Una vera e propria nuvolaglia nera si sta addensando sopra le testa dei malcapitati lavoratori dipendenti delle catene dei centri commerciali (i "Mall" di casa nostra).
Il centro commerciale (creato allo scopo di concentrare in un unico spazio il numero maggiore di attività commerciali) ha assunto negli ultimi anni una valenza e uno spazio significativo, in quanto spesso unica fonte possibile per occasioni di lavoro salariato nel quale - stante i pesanti tagli e riduzioni salariali avvenuti nel mercato del lavoro, nonché le modifiche legislative e contrattuali - avere un’opportunità lavorativa, pur se estremamente precaria.
Da un’indagine sindacale, effettuata in periodi recenti, sulle dinamiche lavorative e le forme salariali presenti in questo settore si sa che chi lavora nei centri commerciali percepisce una retribuzione mensile media che varia dai 700€, ai circa 1050€, che possono salire a 1200€ nel caso il lavoratore sia di sesso maschile.
Orari e forme contrattuali sono altamente variabili; c’è prevalenza di part-time selvaggi, quasi sempre "verticali", orari variabili di settimana in settimana, contratti pensati per studenti che possono lavorare solo nei fine settimana, contratti a chiamata per il settore della ristorazione, con poco preavviso.
Si resta a casa soltanto nei primi giorni della settimana. Invariabilmente nel weekend si lavora con tutto il personale presente, perché è in quei giorni che si registra il maggiore afflusso di clienti. Il sabato pomeriggio è il giorno in cui si vende di più, ma i “maghi” del marketing vengono pagati affinché il secondo giorno di maggiori vendite diventi la domenica, ora al quinto posto. Tradotto: la domenica tutti al lavoro ad ogni costo, tanto che per le famiglie dei dipendenti un giorno in cui ritrovarsi diventa impossibile. Nei contratti sono appositamente inserite clausole per ottenere la maggiore flessibilità possibile, compresa la possibilità di apportare deroghe alla contrattazione generale, purché sottoscritte da un’associazione sindacale qualsiasi.
Alla luce di queste analisi e considerazioni ci si potrebbe augurare la fine quanto prima di tali centri di sfruttamento e desocializzazione.
Ora, se le previsioni presenti in articoli e inchieste che qui analizziamo risultino veritiere, questa “nuvolaglia” potrebbe in breve tempo tramutarsi in una vera e propria tempesta disastrosa. Disastrosa quantomeno nel versante occupazionale ed economico, oltre che sociale.
Su questo ultimamente si stanno producendo numerose inchieste, analisi e previsioni.
Previsioni che non sempre sono di segno positivo. Anzi.
Stranamente certe notizie sono relegate, per non dire confinate, in supplementi posticci allegati a quotidiani di grande rilievo e peso informativo, veri e propri contenitori pubblicitari in genere di scarso interesse informativo.
Non sempre però queste riviste risultano inutili; a volte si possono trovare servizi o inchieste di notevole spessore.
Nel supplemento “Io Donna” allegato al Corriere della Sera del 13/4/2014, è stato per esempio pubblicato un ottimo servizio a firma di Costanza Rizzacasa d’Orsogna titolato: “Quando l’America si incontrava al Mall”.
In questo servizio è messa in risalto la tendenza al declino dei centri commerciali statunitensi (i Mall, spesso vere megalopoli), che dovrebbe velocizzarsi nei prossimi anni. Declino dovuto essenzialmente alla crisi che sta investendo il mondo occidentale e le nazioni più industrializzate.
Generazioni di adolescenti (statunitensi, ma non solo) hanno avuto, in questi luoghi, occasioni per svolgere i loro primi “lavoretti” (di solito precari), utili spesso solo a far fronte alle prime spese (vacanze, auto, moto, motorino, cellulare ultimo modello, concerti o spettacoli vari, ecc...).
Dagli anni del “boom” economico nostrano, il Centro Commerciale ha, di fatto, sostituito, come luogo di raggruppamento e socialità, gli angoli delle strade o quei posti dove giovani e meno giovani - a seconda delle abitudini territoriali - andavano per incontrare altri loro simili; fino a diventare luoghi usati anche da persone anziane o pensionati, in cerca di una via di fuga dalla monotonia di periferie cittadine sempre più squallide, emarginate e isolate dal resto delle relazioni sociali. O magari di aria condizionata gratis.
