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di ELEONORA CAPPUCCILLI
In un recente articolo dell’Economist, la rivoluzione tecnologica dell’economia su richiesta è stata definita come il futuro del lavoro.
A San Francisco […] giovani professionisti che lavorano per Google e Facebook possono usare una app sul cellulare per trovare qualcuno che faccia le pulizie nei loro appartamenti per mezzo di Handy o HomeJoy; che faccia loro la spesa e gliela consegni attraverso Instacart; che lavi i loro vestiti con Washio e che spedisca i loro fiori con BloomThat. FancyHands offre loro assistenti personali che prenotano viaggi o contrattano con la loro compagnia telefonica. TaskRabbit manda una persona a scegliere un regalo last-minute e Shyp lo impacchetta e consegna. SpoonRocket porta direttamente a casa un pasto di qualità in 10 minuti.
Nelle grandi metropoli nordamericane il
fenomeno pare essere piuttosto diffuso e in espansione, come esemplifica
lo sviluppo di Handy, impresa di pulizie nata nel 2011 e che impiega
ora ben 5000 lavoratori autonomi «in 29 delle più grandi città degli
Stati Uniti, come pure a Toronto, Vancouver e sei città britanniche».
Il luogo di nascita di queste imprese on-demand lascia immaginare che la geografia sia ancora una variabile importante e che, cosa non nuova, molto spesso lo stipendio può dipendere più dal luogo dove si abita che dal curriculum. Di fatto, queste società costituiscono una sorta di indotto pompato dalle spinte finanziarie dei grandi nodi del capitale globale,
come pure dalle traiettorie della logistica, che portano alla
concentrazione di manager e professionisti in punti del globo ben
determinati.
Il boom dell’economia su richiesta ha tratto slancio dalla tecnologia «ormai onnipresente»
degli smartphone e dall’invenzione di app ideate per soddisfare
qualunque esigenza e fornire qualunque servizio. Chi vende la propria
forza lavoro sono free-lance di ogni genere. Sebbene la dicitura alluda a
professionisti smart, creativi e giovani, imprenditori di sé navigati,
questi free-lance sono molto spesso le lavoratrici domestiche della già
citata Handy, oppure i cuochi e gli sguatteri che permettono a
SpoonRocket di «porta[re] direttamente a casa un pasto di qualità in 10
minuti», o persino gli autisti di Lyft, servizio autovetture. In queste
imprese, la felice onnipresenza e la potenza della tecnologia
degli smartphone si sposano così con il meno felice obbligo di ubiquità
dei free-lance, che forniscono non solo lavoro cognitivo, ma anche manovalanza di ogni genere e soprattutto sempre disponibile.
Questa economia on-demand, costruita su algoritmi del profitto
fatti di codici informatici, potenza di calcolo e forza lavoro
precaria, prospera anche grazie allo sfruttamento di cavilli e
scappatoie che lo rendono sempre meno soggetto alle leggi che regolano il mercato del lavoro statunitense;
così succede ai conducenti di Uber, assunti e pagati come lavoratori a
chiamata ma comandati come dipendenti regolari. Non mancano inserimenti
di clausole creative, raramente contestate a queste società, se non in
pochi casi. Ad esempio, «Handy a un certo punto ha incluso una clausola
nei suoi contratti che scaricava i costi di eventuali risarcimenti sui
clienti, ma ha poi dovuto ritirarla».
L’importanza delle geografie del valore è evidente osservando la vita di Handy e di tutte e altre società su richiesta.
Come nel caso degli addetti alle pulizie che prima che spunti il sole
rendono lustre le superfici dei grattacieli da film in cui si decide il
movimento di enormi masse di denaro, così dietro all’economia on-demand si cela un esercito di lavoratori disposti a vendere il proprio tempo per rendere più comoda e facile la vita di quei professionisti che popolano i piani alti di quegli stessi grattacieli.
La retorica dell’economia su richiesta
sembra però glissare su questo particolare, ovvero sul fatto che senza
stratosferici movimenti di denaro essa non sarebbe possibile. Secondo il
mito delle origini, tutto il merito va all’innovazione: giovani e
brillanti investitori avrebbero generosamente e intelligentemente
occupato il ruolo di oliare gli ingranaggi di un’economia che fa fatica a
funzionare al massimo delle sue potenzialità, dove manca il dialogo
scattante tra domanda e offerta. Ciò che questi potenti manager fanno è semplicemente mettere «tempestivamente in contatto professionisti urbani affamati di tempo con lavoratori affamati di lavoro». Tuttavia, come persino l’Economist è
stato costretto ad ammettere, ciò non sarebbe possibile senza
l’esistenza di enormi diseguaglianze economiche e sociali: ironicamente,
un giornalista della rivista New York aveva assunto attraverso l’agenzia di pulizie HomeJoy («gioia della casa») un lavoratore domestico senzatetto.
