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25/01/2013

Il bombardamento di dollari che spinge la Svizzera nell’Euro

Un punto di vista non usuale sulla "guerra monetaria" che si va addensando all'orizzonte, da parte di un membro della segreteria del Partito Comunista del Canton Ticino.


A partire dal 1971, con l’annullamento degli accordi di Bretton Woods del 1945 e la conseguente sottoscrizione del cosiddetto Smithsonian Agreement, il panorama monetario è profondamente cambiato. Venne infatti determinato il passaggio dal Gold Exchange Standard – sistema nel quale il solo dollaro era convertibile in oro, al prezzo fisso di 35 dollari l’oncia, mentre tutte le altre valute erano a loro volta convertibili in dollari – all’attuale Dollar Standard, sistema monetario che ha invece al suo centro la sola valuta a stelle e strisce. Attraverso questo epocale passaggio si è eliminato qualsiasi riferimento aureo della moneta e quindi il valore intrinseco che essa rappresentava, dando così il via libera a una mastodontica produzione di capitale fittizio, ovvero il derivante da un processo improduttivo di ricchezza. È importante ricordare che il capitale fittizio non nasce in questo particolare momento storico, in quanto è presente sin dai primi momenti di affermazione del sistema proto-capitalistico e non a caso venne già analizzato da Karl Marx e Friedrich Engels nel terzo libro de “Il Capitale” nel 1894. Nella storia non ha però certamente mai potuto trovare un terreno fertile come quello servitogli negli ultimi quarant’anni dall’evoluzione del sistema capitalistico, e in particolar modo dal concretizzarsi del corrente periodo monetario. Non avendo più un reale valore, la moneta – e in particolar modo la valuta internazionale di riferimento, che nel caso della storia recente è il dollaro – può essere facilmente stampata, a patto che essa possa venire scambiata all’estero in cambio di beni derivanti da un processo realmente produttivo della ricchezza, e pertanto internazionalizzata.

Il vigente sistema occidentale, che potremmo chiamare capitalismo finanziario di stato, si fonda appunto sulla capacità del dollaro, e in seconda battuta pure dell’euro e di altre valute, di essere accettato dalle economie estere. Proprio per questo motivo un default degli Stati Uniti – i quali sono attualmente alle prese con un pressante problema di superamento del tetto del debito, dietro al quale non ci sono soltanto considerazioni meramente economico-matematiche ma anche e soprattutto politiche e geostrategiche – non potrà avvenire come diretta conseguenza di calcoli numerici, in quanto la Federal Reserve (Fed) ha la possibilità di stampare valuta illimitatamente, ma solo e soltanto senza rifiuto di terzi di accettare quella che oggettivamente potrebbe anche essere considerata come carta straccia. Nella storia recente di questi rifiuti se ne sono visti – giusto a ricordare che non è certo una qualsivoglia legge divina a determinare il fatto che al centro del sistema monetario ci debba essere solo e soltanto il dollaro, anche perché come abbiamo visto, in passato sono stati espressi sistemi monetari profondamente diversi (dal bimetallismo al Gold Standard) – e gli USA sono stati in grado di contrastarli con la forza militare, mettendo in gioco la teoria del binomio nave-moneta, coniata nel 1901 dall’ammiraglio della flotta britannica Lord Selborn. Esempio in questo senso è l’attacco all’Iraq nel 2003, conseguente al fatto che Saddam Hussein aveva minacciato di vendere il petrolio in euro, creando grande apprensione nella classe dirigente degli Stati Uniti, che non avrebbe più potuto garantirsi il privilegio di produrre moneta liberamente.

Dalla fine del 2007, con la crisi – che è soprattutto statunitense e del capitale fittizio, e soltanto di riflesso di Eurolandia, la quale vive comunque problematiche legate alla struttura contraddittoria della moneta unica e dell’Unione Europea – è però aumentato il numero di coloro che hanno cominciato a rifiutare il dollaro. In primis vi è la Cina, attualmente ancora il principale acquirente estero dei titoli di debito provenienti dagli Stati Uniti, la quale si rifiutò di contribuire al finanziamento di Fannie Mae e Freddie Mac, le due imprese parastatali figlie del New Deal e fatte a immagine e somiglianza dell’Opera Nazionale Combattenti del fascismo italiano, le quali sono attive nel mercato dei crediti ipotecari e quindi alla base della crisi dei subprime da cui partì l’inferno che si sta riversando ora sull’Occidente. Evidentemente un attacco militare ai danni della Cina non sarebbe paragonabile a quanto fatto in Iraq. A ciò va aggiunto il fatto che, parallelamente ad un progredire delle difficoltà del paese detentore della valuta internazionale di riferimento a mantenere l’internazionalizzazione della proprie moneta, vi è la crescente complicazione nel trovare i finanziamenti per mantenere completamente operante l’esercito, ovvero il garante ultimo della penetrazione economica all’estero. A confermare ciò, c’è ad esempio il fatto che attualmente gli USA stanno facendo pressione sulle ex repubbliche sovietiche asiatiche, per fare in modo che queste acquistino parte dell’armamentario della US Army utilizzato attualmente in Afghanistan. Ecco quindi che il dialettico rapporto che intercorre tra la forza economica e quella militare viene messo in crisi, riducendo la forza imperialistica statunitense.

