A volte ritornano...
Il tema della riforma del trattato del Mes, che aveva animato il dibattito politico nei mesi immediatamente precedenti la pandemia e che era stato congelato a seguito dell’esplosione della stessa, torna ad essere di attualità.
Mentre sono palpabili le tensioni all’interno della maggioranza sull’utilizzo del Mes per la sanità e su possibili rimescolamenti della compagine governativa, è previsto per oggi il vertice dei Ministri dell’Economia dell’UE (Ecofin) che dovrebbe dare il via libera alla firma definitiva del trattato in programma per il 27 gennaio. E il Ministro Gualtieri si appresta a dare l’assenso al progetto di riforma avendo ottenuto il via libera anche da parte del Movimento cinque stelle.
Nei mesi precedenti, dalle pagine di questo giornale abbiamo dettagliatamente evidenziato il vero disegno politico che sottende il progetto di riforma del Mes definendolo, non a caso, un fondo che ammazza i paesi del Sud Europa e, al contempo, salva le banche tedesche.
Giusto per rinfrescare la memoria: quali sono le principali direttrici lungo le quali si muove la riforma del trattato del Mes?
Senza addentrarci troppo in tecnicismi, diciamo subito che tale progetto riproduce in pieno quella contrapposizione di interessi, oltre che di struttura economica, che caratterizza il progetto europeista sin dalla sua nascita e del quale abbiamo avuto chiara dimostrazione in occasione del negoziato che ha condotto all’intesa sul Recovery fund.
Di qui la previsione, contenuta nel “nuovo” Mes, di un meccanismo che seleziona accuratamente i paesi a cui corrispondere il prestito. Una linea di credito precauzionale per i paesi “affidabili” in quanto in linea con i vincoli previsti dai trattati europei (di fatto Germania e Olanda) che, quindi, otterrebbero agevolmente e praticamente senza condizionalità la linea di credito magari per giungere in soccorso alle loro banche attraverso le risorse versate al fondo dai singoli Stati; diversamente, una linea di credito rafforzata per quei paesi (in primis quelli del Sud Europa) che, non avendo i fondamentali economici in linea con gli assurdi vincoli europei, dovrebbero, per accedere agli aiuti, preventivamente subire una ristrutturazione del debito resa più agevole e praticabile dall’introduzione delle c.d. Cac single-limb.
Di cosa si tratta in sostanza? Oggi per cambiare le condizioni contrattuali in modo che la ristrutturazione del debito comprenda tutti i titoli occorrono delle maggioranze qualificate, per cui potrebbero formarsi delle minoranze di blocco che ne impediscano l’entrata in vigore. Con la riforma e l’introduzione delle Cac single-limb viene superato il quorum richiesto per ogni singolo titolo, semplificando la procedura di contrattazione finalizzata alla ristrutturazione del debito e coinvolgendo nel processo tutti i possessori di titoli pubblici italiani.
Naturalmente dopo la ristrutturazione del debito il calvario proseguirebbe con la sottoscrizione di un Memorandum, ovvero un piano di riforme sotto la stretta osservazione delle istituzioni europee.
Ma non finisce qui.
La riforma del MES contempla l’allargamento della sua mission attraverso la previsione di un dispositivo di sostegno diretto alle banche, detto back stop, che dovrebbe essere anticipato al 2012-2022.
In sostanza, qualora terminassero i soldi del Fondo di risoluzione delle crisi bancarie, entrerebbe in campo il MES (con un prestito paracadute di circa 70 miliardi) nella qualità di prestatore di ultima istanza nei confronti delle banche.
E le banche tedesche non costituiscono certo il fiore all’occhiello della finanza Ue, con la Deutsche Bank ritenuta da più parti il maggior fattore di instabilità sistemica, avendo in pancia titoli illiquidi ovvero prodotti finanziari derivati in quantità mostruose.
Insomma, i paesi del blocco tedesco si apprestano a portare a casa una riforma del MES che consentirà di gestire le critiche condizioni in cui versano le proprie banche e sul quale potranno esercitare un controllo diretto (non a caso alla guida del Fondo Salva Stati è collocato il tedesco Klaus Regling) sfruttando regole costruite a loro misura.