Da un lato il bacino degli utenti sembra
essere largamente un bacino di «ricchi»: di fatti i servizi sono
efficienti ma decisamente costosi anche per un lavoratore di classe
medio alta che di certo stenta a pagare un minimo di 200 dollari per una
visita specialistica a domicilio fornita da Medicast nel giro di un
paio d’ore. Dall’altro chi lavora nei vari Uber, TaskRabbit o Instacart
lo fa per motivi molteplici e proviene da fasce sociali diverse. Sono
secondo l’Economist
persone che valorizzano la flessibilità più della sicurezza: gli studenti che vogliono arrotondare; hypster che possono permettersi di entrare e uscire dal mondo del lavoro; giovani madri che vogliono combinare la crescita dei figli con lavori part-time; i quasi pensionati, volontariamente o meno.
Uno dei lati più positivi è la retribuzione.
In un’azienda come Handy la tariffa oraria media è di 18 dollari e il
«20% che lavora di più guadagna 2500 dollari al mese» mentre la quantità
di ore lavorate individualmente varia da 5 a 35 ore settimanali.
Certo è che, se da un lato la flessibilità è un vantaggio netto per molti, la prospettiva di essere free-lance a vita – o forse precari, sebbene spesso ben pagati – può non apparire così «allettante»:
L’economia on-demand difficilmente è un’esperienza positiva per persone che danno un grande valore alla stabilità rispetto alla flessibilità: professionisti di mezza età con bambini da mandare a scuola e mutui da pagare.
Se l’Economist invita, tutto
sommato, a cambiare punto di vista e apprezzare lo sviluppo di un
settore che spinge ad abbandonare le certezze del passato per sfruttare a
pieno le potenzialità di un futuro ormai a portata di smartphone, non
riesce però a trattenersi dall’esprimere qualche dubbio: «una crescente
abbondanza di lavoratori on-demand senza diritti come l’indennità di
malattia o gli straordinari danno ai padroni nelle aziende con maggiori
garanzie un incentivo per abolirli». E questo porterebbe alla nefasta
previsione secondo cui «più questa pressione si diffonde, più si diffonderanno le proteste contro il “capitalismo della piattaforma”». Non vale la pena però di bocciare in toto questo nuovo modo di produzione, sostiene l’Economist accoratamente, ma vanno valutati pro e contro in maniera attenta:
Che tipo di mondo produrrebbe il modello on-demand? I detrattori temono che ciascuno sarebbe ridotto alla condizione dei portuali del XIX secolo che si ammassavano sul molo all’alba aspettando di essere assunti a chiamata. I sostenitori invece pensano che ci porterebbe in un mondo dove tutti possono controllare le loro vite, facendo il lavoro che vogliono quando vogliono. Entrambe le posizioni non devono dimenticare, però, che l’economia on-demand non sta introducendo il serpente del lavoro precario nel giardino del lavoro «garantito»: sta sfruttando una forza lavoro già precaria in modi che potrebbero risolvere alcuni problemi e aggravarne altri.
Insomma, non lamentiamoci dello sfruttamento on-demand, la precarietà è già un dato di fatto.
Dietro potenti flussi di dati, informazioni e servizi, si cela dunque un modello produttivo che fa del lavoro precario il suo punto forte,
armato di retoriche meritocratiche secondo cui, a prescindere da quello
che pensano i lavoratori, se sei brillante («bright») nel tuo lavoro
non ti servono diritti, garanzie, tutele e neanche un posto fisso –
retaggio di relazioni industriali oramai estinte (al pari della lotta di
classe?), ammette l’Economist – ma basta la tua genialità per
fare soldi. Sembra allora che questo sia un mercato riservato a coloro
che hanno avuto le chance di procurarsi il genio (forse il genio della
precarietà). Come afferma orgogliosamente l’Economist, c’è infatti una selezione rigida in imprese come Handy, dove:
Oisin Hanrahan, il fondatore dell’azienda, dice che più di 400.000 persone hanno fatto domanda per essere inserite nella piattaforma ma solo il 3% di questi è riuscito a superare la selezione e il procedimento di verifica.
Questa struttura carrieristica per così
dire a imbuto non dice niente però della sorte del restante 97%. Tutto
ciò fa pensare che allo sfruttamento ripagato profumatamente di alcuni corrisponda l’immiserimento di tutti gli altri, che non sono abbastanza trendy da poter essere ammessi in quel circuito.
