Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/03/2023
Sul precipizio climatico/2 - Chi già precipita e chi sta nell’IPCC
Dopo l’invio del mio articolo su Contropiano “Sull’orlo del precipizio climatico” sento la necessità di scendere dalle considerazioni generali più sul concreto.
L’Ipcc è un comitato “sub partes”
Comincio con una rettifica, faccio ammenda per l’affermazione che l’Ipcc è un panel INTERGOVERNATIVO. In realtà a ben vedere sembra piuttosto GOVERNATIVO: nel senso che sembra che gli Stati Uniti la facciano assolutamente da padroni. Il ché, voglio precisarlo chiaramente, non ha a che vedere con la serietà scientifica dei suoi report, ma piuttosto con il presentarsi (in realtà per essere considerato, al di là delle intenzioni dei vari scienziati) come l’organismo a cui tutti fanno riferimento per stabilire la gravità della situazione climatica: semmai il vero merito che va riconosciuto all’Ipcc, e ai suoi report, è di avere sbugiardato definitivamente i negazionisti.
Ma veniamo alla rappresentatività. Parto da questo grafico, già molto eloquente:
Il punto che costantemente è taciuto (e stupiscono le sinistre, gli ambientalisti) è che l’Ipcc riflette inevitabilmente i punti vista dei paesi che vi sono sovra-rappresentati, cioè quelli ricchi! Penso che si possa essere d’accordo che gli scienziati britannici siano abbastanza omogenei con quelli statunitensi: insieme sommano più di 1/3 del totale. Soprattutto, i paesi ricchi la fanno veramente da padroni, mentre sono responsabili della grande maggioranza delle emissioni di gas climalteranti.
Com’è possibile pesare che l’Ipcc sia super partes? Che, per esempio, possa essere in grado di dire «Il tempo è scaduto»? Che senso ha continuare ad insistere che ci sono 8-10 anni per intervenire? Su cosa? Su quali situazioni? Non certo sui processi climatici nuovi che compaiono sempre più di frequente, e sono chiaramente irreversibili (vi tornerò nella seconda parte). Senza contare che vi sono regioni nelle quali il fatidico aumento di 1,5 gradi centigradi è già ora irrimediabilmente superato!
Ma non è tutto. Gli scienziati che stendono materialmente i rapporti sono supportati da molti altri, e si appoggiano a una masse di lavori e ricerche (14.000) pubblicati e referenziati. Orbene, un’accurata analisi delle referenze riportate dal Working Group 1[1] conclude, fra moltissime altre cose interessanti, che:
«[Fra] i primi 100 Paesi (su 185) da cui provengono le referenze, quelli più rappresentati sono, nell’ordine, gli Stati Uniti, coinvolti in 5871 referenze (circa il 50% del numero totale di referenze disponibili), il Regno Unito con 3039 referenze (26%), la Germania (2118 referenze), la Francia e la Cina (oltre 1500 referenze).»[2]
«Le citazioni nel rapporto sono fortemente dominate dal Nord globale e si leggono spesso dietro un paywall [accesso a pagamento ai contenuti di un sito]. Abbiamo riscontrato che il 99,95% dei riferimenti citati era scritto in inglese e che tre quarti di tutta la letteratura citata nel rapporto presentava almeno un autore con sede negli Stati Uniti o nel Regno Unito.»[3]
Ma ci sono molti altri aspetti generali che ‒ a monte dei lavori dell’Ipcc ‒ marcano le differenze tra il Nord e il Sud globali oppure, non meno rilevanti, di genere:
«Una recente analisi intitolata “The Reuters Hot List” ha stilato una classifica dei 1.000 scienziati del clima “più influenti”, in gran parte basata sulle loro pubblicazioni e sul loro impegno sui social media. Gli scienziati del Sud del mondo sono ampiamente sottorappresentati nella lista, con, ad esempio, solo cinque scienziati africani. Inoltre, solo 122 dei 1.000 autori sono donne.»[4]
Nel grafico che segue, la percentuale di autori dei 100 articoli di scienza del clima più citati nel periodo 2016-20, provenienti da ciascun continente.
Il totale dell’Europa è distribuito fra i diversi Paese, e in modo molto ineguale, Gran Bretagna e Germania prevalgono: Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna insieme rappresentano più della metà di tutti gli autori di questa analisi (rispettivamente circa il 30%, il 15% e il 10%). Inoltre, nessun articolo di questa analisi è guidato da un ricercatore proveniente dall’Africa o dal Sud America.
Queste ricerche richiedono poi ingenti investimenti in infrastrutture, quali super-computer e grandi server, che ovviamente sono proibitivi per i paesi del Sud globale. Tra le 100 istituzioni più citate nel WGI AR6, tutte si trovano in Nord America, Europa, Asia e Oceania. e Oceania: nessuna fra le prime 100 si trova in Sud America o in Africa.
Al di là del fatidico limite di riscaldamento di 1,5 gradi centigradi: la gravità situazioni specifiche
Non sono certo in grado di fare un’analisi generale, ma sono tante le situazioni nelle quali il carismatico limite di riscaldamento di 1,5 gradi è stato superato, irreversibilmente.
Parto dall’Africa, riferendomi a un articolo della rivista Foreign Policy, Africa Brief, “Climate Change Wreaks Havoc in Southern Africa”, della giornalista Nosmot Gbadamosi[5].
L’Argentina ha avuto l’estate più rovente da almeno 62 anni: a metà marzo, ormai nell’autunno meteorologico, si sono registrate punte fino a 40 gradi, seguite da violenti temporali.
Qualche aggiornamento sull’inverno negli Stati Uniti
Mentre in Europa abbiamo sperimentato un inverno straordinariamente mite e secco e si prospetta un’estate con gravissimi problemi idrici, la situazione è radicalmente diversa negli Usa. Da più di un mese il paese è stato attraversato diagonalmente da una forte corrente a getto, che spinge il calore a concentrarsi nel Sud Est con punte di calore eccezionali, mentre l’aria fredda è spinta ad Ovest dove sulla costa del Pacifico incontra correnti sature di umidità provocando piogge torrenziali, inondazioni e nevicate eccezionali 20 febbraio 2023.
Verso la fine di febbraio almeno 75 milioni di americani erano sotto osservazione, allerta o avviso di tempesta. Migliaia di voli sono stati interrotti. I primi di marzo si sono verificate forti nevicate in gran parte del Midwest e in alcune zone di pianura, oltre a rare nevicate nella contea di Los Angeles e a San Francisco.
Verso la metà di marzo pioggia, neve pesante e venti forti anche a New York e nel New England.
Il 22 marzo un’altra fortissima tempesta si è abbattuta sulla California: fortissimi venti, piogge intense e inondazioni hanno scosso la Bay Area e il sud del Paese. Più di 200.000 persone son rimaste senza corrente. La tempesta trascina un fiume atmosferico verso la California meridionale, causando pioggia intensa, neve e forti venti. Un tornado ha colpito la parte orientale di Los Angeles, il più forte nell’area metropolitana dal 1983. E venerdì 24 un tornado ha ucciso 26 persone (prevalentemente afroamericani) in aree rurali in Mississippi ed Arizona, decine i feriti.
Diametralmente all’opposto, caldo record nel Sud e lungo la costa orientale, dove la primavera è già iniziata e si denuncia un aumento delle allergie.
Poi, biodiversità. Una misteriosa malattia ha devastato una specie di stella marina lungo la costa del Pacifico: le stelle marine sono fondamentali per mantenere le enormi giungle di alghe sottomarine che immagazzinano il carbonio, senza di esse, gli effetti del cambiamento climatico potrebbero peggiorare..
Ma c’è un feedback generale con il riscaldamento globale: «mentre l’uomo riscalda il pianeta, la biodiversità sta crollando. Queste due crisi globali sono collegate in molti modi. Ma i dettagli degli intricati anelli di retroazione tra il declino della biodiversità e il cambiamento climatico sono sorprendentemente poco studiati.»[6]
Così come, si può dire, quasi in modo simmetrico ma sempre con una specie di feedback, i cambiamenti climatici, il mutamento dei modelli di insediamento e la mancanza di preparazione fanno sì che le zone aride siano le più esposte al rischio di inondazioni.[7]
Intanto, a dispetto di tutto: si prevede che 158,4 milioni di passeggeri voleranno a marzo e aprile, superando i livelli del 2019.
Per di più, i voli in jet privati sono in fortissimo aumento in tutto il mondo: “L’utilizzo di jet privati è aumentato di oltre il 30% rispetto ai livelli pre-Covid. Raddoppiano partenze e arrivi dallo scalo di Napoli, Londra-Maiorca la tratta più battuta. I prezzi sono raddoppiati, spostarsi da Parigi a Mykonos costa 25mila euro con un fortissimo impatto in termini di emissioni di CO2”.
Sul notevole impatto ambientale del volo aereo scrive la Dott.sa Antonella Litta, di Isde Viterbo: «Negli ultimi decenni, il traffico aereo ha registrato una fase di crescita pressoché costante soprattutto per quanto riguarda il settore del trasporto merci e quello dei voli low cost, solitamente legato al turismo definito anche “mordi e fuggi” determinando così un incremento importante del suo impatto negativo sull’ambiente, soprattutto in termini di inquinamento atmosferico, acustico e importante contributo ai cambiamenti climatici» (Trasporto aereo e clima, Il Cisalpino, 43/2017).
L’Iccp non pubblicherà altre edizioni da qui al 2030.
Note
1) Altri due gruppi si occupano rispettivamente degli impatti e vulnerabilità, e delle mitigazioni dei cambiamenti climatici: forse non stupisce che richiamino meno l’attenzione.
