Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/12/2013

Il movimento No Muos smaschera i fascisti


I fascisti sono sempre stati tenuti fuori dal Movimento NoMuos, allontanati da questa esperienza apertamente antifascista, antimafiosa, antirazzista, antiomofoba e antimilitarista.

Per questo i fascisti hanno pensato bene di creare una fantomatica “Rete No Muos”, dietro la quale ci sono fascisti di Casapound, alba dorata Sicilia, diverse sigle del fascismo siciliano, e di indire una manifestazione a Palermo oggi 30 novembre.

Al Teatro Massimo diversi compagni e compagne si sono dati appuntamento per contrastare l’iniziativa e smascherarli. Ci siamo collegati con loro grazie a Ivan, compagno dell’ex carcere di Palermo. Ascolta o scarica il contributo

Di seguito il comunicato del Movimento NoMuos

Come Movimento No Muos sentiamo la necessità di chiarire le motivazioni per le quali non aderiamo all’iniziativa organizzata dalla sedicente “Rete No Muos” che si definisce apartitica e non schierata dal punto di vista ideologico. Ci risulta che dietro la sigla “Rete No Muos” ci siano: lo Spazio Identitario Atreiu (giovani del partito FRATELLI D’ITALIA dell’ex ministro LA RUSSA , uno dei principali artefici della costruzione del Muos) e Casa Pound di Palermo, due delle sigle che fanno capo al comitato regionale Terra Nostra che raggruppa  alcune organizzazioni di estrema destra siciliane. Questa rete che si definisce apartitica, quindi, ha alla sua base importanti realtà politiche che hanno condizionato e continuano a condizionare il panorama partitico della destra. Queste motivazioni sono per noi già sufficienti per dire NON ADERIAMO. Il Movimento No Muos, infatti, è antifascista, antimafioso, antirazzista, antiomofobo e antimilitarista. Per noi, dire no al Muos significa tendere a un modello culturale e di sviluppo della Sicilia che vede la nostra terra come luogo di incontro di culture, come terra di pace e di accoglienza. Nel rispetto della nostra storia e del nostro percorso di lotta, pretendiamo quindi che nel corteo non siano utilizzati i nostri simboli e le nostre bandiere. Invitiamo la stampa a non utilizzare immagini di repertorio delle manifestazioni NO MUOS per pubblicizzare l’evento del 30. Sarebbe una grave scorrettezza in piena violazione dei principi fondanti della VERA informazione. Per questi motivi non solo invitiamo a boicottare la manifestazione della sedicente “rete no muos”, ma invitiamo tutti i nomuos a scendere in piazza a Palermo il 30 novembre alle ore 15 al Teatro Massimo dove difendere tutti insieme la lotta popolare che da tanti anni stiamo portando avanti a Niscemi contro il Muos dalla strumentalizzazione dei partiti di destra.
 
da Radiondadurto

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Beirut sotto il vulcano


Sotto il ponte Cola, a due passi dalla stazione degli autobus dove viaggiatori si riversano in minibus senza età, delle ombre ripiegano dei pezzi di cartone. Su questi letti di fortuna, decine di siriani trascorrono la notte, a volte con la famiglia. Mentre la giornata inizia tra il caos dei clacson e l'anarchia tipica del traffico di Beirut, altre sagome furtive raggiungono una rotonda: anche loro sono siriani. Sono alla ricerca di un lavoro, a giornata, a ore, poco importa, giusto per racimolare quel che basta per mangiare.

Giorno e notte, profughi in difficoltà si aggirano tra le strade di Beirut. "La città è piena di persone che vagano senza meta e nel bisogno", racconta Mohamad Hamdan, ingegnere e attivista nel movimento sociale Alayyi Haqqi, che lotta per l'accesso ai servizi pubblici (sanità, istruzione). "I cittadini si sentono impotenti, anche quando cercano di aiutare i profughi siriani. Questa presenza massiccia acutizza in qualche modo anche le paure". Sono ovunque, nelle strade del quartiere dello shopping di Hamra a Ovest della capitale, o sulle corniche, o chiedono l'elemosina all'incrocio di Achrafiyeh, a Est, in cambio di un fiore o di un pacchetto di fazzoletti".

