Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

31/12/2017

Aumentano le tariffe di luce e gas. Ritorna il carovita?

Questi ultimi dieci anni di deflazione, di crollo dei salari e dei consumi, di prezzi bassi perché nessuno aveva i soldi per comprare, ci avevano fatto perdere di vista un parametro con il quale le generazioni precedenti avevano sempre dovuto fare i conti: il carovita, cioè il continuo aumento dei prezzi, soprattutto delle tariffe dei beni di prima necessità.

Fino al 1985 questa divaricazione tra aumento dei prezzi e andamento dei salari era compensata dalla scala mobile (o contingenza) che adeguava le retribuzioni ai prezzi. Poi, parzialmente nel 1985 e totalmente nel 1993, questo meccanismo è stato eliminato dai diktat dei governi (Craxi nell’85, Amato/Ciampi nel 1993). Il risultato è stata la riduzione sistematica dei salari e del loro rapporto con l’aumento dei prezzi. Dopo anni d'inflazione pressoché inesistente, la Bce e la Commissione Europea, da tempo stanno sollecitando misure tese a far aumentare proprio l’inflazione, cioè lo spauracchio di marca tedesca contro cui negli anni ’90 sono stati creati proprio i trattati come quello di Maastricht. Nati per “combattere l’inflazione” oggi devono cercare di farla ripartire con ogni mezzo, incluso l’aumento dei prezzi ma con i salari sostanzialmente fermi (come ha confessato recentemente lo stesso Draghi e la Bce).

Il Sole 24 Ore, informa che dal primo trimestre del 2018 aumenteranno le bollette dell’elettricità e del gas e neanche di poco. Aumentano anche, come sempre, i pedaggi delle autostrade con effetti evidenti sul costo dei trasporti delle merci e delle persone.

Dal prossimo 1° gennaio la famiglia tipo registrerà un incremento del +5,3% per le forniture elettriche mentre per quelle gas del +5%. L’aumento delle tariffe elettriche è legato ad una serie di fattori concomitanti, che hanno portato ad una decisa crescita dei prezzi all’ingrosso nell’ultimo trimestre (+20% del Prezzo Unico Nazionale solo a novembre rispetto ad ottobre): la ripresa dei consumi (+1,6% la domanda elettrica in Italia nei primi 11 mesi del 2017), da confermare nel 2018, positiva come segno della ripresa delle attività produttive, ma con l’effetto parallelo di una risalita dei prezzi all’ingrosso; l’indisponibilità prolungata di alcuni impianti nucleari francesi, con una crescita delle quotazioni dell’elettricità all’ingrosso nel mercato d’oltralpe, che influenza al rialzo anche quello italiano e ne riduce i volumi importati dalla Francia; alcune limitazioni nei transiti di elettricità nella rete italiana, soprattutto nel Sud-Italia, comportando una riduzione complessiva dell’efficienza del sistema; la minore disponibilità della generazione idroelettrica nazionale per la scarsa idraulicità del periodo (il 2017 è l’anno più “arido” degli ultimi 200 anni), sostituita dalla più onerosa produzione delle centrali a gas; l’aumento stagionale dei prezzi all’ingrosso del gas a livello europeo (e quindi anche italiano) che ha contribuito a far innalzare i prezzi elettrici.

Oltre a questi fenomeni peserà sui consumatori domestici anche l’aumento degli “oneri generali di sistema dovuto al rafforzamento delle agevolazioni per le industrie manifatturiere energivore”, deciso con decreto del Ministro dello Sviluppo economico in attuazione della recente Legge europea che ha recepito il via libera della Commissione europea della scorsa primavera al Piano di adeguamento predisposto dal Governo italiano.

Per il gas invece l’aumento è sostanzialmente determinato dalle attese dinamiche legate alle stagioni invernali, con consumi e quotazioni in aumento a livello europeo, che – in un mercato unico – implicano la crescita dei prezzi anche nei mercati all’ingrosso italiani.

Fonte
Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico

Da quando la coalizione Cambiemos guidata dall’imprenditore Mauricio Macri è andata al potere in Argentina, l’ortodossia neoliberista è ripiombata drammaticamente nella vita del popolo argentino. Con il suo corollario, ampiamente previsto, fatto di repressione e miseria crescente.

Dopo due anni di neoliberismo selvaggio il bilancio è catastrofico: le principali tariffe, ossia acqua, energia elettrica e gas hanno subito forti rincari che vanno dal 200% al 2000%. L’inflazione ha fatto registrare un’impennata che l’ha portata al 50%, mentre la moneta nazionale, il Peso, si è svalutato del 40%.

