Tra quattro giorni i due parlamenti libici rivali dovrebbero siglare
l’accordo sponsorizzato dalle Nazioni Unite: il 16 dicembre è la data su
cui Tobruk e Tripoli hanno trovato l’intesa. Dopo due giorni di meeting
a Tunisi gli oltre 40 rappresentanti delle fazioni rivali hanno
stabilito di sedersi al tavolo per avviare la transizione politica,
ovvero la formazione di un governo di unità nazionale che ponga fine
alla crisi libica.
Alle Nazioni Unite si festeggia, ma sul terreno le divisioni
restano. Accordo o meno la Libia è oggi teatro di una divisione
profonda, non solo tra gli islamisti di Tripoli e il governo ufficiale
di Tobruk. Sul disastrato campo libico sono tante le forze
intenzionate a mantenere il potere guadagnato con le armi nel
post-Gheddafi: lo Stato Islamico, le tribù, i Tuareg e Tebu, le milizie
di Misurata e i gruppi qaedisti. Come spiegato su queste pagine due
giorni fa, in un articolo di Francesca La Bella, “gli attori in campo non si limitano ai due governi e allo Stato Islamico.
Molti movimenti minori, ben radicati nei loro territori di origine come
le popolazioni Tuareg e Tebu nel Fezzan, le milizie di Misurata o
alcuni gruppi legati alla galassia di al Qaeda, hanno stretto alleanze
fluide a seconda della fase e sono difficilmente assimilabili ad un
processo comune nazionale”.
Da ricostruire c’è un paese intero, tenuto insieme per decenni dal
colonnelo Gheddafi con un radicato sistema clientelare, oggi un vaso di
Pandora a cui è stato tolto il coperchio. Una situazione che terrorizza
l’Europa, prima responsabile insieme alla Nato della devastazione delle
istituzioni nazionali libiche, e che guarda al paese nordafricano come
al mezzo per frenare i flussi di migranti, oltre che a vasta riserva
energetica.
Per ora le attenzioni della comunità internazionale si
focalizzano sullo sperato accordo, seppure non sia del tutto chiaro se
il 16 dicembre sarà la data effettiva della firma o solo l’ennesima fase
di un processo lungo e difficile. Il Palazzo di Vetro punta
sulla crescita dei movimenti islamisti radicali nel paese, minaccia agli
interessi dei due governi, per costringerli al dialogo e a superare le
precondizioni finora poste al negoziato da entrambe le parti.
Ciò non significa che le minacce belliche europee si siano zittite. Se
il governo di Roma insiste sul no ad un intervento militare e
sponsorizza in prima linea il dialogo tra Tobruk e Tripoli, Parigi e
Londra accendono i motori. Ieri il premier francese Valls ha
ipotizzato un’estensione dell’operazione militare in Medio Oriente
contro l’Isis alla Libia, sempre in chiave anti-califfato: “Siamo in guerra, abbiamo un nemico, Daesh, che dobbiamo combattere e distruggere in Siria, in Iraq e presto in Libia”, ha detto il primo ministro che già la scorsa settimana ha inviato aerei militari di sorveglianza sui cieli libici.
Parole simili arrivano dalla Gran Bretagna che, usando la
minaccia Isis alle coste meridionali europee, approfitta del sì
strappato al parlamento per l’intervento militare in Siria.
Ieri i Ministeri di Esteri e Difesa si sono detti “estremamente
preoccupati” per la repentina avanzata islamista in Libia e annunciato
di lavorare a piani di intervento militare: “Le cose si stanno muovendo
nella direzione di un piano di invio di sostegno militare in Libia”, ha
detto una fonte governativa aggiungendo che Londra spera in un prossimo
governo di unità che chiami all’appello la comunità internazionale per
schiacciare lo Stato Islamico.
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