I più benestanti frequentano i caffè sul lungomare di Manara, all'ombra della grande ruota, o a Zeituna Bay, di fronte al porto turistico. Le donne della borghesia damascena si riuniscono per la sobhiyé, una parola intraducibile che evoca sia la condivisione di un caffè al mattino che gli ultimi pettegolezzi. Ma anche il gossip mondano è carico di gravità, quando il dramma siriano, così vicino, è ogni giorno in prima pagina. Scioccata dall'afflusso di rifugiati, Beirut, definita provinciale nonostante più di un milione di abitanti, si scopre più povera, più popolosa, più preoccupata.

La città congelata

Dopo la crisi interna del 2006-2008, che ha visto una paralisi della vita politica e l'incremento di tensioni comunitarie, la capitale libanese aveva sperato in un nuovo inizio, aveva sperato di tornare ad essere il fulcro del Medio Oriente, come sostiene di essere sempre stata con le sue banche e con i suoi media. Ma, ahimè, la rivolta siriana nel marzo 2011 ha messo fine a quei sogni. Divisa in blocchi quasi uguali tra sostenitori e oppositori al regime siriano, Beirut sta lentamente scivolando in una guerra per procura.

La frenesia quotidiana delle sue strade, solcate dalle selvagge connessioni elettriche, è solo apparente: la città è congelata. Dietro un'illusoria aria di normalità, la malinconia e l'immobilità hanno invaso i suoi quartieri che conservano le cicatrici della guerra civile (1975-1990) su alcune facciate segnate dall'impatto di proiettili e cannoni. Baciata dal sole autunnale, Beirut si domanda ansiosamente cosa le riserva il futuro.

Houssam Itani, giornalista del quotidiano panarabo Al-Hayat, non si fa illusioni. Per lui, il conflitto siriano "ha inferto un colpo mortale" alla città già "depressa" per l'espropriazione del ruolo centrale che occupava nel mondo arabo prima della guerra civile, durante gli anni 1960-1970.

Polo finanziario e commerciale, Beirut era entrata nella leggenda come la capitale degli esuli arabi: oppositori e intellettuali in fuga dalla censura o dalla morte e fedayyn palestinesi. Questo fermento l'ha conosciuto bene la regista Jocelyne Saab, autrice del pregevole "Il Libano nella tormenta" (1975) che aveva 20 anni all'inizio della guerra. "In quell'epoca, andavamo a trovare i rivoluzionari di tutto il mondo arabo che si davano appuntamento nei caffè della corniche, sospesi tra cielo e terra". "Mentre una parte degli abitanti di Beirut pensa di vivere nell'epicentro della libertà, un'altra è preoccupata già da tempo per questa irrequietezza che considera pericolosa".

Oggi, gli intellettuali siriani hanno timidamente raccolto la fiaccola nei caffè di Hamra. Ballerini, musicisti e pittori danno un nuovo impulso alla scena locale. Ma Beirut non è la loro destinazione preferita: troppo vicina a Damasco, ai suoi servizi segreti e ai suoi complici locali, troppo pericolosa.

Niente Primavere Arabe
In ogni caso, Beirut non fa più sognare.

La "primavera araba" non è stata che una debole scintilla, giusto qualche manifestazione contro il confessionalismo che si è velocemente spenta. Ranghi esigui dei sostenitori del regime di Damasco e partigiani della rivolta siriana si sono affrontati nel 2011 davanti all'ambasciata siriana, quando era ancora ad Hamra Street. I meeting convocati dalle correnti di sinistra nella mitica piazza dei Martiri, trampolino di un'immensa folla nel 2005 - che chiedeva la fine dell'occupazione siriana e reclamava la verità sull'assassinio dell'ex primo ministro Rafiq Hariri - (attribuito a Damasco) non hanno avuto successo.

"A Beirut come a Tripoli, i salafiti sono stati più numerosi a mobilitarsi. Il conflitto siriano segna la crisi della società civile. Ognuno trova più facile appartenere alla sua comunità che lottare per essere libanese", sospira Houssam Itani.

