Netanyahu ferma tutto. Dopo l’incontro di ieri tra Tzipi Livni e Saeb
Erekat, i capi negoziatori israeliano e palestinese, il primo ministro
israeliano stamattina ha ordinato di sospendere ogni tipo di
comunicazione e cooperazione con l’Autorità Palestinese. A monte,
secondo Netanyahu – “la grave violazione palestinese degli accordi
dietro il processo di pace”, ovvero la decisione di Ramallah di
riavviare le procedure per entrare di diritto in 15 diverse agenzie
delle Nazioni Unite.
Una decisione scaturita dallo stop israeliano alla liberazione
dell’ultimo gruppo di prigionieri palestinesi previsto per fine marzo e
parte delle precondizioni dettate a luglio dello scorso anno per l’avvio
dei negoziati.
L’ordine riguarderebbe i funzionari governativi, i direttori
dei dipartimenti ministeriali e i ministri che mantengono contatti di
alto livello con gli ufficiali palestinesi, mentre sarebbero esclusi la
stessa Tzipi Livni e coloro che si occupano di “cooperazione di basso
livello”. Ovvero, possono proseguire sia il negoziato in corso
che le comunicazioni relative alla sicurezza, ma sono bloccati tutti i
rapporti relativi a questioni amministrative e civili. Il primo commento
da parte di Ramallah giunge per bocca di Mohammed al-Madani, braccio
destro del presidente Abbas: “Se fosse vero, questa decisione è un
errore. È impossibile rompere i legami tra israeliani e palestinesi.
Dobbiamo continuare ad avere relazioni normali per giungere ad una pace
giusta e definitiva”.
Secondo fonti vicine al premier, la sfuriata sarebbe giunta
dopo le dichiarazioni di alcuni funzionari palestinesi e statunitensi in
merito all’incontro svoltosi ieri: “Ci sono ancora differenze
tra le posizioni israeliana e palestinese e gli statunitensi stanno
compiendo grandi sforzi per superarle”, aveva commentato un ufficiale
dell’ANP. “Restano delle distanze ma entrambe le parti si sono impegnate
a restringerle”, aveva aggiunto la portavoce del Dipartimento di Stato
americano, Jen Psaki. Ma soprattutto a far infuriare il premier
sarebbe stata la dichiarazione del segretario di Stato Kerry che aveva
imputato lo stallo del negoziato all’annuncio del primo aprile di
costruzione di 700 nuove unità abitative per coloni a Gerusalemme Est.
Il meeting d’emergenza di ieri non si era certo concluso sotto buoni
auspici: il processo di pace non è mai decollato, intramezzato da decine
di morti palestinesi per mano israeliana, dalla continua espansione
delle colonie a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, e ora dal rifiuto di
liberazione dei detenuti e dai tentativi palestinesi di entrare nelle
agenzie Onu. Ieri il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor
Lieberman, si era detto pronto a tornare al tavolo del negoziato solo se
l’ANP avesse bloccato le procedure di riconoscimento della Palestina
come membro delle 15 agenzie: “I palestinesi devono pagare un prezzo”,
aveva detto Lieberman.
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