di Chiara Cruciati
Ieri le proteste a Bassora
sono riprese, dopo qualche ora di di “pausa” in attesa di risposte: gli
organizzatori delle manifestazioni di fronte al consiglio provinciale e
al giacimento petrolifero di Qurna avevano dato tre giorni alle autorità
per rispondere alle richieste dei dimostranti: “E’ responsabilità loro
se i manifestanti scendono di nuovo in piazza per chiedere i diritti,
servizi, lavoro, e sostegno finanziario per ridare vita ai progetti in
sospeso”, ha detto Ali Shaddad, il consigliere provinciale citato da Agenzia Nova.
Da domenica centinaia di persone si sono accampati davanti
all’impianto di Zubair, a Bassora, gestito dall’italiana Eni, la
statunitense Occidental Petroleum Corporation, la sudcoreana Korea Gas
Corporation e dall’irachena Missan Oil Company.
Domenica era intervenuto l’esercito iracheno a disperdere due diverse
manifestazioni, una di fronte al giacimento petrolifero di Qurna e una
fuori dal consiglio provinciale, dove si erano accampate sotto le tende
migliaia di persone. In entrambi i casi teatro della rabbia popolare è
Bassora, scossa dall’8 luglio da proteste che in breve tempo
hanno contagiato il sud sciita per arrivare a Baghdad.
Gli organizzatori delle proteste a Bassora avevano detto ad Agenzia Nova di aver dato tre giorni di tempo alla Basra Oil Company per rispondere alle richieste. E denunciano:
l’esercito blocca l’arrivo di acqua e cibo ai manifestanti. Alcuni di
loro, estrema forma di protesta, hanno stracciato le proprie lauree.
Con 48 gradi la carenza di elettricità ha spinto la gente
nelle strade, a bloccare i giacimenti di greggio (l’80% delle riserve
nazionali, eppure i black out elettrici sono continui tanto da doverne
importare dall’Iran) e a portare in piazza la frustrazione per un
cambiamento che non arriva mai. Sono già 14 le vittime della
repressione della polizia, uccisi da proiettili o gas lacrimogeni. Oltre
300 gli arrestati e quasi 800 i feriti a Najaf, Bassora, Karbala,
Nassiriya, Dhi Qar, tra manifestanti e forze di sicurezza, con la gente
che ha preso d’assalto uffici pubblici e le sedi di alcuni partiti
politici.
A Baghdad il clima è incandescente: il premier al-Abadi, ancora al
suo posto dopo le elezioni del 12 maggio che non hanno portato ancora
alla formazione di un governo, vuole essere riconfermato e cerca di
placare la rabbia. Dopo aver tentato senza successo di soffocare
le proteste inviando l’esercito e oscurando internet, domenica ha
sospeso il ministro dell’Energia, Qassim al-Fahdawi e ordinato
un’inchiesta sul suo operato, capro espiatorio al disastro energetico
del paese quinto al mondo per riserve petrolifere.
Ma il problema non è solo l’elettricità. Nelle piazze si sta
protestando – in modo spontaneo, senza la direzione di una fazione
politica – per la mancanza di lavoro (non a caso a Bassora le tribù
hanno bloccato gli stabilimenti chiedendo che le compagnie
internazionali assumano i giovani della zona, invece di dipendenti stranieri), per la corruzione rampante, per la carenza di acqua potabile e di un servizio efficiente di raccolta dei rifiuti.
Il tutto a fronte di 40 miliardi di dollari spesi dal 2003, dalla
caduta di Saddam, per rimettere in piedi il sistema energetico distrutto
dall’invasione Usa. Secondo al-Abadi, che cerca conferme
nell’inchiesta, da allora le istituzioni irachene avrebbero siglato
oltre 5mila contratti-fantasma che non si sono mai tradotti in lavori
effettivi.
A parlare a favore degli iracheni è l’ayatollah Ali al-Sistani, la
guida spirituale sciita irachena che fin dalle prime proteste ha preso
le parti dei manifestanti. Nel tradizionale sermone del venerdì, pochi
giorni fa, ha fatto appello alle forze politiche perché formino al più
presto un esecutivo in grado di affrontare seriamente la questione
corruzione e lo stato misero dei servizi. Nell’attesa, ha detto
al-Sistani da Karbala, anche questa scossa dalle proteste, «l’attuale
governo lavori duro, con urgenza, per rispondere alle richieste dei
cittadini e ridurre sofferenza e miseria».
Una miseria concreta, terribile, che è tornata a prevalere sulle
speranze che il voto di due mesi e mezzo fa aveva in parte riacceso. Se
la metà degli iracheni aveva disertato le urne, l’altra metà aveva
votato per partiti “alternativi” all’establishment post-Saddam, la
coalizione sadristi-comunisti e le milizie sciite.
Ma a prevalere è lo stallo, fomentato anche dal riconteggio dei voti
dopo denunce di scorrettezze. In un simile contesto la Repubblica Islamica manda un messaggio al fronte
anti-Iran e all’amministrazione Trump in particolare: possiamo generare
il caos nella regione.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/08/2018
Governo Conte - Servo degli USA, della UE o di entrambi?
In politica estera non si improvvisa. A meno che tu non abbia alle spalle una potenza tale che gli altri devono stare attenti a quel che vuoi, solo perché lo vuoi.
Ma se sei una mezza calzetta sempre a un passo dall’essere buttata fuori dai club che contano, l’improvvisazione è un rischio gigantesco. In primo luogo perché non raccogli i risultati che speravi, in secondo perché fai vedere a tutti i concorrenti – ai tuoi cittadini puoi raccontare quel che vuoi, parlando d’altro – che non ci capisci più di tanto e non sai fare i tuoi interessi.
La visita di Conte negli Stati Uniti aveva un solo scopo: quello di “farsi proteggere” dall’invadenza francese in Libia. E già questo sembrava un obbiettivo non proprio geniale. Intanto perché la Francia è membro pesante dell’Unione Europea, dunque può agire per far sì che altri obbiettivi dell’Italia – per esempio i “margini di flessibilità” sui parametri di Maastricht – diventino più difficilmente raggiungibili. E poi, tutti sanno che gli Stati Uniti non fanno mai qualcosa in cambio di niente; specie ora che c’è un Trump bisognoso di dimostrare ai suoi elettori che è capace di fare affari migliori di prima.
Insomma, l’impressione – già dalle cronache frettolose dei media principali – era che questo governo andava a creare un’altra crepa nell’architettura europea, già traballante di suo (Macron e Merkel sono al punto più basso della popolarità, in patria e fuori), non tanto per “sovranismo” quanto per antica sudditanza verso gli Usa.
La conferma arriva da questa illuminante analisi di Alberto Negri, ex inviato di guerra de IlSole24Ore, ora battitore libero che pubblica ovunque. In questo caso su il manifesto.
Alberto Negri
Il premier Giuseppe Conte è tornato da Washington con il bollino blu di garanzia, come si usava nella vecchia pubblicità delle banane. Vedremo ora cosa mai sarà la «cabina di regia» sulla Libia che ha chiesto insistentemente a Trump, ma pensare che sulla poltroncina a dirigere le azioni principali gli Usa mettano l’Italia fa ridere i polli.
A noi permetteranno di reclutare le solite comparse di Tripoli, consumati caratteristi del doppio o triplo gioco che i nostri governi tengono in palma di mano per convocare una conferenza libica a Roma.
Ma in cambio di che cosa? Da qualche anno, ovvero dal 2011 quando gli Usa di concerto con Francia e Gran Bretagna distrussero la Libia di Gheddafi, i premier italiani vanno a Washington sperando di essere tirati fuori dai guai dove li hanno cacciati i loro stessi alleati, o presunti tali.
Era già accaduto nell’incontro tra Renzi e Obama tre anni fa: «L’Italia è il paese leader in Libia», aveva detto l’ineffabile Barack. Come è andata a finire lo sappiamo: una solenne presa in giro, la Francia in Libia fa quello che vuole, almeno in Cirenaica, e i governi del Pd sono stati spazzati via anche dalla questione immigrazione.
Si sono lette cose dell’altro mondo sulla stampa italiana: se l’Italia ferma il progetto del gasdotto Tap dell’Azerbaijan, sponsorizzato dagli Usa, ci sarebbero danni per 70 miliardi di dollari, il doppio o il triplo del valore della pipeline. Ma il Tap – osteggiato in Puglia come la Tav in Piemonte – non arriverebbe solo in Italia perché le sue diramazioni attraversano pure i Balcani. Oltretutto la sua portata iniziale è assai bassa, 10 miliardi di metri cubi l’anno, tra l’altro da dividere con la Turchia che non ha per nulla rinunciato al Turkish Stream con Mosca, anzi. I lavori di posa dei tubi si concluderanno nel 2019 con un portata di 32 miliardi di metri cubi, il triplo del decantato Tap (Trans Adriatic Pipeline).
Non è affatto vero come sostengono gli Usa che il Tap è «una struttura fondamentale per garantire energia all’Occidente». Almeno non lo è ancora. Il suo valore strategico non è tanto per l’Italia quanto per i Paesi produttori dell’Asia Centrale (adesso l’Azerbaijan e in prospettiva anche Turkmenstan e Kazakhstan) che hanno interesse a evitare la tagliola del transito sui tubi russi della Gazprom per arrivare in Europa.
Ma per il momento è soltanto una delle diverse alternative aggiuntive: non rappresenta neppure un ventesimo dei consumi europei annuali.
Il Tap, di cui Snam ha una quota del 20%, è un’opera che era stata definita «inutile» dal nuovo ministro dell’Ambiente Sergio Costa in una dichiarazione alla Reuters del 6 giugno scorso. La verità è che, al di là delle polemiche locali, il Tap è invece utilissimo all’America di Trump che ha due obiettivi: contenere l’influenza russa nei rifornimenti energetici europei e bloccare il progetto della pipeline tedesca Nord Stream 2 con Mosca.
Quindi il premier Conte si è prestato volentieri al gioco americano, tanto più che l’Italia si è vista bocciare da Bruxelles il gasdotto South Stream, la pipeline che avrebbe dovuto portare in Europa il metano russo aggirando l’Ucraina.