La politica di austerità selvaggia imposta dal regime macrista ha avuto un impatto drammatico sulle classi popolari, la vita economica e lo sviluppo del commercio. Secondo la Chiesa Cattolica 1,4 milioni di argentini sono scesi sotto la soglia di povertà. Nella capitale Buenos Aires, il tasso di povertà è passato dal 20% al 33%. Secondo dati resi noti dall’Istituto Nazionale di Statistica e Censimento (INEC), il 32% della popolazione vive in povertà – quindi parliamo di 8,7 milioni di persone – mentre 1,3 milioni di persone, il 6,3% degli argentini, vive in condizioni di povertà estrema.



Il Fondo Monetario spinge l’Argentina verso il baratro

Mentre davanti agli occhi abbiamo ancora le immagini della repressione scatenata contro chi ha osato contestare una riforma pensionistica che porta l’età per il ritiro dal lavoro attivo a 70 anni.

Questo, evidentemente, non è abbastanza per il Fondo Monetario Internazionale. L’istituzione che professa di «promuovere la cooperazione monetaria globale, assicurare la stabilità finanziaria, facilitare il commercio internazionale, promuovere un alto tasso di occupazione e una crescita economica sostenibile e ridurre la povertà in tutto il mondo», mentre impone scellerate misure economiche che gettano i popoli nella povertà più nera, favorendo, al contempo, gli interessi delle élite.

Dunque, nelle sue raccomandazioni per l’economia argentina, il Fondo chiede alla nazione sudamericana di operare una «diminuzione della spesa pubblica», accompagnata da privatizzazioni per «aumentare la produttività».

Insomma, si chiede a Macri di implementare in maniera ancora più selvaggia le politiche che negli ultimi due anni hanno affossato l’economia dell’Argentina. A tal proposito, senza attendere le raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale, i politici argentini hanno votato la scorsa settimana per ridurre l’aliquota dell’imposta sulle società del paese dal 35 al 25% e aumentare l’età pensionabile a 70 anni per uomini e donne. Le misure introdotte, inoltre, prevedono una riduzione drastica degli investimenti pubblici nei piani pensionistici nazionali e nel welfare state.

Il rapporto del FMI chiede di «ridurre i posti di lavoro nella pubblica amministrazione, congelando le assunzioni per i prossimi due anni». In linea con le raccomandazioni dell’organizzazione internazionale, il governo, ha deciso di non rinnovare il contratto a 15.000 lavoratori della pubblica amministrazione. I sindacati hanno risposto annunciando uno sciopero generale il 4 gennaio.

La scure neoliberista è calata anche sul diritto del lavoro con Macrì che minaccia di approvare una legislazione che vuole ridurre il potere di contrattazione collettiva sindacale. L’FMI chiede di tagliare le indennità e «semplificare le procedure per il licenziamento collettivo».

Lo scenario è il medesimo che ha prodotto il dramma della Grecia e di gran parte dei paesi dell’Europa del sud costretti a languire sotto il tallone di ferro di un’ottusa austerità che stritola le economie. Nonostante i governi, come quello italiano, parlino di crescita economica. Intanto la povertà continua a crescere in maniera esponenziale,


Negli ultimi trent’anni i critici del Fondo Monetario Internazionale hanno denunciato che l’organizzazione costringe i governi ad applicare politiche economiche draconiane che cancellano la sovranità nazionale. In Europa, attraverso la moneta unica, è stata cancellata anche la sovranità monetaria.

Nel caso dell’Argentina, il Fondo Monetario Internazionale, spinge il paese verso il baratro. Da dove il paese era stato faticosamente tirato fuori grazie agli anni di governo kirchnerista.

Fonte: TeleSur

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Decreto intercettazioni, un semi-golpe in stile felpato

In silenzio, secondo il suo stile felpato, il “pacato Gentiloni” ha piazzato una delle “riforme” semi-golpiste che hanno caratterizzato tutta la legislatura guidata dal Pd. Certo, Renzi l’avrebbe sparata forte, ma – rumore a parte – la sostanza è la stessa.

Parliamo del decreto sulle intercettazioni, approvato in via definitiva dal Consiglio dei ministri.

Cosa c’è di semi-golpista? Intanto il metodo. A Camere sciolte dal presidente della Repubblica, il governo prende una decisione che il Parlamento non può discutere, approvare o emendare. E’ il metodo con cui governa l’Unione Europea – ricordiamo sempre che il “Parlamento” di Starsburgo è l’unico al mondo formalmente privo del potere legislativo; dunque porta il nome, ma non è un parlamento – mettendo da parte la solenne “tripartizione dei poteri” che dovrebbe caratterizzare la democrazia parlamentare in regime capitalistico.

Vero è che questo decreto entrerà in funzione soltanto tra sei mesi, ma intanto è stato varato. Se a quella data non ci sarà ancora un governo dotato di maggioranza parlamentare (non lo si può escludere, vista la frammentazione politica esistente), o peggio ancora ci sarà un “governo del presidente”, con tutti dentro, quel decreto diventerà legge dello Stato. Senza mai esser stato approvato dall’organo legislativo.

