Sotto il ponte Cola, a due passi dalla stazione degli autobus dove
viaggiatori si riversano in minibus senza età, delle ombre ripiegano dei
pezzi di cartone. Su questi letti di fortuna, decine di siriani
trascorrono la notte, a volte con la famiglia. Mentre la giornata inizia
tra il caos dei clacson e l'anarchia tipica del traffico di Beirut,
altre sagome furtive raggiungono una rotonda: anche loro sono siriani.
Sono alla ricerca di un lavoro, a giornata, a ore, poco importa, giusto
per racimolare quel che basta per mangiare.
Giorno e notte, profughi in difficoltà si aggirano tra le strade di Beirut.
"La città è piena di persone che vagano senza meta e nel bisogno",
racconta Mohamad Hamdan, ingegnere e attivista nel movimento sociale
Alayyi Haqqi, che lotta per l'accesso ai servizi pubblici (sanità,
istruzione). "I cittadini si sentono impotenti, anche quando cercano di
aiutare i profughi siriani. Questa presenza massiccia acutizza in
qualche modo anche le paure". Sono ovunque, nelle strade del quartiere
dello shopping di Hamra a Ovest della capitale, o sulle
corniche, o chiedono l'elemosina all'incrocio di Achrafiyeh, a Est, in cambio di un fiore o di un pacchetto di fazzoletti".
I più benestanti frequentano i caffè sul lungomare di Manara, all'ombra
della grande ruota, o a Zeituna Bay, di fronte al porto turistico. Le
donne della borghesia damascena si riuniscono per la
sobhiyé, una
parola intraducibile che evoca sia la condivisione di un caffè al
mattino che gli ultimi pettegolezzi. Ma anche il gossip mondano è carico
di gravità, quando il dramma siriano, così vicino, è ogni giorno in
prima pagina. Scioccata dall'afflusso di rifugiati,
Beirut, definita provinciale nonostante più di un milione di abitanti, si scopre più povera, più popolosa, più preoccupata.
La città congelata
Dopo la crisi interna del 2006-2008, che ha visto una paralisi della
vita politica e l'incremento di tensioni comunitarie, la capitale
libanese aveva sperato in un nuovo inizio, aveva sperato di tornare ad
essere il fulcro del Medio Oriente, come sostiene di essere sempre stata
con le sue banche e con i suoi media. Ma, ahimè, la rivolta siriana nel
marzo 2011 ha messo fine a quei sogni.
Divisa in blocchi quasi
uguali tra sostenitori e oppositori al regime siriano, Beirut sta
lentamente scivolando in una guerra per procura.
La frenesia quotidiana delle sue strade, solcate dalle selvagge
connessioni elettriche, è solo apparente: la città è congelata. Dietro
un'illusoria aria di normalità, la malinconia e l'immobilità hanno
invaso i suoi quartieri che conservano le cicatrici della guerra civile
(1975-1990) su alcune facciate segnate dall'impatto di proiettili e
cannoni. Baciata dal sole autunnale, Beirut si domanda ansiosamente cosa
le riserva il futuro.
Houssam Itani, giornalista del quotidiano panarabo
Al-Hayat, non si fa illusioni. Per lui,
il
conflitto siriano "ha inferto un colpo mortale" alla città già
"depressa" per l'espropriazione del ruolo centrale che occupava nel
mondo arabo prima della guerra civile, durante gli anni 1960-1970.
Polo finanziario e commerciale,
Beirut era entrata nella leggenda
come la capitale degli esuli arabi: oppositori e intellettuali in fuga
dalla censura o dalla morte e fedayyn palestinesi. Questo
fermento l'ha conosciuto bene la regista Jocelyne Saab, autrice del
pregevole "Il Libano nella tormenta" (1975) che aveva 20 anni all'inizio
della guerra. "In quell'epoca, andavamo a trovare i rivoluzionari di
tutto il mondo arabo che si davano appuntamento nei caffè della
corniche, sospesi tra cielo e terra". "Mentre una parte degli abitanti
di Beirut pensa di vivere nell'epicentro della libertà, un'altra è
preoccupata già da tempo per questa irrequietezza che considera
pericolosa".
