Due notizie giunte negli ultimi giorni danno la misura della strategia
occidentale nei confronti della crisi siriana. Se in Libia la minaccia
Isis è considerata tanto concreta da permettere all’Europa di imbastire
un nuovo intervento armato, in Siria lo stesso gruppo fa meno paura.
Perché lì in ballo ci sono equilibri politici diversi, lì c’è il ruolo
russo e la presidenza Assad, c’è la necessaria alleanza con la Turchia
impegnata nella campagna anti-kurda.
Solo così potrebbe spiegarsi il veto dei paesi occidentali
posto in Consiglio di Sicurezza il 5 aprile su una proposta di Mosca che
chiedeva l’inclusione dei kurdi siriani di Rojava, rappresentanti dal
partito Pyd, nel negoziato di Ginevra. Già esclusi dal primo
round, saranno esclusi anche dal secondo nonostante abbiano ampiamente
dimostrato l’efficacia militare contro lo Stato Islamico e nonostante si
siano guadagnati l’appoggio statunitense.
Escludere un gruppo tanto centrale è un errore palese, sia
politico che simbolico, che mina alla base quel dialogo “inclusivo” che
le Nazioni Unite sbandierano da mesi e che le ha portate ad accettare al
tavolo del negoziato gruppi islamisti e legati ad al-Nusra, come Jaysh
al-Islam e Ahrar al- Sham. L’esclusione manda un messaggio chiaro alla
Turchia del presidente Erdogan che per prima ha imposto la loro cacciata
dal negoziato. E lo manda anche allo Stato Islamico, indirettamente.
Proprio questa mattina il confine tra Siria e Turchia è tornato sotto i riflettori: l’Isis
ha ripreso la città di al-Rai, usata in passato dagli islamisti per
rifornirsi di armi e uomini dalla porosa frontiera turco-siriana e per
inviare i rinforzi verso Aleppo. Nelle stesse ore la chiesa siriana
ortodossa faceva sapere che 21 siriani cristiani sono stati decapitati
dall’Isis nella cittadina di al-Qaryatain, vicino a Palmira e
occupata ad agosto dal “califfato”. Un massacro, l’ennesimo, nel centro
della Siria violata dall’Isis. Ma dopo la liberazione da parte
dell’esercito di Damasco dell’antica città di Palmira, al-Qaryatain è il
prossimo obiettivo, fondamentale a proseguire la contro-avanzata verso
est, Deir Ezzor e il confine con l’Iraq.
Nelle mire del governo resta anche Aleppo. Ieri il primo ministro
siriano, Wael al-Halqi, ha annunciato la preparazione di una vasta
operazione gestita da truppe governative e aviazione russa per la
ripresa della seconda città siriana: “Con i partner russi stiamo
preparando un’operazione per liberare Aleppo e bloccare tutti i gruppi
armati illegali che non hanno aderito o hanno violato l’accordo di
tregua”, ha detto il premier. Nel mirino ci sono quindi Isis e
al-Nusra, ma anche ufficiosamente le opposizioni armate che controllano
parte della città e che nelle settimane appena trascorse hanno
continuato ad attaccare le postazioni governative.
Di certo una controffensiva su Aleppo, più forte di quella portata
avanti a febbraio da Damasco e Mosca, avrà i suoi effetti sul dialogo
che dovrebbe ripartire mercoledì, 13 aprile (lo stesso giorno in cui in
teoria di dovrebbero tenere le elezioni presidenziali come annunciato un
mese fa dal presidente Assad), dopo il mezzo fallimento del primo round
che non ha condotto ad altro che ad una dichiarazione di intenti tra le
parti. Se il governo riprenderà la città, simbolo culturale ed
economico della Siria, il tavolo Onu verrà ribaltato.
Per ora l’inviato Onu de Mistura sta conducendo incontri e
consultazioni tra Damasco e Teheran. Da parte delle opposizioni, riunite
nell’Alto Comitato per i Negoziati (Hnc), è giunto l’ok al tavolo di
mercoledì, mentre la delegazione governativa ha fatto sapere che non
arriverà in Svizzera prima di giovedì, ovvero dopo il presunto voto.
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