Non desta particolare meraviglia che il perfezionamento di un meccanismo che, da un lato irrigidisce la sorveglianza economica nei confronti dei paesi del Sud Europa e, dall’altro, punti a condividere le perdite delle banche (quelle tedesche), avvenga nel bel mezzo di una tempesta sanitaria, economica e sociale senza precedenti e della quale non si intravede la fine.
Chi, nonostante l’evidenza dei fatti, ha voluto scorgere nel Recovery fund (se mai vedrà la luce) l’avvio di “un nuovo corso europeo” dovrà tornare sulla terra.
Un progetto politico che sin dalla sua nascita ha fatto della diseguaglianza e della asimmetria il suo tratto distintivo, non può cambiare direzione. Pena il suo disfacimento.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/11/2020
29/11/2020
Brancaccio - Siamo diventati tutti post-keynesiani?
28 novembre 2020 – Intervento di Emiliano Brancaccio al primo workshop della rete italiana post-keynesiana – Dopo la grande recessione e la crisi pandemica, siamo diventati tutti post-keynesiani? Nella palude di conformismo accademico che è diventata l’Italia, la risposta è negativa. La verità è che una rinnovata competizione lakatosiana tra paradigmi deve ancora iniziare: i post-keynesiani e in generale gli economisti critici dovranno lottare ancora a lungo anche solo per affermare il diritto all’esistenza nell’università contemporanea. Un marxista si confronta sul futuro delle scuole di pensiero economico critico con i ricercatori dell’Italian Post-Keynesian Network.
Alla pagina facebook dell’IPKN (Italian Post-Keynesian Network), è possibile seguire l’intero workshop con interventi, tra gli altri, di Marco Veronese Passarella, Andrea Terzi e Annamaria Simonazzi.
Fonte
Alla pagina facebook dell’IPKN (Italian Post-Keynesian Network), è possibile seguire l’intero workshop con interventi, tra gli altri, di Marco Veronese Passarella, Andrea Terzi e Annamaria Simonazzi.
Fonte
Legge di bilancio: pronti 84 milioni aggiuntivi per le università private
Nella prossima legge di Bilancio la maggioranza si appresta ad aumentare di 84 milioni di € i finanziamenti alle università private.
In particolare la maggioranza prevede un aumento di 30 milioni (art. 89, co. 3) sul fondo di finanziamento integrativo che nel 2020 ammontava a circa 68 milioni di euro. Si tratta di un aumento di uno stratosferico: +44%. Se lo stesso aumento fosse applicato alle università statali, il FFO dovrebbe aumentare di 3,4 miliardi euro per il prossimo anno!
Ma non bastano questi 30 milioni. La maggioranza ha intenzione anche di contribuire a pagare i trattamenti di previdenza dei professori delle università private con un trasferimento all’INPS di 54 milioni di €.
Ecco gli art 89 co. 3 e l’art. 93.
In particolare la maggioranza prevede un aumento di 30 milioni (art. 89, co. 3) sul fondo di finanziamento integrativo che nel 2020 ammontava a circa 68 milioni di euro. Si tratta di un aumento di uno stratosferico: +44%. Se lo stesso aumento fosse applicato alle università statali, il FFO dovrebbe aumentare di 3,4 miliardi euro per il prossimo anno!
Ma non bastano questi 30 milioni. La maggioranza ha intenzione anche di contribuire a pagare i trattamenti di previdenza dei professori delle università private con un trasferimento all’INPS di 54 milioni di €.
Ecco gli art 89 co. 3 e l’art. 93.