2) F. Chavelli, S. Connors, Analysis of the WGI contribution to the Sixth Assessment Report: Review of the WGI AR6 references, 26 febbraio 2022.
3) “Guest post: What 13,500 citations reveal about the IPCC’s climate science report”, Carbon Brief, 16 marzo 2023.
4) A. Tandon, “Analysis: The lack of diversity in climate-science research”, Carbon Brief, 6 ottobre 2021.
5) https://foreignpolicy.com/2023/03/22/africa-cyclone-freddy-climate-change-extreme-weather/.
6) M. Mahecha et al., “Biodiversity loss and climate extremes – study the feedbacks“, Nature, 19 novembre 2022.
7) Jie Yin et al., “Flash floods: why are more of them devastating the world’s driest regions?”, Nature, 7 marzo 2023.
Fonte
L’Ipcc è un comitato “sub partes”
Comincio con una rettifica, faccio ammenda per l’affermazione che l’Ipcc è un panel INTERGOVERNATIVO. In realtà a ben vedere sembra piuttosto GOVERNATIVO: nel senso che sembra che gli Stati Uniti la facciano assolutamente da padroni. Il ché, voglio precisarlo chiaramente, non ha a che vedere con la serietà scientifica dei suoi report, ma piuttosto con il presentarsi (in realtà per essere considerato, al di là delle intenzioni dei vari scienziati) come l’organismo a cui tutti fanno riferimento per stabilire la gravità della situazione climatica: semmai il vero merito che va riconosciuto all’Ipcc, e ai suoi report, è di avere sbugiardato definitivamente i negazionisti.
Ma veniamo alla rappresentatività. Parto da questo grafico, già molto eloquente:
Il punto che costantemente è taciuto (e stupiscono le sinistre, gli ambientalisti) è che l’Ipcc riflette inevitabilmente i punti vista dei paesi che vi sono sovra-rappresentati, cioè quelli ricchi! Penso che si possa essere d’accordo che gli scienziati britannici siano abbastanza omogenei con quelli statunitensi: insieme sommano più di 1/3 del totale. Soprattutto, i paesi ricchi la fanno veramente da padroni, mentre sono responsabili della grande maggioranza delle emissioni di gas climalteranti.
Com’è possibile pesare che l’Ipcc sia super partes? Che, per esempio, possa essere in grado di dire «Il tempo è scaduto»? Che senso ha continuare ad insistere che ci sono 8-10 anni per intervenire? Su cosa? Su quali situazioni? Non certo sui processi climatici nuovi che compaiono sempre più di frequente, e sono chiaramente irreversibili (vi tornerò nella seconda parte). Senza contare che vi sono regioni nelle quali il fatidico aumento di 1,5 gradi centigradi è già ora irrimediabilmente superato!
Ma non è tutto. Gli scienziati che stendono materialmente i rapporti sono supportati da molti altri, e si appoggiano a una masse di lavori e ricerche (14.000) pubblicati e referenziati. Orbene, un’accurata analisi delle referenze riportate dal Working Group 1[1] conclude, fra moltissime altre cose interessanti, che:
«[Fra] i primi 100 Paesi (su 185) da cui provengono le referenze, quelli più rappresentati sono, nell’ordine, gli Stati Uniti, coinvolti in 5871 referenze (circa il 50% del numero totale di referenze disponibili), il Regno Unito con 3039 referenze (26%), la Germania (2118 referenze), la Francia e la Cina (oltre 1500 referenze).»[2]
«Le citazioni nel rapporto sono fortemente dominate dal Nord globale e si leggono spesso dietro un paywall [accesso a pagamento ai contenuti di un sito]. Abbiamo riscontrato che il 99,95% dei riferimenti citati era scritto in inglese e che tre quarti di tutta la letteratura citata nel rapporto presentava almeno un autore con sede negli Stati Uniti o nel Regno Unito.»[3]
Ma ci sono molti altri aspetti generali che ‒ a monte dei lavori dell’Ipcc ‒ marcano le differenze tra il Nord e il Sud globali oppure, non meno rilevanti, di genere:
«Una recente analisi intitolata “The Reuters Hot List” ha stilato una classifica dei 1.000 scienziati del clima “più influenti”, in gran parte basata sulle loro pubblicazioni e sul loro impegno sui social media. Gli scienziati del Sud del mondo sono ampiamente sottorappresentati nella lista, con, ad esempio, solo cinque scienziati africani. Inoltre, solo 122 dei 1.000 autori sono donne.»[4]
Nel grafico che segue, la percentuale di autori dei 100 articoli di scienza del clima più citati nel periodo 2016-20, provenienti da ciascun continente.
Il totale dell’Europa è distribuito fra i diversi Paese, e in modo molto ineguale, Gran Bretagna e Germania prevalgono: Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna insieme rappresentano più della metà di tutti gli autori di questa analisi (rispettivamente circa il 30%, il 15% e il 10%). Inoltre, nessun articolo di questa analisi è guidato da un ricercatore proveniente dall’Africa o dal Sud America.
Queste ricerche richiedono poi ingenti investimenti in infrastrutture, quali super-computer e grandi server, che ovviamente sono proibitivi per i paesi del Sud globale. Tra le 100 istituzioni più citate nel WGI AR6, tutte si trovano in Nord America, Europa, Asia e Oceania. e Oceania: nessuna fra le prime 100 si trova in Sud America o in Africa.
Al di là del fatidico limite di riscaldamento di 1,5 gradi centigradi: la gravità situazioni specifiche
Non sono certo in grado di fare un’analisi generale, ma sono tante le situazioni nelle quali il carismatico limite di riscaldamento di 1,5 gradi è stato superato, irreversibilmente.
Parto dall’Africa, riferendomi a un articolo della rivista Foreign Policy, Africa Brief, “Climate Change Wreaks Havoc in Southern Africa”, della giornalista Nosmot Gbadamosi[5].
«La siccità in Somalia, le inondazioni in Nigeria e un ciclone in Malawi hanno confermato le cupe proiezioni climatiche degli scienziati sul futuro dell’Africa.Asia occidentale. Si registra un’ondata sbalorditiva di calore precoce, con centinaia di nuovi record di temperatura massima per marzo: 41,4 gradi in Vietnam, 40 gradi in Laos, 37,9 gradi a Taiwan.
Il rapporto è stato pubblicato lo stesso giorno di un altro sondaggio delle Nazioni Unite che ha stimato che 43.000 persone sono morte durante la peggiore siccità della Somalia negli ultimi decenni, e la metà di queste morti erano probabilmente bambini sotto i 5 anni.
La scorsa settimana il ciclone Freddy, che ha devastato il Mozambico, il Madagascar, l’isola della Riunione e lo Zimbabwe, è tornato a colpire l’Africa australe per la seconda volta in un mese, uccidendo centinaia di persone in Malawi e Mozambico e lasciando decine di migliaia di senzatetto in quella che potrebbe essere la tempesta prolungata più lunga mai registrata.
I cicloni sono tipici della regione tra novembre e aprile, ma ciò che rende Freddy unico, secondo gli esperti meteorologici dell’ONU, è che non si è mai completamente dissipato, nonostante le numerose frane. Gli scienziati dicono che il riscaldamento globale causato dalla maggior parte delle nazioni industrializzate che emettono gas serra ha reso l’attività del ciclone più frequente e intensa.
“Il livello di devastazione con cui abbiamo a che fare è maggiore delle risorse di cui disponiamo per farvi fronte”, ha detto il presidente malawiano Lazarus Chakwera in un discorso televisivo.
Circa 59.000 mozambicani sono sfollati a causa della tempesta, secondo le autorità locali [più di 350.000 in Malawi]. La situazione è stata aggravata da un’epidemia di colera in corso. Secondo l’Unicef, i casi sono quadruplicati a oltre 10.000, con più di 2.300 casi segnalati nella scorsa settimana.»
«Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, “oltre il 95 per cento del consumo mondiale di carbone è in corso in paesi che si sono impegnati a ridurre le loro emissioni a zero netto.”
Raggiungere lo zero netto in Africa è stato complicato dagli obiettivi di fornire elettricità a molti nella regione che non hanno accesso e quindi usano forme tossiche di energia come la legna da ardere. I leader africani sostengono che l’unico modo realistico per fornire energia a buon mercato è attraverso il carbone.
Uno studio pubblicato il mese scorso sulla rivista Nature ha trovato che gli scienziati dell’Ipcc si aspettano che i paesi africani riducano l’uso di combustibili fossili due volte più velocemente delle nazioni sviluppate. Tuttavia, il prestito di denaro per gli investimenti in energie rinnovabili è più costoso per le nazioni africane.»
L’Argentina ha avuto l’estate più rovente da almeno 62 anni: a metà marzo, ormai nell’autunno meteorologico, si sono registrate punte fino a 40 gradi, seguite da violenti temporali.
Qualche aggiornamento sull’inverno negli Stati Uniti
Mentre in Europa abbiamo sperimentato un inverno straordinariamente mite e secco e si prospetta un’estate con gravissimi problemi idrici, la situazione è radicalmente diversa negli Usa. Da più di un mese il paese è stato attraversato diagonalmente da una forte corrente a getto, che spinge il calore a concentrarsi nel Sud Est con punte di calore eccezionali, mentre l’aria fredda è spinta ad Ovest dove sulla costa del Pacifico incontra correnti sature di umidità provocando piogge torrenziali, inondazioni e nevicate eccezionali 20 febbraio 2023.