Ed ecco che dopo tanto blaterare dei rapporti di amicizia tra Mosca e Roma, della cancellazione delle sanzioni alla Russia, Conte ha completamente riallineato l’Italia ai piani Usa con il gioco dei gasdotti pur di ottenere da Washington vaghe investiture di primazia in Libia dove continueremo a fare i conti con la Francia, l’Egitto e la Russia stessa, soprattutto in Cirenaica.
Un ritorno all’ordine atlantico sancito ieri dalle sanzioni dell’Unione europea alle sei società russe che hanno costruito il ponte che collega la Russia alla Crimea annessa nel 2014: il tutto con l’approvazione dell’Italia che sembrava tanto amica di Mosca da essere citata nel discorso inaugurale del premier Conte.
Ma c’è dell’altro. Si dice anche che Trump sarebbe interessato a scambiare quote Eni (in cambio di concessioni in Usa) per prendere il gas libico che a noi arriva già attraverso il gasdotto diretto Greenstream (oltre a quello algerino con il Transmed e al gas russo, che costa meno di quello americano).
Visto che gli Usa vogliono vendere il loro gas liquefatto in Europa non si capisce bene che se ne fanno di quello della Libia, dove tra l’altro l’Eni fornisce l’80% dell’energia elettrica del Paese, se non per mettere una “fiche” geopolitica sul tavolo nordafricano. Tutto questo per ottenere l’appoggio americano alla conferenza in Italia sulla Libia? In poche parole l’aiuto Usa andrebbe a pesare sulla nostra bolletta del gas.
Del resto Trump all’esordio dell’incontro con Conte alla Casa Bianca era stato chiaro: «L’Italia ha un surplus commerciale di 31 miliardi di dollari con gli Usa». In poche parole: «Prima caccia i soldi, cioè riequilibra il deficit commerciale e poi parliamo del resto».
L’impressione, dalla cabina di regia saldamente nelle mani degli americani, è che gli Usa tentino di darci un’altra fregatura, anche questa con un simpatico bollino blu.
Fonte
Ma se sei una mezza calzetta sempre a un passo dall’essere buttata fuori dai club che contano, l’improvvisazione è un rischio gigantesco. In primo luogo perché non raccogli i risultati che speravi, in secondo perché fai vedere a tutti i concorrenti – ai tuoi cittadini puoi raccontare quel che vuoi, parlando d’altro – che non ci capisci più di tanto e non sai fare i tuoi interessi.
La visita di Conte negli Stati Uniti aveva un solo scopo: quello di “farsi proteggere” dall’invadenza francese in Libia. E già questo sembrava un obbiettivo non proprio geniale. Intanto perché la Francia è membro pesante dell’Unione Europea, dunque può agire per far sì che altri obbiettivi dell’Italia – per esempio i “margini di flessibilità” sui parametri di Maastricht – diventino più difficilmente raggiungibili. E poi, tutti sanno che gli Stati Uniti non fanno mai qualcosa in cambio di niente; specie ora che c’è un Trump bisognoso di dimostrare ai suoi elettori che è capace di fare affari migliori di prima.
Insomma, l’impressione – già dalle cronache frettolose dei media principali – era che questo governo andava a creare un’altra crepa nell’architettura europea, già traballante di suo (Macron e Merkel sono al punto più basso della popolarità, in patria e fuori), non tanto per “sovranismo” quanto per antica sudditanza verso gli Usa.
La conferma arriva da questa illuminante analisi di Alberto Negri, ex inviato di guerra de IlSole24Ore, ora battitore libero che pubblica ovunque. In questo caso su il manifesto.
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Libia, il bidone di Trump a Conte è da bollino blu
Alberto Negri
Il premier Giuseppe Conte è tornato da Washington con il bollino blu di garanzia, come si usava nella vecchia pubblicità delle banane. Vedremo ora cosa mai sarà la «cabina di regia» sulla Libia che ha chiesto insistentemente a Trump, ma pensare che sulla poltroncina a dirigere le azioni principali gli Usa mettano l’Italia fa ridere i polli.
A noi permetteranno di reclutare le solite comparse di Tripoli, consumati caratteristi del doppio o triplo gioco che i nostri governi tengono in palma di mano per convocare una conferenza libica a Roma.
Ma in cambio di che cosa? Da qualche anno, ovvero dal 2011 quando gli Usa di concerto con Francia e Gran Bretagna distrussero la Libia di Gheddafi, i premier italiani vanno a Washington sperando di essere tirati fuori dai guai dove li hanno cacciati i loro stessi alleati, o presunti tali.
Era già accaduto nell’incontro tra Renzi e Obama tre anni fa: «L’Italia è il paese leader in Libia», aveva detto l’ineffabile Barack. Come è andata a finire lo sappiamo: una solenne presa in giro, la Francia in Libia fa quello che vuole, almeno in Cirenaica, e i governi del Pd sono stati spazzati via anche dalla questione immigrazione.
Si sono lette cose dell’altro mondo sulla stampa italiana: se l’Italia ferma il progetto del gasdotto Tap dell’Azerbaijan, sponsorizzato dagli Usa, ci sarebbero danni per 70 miliardi di dollari, il doppio o il triplo del valore della pipeline. Ma il Tap – osteggiato in Puglia come la Tav in Piemonte – non arriverebbe solo in Italia perché le sue diramazioni attraversano pure i Balcani. Oltretutto la sua portata iniziale è assai bassa, 10 miliardi di metri cubi l’anno, tra l’altro da dividere con la Turchia che non ha per nulla rinunciato al Turkish Stream con Mosca, anzi. I lavori di posa dei tubi si concluderanno nel 2019 con un portata di 32 miliardi di metri cubi, il triplo del decantato Tap (Trans Adriatic Pipeline).
Non è affatto vero come sostengono gli Usa che il Tap è «una struttura fondamentale per garantire energia all’Occidente». Almeno non lo è ancora. Il suo valore strategico non è tanto per l’Italia quanto per i Paesi produttori dell’Asia Centrale (adesso l’Azerbaijan e in prospettiva anche Turkmenstan e Kazakhstan) che hanno interesse a evitare la tagliola del transito sui tubi russi della Gazprom per arrivare in Europa.
Ma per il momento è soltanto una delle diverse alternative aggiuntive: non rappresenta neppure un ventesimo dei consumi europei annuali.
Il Tap, di cui Snam ha una quota del 20%, è un’opera che era stata definita «inutile» dal nuovo ministro dell’Ambiente Sergio Costa in una dichiarazione alla Reuters del 6 giugno scorso. La verità è che, al di là delle polemiche locali, il Tap è invece utilissimo all’America di Trump che ha due obiettivi: contenere l’influenza russa nei rifornimenti energetici europei e bloccare il progetto della pipeline tedesca Nord Stream 2 con Mosca.
Quindi il premier Conte si è prestato volentieri al gioco americano, tanto più che l’Italia si è vista bocciare da Bruxelles il gasdotto South Stream, la pipeline che avrebbe dovuto portare in Europa il metano russo aggirando l’Ucraina.
Ed ecco che dopo tanto blaterare dei rapporti di amicizia tra Mosca e Roma, della cancellazione delle sanzioni alla Russia, Conte ha completamente riallineato l’Italia ai piani Usa con il gioco dei gasdotti pur di ottenere da Washington vaghe investiture di primazia in Libia dove continueremo a fare i conti con la Francia, l’Egitto e la Russia stessa, soprattutto in Cirenaica.
Un ritorno all’ordine atlantico sancito ieri dalle sanzioni dell’Unione europea alle sei società russe che hanno costruito il ponte che collega la Russia alla Crimea annessa nel 2014: il tutto con l’approvazione dell’Italia che sembrava tanto amica di Mosca da essere citata nel discorso inaugurale del premier Conte.
Ma c’è dell’altro. Si dice anche che Trump sarebbe interessato a scambiare quote Eni (in cambio di concessioni in Usa) per prendere il gas libico che a noi arriva già attraverso il gasdotto diretto Greenstream (oltre a quello algerino con il Transmed e al gas russo, che costa meno di quello americano).
Visto che gli Usa vogliono vendere il loro gas liquefatto in Europa non si capisce bene che se ne fanno di quello della Libia, dove tra l’altro l’Eni fornisce l’80% dell’energia elettrica del Paese, se non per mettere una “fiche” geopolitica sul tavolo nordafricano. Tutto questo per ottenere l’appoggio americano alla conferenza in Italia sulla Libia? In poche parole l’aiuto Usa andrebbe a pesare sulla nostra bolletta del gas.
Del resto Trump all’esordio dell’incontro con Conte alla Casa Bianca era stato chiaro: «L’Italia ha un surplus commerciale di 31 miliardi di dollari con gli Usa». In poche parole: «Prima caccia i soldi, cioè riequilibra il deficit commerciale e poi parliamo del resto».
L’impressione, dalla cabina di regia saldamente nelle mani degli americani, è che gli Usa tentino di darci un’altra fregatura, anche questa con un simpatico bollino blu.
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Ahed Tamimi: "L'occupazione ci riba anche la giovinezza"
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Il giardino di casa Tamimi nel villaggio cisgiordano di Nabi Saleh in questi giorni è una enorme sala d’attesa per giornalisti, delegazioni, amici e parenti. Tutti, rispettando una rigida agenda di incontri, attendono il proprio “turno” per salutare, intervistare o semplicemente per stringere la mano ad Ahed Tamimi.
Il simbolo della resistenza palestinese, scarcerata domenica da Israele, è tornata a casa dopo otto mesi in prigione assieme alla mamma Nariman, condannata alla stessa pena detentiva per aver filmato e postato sui social gli schiaffi dati dalla figlia a due soldati israeliani lo scorso dicembre.
Basem Tamimi, padre di Ahed e noto attivista, è il più attento ai bisogni dei presenti. Trova comunque il tempo di chiederci informazioni sulla vicenda di Jorit Agoch, il writer napoletano detenuto dalla polizia israeliana e poi rimandato in Italia (non potrà ritornare in Israele e nei Territori occupati per i prossimi dieci anni) perché ha realizzato sul Muro che divide Betlemme da Gerusalemme un bellissimo enorme ritratto di Ahed Tamimi.
La ragazza, 17 anni compiuti lo scorso gennaio, appare nel giardino qualche minuto dopo. Sul volto porta la fatica tre giorni passati tra centinaia di persone e sotto i riflettori di tutto il mondo. Dice di aver dormito poco. Però non rinuncia a rispondere alle domande dei giornalisti.