Secondo quest’analisi però è presente anche una controtendenza: “...mentre in Medioriente ne sorgono di dimensioni record, negli States questi tempi del consumo muoiono. Uccisi dalla recessione, dall’offerta online (l’ecommerce), dal declino, soprattutto delle periferie residenziali”.
Quale futuro? Si torna forse al baratto?
L’origine di questo declino è da imputare essenzialmente a una classica accelerazione imposta dalla tecnologia: l’ecommerce, ("commercio elettronico", ovvero la possibilità di fare ordinativi e acquisti in formato elettronico). L’inchiesta continua evidenziando anche quali siano state poi le ricadute sociali ed economiche causate da tale declino:
“...Oggi, complice l’erosione della middle class (in realtà sta parlando della piccola e media borghesia, ndr), il crollo delle nascite e l’aumento di nuclei familiari monopersona, quel sogno e quello stile di vita family-friendly di una grande casa, aria pulita e buone scuole non ha più senso d’esistere. Di più: con i prezzi della benzina che continuano a salire e le nuove generazioni eco-sensibili che non guardano più alle quattroruote come libertà, muore il mito dell’auto. Chi può, insomma, se ne va.
Così, tra il 2000 e il 2010, il numero dei poveri nelle periferie e grandi aree metropolitane americane è cresciuto del 53 per cento, più del doppio che nelle città, fino a un record di 15,3 milioni di americani. Di tutto questo, e molto altro, fanno le spese, i mall e i loro negozi. Ovviamente, ad aver ucciso i mall è anche l’e-commerce.
Nel 2013, lo shopping on line negli States è cresciuto del 14%, contro il 3% delle vendite retail (vendita al dettaglio, ndr). Lo scorso settembre, gli americani avevano speso in rete un record di 1,46 miliardi di dollari. Nel 2013 gli analisti hanno previsto che il 15 per cento di questi Mall chiuderà entro il 2018, e la metà entro il 2023.”
(Costanza Rizzacasa d’Orsogna: inserto Io Donna del Corriere della Sera del 13/9/2014 “Quando l’America si incontrava al Mall”)
A proposito dell’ecommerce ultimamente è stato fatta una ricerca sulle tipologie di utilizzatori. Divisi per paesi, ne vien fuori questo quadro: gli inglesi spendono mediamente 1.267 euro l'anno, i tedeschi 1131, i francesi 908. Gli italiani sono solo settimi con 442 euro. Sul totale delle popolazioni, il 71% degli svedesi fa acquisto online, mentre gli inglesi sono al 67%; gli italiani che comprano online sono solo il 20% della popolazione.
Questo sistema, anche se la vendita online di beni fisici rappresenta una frazione minima delle vendite totali, è pur tuttavia oggi considerato un potente concorrente della vendita tradizionali; si prevede che in Italia la crescita delle vendite online sarà del 19% nel 2014, a fronte di una crescita solo dello 0,9% nel canale tradizionale.
Sulla tendenza di questo sviluppo è interessante notare come “insospettabili personaggi” che oggi mettono in campo i loro progetti e programmi, con richieste ultrapopuliste e trasgressive, “ammantandosi” di quel “sacro furore iconoclasta” molto di moda nell’Occidente “civilizzato”, sono poi gli stessi che adottano proprio questo sistema.
L’insospettabile “attivista” pentastellato, dal suo sito web, ci dice che: ...A livello mondiale l'e-commerce nel 2014 raggiungerà i 1.500 miliardi di dollari, crescendo del 20% sullo scorso anno. Il mobile è il fattore chiave nella crescita dell'e-commerce. (http://www.casaleggio.it/e-commerce/); dunque: “piatto ricco me ce ficco!”
Che fine faranno dunque le “cattedrali” del commercio di massa?
Quest’attività non è certo secondaria nelle società occidentali, Italia compresa.
Un ricercatore ha realizzato un'inchiesta sulla realtà nazionale dal titolo: I centri commerciali stanno morendo? che vale la pena leggere al fine di ottenere quantomeno una migliore visione d’insieme di questo fenomeno.
Il commercio, d'altro canto, non è un’attività socialmente secondaria perché è una delle occasioni più abituali in cui le persone si relazionano tra loro e con i prodotti. I luoghi in cui ciò avviene - pensiamo ai "mercati", rionali e non - hanno insomma sempre avuto una particolare importanza.
