Il conflitto siriano fa comodo ai jihadisti. Sono loro, che occupano
parte del Paese, a trarne vantaggio e per arrivare a una soluzione
pacifica non si può escludere il presidente siriano Bashar al Assad.
È questo in sintesi il pensiero dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, l’italo-svedese Staffan de Mistura,
che questa settimana è stato a Damasco per incontrare Assad. Un
incontro su cui relazionerà il 17 febbraio davanti al Consiglio di
Sicurezza Onu.
“Il presidente Assad è parte della soluzione”, ha detto il
diplomatico in conferenza stampa a Vienna, dove ha incontrato il
ministro austriaco degli esteri, Sebastian Kurz. De Mistura ha detto che
continuerà a discutere con il presidente siriano e ha sottolineato che
se non si metterà fine ai quattro anni di guerra civile, in cui sono
morti oltre duecentomila siriani, l’autoproclamato Stato Islamico ne
trarrà soltanto vantaggi. Aggiungendo che l’unica strada è quella della
soluzione politica.
Non è la prima volta che de Mistura parla dell’opportunità di
coinvolgere Assad, ma per l’Occidente schierato con i ribelli
considerati laici, un asse con il presidente della Siria contro l’Isis è
di difficile realizzazione. Lo ha chiarito Kurz, quando ha
detto che “nella lotta contro lo Stato Islamico può essere necessario
combattere dalla stessa parte (quella di Assad, n.d.r.)”, ma ha anche
precisato che “Assad non sarà mai un amico e nemmeno un partner”.
La situazione è in una fase di stallo. I raid della
coalizione anti-Isis, che colpiscono anche in territorio siriano, non
sembrano al momento aver fiaccato i jihadisti che spadroneggiano tra
Siria e Iraq, seminando morte e devastazione. I negoziati degli
ultimi anni sono tutti falliti e la popolazione siriana è vittima del
fuoco incrociati di jihadisti, ribelli ed esercito fedele a Damasco.
Se i combattenti dell’Isis si sono fatti conoscere
propagandando le loro carneficine e le esecuzioni di iracheni, siriani e
occidentali, anche Assad non gode di una buona reputazione tra gli
attivisti per i diritti umani. La sua aviazione bombarda i
civili con le famigerate bombe barile nelle zone sotto il controllo dei
ribelli. Secondo tante Ong, è un uso indiscriminato della forza contro
la popolazione inerme. I combattimenti hanno determinato l’assedio di
molte città siriane, dove gli abitanti restano intrappolati e patiscono privazioni indicibili.
Sul fronte iracheno la situazione è altrettanto grave. La
campagna militare guidata dagli Usa non ha fermato l’avanzata dei
jihadisti. Ieri i miliziani del sedicente Stato Islamico hanno preso il
controllo della città di al-Baghdadi, nella provincia dell’Anbar,
ponendo una seria minaccia alla base aerea del posto, dove i marines
addestrano le truppe irachene. Il Pentagono parla di forti combattimenti, ma nega che ci sia stato un attacco diretto alla base in cui si trovano 320 militari statunitensi. Dall’Anbar ha preso le mosse l’avanzata jihadista, dopo mesi di occupazione di gran parte della provincia.
Bagdad si prepara a una massiccia offensiva di terra nei prossimi
mesi, mentre Obama vuole sottoporre al Congresso la richiesta di poteri
di guerra, per rafforzare l’offensiva contro l’Isis. Tutti
scenari che parlano di una lunga guerra per gli iracheni. La soluzione
politica, infatti, va cercata in Siria e Assad, come ha detto de
Mistura, è parte dell’equazione.
Intanto, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu vuole adottare una risoluzione per tagliare i fondi allo Stato Islamico.
L’organizzazione sembra attingere a un bacino senza fondo e l’Onu sta
pensando a sanzioni contro individui ed entità che foraggiano l’Isis e
gli altri gruppi islamisti, tra cui i qaedisti del Fronte al Nusra in
Siria.
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