Cominciamo dal giorno in cui hai preso a schiaffi i soldati israeliani.
Ero molto nervosa per quello che stava accadendo intorno a me. (Donald) Trump qualche giorno prima aveva proclamato Gerusalemme capitale di Israele e i soldati israeliani avevano ucciso o ferito tanti palestinesi durante le proteste (seguite all’annuncio del presidente Usa, ndr). In più mio cugino Mohammed, poco più di un bambino, era stato ferito gravemente alla testa da un proiettile sparato dai soldati. Cose avvenute tutte insieme che mi hanno portato a reagire in quel modo nei confronti di chi occupa la nostra terra. Penso sia una reazione comprensibile da ogni persona costretta a vivere le mie stesse esperienze. Comunque anche se avessi saputo che quel gesto mi avrebbe portato per mesi in prigione, avrei agito ugualmente in quel modo.
Le autorità israeliane ti definiscono una ragazzina aggressiva e con una storia di violenza.
Violenta piuttosto è l’occupazione israeliana che priva i palestinesi della libertà, che prende le nostre terre, demolisce le nostre case, uccide ragazzini o li mette in prigione. E ce ne sono tanti in carcere in questo momento in cui sto parlando che scontano delle condanne molto severe e non dobbiamo dimenticarli. Gli israeliani non hanno diritto di accusarmi e di accusare altri palestinesi di essere violenti. Allo stesso tempo penso che la nostra lotta si possa esprimersi in varie forme, anche diffondendo la nostra cultura, spiegando ai cittadini di altri paesi le ragioni e la storia del popolo palestinese.
Torniamo ai giorni successivi all’arresto. Durante gli interrogatori ti è stata assicurata la protezione che si deve ad una adolescente in stato di detenzione?
Non mi hanno mai trattata come un’adolescente e neppure come una adulta o come dovrebbe essere trattato qualsiasi essere umano. Mi hanno messo in cella con detenute per reati comuni, criminali che mi rivolgevano offese volgari. Durante gli interrogatori minacciavano di punire la mia famiglia. Non hanno mai permesso ai miei familiari di essere presenti e nella stanza dove di volta in volta venivo portata c’erano sempre solo uomini. In nessun caso una donna è stata presente agli interrogatori.
Sei molto giovane, la prigione ti avrà privata di tante cose.
Davvero molte. Prima di tutto gli affetti della famiglia. Mia madre era nella stesso carcere ma non potevo vederla perché si trovava in una sezione dove non potevo accedere. Mi è mancato passare del tempo e scherzare con mio fratello. Mi sono mancate le mie amiche, passeggiare assieme a loro. Sono state tante le cose che avrei voluto fare e non ho potuto. In carcere però ho studiato per non perdere l’ultimo anno delle superiori e sono riuscita a sostenere gli esami della maturità (dopo una serie di proteste negli anni passati, le autorità israeliane hanno concesso ai detenuti politici palestinesi di poter continuare gli studi in cella, anche se con modalità e condizioni molto particolari, ndr).
Come vedi la tua vita di adolescente nell’immediato futuro e da giovane adulta negli anni che verranno?
Sto vivendo una fase molto complessa. Ho vissuto un’esperienza dura dalla quale sono uscita molto provata. In questi giorni mi sento stanca e provo un malessere generale. Penso che l’occupazione israeliana e il carcere mi abbiamo preso una parte della vita e della giovinezza. Ho perduto sul piano personale qualcosa che non riuscirò a recuperare. Questo è il prezzo che tutti noi palestinesi siamo costretti a pagare a causa dell’occupazione. Malgrado ciò sono pronta a pagarlo se alla fine di questo tunnel c’è la liberazione del nostro popolo.
Credi che sia ancora possibile una soluzione giusta per i palestinesi?
La soluzione è tornare a prima dell’occupazione della Palestina quando gli ebrei e i palestinesi cristiani e musulmani vivevano in pace rispettandosi tra di loro. I problemi esistono a causa dell’ideologia sionista. I palestinesi non sono contro gli ebrei e l’Ebraismo ma contestano il Sionismo e l’occupazione.
Intendi che la soluzione è tornare al prima del 1948?
Anche più indietro perché prima del 1948 c’erano il colonialismo e il Mandato della Gran Bretagna. Prima di ciò, da quanto ho letto nei libri e ho ascoltato dai nostri anziani, esisteva una clima di pace e di ottime relazioni tra tutte le componenti della società.
Dopo la tua scarcerazione hai dichiarato che in futuro avrai un ruolo in politica, resterai indipendente o pensi di entrare in un partito politico?
Continuerò a partecipare attivamente alla lotta per i diritti del mio popolo ma non intendo unirmi ad alcuna forza politica. La Palestina e i palestinesi non appartengono a un partito o a un movimento politico.
Come giudichi le divisioni tra le forze politiche palestinesi, tra Cisgiordania e Gaza?
In modo del tutto negativo naturalmente. Queste divisioni e la rivalità non aiuteranno un alcun modo la nostra causa. Solo l’unità potrà dare ai palestinesi la libertà.
Proseguirai gli studi?
Senza dubbio. Non ho ancora deciso bene ma andrò all’università. Sono orientata a studiare diritto internazionale, perché credo che la conoscenza delle leggi internazionali potrà darmi gli strumenti per aiutare il mio popolo.
Quanto peserà sul tuo futuro la notorietà e il simbolo della resistenza all’occupazione che oggi rappresenti per tutti i palestinesi?
Sono la ragazza di sempre, non sono cambiata ma sento il peso sulle mie spalle di questa notorietà. Tuttavia è anche una grande opportunità che mi viene offerta, quella di diffondere informazioni su quanto accade nella mia terra, al mio popolo, e di parlare della condizione dei detenuti (palestinesi) nelle carceri israeliane.
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Siria - Dopo Deraa, Damasco verso Idlib
di Stefano Mauro
“Damasco è pronta a lanciare un’importante operazione militare per riprendersi la provincia di Idlib e le aree vicino a Latakia”, ha affermato lunedì Bashar Al Assad durante un incontro con la stampa.
Di fatto, dopo la campagna per la liberazione del Ghouta, di Deraa e di Quneitra, l’esercito siriano si sta già posizionando “per lanciare una nuova e fondamentale offensiva nel nord-ovest della Siria”, come dichiarato da una fonte militare al sito Al Masdar News. Sempre secondo la stessa fonte, le forze d’élite “Tigri”, la guardia repubblicana e la quarta divisione motorizzata saranno pronte, in pochi giorni, a combattere per mettere in sicurezza tutta l’area fino al confine con la Turchia.
Un’offensiva considerata fondamentale e forse tra le più difficili, visto che nell’area ci sono molti miliziani jihadisti, prevalentemente appartenenti ad al Nusra (Hayat Tahrir Al Sham), che nel corso delle precedenti offensive si sono “arresi” e si sono recati in quella regione, individuata come “area di de-escalation”, durante gli accordi di Astana e le precedenti offensive di Damasco.
Ad oggi, in effetti, delle quattro aree di de-escalation individuate lo scorso anno quella di Deraa e del Ghouta sono state liberate e restano quella di Idlib e di Homs. L’ostacolo maggiore sarà, secondo le fonti siriane, l’esercito turco che ha invaso la regione di Afrin, ha installato numerosi punti di osservazione – fino ad 80 km all’interno del territorio siriano – e si è posto come protettore di quelle milizie jihadiste, ad esempio Ahrar al Sham o l’Els (Esercito Siriano Libero), sostenute e finanziate da Ankara.
La scorsa settimana, infatti, il governo turco ha annunciato la decisione di voler aumentare il proprio sforzo bellico nell’area di confine settentrionale, con l’intenzione di supportare, militarmente e logisticamente, le milizie a lei legate. Una dichiarazione che mostra le preoccupazioni da parte di Ankara relative sia all’imminente avanzata dell’esercito lealista verso Idlib, sia riguardo ai recenti colloqui tra Damasco ed i curdi sul futuro assetto di una Siria confederale. Accordi che, secondo Damasco, porterebbero a una zona autonoma nel Rojava in cambio della restituzione dei pozzi e delle risorse petrolifere al governo centrale.
Da parte sua Ankara ha proposto alla Russia, insieme all’Iran parte integrante del processo di pacificazione intrapreso ad Astana, la creazione di un’ulteriore zona di “pacificazione” nell’area di Latakia, Hama e Idlib. Oltre a ciò il governo turco punterebbe al disarmo di tutti i gruppi jihadisti e alla creazione di un’unica formazione, denominata “Esercito Nazionale”, che dovrebbe assumere una connotazione politica e dovrebbe poi partecipare ai prossimi incontri per la pacificazione del paese.
La risposta di Mosca è stata, attraverso un comunicato del ministero della Difesa, negativa. I comandi russi favorirebbero un’avanzata siriana ad Idlib e Latakia perché vorrebbero uno “smantellamento definitivo” di tutte le formazioni jihadiste per la sicurezza delle basi russe in tutta quell’area. Volontà, quella di Mosca, legata ai continui attacchi, anche con droni, contro postazioni ed obiettivi russi da parte delle milizie ribelli.
Secondo la televisione libanese Al Mayadeen, il comunicato del ministero della difesa russo sarebbe il semaforo verde a Damasco per una vasta offensiva militare congiunta, con il sostegno aereo di Mosca, per liberare l’intera provincia di Idlib.
Sempre riguardo alla presenza di truppe straniere in Siria, l’ambasciatore russo in Israele, Anatoly Viktorov, ha ribadito la propria contrarietà alla richiesta di Tel Aviv di un ritiro iraniano dal paese. “Gli iraniani, come Hezbollah, hanno un ruolo importante nella nostra lotta congiunta contro i terroristi jihadisti in Siria – ha affermato lunedì sul canale israeliano Channel 10 – visto che la presenza di Teheran in Siria è totalmente legittima secondo i principi dell’Onu, al contrario di quella turca o americana nel paese”.
Fonte
“Damasco è pronta a lanciare un’importante operazione militare per riprendersi la provincia di Idlib e le aree vicino a Latakia”, ha affermato lunedì Bashar Al Assad durante un incontro con la stampa.