La crisi sistemica che sta colpendo l’attuale regime capitalistico, vede quindi il dollaro pian piano – ma non troppo – abbandonare il suo comodo posto sul trono imperiale, ponendolo nelle condizioni di dover scontare una grave svalutazione, la quale potrebbe anche essere preventivamente adottata dagli Stati Uniti stessi. Un simile scenario sarebbe da considerare come un attacco alla Cina e agli altri paesi dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), ed è attuabile con un ritorno ad una base aurea del sistema monetario, tema discusso durante la campagna elettorale statunitense e portato avanti dal repubblicano Mitt Romney, ma certamente non così facilmente archiviabile con la semplice rielezione di Barack Obama. Di questo tema ho approfondito i particolari in un recente articolo (“Dal Gold Standard al salvataggio di UBS e Credit Suisse“, pubblicato dal Corriere del Ticino in una sua versione ridotta e in due distinte parti, venerdì 2 e sabato 3 novembre 2012; pubblicato integralmente da Sinistra.ch il 4 novembre 2012), nel quale si prende in considerazione la possibilità che un’eventuale iper-svalutazione del dollaro possa di riflesso portare a un’enorme rivalutazione del franco svizzero, mettendo in ginocchio le principali banche del Paese, le quali, possedendo molti dollari – o effettivi direttamente commutabili in essi – necessiterebbero di un massiccio salvataggio con soldi pubblici. Sempre partendo dalla considerazione di una possibile svalutazione del dollaro, occorre ragionare su quali sono le possibilità per la Svizzera di mantenere la propria autonomia monetaria, nel caso in cui la fuga del dollaro dovesse realmente tramutarsi in pericoloso apprezzamento del franco.

Con il proseguo di questa crisi di sovrapproduzione del capitale fittizio, ogni giorno che passa il dollaro riduce sempre più il suo valore, a causa dell’immissione continua di ingente massa monetaria, resasi più che mai indispensabile per far fronte a un economia che dal 2008 ha un auto consumo della moneta stampata dalla Fed almeno del 61%. Che una forte svalutazione del dollaro proseguirà nel corso dell’attuale contesto internazionale non è quindi in discussione, anche perché la Fed ha recentemente dichiarato esplicitamente – per la prima volta – che un po’ di deflazione potrebbe essere un bene per gli Stati Uniti. La scommessa quindi è riuscire a capire quali siano le tempistiche con le quali la valuta statunitense arriverà a valori tali da creare un peggioramento della crisi che stiamo vivendo. Verosimilmente gli scenari possibili dovrebbero essere due. La prima ipotesi è una svalutazione continua e tutto sommato regolare, la quale potrebbe procrastinarsi per qualche anno. In un simile contesto ci sarebbe la possibilità di passare progressivamente a una situazione, fortemente voluta dalla Cina, che veda al centro del sistema monetario internazionale un paniere di monete, con il quale si potrebbe portare un po’ più di stabilità a medio termine. La condizione base per una simile situazione è l’accettazione da parte degli USA del fatto che dovranno man mano abbandonare il ruolo di prima potenza mondiale, ma considerando come si sono svolti i precedenti passaggi da un detentore di una valuta internazionale di riferimento a un altro – in particolar modo va considerato l’estremo tentativo della Gran Bretagna di mantenere il controllo sull’economia mondiale con il blocco di tutti i pagamenti, che portò a una settimana di cosiddetta vacanza bancaria nell’agosto 1914 e poi allo scoppio della prima Guerra Mondiale – e osservando come gli USA hanno sino ad ora affrontato questi anni particolarmente difficili per il loro Impero (il riferimento è alla guerra economica con la Cina, partita esplicitamente con il pilotato fallimento della Lehman Brothers), non è da escludere un’ipotesi più drastica. Questo scenario si collega al fatto che gli Stati Uniti potrebbero voler preventivamente attuare una rapida svalutazione del dollaro – la quale potrebbe essere attuata da qui a qualche mese – con la quale metterebbero, nell’immediato, in grossa difficoltà la Cina e tutti i grandi detentori di dollari, che si dovrebbero confrontare con un’enorme diminuzione delle proprie ricchezze. La possibilità di questa svalutazione, come detto in apertura del presente articolo, è data dal ritorno a un tallone aureo della moneta.

