di Roberto Prinzi
I bombardamenti sui
civili non suscitano la stessa empatia e indignazione. E così, mentre i
mezzi d’informazione occidentali e le cancellerie europee e statunitense
sono solerti a denunciare ad alta voce i crimini del presidente siriano
Bashar al-Asad, ecco che il silenzio e l’indifferenza tornano a regnare
quando a massacrare le popolazioni sono i nostri alleati. La notizia di oltre 140 persone uccise in un raid della coalizione a guida saudita in Yemen sabato – erano “colpevoli” di partecipare ad un funerale – non
ha suscitato alcun clamore da noi riportando di nuovo al centro del
dibattito l’annosa questione dell’esistenza di bombardamenti di serie A e
quelli di serie B e, come corollario, l’utilizzo tutto politico che si fa della sofferenza dei civili intrappolati nelle zone di conflitto.
Se è giusto condannare gli attacchi nella parte orientale di Aleppo
su abitazioni e ospedali compiuti dal governo siriano (qualcuno
ricorderà però che anche i civili dell’area occidentale della città sono
uccisi dai razzi e colpi di mortaio dei ribelli tutt’altro che
“moderati”?), bisognerebbe essere altrettanto fermi e risoluti nel
condannare il massacro quotidiano in corso da un anno e mezzo nello
Yemen il cui principale responsabile è la coalizione a guida saudita.
Eppure i target civili colpiti dai nostri alleati in Yemen sono gli
stessi di quelli denunciati con veemenza in Siria: funerali, quartieri
densamente popolati, donne, bambini, mercati affollati e, sorpresa delle
sorprese, perfino ospedali.
L’attacco di sabato – il cui bilancio di morte potrebbe
salire ancora dato che i feriti sono 525 – è stato definito ieri
“genocidio” dal portavoce del governo dei ribelli houthi Mohammed Abdul
Salam. Abdul Salam ha sottolineato come “il silenzio delle
Nazioni Unite e della comunità internazionale costituisce le munizioni
degli assassini”. Un’accusa dura che è del tutto comprensibile se si
pensa che attacchi simili si ripetono con drammatica cadenza in Yemen da
oltre un anno.
Ieri la coalizione ha provato a tranquillizzare la comunità
internazionale promettendo l’avvio di un’inchiesta “sull’increscioso e
doloroso bombardamento” avvenuto a Sana’a. La difesa
dell’immagine di Riyad e dei suoi alleati sta avvenendo sue due piani: a livello politico affidato all’inchiesta, si aggiunge quello non meno
importante in campo mediatico con i potenti mezzi di informazione a sua
disposizione (al-Arabiyya in particolare) che hanno prontamente negato
le responsabilità degli anti-houthi per quanto accaduto sabato.
Nell’attesa che questa inchiesta dia i propri risultati (ne siamo certi
conoscendo la professionalità saudita quando si intaccano i diritti
umani), va registrata per ora la reazione americana che ha detto che “rivedrà” il suo sostegno alla coalizione.
Le parole sono quelle che si sentono spesso ogni qual volta la
politica deve giustificare un suo grave errore o crimine. Come da
copione, infatti, il portavoce della Casa Bianca Ned Price, ha detto di
essere “profondamente disturbato” dall’attacco e che il sostegno Usa al blocco sunnita “non è un assegno in bianco”.
Da qui l’annuncio: “abbiamo iniziato un immediato controllo della
nostra già significativa riduzione di aiuti alla coalizione saudita e
siamo pronti a modificare il nostro sostegno affinché questo sia più
consono ai principi, ai valori e agli interessi statunitensi. Tra
questi, quello di raggiungere un’immediata e durevole fine del tragico
conflitto yemenita”. Una dichiarazione che suscita più di una
perplessità presso molti yemeniti che da oltre un decennio hanno
sperimentato i “valori USA” sul loro territorio con indiscriminati
bombardamenti di droni giustificati “come attacchi contro i terroristi
di al-Qa’eda”.
Nel frattempo che sauditi e americani riesaminano quanto accaduto (i
primi) e rivedono il loro sostegno (i secondi), c’è la cronaca degli
eventi che già mostra chiaramente come quanto successo due
giorni fa non sia stato affatto un “tragico” errore, “effetto
collaterale” della lotta contro il terrorismo. Il funerale di sabato era
infatti del padre di Galal ar-Rawishan, il ministro degli interni
dell’esecutivo houthi. Una figura politica importante che aveva
portato alle esequie diverse figure dell’establishment militare dei
ribelli. Dunque chi ha premuto il pulsante per sganciare la bomba sapeva
che colpiva direttamente il movimento houthi insieme a tanti civili.