Di fatto, dopo la campagna per la liberazione del Ghouta, di Deraa e di Quneitra, l’esercito siriano si sta già posizionando “per lanciare una nuova e fondamentale offensiva nel nord-ovest della Siria”, come dichiarato da una fonte militare al sito Al Masdar News. Sempre secondo la stessa fonte, le forze d’élite “Tigri”, la guardia repubblicana e la quarta divisione motorizzata saranno pronte, in pochi giorni, a combattere per mettere in sicurezza tutta l’area fino al confine con la Turchia.
Un’offensiva considerata fondamentale e forse tra le più difficili, visto che nell’area ci sono molti miliziani jihadisti, prevalentemente appartenenti ad al Nusra (Hayat Tahrir Al Sham), che nel corso delle precedenti offensive si sono “arresi” e si sono recati in quella regione, individuata come “area di de-escalation”, durante gli accordi di Astana e le precedenti offensive di Damasco.
Ad oggi, in effetti, delle quattro aree di de-escalation individuate lo scorso anno quella di Deraa e del Ghouta sono state liberate e restano quella di Idlib e di Homs. L’ostacolo maggiore sarà, secondo le fonti siriane, l’esercito turco che ha invaso la regione di Afrin, ha installato numerosi punti di osservazione – fino ad 80 km all’interno del territorio siriano – e si è posto come protettore di quelle milizie jihadiste, ad esempio Ahrar al Sham o l’Els (Esercito Siriano Libero), sostenute e finanziate da Ankara.
La scorsa settimana, infatti, il governo turco ha annunciato la decisione di voler aumentare il proprio sforzo bellico nell’area di confine settentrionale, con l’intenzione di supportare, militarmente e logisticamente, le milizie a lei legate. Una dichiarazione che mostra le preoccupazioni da parte di Ankara relative sia all’imminente avanzata dell’esercito lealista verso Idlib, sia riguardo ai recenti colloqui tra Damasco ed i curdi sul futuro assetto di una Siria confederale. Accordi che, secondo Damasco, porterebbero a una zona autonoma nel Rojava in cambio della restituzione dei pozzi e delle risorse petrolifere al governo centrale.
Da parte sua Ankara ha proposto alla Russia, insieme all’Iran parte integrante del processo di pacificazione intrapreso ad Astana, la creazione di un’ulteriore zona di “pacificazione” nell’area di Latakia, Hama e Idlib. Oltre a ciò il governo turco punterebbe al disarmo di tutti i gruppi jihadisti e alla creazione di un’unica formazione, denominata “Esercito Nazionale”, che dovrebbe assumere una connotazione politica e dovrebbe poi partecipare ai prossimi incontri per la pacificazione del paese.
La risposta di Mosca è stata, attraverso un comunicato del ministero della Difesa, negativa. I comandi russi favorirebbero un’avanzata siriana ad Idlib e Latakia perché vorrebbero uno “smantellamento definitivo” di tutte le formazioni jihadiste per la sicurezza delle basi russe in tutta quell’area. Volontà, quella di Mosca, legata ai continui attacchi, anche con droni, contro postazioni ed obiettivi russi da parte delle milizie ribelli.
Secondo la televisione libanese Al Mayadeen, il comunicato del ministero della difesa russo sarebbe il semaforo verde a Damasco per una vasta offensiva militare congiunta, con il sostegno aereo di Mosca, per liberare l’intera provincia di Idlib.
Sempre riguardo alla presenza di truppe straniere in Siria, l’ambasciatore russo in Israele, Anatoly Viktorov, ha ribadito la propria contrarietà alla richiesta di Tel Aviv di un ritiro iraniano dal paese. “Gli iraniani, come Hezbollah, hanno un ruolo importante nella nostra lotta congiunta contro i terroristi jihadisti in Siria – ha affermato lunedì sul canale israeliano Channel 10 – visto che la presenza di Teheran in Siria è totalmente legittima secondo i principi dell’Onu, al contrario di quella turca o americana nel paese”.
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Le contraddizioni del governo su Alitalia
In merito alla vicenda Alitalia il nuovo governo sta assumendo in questi giorni alcune posizioni che sembrano andare in direzione opposta a quella scelta e perseguita dagli esecutivi precedenti e dall’ultimo ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda.
In sostanza queste le differenze più rilevanti:
1) Controllo dello stato del 51% del capitale della compagnia aerea, attraverso Cassa Depositi e Prestiti e altri soggetti istituzionali o comunque di proprietà pubblica.
2) Individuazione di un partner internazionale che produca un nuovo piano che sia anche di supporto strategico allo sviluppo del paese.
3) Non più “spezzatino” e vendita di singole attività ma unicità dell’azienda.
4) Sviluppo dell’attività di volo soprattutto sulle direttrici intercontinentali di lungo raggio.
5) Mantenimento dell’occupazione.
Se questi, come si legge nelle dichiarazioni di esponenti del M5S e della Lega con precise responsabilità di governo, saranno i punti sui quali articolare il rilancio di Alitalia, è evidente che verrebbe sconfessata la politica che governi di centro-destra e di centro-sinistra hanno sostenuto e portato avanti su Alitalia e sul trasporto aereo almeno negli ultimi 15 anni.
Io credo che la nazionalizzazione dell’Alitalia, come quella di tante altre aziende e attività produttive strategiche, a cominciare dall’Ilva, sia non solo possibile ma anche indispensabile per dare nuovo impulso all’economia e a disegnare un sistema economico diverso da quello attuale, più equo e attento alle esigenze dei lavoratori e allo sviluppo del paese. Quello che si sta pensando per Alitalia non è certo una nazionalizzazione, ma prevede comunque un controllo dello stato al 51%.
Ma qui nasce il primo dubbio: come si può pensare di controllare un’azienda che si ritiene strategica, lasciando però la gestione industriale ad un partner straniero, come sembra emergere dalle dichiarazioni del governo?
Un partner di minoranza, anche se forte minoranza, vuole decidere e non certo semplicemente gestire decisioni prese da altri. E la questione si fa ancor più contraddittoria se poi consideriamo che eventuali partner come Air France o Lufthansa sono oggi nostri diretti e fortissimi concorrenti, e domani lo sarebbero ancor di più se Alitalia si sviluppasse e mettesse in discussione almeno parte del loro mercato intercontinentale, costituito anche da traffico proveniente proprio dal nostro paese e che oggi raggiunge destinazioni non servite da Alitalia con partenze da Parigi o Francoforte.
Quindi non si comprende perché lo sviluppo di Alitalia non debba essere studiato e gestito da un Piano costruito proprio dall’azionista pubblico che assumerebbe il controllo con il 51% del capitale.
L’altra grossa perplessità è costituita dallo sviluppo della flotta aerea. Per costruire infatti una flotta di lungo raggio che sia credibile e funzionale allo sviluppo previsto, servono aerei; molti aerei e molto costosi. Se qualcuno pensa che bastino una decina di aerei in più si sbaglia di grosso. Servono almeno 40 o 50 aerei nell’arco di 3 o 4 anni per coprire adeguatamente una rete intercontinentale dignitosa e redditizia.
Non è impossibile, perché gran parte dei nuovi aerei potrebbero anche essere presi in leasing ma comunque servono soldi, molti soldi, oltre a quelli necessari a ristrutturare l’intero sistema dell’azienda, colpito in questo ultimo decennio da tagli, perdite di professionalità, di attività e di credibilità.
Servono alcuni miliardi e su questo non può esserci minimamente una gestione ed una comunicazione approssimativa e propagandistica.
Da decenni, da quando la deregulation ha investito violentemente il trasporto aereo e l’Alitalia, sono sempre stato convinto – come tanti esperti del settore e come l’Unione Sindacale di Base, prima Sdl e ancor prima Sult e Sulta – che lo sviluppo di una compagnia aerea che non sia una low cost, debba prevedersi soprattutto sui voli intercontinentali, che producono più reddito e non sono ancora fortemente infettati dalla piaga del low-cost.
Il governo deve dire quanto e come impegnare il denaro pubblico per rilanciare un’attività che produca reddito, che si integri con l’economia del paese, che faccia da motore per il turismo e l’export: insomma si deve dire non quanto è il costo di un’impresa del genere, ma quanto deve essere l’investimento ed il ritorno complessivo per l’intero paese.
Terzo importante aspetto che non può essere sottovalutato è l’indispensabilità di una riforma del trasporto aereo italiano che tenga conto della stategicità del settore e che, come avviene in quasi tutti i paesi europei, costringa le low-cost – prima fra tutte Ryanair, alla quale le politiche suicide di questi anni hanno consegnato oltre il 50% del traffico aereo del paese – a rispettare ed applicare le leggi e i regolamenti nazionali, prime fra tutte quelle relative al lavoro.
In ciò evitando anche che aziende di gestione aeroportuale, spesso di proprietà pubblica, alimentino e sovvenzionino tali compagnie a danno della compagnia nazionale, spesso eludendo anche le norme attuali relative alla concorrenza.
Ultimo aspetto è quello legato ai lavoratori e al sindacato. Occorre evitare la commistione di interessi tra un certo modo di fare sindacato e l’azienda perché questo è stato uno degli elementi che da una parte ha fortemente contribuito al deterioramento dei rapporti con i lavoratori e con chi cercava di fare sindacato in modo onesto e coerente e dall’altra ha prodotto danni enormi alla stessa azienda.
Personalmente sono convinto da tempo che il rilancio di Alitalia sia possibile e auspicabile da tutti i punti di vista. Chi, come me, ha con determinazione sostenuto questa tesi tentando di indicare anche un punto di vista diverso da quello che negli ultimi decenni ha prodotto lo sfascio di Alitalia, oggi ritiene che occorre fare chiarezza sulle dichiarazioni del governo, sugli obiettivi di un vero piano di rilancio e sui mezzi economici necessari per avviarlo e realizzarlo.
Non vorrei che tutto si rivelasse una grande trovata propagandistica e niente più.
Di certo i lavoratori e il sindacato sano e indipendente devono seguire e vigilare da vicino su questa partita, senza troppe illusioni e con estrema determinazione. Coscienti che se si riapriranno i giochi su Alitalia ciò sarà dovuto anche al fatto che i lavoratori e il sindacalismo di base, attraverso il referendum dello scorso anno, hanno bocciato e fatto naufragare quel progetto che il ministro Calenda, Cgil, Cisl, Uil, Ugl e sindacati autonomi avevano invece sostenuto e che avrebbe rappresentato la pietra tombale per Alitalia e per i suoi lavoratori.