art. 89.3. Per l’anno 2021, i contributi di cui all’articolo 2 della legge 29 luglio 1991, n. 243, sono incrementati di 30 milioni di euro. ART. 93. (Trattamento di previdenza dei docenti di Università private) 1. Ai fini dell’applicazione delle disposizioni di cui al comma 1 dell’articolo 4 della legge 29 luglio 1991, n. 243, per i professori e ricercatori delle Università non statali legalmente riconosciute, a decorrere dal 1° gennaio 2021, l’aliquota contributiva di finanziamento del trattamento di quiescenza è pari a quella in vigore, e con i medesimi criteri di ripartizione, per le stesse categorie di personale in servizio presso le Università statali. Restano acquisite alla gestione di riferimento e conservano la loro efficacia le contribuzioni versate per i periodi anteriori alla data di entrata in vigore della presente legge. Ai maggiori oneri derivanti dal differenziale tra l’aliquota contributiva e l’aliquota di computo relativa ai trattamenti di quiescenza con riferimento al periodo 2016-2020 pari a euro 53.926.054 per l’anno 2021, si provvede mediante apposito trasferimento dal bilancio dello Stato all’ente previdenziale.Fonte
Logistica nel Lazio. Centinaia di lavoratori passano dalla Cgil all’USB
La goccia che fa traboccare il vaso è l’accordo che Amazon e Assoespressi stanno cercando di imporre ai driver, introducendo la domenica lavorativa e l’allungamento del nastro giornaliero di lavoro. Cgil, Cisl e Uil, con le rispettive segreterie regionali, sono pronte a firmare ma non hanno fatto i conti con i delegati dei posti di lavoro e con un dirigente regionale Filt-Cgil amato e stimato dai lavoratori.
L’accordo è un evidente peggioramento che si aggiunge all’aumento delle ore di lavoro da 39 a 44 previsto dal nuovo CCNL, proprio in un settore in cui si stanno facendo profitti a palate a causa del clamoroso incremento delle vendite online dovuto alla pandemia.
I delegati protestano e chiedono un confronto con la segreteria regionale, anche perché hanno capito che se un accordo passa in Amazon, poi finirà per essere preso a modello nel rinnovo del CCNL della logistica, le cui trattative sono già cominciate. Amazon nel settore funziona infatti un po’ come un tempo era la Fiat nella metalmeccanica: prima o poi le altre aziende finiscono per adeguarsi alle sue regole.
Ma la Cgil non ne vuole sapere, anche perché si vocifera che nella segreteria ci siano dei soggetti pronti a trasferirsi armi e bagagli alla direzione del personale di una delle grandi aziende del settore. Un classico, oramai, nella carriera dei “sindacalari” nostrani. L’accordo Amazon va firmato, dicono a piazza Vittorio, anzi la discussione viene trasferita a livello nazionale per diventare accordo valido per tutto il paese.
Ed è qui che comincia il terremoto. Non solo dalle aziende collegate ad Amazon, ma anche dalla SDA, dalla GLS, da TNT e da altre aziende è cominciata la burrascosa fuoriuscita di centinaia di lavoratori dalla Filt-Cgil. Il leitmotiv è per tutti lo stesso: basta con i sindacati di comodo.
Le direzioni aziendali vanno in soccorso dell’alleato in difficoltà e intervengono con minacce di vario tipo, dal licenziamento al trasferimento fino alla classica formula “non trattiamo con USB, che non è firmataria di contratto”. Non sapendo come impedire lo svuotamento del sindacato amico, usano tutto l’armamentario a disposizione dei padroni pur di impedire che si verifichi un travaso di iscritti all’USB.
Questa volta però i mezzi tradizionali non funzionano. La misura è colma. I dirigenti della Cgil sono furiosi ma anche smarriti. Sentono che la terra comincia a mancargli sotto i piedi. Improvvisamente si materializzano nei magazzini, arrivano dove nessuno li conosce né vuole sentirne parlare. Si uniscono ai dirigenti delle aziende, ai padroni insomma, per spiegare che l’USB non potrà sedere ai tavoli di trattativa. Ma più si agitano e più spingono all’esodo, perché ormai sembra aver fatto breccia un ragionamento tanto semplice quanto logico: se USB è il loro problema, allora USB è il nostro sindacato. Il sindacato che serve per impedire gli aumenti di orario e della flessibilità giornaliera e settimanale.
Fonte
L’accordo è un evidente peggioramento che si aggiunge all’aumento delle ore di lavoro da 39 a 44 previsto dal nuovo CCNL, proprio in un settore in cui si stanno facendo profitti a palate a causa del clamoroso incremento delle vendite online dovuto alla pandemia.