Oggi, gli intellettuali siriani hanno timidamente raccolto la fiaccola
nei caffè di Hamra. Ballerini, musicisti e pittori danno un nuovo
impulso alla scena locale. Ma Beirut non è la loro destinazione
preferita: troppo vicina a Damasco, ai suoi servizi segreti e ai suoi
complici locali, troppo pericolosa.
Niente Primavere Arabe
In ogni caso, Beirut non fa più sognare.
La "primavera araba" non è stata che una debole scintilla, giusto
qualche manifestazione contro il confessionalismo che si è velocemente
spenta. Ranghi esigui dei sostenitori del regime di Damasco e partigiani
della rivolta siriana si sono affrontati nel 2011 davanti
all'ambasciata siriana, quando era ancora ad Hamra Street. I meeting
convocati dalle correnti di sinistra nella mitica piazza dei Martiri,
trampolino di un'immensa folla nel 2005 - che chiedeva la fine
dell'occupazione siriana e reclamava la verità sull'assassinio dell'ex
primo ministro Rafiq Hariri - (attribuito a Damasco) non hanno avuto
successo.
"A Beirut come a Tripoli, i salafiti sono stati più numerosi a
mobilitarsi. Il conflitto siriano segna la crisi della società civile.
Ognuno trova più facile appartenere alla sua comunità che lottare per
essere libanese", sospira Houssam Itani.
Un'economia di piombo
Sede di un potere politico paralizzato, Beirut assiste al crollo della
sua economia. Tutti ne risentono, dai piccoli esercizi ai grandi
alberghi disertati dai turisti. Anche se la sezione "lifestyle" delle
riviste americane, innalza la città al allo status di metropoli
indiscussa per la sua vita culturale, la sua cucina raffinata e per le
sue feste notturne. Dopo la gioia dell'adulazione, resta l'amarezza
della decadenza.
Nel centro della città, antico luogo di ritrovo per chiunque,
distrutto dalla guerra e trasformato nel quartiere degli uffici, molti
negozi hanno già chiuso. I quartieri popolari sono essi stessi
teatro di un'altra battaglia, più dura: le bandiere dell'opposizione
siriana a tre stelle appaiono per le strade di Tarik Jdide roccaforte
sunnita e filo-ribelle a cui rispondono i ritratti dei "martiri ", i
combattenti di Hezbollah caduti in Siria, nelle strade del confinante
quartiere misto sciita Barbir. Ovunque, i giovani si fingono oziosi, in
realtà fanno la guardia, scrutando qualsiasi presenza "straniera" e
imponendo le loro regole in uno spazio pubblico che si fa sempre più
privato.
Quanto al quartiere cristiano Achrafiyeh, si tiene lontano dal dissidio
tra sunniti e sciiti nonostante le sue divisioni interne riguardo il
dramma siriano. Le sue mura rivelano il dubbio: "Federalismo", slogan a
lungo caro ad alcuni cristiani e riapparso durante l'estate, citato qua e
là.
Alla fine di maggio, il malessere si è trasformato in psicosi. La bolla in cui viveva Beirut è scoppiata.
Fino ad allora, nonostante l'attacco mirato contro Wissam al-Hassan,
capo dell'intelligence della polizia, nell'ottobre 2012, la capitale era
stata relativamente risparmiata dalla violenza, a differenza di Tripoli
o della Valle della Bekaa.
Ma a maggio due missili sono caduti sul quartiere Chiyah alla periferia
di Dahiye, roccaforte di Hezbollah, nella periferia Sud di Beirut. Nel
mese di luglio, una bomba ha colpito la zona causando una cinquantina di
feriti. A questa è seguita un'esplosione devastante, il 15 agosto sempre
a Dahiye causando 29 morti, oltre 300 feriti, colonne di fumo e macerie e scene di drammi familiari agli abitanti di Beirut.