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| Estreme anomalie delle temperature negli Stati Uniti [Washington Post] |
Verso la fine di febbraio almeno 75 milioni di americani erano sotto osservazione, allerta o avviso di tempesta. Migliaia di voli sono stati interrotti. I primi di marzo si sono verificate forti nevicate in gran parte del Midwest e in alcune zone di pianura, oltre a rare nevicate nella contea di Los Angeles e a San Francisco.
Verso la metà di marzo pioggia, neve pesante e venti forti anche a New York e nel New England.
Il 22 marzo un’altra fortissima tempesta si è abbattuta sulla California: fortissimi venti, piogge intense e inondazioni hanno scosso la Bay Area e il sud del Paese. Più di 200.000 persone son rimaste senza corrente. La tempesta trascina un fiume atmosferico verso la California meridionale, causando pioggia intensa, neve e forti venti. Un tornado ha colpito la parte orientale di Los Angeles, il più forte nell’area metropolitana dal 1983. E venerdì 24 un tornado ha ucciso 26 persone (prevalentemente afroamericani) in aree rurali in Mississippi ed Arizona, decine i feriti.
Diametralmente all’opposto, caldo record nel Sud e lungo la costa orientale, dove la primavera è già iniziata e si denuncia un aumento delle allergie.
Poi, biodiversità. Una misteriosa malattia ha devastato una specie di stella marina lungo la costa del Pacifico: le stelle marine sono fondamentali per mantenere le enormi giungle di alghe sottomarine che immagazzinano il carbonio, senza di esse, gli effetti del cambiamento climatico potrebbero peggiorare..
Ma c’è un feedback generale con il riscaldamento globale: «mentre l’uomo riscalda il pianeta, la biodiversità sta crollando. Queste due crisi globali sono collegate in molti modi. Ma i dettagli degli intricati anelli di retroazione tra il declino della biodiversità e il cambiamento climatico sono sorprendentemente poco studiati.»[6]
Così come, si può dire, quasi in modo simmetrico ma sempre con una specie di feedback, i cambiamenti climatici, il mutamento dei modelli di insediamento e la mancanza di preparazione fanno sì che le zone aride siano le più esposte al rischio di inondazioni.[7]
Intanto, a dispetto di tutto: si prevede che 158,4 milioni di passeggeri voleranno a marzo e aprile, superando i livelli del 2019.
Per di più, i voli in jet privati sono in fortissimo aumento in tutto il mondo: “L’utilizzo di jet privati è aumentato di oltre il 30% rispetto ai livelli pre-Covid. Raddoppiano partenze e arrivi dallo scalo di Napoli, Londra-Maiorca la tratta più battuta. I prezzi sono raddoppiati, spostarsi da Parigi a Mykonos costa 25mila euro con un fortissimo impatto in termini di emissioni di CO2”.
Sul notevole impatto ambientale del volo aereo scrive la Dott.sa Antonella Litta, di Isde Viterbo: «Negli ultimi decenni, il traffico aereo ha registrato una fase di crescita pressoché costante soprattutto per quanto riguarda il settore del trasporto merci e quello dei voli low cost, solitamente legato al turismo definito anche “mordi e fuggi” determinando così un incremento importante del suo impatto negativo sull’ambiente, soprattutto in termini di inquinamento atmosferico, acustico e importante contributo ai cambiamenti climatici» (Trasporto aereo e clima, Il Cisalpino, 43/2017).
L’Iccp non pubblicherà altre edizioni da qui al 2030.
Note
1) Altri due gruppi si occupano rispettivamente degli impatti e vulnerabilità, e delle mitigazioni dei cambiamenti climatici: forse non stupisce che richiamino meno l’attenzione.
2) F. Chavelli, S. Connors, Analysis of the WGI contribution to the Sixth Assessment Report: Review of the WGI AR6 references, 26 febbraio 2022.
3) “Guest post: What 13,500 citations reveal about the IPCC’s climate science report”, Carbon Brief, 16 marzo 2023.
4) A. Tandon, “Analysis: The lack of diversity in climate-science research”, Carbon Brief, 6 ottobre 2021.
5) https://foreignpolicy.com/2023/03/22/africa-cyclone-freddy-climate-change-extreme-weather/.
6) M. Mahecha et al., “Biodiversity loss and climate extremes – study the feedbacks“, Nature, 19 novembre 2022.
7) Jie Yin et al., “Flash floods: why are more of them devastating the world’s driest regions?”, Nature, 7 marzo 2023.
Fonte
I mal di pancia dell’ex procuratore Giancarlo Caselli
Per l’ex procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, oggi in pensione, la decisione della corte di Cassazione francese, che ha confermato il rigetto delle domande di estradizione pronunciato in precedenza dalla corte di Appello di Parigi dei dieci rifugiati italiani, ex militanti delle formazioni della sinistra armata degli anni 70, sarebbe solo un gesto di «arrogante intolleranza», figlio della irresistibile tentazione francese di «insegnare a tutti gli altri (gli italiani in particolare modo) come si sta al mondo».
I contenuti giuridici della decisione – sempre secondo l’ex pm – oscillerebbero tra «il paradossale e l’incredibile». In particolare Caselli non sembra digerire l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani, richiamato dai giudici parigini per tutelare i diritti acquisiti nel corso della pluridecennale permanenza sul suolo francese dei dieci esuli italiani, sulla scorta di decisioni giudiziarie, politiche e amministrative, pronunciate nel tempo dalla autorità del posto. Tutto ciò – a detta dell’ex procuratore – non avrebbe alcun valore. Per il diritto interno francese tutte le pene sono prescritte dopo un periodo massimo di venti anni, ciò vale anche per l’ergastolo, che nel nostro ordinamento è diventato invece imprescrittibile, al pari di un crimine contro l’umanità. Nell’ordinamento italiano, il periodo massimo oltre il quale scatta la prescrizione delle pene temporali è pari a trent’anni. Regola che l’autorità giudiziaria ha aggirato in tutti i modi mettendo in campo una serie di sotterfugi e artifici vergognosi pur di impedire che la prescrizione venisse riconosciuta a due dei dieci ex militanti richiesti. In un caso si è addirittura ricorsi ad una fraudolenta dichiarazione di pericolosità sociale, a quaranta anni dai fatti-reato, nei confronti di una persona ormai ultrasettantenne e che nel frattempo ha mantenuto una condotta penalmente irreprensibile sul suolo francese, pur di scongiurare l’applicazione della prescrizione.
Nella dottrina classica del diritto, il decorso del tempo faceva venire meno l’interesse punitivo dello Stato nei confronti del reo. Questo assunto traeva il suo fondamento penalistico dalla convinzione che fuori dal contesto sociale che lo aveva generato, il reato attenuava se non perdeva la sua portata lesiva dell’ordine sociale e politico infranto, perdeva la carica di allarme sociale in esso contenuta e il reo vedeva inevitabilmente modificarsi la sua personalità a distanza di trenta anni dai fatti. A questa concezione Caselli antepone la «punizione infinita», per altro strettamente limitata ai reati di natura politica e di contestazione sociale, secondo una visione etica dello Stato molto vicina ai presupposti culturali dell’attuale maggioranza di governo, a cui senza dubbio può dare molte lezioni.
Ai giudici francesi non è sfuggito questo atteggiamento generale della autorità politiche e giudiziarie italiane, nonché della grande stampa, tanto da aver ritenuto che il via libera alle estradizioni, a fronte dei ripetuti propositi meramente vendicativi enunciati e praticati da parte italiana, avrebbe comportato per gli estradandi un trattamento sproporzionato e iniquo, una violazione insanabile della vita familiare e privata acquista da molti decenni in Francia, infrangendo il percorso di recupero sociale realizzato.
A rendere ancora più furibondo Caselli è stato poi il richiamo al giusto processo, sancito dall’articolo 6 della Cedu. Norma finalizzata a garantire che la persona a rischio di estradizione non sia esposta, nello Stato richiedente, a un flagrante diniego di giustizia che può derivare, in particolare, dall’impossibilità di ottenere una nuova pronuncia giudiziaria sul merito dell’accusa nonostante la condanna sia stata pronunciata in sua assenza. Diverse richieste di estradizione riguardavano, infatti, persone processate e condannate in contumacia. Chi ha seguito tutte le udienze davanti alla corte di appello di Parigi sa bene che i giudici hanno ripetutamente chiesto chiarimenti e garanzie alla parte italiana affinché una volta riconsegnate, le persone condannate in contumacia potessero avere garantito il diritto a un nuovo processo. Per tutta risposta le autorità italiane hanno balbettato, tergiversato a lungo perché incapaci di fornire delle garanzie inesistenti nel nostro ordinamento processuale. Atteggiamento che ha definitivamente convinto la corte francese a rifiutare le domande di estradizione.
Per Caselli tutto ciò sarebbe solo una prova della supponenza d’Oltralpe e non una manifesta deficienza italiana, una incapacità a comprendere che la cultura della eccezione giudiziaria che ha dominato la fase repressiva della lotta armata non è sovrapponibile alle altre culture giuridiche europee a cui sfugge questa eterna riproposizione di logiche d’eccezione originate da contesti non più attuali, conclusi da oltre trent’anni.
Alla ricerca disperata di argomenti per puntellare le proprie tesi, Caselli ricorre ad un esempio surreale, il processo di Torino al nucleo storico delle Brigate rosse, definito un modello del rispetto dei diritti degli imputati. Oggi sappiamo che fu la federazione del Pci torinese a reclutare i giudici popolari di quel processo, come ha raccontato Giuliano Ferrara che quella operazione gestì in prima persona. Sono noti anche i rapporti stretti che Caselli teneva con la federazione torinese del partito comunista, in nome di quella concezione schierata e combattente del ruolo della magistratura che contrasta con la pretesa di dare lezioni morali al mondo, soprattutto se poi è la sua ex procura, in linea con le autorità di governo francesi (cosa c’entra la magistratura di Parigi che per altro nel dossier estradizioni non si è piegata ai diktat dell’Eliseo), a perseguire con uno zelo facinoroso quegli attivisti che sostengono i migranti alla frontiera tra i due paesi.