Un'economia di piombo
Sede di un potere politico paralizzato, Beirut assiste al crollo della sua economia. Tutti ne risentono, dai piccoli esercizi ai grandi alberghi disertati dai turisti. Anche se la sezione "lifestyle" delle riviste americane, innalza la città al allo status di metropoli indiscussa per la sua vita culturale, la sua cucina raffinata e per le sue feste notturne. Dopo la gioia dell'adulazione, resta l'amarezza della decadenza.

Nel centro della città, antico luogo di ritrovo per chiunque, distrutto dalla guerra e trasformato nel quartiere degli uffici, molti negozi hanno già chiuso. I quartieri popolari sono essi stessi teatro di un'altra battaglia, più dura: le bandiere dell'opposizione siriana a tre stelle appaiono per le strade di Tarik Jdide roccaforte sunnita e filo-ribelle a cui rispondono i ritratti dei "martiri ", i combattenti di Hezbollah caduti in Siria, nelle strade del confinante quartiere misto sciita Barbir. Ovunque, i giovani si fingono oziosi, in realtà fanno la guardia, scrutando qualsiasi presenza "straniera" e imponendo le loro regole in uno spazio pubblico che si fa sempre più privato.

Quanto al quartiere cristiano Achrafiyeh, si tiene lontano dal dissidio tra sunniti e sciiti nonostante le sue divisioni interne riguardo il dramma siriano. Le sue mura rivelano il dubbio: "Federalismo", slogan a lungo caro ad alcuni cristiani e riapparso durante l'estate, citato qua e là.

Alla fine di maggio, il malessere si è trasformato in psicosi. La bolla in cui viveva Beirut è scoppiata. Fino ad allora, nonostante l'attacco mirato contro Wissam al-Hassan, capo dell'intelligence della polizia, nell'ottobre 2012, la capitale era stata relativamente risparmiata dalla violenza, a differenza di Tripoli o della Valle della Bekaa.

Ma a maggio due missili sono caduti sul quartiere Chiyah alla periferia di Dahiye, roccaforte di Hezbollah, nella periferia Sud di Beirut. Nel mese di luglio, una bomba ha colpito la zona causando una cinquantina di feriti. A questa è seguita un'esplosione devastante, il 15 agosto sempre a Dahiye causando 29 morti, oltre 300 feriti, colonne di fumo e macerie e scene di drammi familiari agli abitanti di Beirut.

La tensione si è poi attenuata, ma non il disagio. Tanto più che i responsabili della situazione alimentano quest'atmosfera. Il 14 ottobre, alla vigilia di Eid al-Adha, grande festa islamica, l'esercito ha annunciato di aver disinnescato una carica esplosiva di 50 chili in un'auto parcheggiata a Maamoura. Pochi giorni prima, un altro servizio di sicurezza aveva lanciato un avvertimento per il rischio di autobombe.

Il ritorno della sicurezza ad oltranza
Beirut, inquieta, rispolvera le misure di sicurezza come nei periodi di crisi: all'ingresso dei parcheggi dei supermercati, le auto passano per i rilevatori di esplosivi. Le aree pubbliche sono delimitate da blocchi di cemento. E fuori le moschee, la preghiera del Venerdì si svolge sotto l'occhio vigile di poliziotti o soldati. La crisi accelera l'idea di emigrare, argomento onnipresente nelle conversazioni.

Nella sua vulnerabilità Beirut rivive i demoni delle sue divisioni politiche e religiose. In alcuni ambienti, gli attacchi contro i sobborghi meridionali sono stati accolti con indifferenza o da manifestazioni di gioia. "Quando un attacco viene celebrato, è davvero il segno che abbiamo raggiunto un basso livello del senso di appartenenza - dice il giornalista Houssam Itani - Nonostante poi si ritorni alla vita normale, questi attacchi lasciano cicatrici profonde", avverte.

Le ferite visibili durano poco, accompagnate da vecchi reazioni: assicurarsi il più velocemente possibile del destino dei propri cari con una telefonata, disertare le strade per alcune ore o un paio di giorni, durante i quali Beirut si trasforma in una città fantasma, rinchiudersi in casa finché non passa.

"E al mattino, ci si sveglia con il rumore di una gru, dei cantieri perenni, come se nulla si fosse fermato. Quando c'è un picco di violenza, ognuno si richiude in se stesso, è impossibile reprimere la paura. E quando la tensione è scemata, risalgono l'amnesia e la violenza latente", dice Mohamad Hamdan.

