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29/03/2017

Grecia. La Ue “aiuta” gli aeroporti, perché ora sono privati

Un esempio concreto di come funziona l'espropriazione del patrimonio pubblico da parte dell'Unione Europea. Quello che prima era vietatissimo – un aiuto pubblico per ammodernare il patrimonio infrastrutturale pubblico – ora è "normale" perché quel patrimonio è diventato privato (e, casualmente, tedesco). Gli aiuti sono sempre pubblici (li mette la Ue, attingendo dai fond versati dai tutti gli stati; quindi anche dalla Grecia!), però vanno a foraggiare imprese dedicate al profitto.

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280 milioni dal Piano Juncker per gli aeroporti che Atene è stata costretta a privatizzare

La Commissione europea ha destinato 280 milioni a 14 aeroporti greci, gli stessi che Atene era stata costretta a privatizzare nell’estate del 2015 in seguito al Terzo Memorandum stipulato con i creditori. La Commissione europea ha spiegato che il Piano Juncker, il programma di investimenti europei che porta il nome dell’attuale presidente della Commissione, supporterà un prestito da parte della Banca europea per gli investimenti (Bei) per finanziare la modernizzazione degli aeroporti regionali in questione.

La Grecia potrà beneficiare di un investimento di quasi 300 milioni di euro per mettere a nuovo i suoi principali aeroporti. Peccato che tali impianti non siano più suoi da diverso tempo. Nell’agosto del 2015 il governo guidato da Alexis Tsipras privatizzò i 14 aeroporti regionali che ora beneficeranno dell’aiuto del Piano Juncker, dandoli in concessione per 40 anni ad una joint venture formata da una compagnia tedesca la Fraport e dai greci del gruppo Copelouzos. La nuova società, denominata Fraport Greece aveva acquistato gli aeroporti versando ad Atene la somma di 1,23 miliardi di euro, la più grande concessione mai registrata nella storia del Paese ellenico.

“Le infrastrutture moderne giocheranno un ruolo cruciale nel supportare il recupero economico della Grecia. Questo richiede che l’investimento sostenuto realizzi il suo pieno potenziale nel creare impieghi e crescita”, ha commentato Pierre Moscovici, commissario europei per gli affari economici. La Commissione però è accorsa in sostegno degli aeroporti greci soltanto dopo che questi erano stati privatizzati – peraltro a beneficio di una compagnia di un altro Stato Ue come la Germania. Il portavoce della Commissione Margaritis Schinas ha confermato che gli investimenti riguarderanno i famosi 14 aeroporti ceduti alla Fraport, aggiungendo che “si tratta di un atto particolarmente importante per la Grecia, un Paese che ospita più di un milione di turisti ogni anno”.

Il prestito della Bei verrà usato per finanziare gli immediati lavori di sviluppo dei 14 aeroporti, tra cui la ristrutturazione e l’ammodernamento dei terminal, il miglioramento della sicurezza e delle piste di atterraggio. Gli aeroporti in questione sono localizzati ad Aktion, Creta, Kavala, Kefalonia, Corfù, Kos, Mitilini, Mykonos, Rodi, Samos, Santorini, Skiathos, Thessaloniki e Zacinto. In totale queste strutture hanno servito circa 25,2 milioni di passeggeri nel 2016.

Fonte

10/08/2015

Grecia - La Germania vuole gli aeroporti, a titolo quasi gratuito

Che fine ha fatto il “nuovo accordo” per concedere ad Atene altri miliardi di “aiuti” in cambio di “riforme strutturali”? I media di regime sono diventati improvvisamente avari di notizie sul tema. Solo qualche flash per tranquillizzare i mercati, ora che la testa di Tsipras è stata messa sul piatto e la sinistra interna di Sytiza è stata messa fuori dal governo.

Ma le riunioni continuano, con l'Eurogruppo (i ministri delle finanze e/o dell'economia dei paesi dell'eurozona) impegnato a stilare la lista delle “riforme” che immancabilmente Atene dovrà realizzare per avere accesso a quei fondi. Si tratta di 86 miliardi teorici, destinati per quasi un terzo al salvataggio delle banche elleniche, anche se già circola voce che quei 25 miliardi fin qui calcolati non saranno probabilmente sufficienti, vista la situazione spaventosa creata dalla Troika negli ultimi sei mesi, fino alla chiusura degli istituti di credito imposta dopo la vittoria del “no” al referendum.