Fonte
I contenuti giuridici della decisione – sempre secondo l’ex pm – oscillerebbero tra «il paradossale e l’incredibile». In particolare Caselli non sembra digerire l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani, richiamato dai giudici parigini per tutelare i diritti acquisiti nel corso della pluridecennale permanenza sul suolo francese dei dieci esuli italiani, sulla scorta di decisioni giudiziarie, politiche e amministrative, pronunciate nel tempo dalla autorità del posto. Tutto ciò – a detta dell’ex procuratore – non avrebbe alcun valore. Per il diritto interno francese tutte le pene sono prescritte dopo un periodo massimo di venti anni, ciò vale anche per l’ergastolo, che nel nostro ordinamento è diventato invece imprescrittibile, al pari di un crimine contro l’umanità. Nell’ordinamento italiano, il periodo massimo oltre il quale scatta la prescrizione delle pene temporali è pari a trent’anni. Regola che l’autorità giudiziaria ha aggirato in tutti i modi mettendo in campo una serie di sotterfugi e artifici vergognosi pur di impedire che la prescrizione venisse riconosciuta a due dei dieci ex militanti richiesti. In un caso si è addirittura ricorsi ad una fraudolenta dichiarazione di pericolosità sociale, a quaranta anni dai fatti-reato, nei confronti di una persona ormai ultrasettantenne e che nel frattempo ha mantenuto una condotta penalmente irreprensibile sul suolo francese, pur di scongiurare l’applicazione della prescrizione.
Nella dottrina classica del diritto, il decorso del tempo faceva venire meno l’interesse punitivo dello Stato nei confronti del reo. Questo assunto traeva il suo fondamento penalistico dalla convinzione che fuori dal contesto sociale che lo aveva generato, il reato attenuava se non perdeva la sua portata lesiva dell’ordine sociale e politico infranto, perdeva la carica di allarme sociale in esso contenuta e il reo vedeva inevitabilmente modificarsi la sua personalità a distanza di trenta anni dai fatti. A questa concezione Caselli antepone la «punizione infinita», per altro strettamente limitata ai reati di natura politica e di contestazione sociale, secondo una visione etica dello Stato molto vicina ai presupposti culturali dell’attuale maggioranza di governo, a cui senza dubbio può dare molte lezioni.
Ai giudici francesi non è sfuggito questo atteggiamento generale della autorità politiche e giudiziarie italiane, nonché della grande stampa, tanto da aver ritenuto che il via libera alle estradizioni, a fronte dei ripetuti propositi meramente vendicativi enunciati e praticati da parte italiana, avrebbe comportato per gli estradandi un trattamento sproporzionato e iniquo, una violazione insanabile della vita familiare e privata acquista da molti decenni in Francia, infrangendo il percorso di recupero sociale realizzato.
A rendere ancora più furibondo Caselli è stato poi il richiamo al giusto processo, sancito dall’articolo 6 della Cedu. Norma finalizzata a garantire che la persona a rischio di estradizione non sia esposta, nello Stato richiedente, a un flagrante diniego di giustizia che può derivare, in particolare, dall’impossibilità di ottenere una nuova pronuncia giudiziaria sul merito dell’accusa nonostante la condanna sia stata pronunciata in sua assenza. Diverse richieste di estradizione riguardavano, infatti, persone processate e condannate in contumacia. Chi ha seguito tutte le udienze davanti alla corte di appello di Parigi sa bene che i giudici hanno ripetutamente chiesto chiarimenti e garanzie alla parte italiana affinché una volta riconsegnate, le persone condannate in contumacia potessero avere garantito il diritto a un nuovo processo. Per tutta risposta le autorità italiane hanno balbettato, tergiversato a lungo perché incapaci di fornire delle garanzie inesistenti nel nostro ordinamento processuale. Atteggiamento che ha definitivamente convinto la corte francese a rifiutare le domande di estradizione.
Per Caselli tutto ciò sarebbe solo una prova della supponenza d’Oltralpe e non una manifesta deficienza italiana, una incapacità a comprendere che la cultura della eccezione giudiziaria che ha dominato la fase repressiva della lotta armata non è sovrapponibile alle altre culture giuridiche europee a cui sfugge questa eterna riproposizione di logiche d’eccezione originate da contesti non più attuali, conclusi da oltre trent’anni.
Alla ricerca disperata di argomenti per puntellare le proprie tesi, Caselli ricorre ad un esempio surreale, il processo di Torino al nucleo storico delle Brigate rosse, definito un modello del rispetto dei diritti degli imputati. Oggi sappiamo che fu la federazione del Pci torinese a reclutare i giudici popolari di quel processo, come ha raccontato Giuliano Ferrara che quella operazione gestì in prima persona. Sono noti anche i rapporti stretti che Caselli teneva con la federazione torinese del partito comunista, in nome di quella concezione schierata e combattente del ruolo della magistratura che contrasta con la pretesa di dare lezioni morali al mondo, soprattutto se poi è la sua ex procura, in linea con le autorità di governo francesi (cosa c’entra la magistratura di Parigi che per altro nel dossier estradizioni non si è piegata ai diktat dell’Eliseo), a perseguire con uno zelo facinoroso quegli attivisti che sostengono i migranti alla frontiera tra i due paesi.
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Guerra in Ucraina - Zelenski ammette il rischio “stanchezza” nella popolazione
Il presidente ucraino Zelensky, in un’intervista rilasciata ieri all’agenzia americana AP, ha sottolineato che perdere la battaglia di Bakhmut, sarebbe per Kiev una sconfitta politica, più ancora che strategica.
Il timore del leader ucraino è che una vittoria russa a Bakhmut spingerebbe la comunità internazionale e anche quella del suo stesso paese a fare pressioni per un “compromesso inaccettabile” per porre fine al conflitto.
I giornalisti dell’Associated Press hanno intervistato Zelenski mentre tornava in treno a Kiev da Zaporizhia martedì sera.
Ha parlato della battaglia più lunga della guerra, quella di Bahkmut dove le forze ucraine e russe sono impegnate da sette mesi in un conflitto estenuante.
Alcuni analisti militari occidentali si sono chiesti perché l’Ucraina sia disposta a subire così tante perdite per difendere il territorio, sostenendo che la città non ha un significato strategico. Zelenskyy ha replicato affermando che qualsiasi perdita nella guerra darà alla Russia un’apertura. Zelenski ha predetto che se la Russia avesse sconfitto l’Ucraina a Bakhmut, Putin avrebbe deciso di “vendere” una vittoria alla comunità internazionale.
“Se sentirà un po’ di sangue, annuserà che siamo deboli, spingerà, spingerà, spingerà”, ha detto Zelensky, aggiungendo che la pressione verrebbe non solo dalla comunità internazionale ma anche dall’interno del suo stesso paese. “La nostra società si sentirebbe stanca e mi spingerà a scendere a compromessi con loro”.
Zelenskyy si è recentemente recato vicino a Bakhmut per una visita di incoraggiamento morale alle le truppe ucraine che stanno subendo perdite rilevanti nella battaglia in questa città del Donbass.
Sui rifornimenti di armi dai paesi della Nato Zelenskyy ha lasciato trapelare che una nazione europea ha inviato un altro sistema di difesa aerea in Ucraina, ma che questo non ha funzionato e “hanno dovuto cambiarlo ancora e ancora”. Non ha però nominato il paese.
Zelenskyj ha anche ribadito la sua richiesta di lunga data di aerei da combattimento, dicendo che “non abbiamo ancora nulla quando si tratta di aerei da guerra moderni”. La Polonia e la Slovacchia hanno deciso di fornire all’Ucraina aerei da combattimento dell’era sovietica, ma finora nessun paese occidentale ha accettato di fornire aerei da guerra moderni, temendo che ciò possa intensificare il conflitto e coinvolgerli ancora più profondamente.
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Il timore del leader ucraino è che una vittoria russa a Bakhmut spingerebbe la comunità internazionale e anche quella del suo stesso paese a fare pressioni per un “compromesso inaccettabile” per porre fine al conflitto.
I giornalisti dell’Associated Press hanno intervistato Zelenski mentre tornava in treno a Kiev da Zaporizhia martedì sera.
Ha parlato della battaglia più lunga della guerra, quella di Bahkmut dove le forze ucraine e russe sono impegnate da sette mesi in un conflitto estenuante.
Alcuni analisti militari occidentali si sono chiesti perché l’Ucraina sia disposta a subire così tante perdite per difendere il territorio, sostenendo che la città non ha un significato strategico. Zelenskyy ha replicato affermando che qualsiasi perdita nella guerra darà alla Russia un’apertura. Zelenski ha predetto che se la Russia avesse sconfitto l’Ucraina a Bakhmut, Putin avrebbe deciso di “vendere” una vittoria alla comunità internazionale.
“Se sentirà un po’ di sangue, annuserà che siamo deboli, spingerà, spingerà, spingerà”, ha detto Zelensky, aggiungendo che la pressione verrebbe non solo dalla comunità internazionale ma anche dall’interno del suo stesso paese. “La nostra società si sentirebbe stanca e mi spingerà a scendere a compromessi con loro”.
Zelenskyy si è recentemente recato vicino a Bakhmut per una visita di incoraggiamento morale alle le truppe ucraine che stanno subendo perdite rilevanti nella battaglia in questa città del Donbass.