Beirut può sprofondare di nuovo in una guerra? La maggioranza degli osservatori rifiuta questa ipotesi. La città ha sofferto troppo a causa della guerra civile, dicono, un nuovo confronto sarebbe inutile. Ma affermano che un conflitto segreto è al lavoro. Una "guerra fredda" che ha avuto inizio nel febbraio 2005 con l'assassinio di Rafik Hariri, leader della comunità sunnita, incoraggiata oggi dal conflitto siriano, valuta da Houssam Itani.

"Ci sono più di divisioni. Molte cose non dette, relazioni prudenti, odio represso. E di sera ognuno guarda la sua televisione (canali privati sono quasi tutti affiliati ai partiti politici) per vedere cosa sta succedendo in Siria, con la speranza di veder schiacciare l'avversario", dice. Una "guerra virtuale", aggiunge la regista Jocelyne Saab, e quindi invisibile.

"Ma nelle relazioni sociali si percepisce la violenza, nelle conversazioni le opinioni si inaspriscono, viviamo in uno condizione di degrado. E poi c'è la ricomparsa dei confini che la guerra civile aveva tracciato nella città".

A causa di un passato doloroso, alcune persone si astengono per paura, disagio o nostalgia, dall'andare nei quartieri dominati dall'"altro". Per via degli attentati, la periferia Sud è diventata un spazio proscritto per quanti avevano l'abitudine di recarcisi a fare la spesa. E poi ci sono quei luoghi dove avvengono incidenti circoscritti, colpi di arma da fuoco, strade sbarrate da pneumatici bruciati, eppure causa di tante paure.

"Recentemente, ero con una donna che si è rifiutata di passare per Cola, era convinta che ci fossero dei cecchini in agguato", afferma Jocelyne Saab. Coinvolta nel tumulto siriano, Beirut trattiene il respiro. "Finché la guerra continua, siamo condannati", dice la regista.

*Traduzione a cura di Paola Robino Rizet

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Defeated


Seconda mina della giornata!

Usa-Cina-Giappone, wargame pericoloso sulle "isole contese"


Non si è fermato alla violazione della "zona di difesa" dichiarata unilateralmente dalla Cina sulle isole Senkaku o Diaoyu, da parte di due B52 Usa e subito dopo anche da caccia giapponesi, il pericoloso gioco di guerra tra le tre grandi potenze industriali del Pacifico.

Aerei militari cinesi hanno seguito in questi giorni, diverse volte,  aerei americani e giapponesi che stavano sorvolando la «zona di identificazione della difesa aerea». Per Pechino, infatti, tutti gli aerei in transito nella zona hanno l'obbligo di identificarsi, per evitare «misure difensive d'emergenza».

«Diversi aerei da combattimento sono subito decollati per accertare l'identità» degli aerei stranieri, ha spiegato l'agenzia di stampa ufficiale Xinhua. Sarebbero stati identificati due velivoli da ricognizione statunitensi e una decina di aerei giapponesi, tra cui un F-15. Gli aerei militari cinesi si sono limitati a "monitorare" quelli stranieri «durante tutto il processo, con tempestiva identificazione». Ma le "grandi manovre militari" non finiscono qui. La portaerei cinese Liaoning ha attraccato per la prima volta in una base militare nelle vicinanze delle isole contese, «accompagnata dai cacciatorpedinieri Shenyang e Shijiazhuang e dalle fregate Yantai e Weifang».

Al tempo stesso, però, gli Stati Uniti "consigliano" alle compagnie aeree civili di rispettare le direttive cinesi e avvertire le autorità di Pechino di ogni proprio passaggio nell'area dichiarata "protetta".

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Bankitalia certifica: il salario sta diminuendo velocemente

Certe conferme non fanno mai piacere, ma almeno mettono tutti davanti alla realtà, cancellando di colpo le menzogne di governo e partiti in parlamento. Il rapporto pubblicato ieri dalla Banca d'Italia, come sempre zeppe di cifre e di spiegazioni precise, conferma che - dall'inizio della crisi - il divario tra Nord e Sud del paese è andato aumentando. Colpa del livello tecnologico medio delle imprese posizionate nel Mezzogiorno, ma anche di un modello "export oriented" che da quelle parti non ha effetti positivi. Qui, insomma, la caduta violenta della domanda interna pesa ancora più che altrove.