I tempi sono come sempre assai stringenti, perché il 20 agosto Atene dovrebbe restituire 3,4 miliardi alla Bce, altrimenti – ma sempre in teoria – Francoforte potrebbe aprire quella procedura che porta al default che neanche il Fmi ha voluto far partire dopo il doppio mancato rientro di due rate in luglio.

In cambio Tsipras avrebbe assicurato di poter far votare un certo numero di “riforme” già questa settimana. Passaggio indispensabile, dicono i creditori, perché la credibilità del governo greco è ridotta a zero. Quindi prima di far viaggiare teoricamente altri soldi verso la voragine ellenica vogliono “vedere cammello”. Poi tutti sanno che in realtà quasi nulla arriverà ad Atene, così come avvenuto per i due precedenti memorandum firmati dai governi di Papandreou e Samaras. Si tratterà ancora una volta di una partita di giro che farà aumentare il debito pubblico di Atene senza beneficiare in nulla né l'economia reale né le condizioni di vita della popolazione. Le quali, anzi, dovranno essere peggiorate drasticamente – più di quanto non sia fin qui avvenuto – eliminando buona parte dei residui di welfare state, licenziando dipendenti pubblici, tagliando pensioni, ecc. In più, nelle ultime versioni del “documento” preparato dai creditori, ci sono i tagli alle spese per la difesa (che mette in difficoltà il piccolo partito nazionalista Anel, alleato di governo) e la riduzione delle agevolazioni fiscali ai contadini.

Ma da più parti si indica la necessità di elargire intanto un “prestito ponte” – necessario per ripagare la Bce – e allungare i tempi del negoziato, perché che il governo Tsipras possa fare in pochi giorni quel che non ha voluto fare in sei mesi appare decisamente poco realistico. È la posizione tedesca, naturalmente, elaborata da quel ministro delle finanze – Wolfgang Schaeuble – che non sembra aver abbandonato davvero l'ipotesi di buttar fuori la Grecia dall'eurozona.

La soluzione è comunque complicata dal fatto che in questo caso dovrebbe intervenire il fondo Efsf, finanziato da tutti i paesi dell'Unione Europea (con prevedibile opposizione inglese, soprattutto). In linea teorica (quanta presunta “teoria” viene smentita da fatti volgari, quando la Ue deve agire...), sarebbe stato più logico far intervenire il fondo Esm, più ricco e finanziato dagli stati che adottano l'euro. Ma questo fondo di fatto è impossibilitato a intervenire dai vincoli più stringenti imposti proprio da Schaeuble e Merkel, per timore che diventasse una cassaforte a disposizione dei Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna).

E non è l'unica complicazione sulla strada della firma di un nuovo “accordo”. Dopo anni di luoghi comuni razzisti fomentati dal governo tedesco nei confronti dei “mediterranei” scansafatiche, c'è infatti il fondato rischio che il piano di “aiuti” possa essere bocciato dal Bundestag, anziché dal disastrato parlamento ateniese.

Sarebbe un evento paradossale, e anche alquanto contrario agli interessi del capitale multinazionale con “base” tedesca. Tra le misure chieste-imposte alla Grecia, infatti, ci sono diverse privatizzazioni molto affascinanti per le imprese teutoniche. Per esempio, è noto che la Fraport – società che gestisce per esempio l'aeroporto di Francoforte – aveva già ottenuto a novembre dello scorso anno (prima dunque delle elezioni vinte da Syriza) lo status di “investitore privilegiato” per concessioni di 40 anni su 14 scali greci.

Un po' come avveniva per la antiche “concessioni” imperialiste (Hong Kong è stata inglese per 99 anni, notoriamente), le principali infrastrutture elleniche diventerebbero proprietà privata tedesca per un periodo un po' più breve (40 anni), ma comunque sufficiente a fare della Grecia una colonia dipendente. Si tratta in effetti degli aeroporti più redditizi: Creta, Corfu, Kos, Rodi, Santorini, Skiatos e Zacinto, oltre a Salonicco.

I dati relativi al 2013 indicano che in questi scali sono transitate più di 19 milioni di persone, mentre il prezzo offerto da Fraport per ottenere 40 anni di potere assoluto sarebbe appena di 1,234 miliardi di euro. Una rapina, più che un affare vantaggioso, che la dice lunga sui motivi per cui il governo tedesco si mostra sempre il più intransigente nell'esigere questo tipo di “riforme”.

Fonte