Prendendo in analisi questa seconda e più dolorosa opzione, i risvolti sarebbero fortissimi anche in Svizzera, la quale si troverebbe letteralmente bombardata dalle valanghe di dollari – ormai privi di valore – provenienti dai facoltosi statunitensi e in particolar modo dalla Cina, i quali cercherebbero di sostituire le banconote verdi con una valuta ritenuta più sicura come il franco, che peraltro ha anche una discreta copertura aurea (1040 tonnellate, la settima più estesa del mondo in termini assoluti). Un paese piccolo come la Svizzera non sarebbe evidentemente in grado di reggere il contraccolpo di un tale riversamento di moneta verso le nostre banche, facendo valutare il franco tanto da non poterne calcolare la reale entità. La recente rivalutazione della nostra moneta nei confronti dell’euro, che ha portato alla decisione della Banca Nazionale Svizzera (BNS) di fissar un cambio minimo con la valuta europea, è di un peso quasi nullo rispetto a quanto potrebbe accadere con lo scenario considerato. Inoltre va detto che il nostro legame con l’euro potrebbe diventare una doppia mannaia, perché oltre al problema del bombardamento di dollari, dovremmo continuare a far fronte all’ingente acquisto della divisa europea, anch’essa soggetta a una deriva deflazionista. Se da un anno a questa parte la posizione del franco preoccupa alcuni soggetti economici, politici e sindacali in termini di difficoltà nell’esportazione, un possibile bombardamento di dollari renderebbe questo esercizio impossibile, con evidenti ripercussioni sulla vita economica, sociale e politica della Confederazione.

Probabilmente nessuno è interessato a tornare a una situazione analoga a quella che si presentava prima degli importanti sviluppi del Dopoguerra, ovvero un’economia prevalentemente basata sull’agricoltura e una Svizzera che concedeva poco più di fame e fatica, spingendo molte persone ad emigrare. Un simile quadro rischierebbe inoltre di scadere abbastanza facilmente nella costruzione di una società tendenzialmente autarchica, per la quale in Svizzera non ci sono basi concrete, con derive repressive. Considerando ciò preoccupa la mobilitazione generale dimostrativa dell’esercito del 5 dicembre (con tanto di fittizia reintroduzione della legge marziale, comprendente – tra le altre nefandezze – la pena di morte), la quale è ufficialmente fatta per mostrare le presunte grandi forze del nostro esercito, da sfoderare nel caso cui l’immigrazione e i sommovimenti sociali dei paesi europei, derivanti dalla crisi, richiedessero l’intervento dei nostri militi. È però ipotizzabile che i nostri uomini in grigioverde si preparino a mobilitarsi contro il loro stesso popolo, qualora questo dovesseintraprendere  importanti proteste causate dalla nostra declinante situazione. Questo è del resto quello che sempre l’esercito svizzero ha fatto quando è stato chiamato in causa: lo insegnano  la repressione nel sangue dello sciopero generale a Zurigo e Ginevra nel 1918 (a cui fece tra l’altro seguito la pace del lavoro, che – visto il contesto d’attuazione – ricorda molto le modalità della pax romana) e, sempre a Ginevra, sulla grande manifestazione antifascista del 1932, guidata da Léon Nicole (leggi articolo su Sinistra.ch).

L’emigrazione non sarebbe inoltre più questa volta rivolta agli Stati Uniti, vero centro di questa crisi sistemica, ma verosimilmente dovremmo andare a cercare lavoro nei paesi emergenti dell’Asia e dell’Africa, senza dimenticare che questo comporterebbe un esercizio psicologico e culturale non indifferente, visto che ci toccherebbe bussare alla porta di coloro che – fino a ieri – sono stati colonizzati, schiavizzati, sfruttati e purtroppo anche uccisi dalle necessità imperialistiche nostre e dal resto dell’Occidente. A qualcuno potrà sembrare strano questo capovolgimento dei rapporti di forza economici e geopolitici internazionali, per cui vale la pena far presente che in Angola – ex colonia portoghese – si stanno costruendo città, con il contributo attivo cinese, volte proprio ad accogliere sia i figli degli angolani emigrati nel secolo scorso, sia portoghesi alla ricerca di una vita che il Vecchio Continente non è più in grado di offrire, soprattutto in quei paesi mediterranei piegati dalla crisi internazionale.