Una logica semi-golpista anche nel merito. Tra le molte misure messe nero su bianco ce n’è una che espropria il potere giudiziario di una prerogativa fondamentale: la formazione delle prove da presentare in giudizio.

Secondo il decreto, infatti, la polizia giudiziaria assume il potere di decidere quali intercettazioni sono rilevanti ai fini dell’inchiesta e quali no. Finora questo potere era affidato al pubblico ministero, ovvero a un magistrato. Quindi a un potere formalmente indipendente dal governo (potere esecutivo). Inutile qui stare a considerare i diecimila casi di magistrati legati a questa o quella cordata politica, ai “magistrati in prima linea” che hanno spesso surrogato il potere politico nella “guerra” a questa o quella “emergenza”, fino ad arrivare al cortocircuito costituzionale di magistrati che si scrivono le leggi che dovranno poi applicare (compito che la Costituzione affida al Parlamento).

In questa nuova norma, infatti, l’ordine dei poteri viene rovesciato: il governo decide – tramite la polizia giudiziaria, quindi con la filiera di comando agli ordini del ministro dell’Interno – cosa andrà a costituire prova giudiziaria.

Si tratta insomma della sottomissione anche formale delle funzioni giudiziarie – o almeno di una tra le più importanti – al potere esecutivo.

La cosa sorprendente è che nessuno abbia sollevato il problema, che è anche una misura del degrado della cultura politica “democratica” di questo paese. Il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Eugenio Albamonte, ha colto ovviamente la novità spaventosa – “lo strapotere della polizia giudiziaria nella selezione delle intercettazioni”. Ma la sua critica è stata espressa con una prudenza che la dice lunga sui rapporti di forza oggi in campo, limitandosi a sottolineare aspetti quasi solo tecnici. Per esempio, la norma prevede che le intercettazioni giudicate irrilevanti non vengano trascritte ma “Senza che venga indicato un minimo di contenuto dell’intercettazione ritenuta irrilevante, diventa impossibile un vero controllo da parte del pm. È paradossale che, avendo vissuto da poco il trauma di intercettazioni mal trascritte e gli echi politici e istituzionali che ne sono derivati, si creino le condizioni per ulteriori errori che, diversamente dalla vicenda a cui faccio riferimento, non saranno verificabili ex post”.

Non siamo degli appassionati delle intercettazioni, com’è noto, ma ci sembra rilevante che l’esautorazione di un potere della magistratura avvenga su questo terreno delicato.

Che si tratti di un rafforzamento del potere del governo, quindi di un enorme allargamento dei poteri repressivi è confermato anche dalle critiche sollevati dagli avvocati (solitamente sul fronte opposto dei magistrati, in questa e altre materie).

Rinaldo Romanelli, componente della giunta del sindacato degli avvocati, giudica “estremamente negativo” – per esempio – che i colloqui tra difensore e assistito possano essere intercettati, anche se non trascritti. “Perché cosi quei colloqui non finiranno sui giornali, ma saranno ascoltati dalla polizia giudiziaria”, con la possibilità di mettere a conoscenza anche il pm della strategia difensiva di chi è indagato. Alla faccia della “terzietà” del giudizio... E resta anche “il vulnus di questa riforma: non dare copie agli avvocati di tutto il materiale intercettato. Tanti processi si fanno sulla base delle intercettazioni: ma il 98% per cento del materiale intercettato è irrilevante, non bastano 10 giorni per trovare invece le conversazioni utili alla difesa”. Una ricerca che dunque sarà possibile solo ai grandi studi legali, con tanti assistenti, cui possono ricorrere soltanto gli indagati che possono permetterseli.

A fronte di questa verticalizzazione del potere di indagine, il ministro Orlando prova a cavarsela con le battute sulla privacy: “Abbiamo un Paese che utilizza le intercettazioni per contrastare la criminalità e non per alimentare i pettegolezzi o distruggere la reputazione di qualcuno”. Solo che sarà il ministro di polizia a decidere quali reputazioni saranno da proteggere e quali da indicare come “criminali”. Non proprio un piccolo dettaglio...

Non è soltanto un “decreto salvapolitici” (come finge di aver capito Luigi Di Maio), ma un decreto per salvaguardare tutta la squallida “classe dirigente” italiana. Perché, per quanto “i politici” di oggi siano complessivamente ignobili, lo schieramento degli imprenditori (capitale finanziario e multinazionale compresi) è un teatro dell’orrore.

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1922-2017: dall’URSS alle privatizzazioni capitaliste in Russia

Nel giorno in cui, 95 anni fa, il 30 dicembre 1922, si tenne il primo Congresso dei soviet dell’URSS, nel corso del quale i rappresentanti di RSFSR, USSR, BSSR e Federazione Socialista Sovietica Transcaucasica sottoscrissero la dichiarazione sulla formazione dell’URSS, non è fuori luogo ricordare come tutt’oggi, a 26 anni dalla fine dell’Unione Sovietica, alcuni dei suoi affossatori si vantino pubblicamente, anche in trasmissioni televisive, di non aver rimpianti per quanto accaduto, grazie anche al loro personale e diretto contributo.