Sui rifornimenti di armi dai paesi della Nato Zelenskyy ha lasciato trapelare che una nazione europea ha inviato un altro sistema di difesa aerea in Ucraina, ma che questo non ha funzionato e “hanno dovuto cambiarlo ancora e ancora”. Non ha però nominato il paese.
Zelenskyj ha anche ribadito la sua richiesta di lunga data di aerei da combattimento, dicendo che “non abbiamo ancora nulla quando si tratta di aerei da guerra moderni”. La Polonia e la Slovacchia hanno deciso di fornire all’Ucraina aerei da combattimento dell’era sovietica, ma finora nessun paese occidentale ha accettato di fornire aerei da guerra moderni, temendo che ciò possa intensificare il conflitto e coinvolgerli ancora più profondamente.
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BRT e GEODIS in amministrazione giudiziaria
L’inchiesta che il pubblico ministero Paolo Storari del Tribunale di Milano sta conducendo sulle multinazionali della logistica sta facendo emergere uno scenario che conferma il carattere delinquenziale che si cela dietro gli appalti utilizzati dai grandi provider multinazionali della logistica per fare profitto sulle spalle dell’erario e ancor più su quelle delle lavoratrici e dei lavoratori.
Quanto imputato oggi a BRT e GEODIS rappresenta un “secondo tempo” delle indagini che portarono, nel 2021, altre multinazionali (tra queste anche DHL e GLS) sul banco degli imputati per un “eccesso di esternalizzazioni”.
Anche oggi, ancora una volta, il meccanismo truffaldino è quello che porta i committenti ad usare fornitori di servizi che non versano l’IVA, che emettono fatture per operazioni inesistenti, che praticano una intermediazione illecita di mano d’opera, che spezzano corpi di lavoratori con ritmi e carichi di lavoro insostenibili.
Ovviamente il ladrocinio avviene “ad insaputa” dei vari c.d.a. e a pagarne le spese è qualche manager di rango sacrificabile; resta il fatto che il sistema e la legislazione degli appalti mostrano una vulnerabilità al malaffare – almeno nella logistica – che data dal 2011, dalle prime inchieste della Boccassini sulle infiltrazioni n’dranghetiste (clan dei Flachi e delle n’drine reggine) nelle filiali milanesi dell’allora TNT.
Gli appalti rappresentano lo schermo dietro il quale i committenti, cioè i padroni, perseguono il profitto senza tanti scrupoli e cercano di eliminare il coinvolgimento diretto nelle controversie sindacali.
Sintomatico il caso di BRT, uno dei giganti italiani (ex Bartolini ora di proprietà delle Poste francesi) della distribuzione “ultimo miglio” che conta su 4.000 dipendenti diretti (in gran parte amministrativi) e ben 18.000 in appalto (soprattutto driver e, molto meno, magazzinieri) alle dipendenze di una moltitudine (oltre 2.000) di coop, società e padroncini.
Una vera e propria giungla di datori di lavoro caratterizzata da un turn over bestiale, da un ritmo di cambi appalti che ha una cadenza mediamente biennale.
E ad ogni cambio appalto i lavoratori rischiano di perdere per strada i versamenti contributivi, il TFR, i ratei di 13^, 14^, il pagamento delle ferie, della malattia, degli infortuni, l’anzianità convenzionale e con essa gli scatti e magari pure l’ultimo stipendio.
In questo vortice di cambi, di contenitori che mutano denominazione sociale, ma non presidenti, capi e capetti capita anche di “dimenticarsi” di pagare l’IVA, di infilare nei bilanci qualche fattura farlocca...
Ma non finisce qui il malaffare.
In BRT, ma anche negli altri provider, è molto gettonato il sistema della disintermediazione del rapporto di lavoro, ossia il trasformare il Corriere in un imprenditore con una propria partita IVA e con gli strumenti di lavoro a sue spese e responsabilità.
Si tratta dei cosiddetti padroncini, alcuni a “loro insaputa” che si trovano intestato il pagamento del leasing del furgone, le spese per i carburanti, la manutenzione dei mezzi.
Provate a fare stare a casa questi corrieri quando non stanno bene dal momento che non usufruiscono del pagamento della malattia. Provate a convincerli che è un rischio per la loro incolumità e per quella degli altri utenti della strada...
Una non assunzione di responsabilità, quella di BRT (e dei suoi simili), che si abbatte rovinosamente anche sui lavoratori con un rapporto di lavoro subordinato per i quali è previsto il pagamento di franchigie in caso di incidenti o danni al mezzo di lavoro, neanche fosse di loro proprietà.
Insomma in questo sistema di appalti la cui legislazione si fonda su una netta divisione di ruoli tra committenza – dedita alle attività di core business – e fornitori di servizi prevedendo per questi ultimi autonomia organizzativa, gestione della strumentazione di lavoro, conoscenza delle procedure e rischio di impresa, il potere datoriale rimane fermamente nelle mani del padrone e tutti i rischi e i danni sono scaricati sui lavoratori.
Non occorre dire che quando USB si cimenta nelle trattative sindacali non parla con 2.000 Coop, srl, padroncini, ma con un manager BRT che dispone di tutto.
L’indagine del PM Storari denuda il re e cambia quello che fu il paradigma adottato la scorsa estate dalla procura piacentina che definiva vittime gli imprenditori ed estorsori i sindacati che con gli scioperi chiedevano salario, sicurezza, legalità e rispetto della dignità umana.
Ora emergono le cause di quegli scioperi, emerge il caporalato, l’evasione fiscale e contributiva, la cialtronaggine della nostra classe imprenditoriale.
Auguriamo successo al PM, ci auguriamo che i 126 milioni di euro ora sequestrati a BRT e GEODIS finiscano nelle casse dello stato per pagare la sanità pubblica, il trasporto pubblico, la scuola pubblica. Noi sappiamo però che per garantire diritto e civiltà duraturi a questo paese e al lavoro che ispira la nostra Carta Costituzionale, bisogna chiudere col sistema degli appalti, bisogna INTERNALIZZARE TUTTI i lavoratori con stipendi dignitosi e ritmi umanamente sostenibili.
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Quanto imputato oggi a BRT e GEODIS rappresenta un “secondo tempo” delle indagini che portarono, nel 2021, altre multinazionali (tra queste anche DHL e GLS) sul banco degli imputati per un “eccesso di esternalizzazioni”.
Anche oggi, ancora una volta, il meccanismo truffaldino è quello che porta i committenti ad usare fornitori di servizi che non versano l’IVA, che emettono fatture per operazioni inesistenti, che praticano una intermediazione illecita di mano d’opera, che spezzano corpi di lavoratori con ritmi e carichi di lavoro insostenibili.
Ovviamente il ladrocinio avviene “ad insaputa” dei vari c.d.a. e a pagarne le spese è qualche manager di rango sacrificabile; resta il fatto che il sistema e la legislazione degli appalti mostrano una vulnerabilità al malaffare – almeno nella logistica – che data dal 2011, dalle prime inchieste della Boccassini sulle infiltrazioni n’dranghetiste (clan dei Flachi e delle n’drine reggine) nelle filiali milanesi dell’allora TNT.
Gli appalti rappresentano lo schermo dietro il quale i committenti, cioè i padroni, perseguono il profitto senza tanti scrupoli e cercano di eliminare il coinvolgimento diretto nelle controversie sindacali.
Sintomatico il caso di BRT, uno dei giganti italiani (ex Bartolini ora di proprietà delle Poste francesi) della distribuzione “ultimo miglio” che conta su 4.000 dipendenti diretti (in gran parte amministrativi) e ben 18.000 in appalto (soprattutto driver e, molto meno, magazzinieri) alle dipendenze di una moltitudine (oltre 2.000) di coop, società e padroncini.
Una vera e propria giungla di datori di lavoro caratterizzata da un turn over bestiale, da un ritmo di cambi appalti che ha una cadenza mediamente biennale.
E ad ogni cambio appalto i lavoratori rischiano di perdere per strada i versamenti contributivi, il TFR, i ratei di 13^, 14^, il pagamento delle ferie, della malattia, degli infortuni, l’anzianità convenzionale e con essa gli scatti e magari pure l’ultimo stipendio.
In questo vortice di cambi, di contenitori che mutano denominazione sociale, ma non presidenti, capi e capetti capita anche di “dimenticarsi” di pagare l’IVA, di infilare nei bilanci qualche fattura farlocca...
Ma non finisce qui il malaffare.
In BRT, ma anche negli altri provider, è molto gettonato il sistema della disintermediazione del rapporto di lavoro, ossia il trasformare il Corriere in un imprenditore con una propria partita IVA e con gli strumenti di lavoro a sue spese e responsabilità.
Si tratta dei cosiddetti padroncini, alcuni a “loro insaputa” che si trovano intestato il pagamento del leasing del furgone, le spese per i carburanti, la manutenzione dei mezzi.
Provate a fare stare a casa questi corrieri quando non stanno bene dal momento che non usufruiscono del pagamento della malattia. Provate a convincerli che è un rischio per la loro incolumità e per quella degli altri utenti della strada...
Una non assunzione di responsabilità, quella di BRT (e dei suoi simili), che si abbatte rovinosamente anche sui lavoratori con un rapporto di lavoro subordinato per i quali è previsto il pagamento di franchigie in caso di incidenti o danni al mezzo di lavoro, neanche fosse di loro proprietà.
