di Michele Giorgio – Il Manifesto
Siamo di fronte al
periodico, quasi rituale, allarme sul “crollo imminente” dell’Autorità
nazionale palestinese oppure a una situazione concreta di dissolvimento
dell’entità amministrativa nata nel 1994 dagli Accordi di Oslo che
controlla, è bene ricordarlo, appena il 15% della Cisgiordania. La
questione si è riproposta in questi giorni, segnati da altri morti
e feriti nei Territori occupati. Giovedì quattro palestinesi sono stati
uccisi. Avrebbero tentato di pugnalare alcuni militari ma foto che
girano in rete sembrano smentire, almeno in un caso, questa versione
perchè uno degli uccisi appare a terra prima disarmato e poi con un
coltello in mano. A scuotere le fondamenta dell’Anp sono i sussulti
causati dall’Intifada dei giovani contro l’occupazione – circa 140
i morti palestinesi, oltre 20 quelli israeliani – uniti alla
frustrazione della popolazione palestinese nei confronti della
cooperazione di sicurezza con Israele. Senza dimenticare che il costo
della vita e la disoccupazione penalizzano un numero crescente di
giovani e le loro famiglie. Anche il governo di Hamas a Gaza sta
affrontando un significativo calo di consenso a conferma della crisi che
attanaglia nel suo complesso la leadership politica palestinese.
Peraltro a Gaza, come accade in Cisgiordania, il dissenso è sempre meno
tollerato. Lo dimostra l’arresto nei giorni scorsi del giornalista Ayman
Alloul (per alcuni post su Facebook) e del giovane attivista Ramzi
Herz Allah.
A lanciare l’allarme sulla stabilità dell’Anp è stato il primo
ministro israeliano Netanyahu, colui che non poco ha fatto in questi
anni per indebolire e delegittimare l’Anp e il suo presidente Abu Mazen
sul terreno e sulla scena internazionale. Lunedì scorso Netanyahu ha
detto che Israele deve prepararsi alla possibilità di un crollo
dell’Autorità nazionale palestinese. «Dobbiamo evitare, se possibile, il
collasso dell’Anp ma, allo stesso tempo, prepararci nel caso che
accada», ha detto, secondo due alti funzionari citati dalla stampa
israeliana. Negli ultimi 10 giorni, sempre secondo i media locali, il
gabinetto di sicurezza israeliano, sulla base di informazioni di
intelligence, avrebbe tenuto più di una riunione sulla stabilità
dell’Anp. E sono circolare voci di un Abu Mazen gravemente ammalato.
L’altra sera il presidente palestinese è intervenuto in diretta tv per
smentire la fragilità dell’Anp e la sua salute precaria. Ha quindi
annunciato che l’Olp, mercoledì prossimo, deciderà se continuare la
cooperazione di sicurezza con Israele.
Questa uscita pubblica non ha placato le indiscrezioni, anzi ha
contribuito ad alimentare tra i palestinesi il dibattito sul ruolo e il
peso di un presidente che ha concluso nel 2009 il suo mandato e che
resta al potere, sull’assenza di prospettive di nuove elezioni
legislative e presidenziali (le ultime furono dieci anni fa), sulla
successione e sulla frattura tra Anp e Hamas che limita le possibilità
di elaborare una piattaforma politica unitaria da opporre
all’occupazione e alle politiche di Israele. Temi che si aggiungono al
malcontento per il ruolo dei servizi di sicurezza dell’Anp volto ad
impedire una adesione popolare e massiccia all’Intifada che si
è manifestata, almeno sino ad oggi, quasi sempre con atti individuali.
Abu Mazen denuncia le politiche di Israele ma si oppone a una “Intifada
diffusa”. Teme le reazioni del governo Netanyahu e l’opportunità che
l’insurrezione potrebbe offrire ad Hamas di entrare da protagonista
anche sulla scena cisgiordana dove già gode di un significativo sostegno
sotterraneo.
«Ci sono due spiegazioni a questa improvvisa preoccupazione, se così
vogliamo definirla, di Israele per le sorti dell’Anp e di Abu Mazen»,
dice al manifesto l’analista Ghassan al Khatib, docente all’università
di Bir Zeit «si tratta prima di tutto di un ammonimento. Netanyahu, che
segue con rabbia le iniziative di Abu Mazen all’Onu e in campo
internazionale, fa capire che Israele è pronto a intervenire, in ogni
forma, In seconda battuta è possibile che i suoi servizi segreti
guardino con timore all’indebolimento dell’Anp e, di conseguenza, alla
fine della cooperazione di sicurezza. Non dimentichiamo che il crollo
dell’Anp vorrebbe dire per Israele anche un impegno diretto economico
e amministrativo nei confronti di milioni di palestinesi sotto
occupazione». Secondo al Khatib l’Anp non è più fragile di qualche mese
fa ma la sua esistenza oggi più di prima è legata alla presenza di Abu
Mazen. «Dovesse venire a mancare all’improvviso, per qualsiasi motivo,
il suo presidente, al quale non pochi palestinesi riconoscono ancora
legittimità, emergerà a mio avviso la precarietà dell’Anp – prevede
l’analista – perchè tutti sanno che non ci saranno elezioni
presidenziali, a causa della frattura tra Anp e Hamas
e dell’impossibilità di riunire il Parlamento. La successione potrebbe
trasformarsi in una agguerrita lotta per il potere tra persone non
elette che getterebbe nel caos l’Anp e la Cisgiordania».
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