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In sostanza queste le differenze più rilevanti:
1) Controllo dello stato del 51% del capitale della compagnia aerea, attraverso Cassa Depositi e Prestiti e altri soggetti istituzionali o comunque di proprietà pubblica.
2) Individuazione di un partner internazionale che produca un nuovo piano che sia anche di supporto strategico allo sviluppo del paese.
3) Non più “spezzatino” e vendita di singole attività ma unicità dell’azienda.
4) Sviluppo dell’attività di volo soprattutto sulle direttrici intercontinentali di lungo raggio.
5) Mantenimento dell’occupazione.
Se questi, come si legge nelle dichiarazioni di esponenti del M5S e della Lega con precise responsabilità di governo, saranno i punti sui quali articolare il rilancio di Alitalia, è evidente che verrebbe sconfessata la politica che governi di centro-destra e di centro-sinistra hanno sostenuto e portato avanti su Alitalia e sul trasporto aereo almeno negli ultimi 15 anni.
Io credo che la nazionalizzazione dell’Alitalia, come quella di tante altre aziende e attività produttive strategiche, a cominciare dall’Ilva, sia non solo possibile ma anche indispensabile per dare nuovo impulso all’economia e a disegnare un sistema economico diverso da quello attuale, più equo e attento alle esigenze dei lavoratori e allo sviluppo del paese. Quello che si sta pensando per Alitalia non è certo una nazionalizzazione, ma prevede comunque un controllo dello stato al 51%.
Ma qui nasce il primo dubbio: come si può pensare di controllare un’azienda che si ritiene strategica, lasciando però la gestione industriale ad un partner straniero, come sembra emergere dalle dichiarazioni del governo?
Un partner di minoranza, anche se forte minoranza, vuole decidere e non certo semplicemente gestire decisioni prese da altri. E la questione si fa ancor più contraddittoria se poi consideriamo che eventuali partner come Air France o Lufthansa sono oggi nostri diretti e fortissimi concorrenti, e domani lo sarebbero ancor di più se Alitalia si sviluppasse e mettesse in discussione almeno parte del loro mercato intercontinentale, costituito anche da traffico proveniente proprio dal nostro paese e che oggi raggiunge destinazioni non servite da Alitalia con partenze da Parigi o Francoforte.
Quindi non si comprende perché lo sviluppo di Alitalia non debba essere studiato e gestito da un Piano costruito proprio dall’azionista pubblico che assumerebbe il controllo con il 51% del capitale.
L’altra grossa perplessità è costituita dallo sviluppo della flotta aerea. Per costruire infatti una flotta di lungo raggio che sia credibile e funzionale allo sviluppo previsto, servono aerei; molti aerei e molto costosi. Se qualcuno pensa che bastino una decina di aerei in più si sbaglia di grosso. Servono almeno 40 o 50 aerei nell’arco di 3 o 4 anni per coprire adeguatamente una rete intercontinentale dignitosa e redditizia.
Non è impossibile, perché gran parte dei nuovi aerei potrebbero anche essere presi in leasing ma comunque servono soldi, molti soldi, oltre a quelli necessari a ristrutturare l’intero sistema dell’azienda, colpito in questo ultimo decennio da tagli, perdite di professionalità, di attività e di credibilità.
Servono alcuni miliardi e su questo non può esserci minimamente una gestione ed una comunicazione approssimativa e propagandistica.
Da decenni, da quando la deregulation ha investito violentemente il trasporto aereo e l’Alitalia, sono sempre stato convinto – come tanti esperti del settore e come l’Unione Sindacale di Base, prima Sdl e ancor prima Sult e Sulta – che lo sviluppo di una compagnia aerea che non sia una low cost, debba prevedersi soprattutto sui voli intercontinentali, che producono più reddito e non sono ancora fortemente infettati dalla piaga del low-cost.
Il governo deve dire quanto e come impegnare il denaro pubblico per rilanciare un’attività che produca reddito, che si integri con l’economia del paese, che faccia da motore per il turismo e l’export: insomma si deve dire non quanto è il costo di un’impresa del genere, ma quanto deve essere l’investimento ed il ritorno complessivo per l’intero paese.
Terzo importante aspetto che non può essere sottovalutato è l’indispensabilità di una riforma del trasporto aereo italiano che tenga conto della stategicità del settore e che, come avviene in quasi tutti i paesi europei, costringa le low-cost – prima fra tutte Ryanair, alla quale le politiche suicide di questi anni hanno consegnato oltre il 50% del traffico aereo del paese – a rispettare ed applicare le leggi e i regolamenti nazionali, prime fra tutte quelle relative al lavoro.
In ciò evitando anche che aziende di gestione aeroportuale, spesso di proprietà pubblica, alimentino e sovvenzionino tali compagnie a danno della compagnia nazionale, spesso eludendo anche le norme attuali relative alla concorrenza.
Ultimo aspetto è quello legato ai lavoratori e al sindacato. Occorre evitare la commistione di interessi tra un certo modo di fare sindacato e l’azienda perché questo è stato uno degli elementi che da una parte ha fortemente contribuito al deterioramento dei rapporti con i lavoratori e con chi cercava di fare sindacato in modo onesto e coerente e dall’altra ha prodotto danni enormi alla stessa azienda.
Personalmente sono convinto da tempo che il rilancio di Alitalia sia possibile e auspicabile da tutti i punti di vista. Chi, come me, ha con determinazione sostenuto questa tesi tentando di indicare anche un punto di vista diverso da quello che negli ultimi decenni ha prodotto lo sfascio di Alitalia, oggi ritiene che occorre fare chiarezza sulle dichiarazioni del governo, sugli obiettivi di un vero piano di rilancio e sui mezzi economici necessari per avviarlo e realizzarlo.
Non vorrei che tutto si rivelasse una grande trovata propagandistica e niente più.
Di certo i lavoratori e il sindacato sano e indipendente devono seguire e vigilare da vicino su questa partita, senza troppe illusioni e con estrema determinazione. Coscienti che se si riapriranno i giochi su Alitalia ciò sarà dovuto anche al fatto che i lavoratori e il sindacalismo di base, attraverso il referendum dello scorso anno, hanno bocciato e fatto naufragare quel progetto che il ministro Calenda, Cgil, Cisl, Uil, Ugl e sindacati autonomi avevano invece sostenuto e che avrebbe rappresentato la pietra tombale per Alitalia e per i suoi lavoratori.
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L’“Affaire Benalla” e il punto di caduta della Quinta Repubblica
L’“Affaire Benalla” è la prima vera crisi che il Quinquennio della Presidenza Macron si è trovata ad affrontare, a poco più di un anno dal suo insediamento in un momento delicato per i passaggi legislativi che sono in corso: l’iter finale che modifica la legislazione su diritto d’asilo ed immigrazione, nonché una riforma istituzionale tesa a ridimensionare il numero dei parlamentari svuotando le istanze rappresentative dell’Assemblea Legislativa e conferendogli solamente una sorta di potere di “ratifica” di ciò che viene deciso dalla presidenza.
Il fervore “privatizzatore” di Macron non sembra voler risparmiare alcun aspetto della vita pubblica francese, nemmeno la sicurezza dell’Eliseo.
Da un lato Macron e i deputati della maggioranza che fanno riferimento a LREM, vorrebbero velocemente derubricare la vicenda classificandola come un mero episodio individuale di cattiva condotta di un singolo, e altrettanto celermente rimuoverla dal dibattito politico; tra l’altro facendo “affondare” la commissione d’inchiesta parlamentare chieste a gran voce, dal 15 luglio, e ottenuta da entrambe le opposizioni che hanno abilmente sfruttato l’empasse della macchina politica di En Marche.
Questo avviene dopo avere cercato, dal 2 maggio, prima di “coprire” e “proteggere” l’operato del 25enne che occupava un ruolo centrale in ciò che concerne la sicurezza del Presidente, pur senza provenire dai ranghi delle forze dell’ordine ma direttamente dallo staff elettorale macroniano, poi trincerandosi dietro un silenzio pressoché tombale durato fino al 24 luglio, cioè dieci giorni dopo le rivelazioni del giornale “Le Monde” che ha reso pubblico un filmato ormai famoso. Quello in cui Benalla, durante la manifestazione del 1° Maggio a Parigi, “pesta” un manifestante e partecipa al fermo della vittima e della sua compagna, insieme all’ex-responsabile della sicurezza del Quartier Generale di En Marche, Vincent Crase (e dimesso dalle funzioni di “stipendiato” di En Marche solo due giorni fa).
Le ultimissime inchieste di “Mediapart” – del 30 luglio – hanno reso pubblici due filmati amatoriali in cui entrambi partecipano ad un “fermo” di un manifestante insieme ai CRS (la celere francese) ben tre ore prima dei fatti di Place Contrescarpe a Parigi, contraddicendo platealmente ciò che avevano dichiarato in precedenza – Benalla aveva concesso una lunga intervista a Le Monde il 27 luglio e il 29 al Journal de Dimanche – e hanno rivelato che l’incaricato di LREM Vincent Crase (anche lui ex riservista della Gerdamerie) non avrebbe da tempo alcuna autorizzazione a portare un’arma, quella ben visibile nei filmati della giornata.
È sempre bene ribadirlo: due uomini – una specie di guardia pretoriana del Presidente e un incaricato della Sicurezza ad alto livello dell’organizzazione della maggioranza governativa – hanno partecipato con un ruolo attivo, in maniera assolutamente illegale, alla repressione di una mobilitazione dell’opposizione. E se questo non fosse trapelato, non sarebbero stati assolutamente rimossi dai loro compiti...
D’altro lato, le opposizioni vorrebbero farne “un affare di stato” in cui andare a fondo delle questioni sollevate e mostrare come ciò che sia avvenuto sia conseguenza della verticalizzazione del potere di Macron, incarnazione della tendenza ad una centralizzazione dei ruoli che di fatto relativizza il controllo del proprio operato, non privo – come in questo caso – di notevoli zone d’ombra.