I delegati protestano e chiedono un confronto con la segreteria regionale, anche perché hanno capito che se un accordo passa in Amazon, poi finirà per essere preso a modello nel rinnovo del CCNL della logistica, le cui trattative sono già cominciate. Amazon nel settore funziona infatti un po’ come un tempo era la Fiat nella metalmeccanica: prima o poi le altre aziende finiscono per adeguarsi alle sue regole.
Ma la Cgil non ne vuole sapere, anche perché si vocifera che nella segreteria ci siano dei soggetti pronti a trasferirsi armi e bagagli alla direzione del personale di una delle grandi aziende del settore. Un classico, oramai, nella carriera dei “sindacalari” nostrani. L’accordo Amazon va firmato, dicono a piazza Vittorio, anzi la discussione viene trasferita a livello nazionale per diventare accordo valido per tutto il paese.
Ed è qui che comincia il terremoto. Non solo dalle aziende collegate ad Amazon, ma anche dalla SDA, dalla GLS, da TNT e da altre aziende è cominciata la burrascosa fuoriuscita di centinaia di lavoratori dalla Filt-Cgil. Il leitmotiv è per tutti lo stesso: basta con i sindacati di comodo.
Le direzioni aziendali vanno in soccorso dell’alleato in difficoltà e intervengono con minacce di vario tipo, dal licenziamento al trasferimento fino alla classica formula “non trattiamo con USB, che non è firmataria di contratto”. Non sapendo come impedire lo svuotamento del sindacato amico, usano tutto l’armamentario a disposizione dei padroni pur di impedire che si verifichi un travaso di iscritti all’USB.
Questa volta però i mezzi tradizionali non funzionano. La misura è colma. I dirigenti della Cgil sono furiosi ma anche smarriti. Sentono che la terra comincia a mancargli sotto i piedi. Improvvisamente si materializzano nei magazzini, arrivano dove nessuno li conosce né vuole sentirne parlare. Si uniscono ai dirigenti delle aziende, ai padroni insomma, per spiegare che l’USB non potrà sedere ai tavoli di trattativa. Ma più si agitano e più spingono all’esodo, perché ormai sembra aver fatto breccia un ragionamento tanto semplice quanto logico: se USB è il loro problema, allora USB è il nostro sindacato. Il sindacato che serve per impedire gli aumenti di orario e della flessibilità giornaliera e settimanale.
Fonte
Tredicesime più basse. Il calo di retribuzioni e consumi alimenta la deflazione
A causa del boom della cassa integrazione e dei fondi integrativi usati come ammortizzatori sociali nella pandemia, quest’anno le tredicesime di molte lavoratrici e lavoratori saranno più basse. L’importo complessivo di circa 34 milioni di gratifiche natalizie per pensionati e lavoratori ammonterà infatti a 30 miliardi di euro, 3 miliardi in meno rispetto alla somma pagata l’anno scorso. A rilevarlo è l’Ufficio studi della CGIA di Mestre.
Le tredicesime, introdotte per dare impulso ai consumi natalizi, riguardano 16 milioni di pensionati e 18 milioni di lavoratori dipendenti.
“Il Covid, purtroppo, ha alleggerito le tredicesime di tanti dipendenti del settore privato. Dall’inizio dell’emergenza, infatti, almeno 6,6milioni di lavoratori sono finiti in cassa integrazione e molti di questi a zero ore. Questa situazione non ha consentito a tante persone di maturare il rateo mensile che definisce economicamente la gratifica, alleggerendone quindi l’importo finale di circa 100 euro per ogni mese di indennità ricevuta” – sostiene la Cgia – “Con meno soldi a disposizione e tanta sfiducia che assilla le famiglie italiane, gli acquisti di Natale rischiano di subire una contrazione fino al 15 per cento. Se l’anno scorso la spesa complessiva ha sfiorato i 10 miliardi di euro, quest’anno potrebbe scendere a 8,5-9 miliardi, una riduzione che rischia di penalizzare soprattutto le botteghe artigiane e i negozi di vicinato che faticano a reggere la concorrenza sempre più spietata del commercio on line”.
Dei 30 i miliardi di euro di tredicesime, il fisco incasserà però 10,4 miliardi di euro di ritenute Irpef. Su pensionati e lavoratori dipendenti infatti le tasse funzionano come con un bancomat, basta digitare e il prelievo è assicurato.