La tensione si è poi attenuata, ma non il disagio. Tanto più che i
responsabili della situazione alimentano quest'atmosfera. Il 14 ottobre, alla vigilia di
Eid al-Adha, grande festa islamica, l'esercito ha annunciato di aver
disinnescato una carica esplosiva di 50 chili in un'auto parcheggiata
a Maamoura. Pochi giorni prima, un altro servizio di sicurezza aveva
lanciato un avvertimento per il rischio di autobombe.
Il ritorno della sicurezza ad oltranza
Beirut, inquieta, rispolvera le misure di sicurezza come nei periodi di
crisi: all'ingresso dei parcheggi dei supermercati, le auto passano per i
rilevatori di esplosivi. Le aree pubbliche sono delimitate da blocchi
di cemento. E fuori le moschee, la preghiera del Venerdì si svolge sotto
l'occhio vigile di poliziotti o soldati. La crisi accelera l'idea di
emigrare, argomento onnipresente nelle conversazioni.
Nella sua vulnerabilità Beirut rivive i demoni delle sue divisioni
politiche e religiose. In alcuni ambienti, gli attacchi contro i
sobborghi meridionali sono stati accolti con indifferenza o da
manifestazioni di gioia. "Quando un attacco viene celebrato, è davvero
il segno che abbiamo raggiunto un basso livello del senso di
appartenenza - dice il giornalista Houssam Itani - Nonostante poi si
ritorni alla vita normale, questi attacchi lasciano cicatrici profonde",
avverte.
Le ferite visibili durano poco, accompagnate da vecchi reazioni:
assicurarsi il più velocemente possibile del destino dei propri cari
con una telefonata, disertare le strade per alcune ore o un paio di
giorni, durante i quali Beirut si trasforma in una città fantasma,
rinchiudersi in casa finché non passa.
"E al mattino, ci si sveglia con il rumore di una gru, dei cantieri
perenni, come se nulla si fosse fermato. Quando c'è un picco di
violenza, ognuno si richiude in se stesso, è impossibile reprimere la
paura. E quando la tensione è scemata, risalgono l'amnesia e la violenza
latente", dice Mohamad Hamdan.
Beirut può sprofondare di nuovo in una guerra? La maggioranza degli
osservatori rifiuta questa ipotesi. La città ha sofferto troppo a causa
della guerra civile, dicono, un nuovo confronto sarebbe inutile. Ma
affermano che un conflitto segreto è al lavoro. Una "guerra fredda"
che ha avuto inizio nel febbraio 2005 con l'assassinio di Rafik Hariri,
leader della comunità sunnita, incoraggiata oggi dal conflitto siriano,
valuta da Houssam Itani.
"Ci sono più di divisioni. Molte cose non dette, relazioni prudenti,
odio represso. E di sera ognuno guarda la sua televisione (canali
privati sono quasi tutti affiliati ai partiti politici) per vedere cosa
sta succedendo in Siria, con la speranza di veder schiacciare
l'avversario", dice. Una "guerra virtuale", aggiunge la regista Jocelyne
Saab, e quindi invisibile.
"Ma nelle relazioni sociali si percepisce la violenza, nelle
conversazioni le opinioni si inaspriscono, viviamo in uno condizione di
degrado. E poi c'è la ricomparsa dei confini che la guerra civile aveva
tracciato nella città".
A causa di un passato doloroso, alcune persone si astengono per paura,
disagio o nostalgia, dall'andare nei quartieri dominati dall'"altro".
Per via degli attentati, la periferia Sud è diventata un spazio
proscritto per quanti avevano l'abitudine di recarcisi a fare la spesa. E
poi ci sono quei luoghi dove avvengono incidenti circoscritti, colpi di
arma da fuoco, strade sbarrate da pneumatici bruciati, eppure causa di
tante paure.
"Recentemente, ero con una donna che si è rifiutata di passare per Cola,
era convinta che ci fossero dei cecchini in agguato", afferma Jocelyne
Saab. Coinvolta nel tumulto siriano, Beirut trattiene il respiro.
"Finché la guerra continua, siamo condannati", dice la regista.
*Traduzione a cura di Paola Robino Rizet
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