«I divari nel Pil pro capite che si osservano oggi tra il Centro Nord e il Mezzogiorno sono gli stessi di quarant'anni fa, quando si interruppe il processo di convergenza delle aree più povere verso i livelli di reddito di quelle più prospere che si era manifestato negli anni del dopoguerra». E questa "interruzione" getta una luce nera sulla fine - voluta, programmata, pianificata - dell'intervento pubblico nella produzione; getta nel discredito più assoluto, anche dal punto di vista dell'"efficacia", tutta la retorica sulle privatizzazioni.

Un tracollo che in questi ultimi anni ha assunto cadenze accelerate, anche perché, come si diceva, il "calo della domanda interna" è il riflesso diretto della caduta dei salari. Dal 2010 al 2012 le retribuzioni nette dei lavoratori dipendenti sono diminuite - mediamente - di 64 euro al mese, passando da una media di 1.328 euro a 1.264 euro. Facendo i conti, come si deve, sulle 13 mensilità, un lavoratore ha incassato in un anno 832 euro meno del 2010. Il comparto più colpito è stato quello dei servizi, senza quasi distinzione tra aziende private e pubbliche.

Ad aggravare la situazione del Sud d'Italia contribuisce anche la politica "differenziata" delle banche, che qui concedono credito col braccino molto più corto che al Nord. E questo si traduce, fra l'altro, in un aumento della disoccupazione molto più rapido e intenso. Le esportazioni meridionali, a conferma, sono crollate di oltre il 9%, certificando una tendenza alla desertificazione industriale che si coglie anche ad occhio nudo.

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4 "indagati" per un funerale. Quello di Prospero Gallinari


Non c'è limite al ridicolo, anche se un potere ridicolo può essere alquanto pericoloso. Non riconoscendo, infatti, il limite tra il serio e l'assurdo rischia sempre l'"eccesso" per sembrare quel che non è. Specie nel caso della repressione.

La notizia ha fatto per qualche giorno il giro del tribunale di Reggio Emilia. Qualcuno aveva chiesto l'incriminazione di ben quattro persone che avevano preso la parola per salutare, nel cimitero della città, Prospero Gallinari. Si era nel gennaio di quest'anno. I funerali si erano svolti sotto la neve, un migliaio di persone - tra cui un certo numero di ex prigionieri politici - aveva portato l'estremo saluto a un comunista senza macchia, per quanto si possa dissentire sulla "linea politica".

Loris Tonino Paroli, Sante Notarnicola, Davide Mattioli e Salvatore Ricciardi sono stati quindi indagati per "istigazione a delinquere in concorso" tra loro. Cos'era avvenuto? Niente di abnorme: pugni alzati, bandiere rosse, qualche canzone partigiana e l'Internazionale. Qualcuno ha preso la parola, davanti a un numero impressionante di telecamere, naturalmente per riconoscere la statura morale e politica di Prospero e delle sue scelte, testimoniate dall'alto prezzo pagato di persona. Qualche ridicolo buontempone ha ritenuto di ravvisare in quelle "orazioni funebri" una sorta di apologia al terrorismo.

E quindi solite scene di finta indignazione, con accuse ai (pochi) esponenti politici presenti, grandi e indignate dichiarazioni di condanna, ecc. Solite scene, ripetute da oltre 30 anni, senza far caso alla data sul calendario e ai contesti mutati (allora c'era addirittura un mondo diviso in due...).

L’avvocato Vainer Burani, legale ed amico di Gallinari, chiarì subito come stavano le cose, e come erano andate, minacciando denunce: «Nessuno si può permettere di affermare che al funerale ci sia stato qualcuno che abbia in qualche modo inneggiato alle Br o alla lotta armata». Un modo per tenere a freno lingue fantasiose, insomma.

Qualche ridicolo cervellone ha però davvero ripresentato una denuncia in tribunale, costringendo - immaginiamo - un giudice ad aprire un fascicolo, a farsi mandare i filmati della giornata (tutti o quasi reperibili su Internet), a trasmettere gli atti alla Procura di Bologna, ecc.