E’ il caso di colui che, sin dai primi anni ’90, veniva definito il “primo privatizzatore” di Russia, quel Anatolij Čubajs, tra i delfini di Boris Eltsin ed esponente dell’ala più sfrenata del passaggio al capitalismo. In un confronto televisivo con l’ex membro del PCUS, Sergej Kurghinjan (fisico-matematico, nonché regista e leader del movimento “L’essenza del tempo”, la cui sezione regionale ha ottenuto di recente l’annullamento della decisione di inaugurare a Rostov sul Don un monumento a Solženitsin) andato in onda pochi mesi fa e ora riproposto da vari canali, Čubajs afferma che “Non ho mai rinnegato e non ho intenzione di rinnegare una mia sola parola. In cosa consistono le pretese accampate dal popolo nei confronti della privatizzazione? La risposta è semplice: che essa non fu onesta. E la mia posizione in proposito è che tali pretese siano legittime: la privatizzazione fu in effetti ingiusta... Naturalmente, avremmo voluto che fosse fatta in maniera onesta, con una grande massa di denaro, dando a tutti la possibilità di comprare, seguendo le norme adottate dai migliori paesi occidentali, secondo i canoni classici, ecc, ecc. Ma c’era un piccolo dettaglio: non esisteva più uno Stato. Esso era stato per metà distrutto prima dell’agosto 1991 e si era ridotto in macerie dopo l’agosto ’91 e il GKČP...”. Certo, i vari Čubajs non sono stati casuali, afferma Kurghinjan; e non sono stati nemmeno messi al loro posto dagli americani, anche se sono stati ben addestrati dagli USA. No, essi sono stati messi al loro posto dalla nostra burocrazia di partito. Di fronte alla “raffica di miti e fandonie” sparati dall’occidente contro l’URSS, dice Kurghinjan, il cittadino sovietico avrebbe dovuto esser difeso dalla sezione ideologica del PCUS: ma tale sezione era diretta da Aleksandr Jakovlev, il quale, invece di ergere una barriera contro tali miti, o respingerli, era fermamente convinto di doverli importare”.

E, oggi, di cosa si vanta ancora Čubajs? In frammenti di diverse interviste racconta: “cedemmo le proprietà a coloro che vi erano più prossimi: banditi, segretari dei Comitati regionali di partito, direttori di fabbriche. Proprio questo evitò il bagno di sangue. Perché, se avessimo cercato di non dar loro le proprietà, essi se le sarebbero comunque prese; le avrebbero prese e basta, senza alcuna procedura legittima. Invece, così, essi le presero seguendo una procedura legittima. E ciò, per quanto appaia risibile, diede una certa stabilità politica alla costruzione”. Così che, a ragione, Kurghinjan nota “lo abbiamo creato noi questo tipo di capitalismo”. Con una “procedura legittima”!

Ancora Čubajs: “I dirigenti comunisti detenevano un potere immenso: politico, amministrativo, finanziario. Ce ne dovevamo sbarazzare, ma non avevamo abbastanza tempo... Non potevamo scegliere tra una privatizzazione “onesta” e una “disonesta”, perché una privatizzazione onesta presuppone delle regole precise, stabilite da uno Stato forte, in grado di assicurare l’osservanza delle leggi. All’inizio degli anni ’90 non avevamo né uno stato, né un’ordine legale; dovevamo scegliere tra un comunismo banditesco e un capitalismo banditesco”.

In un’intervista del marzo 2010 a Forbes, Čubajs sostiene che “Principale base di sostegno del movimento democratico era in primo luogo l’intellighentsja , scientifica, tecnica, creativa. A quel tempo, eravamo perfettamente consapevoli che la maggior parte di essa lavorava nel complesso militare-industriale e che il paese non aveva risorse sufficienti a mantenere quel complesso al precedente livello. Ciò significava che la stabilizzazione finanziaria avrebbe colpito inevitabilmente e con particolare durezza proprio quella categoria sociale”.

I fili che tengono insieme tutte queste perle, li aveva tessuti già a suo tempo, negli anni ’90, il Ministro degli esteri yankee di Boris Eltsin, Andrej Kozyrev, a uso e consumo del settimanale all’epoca circondato dell’aureola di “rivista della perestrojka”, Moskovskie Novosti: “Credo che non ci sia altro interesse per la società se non quello di viver bene, bene come vivono in Occidente... Tutta l’aristocrazia russa, i commercianti, gli scrittori, l’intellighentsja, tutti loro vivevano nell’Europa occidentale. E non a caso. Tutto il resto è demagogia a uso dei disgraziati. Se non avete soldi per comprare una villa sulla Costa azzurra, allora cominciano a raccontarvi la favola che non ne avete bisogno, che vivete bene in questa “Asiropa””.