“Con l’aumento dei risparmi privati e la caduta verticale dei consumi delle famiglie – segnala il Segretario della Cgia Renato Mason – il Paese sta scivolando pericolosamente verso la deflazione. Dallo scorso mese di maggio, infatti, l’indice dei prezzi al consumo è negativo. La deflazione, ricordiamo, si manifesta attraverso una progressiva contrazione dei prezzi dei beni e dei servizi. Apparentemente la cosa può sembrare positiva: se i prezzi scendono, i consumatori ci guadagnano. Nella realtà le cose assumono una dimensione completamente diversa: nonostante i prezzi siano in calo, le famiglie non acquistano, a causa delle minori disponibilità economiche e delle aspettative negative, quel poco che viene venduto comporta, per i negozianti, margini di guadagno sempre più contenuti. La merce invenduta innesca una situazione di difficoltà per i commercianti, ma anche per le imprese manifatturiere che, a fronte delle mancate vendite, sono costrette a ridurre la produzione e in prospettiva anche l’occupazione”.
Dopo anni di depressione sistematica della domanda interna (salari, investimenti, consumi) in molti adesso si accorgono che il meccanismo liberista che punta tutto sull’export e la contrazione salariale è un giocattolo rotto, da troppo tempo.
Fonte
Le tredicesime, introdotte per dare impulso ai consumi natalizi, riguardano 16 milioni di pensionati e 18 milioni di lavoratori dipendenti.
“Il Covid, purtroppo, ha alleggerito le tredicesime di tanti dipendenti del settore privato. Dall’inizio dell’emergenza, infatti, almeno 6,6milioni di lavoratori sono finiti in cassa integrazione e molti di questi a zero ore. Questa situazione non ha consentito a tante persone di maturare il rateo mensile che definisce economicamente la gratifica, alleggerendone quindi l’importo finale di circa 100 euro per ogni mese di indennità ricevuta” – sostiene la Cgia – “Con meno soldi a disposizione e tanta sfiducia che assilla le famiglie italiane, gli acquisti di Natale rischiano di subire una contrazione fino al 15 per cento. Se l’anno scorso la spesa complessiva ha sfiorato i 10 miliardi di euro, quest’anno potrebbe scendere a 8,5-9 miliardi, una riduzione che rischia di penalizzare soprattutto le botteghe artigiane e i negozi di vicinato che faticano a reggere la concorrenza sempre più spietata del commercio on line”.
Dei 30 i miliardi di euro di tredicesime, il fisco incasserà però 10,4 miliardi di euro di ritenute Irpef. Su pensionati e lavoratori dipendenti infatti le tasse funzionano come con un bancomat, basta digitare e il prelievo è assicurato.
“Con l’aumento dei risparmi privati e la caduta verticale dei consumi delle famiglie – segnala il Segretario della Cgia Renato Mason – il Paese sta scivolando pericolosamente verso la deflazione. Dallo scorso mese di maggio, infatti, l’indice dei prezzi al consumo è negativo. La deflazione, ricordiamo, si manifesta attraverso una progressiva contrazione dei prezzi dei beni e dei servizi. Apparentemente la cosa può sembrare positiva: se i prezzi scendono, i consumatori ci guadagnano. Nella realtà le cose assumono una dimensione completamente diversa: nonostante i prezzi siano in calo, le famiglie non acquistano, a causa delle minori disponibilità economiche e delle aspettative negative, quel poco che viene venduto comporta, per i negozianti, margini di guadagno sempre più contenuti. La merce invenduta innesca una situazione di difficoltà per i commercianti, ma anche per le imprese manifatturiere che, a fronte delle mancate vendite, sono costrette a ridurre la produzione e in prospettiva anche l’occupazione”.
Dopo anni di depressione sistematica della domanda interna (salari, investimenti, consumi) in molti adesso si accorgono che il meccanismo liberista che punta tutto sull’export e la contrazione salariale è un giocattolo rotto, da troppo tempo.
