Ancora il 15 novembre, la Mogherini (fa
un certo effetto pensare che sia la “lady Pesc” della Ue) dichiarava di
ritenere strategico il progetto di Southstream per la sicurezza
energetica del continente, ed altrettanto aveva detto Renzi qualche
giorno prima. Dopo neppure due settimane, il progetto è saltato: prima è
stata l’Eni a chiamarsi fuori, dopo la stessa Gazprom. Requiem per un
gasdotto. Cosa ha determinato questo collasso?
Ovviamente le sanzioni
per la questione ucraina sono state determinanti, ma non si tratta solo
di questo. In primo luogo c’è da dire che la politica ostruzionistica
degli americani e le loro pressioni sui partner europei erano riusciti a
ritardare l’opera di anni: il 31 marzo scorso avrebbe dovuto iniziare
la posa dei primi tubi, ma non c’erano neppure le più lontane premesse.
Per cui, quando è arrivata la crisi ucraina, è stato più facile bloccare
un progetto che non aveva avuto alcun avvio concreto.
Peraltro perplessità iniziavano a serpeggiare anche in casa moscovita per via di alcuni calcoli più accurati,
per i quali c’era stata una sopravvalutazione della massa di gas che
sarebbe transitata e, contemporaneamente, una sottovalutazione dei costi
dell’opera per circa 68 miliardi di dollari. L’apertura della
prospettiva cinese, con il viaggio di Putin a Pechino, peraltro, aveva
indebolito l’interesse sul versante europeo.
Una forte difesa del progetto da parte
degli alleati europei (italiani e tedeschi in primo luogo, ma anche
piccoli come bulgari e greci, interessati ai diritti di transito del
gasdotto) forse avrebbe potuto rilanciare l’operazione. Ma i tedeschi si sono molto raffreddati (e c’è da capire quanto pesi, in questo, la partita dei capitali russi congelati nelle banche tedesche) e gli italiani pesano poco
e nulla – forse meno dei bulgari –, anche se la Mogherini è “lady Pesc” e
Renzi il presidente di turno (a proposito: mi pare che il “semestre
italiano” stia passando senza alcun segno memorabile).
Poi, c’è stato anche l’opportuno scandalo Nigeria,
che ha messo nei guai Scaroni e Descalzi, provocando anche qualche
frizione fra il secondo ed il presidente del Consiglio, ed anche l’Eni è
scesa a più miti consigli (chi lo dice che gli scandali non servono a
niente?)…
Il colpo di grazia è venuto dalla caduta dei prezzi del petrolio:
se davvero restassero intorno ai 60 dollari per uno o due anni, la
concorrenzialità del gas sarebbe azzerata ed il rientro
dell’investimento si perderebbe nelle brume di un futuro lontanissimo.
Dunque, lasciamo perdere.
Ma questo resterà senza ripercussioni politiche?
Non direi. Con la messa in crisi dell’asse Berlino-Mosca e la fine del
progetto Southstream, la Russia perde gran parte del suo interesse verso
la Ue ed, anzi, vede l’avanzare del progetto dell’area di libero
scambio Usa-Ue come rivolto contro di sé. Per cui diventa molto più
interessante lo scenario del collasso della Ue. E questo rende molto più
comprensibile l’improvvisa simpatia per il Fn di Marine Le Pen e
l’invito a Matteo Salvini. Cioè: appurato che Renzi conta in Europa
quanto il due di coppe quando regna denari, Putin punta le sue carte
sull’opposizione anti renziana in ascesa e Renzi perde uno dei suoi
pochi interlocutori a livello internazionale. E forse ne perde anche un
altro: Israele che constata come il suo protetto non sia in grado di
sbarrare la strada alla strategia petrolifera dei sauditi ed affini.
Renzi è sempre più solo.
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