzio sovrano del centrosinistra. Si immagini, al contrario, se una
presunta amante di Bersani, minorenne all'epoca dei fatti, si fosse
presentata a fare uno spettacolo del genere di fronte ad un tribunale
della repubblica. Lo si immagini e si deducano due verità: a) il potere
dell'avanspettacolo in politica è in mano sostanzialmente ancora al
centrodestra b) il centrosinistra ha ancora bisogno di Berlusconi da non
attaccarlo su un piano di illegittimità a fare politica ormai
conclamato. Insomma, il Sinawatra italiano ha la fortuna di non
incontrare la civiltà politica thailandese oggigiorno indubbiamente
superiore.
Arriviamo così al terzo
esempio di come la politica istituzionale italiana si sia avvitata nei
processi di legittimazione e delegittimazione da avanspettacolo. Il
chiarissimo professor emerito Valerio Onida, uno studioso la cui fama
una volta tanto non è solo formale, è uno dei dieci saggi nominati
dal Quirinale per facilitare la risoluzione della crisi istituzionale.
Ovvero per commissariare le trattative tra i partiti sul programma. Ma
Onida, in quel ruolo, è stato presto impallinato. Non solo dal normale
fuoco di fila di un dibattito politico che non vuol perdere l'esclusiva
di questo genere di trattative, ma anche da un tipo di avanspettacolo,
quello dello scherzo in diretta, che da diversi lustri ha un grande
seguito di audience. Similmente alla centralinista della reception
dell'ospedale di Londra, che si è suicidata non reggendo l'impatto
psicologico di una finta telefonata della regina Elisabetta per
informazioni sulla salute di Kate Middleton. Valerio Onida si è infatti
suicidato politicamente, affondando così una già traballante commissione
dei saggi, durante una finta telefonata di Margherita Hack. Il suicidio
politico di Valerio Onida, che non si dimetterà, è quello di una classe
dirigente del paese che continua a reiterare i soliti linguaggi e
comportamenti anche quando la società e il mondo mediale sono talmente
cambiati da portarla direttamente su un piano di ridicolo. Ma una
classe dirigente convinta che prima o poi tutto si rimetterà a posto, il
governo potrà operare in senso del mitico rigore europeo con il popolo
quieto e mansueto è destinata a incontrare incidenti ben peggiori di
quello di Onida. Anche perchè le leggi di produzione del ridicolo, nella
società politica dell'avanspettacolo, sono così affilate da produrre
gli stessi effetti politici di una sommossa devastante. Senza contare
che, non a caso, i produttori diretti di ridicolo, i comici, sono merce
talmente pregiata nella comunicazione politica da mettersi a fare
direttamente il soggetto politico con non scarsi risultati.
Una
cosa sembra certa. Quando un paese è avvitato in queste dinamiche
entropiche della comunicazione, non lo governa certo la sola dittatura
dei mercati finanziari. Basta leggere in filigrana, in questo senso, il
disgregarsi dell'esperienza Monti. Per chi necessita di analizzare i
fenomeni politicamente, si intende. Per il resto ci sono gli
interrogativi sulle prossime eventuali primarie, le considerazioni su
quanto è brava la De Filippi a fare casting e quelle sul trucco che
invecchia di Ruby rubacuori. Ma anche qui attenzione: chiedersi se il
trucco di Ruby sia stato suggerito da Signorini, direttore di "Chi" e
restyler dell'immagine popolare profonda della politica della seconda
repubblica, può essere un giudizio sull'analisi del politico più
impegnativo di quanto si pensi. Un colpo al cuore per chi si è formato
sulla polemica tra Schmitt e Kelsen ma l'analisi politica è come
l'oggetto di cui si occupa: spietato, senza regole, apparentemente
arido, costellato da fatti e persone banali ed insignificanti che, messi
assieme, finiscono però per comporre un disegno grandioso o tragico
secondo l'epoca. L'avanspettacolo, come il ridicolo, è infatti segno di
forze profonde che si agitano nella società e che l'analista deve saper fare
emergere. E chi fa il superiore rispetto a questi fenomeni finirà
inevitabilmente avvolto dal banale, senza luce o guida per orientarsi in
questa notte di tenebre secolari.
per Senza Soste, nique la police.
5 aprile 2012
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