Come ha dichiarato la parlamentare del PCF Elsa Faucillon, in una intervista al giornale on line “Reagrds.fr”: Dissimulazione, Impunità, non rispetto dello stato di diritto, ne fanno un affare di Stato.
La Quinta Repubblica francese esenta il Presidente dalla responsabilità penale e gli conferisce l’assoluta irresponsabilità politica di fronte al Parlamento (mentre i costituzionalisti si dividono sulla possibilità o meno di Macron di poter riferire in Parlamento all’interno di una commissione d’inchiesta).
È dentro questa cornice giuridica che il ruolo fin qui svolto dal leader di En Marche sembra avere il suo primo “punto di caduta”, in cui l’exit strategy propugnata sembra essere quella di arrogarsi una piena e indiscutibile capacità decisionale, non scalfibile da qualsiasi critica qualunque sia la sua provenienza, rilanciando con spirito da monarca “repubblicano”, in netta opposizione a chi chiede da tempo, come La France Insoumise, un superamento in chiave democratica della Quinta Repubblica.
Sta di fatto che, usciti dal silenzio, i fatti sembrano smentire le versioni che il Potere tende ad accreditare come Verità, contribuendo ad un drastico calo dei consensi. Come riporta “Le Monde” in un articolo del 26 Luglio, a firma V. Malingre: “secondo un sondaggio Elabe per la BFM_TV diffuso martedì, otto francesi su dieci si dicono “scioccati” per l’affaire e il 75% di loro che il Presidente si esprima”.
E Macron si è espresso. Prima di fronte ai deputati della sua maggioranza in una “riunione informale”, al riparo dai media e senza nessuna possibilità di contradditorio; e il giorno successivo rispondendo alle domande dei giornalisti, nonostante il giorno precedente, nella sua orazione-fiume, avesse duramente attaccato la carta stampata: “noi abbiamo una Stampa che non cerca più la verità”, e ancora più esplicitamente: “vedo un potere mediatico che vuole divenire un potere giudiziario, che ha deciso che non c’è più la presunzione d’innocenza nella Repubblica”.
All’interno dello stesso discorso, riportato a pag. 8 e 9 di “Le Monde” del 26 luglio, Macron non lesina critiche all’opposizione (sia di destra che di sinistra): “Vedo qualcuno che vorrebbe far uscire il potere legislativo dal suo letto”, accusandoli di volersi “sostituire alla giustizia e di divenire un tribunale popolare”.
Macron si assume tutte le sue responsabilità e interpreta appieno i potere del Presidente in questo senso: “Non si può essere un capo per tempi tranquilli e volersi sottrarre quando le cose divengono impegnative. Se vogliono un responsabile, è davanti a voi; che mi vengano a cercare! E questo responsabile risponde al popolo francese, al popolo sovrano, e nessun altro”.
Lo stato sono io, sembra dire il presidente francese...
Alla base dell’affaire c’è senz’altro uno scontro di poteri all’interno degli apparati delle forze dell’ordine, che avrebbe fatto si che Le Monde venisse a conoscenza del filmato su questo enfant prodige della sicurezza presidenziale: “le persone che hanno fatto uscire queste informazioni sono di un livello importante”, ha dichiarato a questo giornale lo stesso Benalla, come riportato il 27 Luglio.
Secondo il giornale, Benalla avrebbe fatto parte del servizio d’ordine del Partie Socialiste dal 2009 al 2012, facendo campagna per Hollande e – come appurato dal giornalismo d’inchiesta – avrebbe una spiccata passione per le armi “non letali” in uso in Francia, di cui aveva fatto richiesta d’acquisto per le esigenze di sicurezza durante la campagna presidenziale di Macron (Flash-ball, granate stordenti, ecc.). Ma al di là delle sue doti apprese sul campo, non avrebbe alcuna qualifica in merito, trovandosi di fatto a dirigere, come “incaricato di missione” per la sicurezza degli spostamenti di Macron, i ben più navigati ed esperti membri delle forze dell’ordine.
La cifra politica di ciò che sta accadendo è fornita da Edwy Plenel, in un articolo scritto per Mediapart, il 31 luglio, dal significativo titolo: l’affaire Benalla est bien un affaire Macron.
“Con i suoi protagonisti inediti e le sue pratiche trasgressive, la privatizzazione macroniana si rivela un nuovo episodio della degenerazione della Quinta Repubblica, mentre prima della sua elezione, il candidato di En Marche! Pretendeva rilevarla e elevarla. Ogni potere personale è tentato d’andare fino alla fine, facendo cedere ciò che l’ostacola, e sarebbe piuttosto naif sperare che si metta in discussione. Tutt’al contrario, come una bestia ferita, Emmanuel Macron rischia di impuntarsi sulla via dell’assolutismo presidenziale”.
Ma come la Storia francese insegna, conservare trono e testa è piuttosto difficile, per un monarca, se il popolo si mette in marcia...
Fonte
Il fervore “privatizzatore” di Macron non sembra voler risparmiare alcun aspetto della vita pubblica francese, nemmeno la sicurezza dell’Eliseo.
Da un lato Macron e i deputati della maggioranza che fanno riferimento a LREM, vorrebbero velocemente derubricare la vicenda classificandola come un mero episodio individuale di cattiva condotta di un singolo, e altrettanto celermente rimuoverla dal dibattito politico; tra l’altro facendo “affondare” la commissione d’inchiesta parlamentare chieste a gran voce, dal 15 luglio, e ottenuta da entrambe le opposizioni che hanno abilmente sfruttato l’empasse della macchina politica di En Marche.
Questo avviene dopo avere cercato, dal 2 maggio, prima di “coprire” e “proteggere” l’operato del 25enne che occupava un ruolo centrale in ciò che concerne la sicurezza del Presidente, pur senza provenire dai ranghi delle forze dell’ordine ma direttamente dallo staff elettorale macroniano, poi trincerandosi dietro un silenzio pressoché tombale durato fino al 24 luglio, cioè dieci giorni dopo le rivelazioni del giornale “Le Monde” che ha reso pubblico un filmato ormai famoso. Quello in cui Benalla, durante la manifestazione del 1° Maggio a Parigi, “pesta” un manifestante e partecipa al fermo della vittima e della sua compagna, insieme all’ex-responsabile della sicurezza del Quartier Generale di En Marche, Vincent Crase (e dimesso dalle funzioni di “stipendiato” di En Marche solo due giorni fa).
Le ultimissime inchieste di “Mediapart” – del 30 luglio – hanno reso pubblici due filmati amatoriali in cui entrambi partecipano ad un “fermo” di un manifestante insieme ai CRS (la celere francese) ben tre ore prima dei fatti di Place Contrescarpe a Parigi, contraddicendo platealmente ciò che avevano dichiarato in precedenza – Benalla aveva concesso una lunga intervista a Le Monde il 27 luglio e il 29 al Journal de Dimanche – e hanno rivelato che l’incaricato di LREM Vincent Crase (anche lui ex riservista della Gerdamerie) non avrebbe da tempo alcuna autorizzazione a portare un’arma, quella ben visibile nei filmati della giornata.
È sempre bene ribadirlo: due uomini – una specie di guardia pretoriana del Presidente e un incaricato della Sicurezza ad alto livello dell’organizzazione della maggioranza governativa – hanno partecipato con un ruolo attivo, in maniera assolutamente illegale, alla repressione di una mobilitazione dell’opposizione. E se questo non fosse trapelato, non sarebbero stati assolutamente rimossi dai loro compiti...
D’altro lato, le opposizioni vorrebbero farne “un affare di stato” in cui andare a fondo delle questioni sollevate e mostrare come ciò che sia avvenuto sia conseguenza della verticalizzazione del potere di Macron, incarnazione della tendenza ad una centralizzazione dei ruoli che di fatto relativizza il controllo del proprio operato, non privo – come in questo caso – di notevoli zone d’ombra.
Come ha dichiarato la parlamentare del PCF Elsa Faucillon, in una intervista al giornale on line “Reagrds.fr”: Dissimulazione, Impunità, non rispetto dello stato di diritto, ne fanno un affare di Stato.
La Quinta Repubblica francese esenta il Presidente dalla responsabilità penale e gli conferisce l’assoluta irresponsabilità politica di fronte al Parlamento (mentre i costituzionalisti si dividono sulla possibilità o meno di Macron di poter riferire in Parlamento all’interno di una commissione d’inchiesta).
È dentro questa cornice giuridica che il ruolo fin qui svolto dal leader di En Marche sembra avere il suo primo “punto di caduta”, in cui l’exit strategy propugnata sembra essere quella di arrogarsi una piena e indiscutibile capacità decisionale, non scalfibile da qualsiasi critica qualunque sia la sua provenienza, rilanciando con spirito da monarca “repubblicano”, in netta opposizione a chi chiede da tempo, come La France Insoumise, un superamento in chiave democratica della Quinta Repubblica.
Sta di fatto che, usciti dal silenzio, i fatti sembrano smentire le versioni che il Potere tende ad accreditare come Verità, contribuendo ad un drastico calo dei consensi. Come riporta “Le Monde” in un articolo del 26 Luglio, a firma V. Malingre: “secondo un sondaggio Elabe per la BFM_TV diffuso martedì, otto francesi su dieci si dicono “scioccati” per l’affaire e il 75% di loro che il Presidente si esprima”.
E Macron si è espresso. Prima di fronte ai deputati della sua maggioranza in una “riunione informale”, al riparo dai media e senza nessuna possibilità di contradditorio; e il giorno successivo rispondendo alle domande dei giornalisti, nonostante il giorno precedente, nella sua orazione-fiume, avesse duramente attaccato la carta stampata: “noi abbiamo una Stampa che non cerca più la verità”, e ancora più esplicitamente: “vedo un potere mediatico che vuole divenire un potere giudiziario, che ha deciso che non c’è più la presunzione d’innocenza nella Repubblica”.
All’interno dello stesso discorso, riportato a pag. 8 e 9 di “Le Monde” del 26 luglio, Macron non lesina critiche all’opposizione (sia di destra che di sinistra): “Vedo qualcuno che vorrebbe far uscire il potere legislativo dal suo letto”, accusandoli di volersi “sostituire alla giustizia e di divenire un tribunale popolare”.