Per i seguaci dell’economia su richiesta
non è però tutto così rose e fiori, cuoricini e unicorni, come si
potrebbe immaginare, avverte l’Economist. Per quanto riguarda
l’offerta di lavoro, la ripresa economica potrebbe rendere più difficile
per le aziende attrarre lavoratori precari rispetto agli anni della
crisi – da cui comunque gli Stati Uniti sono usciti a costo di una
maggiore e più pervasiva precarizzazione. Anche sul piano della
concorrenza la faccenda si complica. Per dirne una, in Olanda il
servizio di taxi free-lance Uber è stato ufficialmente bandito, e in Sud
Corea pare sia stato bollato come servizio taxi illegale. Persino
lo spirito del capitalismo reclama vendetta contro l’economia
on-demand, se addirittura dalla Germania si sollevano critiche feroci
contro tutto il «capitalismo della piattaforma»: «si intravede
la possibilità che questo sistema possa ridurre tutti gli aspetti della
vita della gente, dallo spazio libero al tempo libero, a beni che
possono essere venduti e tutto ciò è visto come altamente
disumanizzante».
A parte la preoccupazione dal sentore
vagamente moralistico per il futuro delle relazioni sociali e del tempo
libero dei professionisti, poco altro sembra attirare per ora
l’attenzione pubblica internazionale su queste nuove società on-demand.
Gli unici scioperi menzionati dall’Economist sono – ancora – quelli dei tassisti:
Di fronte alla minaccia presentata da Uber, le aziende di taxi già affermate in tutto il mondo hanno organizzato scioperi, hanno accumulato cause legali e fatto pressione sulle autorità che emettono regolamentazioni in materia.
Cosa accade però quando ondate di forza lavoro a basso costo e spesso altamente qualificate allagano il mercato on-demand?
La risposta è servita sulle piattaforme di crowdworking, un meccanismo
di messa in comunicazione tra domanda e offerta di piccoli lavoretti
informatici, i cui effetti benefici e progressivi sulle sorti
dell’umanità sono svelati in maniera compiacente dall’Economist.
Il «lavoro-folla», sulla cui indubbia
innovatività non pretendiamo di dibattere, ci permette di inquadrare
l’economia on-demand in un quadro più generale di trasformazioni del
lavoro che vede il Turco Meccanico di Amazon e l’operaio-folla
come paradigma. Anche dietro il lavoro immateriale, come quello svolto
dai «membri della rete Quirky, che pubblicano idee per nuovi prodotti
sul sito dell’azienda […] mentre altri […] membri votano il grado di
interesse di ciascuna idea e propongono modi di trasformarla in realtà», si cela la dura materialità del lavoro
di chi, magari assunto tramite CrowdFlower e ripagato in crediti di
gioco, deve raccogliere dati, inserire tag, rivedere i contenuti,
trascrivere audio e video.
Guarda caso,
Nel 2008 Pfizer, un’azienda farmaceutica, ha intrapreso un’enorme auto-valutazione intitolata «PfizerWorks». Ha realizzato che i suoi dipendenti più qualificati spendevano dal 20% al 40% del loro tempo su lavoro di routine – inserendo dati, creando presentazioni Power Point, facendo ricerca sul web. L’azienda ora esternalizza la maggior parte di questo lavoro.
È chiaro come economia on-demand
e crowd-sourcing siano sempre più interdipendenti tra loro e non
coinvolgano più solamente le figure ai margini del mercato del lavoro – quei quasi pensionati o studenti/lavoratori citati dall’Economist –, attingendo invece dalle fasce più precarie della forza-lavoro.
Insieme all’esternalizzazione, la parcellizzazione è il punto forte dell’on-demand. Per esempio:
Topcoder può offrire un prezzo del 75% inferiore rispetto ai suoi rivali sminuzzando i progetti in piccoli pezzi e offrendoli ai suoi 300.000 sviluppatori freelance in 200 paesi come una serie di competizioni.
Esternalizzazione e parcellizzazione del lavoro
– un tempo affidata esclusivamente alle macchine e ai prodigi
dell’automazione – sembrano essere dunque tendenze gemelle e in via di
consolidamento.
Si assiste così a un movimento implicitamente contrario a quello descritto nel Frammento sulle macchine:
l’introduzione di software che rastrellano lavoro non serve a liberare
lavoro, bensì a comandare il lavoro in condizioni tutt’altro che
immateriali. Per mezzo della parcellizzazione, la macchina – il
computer, lo smartphone, la piattaforma – non avvicina alla piena
socializzazione del lavoro, ma reintroduce in continuazione la sua
desocializzazione, aumentando lo sfruttamento e rendendo più facile e capillare il controllo della forza lavoro.