Il commercio è soprattutto diffusione di notizie e informazioni, prima ancora che di prodotti e servizi. Su questo tema un personaggio statunitense che si definisce “artivist” (cioè artista e attivista insieme) Seph Lawless ha realizzato un servizio fotografico che mostra il disastroso degrado e la fine alla quale sono condannati i grandi Mall delle città USA.
Anche se in inglese (ma le foto pubblicate non hanno assolutamente bisogno di interpreti; sono talmente crude e chiare che si commentano da sole, testimoniando a quale destino è condannata una società incapace di affrontare i problemi che l'affliggono), vale la pena osservare questo servizio che prefigura un futuro prossimo venturo soprattutto nelle grandi metropoli occidentali dei paesi più sviluppati.
Per il suo ultimo progetto, Sepf Lawless ha visitato due centri commerciali abbandonati nell’Ohio - il Rolling Acres Mall e il Randall Park Mall - entrambi costruiti negli anni Settanta, quando lui era appena nato, e dov’è andato spesso da bambino e poi da adulto, insieme alla sua famiglia.
Il Rolling Acres Mall, che si trova nella zona di Akron, venne aperto nel 1975 e ha chiuso nel 2008. Il Randall Park Mall di North Randall ha chiuso invece nel marzo del 2009.
Quando venne inaugurato, nel 1976, era «il più grande centro commerciale del mondo», anche se in seguito non riuscì a mantenere a lungo il primato. Lawless ha scattato le foto tra il 2012 e il 2014; il 3 aprile 2014 la polizia lo ha allontanato dal North Randall per dare inizio alla demolizione: quelle sono state le ultime foto scattate all’edificio.
Le foto del progetto sono state raccolte nel libro Black Friday – The Collapse of the American Shopping Mall
In conclusione utilizzerei con tranquillità alcune delle frasi che lo stesso “artivist” mette a commento della sua inchiesta fotografica: “…Non c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che ti metta più a contatto con te stesso, dell’essere all’interno di un centro commerciale abbandonato. È un simbolo molto potente del declino economico degli Stati Uniti. Quando ero piccolo, andavo in questi centri commerciali. Mi ricordo quando mangiavo zucchero filato sotto le scale mobili, e mi ricordo il suono delle risate e dei passi mentre il suono delicato dell’acqua di una delle fontane mi circondava. Questa era l’America.” (…) “I quartieri in cui si trovano questi centri commerciali sono completamente devastati. Le case sono abbandonate, i negozi vicino al centro commerciale sono vuoti. Vicino a entrambi i centri commerciali c’è persino un McDonalds, ma è stato abbandonato: questo vuol proprio dire che le cose sono messe male. Sono città fantasma, non c’è alcuna possibilità di riutilizzare questi spazi”.
Sempre dello stesso autore alleghiamo il link di Autopsy of America, dov’è presentata con estrema crudezza una realtà vista attraverso una raccolta di fotografie fatte nei luoghi abbandonati negli stati americani più colpiti dalla crisi dal Michigan, alla Pennsylvania all’Ohio. Per questo servizio l’autore è stato fato oggetto di pesanti accuse di essere anti-patriottico a mostrare il suo paese più debole e vulnerabile.
Lawless ha raccontato al Post che le sue immagini provocano spesso opinioni controverse, e mentre molti le considerano un semplice documento di quello che sta succedendo in America.
Conclude dicendo: “…ricordiamo tutti di aver passato del tempo in un centro commerciale e sono stati soprattutto momenti felici. Ricordo che da bambino andavo in questi centri commerciali per chiedere il mio regalo a Babbo Natale, mentre da adulto ci ottenni il mio primo lavoro. All’epoca il centro commerciale aveva carattere e l’architettura era bella. C’era un senso di pace e posso persino ricordarne il profumo. Per quanto possano essere sconosciuti, quando esploro questi centri commerciali, mi ritrovo a comportarmi di nuovo come un bambino. A volte salto sul bordo di una fontana e cerco di stare in equilibrio, altre volte resto incantato dai lucernari futuristici che penzolano senza paura sulla mia testa, e che assomigliano a qualcosa fuori da questo mondo. C’era sufficiente bellezza da gonfiarti il cuore ogni volta”.
Fonte
Che squallore...
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