Macron si assume tutte le sue responsabilità e interpreta appieno i potere del Presidente in questo senso: “Non si può essere un capo per tempi tranquilli e volersi sottrarre quando le cose divengono impegnative. Se vogliono un responsabile, è davanti a voi; che mi vengano a cercare! E questo responsabile risponde al popolo francese, al popolo sovrano, e nessun altro”.
Lo stato sono io, sembra dire il presidente francese...
Alla base dell’affaire c’è senz’altro uno scontro di poteri all’interno degli apparati delle forze dell’ordine, che avrebbe fatto si che Le Monde venisse a conoscenza del filmato su questo enfant prodige della sicurezza presidenziale: “le persone che hanno fatto uscire queste informazioni sono di un livello importante”, ha dichiarato a questo giornale lo stesso Benalla, come riportato il 27 Luglio.
Secondo il giornale, Benalla avrebbe fatto parte del servizio d’ordine del Partie Socialiste dal 2009 al 2012, facendo campagna per Hollande e – come appurato dal giornalismo d’inchiesta – avrebbe una spiccata passione per le armi “non letali” in uso in Francia, di cui aveva fatto richiesta d’acquisto per le esigenze di sicurezza durante la campagna presidenziale di Macron (Flash-ball, granate stordenti, ecc.). Ma al di là delle sue doti apprese sul campo, non avrebbe alcuna qualifica in merito, trovandosi di fatto a dirigere, come “incaricato di missione” per la sicurezza degli spostamenti di Macron, i ben più navigati ed esperti membri delle forze dell’ordine.
La cifra politica di ciò che sta accadendo è fornita da Edwy Plenel, in un articolo scritto per Mediapart, il 31 luglio, dal significativo titolo: l’affaire Benalla est bien un affaire Macron.
“Con i suoi protagonisti inediti e le sue pratiche trasgressive, la privatizzazione macroniana si rivela un nuovo episodio della degenerazione della Quinta Repubblica, mentre prima della sua elezione, il candidato di En Marche! Pretendeva rilevarla e elevarla. Ogni potere personale è tentato d’andare fino alla fine, facendo cedere ciò che l’ostacola, e sarebbe piuttosto naif sperare che si metta in discussione. Tutt’al contrario, come una bestia ferita, Emmanuel Macron rischia di impuntarsi sulla via dell’assolutismo presidenziale”.
Ma come la Storia francese insegna, conservare trono e testa è piuttosto difficile, per un monarca, se il popolo si mette in marcia...
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Perchè il Pd e la Cgil non sono un argine al razzismo dilagante nel paese
Negli ultimi giorni assistiamo a una rapida escalation di azioni razziste estremamente preoccupanti, i fatti di cronaca si conoscono: dal brutale linciaggio ad Aprilia fino all’aggressione dell’atleta Daisy Osakue, queste vicende rappresentano un inasprimento dentro a una scia di lungo periodo non ancora esauritasi ma che, al contrario, può svilupparsi in scenari ancora più violenti come l’uso sistematico della “giustizia fai da te” o addirittura in pogrom.
L’attuale governo giallo-verde minimizza la crescente ondata razzista producendo cosi la legittimità sostanziale di queste azioni e contemporaneamente mantenendo il tema “emergenza migranti” al centro del dibattito politico distogliendo così l’attenzione dai reali problemi che affliggono le fasce popolari che vivono in questo paese.
Questo “gioco” ha come primo effetto quello di permette all’esecutivo di mettere in ombra i temi sul quale hanno fondato gran parte del proprio successo elettorale, pensiamo solo all’abolizione della legge Fornero o al reddito di cittadinanza, che anzi vengono smontati giorno dopo giorno dal Ministro dell’economia Tria, per di più si ottiene anche un secondo effetto: il variegato arcipelago del “mondo della sinistra”, quell’insieme di sigle come PD, CGIL, ARCI, LEU e via andando, si ricompone con la scusa di costruire un argine all’imbarbarimento della società.
Un tentativo maldestro di ricostruirsi una verginità in chiara funzione elettorale che però non ha nulla a che vedere con un’ipotesi di cambiamento, anche solo progressista, della realtà.
Il PD in particolare, oltre ad ospitare al proprio interno personaggi come Minniti e Orlando, ha anche la faccia tosta di chiamare mobilitazioni contro il razzismo a distanza di pochi giorni dopo l’aver votato compatti (proprio insieme alla Lega) un provvedimento per assegnare motovedette e sostegno alla marina (sarebbe più corretto parlare di milizia) libica.
Ma non ci interessa qui fare un lungo elenco delle responsabilità di ogni singola sigla sopracitata, ci importa invece evidenziare la funzione di degradazione delle condizioni di vita delle classi subalterne che hanno prodotto sostenendo le politiche dell’Unione Europea che per essere competitiva necessita di ristrutturarsi continuamente schiacciando sotto di sé diritti, salari e dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, senza distinzione di colore della pelle.
Questa macelleria sociale è la reale causa dell’impoverimento generale che stiamo vivendo, e sul quale soffiano i razzisti (utili idioti) di turno mistificando la responsabilità della pauperizzazione verso chi sta più in basso, fomentando la guerra tra poveri. Stiamo parlando di due facce della stessa moneta, perché dal PD alla Lega l’elemento in comune è l’inviolabilità dei vincoli imposti a livello sovranazionale, i pugni sbattuti sul tavolo di Bruxelles da Renzi o Salvini rimangono pura propaganda distante dalla realtà delle politiche portate avanti.
L’autunno che ci aspetta dovrà tenere presente questi elementi non più rimovibili per chiunque si ponga la necessità di un cambio di passo, in questo senso la manifestazione del 16 giugno scorso a Roma ha molto da insegnarci su cosa significhi una prospettiva diversa, così come già avevamo appreso dalla piazza di Macerata del 10 febbraio che era stata boicottata proprio dalle forze che ora invocano il “fronte repubblicano”.
Sostenere e costruire un'organizzazione politica autonoma, supporto al sindacalismo di classe che non scende a compromessi, ribaltare il discorso del padrone che ci divide e ci mette gli uni contro gli altri. Questi sono gli strumenti per arginare e respingere il razzismo!
Fonte
L’attuale governo giallo-verde minimizza la crescente ondata razzista producendo cosi la legittimità sostanziale di queste azioni e contemporaneamente mantenendo il tema “emergenza migranti” al centro del dibattito politico distogliendo così l’attenzione dai reali problemi che affliggono le fasce popolari che vivono in questo paese.
Questo “gioco” ha come primo effetto quello di permette all’esecutivo di mettere in ombra i temi sul quale hanno fondato gran parte del proprio successo elettorale, pensiamo solo all’abolizione della legge Fornero o al reddito di cittadinanza, che anzi vengono smontati giorno dopo giorno dal Ministro dell’economia Tria, per di più si ottiene anche un secondo effetto: il variegato arcipelago del “mondo della sinistra”, quell’insieme di sigle come PD, CGIL, ARCI, LEU e via andando, si ricompone con la scusa di costruire un argine all’imbarbarimento della società.
Un tentativo maldestro di ricostruirsi una verginità in chiara funzione elettorale che però non ha nulla a che vedere con un’ipotesi di cambiamento, anche solo progressista, della realtà.
Il PD in particolare, oltre ad ospitare al proprio interno personaggi come Minniti e Orlando, ha anche la faccia tosta di chiamare mobilitazioni contro il razzismo a distanza di pochi giorni dopo l’aver votato compatti (proprio insieme alla Lega) un provvedimento per assegnare motovedette e sostegno alla marina (sarebbe più corretto parlare di milizia) libica.
Ma non ci interessa qui fare un lungo elenco delle responsabilità di ogni singola sigla sopracitata, ci importa invece evidenziare la funzione di degradazione delle condizioni di vita delle classi subalterne che hanno prodotto sostenendo le politiche dell’Unione Europea che per essere competitiva necessita di ristrutturarsi continuamente schiacciando sotto di sé diritti, salari e dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, senza distinzione di colore della pelle.
Questa macelleria sociale è la reale causa dell’impoverimento generale che stiamo vivendo, e sul quale soffiano i razzisti (utili idioti) di turno mistificando la responsabilità della pauperizzazione verso chi sta più in basso, fomentando la guerra tra poveri. Stiamo parlando di due facce della stessa moneta, perché dal PD alla Lega l’elemento in comune è l’inviolabilità dei vincoli imposti a livello sovranazionale, i pugni sbattuti sul tavolo di Bruxelles da Renzi o Salvini rimangono pura propaganda distante dalla realtà delle politiche portate avanti.
L’autunno che ci aspetta dovrà tenere presente questi elementi non più rimovibili per chiunque si ponga la necessità di un cambio di passo, in questo senso la manifestazione del 16 giugno scorso a Roma ha molto da insegnarci su cosa significhi una prospettiva diversa, così come già avevamo appreso dalla piazza di Macerata del 10 febbraio che era stata boicottata proprio dalle forze che ora invocano il “fronte repubblicano”.
Sostenere e costruire un'organizzazione politica autonoma, supporto al sindacalismo di classe che non scende a compromessi, ribaltare il discorso del padrone che ci divide e ci mette gli uni contro gli altri. Questi sono gli strumenti per arginare e respingere il razzismo!
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Ci saranno colpevoli per l’ex prigione segreta della CIA in Lituania?
Si riaccendono i riflettori internazionali sulle prigioni segrete della CIA in Lituania. Era stata dapprima la Corte europea di Strasburgo per i diritti dell’uomo, la scorsa primavera, a riconoscere la partecipazione del paese baltico, membro UE dal 2004, al relativo programma yankee per i sospetti di terrorismo. Ora è la volta dell’ONU e si attende il verdetto del Tribunale penale internazionale de L’Aja, che potrebbe pesare su concreti individui del regime lituano.
Finché a Washington c’era Obama, a Vilnius potevano considerare i richiami di Strasburgo alla stregua di episodici fastidi, scrive Sputniknews-Litva; ma le cose sembrano cambiate da quando Trump ha cominciato a dire di non aver intenzione di sacrificare la tranquillità degli americani a beneficio di minuscoli satelliti.
