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martedì 22 gennaio 2013

Un anno vissuto pericolosamente

Il 2012 è stato un massacro dal punto di vista dei redditi, del potere d'acquisto, dei consumi e della chiusura d'imprese. L'anno in corso non promette nulla di buono. Uno studio fa la fotografia del paese reale. La campagna elettorale riproduce invece la “società astratta”.


Il 2012 è stato un ''annus horribilis'' nella storia dell'economia italiana per quanto riguarda l'andamento di redditi e consumi.
Una analisi inquietante della situazione sociale del paese è stata illustrata oggi da Mariano Bella, direttore dell'Ufficio Studi Confcommercio, in occasione della conferenza stampa convocata da Rete Imprese Italia (la vecchia Confapi che organizza le piccole imprese). L'anno scorso, infatti, i consumi hanno subito una flessione reale pro-capite del 4,4%, mentre il reddito disponibile reale pro-capite e' sceso del 4,8% rispetto al 2011 ed è tornato ai livelli del 1986, sei anni prima dell'avvio dei governi di Maastricht nel 1992 (Amato, Ciampi, Dini, Prodi)

I numeri affermano che nel 2012 i consumi reali pro-capite ammontavano a 15.920 euro a fronte dei 16.654 euro del 2011, mentre il reddito disponibile reale pro-capite e' stato pari a 17.337 euro contro 18.216 euro. Secondo lo studio presentato si tratta di uno scenario negativo che continuerà anche nel 2013, con un'ulteriore flessione per i consumi reali pro-capite dell'1,4% che li riporterà indietro di 15 anni: per ritrovare un dato analogo bisogna infatti tornare in questo caso al 1998.

In flessione anche il reddito disponibile reale pro-capite, che nel 2013 sarà pari a 16.955 euro contro i 17.337 euro del 2012. In questo caso la ''marcia indietro'' è di ben 27 anni, appunto al 1986. Un altro dato drammatico illustrato dallo studio di Confcommercio-Rete Imprese riguarda la mortalità delle imprese relativa sempre allo scorso anno: il saldo negativo delle imprese che hanno chiuso rispetto al 2011 è salito addirittura a quota 100mila considerando le imprese artigiane e di servizi di mercato, più quelle manifatturiere e delle costruzioni.

Negli anni '90, il sociologo Filippo Viola (con il quale abbiamo collaborato spesso nell'inchiesta di classe) diede alle stampe un testo di straordinario interesse: “La società astratta”. Il libro di Viola, rielaborava un'inchiesta sulla contraddizione tra la diversa percezione da parte delle persone tra la loro condizione materiale e la loro sovrastruttura “ideologica” che li faceva invece sentire parte del sistema dominante e dei suo valori (logica di mercato, privatizzazioni, ricchezza apparente o reale come status da esibire). Oggi la realtà ha riportato drammaticamente milioni di persone (soprattutto nei ceti medi) con i piedi per terra e spesso nella piena regressione del proprio status sociale. Che questa corrisponda ad una nuova presa di coscienza non è affatto scontato, ma produce sicuramente una maggiore polarizzazione sociale e un rancore crescente nel paese che stenta a manifestarsi come conflitto organizzato.
La campagna elettorale in corso sembra essere consapevole di questo rischio e di una nuova e rabbiosa realtà sociale (lo dimostra anche Van Rompuy quando mette in guardia di non esagerare con le misure antipopolari) ma sta operando esattamente nella direzione della riproduzione di una società astratta, tentando in ogni modo di riprodurre una sovrastruttura ideologica deviante che impedisca una presa di coscienza collettiva ed una legittima domanda di cambiamento sociale. I problemi posti ossessivamente al centro dell'agenda politica o dei talk show televisivi della campagna elettorale disegnano continuamente la società astratta facendo sì che quella reale non trovi mai la possibilità di emergere come priorità.


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