Giornali diversi come il Foglio e il Manifesto giungono alla stessa
conclusione: Emirati Arabi Uniti e sauditi stanno armando e finanziando
il generale Haftar mentre Sarraj è volato a Milano per parlare con
Salvini, l’uomo “forte” di questo governo. Sarraj vorrebbe la garanzia
che ci schieriamo contro Haftar ma l’Italia cerca di mantenere il piede
in due scarpe.
Intanto la Turchia, che con il Qatar appoggia Sarraj e le fazioni
islamiste di Tripoli anti-Haftar, è ai ferri corti con gli Emirati che
aggirano l’embargo sui rifornimenti di armi al generale.
La posizione italiana è quella del pendolo e neppure i sovranisti
riescono a sciogliere i nodi della nostra ambigua politica estera
intrappolata in Libia - dove abbiamo affari strategici con l’Eni e la
pipeline del Green Stream - in un’altra guerra per procura.
La prima guerra nel 2011 è stata condotta da Francia, Gran Bretagna e
Stati Uniti per far fuori Gheddafi, la seconda, cui stiamo assistendo
adesso, si svolge soprattutto tra Paesi musulmani. La Turchia e il Qatar
sono con i Fratelli Musulmani di Tripoli, sauditi ed Emirati, con
l’approvazione dell’Egitto, vorrebbero farli fuori. Francia e Russia
speravano che Haftar riuscisse a conquistare rapidamente Tripoli ma ora
che è in difficoltà si trovano in posizione di stallo mentre gli Usa di
Trump sono favorevoli ad Haftar, cittadino americano e alleato delle
monarchie del Golfo, i maggiori clienti di armamenti di Washington.
Tanto è vero che i cannoni anti-carro trovati in Libia in mano alle
truppe di Haftar provengono da una fornitura americana agli Emirati.
Quanto sia al limite la posizione italiana si è verificato anche con la
recente visita in Italia e dal Papa del ministro degli Esteri degli
Emirati Gargash. Dobbiamo obbedire anche a una “pulce” come gli Emirati e
allo stesso tempo non scontentare il suo nemico, il Qatar, un’altra
pulce cui però abbiamo venduto miliardi di navi ed elicotteri.
C’è un passaggio nelle interviste lasciate dal ministro degli Emirati
che lascia di stucco, sia su di lui che sul nostro governo. In poche
parole Gargash dice che gli Emirati - minuscolo Emirato che però spende
22 miliardi l’anno per la difesa (quasi come l’Italia) - hanno sostenuto
in Libia il generale Haftar ma che sono contrari a un attacco americano
all’Iran, dirimpettaio nel Golfo degli sceicchi. Il ministro in pratica
dice che si può fare la guerra nel cortile di casa nostra e lontano
dall’Emirato ma non la si deve fare in casa sua perché altrimenti si
rischia un disastro. Interessante punto di vista che nessuno ha avuto il
coraggio di contrastare forse perché l’Italia nel 2018 ha esportato
negli Emirati arabi uniti circa 220 milioni di euro di armamenti e bombe
destinate come in Arabia Saudita a essere usate in Yemen.
E’ chiaro anche a un orbo che della politica estera italiana non ti puoi
fidare. Nel 2011 abbiamo persino bombardato Gheddafi, il nostro
maggiore alleato nel Mediterraneo con cui sei mesi prima avevamo firmato
accordi miliardari e intese su sicurezza e migranti. Adesso - e non da
oggi - manteniamo affari e buone relazioni diplomatiche con Paesi che
sono nemici dei nostri alleati come Sarraj. Neppure il più sprovveduto
dei politici arabi si potrebbe fidare di noi.
Anche con l’Iran ci siamo comportati più o meno alla stessa maniera. Nel
2015 il presidente Rohani venne in Italia per firmare un memorandum
d’intesa da 30 miliardi di euro e l’Italia è ancora il maggior partner
commerciale europeo di Teheran. E noi cosa abbiamo fatto? Salvini è
andato negli Usa per allineare la posizione dell’Italia con quella degli
Stati Uniti a favore di altre sanzioni. Certo anche Usa, Gran Bretagna,
Francia, Russia hanno le loro ambiguità: ma decidono del loro destino,
noi no, facciamo i camerieri di tutti seguendo gli interessi
contingenti. Dopo la caduta di Gheddafi, la maggiore sconfitta del Paese
dalla seconda guerra mondiale, le nostre storiche difficoltà sono
diventate ancora più evidenti.
Diciamola tutta: siamo da bosco e da
riviera.
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