Insomma in questo sistema di appalti la cui legislazione si fonda su una netta divisione di ruoli tra committenza – dedita alle attività di core business – e fornitori di servizi prevedendo per questi ultimi autonomia organizzativa, gestione della strumentazione di lavoro, conoscenza delle procedure e rischio di impresa, il potere datoriale rimane fermamente nelle mani del padrone e tutti i rischi e i danni sono scaricati sui lavoratori.
Non occorre dire che quando USB si cimenta nelle trattative sindacali non parla con 2.000 Coop, srl, padroncini, ma con un manager BRT che dispone di tutto.
L’indagine del PM Storari denuda il re e cambia quello che fu il paradigma adottato la scorsa estate dalla procura piacentina che definiva vittime gli imprenditori ed estorsori i sindacati che con gli scioperi chiedevano salario, sicurezza, legalità e rispetto della dignità umana.
Ora emergono le cause di quegli scioperi, emerge il caporalato, l’evasione fiscale e contributiva, la cialtronaggine della nostra classe imprenditoriale.
Auguriamo successo al PM, ci auguriamo che i 126 milioni di euro ora sequestrati a BRT e GEODIS finiscano nelle casse dello stato per pagare la sanità pubblica, il trasporto pubblico, la scuola pubblica. Noi sappiamo però che per garantire diritto e civiltà duraturi a questo paese e al lavoro che ispira la nostra Carta Costituzionale, bisogna chiudere col sistema degli appalti, bisogna INTERNALIZZARE TUTTI i lavoratori con stipendi dignitosi e ritmi umanamente sostenibili.
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L’ONU accusa l’Unione Europea di aver aiutato e favorito i crimini contro i migranti
Una missione indipendente dell’ONU formata da diversi esperti ha da poco concluso tre anni di accertamenti sulla condizione dei migranti in Libia. Alla fine della settimana il rapporto che ne è risultato verrà presentato al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.
L’indagine si è basata sulle interviste a 400 tra testimoni e migranti stessi, con allegate fotografie e video, e le conclusioni sono piuttosto nette. Nei lager libici sono stati commessi crimini di guerra e contro l’umanità, e ovviamente i responsabili materiali di tali azioni sono le forze di sicurezza libiche e altri gruppi armati ad esse legati.
Ma il rapporto è piuttosto chiaro anche in un altro punto: l’Unione Europea ha aiutato e favorito questi atti. Parliamo di “tortura, isolamento, detenzione in isolamento. È stato negato un adeguato accesso ad acqua, cibo, servizi igienici, luce, attività fisica, cure mediche, consulenza legale e comunicazione con i membri della famiglia”.
Leggiamo sempre nel rapporto che “la tratta, la riduzione in schiavitù, il lavoro forzato, la detenzione, l’estorsione e il traffico di migranti vulnerabili hanno generato entrate significative per individui, gruppi e istituzioni statali”. Non sono mancati purtroppo anche casi di violenza sessuale.
“Le violazioni e gli abusi indagati dalla missione erano collegati principalmente al consolidamento del potere e della ricchezza da parte delle milizie e di altri gruppi affiliati allo stato”. Intorno ai flussi migratori si è dunque creato un vero e proprio sistema di potere, che da essi ha tratto vantaggio.
L’UE ha quindi sostenuto attivamente questo meccanismo, addestrando la guardia costiera libica e finanziando programmi di gestione delle frontiere libiche. Frontex è stato strumento centrale in questa complicità, data la sua attività di sorveglianza che spesso portava a comunicare la posizione delle imbarcazioni agli aguzzini dell’altra parte del Mediterraneo.
Peter Stano, tra i portavoce del Servizio Europeo per l’Azione Esterna, aveva ribadito poco prima della presentazione del testo che la UE è sempre impegnata nell’aiutare a migliorare l’attività delle autorità libiche e a tutelare i diritti dei migranti. Appena qualche giorno prima un comunicato congiunto tra UE, Unione Africana e ONU stessa invitava a intervenire per migliorare la situazione dei rifugiati in Libia.
Ma riguardo le politiche comunitarie Chaloka Beyani, uno degli investigatori, ha affermato senza lasciare spazio a interpretazioni che “non si possono respingere le persone in aree non sicure, e le acque libiche non sono sicure per l’imbarco dei migranti”. Dalle Nazioni Unite dicono che passeranno tutta la documentazione alla Corte Penale Internazionale.
Non è la prima critica del genere che arriva a Bruxelles. Era già successo lo scorso anno, da parte dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. La ONG Human Rights Watch ha stimato più di 30 mila persone intercettate e poi condotte in detenzione in Libia nel solo 2021.
Ciò che emerge dal rapporto rende impossibile ignorare quel che avviene vicino a noi, a persone che vengono definite “carico residuo” e persino colpevolizzate se muoiono in mare. È importante sottolineare che ora diventano incontrovertibili anche le responsabilità della UE.
Oggi viene giustamente chiesto conto al governo Meloni dei terribili naufragi delle scorse settimane, ma la sua politica segue quella imboccata da decenni anche dal centrosinistra. E soprattutto, tutte queste scelte si inseriscono all’interno di una strategia UE fondata sull’esternalizzazione della gestione frontaliera, a discapito dei migranti e dei loro diritti.
Fonte
L’indagine si è basata sulle interviste a 400 tra testimoni e migranti stessi, con allegate fotografie e video, e le conclusioni sono piuttosto nette. Nei lager libici sono stati commessi crimini di guerra e contro l’umanità, e ovviamente i responsabili materiali di tali azioni sono le forze di sicurezza libiche e altri gruppi armati ad esse legati.
Ma il rapporto è piuttosto chiaro anche in un altro punto: l’Unione Europea ha aiutato e favorito questi atti. Parliamo di “tortura, isolamento, detenzione in isolamento. È stato negato un adeguato accesso ad acqua, cibo, servizi igienici, luce, attività fisica, cure mediche, consulenza legale e comunicazione con i membri della famiglia”.
Leggiamo sempre nel rapporto che “la tratta, la riduzione in schiavitù, il lavoro forzato, la detenzione, l’estorsione e il traffico di migranti vulnerabili hanno generato entrate significative per individui, gruppi e istituzioni statali”. Non sono mancati purtroppo anche casi di violenza sessuale.
“Le violazioni e gli abusi indagati dalla missione erano collegati principalmente al consolidamento del potere e della ricchezza da parte delle milizie e di altri gruppi affiliati allo stato”. Intorno ai flussi migratori si è dunque creato un vero e proprio sistema di potere, che da essi ha tratto vantaggio.
L’UE ha quindi sostenuto attivamente questo meccanismo, addestrando la guardia costiera libica e finanziando programmi di gestione delle frontiere libiche. Frontex è stato strumento centrale in questa complicità, data la sua attività di sorveglianza che spesso portava a comunicare la posizione delle imbarcazioni agli aguzzini dell’altra parte del Mediterraneo.
Peter Stano, tra i portavoce del Servizio Europeo per l’Azione Esterna, aveva ribadito poco prima della presentazione del testo che la UE è sempre impegnata nell’aiutare a migliorare l’attività delle autorità libiche e a tutelare i diritti dei migranti. Appena qualche giorno prima un comunicato congiunto tra UE, Unione Africana e ONU stessa invitava a intervenire per migliorare la situazione dei rifugiati in Libia.
Ma riguardo le politiche comunitarie Chaloka Beyani, uno degli investigatori, ha affermato senza lasciare spazio a interpretazioni che “non si possono respingere le persone in aree non sicure, e le acque libiche non sono sicure per l’imbarco dei migranti”. Dalle Nazioni Unite dicono che passeranno tutta la documentazione alla Corte Penale Internazionale.
Non è la prima critica del genere che arriva a Bruxelles. Era già successo lo scorso anno, da parte dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. La ONG Human Rights Watch ha stimato più di 30 mila persone intercettate e poi condotte in detenzione in Libia nel solo 2021.
Ciò che emerge dal rapporto rende impossibile ignorare quel che avviene vicino a noi, a persone che vengono definite “carico residuo” e persino colpevolizzate se muoiono in mare. È importante sottolineare che ora diventano incontrovertibili anche le responsabilità della UE.
Oggi viene giustamente chiesto conto al governo Meloni dei terribili naufragi delle scorse settimane, ma la sua politica segue quella imboccata da decenni anche dal centrosinistra. E soprattutto, tutte queste scelte si inseriscono all’interno di una strategia UE fondata sull’esternalizzazione della gestione frontaliera, a discapito dei migranti e dei loro diritti.
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L’accordo tra Iran e Arabia Saudita è molto di più di un negoziato
L’accordo siglato a Pechino tra Iran e Arabia Saudita, è assai più ampio del solo ripristino delle relazioni diplomatiche tra due paesi “in guerra” da decenni. Esso include infatti disposizioni in merito a diverse questioni di sicurezza, incluso il sostegno condizionato di Riad al programma nucleare iraniano e la fine del conflitto nello Yemen.
L’intesa firmata lo scorso 10 marzo nel corso di una serie di incontri riservati tra il presidente cinese Xi Jinping e i leader di Arabia Saudita e Iran prevede, secondo fonti diplomatiche, il sostegno politico di Riad al rilancio dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano del 2015 da cui Stati Uniti si sono ritirati nel 2018, anche con l’allora sostegno dell’Arabia Saudita.
Una parte dell’accordo potrebbe contribuire a una riduzione delle tensioni in Medio Oriente con l’impegno dell’Iran a rispettare gli interessi regionali dell’Arabia Saudita e un piano di pace che ponga fine al conflitto nello Yemen, che sin dal 2015 vede opporsi i ribelli sciiti Houti, sostenuti da Teheran, a una coalizione militare a guida saudita.