L’attacco ha suscitato la rabbia dell’Iran che ha chiesto
ieri alle Nazioni Unite di mandare un aereo in Yemen per evacuare i
feriti. Il ministro degli esteri iraniano Mohammed Javad Zarif
ha espresso “schock e indignazione” per quanto accaduto in una lettera
indirizzata al Segretario Onu Ban Ki-Moon. Nel comunicato ha poi
criticato duramente Riyad e i suoi sostenitori: “non solo l’Arabia
Saudita, ma anche coloro che hanno sostenuto l’aggressione della
coalizione contro il popolo yemenita dovrebbero essere ritenuti
responsabili per i crimini di guerra perpetrati in Yemen nell’ultimo
anno e mezzo”.
Il “lago di sangue” (così i testimoni hanno definito il massacro di sabato) ha
suscitato la reazione da protocollo delle Nazioni Unite. Il
coordinatore umanitario dell’Onu, Jamie McGoldrick, ha detto di essere
rimasto “scioccato e indignato” per l’attacco “orrendo”. “La
comunità internazionale dovrebbe fare pressioni e influenzare tutte le
parti del conflitto a proteggere i civili – ha dichiarato McGoldrick che
poi ha aggiunto – questa violenza contro di loro dovrebbe terminare
immediatamente”. Forse l’alto diplomatico internazionale avrebbe
fatto bene a ricordare anche le gravi responsabilità che ha il Palazzo
di Vetro per quanto sta accadendo in Yemen.
Accanto ai suoi fallimenti politici, infatti, vanno ricordate anche le sue gravi colpe morali.
Lo scorso giugno le Nazioni Unite pubblicarono e subito dopo ritirarono
un rapporto molto critico nei confronti della coalizione sunnita.
Il dietrofront, come affermò pubblicamente allora il Segretario generale
dell’Onu Ban Ki-Moon, fu dovuto alle pressioni saudite. La rabbia di
Riyad nasceva dal fatto che il documento dell’organismo internazionale,
dopo aver attaccato i ribelli, aveva osato denunciare l’allenza
anti-houthi per aver causato il 60% delle morti e dei feriti tra i
bambini dello Yemen (a quel tempo 510 vittime sulle 785 totali).
La coalizione si è sempre difesa dalle accuse di aver
provocato morti civili affermando, come fatto anche ieri, che le sue
truppe “hanno chiare istruzioni di non colpire aree civili”.
Eppure due giorni fa oltre 140 persone sono morte in un raid aereo. Ed è
difficile, per non dire impossibile, che a farlo siano stati gli houthi
o i suoi alleati che, tra l’altro, non dispongono di jet militari
(l’Iran, ufficialmente, non sta partecipando al conflitto in Yemen). E
ammesso pure che avessero degli aerei da guerra, resterebbe di difficile
comprensione il motivo che li avrebbe spinti a colpire propri
sostenitori e rappresentanti. Ad ogni modo la risoluzione del mistero la
darà il blocco sunnita che ha fatto sapere che investigherà sul caso
“insieme ad esperti Usa” e fornirà “dati e informazioni relativi alle
sue operazioni militari sul luogo dell’incidente e sulle aree
circostanti”.
Per molti yemeniti, tuttavia, le indagini sono superflue perché i responsabili sono già noti.
Migliaia di persone sono scese in piazza ieri a Sana’a per protestare
contro la famiglia reale saudita. Secondo l’agenzia di stampa Ary News,
nel corso del presidio – dal significativo nome “vulcano di rabbia” – un
importante ufficiale ribelle Mohammed ali al-Houthi ha promesso che
“dopo questo massacro [noi ribelli] saremo più determinati a
confrontarci con gli aggressori”.
Una dichiarazione che sembrerebbe essersi già tradotta sul campo. Ieri due missili lanciati dal territorio controllato dagli houthi sono caduti nei pressi di un cacciatorpediniere statunitense che transitava nel mar Rosso. Sabato notte, invece, forse in risposta al bagno di sangue causato dal raid sul funerale, i ribelli (presumibilmente) hanno lanciato un missile contro una base dell’aviazione saudita vicino alla città sacra di Mecca. I due attacchi non hanno causato alcun danno.
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