Evidentemente, come ci vivono bene oggi i Mikhelson, i Mordašov, i Lisin, i Timčenko, per citare solo i primi quattro russi della classifica 2017 di Forbes, sebbene occupino posti dal 41° al 58° nel rating mondiale, con “appena” 16 o 18 miliardi di dollari. Non certo quei 20 milioni di russi – cifra confermata anche dalla Corte dei conti – che, secondo Moskovskij Komsomolets, sarà difficile sollevare dalla povertà senza un qualche “regalo” pre elettorale. Venti milioni di persone che, secondo le stime governative, dispongono di meno di 10.000 rubli al mese, quando il minimo ufficiale di sopravvivenza è considerato 10.328 rubli.

Ora, il Ministro del lavoro, Maksim Topilin ha promesso di dimezzare, nel giro di 6-7 anni, l’attuale 13-14% di popolazione considerata al di sotto della soglia di povertà. In che modo? Innalzando il minimo salariale al livello del minimo di sopravvivenza, ha detto; aumentando in generale i salari; aggiungendo bonus demografici. Per il primo obiettivo, si cita la data del 1 gennaio 2019. L’aumento dei salari, invece, in teoria è già iniziato: ad esempio, per i dipendenti pubblici, già nel 2017 è stato del 7% (3% reale, considerata l’inflazione), ma i redditi reali generali sarebbero diminuiti del 1,3%. Obiettivi non del tutto reali, commenta Moskovskij Komsomolets, dato un aumento del PIL del 1,8%, a fronte, ad esempio, di India e Cina, con crescite del 6-7%.

Oggi, stando ai sondaggi del VTsIOM, per condurre un livello decente di vita a Mosca o a Piter, una famiglia dovrebbe poter disporre di almeno 56.600 rubli a persona, mentre la cifra media per tutta la Russia è invece di 39.404 rubli. E va peggio per i pensionati.

Secondo il Fondo pensioni russo, nel 2017 la media annuale della pensione di vecchiaia per i pensionati non occupati è stata di 13.800 rubli; quella della pensione sociale, di 8.800 rubli. Lo stesso Fondo assicura che in Russia “non ci sono pensionati sotto la soglia di povertà: nessun pensionato dispone di un reddito mensile inferiore al livello considerato quale minimo di sopravvivenza nella regione in cui vive. Il direttore del Fondo, Anton Drozdov ha dichiarato che nel 2018 l’assegno medio dei pensionati non occupati sarà portato a 14.300 rubli e, per il 2020, a 15.500 rubli. Nella conferenza stampa di fine anno, Vladimir Putin ha accennato al fatto che l’attuale età pensionistica (55 anni per le donne e 60 per gli uomini) sia stata fissata negli anni ’30, quando la durata della vita era diversa, e ha parlato del possibile innalzamento dell’attuale minimo lavorativo di 15 anni per accedere alla pensione; nulla di nuovo, dunque: da tempo i Ministeri finanziari parlano dell’innalzamento dell’età pensionabile.

Se questa è la situazione dei pensionati, a livello generale Russkaja Vesna si dice “sorpresa” di scoprire che il divario tra ricchi e poveri sia identico in Russia e in America, quantomeno nel senso che in ambedue i paesi l’élite benestante detiene la stessa quota di ricchezza nazionale. Rusvesna riporta i dati pubblicati in questi giorni da World Inequality Report, secondo cui la quota di redditi del 10% di popolazione USA più ricca sia passata, tra il 1980 e il 2014, dal 22 al 39%, grazie soprattutto alla deregulation reaganiana. In Russia, dal 1995 al 2015, è balzata dal 22 al 43%, grazie anche alla “privatizzazione ingiusta” degli anni ’90, quando i “direttori rossi” facevano man bassa dei čubajsiani “voucher di privatizzazione” distribuiti a tutta la popolazione, accaparrandosi colossi industriali da svendere poi sui mercati esteri.

E’ forse anche con gli oboli attinti da tali ricchezze (sin dagli anni ’90, i ricchi russi amano mostrarsi generosi nelle elargizioni alla chiesa, forse a espiazione delle “ingiustizie della privatizzazione”) che, nella sola diocesi di Mosca, nel 2017, il numero di templi e cappelle si è ulteriormente arricchito di 24 unità, attestandosi a quota 1.154. Che dio renda merito a Čubajs & Co.