Fonte
Impresa, industria e innovazione in Cina
Il libro di Alberto Gabriele si focalizza soprattutto su due pilastri del successo economico della Cina: le imprese e il sistema nazionale di innovazione. L’analisi dell’autore è basata su un esame dettagliato di fonti statistiche macroeconomiche nazionali e internazionali, tra cui le edizioni annuali del China Statistical Yearbook e i rapporti della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e di varie agenzie delle Nazioni Unite.
La prima parte del testo illustra l’evoluzione di diverse categorie di imprese produttive rurali e urbane, con particolare attenzione per i rilevanti cambiamenti verificatisi nei rispettivi assetti proprietari e istituzionali.
La seconda parte analizza l’impetuosa crescita e trasformazione delle università e dei centri di ricerca e lo spostamento progressivo di gran parte delle attività di ricerca e sviluppo verso le imprese industriali, e quindi in una posizione più vicina alla produzione e al mercato.
L’autore propone due chiavi interpretative fondamentali. La prima è costituita dal ruolo persistente e cruciale della proprietà pubblica dei principali mezzi di produzione, pur nel quadro di un rapido sviluppo del mercato dove coesistono diversi tipi di proprietà e quindi diversi modi di produzione, in un contesto di piano e di regolazione in cui il governo ha gradualmente abbandonato i vecchi strumenti di comando amministrativo e fa sempre più affidamento su strumenti indiretti di controllo.
La seconda è rappresentata dalla crescente priorità strategica accordata al progresso tecnologico e al superamento della dipendenza dai paesi capitalistici avanzati, che ha condotto la Cina a dedicare risorse sempre maggiori allo sviluppo della capacità nazionale di innovazione.
Nell’ambito di questo immane sforzo della società cinese nel suo complesso, la massa critica quantitativa è apportata soprattutto dalle grandi imprese private e a partecipazione statale, ma la ricerca di base – che, nel lungo periodo, costituisce il fondamento qualitativo dello sviluppo tecnologico autonomo – è condotta essenzialmente nelle università e nei centri di ricerca pubblici.
L'autore introduce il concetto di “impresa non capitalistica orientata al mercato”, che si applica a tutte le aziende produttive che non possono essere considerate pienamente capitalistiche in base alla struttura dei diritti di proprietà.
In Cina, queste imprese comprendono le imprese statali e le cooperative, ma anche molte altre aziende, tra cui le imprese indirettamente controllate dallo Stato e le stesse unità produttive agricole a base familiare.
Contrariamente a quanto ritengono molti osservatori occidentali, che vedono la Cina come ormai dominata dal capitalismo (sia pure definito, utilizzando erroneamente una categoria fumosa e comunque adatta tutt’al più a descrivere fenomeni completamente diversi, come “capitalismo di stato”), le imprese non capitalistiche orientate al mercato producono una parte maggioritaria del prodotto nazionale cinese.
Il ruolo preponderante di questa gamma variegata di unità produttive deve essere valutato insieme a quello della ampia gamma di strumenti di pianificazione e di regolazione, che includono elementi tra loro assai diversi, tra cui i piani quinquennali, il piano di sviluppo tecnologico Made in China 2025, la Nuova via della seta, le banche statali e la State-owned Assets Supervision and Administration Commission of the State Council (SASAC, una sorta di gigantesca IRI adattata alla realtà cinese).
Il quadro complessivo che l’autore ricava dalla sua analisi mostra un sistema socioeconomico estremamente dinamico, innovativo e in continuo divenire, che può essere provvisoriamente e prudentemente classificato come una economia di mercato mista orientata al socialismo – o, più semplicemente, come una economia socialista di mercato di tipo nuovo, sia pure ancora insufficientemente consolidata e caratterizzata in senso socialista.
Al settore privato sono stati lasciati ampi spazi di sviluppo, soprattutto nelle attività più direttamente legate alla produzione per il mercato e alla circolazione commerciale.
Tuttavia, il nucleo strategicamente dominante della economia cinese rimane sotto il controllo strategico dello Stato, che lo esercita da una parte attraverso una rete complessa e articolata di rapporti di proprietà che mantengono una natura essenzialmente pubblica, e dall’altro per mezzo di leve istituzionali e regolatorie che sono in gran parte formalmente simili a quelle del mondo capitalistico, ma collettivamente assai più potenti, alle quali si aggiunge la presenza diretta del Partito nelle grandi aziende sia pubbliche sia private.