Proprio perché di volontari per questo esercizio in Svizzera non se ne troveranno facilmente – anche considerando che noi non stiamo ancora subendo le gravi conseguenze della crisi, ma ingenuamente non ci stiamo accorgendo che il pavimento della torre d’avorio in cui viviamo ci sta scappando da sotto i piedi – per cui è verosimile che la nostra classe dirigente proponga un’alternativa che sul breve termine è certamente più rosea: l’entrata nell’euro. Il già citato bombardamento di dollari non risparmierà certo l’Eurozona, ma questa, essendo più grande della Svizzera e quindi dell’area d’incidenza del franco, ha una maggiore resistenza nei confronti di un afflusso rapido e ingente di massa monetaria. In questo senso un’adesione all’euro permetterebbe di renderci meno attrattivi nei confronti del riversamento di dollari, e ci darebbe la possibilità di spalmare lo stesso su un’area economica molto più grande. La differenza che intercorre tra l’essere o non essere nell’Eurozona nel momento del bombardamento, è come quella di trovarsi dentro o fuori le mura del castello durante l’assedio di un esercito nemico: da una parte c’è una possibilità di sopravvivere, dall’altra morte certa.

Non è comunque un mistero che l’adesione all’Euro si tramuterebbe, per la Svizzera, nella totale perdita di autonomia sulla politica monetaria e una conseguente sottomissione della BNS al dictat della Banca Centrale Europea (BCE). In fin dei conti però la nostra sarebbe una mera adesione de jure all’euro, in quanto de facto ci siamo già entrati, come ho già cercato di spiegare in un articolo di critica alla politica della fissazione di un cambio minimo portata avanti dalla BNS (“La Svizzera entra nell’euro“, pubblicato dal Corriere del Ticino nel novembre 2011 e da Sinistra.ch). Con l’introduzione di un cambio minimo, la Svizzera ha ufficiosamente già aderito ai trattati di Maastricht del 1992, nei quali venne dichiarato che l’euro è una valuta fondata sulla fissazione del cambio tra l’euro stesso e le varie valute nazionali. Di conseguenza si capisce che l’avere o meno l’euro realmente tra le mani è una convenzione di comodità commerciale non indispensabile, utile semplicemente a velocizzare gli scambi intraeuropei. Proprio a causa della situazione corrente in cui ci ha portato la BNS, la Svizzera subisce già la diretta influenza della BCE e la nostra banca nazionale ne è già praticamente diventata una succursale. In quest’ottica un’adesione all’euro non porterebbe grandi cambiamenti negativi, se non una grandissima difficoltà nel fare poi un passo indietro per riacquistare la totale indipendenza politica, economica e soprattutto monetaria. La mia visione, così come quella di tutto il movimento comunista ticinese, non è certo quella di particolare simpatia nei confronti dell’Unione Europea e tanto meno di apertura verso un’adesione del franco all’euro, la quale sarebbe però oggettivamente una situazione migliore rispetto a quella più catastrofica precedentemente descritta.

Esiste ad ogni modo una terza via, che quasi sicuramente non sarà nemmeno presa in considerazione dai nostri governanti: l’inconvertibilità della moneta. Questa è una misura mai adottata nella storia recente dell’economia Occidentale, e quindi non propriamente confacente alla formazione di coloro che oggi si occupano di studiare e dirigere politicamente ed economicamente il Paese, ma non per questo priva di valore, anzi. L’inconvertibilità della moneta permetterebbe di avere una totale indipendenza sulla sovranità monetaria, consentendo di dirigere politicamente le scelte strategiche che si potrebbero adottare all’interno di un simile schema. Conditio sine qua non per concretizzare l’inconvertibilità della moneta, sarebbe idealmente l’adozione del monopolio statale del mercato con l’estero, ma sarebbe comunque possibile mantenere delle fette di mercato in mano ai privati, entro però determinati piani di sviluppo economici, i quali andrebbero preparati dall’intellighenzia economica sotto la supervisione del Consiglio Federale, e successivamente ratificati dalle Camere federali.

Con ogni probabilità l’attuale classe dirigente elvetica farebbe fatica a gestire una simile situazione, non avendola mai né studiata né tanto meno presa in considerazione, a differenza invece dei comunisti, che hanno interiorizzato queste opzioni sull’esperienza sovietica e in particolar modo quella attualmente presente in Cina. Visto però i possibili sviluppi della crisi sistemica in corso, o entriamo nell’euro, oppure i soliti noti farebbero bene a tornare a studiare.


Mattia Tagliaferri, Dipartimento di Politica nazionale del Partito Comunista

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