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30/12/2017

Assalti Frontali. “Piazza Indipendenza”

Antonello Sotgia, compagno, architetto, amico, appena usciva una canzone o un video di Assalti scriveva un articolo per DinamoPress e che articolo!... Ce lo spiegava lui quello che stavamo facendo... Quando è uscita “Piazza Indipendenza” ha scritto questo, forse il suo ultimo articolo (e poi ci disse: “Aspetto il video”)... Eccolo... (Luca)

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“Succede d’estate. Sei al mare. In quei giorni riesci a giocare con tuo figlio. Magari stai su un’isola. Hai iniziato a raccontargli le storie che conosci. Lui come tutti i bambini si fa ripetere sempre le stesse. Ora ce n’è una nuova. Credi che lui la debba assolutamente sapere. Non puoi non dirglielo.

Non tutti arrivano su una spiaggia scendendo da una nave, come è successo a te e a lui qualche giorno prima. Per molti, anche piccoli come lui, quel mare, quella tanta acqua che improvvisamente si trovano di fronte, non è una vacanza. Mette paura. Loro la attraversano ammassati in barche che ondeggiano, anche se il mare è calmo, per quanto sono stipate di persone. Scappano dalla fame e dalla guerra.

Quando arrivano chiedono solo di stare sotto il nostro stesso cielo. Alle volte trovano casa entrando in una delle tante che nessuno usa più, ma che sta ben attento a tenere chiuse. Loro, quelli che arrivano dal mare, le riaprono. Iniziano a fare quello che facciamo tutti. A vivere con noi. Quelli come te, gli dici, vanno a scuola. Questo lui lo sa perché quella loro casa, ora aperta, è tornata a far parte di quella via, di quella piazza. Forse lì vive anche qualche suo amico.

Poi succede che... Roma. È il 19 agosto. I 400 eritrei, somali, etiopi che vivono da tre anni in un palazzo di via Curtatone, all’alba di quel maledetto giorno, vengono scaraventati giù dai letti. Inizia un’altra storia. Quella di chi viene cacciato anche dalla strada, dove è stato gettato, a forza di idranti. «Roma bolle e questo è il terzo sgombero di agosto». Ti senti esplodere. Ti senti maledettamente lontano. Succede nella tua città. Tu vuoi urlare tutta la tua rabbia. Inizi a parlarne con chi hai conosciuto in questi giorni sulla spiaggia, con chi magari «hai condiviso il vino».

Succede che a loro, a questi tuoi nuovi amici, la dignità di quei bambini che, forti dei loro libri e delle loro cartelle, si sono messi davanti la polizia per difendere la scuola di tutti (anche dei figli dei poliziotti) non interessa. Quello che succede intorno l’abitare è oggi il fenomeno più divisivo che attraversa chi la città abita. Così sono in molti magari a sentirsi in dovere di difendere un palazzo che neanche conoscono. Non sono mai entrati lì. Non sanno che ospitava, perché questo nessuno lo ha detto, un carrozzone del potere democristiano che ha prodotto un deficit spaventoso. Neppure una commissione parlamentare d’inchiesta è riuscita mai a conteggiarlo.

Non sanno che quel fallimento ha lasciato sul lastrico centinaia e centinaia di famiglie di agricoltori. Non sanno che quelle catene, che entrando quei 400 hanno fatto saltare, si sono trasferite intorno anche a loro avvolgendoli con la storia, una vera narrazione asfissiante, che le occupazioni sono il veleno della città.

Loro parlano. Non sanno che quel palazzo è in mano alla finanza, che ora è di una banca. La stessa magari che sta stritolando la loro vita. La stessa che chiede di indebitarti fino a che potrai, per poi una volta che non sarai più capace di farlo, buttare te e i tuoi figli in qualche discarica dell’abitare.



Su quella spiaggia, lontano da Roma, quel maledetto giorno c’è Militant A. Lui sa che le catene, anche quelle che sembrano serrate fino a stritolarti come sono quelle mentali, possono essere strappate. Loro lo hanno fatto.

Loro sono: chi occupa quel palazzo di quella piazza inghiottita da un dedalo di strade che la toponomastica paradossalmente ha dedicato ai luoghi della libertà del nostro paese.

Loro sono: le oltre 10.000 persone che vivono nelle occupazioni.

Loro sono: i «bastardi».

Loro «sono gajardi». Si gajardi perché, venendo sotto il nostro cielo, sono riusciti a trovare le parole per dire che il nemico non è tra noi, ma in chi vuole tenerci divisi. Che anche se vivere in occupazione è duro, non sarà venendo deportati in tende di plastica, come si è messa in testa la sindaca di questa città, che si risolve il problema dell’emergenza abitativa. Che la città si costruisce nel mettere in comune le storie di tutti i noi. Nel costruire, a partire dalla vita quotidiana forme di cooperazione sociale basta sulla solidarietà.

Luchino trova così le parole per dire anche a suo figlio che in quel palazzo di questo parlano quei «bambini che scrivono lettere alle loro nonne». Sono loro gli unici a sapere come finirà questa storia: farla finita «con un mondo di soprusi e codardi, sti bastardi so’ gajardi».