Indicando gli ex brigatisti Salvatore Ricciardi e Sante Notarnicola (stasera sarà presente alla libreria Odradek di Roma, insieme a Erri De Luca, per presentare il suo ultimo libro di poesie; andateci!), nonché il reggiano Loris Tonino Paroli e un giovane di Reggio, Davide Mattioli, che durante il funerale aveva letto un brano di un libro di Gallinari, alzando un segnalibro con il simbolo “No Tav”. Addirittura!

Il sostituto procuratore Antonio Gustapane ha a sua volta chiesto al gip del Tribunale di Bologna una proroga per portare a termine le indagini preliminari (il caso si presentava davvero difficile... da rendere concreto). I  termini della denuncia, presentata a Bologna e non a Reggio, sede dell'eventuale "reato"  (significa che l'ha presentata qualcuno che non era nemmeno presente al funerale; uno che si fomenta da solo ascoltando i tg, insomma), sarebbero scaduti lo scorso 4 novembre.

La richiesta di proroga indica la nuova scadenza al prossimo 3 maggio 2014. Voci di tribunale, però, parlano di un "orientamento all'archiviazione". C'è ancora qualcuno che conserva il senso delle proporzioni, e quindi anche del ridicolo cui possono essere esposte le istituzioni.

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Ilva. L'Usb "fa la differenza"

Alle elezioni per le RSU all'Ilva di Taranto l'Usb è diventata il secondo sindacato tra gli operai (circa 1700 voti, il 21%). Mancano però all'appello i risultati dei seggi degli impiegati. Superata di una trentina di voti la Fim Cisl, la Fiom Cgil scende al quarto posto e invoca l'illegittimità delle elezioni. In testa la Uilm, che nella gestione del "sistema Riva" ha avuto sempre un ruolo preponderante. La partecipazione al voto dei lavoratori dell'Ilva è stata altissima, quasi il 90% degli aventi diritto. Un risultato straordinario del sindacalismo di base e conflittuale dentro una fabbrica che rappresenta una delle maggiori contraddizioni del conflitto di classe nel nostro paese. L'Usb ha saputo spezzare il ricatto tra lavoro e salute ed ha avanzato la sola soluzione praticabile: la nazionalizzazione dell'Ilva. Centinaia di lavoratori dell'Ilva, soprattutto i giovani, stanno festeggiando rumorosamente il risultato della Usb sotto la sede della direzione aziendale. Un segnale importante per tutto il movimento dei lavoratori.  "Altissima percentuale di voto e, soprattutto, i risultati reali che emergono dallo scrutinio indicano come i lavoratori dell’ILVA abbiano espresso un voto bifronte: da una parte il voto per la conservazione che si sta esprimendo con il voto verso alcuni dei sindacati che in questi anni sono stati asserviti a padron Riva, come la Fim e la Uilm e dall’altra con una forte affermazione dell’USB l’unico sindacato sceso in campo per rompere con il consolidato sistema di corruzione creato dall’ILVA" afferma l'Usb in un primo comunicato a scrutinio ancora in corso. "L’adesione di massa a queste elezioni ed il risultato elettorale delle liste sottolinea il grave errore commesso dalla FIOM, che si ostina a voler invalidare le elezioni, nonostante l’affluenza al voto la sconfessi come anche il risultato elettorale che, se venisse confermato confermerebbe il crollo della FIOM. Viceversa il voto consegna un grande risultato elettorale all’USB, sindacato che ha fatto la campagna elettorale senza avere neanche un minuto di permesso sindacale senza agibilità ed in un clima di tensione creato dall’ILVA verso i nostri rappresentanti: provvedimenti disciplinari, licenziamenti, intimidazioni". "Non ci ha intimidito l’ILVA, non ci lasceremo intimidire da chi, come la FIOM ha goduto del “porcellum sindacale” per tutti questi anni e che oggi lo denuncia per giustificare la sua inconcludenza nella fabbrica e fuori".


Quanto prima approfondimenti e valutazioni. Un saluto e un augurio da parte della redazione di Contropiano ai compagni e ai lavoratori dell'Usb dell'Ilva.

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Grandi cazzo!

Pandemonium


Cristo ma che è sta baccata?!? Madonna di dio che ritmica!