I due paesi ex rivali, si sono inoltre impegnati a cooperare per la stabilizzazione di Siria e Afghanistan, e Riad avrebbe acconsentito a sospendere il proprio sostegno ai media anti-iraniani, mentre nel contesto dell’accordo l’Iran ha fornito assicurazioni che il suo programma balistico non rappresenterà una minaccia all’Arabia Saudita.
Ma nell’accordo c’è anche un altro dossier che rappresenta un serio dispiacere per Washington. Iran e Arabia Saudita hanno infatti acconsentito a cooperare e a perseguire interessi comuni in quanto membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) e per la sicurezza delle petroliere e del traffico marittimo nel Golfo Persico. Il primo passo di questo accordo prevede entro aprile l’impegno comune a normalizzare le relazioni diplomatiche, cominciando dalla riapertura delle rispettive ambasciate.
Secondo il Middle East Eye, l’altro passaggio che potrebbe cominciare a far parlare di “de-americanizzazione” del Medio Oriente ha un ultimo banco di prova qualora l’Arabia Saudita e altri produttori di petrolio inizieranno a commerciare in una valuta diversa dal dollaro
Secondo il Mee le prossime mosse in questa direzione sono già all’orizzonte. Ad esempio, sia l’Arabia Saudita che l’Iran vogliono entrare a far parte del gruppo dei BRICS, mentre l’Arabia Saudita ha già presentato domanda di adesione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, di cui l’Iran fa già parte con lo status di osservatore.
Ma la risposta alla domanda sulla “de-americanizzazione” sarà fornita, forse presto, da un ultimo test: “se l’Arabia Saudita e altri produttori di petrolio dopo di essa scambieranno in una valuta diversa dal dollaro. Solo allora ci sarebbe stata una vera rivoluzione, e quella che gli osservatori hanno chiamato “l’opzione nucleare” contro gli Stati Uniti”.
Fonte
L’intesa firmata lo scorso 10 marzo nel corso di una serie di incontri riservati tra il presidente cinese Xi Jinping e i leader di Arabia Saudita e Iran prevede, secondo fonti diplomatiche, il sostegno politico di Riad al rilancio dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano del 2015 da cui Stati Uniti si sono ritirati nel 2018, anche con l’allora sostegno dell’Arabia Saudita.
Una parte dell’accordo potrebbe contribuire a una riduzione delle tensioni in Medio Oriente con l’impegno dell’Iran a rispettare gli interessi regionali dell’Arabia Saudita e un piano di pace che ponga fine al conflitto nello Yemen, che sin dal 2015 vede opporsi i ribelli sciiti Houti, sostenuti da Teheran, a una coalizione militare a guida saudita.
I due paesi ex rivali, si sono inoltre impegnati a cooperare per la stabilizzazione di Siria e Afghanistan, e Riad avrebbe acconsentito a sospendere il proprio sostegno ai media anti-iraniani, mentre nel contesto dell’accordo l’Iran ha fornito assicurazioni che il suo programma balistico non rappresenterà una minaccia all’Arabia Saudita.
Ma nell’accordo c’è anche un altro dossier che rappresenta un serio dispiacere per Washington. Iran e Arabia Saudita hanno infatti acconsentito a cooperare e a perseguire interessi comuni in quanto membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) e per la sicurezza delle petroliere e del traffico marittimo nel Golfo Persico. Il primo passo di questo accordo prevede entro aprile l’impegno comune a normalizzare le relazioni diplomatiche, cominciando dalla riapertura delle rispettive ambasciate.
Secondo il Middle East Eye, l’altro passaggio che potrebbe cominciare a far parlare di “de-americanizzazione” del Medio Oriente ha un ultimo banco di prova qualora l’Arabia Saudita e altri produttori di petrolio inizieranno a commerciare in una valuta diversa dal dollaro
Secondo il Mee le prossime mosse in questa direzione sono già all’orizzonte. Ad esempio, sia l’Arabia Saudita che l’Iran vogliono entrare a far parte del gruppo dei BRICS, mentre l’Arabia Saudita ha già presentato domanda di adesione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, di cui l’Iran fa già parte con lo status di osservatore.
Ma la risposta alla domanda sulla “de-americanizzazione” sarà fornita, forse presto, da un ultimo test: “se l’Arabia Saudita e altri produttori di petrolio dopo di essa scambieranno in una valuta diversa dal dollaro. Solo allora ci sarebbe stata una vera rivoluzione, e quella che gli osservatori hanno chiamato “l’opzione nucleare” contro gli Stati Uniti”.
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Le monete digitali delle banche centrali potrebbero mettere fine al sistema bancario come lo conosciamo
Una Central Bank Digital Currency (CBDC) può essere definita come la rappresentazione digitale di una moneta fiat nazionale, intesa come moneta a corso legale, emessa e gestita da un’istituzione sovrana (cioè, una banca centrale).
Si tratta quindi di una passività bancaria denominata in un’unità di conto esistente, accessibile a tutti, che funge sia da mezzo di scambio sia da riserva di valore. In pratica, la versione «virtuale» di una banconota.
La differenza principale tra una CBDC e il denaro che tutti noi abbiamo nel conto corrente o nel conto deposito (la cosiddetta «moneta-debito») è che, mentre la prima è sostenuta direttamente dalla banca centrale e, proprio come una banconota, è esente da rischi di credito o di mercato, la seconda è nei fatti generata dal sistema bancario e dipende da questo per la sua circolazione.
Di conseguenza, l’attuale moneta elettronica è legata alla fallibilità delle istituzioni finanziarie che la gestiscono e, in un clima di sfiducia generalizzata nei confronti del sistema bancario, la più classica delle corse agli sportelli può compromettere seriamente il funzionamento dei sistemi di pagamento.
È questo il «frutto avvelenato» del sistema bancario a riserva frazionaria, ovvero il regime monetario in vigore praticamente in tutto il mondo. La centralità strategica del settore bancario nelle moderne economie capitaliste ha generato l’orribile moloch che è l’attuale sistema del credito, ovvero un sistema «progettato per fallire».
Un sistema che, da un lato, genera profitti sfruttando una regolamentazione ampiamente insufficiente, cavalcando bolle speculative e favorendo l’indebitamento del settore pubblico e delle famiglie. Dall’altro, socializza le perdite chiedendo bail out a gran voce quando, una volta ogni dieci o quindici anni, il giochino si rompe e c’è bisogno di togliere le castagne dal fuoco.
Il problema è che, ad oggi, non esiste alternativa: il sistema delle banche private ha monopolizzato la creazione e la circolazione della moneta. Una delle principali motivazioni alla base dello sviluppo delle CBDC è proprio quella di affrontare l’instabilità finanziaria e diversi articoli hanno esplorato questo tema di recente, alla luce della difficoltà in cui stanno incorrendo diverse banche su entrambi i lati dell’Atlantico.
Già nel 2012, in un working paper dell’FMI intitolato “The Chicago Plan Revisited”, Jaromir Benes e Michael Kumhof (oggi senior research advisor della Banca d’Inghilterra) esplorano una proposta avanzata per la prima volta da Frederick Soddy, Frank Knight, Henry Simons and Irving Fisher negli anni Trenta.
Il “Piano di Chicago” proponeva un sistema bancario a riserva integrale, in cui le banche sarebbero state obbligate a detenere il 100% dei loro depositi in riserva presso la banca centrale. In questo sistema, le banche non sarebbero più state in grado di creare denaro attraverso il processo di prestito, come avviene sotto il sistema a riserva frazionaria.
Invece, sarebbe stata la banca centrale a essere responsabile della creazione di nuovo denaro e della sua iniezione nell’economia. Benes e Kumhof sostengono che un sistema bancario a riserva integrale, unito all’emissione di CBDC, potrebbe fornire numerosi vantaggi:
Innanzitutto, impedirebbe alle banche di creare e distruggere i propri fondi durante i boom e i crolli del credito basati sul sentiment, cioè sull’umore dei mercati finanziari, consentirebbe un controllo molto migliore dei cicli economici.
In secondo luogo, un sistema di riserva al 100% eliminerebbe completamente la possibilità di instabilità causata dalle corse agli sportelli.
In terzo luogo, consentire al governo di emettere denaro direttamente a zero interesse, invece di costringerlo a prendere in prestito lo stesso denaro dalle banche a interessi, porterebbe a una riduzione drammatica del fardello degli interessi sulle finanze governative. Inoltre, il debito netto del governo diventerebbe negativo, perché sotto il Piano di Chicago il governo acquisirebbe una posizione di credito a interesse elevato nei confronti delle banche. Questa posizione sarebbe creata quando le banche prendono in prestito per pagare il backing di riserva precedentemente inesistente.
In quarto luogo, dato che la creazione di denaro non richiederebbe più la creazione simultanea di debito, l’economia potrebbe anche assistere a una riduzione drammatica dei debiti privati. Ciò contribuirebbe evidentemente a ridurre la fragilità finanziaria a livello dell’intera economia.
In quinto luogo, il “Piano di Chicago” genererebbe grandi guadagni a lungo termine in termini di output, perché un debito inferiore e maggiori ricavi non inflazionistici di signoraggio porterebbero a grandi riduzioni dei tassi di interesse reali, delle tasse distorsive e dei costi di monitoraggio del credito.
In sesto luogo, le “trappole di liquidità” sarebbero una cosa del passato, perché il denaro sarebbe direttamente sotto il controllo del governo mentre il tasso di interesse controllato dalla politica non avrebbe un limite inferiore di zero. Ciò renderebbe anche molto più facile ridurre l’inflazione media a zero.