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Libertà per Ahed Tamimi. Una campagna internazionale


Chiunque sia stato ai piccoli ma determinati cortei di Nabi Saleh in Cisgiordania ha conosciuto e scherzato coi ragazzini e le giovani splendide, coraggiose ragazze della famiglia Tamimi, molto attive nella resistenza non violenta del loro piccolo villaggio partigiano.

Ahed Tamimi, 16 anni, attivista della resistenza palestinese nel villaggio di Nabi Saleh, è stata arrestata. Il suo crimine, affrontare con dignità, determinazione e la forza delle sue parole i soldati armati fino ai denti a difesa delle terre rubate, della costruzione delle colonie, dello sfruttamento delle risorse in territorio palestinese. La mattina del 19 dicembre lei e la sua famiglia sono diventate l’obiettivo delle forze di occupazione israeliane a seguito della protesta per il grave ferimento di Mohamed Tamimi, il cugino di Ahed, colpito alla testa da uno di quei micidiali proiettili di metallo ricoperti di gomma e ora in coma. I soldati hanno fatto violentemente irruzione in casa, confiscato telefoni, macchine fotografiche, computer, picchiato la madre di Ahed e arrestato la ragazza. Anche sua madre Nariman e sua cugina Nur (21 anni) sono stati arrestate nelle ore e giornate successive.

Non è la prima volta... a turno i ragazzi e specie le ragazze di questa famiglia vengono picchiate e arrestate e alcuni mesi fa ad Ahed era stata impedita la partecipazione alla carovana di solidarietà “Palestina- Movimento Nero uniti nella lotta” negli Stati Uniti insieme all’attivista e scrittore Nadya Tannous e all’attivista per la liberazione nera Amanda Weatherspoon.

Denunciamo l’arresto di Ahed, Nariman e Nur, gli ultimi dei 450 arresti di persone palestinesi dopo la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

Da tutto il mondo stanno chiedendo la loro scarcerazione.

Di seguito la petizione che potete firmare

Campagna Firma per liberare Ahed Tamimi e tutti i minori palestinesi in prigione.
https://secure.avaaz.org/campa ign/en/free_ahed/?kVdCKdb

https://israelpalestinenews. org/israeli-forces-imprison- 16-year-old-palestinian-girl- mother-cousin-shooting- another-cousin-face/
http://www.yashebron.org/free_ tamimi_family
https://nycsjp.wordpress.com/ 2017/12/20/demand-an-end-to- child-detention-free-ahed-tamimi-and-all-palestinian- political-prisoners/
https://secure.avaaz.org/ campaign/ar/free_ahed/?kDPEYbb (102,000 signed this avaaz petition)
For those of you in the US, Israeli Embassy and Consulate contact information is here: https://embassy-finder.com/ israel_in_usa
For those of you in other parts of the world, Israeli Embassy and Consulate contact information is here: https://embassy-finder.com/ israel_embassies

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Weah presidente della Liberia. Un’occasione per parlare d’Africa? No, di Calcio

Dicono che Georges Weah, 51 anni, forse il miglior calciatore che abbia avuto l’Africa, e neo Presidente della Liberia sia molto sensibile ai problemi sociali della sua terra in particolare a quelli dei bambini e alla loro scolarizzazione.

Però sul Presidente neo eletto alla guida di uno dei Paesi più tormentati del continente africano avremmo piacere di conoscere qualcosa di più.

In che cosa consiste quel CDC, il partito per il cambiamento, per il quale ha concorso e vinto, oltre ad essere un gruppo che si occupa di questioni umanitarie? Certo siamo certi che non finanzia la tratta dei bambini soldato, un tragico mercato che proprio tra Liberia e Sierra Leone ha avuto modo di svilupparsi in non lontani tempi di guerra, ma quali sono i lineamenti del suo programma politico?

Certo se ne sa di più del partito che ha sconfitto, al secondo tentativo, e di chi lo ha guidato nei tempi passati, il Partito dell’Unità.

Si sa che era guidato da una donna, da Ellen Johnson-Sirleaf, ex impiegata della World Bank, un’economista di stampo liberista nominata nel 2011 Premio Nobel per la pace per avere guidato il paese in anni relativamente tranquilli. Si sa che ha azzerato il debito estero del paese a caro prezzo per la popolazione più povera. Si sa che il suo vice, Joseph Boakai (vicepresidente della Liberia dal 2005), da un po’ di tempo non andava d’accordo con lei, e questa frattura ha indubbiamente giovato a Weah per ribaltare il risultato di una precedente consultazione.

Sì, ma al di là di questo? Ci piacerebbe conoscere come la pensa il neoeletto in materia di politica estera. Una variabile che ha inciso sul paese fin dalle sue origini se è vero che venne di fatto costruito da schiavi liberati negli Stati Uniti, non tanto graditi dagli indigeni doc, ma fortemente legati al paese che li aveva prima messi in catene e poi liberati dalle medesime.