La responsabilità lituana per l’accodamento al programma Bush-Obama di “lotta al terrorismo” sembra debba ricadere soprattutto sull’ex cittadino USA ed ex Presidente (dal 1998 al 2003 e poi dal 2004 al 2009) Valdas Adamkus, la cui biografia tedesco-yankee nella Unione dei partigiani per la libertà della Lituania è tutto un programma. Oltre a lui anche l’ex capo del Dipartimento per la sicurezza dello stato, Arvydas Pocius. Sembra che sia stato proprio sotto la presidenza di Adamkus che negli anni 2005-2006 il complesso di edifici all’interno del grande maneggio di Antaviliai, alla periferia di Vilnius, venne adattato a “filiale” della CIA.
Dunque, la Corte di Strasburgo aveva dimostrato come vi siano stati sottoposti a torture vari cittadini mediorientali. Poi, di fronte alle accuse de L’Aja, Vilnius ha adottato la tattica del silenzio o del “non ricordo”; dopo di che è intervenuto il Comitato ONU per i diritti dell’uomo, che ha chiesto alla Lituania in via ufficiale di desecretare i risultati delle proprie inchieste, parlamentare e giudiziaria.
Secondo l’avvocato Stanislovas Tomas, rappresentante del Comitato lituano per i diritti umani, intervistato da sputnik-litva, sia la Corte de L’Aja, sia il Comitato delle Nazioni Unite giudicano l’esistenza della prigione segreta della CIA a Vilnius “dimostrata al di là di ogni fondato dubbio” e il Comitato ONU per le sparizioni violente ha intimato al Procuratore Generale lituano di portare a termine l’inchiesta entro il prossimo 15 settembre e rendere noti “i nomi concreti di coloro che hanno organizzato” la faccenda, anche se da parte lituana si afferma che non ci sono “prove oggettive”.
Sempre a parere di Tomas, che dice di parlare sulla base di documenti statunitensi resi pubblici da Wikileaks, “gli americani avevano infine deciso di chiudere la prigione di Antaviliai perché, “dato che torturavano ferocemente queste persone – si parla di almeno trenta individui di origine araba – avrebbero voluto farle esaminare da medici, come ad esempio nel caso del prigioniero cui avevano cavato gli occhi; ma le autorità lituane vi si opponevano, temendo che la cosa venisse alla luce”. Così, dice Tomas, gli yankee avrebbero deciso di chiudere la struttura.
Tomas si dice sicuro che anche l’impeachment con cui l’ex Presidente Rolandas Paksas fu estraniato nel 2004, dopo appena un anno dall’entrata in carica, sarebbe da addebitarsi al suo rifiuto di concedere alla CIA gli spazi per la prigione segreta. Eletto Presidente nel febbraio 2003, già in autunno il Dipartimento guidato da Arvydas Pocius presentava in Parlamento documenti che avrebbero “provato” il collegamento di Paksas con la criminalità organizzata; dopo le “indagini” della Commissione parlamentare, la Corte costituzionale decise che Paksas aveva per ben due volte violato la Costituzione, concedendo la cittadinanza ad “agenti stranieri” (ovviamente russi) e nell’aprile 2004 il Parlamento lo estraniava dalla carica. La Procura Generale lo accusava di “divulgazione di segreti di stato” e la Corte costituzionale gli proibiva di partecipare a nuove elezioni e di presentarsi ad ogni carica pubblica. Gli subentrava Valdas Adamkus, che tempestivamente acconsentiva ai piani della CIA.
Tra l’altro, secondo la Corte di Strasburgo, la Lituania avrebbe scientemente violato le norme della Convenzione europea sui diritti dell’uomo – che vieta la tortura, garantisce il diritto alla libertà e alla difesa legale – dato che le autorità lituane erano al corrente di quanto accadeva nella prigione CIA.
L’inchiesta era partita in seguito alla denuncia di fronte alla Corte di Strasburgo da parte del cittadino saudita Zajn al-Abidin Muhammed Hussein (Abu Zubajda), sospettato dagli americani di complicità negli attentati del 11 settembre. Strasburgo aveva imposto a Vilnius il pagamento a Zubajda di 130.000 euro quale risarcimento, somma che la presidente Dalija Gribauskajte, nonostante le assicurazioni positive, non ha sinora sborsato.
D’altronde, la Lituania “europeista” è quel paese in cui, ad esempio, si elevano a eroi nazionali i massimi rappresentanti delle bande nazionaliste e filonaziste dei “Fratelli dei boschi”, quale Adolfas Ramanauskas (Vanagas), poco conosciuto in occidente e dunque “figura innocua” per l’immagine “liberale” del paese; ma si fa immediatamente marcia indietro allorché personaggi come il collaborazionista Jonas Noreika, del “Fronte lituano degli attivisti”, su cui pesa la consegna ai nazisti di alcune decine di migliaia di ebrei del ghetto di Shiauliai – uno dei principali in Lituania, insieme a quelli di Vilnius e Kaunas – vengono alla luce e rischiano di “macchiare l’onorabilità” della nazione.
Basta che non si sappia; nell’ombra ogni crimine è legittimo.
Fonte
Finché a Washington c’era Obama, a Vilnius potevano considerare i richiami di Strasburgo alla stregua di episodici fastidi, scrive Sputniknews-Litva; ma le cose sembrano cambiate da quando Trump ha cominciato a dire di non aver intenzione di sacrificare la tranquillità degli americani a beneficio di minuscoli satelliti.
La responsabilità lituana per l’accodamento al programma Bush-Obama di “lotta al terrorismo” sembra debba ricadere soprattutto sull’ex cittadino USA ed ex Presidente (dal 1998 al 2003 e poi dal 2004 al 2009) Valdas Adamkus, la cui biografia tedesco-yankee nella Unione dei partigiani per la libertà della Lituania è tutto un programma. Oltre a lui anche l’ex capo del Dipartimento per la sicurezza dello stato, Arvydas Pocius. Sembra che sia stato proprio sotto la presidenza di Adamkus che negli anni 2005-2006 il complesso di edifici all’interno del grande maneggio di Antaviliai, alla periferia di Vilnius, venne adattato a “filiale” della CIA.
Dunque, la Corte di Strasburgo aveva dimostrato come vi siano stati sottoposti a torture vari cittadini mediorientali. Poi, di fronte alle accuse de L’Aja, Vilnius ha adottato la tattica del silenzio o del “non ricordo”; dopo di che è intervenuto il Comitato ONU per i diritti dell’uomo, che ha chiesto alla Lituania in via ufficiale di desecretare i risultati delle proprie inchieste, parlamentare e giudiziaria.
Secondo l’avvocato Stanislovas Tomas, rappresentante del Comitato lituano per i diritti umani, intervistato da sputnik-litva, sia la Corte de L’Aja, sia il Comitato delle Nazioni Unite giudicano l’esistenza della prigione segreta della CIA a Vilnius “dimostrata al di là di ogni fondato dubbio” e il Comitato ONU per le sparizioni violente ha intimato al Procuratore Generale lituano di portare a termine l’inchiesta entro il prossimo 15 settembre e rendere noti “i nomi concreti di coloro che hanno organizzato” la faccenda, anche se da parte lituana si afferma che non ci sono “prove oggettive”.
Sempre a parere di Tomas, che dice di parlare sulla base di documenti statunitensi resi pubblici da Wikileaks, “gli americani avevano infine deciso di chiudere la prigione di Antaviliai perché, “dato che torturavano ferocemente queste persone – si parla di almeno trenta individui di origine araba – avrebbero voluto farle esaminare da medici, come ad esempio nel caso del prigioniero cui avevano cavato gli occhi; ma le autorità lituane vi si opponevano, temendo che la cosa venisse alla luce”. Così, dice Tomas, gli yankee avrebbero deciso di chiudere la struttura.
Tomas si dice sicuro che anche l’impeachment con cui l’ex Presidente Rolandas Paksas fu estraniato nel 2004, dopo appena un anno dall’entrata in carica, sarebbe da addebitarsi al suo rifiuto di concedere alla CIA gli spazi per la prigione segreta. Eletto Presidente nel febbraio 2003, già in autunno il Dipartimento guidato da Arvydas Pocius presentava in Parlamento documenti che avrebbero “provato” il collegamento di Paksas con la criminalità organizzata; dopo le “indagini” della Commissione parlamentare, la Corte costituzionale decise che Paksas aveva per ben due volte violato la Costituzione, concedendo la cittadinanza ad “agenti stranieri” (ovviamente russi) e nell’aprile 2004 il Parlamento lo estraniava dalla carica. La Procura Generale lo accusava di “divulgazione di segreti di stato” e la Corte costituzionale gli proibiva di partecipare a nuove elezioni e di presentarsi ad ogni carica pubblica. Gli subentrava Valdas Adamkus, che tempestivamente acconsentiva ai piani della CIA.
Tra l’altro, secondo la Corte di Strasburgo, la Lituania avrebbe scientemente violato le norme della Convenzione europea sui diritti dell’uomo – che vieta la tortura, garantisce il diritto alla libertà e alla difesa legale – dato che le autorità lituane erano al corrente di quanto accadeva nella prigione CIA.
L’inchiesta era partita in seguito alla denuncia di fronte alla Corte di Strasburgo da parte del cittadino saudita Zajn al-Abidin Muhammed Hussein (Abu Zubajda), sospettato dagli americani di complicità negli attentati del 11 settembre. Strasburgo aveva imposto a Vilnius il pagamento a Zubajda di 130.000 euro quale risarcimento, somma che la presidente Dalija Gribauskajte, nonostante le assicurazioni positive, non ha sinora sborsato.
D’altronde, la Lituania “europeista” è quel paese in cui, ad esempio, si elevano a eroi nazionali i massimi rappresentanti delle bande nazionaliste e filonaziste dei “Fratelli dei boschi”, quale Adolfas Ramanauskas (Vanagas), poco conosciuto in occidente e dunque “figura innocua” per l’immagine “liberale” del paese; ma si fa immediatamente marcia indietro allorché personaggi come il collaborazionista Jonas Noreika, del “Fronte lituano degli attivisti”, su cui pesa la consegna ai nazisti di alcune decine di migliaia di ebrei del ghetto di Shiauliai – uno dei principali in Lituania, insieme a quelli di Vilnius e Kaunas – vengono alla luce e rischiano di “macchiare l’onorabilità” della nazione.
Basta che non si sappia; nell’ombra ogni crimine è legittimo.
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