Benes e Kumhof non sono i soli a proporre l’utilizzo delle CBDC: la nuova fase di tensione nel settore bancario aperta dal fallimento di SVB ha fatto tornare all’ordine del giorno questo tipo di dibattito. Sulla rivista online “Project Syndacate” due economisti di rilievo come Jan Eeckhout e Yanis Varoufakis si trovano a sostenere prospettive molto simili a quella delineata nel progetto di Chicago.
Il fil rouge in questi contributi, che provengono da economisti di affiliazione ideologica diversa, è che il sistema della «moneta-debito» che ha dominato l’economia monetaria mondiale almeno sin dai tempi della fine di Bretton Woods (ma in realtà da molto prima) sta diventando rapidamente obsoleto.
Beninteso, ci sono diverse sfide che devono essere superate prima che le CBDC possano diventare realtà. Queste sfide includono questioni tecniche, come garantire la sicurezza e la resilienza dei sistemi CBDC, nonché questioni legali e regolatorie, come garantire che le CBDC non compromettano la stabilità finanziaria o la privacy.
Tuttavia, la strada è aperta: secondo un’indagine effettuata nel 2021 dalla Bank of International Settlements, l’86% delle 66 banche centrali intervistate hanno condotto attivamente ricerche sulle Central Bank Digital Currencies e il 14% si è dichiarato vicino al lancio di una propria valuta digitale.
Nel giugno 2021 l’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano ha mappato 85 progetti CBDC, sviluppati da 65 banche centrali (il 36% del totale delle banche centrali nel mondo). La Cina, che ha recentemente pubblicato un white paper sullo stato di avanzamento dello yuan digitale, è in una fase di sperimentazione relativamente avanzata.
Non è possibile prevedere quali saranno le tempistiche e le modalità con cui le CBDC saranno introdotte nel sistema finanziario mondiale, né tanto meno tutte le implicazioni nel lungo termine.
È difficile pensare che nel breve periodo si possa affermare un sistema a riserva integrale, se non altro perché la classe sociale che ha accumulato una quantità incalcolabile di ricchezza attraverso l’intermediazione finanziaria ha tutto l’interesse a rallentare o fermare questo processo.
Ciò che rileva però è che la possibilità tecnica di un «divorzio» tra la gestione del credito e la capacità di creare moneta – la prima nelle mani del settore bancario privato, la seconda restituita a pieno titolo alle banche centrali – è a portata di mano.
Quante altre crisi bancarie serviranno per trasformarla in una volontà politica?
Fonte
Si tratta quindi di una passività bancaria denominata in un’unità di conto esistente, accessibile a tutti, che funge sia da mezzo di scambio sia da riserva di valore. In pratica, la versione «virtuale» di una banconota.
La differenza principale tra una CBDC e il denaro che tutti noi abbiamo nel conto corrente o nel conto deposito (la cosiddetta «moneta-debito») è che, mentre la prima è sostenuta direttamente dalla banca centrale e, proprio come una banconota, è esente da rischi di credito o di mercato, la seconda è nei fatti generata dal sistema bancario e dipende da questo per la sua circolazione.
Di conseguenza, l’attuale moneta elettronica è legata alla fallibilità delle istituzioni finanziarie che la gestiscono e, in un clima di sfiducia generalizzata nei confronti del sistema bancario, la più classica delle corse agli sportelli può compromettere seriamente il funzionamento dei sistemi di pagamento.
È questo il «frutto avvelenato» del sistema bancario a riserva frazionaria, ovvero il regime monetario in vigore praticamente in tutto il mondo. La centralità strategica del settore bancario nelle moderne economie capitaliste ha generato l’orribile moloch che è l’attuale sistema del credito, ovvero un sistema «progettato per fallire».
Un sistema che, da un lato, genera profitti sfruttando una regolamentazione ampiamente insufficiente, cavalcando bolle speculative e favorendo l’indebitamento del settore pubblico e delle famiglie. Dall’altro, socializza le perdite chiedendo bail out a gran voce quando, una volta ogni dieci o quindici anni, il giochino si rompe e c’è bisogno di togliere le castagne dal fuoco.
Il problema è che, ad oggi, non esiste alternativa: il sistema delle banche private ha monopolizzato la creazione e la circolazione della moneta. Una delle principali motivazioni alla base dello sviluppo delle CBDC è proprio quella di affrontare l’instabilità finanziaria e diversi articoli hanno esplorato questo tema di recente, alla luce della difficoltà in cui stanno incorrendo diverse banche su entrambi i lati dell’Atlantico.
Già nel 2012, in un working paper dell’FMI intitolato “The Chicago Plan Revisited”, Jaromir Benes e Michael Kumhof (oggi senior research advisor della Banca d’Inghilterra) esplorano una proposta avanzata per la prima volta da Frederick Soddy, Frank Knight, Henry Simons and Irving Fisher negli anni Trenta.
Il “Piano di Chicago” proponeva un sistema bancario a riserva integrale, in cui le banche sarebbero state obbligate a detenere il 100% dei loro depositi in riserva presso la banca centrale. In questo sistema, le banche non sarebbero più state in grado di creare denaro attraverso il processo di prestito, come avviene sotto il sistema a riserva frazionaria.
Invece, sarebbe stata la banca centrale a essere responsabile della creazione di nuovo denaro e della sua iniezione nell’economia. Benes e Kumhof sostengono che un sistema bancario a riserva integrale, unito all’emissione di CBDC, potrebbe fornire numerosi vantaggi:
Innanzitutto, impedirebbe alle banche di creare e distruggere i propri fondi durante i boom e i crolli del credito basati sul sentiment, cioè sull’umore dei mercati finanziari, consentirebbe un controllo molto migliore dei cicli economici.
In secondo luogo, un sistema di riserva al 100% eliminerebbe completamente la possibilità di instabilità causata dalle corse agli sportelli.
In terzo luogo, consentire al governo di emettere denaro direttamente a zero interesse, invece di costringerlo a prendere in prestito lo stesso denaro dalle banche a interessi, porterebbe a una riduzione drammatica del fardello degli interessi sulle finanze governative. Inoltre, il debito netto del governo diventerebbe negativo, perché sotto il Piano di Chicago il governo acquisirebbe una posizione di credito a interesse elevato nei confronti delle banche. Questa posizione sarebbe creata quando le banche prendono in prestito per pagare il backing di riserva precedentemente inesistente.
In quarto luogo, dato che la creazione di denaro non richiederebbe più la creazione simultanea di debito, l’economia potrebbe anche assistere a una riduzione drammatica dei debiti privati. Ciò contribuirebbe evidentemente a ridurre la fragilità finanziaria a livello dell’intera economia.
In quinto luogo, il “Piano di Chicago” genererebbe grandi guadagni a lungo termine in termini di output, perché un debito inferiore e maggiori ricavi non inflazionistici di signoraggio porterebbero a grandi riduzioni dei tassi di interesse reali, delle tasse distorsive e dei costi di monitoraggio del credito.
In sesto luogo, le “trappole di liquidità” sarebbero una cosa del passato, perché il denaro sarebbe direttamente sotto il controllo del governo mentre il tasso di interesse controllato dalla politica non avrebbe un limite inferiore di zero. Ciò renderebbe anche molto più facile ridurre l’inflazione media a zero.
Benes e Kumhof non sono i soli a proporre l’utilizzo delle CBDC: la nuova fase di tensione nel settore bancario aperta dal fallimento di SVB ha fatto tornare all’ordine del giorno questo tipo di dibattito. Sulla rivista online “Project Syndacate” due economisti di rilievo come Jan Eeckhout e Yanis Varoufakis si trovano a sostenere prospettive molto simili a quella delineata nel progetto di Chicago.
Il fil rouge in questi contributi, che provengono da economisti di affiliazione ideologica diversa, è che il sistema della «moneta-debito» che ha dominato l’economia monetaria mondiale almeno sin dai tempi della fine di Bretton Woods (ma in realtà da molto prima) sta diventando rapidamente obsoleto.
Beninteso, ci sono diverse sfide che devono essere superate prima che le CBDC possano diventare realtà. Queste sfide includono questioni tecniche, come garantire la sicurezza e la resilienza dei sistemi CBDC, nonché questioni legali e regolatorie, come garantire che le CBDC non compromettano la stabilità finanziaria o la privacy.
Tuttavia, la strada è aperta: secondo un’indagine effettuata nel 2021 dalla Bank of International Settlements, l’86% delle 66 banche centrali intervistate hanno condotto attivamente ricerche sulle Central Bank Digital Currencies e il 14% si è dichiarato vicino al lancio di una propria valuta digitale.
Nel giugno 2021 l’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano ha mappato 85 progetti CBDC, sviluppati da 65 banche centrali (il 36% del totale delle banche centrali nel mondo). La Cina, che ha recentemente pubblicato un white paper sullo stato di avanzamento dello yuan digitale, è in una fase di sperimentazione relativamente avanzata.
Non è possibile prevedere quali saranno le tempistiche e le modalità con cui le CBDC saranno introdotte nel sistema finanziario mondiale, né tanto meno tutte le implicazioni nel lungo termine.
È difficile pensare che nel breve periodo si possa affermare un sistema a riserva integrale, se non altro perché la classe sociale che ha accumulato una quantità incalcolabile di ricchezza attraverso l’intermediazione finanziaria ha tutto l’interesse a rallentare o fermare questo processo.
Ciò che rileva però è che la possibilità tecnica di un «divorzio» tra la gestione del credito e la capacità di creare moneta – la prima nelle mani del settore bancario privato, la seconda restituita a pieno titolo alle banche centrali – è a portata di mano.
Quante altre crisi bancarie serviranno per trasformarla in una volontà politica?
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