Un paese, politicamente parlando “born in the Usa”, i cui Presidenti però non sempre si erano allineati a Washington. Senza tener conto che, quando si erano verificate beghe tra i liberiani e i vicini della Sierra Leone l’esercito francese gravitava non molto lontano.

E ancora, quali sono i residui di una delle epidemie più devastanti degli ultimi anni (l’Ebola) che le sue tracce più mortifere le ha lasciate proprio in Liberia, Sierra Leone e Guinea?

Basta a tranquillizzarci una percentuale di votanti sufficientemente elevata e l’assenza di guerre civili, nonché elezioni pluripartitiche da una dozzina d’anni? Sono sufficienti per garantirci che Weah avrà vita facile e che ci possiamo comunque fidare di lui sulla parola?

A nostro avviso, da parte dei media, si poteva cominciare meglio. Parlare, analizzando la sua vittoria, dei problemi in cui si sta dibattendo l’Africa, magari limitandoci a quelli della sua zona. Non mi pare che lo si stia facendo molto.

In compenso sappiamo tutto e tutti del suo Pallone d’oro.

E che ha giocato, Milan ovviamente a parte, nel Chelsea, nel Manchester City, nell’Olympique di Marsiglia e nel Paris St. Germain. Oltre a ciò fatichiamo appena a sapere che è musulmano.

Comunque sia, auguri Presidente, a lei, al suo popolo e all’Africa tutta.

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Bombe dall’Italia ai sauditi per le stragi in Yemen. Il governo sapeva tutto

Partivano da Domusnovas, in Sardegna e arrivavano a Ta’if e Jeddah, in Arabia Saudita, poi venivano utilizzate per bombardare e uccidere i civili houthi nello Yemen. Le bombe in dotazione all’aviazione saudita che hanno provocato finora più di 10mila vittime in Yemen riportano spesso lo stesso codice di fabbricazione: A4447. La produzione è italiana, negli stabilimenti della tedesca Rwm, a Domusnovas, vicino a Iglesias. A denunciarlo, oltre ai militanti antimilitaristi sardi e italiani che lo hanno fatto per mesi, è una inchiesta sintetizzata in un video del New York Times “Bombe italiane, morti yemeniti”. E’ un affare che vale 440 milioni di euro nel solo 2016.

L’inchiesta ricostruisce il viaggio degli ordigni Mk-80 dalla Sardegna fino all’Arabia Saudita, e coinvolge tutte le più alte autorità del governo. Il Nyt riporta le immagini del primo ministro Paolo Gentiloni e del ministro della Difesa Roberta Pinotti.

Fonti della Farnesina di fronte allo scandalo reso pubblico dal New York Times hanno provato a replicare con una forte dose di ipocrisia che: “L’Italia osserva in maniera scrupolosa il diritto nazionale ed internazionale in materia di esportazione di armamenti”. Una modalità smentita però dagli esperti che hanno esaminato le informazioni raccolte dal quotidiano statunitense secondo i quali: “Queste vendite violano le leggi italiane e internazionali sul commercio di armi”.

Attraverso dei controlli incrociati sui documenti di spedizione ai quali hanno avuto accesso, i reporter americani hanno scoperto che gli ordigni sono stati trasportati con dei tir dal luogo di fabbricazione – Domus Novas – fino all’aeroporto di Elmas o al porto di Cagliari. Sempre scortati da volanti della polizia o da mezzi dei vigili del fuoco che “solo in quelle occasioni” avevano accesso anche alle aree riservate degli scali. Prova questa del fatto che il governo era perfettamente informato di queste vendite offrendo copertura e sostegno alla spedizione delle bombe in Arabia Saudita.

Dai vari scali le bombe vengono poi caricate su aerei, destinazione Ta’if, oppure su navi cargo che, passando dallo Stretto di Suez, attraccavano al porto saudita di Jeddah.

Sulla vicenda è intervenuto il senatore del M5S Cotti rivelando che “Dopo mesi di stretta collaborazione con il NYT, a cui ho fornito video, foto, documentazione, contatti, ecco ora l’inchiesta della prestigiosa testata americana”. In una nota, il senatore del M5s Roberto Cotti ha sottolineato come. “La denuncia è forte, le prove schiaccianti, le responsabilità del Governo italiano evidentissime. Un Governo che continua ad autorizzare l’export delle bombe nonostante le mie denunce, con ben 6 interrogazioni parlamentari a cui non si sono degnati di rispondere per cercare di giustificare il loro operato. Un impegno, il mio, finalmente premiato. Sono orgoglioso – ha aggiunto – di avere collaborato all’inchiesta giornalistica, evidenziando l’importante ruolo del M5s nella denuncia di questo immane crimine”.

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