Fonte
La prima parte del testo illustra l’evoluzione di diverse categorie di imprese produttive rurali e urbane, con particolare attenzione per i rilevanti cambiamenti verificatisi nei rispettivi assetti proprietari e istituzionali.
La seconda parte analizza l’impetuosa crescita e trasformazione delle università e dei centri di ricerca e lo spostamento progressivo di gran parte delle attività di ricerca e sviluppo verso le imprese industriali, e quindi in una posizione più vicina alla produzione e al mercato.
L’autore propone due chiavi interpretative fondamentali. La prima è costituita dal ruolo persistente e cruciale della proprietà pubblica dei principali mezzi di produzione, pur nel quadro di un rapido sviluppo del mercato dove coesistono diversi tipi di proprietà e quindi diversi modi di produzione, in un contesto di piano e di regolazione in cui il governo ha gradualmente abbandonato i vecchi strumenti di comando amministrativo e fa sempre più affidamento su strumenti indiretti di controllo.
La seconda è rappresentata dalla crescente priorità strategica accordata al progresso tecnologico e al superamento della dipendenza dai paesi capitalistici avanzati, che ha condotto la Cina a dedicare risorse sempre maggiori allo sviluppo della capacità nazionale di innovazione.
Nell’ambito di questo immane sforzo della società cinese nel suo complesso, la massa critica quantitativa è apportata soprattutto dalle grandi imprese private e a partecipazione statale, ma la ricerca di base – che, nel lungo periodo, costituisce il fondamento qualitativo dello sviluppo tecnologico autonomo – è condotta essenzialmente nelle università e nei centri di ricerca pubblici.
L'autore introduce il concetto di “impresa non capitalistica orientata al mercato”, che si applica a tutte le aziende produttive che non possono essere considerate pienamente capitalistiche in base alla struttura dei diritti di proprietà.
In Cina, queste imprese comprendono le imprese statali e le cooperative, ma anche molte altre aziende, tra cui le imprese indirettamente controllate dallo Stato e le stesse unità produttive agricole a base familiare.
Contrariamente a quanto ritengono molti osservatori occidentali, che vedono la Cina come ormai dominata dal capitalismo (sia pure definito, utilizzando erroneamente una categoria fumosa e comunque adatta tutt’al più a descrivere fenomeni completamente diversi, come “capitalismo di stato”), le imprese non capitalistiche orientate al mercato producono una parte maggioritaria del prodotto nazionale cinese.
Il ruolo preponderante di questa gamma variegata di unità produttive deve essere valutato insieme a quello della ampia gamma di strumenti di pianificazione e di regolazione, che includono elementi tra loro assai diversi, tra cui i piani quinquennali, il piano di sviluppo tecnologico Made in China 2025, la Nuova via della seta, le banche statali e la State-owned Assets Supervision and Administration Commission of the State Council (SASAC, una sorta di gigantesca IRI adattata alla realtà cinese).
Il quadro complessivo che l’autore ricava dalla sua analisi mostra un sistema socioeconomico estremamente dinamico, innovativo e in continuo divenire, che può essere provvisoriamente e prudentemente classificato come una economia di mercato mista orientata al socialismo – o, più semplicemente, come una economia socialista di mercato di tipo nuovo, sia pure ancora insufficientemente consolidata e caratterizzata in senso socialista.
Al settore privato sono stati lasciati ampi spazi di sviluppo, soprattutto nelle attività più direttamente legate alla produzione per il mercato e alla circolazione commerciale.
Tuttavia, il nucleo strategicamente dominante della economia cinese rimane sotto il controllo strategico dello Stato, che lo esercita da una parte attraverso una rete complessa e articolata di rapporti di proprietà che mantengono una natura essenzialmente pubblica, e dall’altro per mezzo di leve istituzionali e regolatorie che sono in gran parte formalmente simili a quelle del mondo capitalistico, ma collettivamente assai più potenti, alle quali si aggiunge la presenza diretta del Partito nelle grandi aziende sia pubbliche sia private.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