La desocializzazione del lavoro è tanto vera quanto più si palesa nella fine della società, laddove vige una programmatica negazione di qualsiasi reciprocità tra le parti che la compongono. Si pensi al caso degli ingegneri informatici indiani costretti a lavoretti sottopagati o gratuiti e a orari da brivido nella in-sourcing industry statunitense,
sorvolando sul ricatto del visto che li costringe a pagare somme
spropositate agli agenti delle migrazioni. Per questi tech workers
la libertà di cambiare lavoro o licenziarsi viene rimpiazzata dalla
costrizione al lavoro e dalla richiesta di disponibilità permanente,
poiché, come riporta un articolo del Times of India,
il loro intermediario o addirittura il datore di lavoro può
legittimamente fargli causa e richiedere un risarcimento in caso di
abbandono del lavoro prima del tempo.
Anche se difficilmente la tecnologia
dell’economia on-demand sarà applicabile al lavoro industriale, la sua
diffusione indica che l’informatica non introduce un modello di
lavoro immateriale basato sulla conoscenza, ma è il mezzo per produrre
lavoro materiale ad alta intensità di sfruttamento. Il free-lance di questa economia della piattaforma viene allora a essere l’incarnazione pura del lavoro sans-phrase: né cognitivo né manuale, e neanche espressione di tutta la vita messa a lavoro.
Semmai a essere diventato immateriale è il controllo sul lavoro, ma
anche questo risponde a un’esigenza specifica, che è quella di
disciplinare la mente del lavoratore – e a tal proposito l’Economist suggerisce di partire dal mondo della formazione, ventilando novità per tutti tra cui l’obbligo di iperspecializzazione, perché «i lavoratori che vogliono fare passi avanti devono aggiornare continuamente le loro competenze» e «prendersi la responsabilità di formare se stessi».
In altre parole, la parcellizzazione del
lavoro promossa dalle app in fondo non fa che replicare quanto Taylor
aveva intuito tempo fa, rimediando però al punto debole del taylorismo,
cioè che impegnava le mani ma non la mente (e le menti oziose sono
pericolose almeno quanto le mani libere, poiché il diavolo si annida
nell’ozio in tutte le sue forme, dicevano i puritani). Allora il ruolo
del software è quello di produrre piattaforme di apparente libertà – la
libertà neoliberale –, ma per accedervi e soprattutto per avere successo
bisogna piegarsi a una certa forma mentis a seconda del tipo di
lavoro: si va dall’essere sempre disponibili, flessibili e pronti a
tutto all’essere iperformati e iperspecializzati. Il software introduce dunque una disciplina mentale,
che è quella già contenuta nell’algoritmo e che non si può discutere,
una disciplina che ovviamente continua a impegnare – e pure tanto – le
mani, e che perciò non può sancire il passaggio compiuto dal lavoro
manuale a quello cognitivo. In questo senso, il software, condensato di scienza, svolge le funzioni di apparato ideologico.
Se lo scenario futuristico
iper-tecnologico dell’economia on-demand appare lontano nel tempo e
nello spazio, da noi le condizioni dei lavoratori lungo le catene
globali della produzione e dello sfruttamento riportano la dimensione
del lavoro su richiesta nel qui e ora. Infatti, a partire dalla
constatazione che la flessibilità prevale sulla sicurezza, non è così
difficile immaginare che l’assenza di garanzie e tutele lavorative
accomuni (almeno) i free-lance sulle due sponde dell’Atlantico. In
Italia l’associazione italiana che rappresenta i free-lance, ha denunciato
il divario spropositato tra quello che i free-lance iscritti alla
Gestione Separata INPS pagano in contributi e quanto viene restituito
loro in indennità di malattia, maternità, disoccupazione ecc. (negli
scorsi giorni si è tenuto addirittura un workshop su come «fuggire» dall’Inps).
Questo «trattamento speciale» dal punto di vista contributivo riservato
alle partite IVA – che richiama però quello che accade a tutti i
«parasubordinati» afferenti alla Gestione Separata, e per altri versi ai
migranti, cioè in pratica il versamento dei contributi a fondo perduto –
viene spesso motivato con il fatto che sono liberi professionisti. La tendenza tuttavia sembra quella di rendere ogni precario imprenditore di se stesso:
in sostanza, è il lavoratore autonomo a doversi fare carico di tutti
gli oneri, non importa che lavoro faccia, se il consulente legale,
l’insegnante o la lavoratrice domestica. L’idea di autoimprenditorialità
si estende a tutto il lavoro e rende tutti i precari sempre di più, di
fatto, dei free-lance, come mostra l’economia on-demand.
Forse per tutti loro, per tutti
quelli per i quali il lavoro non è garanzia di nulla, varrebbe la pena
ideare una app, in grado di produrre una comunicazione per liberarsi
dalla coazione dell’ubiquità del lavoro. Sarebbe il frutto di
una tecnologia assolutamente innovativa, applicata alle menti e ai corpi
di milioni di persone e avrebbe senza dubbio un valore immenso.
Rispetto alle attuali miserie del valore, produrrebbe davvero un
plusvalore su scala globale. Che cosa ne pensa l’Economist?
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